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Aridatece il gallismo (by Camilleri)

Venerdì, 30 Novembre 2012

C’era un volta il Merlo Maschio e Lando Buzzanca si assumeva il duro fardello di portare in giro per lo Stivale l’icona per eccellenza della sicilianità: l’uomo seduttore, mai sazio di femmine, baffuto e impomatato. Era la prima volta che il Mito dilagava al livello popolare. Prima, aveva avuto i suoi fasti letterari nel Don Giovanni in Sicilia, nel Bell’Antonio e perfino in Sedotta & Abbandonata. Insomma, l’Homo Siculo era il vanto di una terra che, per il resto, aveva poco altro di cui andar fiera.

Poi la scena si incupì e, dopo le lotte femministe e la ribellione di Franca Viola, l’equazione Sicilia=gallismo dovette cedere il passo, nell’immaginario collettivo, a quella Sicilia=mafia, debitamente supportata da veri e propri professionisti dell’-anti. Per i decenni successivi siamo stati plasmati all’idea che in Sicilia la politica e la mafia fossero strettamente intrecciate, e che nell’isola non si muovesse foglia senza che il boss voglia. Dal «la mafia non esiste» si era passati, quasi senza accorgercene, al «tutto è mafia». In Sicilia – ci abituammo a pensare – la politica la fa la mafia, perché è la mafia che porta voti. Così, diversa gente finì in galera perché «non poteva non sapere» o per «concorso esterno in associazione di stampo mafioso», due nuove fattispecie di reato create apposta per quella disgraziata terra, l’«amara terra mia» di modugnana memoria.

A mettere la pietra tombale e finale sul concetto, tanto da farlo diventare idée reçue, ci pensò Montalbano, con le sue avventure televisive vendute in tutto il mondo (essendo i romanzi intraducibili per via dell’uso massiccio del dialetto). Oggi, com’è noto, la Mafia ha cambiato parere; anzi, politica. E ha ordinato ai siciliani di non andare a votare. I siciliani, usi a obbedir tacendo, hanno eseguito compatti. Non si sa bene qual sia il piano, ma di certo deve essercene uno, perché la Piovra, come tutti sanno, è più astuta del Demonio. In attesa di vedere qual esso sia, il piano, in Sicilia si è intanto registrato un clamoroso ribaltamento d’immagine, essendosi essa ritrovata con al vertice – e, dunque, rappresentante ufficiale nel mondo – un omosessuale dichiarato. I siciliani non l’hanno certo voluto, dal momento che hanno disertato le urne nella spaventosa percentuale dell’87%. Però è quel che adesso si ritrovano. Verrebbe da dire, visto che siamo in Sicilia, «cornuti e mazziati». Ma l’avvisaglia l’avevano avuta, visto che nell’altrettanto meridionale Puglia un omo-catto-com c’era già, e pure con l’orecchino. Questo, al contrario, votato, e ben due volte.

Che sta succedendo, dunque, al Sud? Se è vero che la Sicilia è una sorta di «laboratorio» di quel che avverrà altrove, dobbiamo aspettarci un ex Regno delle Due Sicilie a marchio gay? Staremo a vedere. Intanto, però, è il turismo sessuale a soffrirne, con conseguente depauperamento delle tasche meridionali. Se, il cielo ne scampi, le inglesine saranno dissuase dal trascorrere le loro vacanze estive in Sicilia, l’Ente Turismo dovrà ripensare l’immagine della Trinacria, che fu un tempo terra caliente popolata di fusti bollenti e galanti, e praticamente priva di concorrenza, giacché le sicule dovevano stare chiuse dietro le persiane. E dire che lo scricchiolio avrebbe dovuto essere avvertito da tempo, poiché Ferribotte, l’icona del maschio siculo lanciato dai Soliti ignoti (early anni Sessanta), era un attore sardo. E sua sorella, Claudia Cardinale, era nata a Tunisi. Per quanto riguarda, infine, Lando Buzzanca, in vecchiaia si è ritrovato a interpretare il padre di un gay. Giusta nemesi o segno dei tempi? Propendiamo per la seconda ipotesi, e ci si perdoni la nostalgia canaglia per il gallismo che fu, quello della nostra lontana giovinezza nell’Isola dei Vulcani. r. camilleri lanuovabussolaquotidiana

 

 

