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Farina è “una cozza del giornalismo” by Mulassano firmataria appello contro Calabresi

Lunedì, 30 Luglio 2007

"Caro Roberto,di me ti ricorderai senz’altro come io mi ricordo di te. Hai fatto un bellissimo lavoro con Dagospia, ma certe cose non te le perdono. Una per tutte, pubblicare
gli articoli di Farina. Chissenefrega se è uno del Sismi, cazzi suoi, ma che sia un essere spregevole lo sanno tutti ma proprio tutti. Basta guardarlo in faccia, sentirlo parlare e leggere ciò che scrive con bile e male. E’ una cozza del giornalismo beccato con le manine nella merda ed assolutamente non disposto a darsi alla coltivazione di asparagi che farebbe sicuramente meglio della professione che fa.

Che schifo andare a rivangare le 800 firme dell’Espresso e che inutilità: chi lo ha fatto, come me, lo ha fatto perché tutt’ora pensa che sia giusto averlo fatto: le scuse a me danno il voltastomaco a meno che qualcuno abbia firmato credendo di guadagnarsi un angolino di paradiso. Per me, ma nemmeno per Letizia Gonzales la firma di allora ha dato frutti. Siamo due signore pensionate con alle spalle una carriera adamantina e le nostre idee politiche di allora e di oggi non ci hanno mai fatto guadagnare.

E tanto basta per non sputarci in faccia ma soprattutto per non farci sputare in faccia da Renato Farina, giustamente radiato dall’Ordine dei giornalisti. Con immutata stima e simpatia.
Adriana Mulassano"

(continua…)

L’appello contro il commissario Calabresi? lo firmarono Mieli Scalfari Colombo Bobbio Eco Bocca etc

Venerdì, 27 Luglio 2007

La vicenda del manifesto scatenato contro Magdi Allam ha indotto a trovare un antecedente nell’appello che fornì il movente della condanna a morte del commissario Luigi Calabresi, eseguita il 17 maggio 1972. Con interessanti scoperte. Ne anticipo una perché sì. L’attuale presidente dei giornalisti della Lombardia, Letizia Gonzales, è tra coloro che l’hanno firmata. Non se ne sapeva nulla. Lei non l’ha mai detto. Lei insegna deontologia ai cronisti, giudica il prossimo con zelo.

È archeologia? Boh. Mi si dice: bisogna situare la vicenda nel suo tempo. D’accordo. Piazziamola lì. Allora va bene sopire, occultare, far perdere le tracce? La lettera sottoscritta contro il commissario Luigi Calabresi uscì il 13 giugno 1971 sull’Espresso, poi ancora il 20 e il 27 giugno. Ogni volta con firme importanti ma anche di gente che sperava di cavalcare l’onda giusta. Aveva ragione. Era l’onda scendente. La storia l’ha dimostrato. Raccolse circa 800 firme. Ho fatto parecchie scoperte interessanti. Provo a elencarle.

1) Il primo firmatario è Marino Berengo. Qualcuno lo ricorda? Molti dell’ambiente accademico sì. Era il professore dell’Università Statale di Milano che più sostenne il Movimento Studentesco. Uno storico scrupoloso. È scomparso nel 2000. In nessuna biografia encomiastica a lui dedicata si ricorda questo particolare: è li nome numero 1 di un mandato di omicidio. Interessante notare che nel 1974, due anni dopo l’assassinio, è stato promosso professore ordinario a Ca’ Foscari, il glorioso ateneo di Venezia.

2) Berengo ha fatto carriera insomma. Nessuno dei firmatari ha pagato con un minimo rallentamento della sua corsa questa infamia di uccidere con le parole un uomo il cui destino ne risultò segnato. Ricordiamo che tra essi alcuni hanno chiesto scusa. Ci sono Paolo Mieli, Lucio Colletti, Furio Colombo. Bisogna sapere che su internet c’è un’enciclopedia che è la più consultata del mondo, si chiama Wikipedia. Ho controllato: nessuno tra questi tre è ricordato per queste scuse, come manco uno tra gli 800 per la schifosa firma. Perché tutto questo è ritenuto così poco importante? Si può dichiarare una guerra preventiva a un uomo definito senza prove "commissario torturatore", sotto il titolo "Colpi di karatè" e ritenere l’episodio di nessun rilievo? Oltretutto è stato importantissimo nella storia d’Italia. O sbaglio?

