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Putin e il Papa (by Buttafuoco)

Lunedì, 9 Dicembre 2013

La scena di Vladimir Putin che consegna l’icona santissima al vescovo di Roma racconta al meglio cosa è diventata la religione nelle mani degli occidentali, pure quelli venuti dalla fine del mondo. Il leader russo – un vero patriota, un fervente credente, formatosi nello stalinismo – consegna il Beato Volto della Vergine al pontefice. Ne mira dunque la perfezione, ne scruta i riflessi, ne avverte tutta la potente vibrazione celeste e perciò non si capacita di come quell’uomo accanto a sé – il capo della chiesa di Roma – passi quasi in cavalleria cotanta consegna e così, come in un istinto di salvaguardia dell’icona, prima di staccarsene, Putin – che, quasi incredulo domanda: “Ma l’è piaciuta?” – s’inabissa in un solenne inchino segnandosi col triplice segno ortodosso e il momento diventa così concitato (per dirla diplomaticamente) che il Papa torna indietro di un passo e ripete inchino e segno di croce. Quell’icona, infine, è la copia di quella che Giuseppe Stalin, al tempo del conflitto con la Germania, fece trasportare in volo sulla città di Mosca per poi restituirla all’altare affinché col suo manto di grazia e misericordia la Madonna potesse confortare i soldati, la popolazione radunata in baracche dai grossi catenacci e la Santa Madre Russia nel momento terribile della guerra patriottica. In quell’icona, accarezzata da raffiche di mitragliatrice, si specchiano i sacrifici, i fuochi, le tragedie e la Resurrezione di una schiatta resa forte dalla millenaria fedeltà al proprio speciale spirito, quello dell’eroica misericordia forgiata nella pietas. Certo, ci vuole un’aquila bicipite sulla bandiera per attraversare l’inferno del materialismo e svegliare così il bianco delle nevi alla vita rinnovata nella luce. Ci vuole lo spirito russo. E ci vuole un comunista – non uno di sinistra ma un co-mu-ni-sta! – per insegnare al Papa che cosa deve fare un Papa.

Pietrangelo Buttafuoco ilfoglio

Ora, il burka burka (by Buttafuoco)

