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Se questo è un Papa

Lunedì, 22 Aprile 2013

Si potrebbe partire dai gesti irriverenti: l’autografo sul gesso di una ragazzina, la papalina scambiata con un fedele, le già tante maglie di calcio sventolate. Oppure soppesarne i gusti: Hölderlin e qualche dimenticato scrittore francese, Guardini e Kasper, Chagall e il cinema neorealista italiano, Anna Magnani e Astor Piazzolla. Oppure frugare nell’armadio: magari salta fuori uno scheletro o anche solo un ossicino, uno scivolone, una frase infelice, una mossa falsa. Ma è già stato fatto tutto molto bene e piuttosto inutilmente. L’aneddotica sul Jorge Mario Bergoglio alias Papa Francesco è già lievitata a dismisura e siamo vicini alla saturazione, anche perché la luna di miele con i mass media ancora regge. Meglio seguire un’altra pista, provare a riflettere su cosa sta capitando a un’istituzione fondamentale della chiesa come il papato nel passaggio di testimone tra Benedetto XVI e Francesco, nella maniera unica e sorprendente che sappiamo.

Lo chiedo al monaco tedesco Elmar Salmann, uno dei pochi talenti in circolazione ancora in grado di mescolare con perizia teologia, filosofia, letteratura, storia, arte, psicoanalisi. Dal suo punto di osservazione, la cella dell’abbazia di Gerleve in Westfalia, alla vigilia del Conclave mi aveva detto di non aspettarsi “niente di particolare”, con quel tono di affabile distacco che lo contraddistingue. Adesso, a giochi fatti, mi accompagna via telefono in una ricognizione che parte da qualche considerazione storica. “Ormai sta per chiudersi una fase della chiesa iniziata con l’epoca postnapoleonica. Dopo il trauma feudale, nell’Ottocento il cattolicesimo si costruisce come organizzazione moderna anche se sostenuto da un’ideologia antimoderna. Un’organizzazione centralizzata, efficiente, in cui nascono nuove congregazioni, istituti religiosi e associazioni di laici, si riorganizzano diocesi e seminari; e dove, soprattutto, il papato assume all’interno della chiesa un ruolo centrale, fino all’apoteosi con il dogma dell’infallibilità (nella costituzione “Pastor aeternus” del Concilio Vaticano I, 1870, ndr). Tutto ciò avviene in controtendenza con il nazionalismo del tempo. Ma ora questa fase sta per esaurirsi sia per la fine della centralità europea sia per la molteplicità delle culture che non si lasciano facilmente ricondurre a unità. In tutto ciò è evidente l’incapacità della curia romana di reggere a queste nuove dimensioni mondiali mentre assistiamo al lento trasformarsi del papato, a ben vedere già con Giovanni XXIII: da istanza giuridica, di governo e sacrale, a figura simbolica, carismatica, mediatica. Il ritiro di Papa Benedetto e il dolce stil novo di Papa Francesco sono le condensazioni più visibili di questa trasformazione”.

Un secondo elemento più spirituale della transizione in atto riguarda gli ordini religiosi che vengono tirati in ballo dai due pontefici: benedettini, francescani e gesuiti. “Questo la dice lunga sulla incisività della trasformazione in atto sul piano umano, spirituale e mistico – osserva il benedettino Salmann – Sono tre forme di vita diverse. Che prima sia un Papa dalla filosofia platonica a scegliere il nome di Benedetto e poi un gesuita a scegliere quello di Francesco denota il sorgere di una nuova costellazione di senso e una contaminazione degli ideali religiosi, che sono legati alle diverse forme di quella povertà tanto proclamata da Papa Francesco. Bisogna dire anzitutto che la vita benedettina, agli esordi, non gode di grandi splendori spirituali, è piuttosto il modo per dare rilievo a uno stato di emergenza mentre l’impero romano è in via di disfacimento. In effetti, san Benedetto intende fondare una scuola per principianti della vita spirituale, pensa a una officina dove usare gli strumenti per un buon artigianato; vuole dare un assetto, un ordine agli spazi e ai tempi nell’epoca di migrazioni globali, in vista di una vita comunitaria coram Deo, davanti a Dio. In san Benedetto, poi, abbiamo una forma sobria, tardoromana, dell’ideale monastico importato dal vicino oriente. Grande è anche l’arte di san Benedetto nel riprendere diversi filoni di spiritualità e di ordini religiosi, copiando ciò che serviva al suo scopo – anche questo è un atto di umiltà. Sempre con la sua discrezione, Benedetto fa balenare davanti ai nostri occhi l’ideale del vero monaco salvo poi confezionarlo in vista della sua vivibilità”.
Il secondo archetipo è Francesco d’Assisi. “La spiritualità francescana vuole seguire il Cristo nudo – dice Salmann – soprattutto per come si mostra nel presepe e nel passaggio della morte: qui è la presenza qualificante di Dio. Adeguandosi a questi stati di passaggio, tutta la vita e la natura appaiono come simboli di tale presenza. La creazione parla della presenza del Dio umile”. A questo proposito, Salmann ricorda il celebre episodio affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi: “Papa Innocenzo ebbe un incubo in cui vedeva la chiesa in sfacelo e una figura profetica che poteva salvarla. Certo, non avrebbe mai immaginato che gli comparisse davanti un uomo vestito con il saio dei poveri, eppure andò esattamente così. Perché è il nudo, il profeta, che ricostruisce una chiesa all’apparenza potente ma interiormente in crisi”.