Nozze reali, nostalgia di un mondo ordinato

Giovedì, 28 Aprile 2011
Cosa sognano le commesse? Il principe azzurro. Cosa sognano le principesse? Lo stalliere grigio. Dunque, nozze principesche sempre più borghesi, come Felipe di Spagna e ora William d’Inghilterra. Un tempo le nozze reali servivano a impedire guerre e a suggellare alleanze. Oggi ciò non serve più, per cui sono state anch’esse liberalizzate. Oggi non più spose che portano in dote intere contee, ori, argenti e diamanti. Oggi si incassa col turismo.Il primo a intuirlo fu Ranieri di Monaco, che impalmò un’attrice famosa. E chiuse un occhio sulle avventure e i plurimatrimoni delle figlie. Tutto gossip, rotocalchi, foto e, dunque, propaganda. Con le nozze in cui uno dei due nubendi è un reale ci si può fare un sacco di soldi e la corte inglese, da questo punto di vista, è il top. Infatti, oltre a essere una delle corone più antiche rimaste, “regna” su tutto il mondo anglofono. Come a dire tre quarti del pianeta. Ora, più un matrimonio reale è “chiacchierato” e meglio è.Dunque, i matrimoni inglesi sono sempre stati al centro dell’attenzione, da Enrico VIII in poi. Cominciò lui, con i suoi sei matrimoni. Proseguì la figlia, Elisabetta I, che tenne per decenni il mondo col fiato sospeso in attesa che si decidesse a impalmare qualcuno. Non lo fece, ma il risultato propagandistico fu lo stesso: ancora oggi la sua è detta «golden age». La seconda e ultima Elisabetta fu una brava moglie e madre, e i riflettori si riaccesero sulla sua famiglia solo con l’avvento di Diana Spencer, che diede a suo marito il Principe di Galles due maschi che le somigliavano sputati. Poi, carattere cancerino, non sopportò più l’etichetta di corte. La quale prevede, da sempre, che quando la coppia non va d’accordo lui ha il diritto di farsi tutte le amanti ufficiose che vuole.Infatti, da quando Carlo di Windsor si è risposato con una con cui non litigava, i riflettori si sono spenti. Diana, com’è noto, divenne la star dei rotocalchi, contribuendo, sia pure indirettamente, a mantenere un cono di luce sulla monarchia britannica. Il cui complicato cerimoniale ancora oggi colpisce talmente la fantasia popolare da aver meritato addirittura la riflessione di un pensatore cattolicissimo e serio come Plinio Corrêa de Oliveira, il quale a suo tempo paragonò il rituale britannico all’insediamento, plebeo quant’altri mai, del presidente degli Usa: rigido protocollo, passi millenari, etichetta soprannaturalmente simbolica nell’uno; corteo con coriandoli e majorettes, Miss America in bikini, cowboys a cavallo che prendono il nuovo presidente al lazo nell’altra. Il cerimoniale di corte britannico, il più antico e complicato, colpisce, si è detto, la fantasia.Ma solo quella? No, c’è anche la nostalgia per un mondo sacralmente ordinato, quando il Re era l’Unto del Signore e, letteralmente, guariva i malati imponendo loro le mani (si rileggano le significative pagine di Marc Bloch al proposito), quella nostalgia che fece scrivere a Leone XIII, nell’enciclica Immortale Dei, che «fu già un tempo in cui l’Impero e il Sacerdozio, avventurosamente uniti…». Nostalgia dei secoli cristianissimi, nei quali ognuno e ogni cosa avevano il proprio, giusto, posto nell’ordine del Creato. Una nostalgia che spiega il successo, da oltre quarant’anni, della saga di «Guerre Stellari», con i suoi imperatori e principesse, coi suoi cavalieri e una Forza soprannaturale che tutto regge. Non lo sappiamo più, ma quando guarderemo alla tivù le nozze di William e Kate resteremo affascinati proprio a causa di questa ignota nostalgia. Della quale quelle nozze in mondovisione, pur con i loro gadget di dubbio gusto e la partecipazione altrettale di Elton John, sono l’ultimo, confuso, rimasuglio. r.camilleri labussolaquotidiana


Suore, le prime donne emancipate (by Camilleri)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Elisabetta-Canalis-sexy-suoraFurono le suore i battistrada dell’emancipazione femminile. In Italia, nell’Ottocento. Paradossalmente, proprio a causa della politica laicista risorgimentale. L’abolizione degli ordini religiosi contemplativi e la privazione della personalità giuridica per quelli «socialmente utili» cagionò – altro paradosso – l’aumento esponenziale delle vocazioni femminili: ben 185 nuove famiglie religiose. Le nuove superiore generali erano costrette a intestarsi e gestire un patrimonio (cosa che alle donne laiche italiane fu concessa solo nel 1919) e a viaggiare continuamente per dirigere le varie case.A quest’ultimo punto ostavano le disposizioni ecclesiastiche, ferme al Concilio di Trento (che per le comunità femminili prescriveva la clausura). Ma la brutale separazione tra Chiesa e Stato aveva praticamente distrutto il vecchio modello, che prevedeva un patrimonio di fondazione e la dote per le aspiranti suore. Adesso le suore dovevano mantenersi col loro lavoro. Da qui la necessità di farle studiare. Da infermiere, da maestre. Addirittura laurearle mandandole a Genova, l’unica università che accettasse donne. A Genova infatti andavano a studiare le milanesi «marcelline», e in abito civile: le marcelline furono le prime a creare scuole superiori per donne, licei femminili.L’apripista fu la nobile bergamasca Teresa Eustochio Verzeri (1801-1852), che fu poi beatificata. Nel 1830 fondò le Figlie del Sacro Cuore di Gesù e nel 1847 andò a chiedere al papa, il b. Pio IX, l’inaudito permesso di amministrare personalmente e direttamente, quale superiora generale, i beni della sua opera. «Le suore furono fra le prime donne a prepararsi con studi professionali», scrive Lucetta Scaraffia nel saggio Il contributo dei cattolici all’unificazione (in I cattolici che hanno fatto l’Italia, a cura di Lucetta Scaraffia, Lindau). «Anche le prime scuole per infermiere sono state istituite da suore per altre suore». Le suore «si trovavano a dirigere orfanotrofi, scuole, ospedali, e quindi a viaggiare spesso, conducendo una vita molto più emancipata e impegnativa di quella offerta alle donne laiche loro contemporanee». Per tutto il XIX secolo «le fondatrici delle congregazioni religiose hanno amministrato patrimoni ingenti, in forte anticipo sul mondo laico». Questa emancipazione femminile «si è imposta a causa dell’espropriazione dei beni ecclesiastici, un provvedimento che, secondo molti, avrebbe distrutto la Chiesa, ma che in realtà ha aperto alle donne nuove possibilità di realizzazione».Di più: «Per una donna di bassa condizione entrare in una congregazione significava un vero e proprio investimento culturale e sociale», cosa negata nel mondo laico. Si pensi, per esempio, a Maria Domenica Mazzarello, un’analfabeta che parlava solo il dialetto. «Scoperta» da don Bosco, divenne la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ramo femminile dei salesiani. O alla patrona degli emigranti, Francesca Cabrini, che prese il diploma di maestra proprio in una delle scuole della Verzeri. r.camilleri giornale.it