Domenica, 13 Febbraio 2011

hijab-nude1Nella mutazione extralinguistica del K, da Kossiga al K Krepi, con il secondo qui non usato per far prima ma per mandare meglio a quel paese, non c’è una variabile del linguaggio ma la solita cara eversione. Con detonazione erotica. E’ una fior di laureata che sta digitando sul proprio display “Spero k krepi kon le tue troie”, non una pollastra svampita. E’ una consapevole manipolatrice di parola e di conseguente volontà che sta fabbricando l’invettiva. E’ Sara Tommasi, lei, e l’uomo, il destinatario, il predatore alfa, insomma, il combattente destinato alla sconfitta, non sa – ahilui – di dover affrontare il suo trasloco nel Walhalla con la vestizione propria degli eroi. Ricoperto di smagliante sugna tragicomica. Ecco, ancora non sa. Ma lei sì. Perché lei, al netto dello stile basso di cui sembra essere una cultrice, è pur sempre una femmina.  La detonazione erotica, laddove il “corpo della donna” è una carica di tritolo, è un estatico invito a crepare, tra copula e crapula (kopula e krapula direbbe la bocconiana Tommasi) tra il crepitìo della mitragliatrice e un’ultima erezione. Non possiamo non ricordare la santissima anima di Manfred von Killinger, pluridecorato ufficiale della Wehrmacht, ambasciatore in Romania, che (possano gli dèi averlo caro) accoglie i soldati dell’Armata rossa non senza imbandire sulla propria scrivania vassoi colmi di caviale e coppe di champagne. E non solo. Accuccia tra le proprie membra – irrorate d’adrenalina – la sua segretaria, imbraccia il mitra e spara e mangia e palpa e beve. E sospira. E dunque spara ancora. Su tutti. Eccetto che sulla segretaria. Intenta, la Valkiria, col suo respiro, ad accompagnare l’invitto alla meta finale. Krepare kon le scrofe è – ed è ben pacifico riconoscerlo, al netto dello stile basso di cui tanti sono cultori – un orizzonte di destinazione in zona Sade. E’ lo zenit del libertinaggio. Un privilegio della mistica eroica, questo è, solo che ci vuole una cosa per portare a termine una simile missione: ci vuole il lingam. E non è poi vero che con i soldi tutto si può. Neppure il potere più determinato può disporre di carne se poi non gli funziona il lingam. Bill Clinton – e facciamo un esempio che aggrada ai palati schizzinosi – dovette ricorrere al sigaro per sopperire. Ma non riuscì. Gli risultò solo un tubo in surrogato. E manco l’artifizio chirurgico oggi tanto in uso, può. E’ un tubo. Né il miracolo in pillole. Sempre un tubo resta. Nulla, dunque, può. E soprassediamo anche sull’effettiva efficacia del bunga bunga, perché oltre ai Sanbitter, alle visioni di “Baarìa”, alle incursioni galanti di Silvio Berlusconi in area di passatempo è il lingam caldo – il lingam innervato di sangue e giammai ceroso – quello che le femmine cercano. E non per farci il miao miao delle gatte in calore. Ma per innalzare il sacrificio al cosmo, disporre i fuochi, storcerlo infine quel lingam e suggerne linfa a detrimento di qualsiasi Kali Yuga. Ci vuole il lingam e nessun idolo ideologico può svaporarne la malia del kreparci perfino, per quegli eccessi dell’entusiasmo, come capitò a Mario Alicata, un notabile bolscevico, trasferito cadavere, nottetempo, dall’appartamento di una prostituta all’ufficio di Botteghe oscure, la sede del Pci. Ecco, ancora un invitto alla meta finale. E sempre per sottrarre l’immanifesto al Kali Yuga. Sia chiaro che adesso non stiamo parlando difficile solo per nobilitare la nostra natura di maiali. Sia chiaro che lingua e linguaggio procedono nel rispetto della materia, così sacra, da non avere altro vocabolario che quello dei nostri progenitori indoeuropei, gli iperborei, i cui altari erano e sono ancora fatti secondo proporzione di femmina perfetta – “Con fianchi larghi, le spalle un po’ meno e stretta alla vita”, e stiamo recitando i Veda. Erano e sono ombre bellissime e circonfuse d’emozioni quelle vicende di amore e vigore e se la nostra era è oscura, furono, sono e saranno leggi di pura luce a vampeggiare alla chiusura del ciclo: e i desideri troveranno la via per compiersi. Sempre che resti chiaro che il piacere, se pure è stato camuffato di vizio, compresso e sfigurato dal tristo democraticismo, è liturgia. E’ un fervore che procede dalla mente allo spirito, “sino alla punta delle unghie” (e stiamo recitando sempre i sacrissimi Veda). Una felicità così feconda è propria di una stagione pagana. Anche la modernità degli occidentali ha avuto le sue stagioni di furori, ma sempre e solo nell’innesto dell’arte militare e della politica. Il Sessantotto, luogo assai comune presso gli schizzinosi della laicità borghese, è solo un’avventura per educande rispetto alla fantasmagorica epica di Fiume coi suoi legionari in perenne esagitazione creativa. Così come ogni riposo del soldato, in terra d’Africa, fu sempre affollato. E magari con l’enorme lingam di Mafarka il futurista, il re negrone che scavava tra le cosce delle femmine, ne bruciava le carni, o con le ragazze prese a grappoli per godere e figliare, e così fecondare la patria universale, come faceva Indro Montanelli, milite del glorioso Battaglione Eritreo. Una tristezza da dopo orgia pervade questo inverno che non vuole saperne di morire dolcemente. Sono giornate della buoncostume. E giusto per rimestare nel nostro sciapo brodo che non è certo il folto brolo dell’Ade, tutti i movimentismi che si facevano spontanei in armonia con le polluzioni, quelle dei famosi porci alati, e tutta quella rottura extraparlamentare di giovinezze belle e libertarie, si sono capovolti. A farcela raccontare da Giampiero Mughini (per come l’ha dipinta così bene), quella gioventù della fantasia al potere è risultata tutta ribaltata nel sentire comune di oggi. Allora si faceva politica per rimorchiare, oggi, gli stessi, i rimorchiatori invecchiati, si sono fatti malmostosi e di ogni tetta – se non ora, quando? – fanno rogo. Ci voleva un Berlusconi, già personaggio dell’orizzonte di Piero Chiara, a far resuscitare il femminismo. E’ in una versione, questo neofemminismo, aggiornata al bisogno non più di castrarlo il Silvio ma di kreparlo tra le troie, sorelle, quest’ultime, misconosciute dalle ottimate che fanno vanto e manto d’indignazione e impegno. E ci volevano queste donne, sempre nel solco di Lisistrata, a far sciopero della loro stessa natura di femmina, a rinverdire una sinistra fatta solenne dall’ora grave: vedere krepare tra le troie perché, alla fine, non vogliono più che dal letame nascano i fiori. Hanno, infatti, lastricato via del Campo, cantata da Fabrizio De André, di piastrelle pudiche e hanno affrescato i muri delle lucciole di minacciosa e opaca noia. Sono giornate del comune senso del pudore, queste. Le trasmissioni più in voga si aprono con gli appelli delle suore indignate e chi l’avrebbe mai immaginato di vedere la sovversione del collettivo tramutarsi – e solo perché si va in odio al Peccatore – in un eterno manifesto di pudore e castità? Sono discorsi perfino orecchiati, quello dello scambio simbolico tra suore e femministe, bisogna riconoscerlo. Enrico