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Ora vogliono sdoganare la pedofilia

Martedì, 5 Febbraio 2013

Finalmente ci siamo. Parliamo dell’uscita della nuova edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) il manuale diagnostico più famoso del mondo, prevista per il maggio 2013.

La “bibbia” della psichiatria mondiale, considerata ecumenicamente un libro sacro anche per gli psicologi. Una “bibbia” che, a differenza di quella con la lettera maiuscola, non può essere soggetta al metodo storico-critico ma va interpretata letteralmente. Una “bibbia” che ha il potere di creare la realtà: un disturbo psichiatrico non esiste se non c’è nel DSM (“Non c’è nel DSM, quindi non è una malattia!”). Non importa se c’è il sospetto che alla base delle sue categorie diagnostiche ci sia l’industria farmaceutica statunitense (fate una ricerca su internet usando come parole chiave “big pharma” e “DSM”…) e non un serio lavoro scientifico. Non importa nemmeno se un manuale scientifico rinuncia all’oggettività per rifugiarsi nella “politicamente corretta” soggettività: fin dalla terza edizione, infatti, il DSM utilizza il termine “disease” (disturbo) al posto di “illness” (malattia).

Ciò che importa è solo ciò che dice questa “bibbia”, non il perché o su che basi: se è scritto nel DSM è vero, punto e basta. Credo quindi che i lettori della Bussola saranno costretti a rivedere le loro opinioni sulla pedofilia, perché la nuova edizione del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association avrà trai suoi principali cambiamenti quello riguardante la pedofilia.

Proprio così. Per ora si sa solo che la pedofilia sarà ribattezzata in “disturbo pedofilo” (“Pedophilic Disorder”), ma sarebbe molto strano annunciare un cambiamento su un tema così scottante se questo cambiamento riguardasse solo il nome. I precedenti fanno purtroppo temere il peggio.
Già nel DSM IV (pubblicato nel 1994) la voce “pedofilia” fu modificata: rispetto alla definizione precedente, la pedofilia poteva essere diagnosticata solo se “Le fantasia, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento” (ovviamente del pedofilo, non del bambino). Insomma, la pedofilia (come l’omosessualità nel DSM III) veniva considerata un disturbo se egodistonica (cioè causa disagio al pedofilo); se invece è egosintonica (cioè il pedofilo non ha nessun problema con la sua pedofilia) era considerata clinicamente normale.

Questi criteri diagnostici suscitarono le veementi proteste di numerose associazioni di genitori,così nel DSM IV-TR (la versione attualmente in uso) questo criterio fu modificato come segue: “La persona ha agito sulla base di questi impulsi sessuali o gli impulsi o le fantasia sessuali causano considerevole disagio o difficoltà interpersonali”. Insomma: gli atti pedofili sono un criterio diagnostico rilevante quanto la pedofilia egodistonica. Non è il massimo, ma è comunque qualcosa.
Comunque sia, è da molto tempo che, da Kinsey a Money in avanti, parecchi professionisti della salute mentale tentano disperatamente di cambiare la percezione della pedofilia nella società occidentale.

Nel 2011 alcuni perlamentari canadesi hanno proposto di modificare le leggi contro la pedofilia. Durante il dibattito sono stati chiamati due esperti: il dottor Vernon Quinsey, professore emerito di psicologia presso la Queen’s University e il dottor Hubert Van Gijseghem, ex professore di psicologia presso l’Università di Montreal. Il dottor Van Gijseghem ha sostenuto che “la pedofilia è un orientamento sessuale” paragonabile all’eterosessualità e all’omosessualità. Tutto corretto. Peccato che ormai, con la locuzione “orientamento sessuale” si intende “variante naturale della sessualità umana”. Infatti il dottor Van Gijseghem ha aggiunto che non è possibile modificare questo orientamento e il solo tentativo è una pazzia, come il tentativo di cambiare qualunque altro orientamento sessuale
Prepariamoci a già visti contorsionismi mentali per giustificare la decisione dell’APA: “Anche gli animali lo fanno, quindi è naturale”; “Lo facevano anche gli antichi Greci”; “Kinsey ha dimostrato che è normale”. r.marchesini labussolaquotidiana

 

