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Ora vogliono sdoganare la pedofilia

Martedì, 5 Febbraio 2013

Finalmente ci siamo. Parliamo dell’uscita della nuova edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il manuale diagnostico più famoso del mondo, prevista per il maggio 2013.

La “bibbia” della psichiatria mondiale, considerata ecumenicamente un libro sacro anche per gli psicologi. Una “bibbia” che, a differenza di quella con la lettera maiuscola, non può essere soggetta al metodo storico-critico ma va interpretata letteralmente. Una “bibbia” che ha il potere di creare la realtà: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel DSM (“Non c’è nel DSM, quindi non è una malattia!”). Non importa se c’è il sospetto che alla base delle sue categorie diagnostiche ci sia l’industria farmaceutica statunitense (fate una ricerca su internet usando come parole chiave “big pharma” e “DSM”…) e non un serio lavoro scientifico. Non importa nemmeno se un manuale scientifico rinuncia all’oggettività per rifugiarsi nella “politicamente corretta” soggettività: fin dalla terza edizione, infatti, il DSM utilizza il termine “disease” (disturbo) al posto di “illness” (malattia).

Ciò che importa è solo ciò che dice questa “bibbia”, non il perché o su che basi: se è scritto nel DSM è vero, punto e basta. Credo quindi che i lettori della Bussola saranno costretti a rivedere le loro opinioni sulla pedofilia, perché la nuova edizione del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association avrà trai suoi principali cambiamenti quello riguardante la pedofilia.

Proprio così. Per ora si sa solo che la pedofilia sarà ribattezzata in “disturbo pedofilo” (“Pedophilic Disorder”), ma sarebbe molto strano annunciare un cambiamento su un tema così scottante se questo cambiamento riguardasse solo il nome. I precedenti fanno purtroppo temere il peggio.
Già nel DSM IV (pubblicato nel 1994) la voce “pedofilia” fu modificata: rispetto alla definizione precedente, la pedofilia poteva essere diagnosticata solo se “Le fantasia, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento” (ovviamente del pedofilo, non del bambino). Insomma, la pedofilia (come l’omosessualità nel DSM III) veniva considerata un disturbo se egodistonica (cioè causa disagio al pedofilo); se invece è egosintonica (cioè il pedofilo non ha nessun problema con la sua pedofilia) era considerata clinicamente normale.

Questi criteri diagnostici suscitarono le veementi proteste di numerose associazioni di genitori,così nel DSM IV-TR (la versione attualmente in uso) questo criterio fu modificato come segue: “La persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasia sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali”. Insomma: gli atti pedofili sono un criterio diagnostico rilevante quanto la pedofilia egodistonica. Non è il massimo, ma è comunque qualcosa.
Comunque sia, è da molto tempo che, da Kinsey a Money in avanti, parecchi professionisti della salute mentale tentano disperatamente di cambiare la percezione della pedofilia nella società occidentale.

Nel 2011 alcuni perlamentari canadesi hanno proposto di modificare le leggi contro la pedofilia. Durante il dibattito sono stati chiamati due esperti: il dottor Vernon Quinsey, professore emerito di psicologia presso la Queen’s University e il dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal. Il dottor Van Gijseghem ha sostenuto che “la pedofilia è un orientamento sessuale” paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Tutto corretto. Peccato che ormai, con la locuzione “orientamento sessuale” si intende “variante naturale della sessualità umana”. Infatti il dottor Van Gijseghem ha aggiunto che non è possibile modificare questo orientamento e il solo tentativo è una pazzia, come il tentativo di cambiare qualunque altro orientamento sessuale
Prepariamoci a già visti contorsionismi mentali per giustificare la decisione dell’APA: “Anche gli animali lo fanno, quindi è naturale”; “Lo facevano anche gli antichi Greci”; “Kinsey ha dimostrato che è normale”. r.marchesini labussolaquotidiana

 

Aridatece il gallismo (by Camilleri)

Venerdì, 30 Novembre 2012

C’era un volta il Merlo Maschio e Lando Buzzanca si assumeva il duro fardello di portare in giro per lo Stivale l’icona per eccellenza della sicilianità: l’uomo seduttore, mai sazio di femmine, baffuto e impomatato. Era la prima volta che il Mito dilagava al livello popolare. Prima, aveva avuto i suoi fasti letterari nel Don Giovanni in Sicilia, nel Bell’Antonio e perfino in Sedotta & Abbandonata. Insomma, l’Homo Siculo era il vanto di una terra che, per il resto, aveva poco altro di cui andar fiera.

Poi la scena si incupì e, dopo le lotte femministe e la ribellione di Franca Viola, l’equazione Sicilia=gallismo dovette cedere il passo, nell’immaginario collettivo, a quella Sicilia=mafia, debitamente supportata da veri e propri professionisti dell’-anti. Per i decenni successivi siamo stati plasmati all’idea che in Sicilia la politica e la mafia fossero strettamente intrecciate, e che nell’isola non si muovesse foglia senza che il boss voglia. Dal «la mafia non esiste» si era passati, quasi senza accorgercene, al «tutto è mafia». In Sicilia – ci abituammo a pensare – la politica la fa la mafia, perché è la mafia che porta voti. Così, diversa gente finì in galera perché «non poteva non sapere» o per «concorso esterno in associazione di stampo mafioso», due nuove fattispecie di reato create apposta per quella disgraziata terra, l’«amara terra mia» di modugnana memoria.