Berlinguer, coscienza della ruvida morale militante del Pci, ci fece un monito sull’esempio di Maria Goretti, la santa, simbolo di una purezza votata al martirio, e magari si scoprirà che la sinistra è sempre stata di destra se ancora oggi, nella sua vetrina più sgargiante, il pensiero dominante, quello della minoranza moralmente emancipata, quella che declama – se non ora, quando? – non fa che saccheggiare dall’argenteria del pensiero reazionario. Gli ambientalisti sono tali solo perché nutrono il loro entusiasmo di panico per la natura e la vita animale dal sangue e suolo, ovvero dai primordi del Terzo Reich; e pure i degustatori dello slow food, fanno blut und boden. Mangiano le cose buone di una volta, il genuino rapportarsi a strapaese, la nostalgia dell’età felice. Per non dire dei signori procuratori. E tutto quel rigare dritto, poi, è un habitus proprio dei reazionari. E ci voleva Berlusconi per resuscitare la sovversione degli sporcaccioni se poi, il mettere i carabinieri tra le lenzuola, non è proprio voler aderire alla “sperimentazione dei corpi” o alla “extraterritorialità dell’emozione”. Sono giornate del cupio dissolvi delle categorie di destra e sinistra e ci vuole un grado di degenerazione molto avanzato di eccitamento perché la femmina possa specchiarsi in un maschio degno di legnarla a dovere, come si addice nella collocazione dei fuochi cosmici, ben inteso. Un modello maschile adeguato all’evoluzione femminile non c’è, alle Winks, le bambole d’intelligenza e seduzione, fanno corrispondere i metrosexual, ovvero, una sorta di froci neppure venuti bene. E anche a voler dimenticare il piccolo cortile italiano, tutto il congiurare di finitezza sull’infinito, nelle nostre città del mondo, ci sta rosicchiando la febbre che fa lavorare il pensiero. Molto più che la natura non voglia, fabbricando ovunque nevrastenia e pazzia, propria di gente profondamente egoista, assetata di oro e non di femmina. E così, forse, anche per le femmine. Assetate di oro e non di lingam. Il leggere e scrivere, in questo periodo, non forgia un minimo di idea. A forza di non voler studiare Massimo Fagioli, il vero rivoluzionario qui in Italia, tutti questi benpensanti della sinistra si sono ritrovati nelle greppie mentali di un signor Antonio qualsiasi. Sullo schermo si svolgevano le scene de “Le tentazioni del signor Antonio”, il film di Federico Fellini con un piccolo Peppino De Filippo travolto dall’esuberanza mammaria di Anita Ekberg. All’epoca non c’era la possibilità di un esorcismo fatto di burka burka, ci si limitava a foderare di panno le lunghe gambe delle sorelle Kessler, chissà adesso, gli idioti di destra, che sgallettate nude metterebbero al posto di quelle, così divine e chissà che anatemi, gli idioti di sinistra, getterebbero su di loro: le vedrebbero già consiglieri regionali, europarlamentari, deputate e maggiorate. Io sono reazionario, e proprio il burka, oltretutto molto usato dai maschi, proprio no, non mi convince. Il velo, invece, lo voglio, s’addice ad un SL Mercedes in corsa. Non si capisce perché la sinistra dei libertari, delle donne liberate, emancipate nel corpo e nei desideri, perché muova guerra ad Anna Karenina. Ma in verità è tutto chiaro. Sono pomeriggi passati in cauta attesa di nuovi sms, di fotografie, di filmini e di lingam svuotati. Non so se avete presente la puttana, quella ottimista e di sinistra, ecco, quella. E’ portata al rogo e con lei tutte le ragazze raccontate in queste giornate di così atroce caricatura. Tutte fanciulle, sode, la cui aria, in ciascuna, è di quella che si nota al primo colpo d’occhio, celebrate quali donne pubbliche aduse al peccato.  Sono donne la cui vita, si ritrova, d’un sol colpo, abolita. Ragazze, infine, e tali sono, precipitate tra le braccia del Peccatore, non certo costrette, ma ristrette nel cieco cerchio di un’esistenza micragnosa e perciò abbagliate dal soldo facile, dalla possibilità di fare, o lasciar fare, birbonate d’ogni genere. Gentuzza dalla sottana facile mossa dalla spinta delle grandi occasioni. Non sono il “corpo della donna”, non sono le “ragazze tangenti”, e non – come si strilla tra la gente perbene – puttane che, puttane per come sono, di così esagerata favola non se ne trovano in nessun bordello. Forse sono anche ragazze che con un colpo di sedere, magari in tutti i sensi, hanno beneficiato di un lasciapassare politico, sono solo femmine che nessun burka potrà costringere alla rispettabilità democratica e repubblicana. Quello delle nostre cronache è, dunque, un libertinismo senza libertà. E forse, vista l’età dei protagonisti, anche un libertinismo senza uso di lingam. E se da un lato s’ode: “Sono donna e dico basta”, dall’altro, visti i prezzi, è facile che rispondano: “Sono donna e dico ancora”. In questa età volgare, nel tempo della democrazia compiuta, quell’antro delle delizie (o, giardino dei supplizi, secondo i punti di vista) e qualsiasi cosa in definitiva sia Arcore è solo una struttura professionale. E tale è, con tanto di ragionieri, bollette da evadere e utilizzatore finale aggrappato al K, solo che non può, in forza dell’indignazione, trasformarsi da pornografia teatrabile in un contrappasso. Non si può farne, in virtù dell’etica, la nemesi della buona condotta borghese, tipo: dal bunga bunga al burka burka. Un’intera stagione politica che se ne scivola via a causa della femmina è qualcosa che ricorda Troia e il ratto di Elena, una monomania sessuale che brama solo il pedaggio di una ripugnanza istintiva, ovvero, la chiamata alle armi dell’opinione pubblica per eliminare se non uccidere altri che non siano le donne giovani e belle. Eliminare lui in questo caso, il Peccatore. Ed è la solita cara eversione con detonazione erotica la cui miccia è sempre femmina, solo che nessun lenzuolo di burka, la cui pochezza culturale di questo montante neofemminismo fa il paio coi difensori dell’indifendibile, può coprire il vuoto di potere che sfascia nell’imbarazzo la tragicommedia italiana. In ogni mutazione extralinguistica si annida un dettaglio remoto, lo strascico di un legaccio arcaico e perciò fondante: il potere che è proprio della potenza. E dunque, ancora una volta, il lingam. Solo e sempre il lingam che, nel suo vigore verticale, separa potenza e impotenza. Ecco, a questo punto occorre rinfrescarsi la mente con una scena presa dal “Novecento” di Bernardo Bertolucci, un film fatto in un’epoca in cui la sinistra sembrava proprio essere una sinistra. C’è Burt Lancaster nei panni di un vecchio proprietario terriero, archetipo del dominus. Entra in una stalla con una ragazzina. Si fa toccare. Con i piedi saldi nello sterco. Non c’è reazione. Palpa anche le mammelle di una mucca. Non c’è reazione. Manda via la ragazzina. Getta una corda sul soffitto. Ne ricava un nodo scorsoio. Ci mette dentro il collo. Mormora: “Il vero dramma di un uomo è quando non gli tira più l’uccello”. Si lascia cadere. E finisce. Finisce l’archetipo. Senza neppure krepare tra le troie, al contrario: congedando l’innocenza. Che è sempre femmina. p. buttafuoco il foglio