Bocciare è anti-economico ma educativo

Lunedì, 1 Agosto 2011

Nei giorni scorsi l’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), rielaborando uno studio effettuato nel 2009 nell’ambito del Pisa (Programme for International Student Assessment), ha fornito un rapporto indirizzato ai paesi membri, nel quale ritiene di ravvisare nelle cosiddette “bocciature” un danno economico per i paesi dove la pratica è diffusa e un danno formativo per gli studenti bocciati. Rileva, inoltre, che, sia dal punto di vista educativo,sia da quello economico, altrettanto deleteria è la tendenza a trasferire gli studenti bocciati in altri istituti o in altri corsi di studio: in questo modo si rafforzerebbero discriminazioni sociali poiché nel cambiare scuola vengono penalizzati i bocciati socialmente svantaggiati, costretti a frequentare scuole meno efficaci dal punto di vista della qualificazione finale. Questo è bastato perché su alcuni quotidiani si scrivesse del consiglio, dato dall’Ocse ai docenti, di non bocciare più; di scuole “all’antica” (tra cui , ovviamente quella italiana) e di altre che, invece, stanno abbandonando questo modello obsoleto. In realtà, la questione è vecchia (data almeno dal fatidico ’68), ma gli argomenti contro le bocciature scarseggiano e puzzano di tecnocrazia. Innanzitutto, in Italia le bocciature riguardano il 18% degli studenti (la media Ocse è al 15%) e il nostro paese si colloca al 22° posto tra i paesi Ocse: non si tratta quindi di cifre da capogiro o da terzo mondo. Inoltre, lo stesso rapporto Ocse consiglia l’alternativa dei corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno, con questo ammettendo di fatto che vi siano studenti che, non adeguatamente preparati al termine di un anno scolastico, non meriterebbero la promozione a quello successivo.
Ma, come qualcuno si è già chiesto e come tutti i docenti sanno, se anche il recupero o il sostegno fallissero, perché lo studente proprio non studia, che si fa? Dietro a questo dilemma sta la realtà di una diversa percezione della scuola tra chi la ritiene, data la sua obbligatorietà di fatto e di diritto, un percorso prestabilito con esito certo e certificato (dove, però, si dovrebbe certificare soltanto l’avvenuta frequenza) e chi, invece, vede nella scuola il luogo nel quale si incontrano due volontà, quella di chi vuole imparare e quella di chi vuole insegnare. Nella scuola del primo tipo prevale il conto economico dei costi che gravano sul paese, la rapidità del percorso scolastico e, a ben vedere, una notevole uniformità negli esiti scolastici. Meglio ancora se questi esiti fossero programmabili in termini qualitativi e quantitativi per meglio assecondare le richieste del mercato del lavoro: non stupisce che un organismo come l’Ocse, che si occupa di sviluppo economico, faccia sua questa idea di scuola, insistendo, magari sul fatto che sarebbe bene, una volta iniziata una scuola, andare fino in fondo e nei tempi previsti. Nella scuola del secondo tipo, tutto questo passa in secondo piano; diventa più importante fare in modo che lo studente impari quel che serve per vincere l’ignoranza, scopra che senza fatica non si impara nulla, si senta incoraggiato a dare il meglio di sé e sia guidato a farlo dai suoi docenti fino a conseguire ciò che,con il suo lavoro, si è ripromesso di ottenere. Se questo non avviene, se lo studente non studia, il docente che intrattenga con lui un rapporto che si definisca veramente educativo, dopo aver esperito tutte le cure alternative (recupero e sostegno), non può evitare l’intervento chirurgico della bocciatura. Una cura, quindi, dolorosa, ma non una punizione né un rifiuto. L’obiezione economicistica dei costi che le bocciature produrrebbero per la comunità, in questo tipo di scuola suonerebbe un po’ strana, come se si dicesse che per limitare i costi della sanità bisogna smetterla con gli interventi troppo costosi e puntare tutto sulle cure palliative. Per quanto riguarda la dimensione sociologica del problema, vale a dire il fatto che tra i bocciati siano più numerosi gli studenti di famiglie economicamente svantaggiate, è evidente che per costoro la non bocciatura non è una soluzione: arrivati in fondo a un percorso scolastico nel quale non hanno imparato nulla, si ritroverebbero con il classico pugno di mosche di fronte al mondo del lavoro. Al contrario,è proprio con questi alunni che una scuola del secondo tipo può dare i risultati migliori. Per i docenti una scuola del primo tipo sarebbe una passeggiata, con poche soddisfazioni, quella del secondo tipo un impegno che permetterebbe di collaudare, verificandola, la solidità di una scelta professionale. e.riboldi labussolaquotidiana.it TEMIS: l’atteggiamento dell’OCSE conferma la visione economica della vita che pervade le ns istituzioni. vedi post leozappa su formiche su studiare vale più dei bot