3) In quella lettera si attaccano anche i , colpevoli di tardare nel sancire il sicuro assassino Calabresi . Qualcuno è stato condannato dal Csm per questo? No. Anzi, sull’Espresso compare una lettera spaventosa a corredo e rinforzo di questo appello: è firmata da un padre della patria, Ferruccio Parri. Egli chiede . Contro Calabresi e i magistrati che – secondo questa crème italiana – gli tengono bordone. Com’è stata possibile questa deriva? O è connaturale a una certa cultura comunista e giustizialista? E soprattutto come mai nessuno, salvo scuse private o tenui di quei quattro gatti, ha pagato o almeno rende conto di questo scivolamento paraterroristico? C’erano politici onorati e morti, come Terracini, Pajetta, Amendola per nominare solo i famosi. Sono stati in carcere sotto il fascismo. Non è un buon motivo per spedire sotto terra un innocente.

4) Ci sono molti filosofi nella lettera. Norberto Bobbio, individuato universalmente come un grande pacifista, ma anche Enzo Paci, Umberto Eco e il citato e pentito Lucio Colletti. Citiamo solo i grandi. Ma pullulano gli storici. Si va da Paolo Spriano, a Guido Quazza (i suoi libri erano i più diffusi nei licei), Argan, ma anche Lucio Villari. È bellissimo leggere le critiche di costoro alle avventatezze storiche del prossimo, quando hanno questo macigno sulla loro probità di ricercatori a pro di altrui omicidio. C’era un bell’articolo di Villari su Repubblica di domenica scorsa: se la prendeva con la prosa di Mussolini il quale non avverte nessuna colpa. Complimenti.

5) Il capitolo giornalisti è molto interessante. Ci sono – tranne Enzo Biagi e Indro Montanelli – tutti i mostri sacri. Giorgio Bocca ed Eugenio Scalfari, ma si sapeva. Tra i nomi sinora tenuti in ombra ci tocca segnalare i due dioscuri di Repubblica ovunque segnalati per la loro eleganza, equilibrio e statura morale. Parlo di Sandro Viola e Bernardo Valli. Come mai stavano nel gruppo di scribi e farisei che hanno urlato il crucifige? Tra essi c’era anche Gianni Corbi, futuro garante dei lettori di Repubblica. Ha garantito meno Calabresi, ma che sarà mai. Sono passati molti anni? Dario Fo ci ha messo quarant’anni ad ammettere, dopo essere stato scoperto, di aver militato in camicia nera nella Repubblica di Salò. Heinrich Boll ne ha impiegati 61 per riconoscere di essere stato nelle SS. Non è mai troppo tardi.

6) Sorpresina: c’è Folco Quilici, documentarista attentissimo a che non scompaiano i pescecani e ai pinguini, ma sui commissari torturatori si può chiudere un occhio.

7) Sorpresa già annunciata. Tra i firmatari c’è Letizia Gonzales, in un crocchio di giornaliste specialiste di moda, tra cui Adriana Mulassano e Giovanna Mazzetti. Conta parecchio anche se il nome dice poco ai lettori: la signora Gonzales è diventata presidente dei giornalisti della Lombardia. Essa è specialista di deontologia, come molte professioniste del suo settore. La sua elezione è nata dalla contrapposizione con Franco Abruzzo. Il quale era stato accusato di essere stato troppo dolce poiché aveva proposto per me un anno di sospensione invece della radiazione. La Gonzales non ci sta. Scandalo, vergogna, indegnità, radiazione perenne: Farina ha aiutato il Sismi! Quando questa spietata fustigatrice firma la condanna a morte di Calabresi aveva la stessa età del Commissario, 34 anni. Mi chiedo: perché non sente il bisogno di far conoscere l’episodio, non dico di autoradiarsi, figuriamoci, ma almeno di levarsi la sua piccola trave. Ah già, c’è la prescrizione. La coscienza va in prescrizione?

8) Il manifesto assassino fu sottoscritto collettivamente anche dal "Movimento nazionale dei giornalisti democratici" da cui è uscita la corrente "Rinnovamento" che governa attualmente il sindacato. Non si ritrova traccia di scuse da nessuna parte, quando si rifà la storia dei giornalisti. Paolo Murialdi, gigante scomparso delle scuole di giornalismo, non cita questo episodio. Il leader cattolico Sergio Borsi, segretario del sindacato, poi di recente direttore dell’Eco di Bergamo, e ancora oggi tra i capi dei giornalisti, ha rivendicato la bontà di quel movimento democratico, sostenendo che il suo nerbo stava in Lombardia. Che bello. Ad esso si contrappose Walter Tobagi. Interessante. Chiedere il parere ai due (assassinati).

9) La morale è forse questa: c’è chi vede la pagliuzza degli altri, ma non il suo tronco, che non sempre è di Betulla."

(continua…)

Delitto Calabresi: il video del TG del 17 maggio 1972 che ne dette la notizia

Giovedì, 24 Maggio 2007

Ecco come il TG dell’epoca dette la notizia dell’omicidio del commissario di polizia Calabresi. Per non dimenticare
Riferimenti: TG 17 maggio 1972: il video