E poi c’è il terzo archetipo della transizione in atto, Ignazio di Loyola e la sua formidabile invenzione: la Compagnia di Gesù. “In un tempo di passaggio altrettanto difficile – continua il monaco tedesco –, tra Rinascimento e Riforma, i gesuiti nascono dall’intuizione di un cavaliere in pensione, zoppicante, che con pochi compagni va a Parigi per studiare teologia. E poi dà il via a un grande esperimento, gli Esercizi spirituali, un laboratorio per trovare la volontà di Dio nelle mosse dell’anima e confrontandole con gli stati della vita di Gesù. Nasce così un ordine senza clausura, senza coro, senza abito, con uomini disposti a lasciarsi mandare dove non avrebbero mai nemmeno immaginato. Mi viene in mente il gesuita all’inizio del ‘Soulier du satin’ di Claudel che si trova sul relitto di una nave, legato all’albero maestro, e prima di affondare invoca il suo Dio. Ora un altro gesuita latino-americano prende il mare per approdare nella vecchia Europa e riprendere la strada della povertà, della nudità e dell’essere inermi dentro una chiesa ancora potente ma ormai priva di splendore. Come se, sulla scia di Francesco e Ignazio, dovessimo tornare a Gerusalemme e bussare di nuovo alla porta del Nuovo Testamento per trovarvi la nostra misura e la speranza dell’inedito. Come se, adesso, dovessimo vivere la storia di quella povertà non più come un ideale spirituale ma come un punto di partenza concreto, come la realtà in cui ci troviamo a vivere”.

“Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri!”, ha esclamato Papa Francesco davanti ai giornalisti di tutto il mondo tre giorni dopo l’elezione. E poi ha insistito più volte sulle “periferie”, sul servizio agli ultimi; il Giovedì Santo ha lavato i piedi ai ragazzi del carcere minorile di Roma. Non perde occasione per parlare di “misericordia” e “tenerezza”.

Secondo Salmann, questa può essere la risposta a “una chiesa che ha perso il potere, che è divenuta inerme, vulnerabile, confutata, ed è in cerca di un altro stile per rappresentare il Cristo in una società democratica, pluriprospettica e globale. I gesti profetici del ritiro nella solitudine di Papa Benedetto e dell’inaugurazione del mandato di Papa Francesco mi sembrano voler indicare e qualificare questa situazione della chiesa, trasformandola in un kàiros promettente. Se da questa gestualità nascerà una strategia politica e trasformatrice è presto per dirlo, ma la porta verso un tale futuro è aperta, quantomeno socchiusa”.

Intanto a funzionare è la gestualità sciolta e rilassata di Bergoglio (ammicca, sorride, abbraccia, sgrana gli occhi, sostiene lo sguardo) nonché il suo eloquio breve e incisivo, di taglio giornalistico. E’ visibilmente a suo agio e disinvolto tanto quanto il suo predecessore era impacciato e spaurito; il feeling con l’opinione pubblica è stato immediato. Non a caso. I gesuiti sanno stare al mondo. A suo tempo hanno reinventato il teatro, oggi sono tra i non molti nel cattolicesimo a conoscere davvero i media, e a frequentarli con understatement. Maestri della dissimulazione onesta, puntano dritti all’obiettivo: “Todo modo para buscar la voluntad divina”. Certo, è un paradosso che proprio adesso che la modernità è finita la chiesa si affidi a uno di loro: i gesuiti sono stati i grandi precettori dell’epoca moderna. “In realtà nessuno dei tre ordini, benedettini, francescani e gesuiti, gode oggi di buona salute – nota Salmann –, eppure proprio nel momento del loro tramonto sanno spremere un succo saporito. Per quanto riguarda Papa Francesco, il suo stile verrà messo alla prova del tempo. Non bisogna scordare la trappola dell’umanizzazione del rito: dopo la decima volta che dici buonasera non significa più nulla e la semplicità dei gesti si riduce a banalità. Ratzinger correva il rischio opposto, la sua era una gestualità iperstilizzata. Ancora prima, Wojtyla aveva puntato tutto sul suo carisma di attore, di grande istrione”.