Cattivi maestri: i sopravvalutati (by Buttafuoco)

Mercoledì, 14 Aprile 2010

Il sopravvalutare di uomini e cose nel costume nazionale è il tic rivelatore della nostra stanchezza culturale. Certo, sopravvalutare è anche una deriva del familismo, altrimenti non vedremmo mai uno come Umberto Bossi portarsi dietro, nei vertici politici perfino, la sua «trota», quel ragazzone di Renzo, suo figlio. Evidentemente lo sopravvaluta, ahinoi, per affetto.

Ma il sopravvalutare dei sopravvalutati, un vero e proprio olimpo di mammasantissima del pensiero dominante, è una pratica dell’autoritarismo conformista. «Tanto per cominciare» così spiega Pierluigi Battista, editorialista del “Corriere della sera”, autore di “I conformisti, l’estinzione degli intellettuali” (edizioni Rizzoli, 221 pagine, 18 euro), «con tutto questo disseminare di piedistalli si ottunde lo spirito critico. Per accedere alla cerchia ristretta dei sopravvalutati bisogna fare gli straordinari. Non basta più scrivere buoni libri ed essere bravi romanzieri.

Uno come Andrea Camilleri, per esempio, deve poi timbrare il cartellino e andare anche alla manifestazione con “Micromega” sotto al braccio e così, automaticamente, passa dalla condizione di grande scrittore a quella di maître- à-penser». Venerati maestri, soliti sopravvalutati? «Non mi vorrei avventurare in campi a me sconosciuti come la matematica e la scienza» prosegue Battista «non so se esista un teorema di Odifreddi che abbia oscurato Pitagora o una pesca del celebrato scientista televisivo che abbia sostituito la mela di Isaac Newton.

Ma che uno come lui, non pago di essere riconosciuto per la sua competenza, debba poi spararla grossa per accarezzare il pelo dal verso giusto, è troppo. Pensi un po’: ha scoperto che la radice etimologica della parola cristiano è cretino. Come fa a propalare una sciocchezza simile?». E se la supervalutazione s’addice all’usato (quando si dà via il vecchio), il sopravvalutare, invece, si dà in ragione del crisma: i giornali giusti, i circoli giusti, la giusta misura dell’élite radical.

Ma rivela la svendita del patrimonio culturale sull’altare del luogo comune. È una scorciatoia del giudizio quella del fare tesoro della fama consolidata nel birignao, una botola dove far cadere il punto di vista critico. E se la nostra volgarità ci fa ritenere forse esagerata la reazione di Maria Luisa Busi per essere stata privata dell’affaccio in video al “Tg1″, il paragonare col metro basso sveglia il ricordo di un’infinità di casi sommatisi in Rai nella rotazione della lottizzazione.

Il dubbio, si sa, è un esercizio retorico ed è la nostra innata volgarità a ritenere che di Giovanni Sartori, simpatico caratteraccio della opinione alta, si possa fare un sopravvalutato, quando non una delle sue acute analisi sul “Corriere della sera” ha anticipato alcunché della politica.

Nel frattempo, soltanto i fogli spiegazzati della stampa di destra sanno decifrare i rumori della plebe, speculari a quell’altra folla di esagitati, i tantissimi lettori del “Fatto quotidiano”, un fenomeno editoriale sottovalutato che però (anche grazie a Beatrice Borromeo, che il suo lavoro di disturbatrice lo sa fare bene, così come l’altra firma, Silvia Truzzi, assai polemica con un gigante come Massimo Fini) ha cancellato in un colpo la supponenza stucchevole del sempre indispensabile “Manifesto”.

Il giornale comunista, con la m minuscola nella testata, sopravvalutato dai radicalchic galleggia in realtà nell’indifferenza, tale e quale un Campanile qualsiasi, buono solo per fare la prima pagina per le rassegne stampa in tv e basta lì. I sopravvalutati, sebbene siano stati castigati in questa stagione di tette e natiche montanti, si concentrano tutti nella fuffa(s) del pensiero dominante.

Hanno ancora il dominio totale delle cattedrali battesimali della presentabilità sociale: dai grandi quotidiani ai salotti televisivi, agli esclusivi circoli ristretti della società letteraria, tutto deriva da una presunzione di genio. Sopravvalutato, manco a dirlo, è Claudio Magris.

Lui fece un libro, “Illazioni su una sciabola” (Garzanti, 68 pagine, 5,68 euro), dopo di che ha ripetuto lo stesso refrain del caffè triestino dove stare appartati e da lì non s’è più mosso. La storia, vendicatrice, si ricorderà di Illy, nel senso della tazzina. E sopravvalutati sono quelli delle spremute d’intelligenza in tutte le bizze delle varie muse.

Non se ne può più di Ferzan Ozpetek. Qualcuno, che non sia gravido di pregiudizio come noi, si faccia carico di spiegare che non è un nuovo Pietro Germi, ma una Liala prestata alla cinematografia. Coi giovanotti al posto delle modiste. Sopravvalutato è Ascanio Celestini, ospite fisso di tutte le fabiofaziate. Sopravvalutato, con tutto il rispetto, è il cardinale Carlo Maria Martini, come pure il priore di Bose, altro fabiofaziato, già il carisma di Natuzza è puro balsamo per i fedeli, a maggior ragione adesso che è morta.

Sopravvalutata è la schiera variegata della pompa magna: le attrici dal broncio chic tipo Valeria Bruni Tedeschi, la vacanza nel Chiantishire, il bicchiere di chissà quale Antinori, lo spuntino ideologico slow food di Carlo Petrini… Insomma tutto il codice del bon ton che preserva dai rutti pop è un sistema di ermeneutica del sopravvalutare. Non sia mai che arrivi la sottovalutata Antonella Clerici e si mangia tutti in un boccone. Il sopravvalutato non occupa fuggevolmente un ruolo nella vetrina nazionale, ci resta a lungo, come gli abiti stinti delle mercerie in disarmo.