La lobby gay all’assalto dell’ONU

Lunedì, 27 Giugno 2011
tumblr_ln3bpzZNrO1qctyjdo1_1280Alle Nazioni Unite si scalda il dibattito attorno all’identità di genere e un documento, approvato il 17 giugno, segna un passo ulteriore verso il riconoscimento giuridico a livello internazionale delle unioni omosessuali, del cambiamento di sesso, delle adozioni.Si tratta di una «Risoluzione in tema di diritti umani, orientamento sessuale e identità di genere» varata dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Nella testo è contenuta la richiesta di uno studio che «documenti leggi, pratiche discriminatorie e atti di violenza basati su orientamento sessuale e identità di genere». Il documento inoltre stabilisce che i risultati di questo studio debbano essere presentati alla 19esima sessione del Consiglio dei diritti umani, prevista in autunno. Questo di fatto potrebbe costituire la premessa per un’equiparazione a livello giuridico internazionale della famiglia con i nuclei composti da persone dello stesso che poi i singoli Stati membri sarebbero tenuti a recepire.E’ un passo importante per la realizzazione dei cosiddetti “Principi di Yogyakarta”, contenuti in un contestato documento, presentato a Ginevra nel marzo 2007 alle Nazioni Unite da una Commissione internazionale di giuristi e 29 esperti internazionali di diritti umani tra cui Mary Robinson, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 1997 al 2002. Il testo in sostanza propone l’applicazione del diritto internazionale alla luce dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere e punta ad includere le operazioni di modifica del genere e la libera espressione sessuale dei bambini tra i diritti umani riconosciuti. In particolare i “Princìpi di Yogyakarta” analizzano 29 diritti già vincolanti nel diritto internazionale – come il diritto alla vita, all’educazione e alla libertà dalla tortura – reinterpretandoli uno ad uno in chiave omosessuale. Il criterio di fondo è che «la legge internazionale sui diritti umani  impone un’assoluta proibizione di discriminazione riguardo al pieno godimento di tutti i diritti umani», per cui tutti gli Stati sarebbero per legge tenuti a  modificare le loro legislazioni in modo da adottare eventuali nuovi diritti legati al riconoscimento giuridico dei legami omosessuali, al cambiamento di genere, e anche eventualmente anche all’adozione di bambini.Non a caso la risoluzione approvata il 17 giugno – con 23 paesi favorevoli, 3 astenuti e 19 contrari – richiama i principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a Parigi nel 1948, in particolare il secondo articolo: «ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione» ed esprime «grave preoccupazione per gli atti di violenza e discriminazione, in tutte le regioni del mondo, commesse ai danni di individui a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere».Di conseguenza per il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, quella firmata a Ginevra rappresenta «un’occasione storica per mettere in luce le violazioni dei diritti umani subite da lesbiche, gay, bisessuali e transgender in tutto il mondo poiché – ha aggiunto la ex first lady – si tratta di un passo importante verso il riconoscimento dei diritti dell’uomo come diritti universali».Ma questo entusiasmo non è condiviso da molti paesi – soprattutto africani e islamici – che contestano  appunto l’introduzione del concetto di “identità di genere” nei documenti legislativi internazionali. L’Organizzazione della conferenza islamica, che rappresenta 56 paesi del Medio Oriente,  Africa, Asia centrale e Subcontinente indiano, ha espresso preoccupazione sull’inclusione  di «nozioni prive di basi nella legislazione internazionale e negli standard internazionali legali dei diritti umani». Gli fa eco il Bahrein secondo cui «questo è un tentativo di creare nuovi standard e nuovi diritti travisando l’esistenza dei diritti umani standard». Dello stesso avviso anche la Nigeria i cui rappresentanti diplomatici, prima di votare no alla