A mettere la pietra tombale e finale sul concetto, tanto da farlo diventare idée reçue, ci pensò Montalbano, con le sue avventure televisive vendute in tutto il mondo (essendo i romanzi intraducibili per via dell’uso massiccio del dialetto). Oggi, com’è noto, la Mafia ha cambiato parere; anzi, politica. E ha ordinato ai siciliani di non andare a votare. I siciliani, usi a obbedir tacendo, hanno eseguito compatti. Non si sa bene qual sia il piano, ma di certo deve essercene uno, perché la Piovra, come tutti sanno, è più astuta del Demonio. In attesa di vedere qual esso sia, il piano, in Sicilia si è intanto registrato un clamoroso ribaltamento d’immagine, essendosi essa ritrovata con al vertice – e, dunque, rappresentante ufficiale nel mondo – un omosessuale dichiarato. I siciliani non l’hanno certo voluto, dal momento che hanno disertato le urne nella spaventosa percentuale dell’87%. Però è quel che adesso si ritrovano. Verrebbe da dire, visto che siamo in Sicilia, «cornuti e mazziati». Ma l’avvisaglia l’avevano avuta, visto che nell’altrettanto meridionale Puglia un omo-catto-com c’era già, e pure con l’orecchino. Questo, al contrario, votato, e ben due volte.

Che sta succedendo, dunque, al Sud? Se è vero che la Sicilia è una sorta di «laboratorio» di quel che avverrà altrove, dobbiamo aspettarci un ex Regno delle Due Sicilie a marchio gay? Staremo a vedere. Intanto, però, è il turismo sessuale a soffrirne, con conseguente depauperamento delle tasche meridionali. Se, il cielo ne scampi, le inglesine saranno dissuase dal trascorrere le loro vacanze estive in Sicilia, l’Ente Turismo dovrà ripensare l’immagine della Trinacria, che fu un tempo terra caliente popolata di fusti bollenti e galanti, e praticamente priva di concorrenza, giacché le sicule dovevano stare chiuse dietro le persiane. E dire che lo scricchiolio avrebbe dovuto essere avvertito da tempo, poiché Ferribotte, l’icona del maschio siculo lanciato dai Soliti ignoti (early anni Sessanta), era un attore sardo. E sua sorella, Claudia Cardinale, era nata a Tunisi. Per quanto riguarda, infine, Lando Buzzanca, in vecchiaia si è ritrovato a interpretare il padre di un gay. Giusta nemesi o segno dei tempi? Propendiamo per la seconda ipotesi, e ci si perdoni la nostalgia canaglia per il gallismo che fu, quello della nostra lontana giovinezza nell’Isola dei Vulcani. r. camilleri lanuovabussolaquotidiana

 

 

Massoneria e corruzione dei costumi

Martedì, 3 Aprile 2012

Collen Hammond, ex modella e attrice diventata cattolica, in un libro autobiografico di recente pubblicazione racconta come la totale perdita di pudore nell’abbigliamento femminile sia stato uno degli obiettivi tatticamente perseguiti dalla massoneria nell’intento di sradicare la religione. La signora, madre di quattro figli, cita fra l’altro un numero della International Review on Freemasonry pubblicato nel 1928 in cui si legge: “La religione non teme i colpi di spada; ma può estinguersi sotto i colpi della corruzione. Non stanchiamoci mai della corruzione: usiamo un pretesto come lo sport, l’igiene, la cura della salute. E’ necessario corrompere: che i nostri giovani pratichino il nudismo.
Per scongiurare una reazione eccessiva, bisogna procedere metodicamente: bisogna cominciare con lo scoprire il gomito; poi passare alle ginocchia; quindi a gambe e braccia completamente scoperte; poi la parte superiore del torace, le spalle, ecc. ecc.” (Dressing with dignity, Rockford 2005, p. 53).Un secolo prima della rivista citata dalla Hammond la strategia delle sette era la stessa. Regnante Gregorio XVI (1831-46) la polizia pontificia scopre documenti e corrispondenza fra carbonari in cui si teorizza che, per ottenere il potere, bisogna passare per la corruzione dei costumi. Qualche saggio dei documenti resi pubblici per volontà del papa: “Abbiamo deciso che non vogliamo più cristiani; evitiamo dunque di fare martiri: pubblicizziamo piuttosto il vizio presso il popolo”; “L’essenziale è isolare l’uomo dalla famiglia, è fargliene perdere le abitudini”; “L’uomo ama le lunghe chiacchiere al caffè e assistere ozioso agli spettacoli. Intrattenetelo, lavoratelo con destrezza, fategli credere di essere importante; insegnategli poco a poco ad avere disgusto delle occupazioni quotidiane, e così, dopo averlo separato da moglie e figli e dopo avergli mostrato quanto è faticoso vivere adempiendo ai propri doveri, inculcategli il desiderio di una vita diversa”.
Perché la massoneria promuove la corruzione morale della società? Vale la pena di analizzare due risposte, la prima della Civiltà Cattolica, la seconda di Leone XIII, perché entrambe interessanti. A parere della rivista dei gesuiti, che ne parla in un articolo del 1852, lo scopo delle sette “è generalmente antireligioso e antisociale. Esse agognano lo sperperamento e il taglio d’ogni vincolo più sacro, che lega uomo con uomo, nella Chiesa, nella società, nella famiglia, per ricostruire l’umanità sotto una nuova forma di totale servaggio, in cui lo Stato sia tutto, e i capi della setta siano lo Stato”. Nell’enciclica Humanum genus composta nel 1884 per chiarire ai cattolici la natura della massoneria (che, detto fra parentesi, all’epoca dominava la vita politica e culturale italiana), Leone XIII individua nella promozione del vizio l’arma principale delle sette massoniche: a giudizio del papa solo così, e cioè fiaccando la volontà delle persone col renderle schiave delle passioni, uomini “scaltriti e astuti” avrebbero potuto imporsi e dominare incontrastati. Queste le parole del pontefice: “poiché quasi nessuno è disposto a servire tanto passivamente uomini scaltriti e astuti come coloro il cui animo è stato fiaccato e distrutto dal dominio delle passioni, sono state individuate nella setta dei Massoni persone che dichiarano e propongono di usare ogni accorgimento e artificio per soddisfare la moltitudine di sfrenata licenza; fatto ciò, esse l’avrebbero poi soggiogata al proprio potere arbitrario, e resa facilmente incline all’ascolto”. Che questi echi lontani di polemiche otto-novecentesche abbiano qualcosa a che fare con la forsennata campagna a favore del matrimonio omosessuale, in un tempo, per di più, in cui l’istituzione matrimoniale giace in stato comatoso? a.pellicciari labussolaquotidiana

Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma

Sabato, 28 Gennaio 2012

Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione. L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi? In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers). LA CENTRALITA’ DELL’ORIGINE La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio.  Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità. Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente. La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione. PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti. La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi. In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce. Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento. Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Per questola necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana. di R. Iafrate e G. Tamanza «Vita e Pensiero» via bussolaquotidiana

Islam e piani di Dio (cristiano

Sabato, 28 Gennaio 2012
Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli – molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.Il card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? Che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria”.   “Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie. Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.Non tiro nessuna conclusione,penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana? di Piero Gheddo labussolaquotidiana

A Budapest lottano anche per noi!

Giovedì, 12 Gennaio 2012

Il brutale attacco delle istituzioni europee all’Ungheria e il recente vertice franco-tedesco impongono una domanda sull’Unione Europea: su cosa è adesso, su cosa vuole diventare.Da una parte – con il falso pretesto di una deriva autoritaria – si cerca di imporre a un paese membro dell’Unione Europea valori (o disvalori) di riferimento decisi a Bruxelles. Dall’altra abbiamo due paesi – come Francia e Germania – che si autoproclamano la guida dell’Unione, l’asse portante.Potrebbe sembrare che si tratti di due fenomeni opposti, ma in realtà non è così, anzi: sono due facce della stessa medaglia, ovvero l’affermarsi di una visione “centralista” della Ue che nega l’identità e la peculiarità di ciascun Stato membro.Nel caso dell’Ungheria a dover preoccupare è la campagna denigratoria scatenata contro il governo di centro-destra dai burocrati di Bruxelles e dalla grande stampa europea: con il pretesto di alcune misure certamente discutibili, in realtà nel mirino – come spiega bene l’articolo in Primo Piano di Marco Respinti – ci sono i princìpi fondamentali della Costituzione ungherese: la rivendicazione delle radici cristiane, la promozione della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo con una donna, la difesa della vita. Quello che si persegue è perciò una omologazione culturale che ha come punto di riferimento i (dis)valori dominanti nei paesi nordeuropei. Nel secondo caso abbiamo due paesi – per quanto importanti essi siano – che si arrogano il diritto di indicare per tutti quali scelte economiche e politiche adottare; e perfino di decidere la legittimità o meno dei governi di altri Stati membri (il caso dell’Italia è esemplare).In altre parole siamo di fronte a un processo di omologazione sia sul piano culturale sia sul piano più strettamente politico ed economico che è la negazione stessa dell’idea originaria di Unione Europea, in cui le differenze e le peculiarità di ogni singolo Stato dovrebbero essere fonte di arricchimento reciproco. E dove l’identità religiosa e culturale di ciascun popolo è il fondamento su cui costruire la casa comune.Se le pretese franco-tedesche ostacolano non poco il processo di integrazione europea, è però il caso dell’Ungheria a essere decisivo per il nostro futuro e per la nostra libertà. Forse non ne sono consapevoli neanche loro stessi, ma gli ungheresi – nel difendere la propria identità – stanno combattendo anche per noi. E meritano la nostra solidarietà. r.cascioli labussolaquotidiana