La sopravvalutazione è un cascame dell’ideologismo. «E non dimentichiamo il pregiudizio dello scientismo »: così spiega Nicolò Scialfa, responsabile nazionale per la scuola dell’Italia dei valori, in predicato come assessore alla Cultura della Regione Liguria. Lui è uno studioso di Georg W. F. Hegel prestato alla politica, musicista di solida scuola wagneriana, già preside, non asseconda il pelo per andare addosso alla riforma Gelmini, anzi si scaglia contro «qualsiasi dittatura culturale del politicamente corretto ». Al pari di Battista, Scialfa, che ha scritto per “La scuola negata” (edizioni De Ferrari & Devega, 192 pagine,16 euro) un saggio non proprio progressista, mette in elenco Piergiorgio Odifreddi.

E poi Margherita Hack: «La scienza non risolve tutto. Tutti quelli che difettano di cultura classica e che sono lanciati nello smagliante cielo degli applausi pop mi lasciano perplesso. Il problema di questo nostro Paese è non saper trovare dentro di sé il nuovo. Il Partito democratico in America ha trovato Barack H. Obama, noi al contrario siamo sommersi da vecchi rimbambiti o da rimbambiti presi in ostaggio dai vecchi. Dove dovevamo andare con un so pravvalutato come Walter Veltroni? La politica è una disciplina hegeliana, altro che fuffa».

Fuffa, appunto. Fuffas, un tormentone fatto apposta per diventare quella cosa lì, un sopravvalutato. E solo la nostra volgarità poteva farci credere di avere in Massimiliano Fuksas, celebrato architetto, un lanciatore di formaggiere in quel di Roma. Non si può dare credito a una curiosità diffusa qualche settimana fa sui quotidiani. Lo dice tanto di avvocato. E non è vera (ha fatto sapere Fuksas tramite i suoi legali) la notizia della sua indignazione all’apparire di Guido Bertolaso in un ristorante romano. E la malizia è solo la nostra.

Come si può credere, infatti, che un genio, e tale è l’autore di edifici mirabili, in una sera di domenica 28 marzo, possa avvilire il proprio talento nella replica di un Massimo Tartaglia: con la posateria al posto di un modellino di Duomo per eventualmente ammaccare il grugno sorpreso di Bertolaso invece che la ridente faccia di Silvio Berlusconi? La protervia dello chic genera omertà presso la gente ordinaria.

Chi oserebbe sfidare il muro del pensiero dominante, la tempesta della chiacchiera che avvolge di potere e sussiego i fortunati possessori dell’agognato crisma altolocato? Della serie i sopravvalutati, si potrebbe infine fare una variante del soprassedere, ma nel senso di Franco e Ciccio, ovvero «sedere sopra».

Sono personaggi su cui si è esaurita la vena dell’avere avuto buona fama per coricarsi sugli allori e perciò franati con il loro piedistallo. In politica fu esempio da manuale il troppo sopravvalutato Renato Soru.

Sembrava che dalla sua Sardegna do vesse cambiare le sorti della sinistra e del retto pensare italico. Ogni sua rude alzata di ciglio faceva fremere d’ammirazione tutto il parco buoi del pensiero dominante. Ebbene, finì come finì. Cancellato alle elezioni da un candidato berlusconiano di cui ancora oggi è difficile ricordare il nome. Eppure, aveva prime time con Fabio Fazio, copertine nei settimanali e sussiegosi editoriali nella stampa borghese.

Potrebbe rischiare la stessa carriera un altro sopravvalutato, Gianfranco Fini, ma dalla selva degli applausi della «sinisteritas» intera, un modo lo troverà, non fosse altro per rendere onore al cattiverio da cui proviene. Anche perché in quell’orizzonte, nell’area della presentabilità sociale dei sopravvalutati, c’è già il posto occupato: tale Debora Serracchiani. Anche lei fabiofaziata, va da sé. Un’altra su cui soprassedere.

p. buttafuoco panorama

L’happy ending del Cavaliere (by Buttafuoco)

Martedì, 24 Novembre 2009

A meno che gli americani non gli rifilino in corner una polpetta avvelenata – un aereo in avaria tipo Enrico Mattei, un bacio di Totò Riina tipo Giulio Andreotti o un esilio ad Hammamet tipo Bettino Craxi inseguito dalla muta dei mozzaorecchi – la sorte di Silvio Berlusconi che è già entrata nel finale, è declinata nell’happy ending. E l’avventura del cummenda brianzolo assurto al rango di statista, l’obliquo simpaticone che se l’è preso il suo capitolo di storia patria è una trama in attesa di rappresentazione.
Lui – il nostro eroe – è veramente un performer chiamato da un’astuzia del destino a far da premier all’Italia e faccio mio lo stupore di Tomaso Staiti di Cuddia. Fu, infatti, lo charmant barone scapestrato a darmi la chiave ermeneutica per svelare il Berlusconi. Tomaso che da ragazzo andava per spettacoli di riviste e varietà a far la claque per raggranellare dindini da metter in tasca – giusto da quell’imprinting fatto di cipria, lustrini e cincillà – da quel meraviglioso giocattolo che è il teatro, ricavò la sentenza per definire il Cavaliere: "Tutto mi sarei immaginato fuorché vedere Carlo Dapporto presidente del Consiglio".

Ecco, perfino i lettori del Foglio sono diventati giovani e perciò, prima di procedere oltre, occorre spiegare chi fosse il Dapporto. Era il fine dicitore, l’uomo di mezza età molto elegante, molto in stile anni Cinquanta, maschio italiano innamorato delle donne, assai simpatico e perso nelle nuvole di signorinelle dall’anca febbrile. Dapporto entrava in scena, dominava la ribalta e con tratto signorile, amabile e forbito concedeva qualche barzelletta, qualche raccontino, insomma: un arguto motteggio. Spesso punteggiato da un alfabeto internazionale e chic con cui la rivista – il varietà, la commedia musicale, l’intero palcoscenico dell’Italia desiderosa di leggerezza – faceva il clap clap e poi il bis, ancora bis. Tutto per vedere trionfare quell’omino dal corpo d’anziano lupo conoscitore delle cose nel suo specchiato abito scuro. Omino beato tra le vedette, le ballerine e le attrici che Tespi in persona – semidivinità assai benevola nel pantheon della vera religione – seppe generosamente concedere in quel tempo sì lieto.