risoluzione, hanno accusato il testo di voler “porre il comportamento degli uomini al di sopra degli strumenti internazionali”.In effetti sdoganare a livello internazionale il concetto di “identità di genere” significa qnato meno avallare quanto sostenuto da alcune correnti di pensiero secondo cui il genere sessuale non sia determinato biologicamente, ma sia invece il frutto di una consapevolezza, di una percezione interiore che puo’ condurre una persona a sentire di appartenere ad un genere differente rispetto, appunto, a quello biologico. Non solo, significherebbe renderlo un precedente importante a livello legislativo e non solo.Convenzionalmente si fa risalire l’introduzione del termine “identità di genere” allo psicoanalista americano Robert Stoller n(1925 -1991), insegnante di psichiatria all’Università della California a San Francisco, che per la prima volta ne parla al Congresso internazionale della psicoanalisi nel 1963 e due anni dopo fonda a Los Angeles la “Clinica per l’Identità di Genere”. Tuttavia le sue teorie, e teorie affini, dalla metà del secolo scorso vengono riproposte e riadattate in diverse salse, anche sull’onda del femminismo e del clima di libertinaggio del sessantotto, da un numero crescente di medici, psicologi e sociologi che aprono la via al relativismo di genere, che però al momento non può contare su un riconoscimento giuridico solido a livello internazionale.Contro questo approccio ideologico è stata appena presentata una ricerca, che a breve sarà consegnata all’Onu,  che riafferma al contrario come il genere sia di fatto fondato unicamente sulla biologia di uomini e donne e che il concetto di “identità di genere” sia contrario alla struttura anatomica e biologica.  Gli autori sono sono Richard Fiztgibbons, psichiatra e direttore dell’Istituto per la terapia di coppia di Filadelfia, Pihilip Sutton, psicoterapeuta che risiede in Michigan e dirige la pubblicazione “Sessualità umana” e Dale O’Leary, autrice di “The gender agenda”. Essi approcciano il problema da una prospettiva medica e biologica secondo cui il genere umano è unicamente una questione di composizione genetica e spiegano che «L’identità sessuale è scritta in ogni cellula del corpo e può essere determinata attraverso il test del Dna. Non può in nessun caso essere cambiata».In particolare lo studio si concentra sulla “psicopatologia della riappropriazione del sesso attraverso la chirurgia” e la definisce categoricamente inappropriata dal momento che propone una soluzione chirurgica ad un disordine psicologico. «Le discordanze sessuali di questi individui e le loro esperienze individuali non derivano dal fatto che sono nati “nel corpo sbagliato” ma sono il frutto di disordini e ferite profonde nonchè di problemi psicologici importanti».La ricerca arriva sul tavolo delle Nazioni Unite dunque in un momento decisamente caldo per il dibattito sull’identità di genere. Il timore, per i non firmatari della risoluzione, è che l’introduzione giuridica di questo termine non sia altro che una porta aperta verso un cambiamento sociale e culturale atto a scardinare i principi della legge naturale che stanno alla base delle costituzioni di molti paesi membri. Un timore su un “non detto”, si potrebbe obiettare, ma di fatto a rendere esplicito l’obiettivo del documento sono le parole con cui la sezione italiana di Arcigay ha accolto lo stesso «La risoluzione – commenta il presidente Paolo Patané – segna un progresso significativo nella lotta per i diritti lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e trans) e pone il Parlamento italiano di fronte ad un bivio. Chiediamo a Parlamento e Governo una accelerazione netta nella piena parificazione dei diritti dei cittadini italiani con il matrimonio gay, la lotta alle discriminazioni sul lavoro e l’estensione della Legge Mancino ai reati di omofobia. Auspichiamo che il Governo prenda immediatamente atto della risoluzione ONU e ritiri le pregiudiziali che vorrebbero affossare la Legge contro l’omofobia». r.frullone labussolaquotidiana