Per Radio Radicale i soldi ci sono sempre

Mercoledì, 28 Dicembre 2011

Iniziamo, con i nomi di Mario Baccini, Laura Bianconi, Luigi Bobba, Pierluigi Castagnetti, Renato Farina, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Maria Pia Garavaglia, Gero Grassi, Franco Marini, Savino Pezzotta, Eugenia Roccella, Gianfranco Rotondi. Vi chiederete perché questi nomi. Sono alcuni parlamentari cattolici – solo alcuni, l’elenco completo dei 568 deputati e senatori è disponibile sul sito di Radio Radicale – firmatari dell’appello che in questi mesi i radicali hanno fatto circolare al fine di ottenere la proroga della convenzione con lo Stato, decisa con la legge 28 ottobre 1994 n. 602, approvata con la legge 11 luglio 1998, n. 224, rinnovata nel 2001, 2004 – Governo Berlusconi – 2006  – Governo Prodi – 2009 Governo Berlusconi – ogni volta all’interno delle norme della legge finanziaria. L’ultimo importo della convenzione prevedeva 9,9 milioni di euro l’anno per tre anni, fino al 31 dicembre 2011. Per il 2012, i radicali avevano già ottenuto tre milioni di euro dal “ddl stabilità” – l’ultimo atto del Governo Berlusconi – approvato nello scorso mese di novembre. Per il resto, ci avrebbe pensato il nuovo Governo, fu detto.Così, Pannella aveva minacciato il 22 dicembre: “Domani si deciderà non dell’avvenire di Radio radicale, ma del servizio esclusivo che essa ha svolto gratuitamente per lustri, riuscendo a far conoscere, in un regime partitocratico che lo stava impedendo in modo assoluto, i dibattiti parlamentari e la realtà del Parlamento. La convenzione è stata sempre confermata. Adesso ci giunge notizia che pare che il governo dei tecnici stia per subire e far propria una scelta clamorosa. Adesso (non mi frega chi, forse la ragioneria dello Stato) dice che c’é un problema di soldi. Presidente della Repubblica, mi dispiace, ma questa classe dirigente aggrava ogni giorno di più il carattere letteralmente criminale della Repubblica italiana, che ha il sapore di radici fasciste e nazicomuniste. Stiamo attenti. Forse per qualcuno è bene che Radio Radicale non disturbi il monopolio di continuità fascista, comunista, anticostituzionale che è dominante nel nostro Paese. Ma mi auguro che in queste ore ci sia un soprassalto di decenza”.In effetti, sono stati attenti e la decenza, quella che chiedeva Pannella, c’è stata. Il nuovo Governo – quello dei tecnici, dei banchieri, dei professori della Cattolica, del Presidente della Comunità di Sant’Egidio, dei cattolici riuniti a Todi e del Presidente della Repubblica – ci ha pensato. E bene.Il decreto Milleproroghe, approvato dal Consiglio dei Ministri il 23 dicembre, ha previsto il rinnovo della Convenzione tra il Ministero dello Sviluppo Economico e il Centro di Produzione S.p.A., proprietaria di Radio Radicale, autorizzando la spesa di sette milioni di euro per l’anno 2012, che sarà coperta da una “riduzione dell’autorizzazione di spesa” degli stanziamenti previsti nella legge del 25 febbraio del 1987 N. 67, che rinnova la legge 416 sull’editoria. Meno soldi ai giornali, più soldi a Radio Radicale.Sette milioni di euro più i tre ottenuti a inizio dicembre, fanno dieci. Per un solo anno. Più i quattro milioni di euro che Radio Radicale incassa ogni anno in base alla legge sull’editoria, in quanto organo della Lista Pannella. Quattordici milioni di euro, circa ventotto miliardi di vecchie lire. Sempre per un anno. Uno spreco che definire inutile è poco, nonostante la legge 11 luglio 1998, n. 224 dica che la convenzione è solo “provvisoria”, perché il servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari deve essere concesso alla Rai attraverso una rete radiofonica (in aggiunta alle tre esercitate in base all’atto di concessione) riservata esclusivamente a tale scopo. E la Rai, dal canto suo, ha iniziato la trasmissione delle sedute parlamentari attraverso Gr parlamento, così come le sedute parlamentari vengono trasmesse costantemente sui canali satellitari.Radio Radicale, quindi, svolgerà ancora un servizio che questo Stato ritiene pubblico e essenziale: trasmettere