Ecco, messa da parte la saggistica perché fa solo polvere
– ridotta ad essere solo antologia di verbali, faldoni di giudiziaria e carte processuali. Falliti i romanzi – e manco un titolo ricordiamo, tanto è il buio, sebbene Berlusconi sia un bel cognome usato da Piero Chiara – abortiti i film perché, "Caimano" compreso, risultano guastati dal rancorismo, dall’antiberlusconismo e dalla morale. Diocenescampi poi coi comici, uno più penoso dell’altro (o dell’altra). Resta perciò solo un modo per spiegare e raccontare il finale di Berlusconi, il suo grande finale. Ed è il musical. Efficace anche come antidoto per sottrarlo – oltre che all’occasione persa dei film, dei romanzi e della memorialistica forcaiola – all’estetica da Kim Il Sung che caratterizza l’apologetica. Avete presente quelle fotografie di lui mentre interra gigli e tuberose? Ecco, tutto il contrario: ironia, spirito e modi beffardi degni di un’anomalia prestata allo Spirito del Tempo.

Torno ancora al "Caimano" per dire subito e mai più che il regista dovrebbe essere proprio Nanni Moretti. La sua vera cifra, sebbene appena accennata finora in qualche fotogramma, è il musical e siccome io che sto scrivendo sono amministratore di Teatro Stabile ne approfitto per commissionare a Moretti (e il presente articolo vale come atto ufficiale) questo lavoro il cui autore, però, l’autore del libretto intendo, sarà un altro. Fino a questo punto del pezzo lo teniamo nascosto ma solo perché una coltre di mistero misto a sorpresa non guasta e perché alla Siae ci recheremo – io e Giuseppe Dipasquale, il direttore artistico del TsC – nottetempo.

Insomma: il musical. O commedia musicale che dir si voglia,
secondo tradizione, con tanto di musica, ballerini e perciò orchestra e coreografia. Uno spettacolo fatto come Tespi comanda: con le canzoni, la ricca scenografia, i ritornelli e il deus ex machina. E come titolo potrebbe andare bene "Happy Ending". A farlo malizioso, poi, benissimo andrebbe "My fair papy" e se può servire a convincere il regista (e mettere appetito all’autore), potrei provare anche in queste righe a immaginare l’avvio dello spettacolo.

Ecco, dovrebbe cominciare giusto dal finale, come da tradizione.
Secondo la regola di "Se il tempo fosse un gambero". Principiare dall’epilogo, dunque. E vedrei bene in scena due meravigliosi vecchietti – Berlusconi e il suo amico don Verzè – immersi nella beatitudine di una spiaggia incantevole e remota. Ecco, stanno gustando tamarindo energetico e dietetico. Ecco, si godono il sole che volge al tramonto e la frescura che arriva coi raspi leggeri dei rastrelli sui tamburi. I giorni dell’impegno sono alle loro spalle e un unico largo sorriso attraversa il volto dell’uno e dell’altro. Hanno fatto tanto bene nella loro stagione terrena. Scoppia improvvisa la musica, i due personaggi, sono chiamati ad alzarsi nel frattempo che un coro di ragazze (qualcuno è infermiera, qualcuna ha la mimetica della protezione civile, altre sono delle parlamentari) si unisce ad un gruppo di allegri negretti. Sono vestiti, questi, da degenti di una superclinica (qualcuno ha la gamba ingessata, un altro è aggrappato alla flebo, molti sono fasciati da bende).

E tutti insieme, questi malatini, con le ragazze, trascinano nel vortice di Tersicore, con una coreografia spiritosa, garbata e colorata, il sacerdote e il dottore (attenzione: sarà rigorosamente chiamato "Dottore" e non perché medico ma in omaggio al titolo cui Berlusconi tiene veramente). Caspita come ballano bene il Dottore e il Don, sembrano due arzilli Ginger e Fred. Ci sembra già di vederli e le ragazze, infatti, non riescono a tenere testa. Quando alla fine la musica si placa, il Dottore si esibisce infine nel suo proverbiale numero di abilità. Ne fa sedere cinque in un solo ginocchio mentre Don Verzè, anche lui non toccato dalla stanchezza, riavvolge qualche benda qua e là saltata ai negretti.
Insomma: il pubblico trova i due in una delle tante isole remote del mondo dove una volta c’erano fame e malattia e dove adesso, nel finale della sua operosa vita, il Dottore ha deciso di riposare non senza aver fatto fiorire giardini ed edificato efficienti ospedali. E’ uno dei tanti Fatebenedottore. Ne ha costruiti già ottocento in tutto il Terzo mondo ed è così che ha risolto la questione del patrimonio: tutto ai poveri. Come solo un bravo allievo salesiano saprà ben fare. E magari in quell’isola l’autore potrà immaginare di far arrivare uno tsnunami, giusto per poi vedere il Dottore all’opera nella ricostruzione. Dopo di lui, il diluvio. Accanto a lui, nessun diluvio. E il secondo quadro, a seguire un veloce cambio scena, ecco, potrebbe ambientarsi in una linda aula della scuola salesiana. E con un titolo preso da tradizione: "Si stava meglio domani".