Dignità ai vecchi mestieri

Venerdì, 22 Aprile 2011

tumblr_ljib4ju20t1qc61zuo1_500“Così ridiamo dignità ai mestieri”: è il titolo di una breve ma stuzzicante intervista a Paola Mastrocola, apparsa il 12 aprile su un quotidiano nazionale (il Giornale, 12 aprile 2011). Le lapidarie risposte della professoressa/scrittrice, a commento dei dati presentati proprio in questi giorni dal Rapporto sulla Sussidiarietà 2010, come spesso accade colpiscono nel segno, acute e provocatorie.Difficile tacere, del resto, di fronte a numeri così significativi. Sì, perché il Rapporto ci dice che il 38% degli studenti considera la scuola “un luogo dove non si ha voglia di andare”; e poi perché ci dice che in Italia il 30% circa degli iscritti alla prima superiore non riesce a terminare gli studi, mentre tra coloro che permangono nel sistema di istruzione i tassi di assenza scolastica sono in costante crescita; e come dimenticare, infine, i ”famosi” neet (not in education, emplyoment or training), quel 29% di giovani tra i 15 e i 29 anni che è disoccupato o volutamente inoccupato? Una sistema scolastico in profonda crisi, insomma, le cui cause, secondo la brava scrittrice,  sono attribuibili ad “alcune scelte disastrose” fatte dalla sua/nostra generazione e da “luoghi comuni che ci opprimono da 40 anni”. Sotto accusa, in particolare, la scolarizzazione forzata e la liceizzazione eccessiva del nostro sistema di istruzione, frutti di “uno sbagliato schematismo culturale in base al quale sembra quasi che il figlio di un professionista debba vergognarsi di seguire un istituto tecnico”. Per la Mastrocola, dunque, sarebbe necessario rivalutare i mestieri, e “se il figlio di un avvocato volesse studiare per diventare un intarsiatore del legno, dovrebbe poterlo fare senza sensi di colpa né da parte sua né della famiglia”; una operazione di rivalutazione che dovrebbe giungere fino al punto di istituire facoltà per consentire, a chi sceglie lavori artigianali di formarsi a livello universitario, così come avviene in altri paesi europei.Mi è capitato, un po’ di tempo fa, di aver bisogno di un falegname per rinnovare le persiane della mia casa, così mi sono rivolto ad una ditta di decoratori consigliatami da un amico. All’appuntamento prefissato si presenta un giovane che, dopo qualche istante di incertezza, riconosco come un mio ex alunno, ritiratosi qualche anno prima dalla frequenza scolastica, a metà della prima superiore. Mi racconta, così, di avere lasciato la scuola perché “proprio non ce la facevo, prof, non era roba per me…” e di aver poi frequentato un corso di formazione professionale in falegnameria. Assunto quasi subito, aveva dovuto fare –giustamente- un po’ di gavetta, però era soddisfatto: “Mi piace, prof, sono contento. Ho trovato la mia strada!”
E non mentiva: guardandolo lavorare, facendogli domande sugli smalti e sulla lavorazione del legno, mi sono reso conto che davvero ne sapeva, aveva passione e gusto per quel che faceva, e non ho potuto fare a meno di pensare ai miei tanti studenti demotivati, tristi o arrabbiati che quotidianamente incontravo a scuola…Già, bisognerebbe ridare dignità ai mestieri. I dati del Rapporto sulla Sussidiarietà 2010 ci confermano, del resto, che il 74% di quelli che hanno frequentato un CFP (privato o appartenente al mondo no-profit) è contento di quello che ha fatto, e questa dunque sembra essere una strada privilegiata che può e deve essere sostenuta per raggiungere un simile obiettivo.
Ma da una traguardo così arduo ci separa ancora, purtroppo, un enorme gap culturale, tipico di un’Italia che non ha completamente smaltito le tossine di una “certa” ideologia, quella che ha identificato nel lavoro perlopiù una condizione negativa, fonte permanente di disuguaglianze sociale, conflitti e sfruttamento, anziché uno strumento di realizzazione della persona e del bene comune. Siamo impantanati nell’idea –così poco cristiana- che “il lavoro non nobilita l’uomo”, mentre sarebbe necessaria una rivoluzione culturale che ci portasse a riconoscere non tanto che “il lavoro nobilita l’uomo”, quanto che “è l’uomo a nobilitare il lavoro”, poiché la persona non vale per ciò che produce o per il gradino che occupa nella scala sociale, ma semplicemente perché esiste.Per questo è auspicabile, come ha scritto la Mastrocola, che i giovani possano “scegliere loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e familiare”; ma, ancor più e ancor prima (perché diversamente la scelta non avrebbe modo di esercitarsi concretamente) sono auspicabili tutti quegli interventi che incrementano i meccanismi di flessibilità e la gamma delle opzioni educative/formative, in un sistema di reale libertà di scelta.Nell’istruzione, come nel lavoro, ognuno ha la sua strada e ogni strada è degna, perché degno è l’uomo. Liberiamo il passaggio, è la vera carta vincente del futuro. m.lepore labussolaquotidiana

La sfida della Pasqua all’ateismo moderno (by Introvigne)