Un altro tema caro a questo Papa è la “custodia del creato” alla quale ha dedicato riflessioni molto interessanti nella messa di inaugurazione del ministero petrino. “E’ un tema tipicamente francescano – ricorda Salmann –: tutto il mondo parla di Dio, animali piante uomini, tutto fa parte del giardino di Dio, è un nascere alla gioia”. Anche “Madonna Povertà” è un’icona dello spirito francescano. “Sì, però il discorso sulla povertà non è soltanto un tema particolare di teologia o spiritualità, ma un vero e proprio locus theologicus: uno stile, una prospettiva integrale e una base comunitaria di vivere e pensare il mistero cristiano e la sua presenza feconda nel mondo. Come la teologia monastica, simbolica e sapienziale, era legata alla forma di vita nel chiostro e la teologia mistica a forme specifiche della esperienza della presenza divina così, dopo secoli di dominio insano della teologia universitaria, riemergono altri tipi di prassi e di riflessione teologica, come li conosciamo da Benedetto, Bernardo, Ildegarda – non casualmente nominata Dottore della chiesa da Benedetto XVI poco tempo fa –, Francesco di Sales, Giovanni della Croce; forme oggi più legate a un’esperienza di gruppo, come in fondo già la teologia francescana e quella del primo Ignazio”.

Il passaggio del papato da una forma prevalentemente giuridica a una forma decisamente carismatica ha delle conseguenze, non tutte gradevoli. Salmann avverte che “forse ci si comincia a interessare troppo della personalità e della biografia del singolo Papa o vescovo. E’ un biografismo insalubre che porta al culto della personalità ma anche a una sua rapida denigrazione; soprattutto in un’epoca che conosce la proscrizione facile ma non più il diritto di prescrizione, cioè l’indulgenza del dimenticare, del flusso dei tempi, del rivalutare positivamente l’evolversi di una persona. Invece oggi tutto viene scoperto e messo a nudo, anche quando i tempi, le circostanze e la persona stessa si sono trasformate. Un che di pudore, magnanimità, equo giudizio sarebbero auspicabili nel nostro giudicare le persone pubbliche”.

In effetti tutti si sono lanciati a radiografarne il passato, ma per capire Bergoglio Papa quanto conta la sua biografia e quanto invece la sua azione odierna assistita dalla cosiddetta grazia di stato, se si può ancora dire così? “Una volta si parlava di grazia di stato o di santità di ruolo. Ma oggi il rispetto dell’officium, di cui parlavano Cicerone e Ambrogio, non c’è più, nel bene e nel male. E’ il contraccolpo dell’enfasi carismatica e biografica che si riverbera su qualunque figura pubblica. E’ venuto a mancare quel sovrappiù di decoro e dignità dell’ufficio rispetto alla biografia del singolo. Ho ben presente il caso del ministro dell’Istruzione tedesco, Annette Schavan, che poco tempo fa s’è dovuta dimettere per avere copiato ben trent’anni fa una tesi di dottorato. E’ un’esagerazione ma con Internet sta dilagando una frenesia di persecuzione degli eretici, si spulcia ovunque in cerca di plagi e non si mette mai termine alla caccia. E così i personaggi pubblici perdono la loro immunità, non sono più immuni da alcunché”. In effetti il munus, su cui ha scritto pagine illuminanti Roberto Esposito, è il nocciolo e il nodo di qualunque istituzione. “E’ vero – mi dice Salmann – il munus è un problema che tocca tutte le istituzioni che chiedono rispetto per se stesse, in quanto tali. Ed è il sintomo fondamentale del nostro mondo. Certo le zone d’ombra ci sono, a volte si fa abuso dell’immunità ma l’immunità aveva un senso, garantiva una certa incolumità ai rappresentanti pubblici. L’enfasi psicoanalitica, invece, ci ha portato a un biografismo che non perdona nulla, a una colpevolizzazione infinita”. L’oblio è merce rara, oggigiorno. “D’altronde siamo nella società del politically correct e la comunicazione è l’unico feticcio religioso rimasto. Che però sta mangiando i suoi figli, come ogni rivoluzione…”, aggiunge Salmann.

La polarità tra carisma e munus è decisiva anche per l’istituzione papale. “Bergoglio è sostenuto dal gesto carismatico che però deve trasformarsi in habitus e strategia. Finora la sua è tattica nel senso di tatto, di sensibilità per la situazione, ma poi ci vuole la strategia che è lungimiranza e processo politico”. In effetti la mossa di Bergoglio è tanto affascinante quanto rischiosa: un Papa che si chiama Francesco, ovvero l’istituzione che prende il nome del carisma. Scintilla o cortocircuito? Quest’uomo preso “quasi dalla fine del mondo”, per usare le sue parole, è uno strano ibrido che incarna i passi e i passaggi che il cristianesimo si trova a vivere. “Forse lo ha segnato l’esperienza di ambivalenza che ha vissuto ai tempi della dittatura in Argentina. Tergiversare, trattare, resistere al potere è logorante. E’ quasi più facile essere martire o collaboratore che restare in questa terra di mezzo, nella zona grigia. E ho l’impressione che il suo francescanesimo – e cioè un approccio semplice, senza sovrastrutture – nasca proprio per integrare il suo essere gesuita in una condizione storica del genere. Ha visto quella fotografia che lo riprende sul metrò? Mostra una naturalezza più francescana che gesuitica”, suggerisce il mio benedettino. Bergoglio guarda in macchina, come si dice in gergo, con un’aria indefinibile. Forse però non guarda esattamente l’obiettivo che lo immortala ma qualcosa poco più in alto, e oltre. Forse quello che lo aspetta. Quello che ci aspetta.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Marco Burini