le sedute di Camera e Senato e le commissioni parlamentari, per un tempo prefissato nella convenzione della sua programmazione giornaliera.Ci inchiniamo davanti a questa scelta così lungimirante. Siamo davvero grati a questo Governo di non aver operato nessuna discontinuità rispetto al passato. Non dubitavamo, peraltro, che sarebbe andata a finire in questo modo, considerata la forza dirompente dei poteri trasversali che continueranno a consentire a Pannella e ai radicali, con il denaro di provenienza pubblica – nel tempo che intercorre tra la trasmissione di una seduta parlamentare e l’altra – d’infangare la Chiesa Cattolica con l’accusa di simonia, come la chiamano. Simonia, dal vocabolario Treccani, è definita “compravendita di cose sacre di natura spirituale (cioè sacramenti, indulgenze, consacrazione, ecc.) o anche di cose temporali che abbiano acquisito carattere sacro”. Resta anche tutto il tempo che serve per consolidare la distruzione dell’istituto familiare e il sacramento del matrimonio; chiedere allo Stato del Vaticano d’istituire una commissione d’inchiesta sulla questione della pedofilia all’interno della Chiesa; esaltare l’eutanasia e il suicidio assistito, in base al primato della libertà assoluta e del principio di autodeterminazione; far intendere che la verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi la si deve cercare all’interno delle mura vaticane; sostenere la necessità del matrimonio tra coppie dello stesso sesso, certamente in grado di educare e far crescere i bambini; invocare, con una operazione mistificatoria, peraltro sollecitata anche dalla massoneria, che anche la Chiesa paghi l’IMU sui suoi immobili e chiedere la revisione delle norme relativa all’otto per mille a favore della Chiesa; condurre le loro iniziative sulla procreazione assistita; definire un “grumo di cellule” la vita nascente; auspicare il “rientro dolce” dell’umanità, minacciata da una bomba demografica che non esiste; negare i principi del diritto naturale, i soli che possono salvare l’essere umano, così come l’abbiamo conosciuto da millenni a questa parte, da una modernità che lo sta mutando dal punto di vista antropologico; ascoltare cose analoghe a questa, ad esempio: “Nei giorni del Conclave andavo in piazza San Pietro con un cartello che invocava Giovanni XXIV o Francesco I. Ci hanno dato Ratzinger e ho sperato che il carisma lo trasformasse. Non è accaduto. Il Papa è espressione massima di un blocco di potere mai così forte. Ma è, al contrario, pressoché nulla la forza spirituale, etica, morale dell’attuale potere Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche anche presso il popolo dei fedeli, dei credenti, dei religiosi, delle altre comunità cristiane. Si rovescia ovunque uno tsunami di immenso potere, immagini faraonico-holliwoodiane, con scenografie che richiamano in modo preoccupante le immense manifestazioni popolari di tutti i regimi autoritari e totalitari. Dietro tutto questo si punta a conquistare e usare con violenza il ‘braccio mondano’ degli Stati, quelli democratici e di diritto, considerati come i veri, attuali nemici da piegare e sottomettere” (Marco Pannella, al Corriere della Sera, 26 giugno 2005).Questo giornale ha documentato in questi mesi la vicenda della convenzione tra lo Stato e Radio Radicale, che oggi viene rinnovata ancora per un anno. L’ha fatto per una ragione di giustizia e perché non intendiamo piegarci ai ricatti di Pannella e soci. Non così evidentemente i parlamentari cattolici (ma anche giornalisti) che hanno sostenuto le ragioni dei radicali con il pretesto della difesa della libertà di stampa. Pura ipocrisia: abbiamo dimostrato più volte che il finanziamento di Radio radicale non c’entra nulla con la libertà di stampa, è solo una distorsione di fondi pubblici – le nostre tasse – a favore di un gruppo che non esita a ricorrere al ricatto pur di ottenere i propri scopi.In realtà dietro il pretesto della libertà di stampa c’è solo la paura del potere ricattatorio di Pannella e dei radicali. Chissà cosa hanno da nascondere…d.quinto labussolaquotidiana