Giovedì, 21 Aprile 2011

Quest’anno Pasqua cade un mese dopo l’iniziativa parigina del «Cortile dei gentili», promossa dal Pontificio Consiglio per la Cultura del cardinale Gianfranco Ravasi e cui il Papa si è rivolto con un videomessaggio, che abbiamo a suo tempo commentato su La Bussola Quotidiana. A Pasqua la contrapposizione fra credenti e atei emerge in modo particolarmente evidente: «Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni», ricordava Benedetto XVI ai giovani di Roma rispondendo alle loro domande il 6 aprile 2006. E nel libro Gesù di Nazaret. Seconda parte il Papa critica chi cerca le stesse improbabili terze vie a proposito della Resurrezione. Gesù o è risorto o non è risorto. Anche qui «ci sono solo due opzioni». «Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale». «La fede cristiana – si legge nel libro di Benedetto XVI – sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, […] ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita».E tuttavia il giorno di Pasqua, per tradizione, si vedono nelle chiese anche alcuni di coloro che rientrano nella vasta e sfuggente categoria degli «atei», su cui il Cortile dei gentili ha voluto interrogarsi. Ma chi sono gli atei oggi? Se per avventura a Pasqua entrano in chiesa, che cosa possiamo dire per indurli a ripensare la loro non credenza? Anzitutto, secondo la distinzione proposta a Parigi dal cardinale Ravasi, ci sono tre diversi tipi di atei. Esiste l’ateismo filosofico tradizionale, fondato sulle ideologie del XIX e XX secolo, che è sempre più un fenomeno circoscritto a pochi intellettuali. In secondo luogo, «esiste un ateismo ironico e sarcastico» legato a nomi come lo scrittore ed ex-professore di filosofia negli istituti tecnici Michel Onfray in Francia, il divulgatore scientifico Richard Dawkins – quello degli «autobus atei» – in Gran Bretagna e il matematico Piergiorgio Odifreddi in Italia. Sono quelli che il cardinale Ravasi ha chiamato «atei minori», «‘mino­ri’ da un punto di vista intellettuale, ma ‘maggiori’ in termini di diffusio­ne» giornalistica e televisiva. In terzo luogo, secondo il cardinale, c’è «il campo dell’indif­ferenza, a mio avviso più grave e im­portante. Interrogarsi sulle domande dei laici […] per gli indifferenti rappresenta l’ul­timo dei problemi». Il terzo tipo di ateismo, l’indifferenza, è insieme il meno studiato e il più diffuso.È evidente che, da un certo punto di vista, alle tre categorie di atei si dovrebbe parlare in modo parzialmente diverso. E tuttavia c’è un filo comune. Sul punto ha svolto al Cortile dei gentili di Parigi considerazioni molto interessanti il filosofo francese Fabrice Hadjadi, di origine ebraica e con un passato maoista, convertito al cattolicesimo nel 1998. Hadjadi ha notato anzitutto che «l’uomo è un animale che si stupisce per il solo fatto di esistere». Non possiamo dire che siamo solo «delle scimmie più evolute», perché nessuna scimmia porta in sé questo stupore e dal punto di vista evolutivo lo stupore rappresenta piuttosto uno svantaggio: «Invece di vivere in santa pace seguendo il suo istinto l’uomo cerca un senso». E tuttavia «essere uomo è anzitutto questo: non solo vivere, ma porsi la domanda sulle ragioni per cui si vive»; e farlo in una «tensione straziante» perché ogni uomo «sa che morirà». Soprattutto gli atei del terzo tipo, gli indifferenti, si abbandonano alla frenesia della vita contemporanea per non porsi neppure più la domanda sul senso. Se questa non riemergesse mai, ogni dialogo sarebbe impossibile. Ma qualche volta riemerge. Anche oggi, nonostante tutto, almeno in qualche momento affiora il desiderio di «oltrepassare» la dimensione del mero quotidiano. Se intendiamo questo «oltrepassare» come semplice andare altrove, non nasce una spiritualità ma un turismo spirituale, «e il turismo – ha detto Hadjadi – in materia di spiritualità è molto più frequente di quanto non immaginiamo». Ma il turismo non soddisfa. Secondo la parola di Blaise Pascal (1623-1662) «l’uomo va infinitamente al di là dell’uomo», e Dante (1265-1321) parla del desiderio di «trasumanare».Oggi «trasumanare» acquista il senso di andare al di là dell’umanesimo occidentale, il processo che va dal Rinascimento all’Illuminismo e al marxismo che sta conoscendo una «radicale crisi», così che «i richiami a un nuovo umanesimo, inteso come un ritorno all’illuminismo, possono essere solo segni di cecità». In realtà, secondo Hadjadi, «quando si pretende di fondare l’umanesimo sull’uomo stesso, accade una cosa analoga di quando si pretende di erigere una costruzione senza alcun