Sono convinto che non sarà difficile coinvolgere Moretti
– tra non molto dirò il nome dell’autore – perché, signori miei, la materia del musical con Berlusconi, c’è tutta. Ha il fisico del Dapporto ideale. Ha la soavità di Gino Bramieri. Ha il ceffo malandrino (certo, tricologicamente aiutato), di Walter Chiari. Ha il piglio di Ernesto Calindri. Ha la statura di Renato Rascel. Ha la prorompente vitalità di Bice Valori, di Delia Scala e di Ombretta Colli perché il Dottore poi, è anche quella perfetta padrona di casa che abbiamo ammirato tutti al summit delle potenze internazionali a Pratica di Mare. Anche quando litiga con la signora moglie, poi, non sono Paolo Panelli e Bice Valori, i due? O quelli di "L’amore non è bello se non è litigarello?", ovvero Delia Scala e Lando Buzzanca. Anche i suoi collaboratori, a studiarli bene, trovano felice casting nell’album della memoria teatrale. Paolo Bonaiuti è preciso Mario Carotenuto, specializzato in scherzi telefonici. Assai piccanti. La segretaria Marinella, poi, è spiccicata Lia Zoppelli. Le zie suore, tanto raccontate dal Berlusconi in campo, sono un rimando obbligato al ritornello della nostalgia, così come le marachelle del giovanotto dal bel torace a suo tempo evocato dalla mamma, per non parlare della scena epica del papà suo che lo accompagna in visita al cimitero militare degli americani. Manco in "Canto di Natale" di Charles Dickens.

Tutto è già musical. Paolo Bonolis accolto dai lancieri di Montebello a Palazzo Chigi, quindi Aida Yespica convocata in tutta fretta per accogliere Chávez, quindi le quadriglie e le scene assai coreografiche degli incontri con Gheddafi (e relativa tenda) e poi ancora il lettone di Putin, e poi ancora il cuoco Michele (un Carlo Croccolo perfetto). Alfonso Signorini, infine, un "Ciao Rudy" degno di Marcello Mastroianni. E Gianni Letta, garbato assai, che ricorda Andreina Pagnani. Tutto è già stato musical in Berlusconi. Il suo "Aggiungi un posto a tavola" resterà sempre quello dell’amicizia sotterranea ma sempre viva con Massimo D’Alema: dalla Bicamerale all’appena sfumata occasione del ministero degli Esteri in Europa. Tutta materia della luminescente West Side Story del Cav. Il suo George Gershwin è Fedele Confalonieri.
E poi, pensateci, il Dottore alle prese con la magistratura ripete in automatico un sublime cliché della commedia musicale italiana. Sono Rugantino e Mastro Titta, er boja de Roma addolcito nelle sembianze del divino Aldo Fabrizi. E’ un magistrato libero e zitello, mastro Titta, che sogna di avere una donna dentro casa: "Un’anticamera amorosa, una rondine indifesa che hai preso sotto ar tetto" nel frattempo che l’altro ha saccheggiato un’immensa voliera. Combacia, no?

La stessa commedia musicale italiana – da "Giove in doppiopetto" fino a "Anche i bancari hanno un’anima" o "Rinaldo in Campo" – con quel superbo e aereo costrutto musicale dei grandissimi Gorni Kramer, Armando Trovaioli e Domenico Modugno (giusto per fare qualche nome) aiuta per familiarità e orecchio. Importantissime, infatti, saranno le musiche, ho già un’idea precisa al riguardo, ma con un titolo come "Happy Ending" (o lo stesso "My fair papy") il lavoro che ci apprestiamo a mettere in scena a Catania può e potrà puntare al mercato internazionale. E’ una meravigliosa Mary Poppins, infatti, il nostro Dottore. E se si aggiunge agli ingredienti un poco di Mangano, quell’aspra mistura di disturbo criminoso non potrà giovarsi del successo collaudato del gothic in chiave mafiosa? The Phantom of the Horsestable. Cose così.

Capisco l’obiezione. Poteva trovarsi una chiave scespiriana per Berlusconi, ma la tragedia non gli si addice, sarebbe solo una forzatura quando dell’eroe ormai ne abbiamo avuta immagine più che vaporosa, coi suoi accappatoi e con le bandane da fico di provincia. Fidatevi della produzione TsC. Sarà un grande successo e, pur opera di rilevante interesse culturale, non si avvarrà di finanziamenti ministeriali. Sandro Bondi in persona, anche da sig. Ministro, ma soprattutto da poeta, potrà essere consulente visto che l’autore del libretto forse non s’è mai misurato con le rime. E forse avrà bisogno di un paroliere.
Insomma: prossimamente sul palcoscenico di Catania e poi in tournée. Una mondiale tournée.

Ps. Dimenticavo: l’autore del libretto. Ve lo dirà lui stesso qualche pagina più avanti.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

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Buttafuoco, un disastro con le Fimmini

Venerdì, 20 Novembre 2009

fimmini è una delusione. l’ultimo libro di buttafuoco ci ha definitivamente confermati nell’opinione che avevamo maturato con cabinet voltaire e le uova del drago. buttafuoco non sa scrivere. è riuscito a diventare un persogaggio, tra il fascio e l’islam, siciliano innamorato delle donne, fogliante. ma quando cerca di esprimere e rappresentare sulla carta il suo mondo, quel mondo che ci ha interessati a lui, non ci riesce proprio. la penna si fa dura, anche se qualche frase è folgorante. purtroppo, questo è un epitaffio: la vita è troppo breve per passarla con buttafuoco

Io, un impresentabile contro la mafia letterariao (by Buttafuoco)

Lunedì, 10 Agosto 2009

Io, facciamo ad esempio, lavoro alla Mondadori di Roma, in via Sicilia, dove – due piani sotto al mio ufficio – c’è la redazione di Nuovi Argomenti. Questa, per capirci, è la fornace da dove vengono fuori i grandi successi editoriali. Da qui è venuto fuori Roberto Saviano. Dall’angusta stanzuccia ricavata nel sotterraneo – di questo si tratta – è sbucato Alessandro Piperno con Le peggiori intenzioni. E perfino Paolo Giordano, l’autore de La solitudine dei numeri primi deve venire da lì, non ricordo bene, ma ad ogni modo è stato avvistato dalla combriccola.