Preti pedofili, in Olanda nella … media

Giovedì, 22 Dicembre 2011

Sono circolate negli ultimi giorni molte notizie di stampa sul rapporto della Commissione d’inchiesta sugli abusi di minori affidati alle responsabilità di istituzioni e parrocchie cattoliche in Olanda, pubblicato la settimana scorsa. Palesemente, molti di coloro che ne parlano non hanno letto il rapporto. Se n’è lamentata in Olanda la stessa Commissione. Che cosa è veramente successo? A fronte di campagne di stampa, nel 2010 la Conferenza episcopale olandese e la Conferenza dei religiosi olandesi hanno creato una Commissione d’inchiesta indipendente composta da docenti universitari cattolici – alcuni dei quali piuttosto «progressisti» – e non cattolici, incaricandola di raccogliere e analizzare dati nell’arco di tempo che va dal 1945 al 2010. Questa Commissione ha ora reso il suo rapporto. Nel presentare i dati quantitativi, la Commissione precisa che riguardano abusi su minori di 18 anni e che non ha neppure tentato di disaggregare i numeri relativi ai casi di vera e propria pedofilia – cioè di abusi su minori prepuberi – che sono peraltro certamente minoritari rispetto al totale. Fa pure notare che le cifre riguardano accusati e non colpevoli: è statisticamente verosimile che una percentuale degli accusati sia innocente, e i condannati da tribunali civili ed ecclesiastici sono molto pochi. Infine, è sbagliato riferire queste cifre a «preti che abusano», dal momento che comprendono tutti i dipendenti di parrocchie, scuole e istituti religiosi, molti dei quali sono laici. Utilizzando il metodo che era stato adottato negli Stati Uniti nei tre famosi rapporti del John Jay College, cioè scavando negli archivi dello Stato e della Chiesa, la Commissione è arrivata a un totale di 1.795 accuse di abuso su minori in un contesto cattolico nei sessantacinque anni esaminati: 27 accuse all’anno, che è una cifra percentualmente coerente con quelle statunitensi. La Commissione però ha seguito anche un altro metodo, spedendo 34.000 questionari a cittadini olandesi maggiori di quarant’anni. Con un’elaborazione matematica di questi dati ha concluso che i casi di abusi da parte di personale cattolico nei 65 anni dal 1945 al 2010 potrebbero essere molti di più di quelli che hanno dato luogo a specifiche accuse, e sarebbero tra i diecimila e i ventimila, con circa 800 «responsabili» – non tutti preti -, 105 dei quali sarebbero ancora vivi. Naturalmente la Commissione si rende conto, e lo scrive, che un’indagine condotta mediante questionari sui ricordi degli olandesi produce risultati incerti e da valutare con molta cautela, «perché parliamo di un periodo di 65 anni, perché la memoria umana è fallibile e perché le opinioni su che cosa costituisca un abuso sessuale divergono». Non c’è neppure bisogno di dire che tutte queste cautele sono sparite nei resoconti giornalistici sul rapporto. Così come è sparito un altro elemento essenziale. In coerenza con tutta la letteratura sociologica internazionale anche la ricerca olandese – con tutti i suoi problemi metodologici, francamente ammessi – conferma che, mentre è diffusa l’idea «che l’abuso sessuale si verifichi in modo significativamente più frequente nella Chiesa Cattolica che in altri contesti analoghi (istituzioni non cattoliche), questo non è affatto vero sulla base della nostra indagine». Gli abusi di minori sono da anni una piaga più diffusa in Olanda che altrove, e il rapporto ci ricorda che nel Paese dei tulipani «ogni anno più di centomila bambini sono vittima di abusi: mentali, fisici ma anche – come i dati della nostra ricerca hanno mostrato – sessuali». Le istituzioni cattoliche in Olanda non sono un ambiente più pericoloso di altri per i bambini. Quali sono le cause di questi abusi? Il rapporto distingue fra cause che riguardano la società olandese in generale – caratterizzata da impulsi libertari che talora hanno giustificato ogni forma di sperimentazione sessuale, pedofilia compresa – e cause interne alla Chiesa Cattolica. Fra queste dà rilievo a una pessima selezione e formazione dei candidati al sacerdozio, specialmente negli anni 1960 e 1970. Nonostante gli ammonimenti romani, candidati con evidenti problemi psicologici e sessuali erano sistematicamente ordinati, anche perché i centri psichiatrici incaricati dalle diocesi di valutazioni indipendenti dei seminaristi a loro volta spesso condividevano idee libertarie in tema di sessualità. Rimaneva anche in vigore una pratica di reclutamento di seminaristi molto giovani e non in grado di comprendere che cosa implica il celibato. Peggio, dopo il Vaticano II alcuni vescovi olandesi ordinavano candidati che non intendevano vivere il celibato, assicurando loro che presto Roma avrebbe ceduto e avrebbero potuto tranquillamente sposarsi. Sul celibato, precisamente, il rapporto cerca un difficile equilibrio fra dati statistici e opinioni «progressiste» favorevoli al matrimonio dei sacerdoti diffuse – e se ne dà atto – nella Chiesa olandese e tra gli stessi membri della Commissione. Afferma così che sul piano sociologico «non ci sono prove» di un’influenza del celibato sugli abusi, precisamente perché gli abusi sono percentualmente maggiori in ambienti non cattolici e non celibatari. Ma scrive pure che, interpellando oltre ai sociologi anche alcuni psicologi, la Commissione ha raccolto e fa sua l’opinione secondo cui «non è inconcepibile» che un modo immaturo di vivere il celibato porti alcuni sacerdoti agli abusi. Di particolare interesse è la parte sulle reazioni dei vescovi olandesi, che distingue tre diversi periodi: un tentativo di reprimere gli abusi, pur non comprendendo totalmente il problema, negli anni 1950; una cultura del silenzio e una gravissima negligenza dagli anni 1960 agli anni 1990; e una nuova severità, recependo le direttive vaticane, negli anni 2000. Il rapporto indulge a un po’ di retorica liberal sul carattere chiuso e patriarcale della Chiesa-istituzione, ma è difficile non notare come le peggiori negligenze di vescovi e superiori religiosi si siano verificate in coincidenza con l’egemonia in Olanda di una teologia progressista che minava in particolare i fondamenti tradizionali della morale. Con qualche concessione talora eccessiva al linguaggio di quella stessa teologia, e con i problemi metodologici che ho fatto notare, il rapporto dipinge un quadro sostanzialmente realistico. «L’incidenza di abusi sessuali di minori nella Chiesa Cattolica olandese nel periodo 1945-2010 è relativamente piccola in termini percentuali, ma è un serio problema in numeri assoluti». Nella Chiesa Cattolica olandese non ci sono stati in percentuale più abusi che nelle altre istituzioni olandesi in contatto regolare con minori, e solo una percentuale infima del clero è stata coinvolta. Tuttavia questi casi in numeri assoluti sono sempre troppi, chiamano in causa la cattiva gestione dei seminari e delle diocesi e un clima di diffusa contestazione della teologia morale cattolica. E giustificano le severissime parole del Papa su episodi vergognosi che disonorano tutta la Chiesa. m. introvigne labussolaquotidiana