E se Dio fosse un alieno? (by Cammilleri)

Sabato, 21 Novembre 2009

Dal momento che non sono pochi quelli che ci credono, è lecito chiedersi se quel che chiamiamo «Dio» non sia per caso una civiltà di extraterrestri dalla quale la razza umana in qualche modo discende. Certo, si potrà subito obiettare che, anche se così fosse, il problema sarebbe solo spostato. Si potrebbe infatti altrettanto legittimamente domandare chi ha creato gli extraterrestri.
Gli Ufo sono un vero e proprio mito dei nostri tempi, talmente incoraggiato dai media da aver creato un’industria nei centri abitati vicini alla famosa «Area 51» nel deserto del Nevada, dove il governo degli Stati Uniti avrebbe condotto – dice una consolidata leggenda metropolitana – degli esperimenti segreti su un disco volante schiantatosi, carico di alieni, da quelle parti. Si potrebbe cominciare col chiedersi perché questi alieni atterrino quasi sempre negli Stati Uniti, dal momento che è là che più si addensano le «tracce» e gli «incontri ravvicinati». Un’altra osservazione da fare è la seguente: molti scienziati, se intervistati sul tema dichiarano che sarebbe arrogante pensare che, in un universo così vasto e per la maggior parte sconosciuto, la razza umana sia sola. Tuttavia, questo modo di ragionare non è che un atto di fede, un auspicio che non c’è bisogno di essere scienziati per formulare. Ora, quantunque l’argomento abbia alimentato e continui ad alimentare la letteratura fantascientifica e sia dichiarato, appunto, «fantascienza» tout court da altrettanti scienziati, è bene sapere che il massimo scrittore di fantascienza di tutti i tempi, l’ebreo russo naturalizzato americano Isaac Asimov, agli extraterrestri non credeva.
Isaac Asimov, ateo e scientista (scrisse anche un paio di opere per «confutare» la Bibbia alla luce delle scoperte scientifiche), chiedeva prove. Non visioni, non racconti, non testimonianze, ma solide e tangibili prove… Invece non c’è niente. Nessuno, in tutti questi anni, è stato in grado di mostrare uno straccio di quel che la scienza chiama prova. In più, si dilungava ad analizzare la pretesa mentalità aliena, concludendo che il comportamento di questi ultimi, se esistevano, era troppo irrazionale per essere preso sul serio. Infatti, che cosa vogliono? Cercano un contatto? Allora perché sfuggono continuamente? Intendono studiarci restando nascosti? Allora perché si mostrano continuamente?
Altro mito destituito di fondamento: gli alieni sono buoni. Anzi, migliori di noi; la loro evoluzione li ha condotti a perfetta bontà. Chissà perché la nostra ci ha lasciati cattivi come Caino. Anzi, misti, come Caino e Abele (con la solita prevalenza del primo). Le leggi dell’evoluzione variano da pianeta a pianeta? O gli alieni sono tutti convertiti a una filosofia della bontà, una specie di cristianesimo seguito da tutta una razza? Ma perché, allora, il cristianesimo ha mostrato i suoi limiti solo sulla Terra? Ma la pista religiosa collide con quella scientifica, l’unica per la quale gli alieni sono ammirati. La loro potrebbe benissimo essere una razza idolatrica, teocratica e dispotica. Lo schiavismo totalitario e organizzato potrebbe aver permesso loro il balzo in avanti tecnologico. Ma, se le cose stanno così, bisognerebbe piuttosto temerli, gli alieni, e attrezzarsi per un’eventuale invasione come si pensava nei vecchi film degli anni ’50 (che la propaganda liberal ci ha fatto credere essere metafore del timore del comunismo).

(continua…)