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Buttafuoco: cabaret voltaire è una boiata pazzesca

Sabato, 13 Dicembre 2008

Brutto, il nuovo libro di buttafuoco è proprio brutto. temis ha ospitato numerose recensioni e articoli su cabaret voltaire, l’ultimo lavoro di buttafuoco. lo ha comprato e letto. bocciato! un libro pretenzioso, senza capo nè coda. un esercizio letterario che cerca la ribalta dei riflettori con una non riuscita esaltazione dell’islam, come ultimo baluardo del sacro, ormai esiliato in e dall’occidente. siamo delusi, speravamo in qualcosa di più. lo avevamo comprato nella speranza di leggere qualcosa sul mondo musulmano che ci portasse a credere in una palingenesi di questa millenaria civiltà. e invece nulla. abbiamo perso tempo e denaro. il libro è come la sua copertina. che brutto quel giallo pacco di natale.

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Contro la destra che ha tradito i suoi ideali per scimmiottare la sinistra

Martedì, 2 Dicembre 2008

Il Pietrangelo Buttafuoco di Cabaret Voltaire (Bompiani) è come il Carmelo Bene di Nostra signora dei Turchi. Imprevedibile, spirituale, barocco, capace di elevarsi attraverso la gloria del (presunto) nemico. Ma se quell’opera, prima anti-romanzo e poi film, era dissacrante nel senso classico, Buttafuoco dissacra in senso così ostentamente reazionario da apparire dadaista. Perché difende il sacro dissacrando la destra che ha dismesso la sua tradizione spirituale, per inchinarsi, profana, ai feticci vecchi e nuovi della sinistra (dal rincorrere Moretti al mito americano).

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“Voltaire uccide l’Occidente. Preferisco il sacro Islam”

Domenica, 23 Novembre 2008

Pietrangelo Buttafuoco è specializzato nel gettare sassi (ma sarebbe meglio dire enormi massi) nello stagno della cultura. E anche il suo ultimo libro (in libreria da mercoledì), Cabaret Voltaire. L’islam, il Sacro e l’Occidente (Bompiani, pagg. 226, euro 18), è un bel colpo di bombarda sparato contro i bastioni del pensiero occidentale fatto vulgata, dei valori libertari, mediamente e pigramente condivisi. Tanto per dire Voltaire e gli illuministi vengono impallinati, ma con loro viene impallinata anche la destra filo-americana colpevole, secondo Buttafuoco, di essere solo il cane da guardia di un pensiero unico che annichilisce il senso del sacro. Non bastasse, sono durissime le accuse alla censura che l’Occidente opererebbe contro i teorici della spiritualità islamica, come Khomeini o Ahmadinejad a partire dal fatto che «sono solo le discriminazioni di natura religiosa ad avere moneta corrente negli inaccessibili forzieri del pensiero unico occidentale».
Buttafuoco, lei mette nelle prime pagine un’ampia citazione di Ahmadinejad sui diritti della donna. Qualcuno reagirà male, leggendo…
«La citazione nessun giornale italiano l’ha riportata anche se era un discorso all’Onu. Mi meraviglio sempre dell’assoluta ignoranza in cui ci muoviamo, l’ho messa per quello. Esattamente nessuno sa quanto i musulmani venerino la Vergine. Insomma, si pretende lo scontro di civiltà quando ignoriamo tutto…».
Lei parla di un Occidente che si fabbrica il suo happy end mentre in realtà si limita a consumarsi. È l’altra faccia di questa ignoranza?
«Io sono cresciuto in una famiglia che ha fatto dell’Occidente una bandiera, sono cresciuto a pane e Pino Romualdi, quindi può capire la sofferenza. Ma oggi questa parola è solo il cavallo di Troia con cui la sinistra fa fare il lavoro sporco alla destra… Per fare un esempio, quando vedo tutti starnazzare attorno alle moschee mi chiedo: ma non sarebbe meglio chiudere le discoteche? La destra una volta era il senso della tradizione, della fede, della patria. Ora cos’è che dovremmo difendere: le minigonne? La vita à la page? Il consumo?… Oppure tutti quei miscredenti che parlano di valori solo perché non tollerano di vedere altri, i musulmani, che sono capaci di fermarsi e di pregare mentre noi non ci riusciamo più?».
È questo che intende dicendo: «La destra ha prodotto il peggior Occidente»?
«Sì, la destra è diventata custode della sovversione, è solo una sinistra senile. Ha dimenticato l’identità greco romana, il cattolicesimo, il Golgota. È carica di pregiudizi. Quei pregiudizi che sono il veleno che ci hanno inoculato gli illuministi…».
A partire dal titolo del libro, Voltaire è visto come uno dei simboli dei nostri mali. Ma è sicuro?
«È stato Voltaire a fabbricare quel pregiudizio sulla religione che ci ha avvelenato… Mentre la religione è l’istinto di sopravvivenza dell’uomo. La religiosità è alla base. Ecco perché nel libro insisto sul Venerdì Santo, sulle processioni che, grazie a Dio, in Sicilia hanno ancora un senso. Insisto sulla croce che un tempo era simbolo di Occidente e ora è rimossa. Pensi a Mel Gibson, l’hanno stanato come un cane rognoso solo perché ci ha messo davanti agli occhi il Golgota. Il Golgota dà fastidio perché è verità…».

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Buttafuoco taglia la barba a Ferrara

Venerdì, 21 Novembre 2008

Strani effetti anche un po´ beffardi determina lo scontro di civiltà, se dal nucleo più strenuo degli aspiranti crociati di Papa Ratzinger proviene non solo la rivendicazione del paganesimo, ma addirittura l´apologia dell´Islam. Il record del relativismo, a pensarci bene.
Illuminanti disfunzioni, effetti collaterali del pensiero teo-con a disdoro dei tanti propagandisti delle radici cristiane, atei e/o devoti che siano, comunque portabandiera di una religione trionfalistica, altoparlanti dell´esportazione della democrazia, fans dei falchi bombardieri del Pentagono, difensori di Guantanamo.

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