Giove, la stella dei Magi

Sabato, 17 Dicembre 2011

Uno dei dettagli più indagati dei Vangeli riguarda l’astro di cui scrive san Matteo. Abbiamo già raccolto elementi comprovanti che l’eclisse di Luna che Giuseppe Flavio associa alla morte di Erode, successiva alla nascita di Gesù, non è quella del 4 a.C. bensì la seconda di quelle del 1 a.C.  L’astronomia oltre alle eclissi lunari ci fornisce altri indizi. La stella che i Magi vedono apparire nel cielo d’oriente e che li spinge a partire alla volta della Palestina non è affatto mitologica.Il vocabolo greco usato nel Vangelo è astron e intende in generale una stella o un fenomeno della volta celeste. Studiosi di ogni epoca hanno formulato ipotesi di quale fosse questo evento.Le principali sono:1- una cometa: una famosa solcò il cielo intorno al 12 a.C., ipotesi troppo lontana dal tempo presunto di data di nascita di Gesù, ma che incise profondamente sull’iconografia; se nelle raffigurazioni della prima età cristiana prevaleva l’immagine della stella, dal Medioevo prevalse quella della cometa: tra i primi a raffigurarla fu Giotto, impressionato al suo tempo dalla vista di quella di Halley.2- una supernova: si verifica quando una stella giunge agli ultimi momenti della sua vita ed emanando una fortissima luce può rischiarare fino a sembrare, temporaneamente, un secondo sole. Secondo le antiche cronache cinesi delle Ventiquattro storie, una supernova brillò nel cielo intorno al 5 a.C., una data vicina a quella della nascita di Gesù e potrebbe essere stata visibile in tutto il Medioriente. Ipotesi suggestiva, ma il Vangelo parla di un astro che «sorse a oriente e precedeva i Magi guidandoli lungo il cammino», quindi con una durata e un movimento incompatibili con un lungo viaggio.3- una tripla congiunzione planetaria potrebbe essere il fenomeno definito da Matteo come stella: una molto spettacolare si è verificata nel 7 a.C. (la congiunzione è definita tale quando per tre volte in un anno i pianeti interessati sono vicini). Tanto per rendere l’idea, quando in cielo c’è la distanza di un grado, vuol dire che l’osservatore vede due stelle lontane un diametro di Luna (e non è poco). Per parlare di congiunzioni e addirittura sovrapposizioni (con un potenziale “effetto-cometa”) bisogna essere nell’ordine di distanze non superiori al decimo di grado. Il fenomeno dura poco tempo, ma può ripetersi ed essere calcolato e previsto. Vittorio Messori ha riportato nel suo celebre Ipotesi su Gesù che, secondo antichi documenti astronomici babilonesi facenti parte dell’Almanacco di Sippar, tale congiunzione si verificò tra i pianeti Giove e Saturno nel 7 a.C.: i due pianeti erano visibili dopo il tramonto e il loro allineamento molto spettacolare per la forte illuminazione del cielo (fenomeno che si verifica ogni 800 anni circa, e che fu visto anche da Giovanni Keplero a Praga nel 1603). Verso la fine del 7 a.C. tale congiunzione coinvolse anche Marte e si concluse nei primi mesi del 6 a.C.La terza ipotesi appare la più confacente, ma la data del 7-6 a.C. non esaurisce le sue possibilità di essere accreditata. Infatti ci fu una serie di congiunzioni planetarie che si verificarono tra il 3 ed il 2 a.C. (verificabili ancor oggi con un qualsiasi software astronomico, disponibile persino su internet):a) la congiunzione di Giove e Venere il 12 agosto del 3 a.C;b) il 14 settembre Giove si congiunse con Regolo;c) la cosa si riverificò il 17 febbraio del 2 a.C.;d) la spettacolare congiunzione del 17 giugno 2 a.C. tra Giove e Venere nella costellazione del Leone;e) il 27 agosto del 2 a.C. addirittura Giove, Venere, Marte e Mercurio si congiunsero nella costellazione del Leone;f) dal 12 agosto del 3 a.C. Giove è sempre presente: è il pianeta dei re, è molto visibile: ebbene, (scherzi dell’astronomia?), proprio attorno al 25 dicembre del 2 a.C. Giove inverte il proprio moto rispetto alle stelle fisse più vicine, in pratica “fermandosi” in cielo. Per un astronomo sono tra le più appariscenti degli ultimi tremila anni: le congiunzioni planetarie hanno la caratteristica di un movimento apparente particolare nella volta celeste, per effetto del corso dei pianeti distinto rispetto al moto delle stelle fisse. Ci torneremo più in dettaglio.Erode e i Magi potrebbero essersi incontrati a fine dicembre. Successivamente Giuseppe avrebbe portato la sua famiglia in Egitto, mentre Erode, già nel 1 a.C., scatenava l’eccidio dei bambini fino a due anni, giacché era trascorso ancora qualche mese e proprio perché i Magi dovevano avergli dettagliatamente raccontato delle congiunzioni astrali da loro osservate nel 3 e nel 2 a.C.. Erode morì poco dopo, tra un’eclisse di luna e la pasqua successiva, come descritto da Giuseppe Flavio.  Le ipotesi relative alla data di nascita di Gesù possono essere svariate, ma non così misteriose da non essere verificabili tanto da scartare le inverosimili e individuare quella certa. L’enigma continua a tormentare gli studiosi e gli uomini di ogni epoca in cerca della Verità, simboleggiati dai Magi, pellegrini di una Verità che li chiama a verificare il proprio sapere razionale pur non avendo ancora conoscenza della realtà che li muove. Questa Verità ci sfugge dalle mani e ci obbliga a riflettere sul significato stesso della nostra esistenza e su come sia possibile che Dio si sia fatto carne e sia venuto a stare in mezzo a noi, condividendo i dolori dell’umana esistenza. L’ha fatto, spiegherà poi Gesù, per salvare con il Suo sacrificio un’umanità perduta; si è manifestato nelle vesti di un bambino. Dio si è manifestato in silenzio; tale, per chi ci crede è la Sua grandezza. Impariamo dai Magi che dicono di essere venuti ad adorarlo.Adesso abbiamo una traccia misteriosa per l’avvento di Dio nella storia. Per capirne meglio tutta la sensatezza, riprendo più diffusamente la quarta e ultima delle ipotesi astronomiche avanzate. I più curiosi possono verificare la descrizione che segue ricorrendo in Internet al planetario virtuale di Skyglobe.Agosto del 3 a.C: il mattino presto nel cielo della Persia è possibile osservare Giove e Venere brillare allineati a Regolo. Giove simboleggia il re, mentre una stella fissa, Regolo, il