fondamento esterno: non può che crollare». La risposta alla domanda di senso dell’uomo deve dunque avere un fondamento e un contenuto che «trasumana», che va al di là dell’uomo.Prima di tornare al discorso di Hadjadi, vale la pena di considerare come Benedetto XVI affronta il tema dell’ateismo. In un discorso ai seminaristi del Seminario Romano Maggiore, del 20 febbraio 2009, il Papa ha tracciato la genesi dell’umanesimo ateo attraverso i tre passaggi della Riforma protestante, dell’Illuminismo e del marxismo. Il desiderio dell’uomo di andare al di là di se stesso è stato concepito in modo rivoluzionario come liberazione dai limiti esterni che impedirebbero all’uomo di essere pienamente se stesso. Martin Lutero (1483-1546) considera la Chiesa, «la Regola monastica, la gerarchia, il Magistero […] come un giogo di schiavitù da cui bisognava liberarsi». All’Illuminismo Dio stesso, «il Creatore […] appariva come una dipendenza dalla quale occorreva liberarsi». Almeno alcune forme d’Illuminismo salvavano una nozione di ordine e di diritto oggettivi: «il marxismo si è presentato come strada verso la libertà» negando anche questa nozione, ha proposto «una ribellione contro l’ordine ed il diritto come se si trattasse di una schiavitù». Ma tutto questo percorso rivoluzionario non ha portato nessuna maggiore libertà. In effetti, secondo questo discorso del Papa, «libertà contro la verità non è libertà», e questa presunta liberazione conduce a un «libertinismo [che] non è libertà, è piuttosto il fallimento della libertà».È importante notare come per Benedetto XVI il percorso che porta all’ateismo contemporaneo dopo avere tolto di mezzo la Chiesa e Dio finisce per eliminare nella sua terza tappa anche l’ordine e il diritto naturale, cioè la ragione. Di qui, secondo il Pontefice, si deve ripartire. Nel citato colloquio con i giovani del 6 aprile 2006, il Papa spiega che dietro la scelta «Dio o c’è o non c’è» ce n’è un’altra, da cui forse deve iniziare il dialogo con i vari tipi di atei. «Ci sono solo due opzioni. O si riconosce la priorità della ragione, della Ragione creatrice che sta all’inizio di tutto ed è il principio di tutto – la priorità della ragione è anche priorità della libertà – o si sostiene la priorità dell’irrazionale, per cui tutto quanto funziona sulla nostra terra e nella nostra vita sarebbe solo occasionale, marginale, un prodotto irrazionale – la ragione sarebbe un prodotto della irrazionalità. Non si può ultimamente “provare” l’uno o l’altro progetto, ma la grande opzione del Cristianesimo è l’opzione per la razionalità e per la priorità della ragione».
Nell’omelia della Messa celebrata a Ratisbona il 12 settembre 2006 – un po’ offuscata dal grande discorso pronunciato all’Università della città tedesca lo stesso giorno ma importante per il tema dell’ateismo – il Papa è tornato sullo stesso punto, notando come «fin dall’illuminismo, almeno una parte della scienza s’impegna con solerzia a cercare una spiegazione del mondo, in cui Dio diventi superfluo. E così Egli dovrebbe diventare inutile anche per la nostra vita. Ma ogniqualvolta poteva sembrare che ci si fosse quasi riusciti – sempre di nuovo appariva evidente: i conti non tornano! I conti sull’uomo, senza Dio, non tornano, e i conti sul mondo, su tutto l’universo, senza di Lui non tornano. In fin dei conti, resta l’alternativa: che cosa esiste all’origine? La Ragione creatrice, lo Spirito Creatore che opera tutto e suscita lo sviluppo, o l’Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l’uomo, la sua ragione. Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell’evoluzione e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole».Ecco dunque il primo elemento di risposta all’ateismo: credere che all’origine di tutto ci sia la Ragione creativa di Dio è ragionevole, pensare che ci siano l’Irrazionalità e il caos che «stranamente» hanno prodotto un mondo mirabilmente ordinato è irragionevole. Questo ragionamento, nota il Papa nell’omelia di Ratisbona, potrebbe anche convincere qualcuno, e tuttavia rimane «la paura di Dio – un sentimento dal quale, in definitiva, nacque l’ateismo moderno». Questa paura sorge dallo sgomento di fronte alla presenza del male nel mondo. Ancora nel colloquio del 6 aprile 2006 con i giovani il Papa affermava che «il vero problema della fede oggi mi sembra essere il male del mondo: ci si chiede come esso sia compatibile con questa razionalità del Creatore. E qui abbiamo bisogno realmente del Dio che si è fatto carne e che ci mostra come Egli non sia solo una ragione matematica, ma che questa ragione originaria è anche Amore. Se guardiamo alle grandi opzioni, l’opzione cristiana è anche oggi quella più razionale e quella più umana. Per questo possiamo elaborare con fiducia una filosofia, una visione del mondo che sia basata su questa priorità della ragione, su questa fiducia che la Ragione creatrice è amore, e che questo amore è Dio».Il terzo passaggio del discorso del Papa agli atei è l’argomento per contrasto. Se non si riconosce al principio di tutto una Ragione creatrice, se non si riconoscono regole del gioco comuni a tutti gli uomini saldamente fondate su un Dio autore di queste regole, allora la strada è aperta – come ha detto Benedetto XVI nel suo videomessaggio al convegno di Parigi – perché solo l’utilità e la violenza siano riconosciute «come criterio ultimo». Torna in mente la parola di Fjodor Dostojevskij (1821-1881): «Senza Dio, tutto è possibile»: anche gli orrori delle ideologie del XX secolo, che il grande scrittore russo già presagiva. Il Papa lo ha fatto notare in un Angelus del 9 agosto 2009, in cui ha ricordato due santi morti nei campi di sterminio, santa Edith Stein (1891-1942) e san Massimiliano Kolbe (1894-1941). Si tratta di un brano che merita di essere ricordato e meditato: «I lager nazisti, come ogni campo di sterminio, possono essere considerati simboli estremi del male, dell’inferno che si apre sulla terra quando l’uomo dimentica Dio e a Lui si sostituisce, usurpandogli il diritto di decidere che cosa è bene e che cosa è male, di dare la vita e la morte. Purtroppo però questo triste fenomeno non è circoscritto ai lager. Essi sono piuttosto la punta culminante di una realtà ampia e diffusa, spesso dai confini sfuggenti. I santi che ho brevemente ricordato ci fanno riflettere sulle profonde divergenze che esistono tra l’umanesimo ateo e l’umanesimo cristiano; un’antitesi che attraversa tutta quanta la storia, ma che alla fine del secondo millennio, con il nichilismo contemporaneo, è giunta ad un punto cruciale, come grandi letterati e pensatori hanno percepito, e come gli avvenimenti hanno ampiamente dimostrato. Da una parte, ci sono filosofie e ideologie, ma sempre più anche modi di pensare e di agire, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, ma è un dio sbagliato, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra, abbiamo appunto i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, al tempo stesso, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina».Con questo brano va messo in relazione il passaggio più commentato dai media del discorso di Hadjadi al Cortile dei gentili di Parigi, un discorso che è stato tenuto all’UNESCO, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite. Hadjadi, molto coraggiosamente, ha ricordato che al «trasumanare» di Dante si contrappone il «transumanesimo», espressione coniata dal primo direttore generale dell’UNESCO, il biologo Julian Huxley (1887-1975), fratello del filosofo Aldous Huxley (1894-1963). Per Julian Huxley il transumanesimo era in sostanza l’eugenetica – parola che, dopo che l’avevano usata i nazisti, diventava difficile utilizzare –, cioè il miglioramento della qualità della razza umana attraverso il controllo delle nascite e l’aborto selettivo, inteso a eliminare i più deboli e i malati di mente. Julian Huxley, ha ricordato Hadjadi, scriveva che «una volta che si siano comprese appieno le conseguenze della biologia evolutiva, l’eugenetica diverrà inevitabilmente parte integrante della religione futura […] che potrà in futuro prendere il posto della religione organizzata». «Huxley pretendeva di sostituire le religioni tradizionali con le biotecnologie», proponendo «la redenzione dell’uomo in forza della tecnica».Il transumanesimo ateo non va «al di là dell’uomo», verso l’alto, ma si ritira «al di qua», verso il basso. La «logica tecnocratica» del nuovo ateismo, di cui l’eugenetica è la più sinistra manifestazione, non rende l’uomo più, ma meno umano. Alla fine, conclude Hadjadi, «la mia domanda è semplice: dobbiamo scegliere come direttore Julian Huxley oppure Dante?». Come ha detto Benedetto XVI nell’omelia della Domenica delle Palme, dobbiamo affidarci a Dio che ci tira verso l’alto o alla superbia atea che «ci tira verso il basso», verso abissi che dopo le tragedie degli ultimi secoli conosciamo ormai fin troppo bene? Al Signore Risorto, al Signore della vita, o alla cultura della morte? Questa è la scelta drammatica che – gradualmente e dolcemente – dovremmo proporre agli atei che a Pasqua varcano incuriositi le porte delle nostre chiese. m. introvigne labussolaquotidiana