piccolo re, è anche una delle stelle più luminose, nella costellazione del Leone, ancora simbolo di regalità e simbolo di Israele. Il mattino del 12 agosto i due pianeti si “congiungono” (a ¼ di grado, meno di mezza Luna), a oriente.Tra il 6 e il 9 settembre, a sera, Venere si congiunge a Mercurio (il messaggero degli dèi), mentre il 14 settembre Giove si congiunge a Regolo. I pianeti e la stella regale appaiono uniti, ben visibili alla competenza degli astronomi di quei tempi. Giove continua il suo movimento verso est nella costellazione del Leone ancora per qualche giorno, poi “si ferma” e comincia muoversi in direzione opposta (questo movimento è dovuto alla Terra, che muovendosi più velocemente di Giove attorno al Sole crea un effetto sorpasso). Il movimento retroverso di Giove riporta questo pianeta (allora considerato stella) a tornare presso Regolo il 17 febbraio del 2 a.C. (sera), per poi proseguire verso ovest, fermarsi e poi riprendere il movimento verso est, ritrovando Regolo il giorno 8 maggio (date espresse nel calendario giuliano).Difficilmente degli astronomi, per di più con qualche convinzione messianica, avrebbero trascurato simbologie così portentose del cielo, che suggerivano una nascita, un re e la terra di Giuda, dal momento che lo sfondo di questi fatti era la costellazione del Leone. Inoltre, durante questi mesi, la costellazione del Leone, in cui c’è Giove, è visibile in un movimento apparente verso ovest, finchè, a giugno, la scena è a ovest dopo il tramonto, in direzione della Palestina per chi abitava in Persia. Per chi scruta il cielo e conosce qualche sacro testo, il messaggio è quello di un re e un popolo, la tribù di Giuda.Il 17 giugno del 2 a.C. Venere e Giove, guardando a ovest dalla Persia, sono nuovamente tecnicamente congiunti. Sono ad uno straordinario 1/50° di grado, sembrano fusi in una evidente formazione luminosa. Regolo viene sovente occultato dalla Luna e, più raramente, anche dai pianeti. In effetti è una situazione molto particolare e senza precedenti. Avvicinandosi a Giove, Venere si congiunge ricordando agli osservatori quello che avevano già visto meno di un anno prima.Il 27 agosto del 2 a.C. molti pianeti si avvicinarono ancora. Dal 23 settembre Giove entrò nella costellazione della Vergine, sopra alla stella fissa di Zavijava. Per gli eruditi astrologi babilonesi, istruiti alle credenze zoroastriste e non ignari delle profezie ebraiche (dopo la deportazione di Nabucodonosor) furono segnali decisivi. Tutti richiami a una nascente regalità: in Giove poteva essere riconosciuta la stella predetta nello Zend Avesta, una raccolta di testi cultuali e componimenti di Zoroastro in persona (vissuto nel VI secolo a.C. e noto anche al profeta Daniele ai tempi della deportazione degli ebrei a Babilonia). Zend Avesta fa anche riferimento a una vergine e i Magi non dovevano essere ignari né della profezia delle settanta settimane di Daniele (in anni il periodo più o meno tornava), né del messianismo ebraico, considerando anche il passo di Numeri 24, 17 con la profezia di Balaam.Quando per i Magi è tempo di partire per la Giudea, la strada da percorrere è la classica, che risale l’Eufrate per aver acqua e poi scende ad Antiochia o a Damasco, in un percorso già comune ad Abramo e Giacobbe e più recentemente a Esdra (cap.7). In un percorso che non possiamo certo pensare in linea d’aria, significa sorbirsi a dorso di cammello dai 1200 ai 1400 chilometri di carovana. Esdra (come si può leggere nel libro omonimo) impiegò quattro mesi, movendosi però in massa. Il viaggio di un manipolo di uomini ben organizzati e spinti dall’urgenza, possiamo ben immaginarlo molto più breve.Tenendoci aperte tutte le possibilità, la partenza può aver avuto luogo in un arco di tempo da fine settembre (quando Giove fu nella costellazione della Vergine, e dopo aver studiato, dibattuto ed organizzato il viaggio), a fine novembre (immediatamente a ridosso della nascita di Gesù). I Magi potrebbero benissimo essersi mossi anche dopo la nascita di Gesù: dieci ore al giorno di cammino, a tappe forzate, in tardo autunno/inizio inverno, disponendo di mezzi di prim’ordine (erano re) e forse di uomini al servizio, avrebbero permesso di percorrere in un mese fino a 1500 km, distanza sufficiente a raggiungere la meta prefissata partendo dalla Mesopotamia.Giove fu la stella che essi osservarono dalla fine dell’estate, nei loro Paesi d’origine, fino a Gerusalemme e Betlemme. Il pianeta del Re stette sempre davanti a loro guardando verso la Giudea. Per sei settimane salì nella volta celeste, il 6 novembre toccò Zaniah, a metà novembre arrivò allo zenit e muoveva ancora verso ovest. Giove era adesso tra due stelle fisse, Zaniah e Porrima, preziosi punti di riferimento astrale. Giove poi avanzò lentamente verso Porrima fino al 18 dicembre, poi si fermò qualche giorno prima di tornare indietro verso Zaniah. I Magi videro “fermarsi” Giove (rispetto ai 2 punti fissi del firmamento costituito dalle 2 stelle della costellazione della Vergine), nel punto più occidentale tra il 20 e il 30 dicembre del 2 a.C.: stava nel meridiano a sud di Gerusalemme, apparendo così sopra Betlemme, a 65° sopra l’orizzonte meridionale.La “fermata” della stella coincise con gli stessi giorni del solstizio d’inverno, il giorno in cui la luce torna a prevalere sulle tenebre. Il bambino era già nato da alcuni giorni, probabilmente quando gli ebrei celebravano la loro festa della luce, hanukkah (quell’anno tra il 20 e il 27-28 novembre, cioè tra il 25 di kislev e il 2 o il 3 di tevet).Abbiamo così l’anno (il 2 a.C.), la stagione (fine autunno/inizio inverno), la stella (Giove), la festa (hanukkah), la data degli eventi: fine novembre/fine dicembre. Sono logici tutti i riferimenti (vicenda di Zaccaria, Erode vivo, primo censimento di Quirinio, nascita degli agnelli e pastori a vegliere di notte, tempo di viaggio dei Magi, tragica scelta di Erode di uccidere i bambini fino a due anni di età). San Matteo e San Luca sono credibili, verosimili, coerenti tra loro. Non così i critici faciloni nel biasimarli…r.sangalli labussolaquotidiana

 

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana