Articolo taggato ‘carfagna’

Maria Elena Boschi, le piccole Carfagna crescono

Martedì, 7 Gennaio 2014

Pur avendoci incantato per garbo e delicatezza di tratti, Maria Elena Boschi non ci convince del tutto.

Intanto, la trentaduenne deputata del Pd e neo responsabile delle Riforme della segreteria di Matteo Renzi è un tantino invadente per le troppe volte che ci entra in casa su ogni possibile canale tv, dando l’impressione che null’altro faccia che promuovere se stessa.

Inoltre, pare parli essenzialmente per tenere in esercizio la bocca e non per dire cose. A meno che non consideriamo cose il suo continuo cinguettio, «Matteo qua, Matteo là», la calcata buona volontà espressa con i vari «noi ce la metteremo tutta» e sinonimi, l’ottimistica visione del nostro domani propinata con sperticate lodi sui benefici del renzismo.

Fin qui, la Boschi televisiva. Poi, c’è Twitter di cui, come il suo capo Renzi, è idolatra. Ecco un saggio di pensieri e umori di Maria Elena. Per le festività: «O è Natale tutti i giorni o non è Natale mai! Un felice Natale a tutti». Per la Leopolda (il festival fiorentino d’autunno di Renzi): «Pronti per dare un nome al futuro?». Per le primarie della segreteria Pd (vinte da Renzi): «È la nostra occasione! Questa è la volta buona!».

In un giorno a caso: «Con Matteo cambia verso all’Italia! Si riparte!». Per riassumere: una marea di esclamativi ed entusiasmo alle stelle, a conferma definitiva di una personalità giulivamente estroversa. Anche il suo profilo parlamentare è coerente. L’onorevole Boschi è molto presente in Aula, come in tv e su Twitter, ma se c’è da fare cose concrete marca visita: in dieci mesi non ha prodotto proposte di legge, limitandosi a firmarne alcune presentate da colleghi.

Classe 1981, dunque quasi giovanetta, Maria Elena merita già solo per questo la massima apertura di credito. Quel che ne ho detto finora, frutto di semplici osservazioni a distanza, non pregiudicano nulla. Renzi, per dire, la considera un fenomeno, se non alla sua stregua, degna almeno di stargli a fianco.

Se poi si pensa che in un anno, il 2013, Boschi è diventata deputato, è entrata nella segreteria del Pd (composta di dodici prediletti di Renzi, come gli apostoli), è stata acclamata Miss Montecitorio e se la batte per notorietà tv con una veterana come Mara Carfagna, si può affermare che è partita col piede giusto. Perfino il Cav ne è abbagliato. Un giorno le ha detto: «Lei è troppo bella per essere comunista». E lei, anziché lasciarsi lusingare, ha replicato seria e severa: «I comunisti non esistono più».

Ha già pure un soprannome: la Giaguara. Segno che ha acceso la fantasia dei cronisti. Tutto è nato alla Leopolda di due mesi fa – kermesse da lei brillantemente organizzata – quando giunse in scarpe leopardate, tacco dodici (che alterna con il dieci, ma è sempre in supertacco). I giornalisti, che nelle associazioni sono impagabili, hanno subito collegato il leopardo di Maria Elena al giaguaro di Bersani (quello che l’ex segretario pd si era fissato di volere smacchiare, alludendo al Cav).

Di qui il soprannome, quasi un omaggio alla grinta dimostrata dalla ragazza nell’infrangere il tabù che aveva portato iella a Bersani e al Pd. Parlando di scarpe, aggiungo quel che Maria Elena ha voluto farci sapere in un’intervista. Ora che passa a Roma cinque giorni la settimana (trascorre il week end nella natia Toscana), indossa sempre scarpe con ultratacchi a Montecitorio, ma ha con sé delle ballerine che calza invece per affrontare gli infidi sanpietrini romani tornando a casa. Un accorgimento che denota equilibrio tra vanità e testa sulle spalle.

Che sia ragazza quadrata, non ci piove, e neppure che sia ambiziosissima. Nata a Montevarchi, ma solo perché lì c’era Ostetricia, Maria Elena è di cospicua famiglia di Laterina, borgo aretino di qualche migliaio d’anime. Papà Pierluigi è dirigente della Coldiretti, direttore di un consorzio vinicolo e nel cda di BancaEtruria.

In sostanza, un ex democristiano traslocato nel Pd, via Margherita (stesso partito dei Renzi). Idem la mamma, Stefania Agresti, preside e vicesindaco pd del borgo. Pare che i Boschi e i Renzi – del Valdarno aretino gli uni, del fiorentino gli altri – siano vaghi conoscenti da prima che i rispettivi rampolli intrecciassero i destini, cosa che tra sparuti bianchi nella marea rossa locale, è del tutto verosimile.

Dopo una superlativa laurea in Legge, Maria Elena si specializzò in Diritto societario, iniziando la pratica legale. A studio con lei, c’era Francesco Bonifazi, di cinque anni maggiore, avvocato piddino col pallino della politica. I due diventarono amici – c’è chi dice qualcosa di più – e insieme sostennero nel 2009 la candidatura a sindaco di Firenze del dalemiano, Michele Ventura, contro Renzi.

Matteo però prevalse e Bonifazi, eletto unico consigliere comunale venturiano, il giorno successivo passò armi a bagagli con il vincitore diventandone, come tutti quelli che si allineano con Matteo, reggicoda. Ne è stato lautamente ricompensato: oggi è deputato e tesoriere del Pd. Fu lui a presentare al neo sindaco Maria Elena che, a sua volta, si mise a disposizione ricevendone altrettanti benefici. Per riassumere: la Nostra fanciulla, che non doveva all’inizio avere le idee chiare, debuttò in politica con un prodigioso salto della quaglia dall’universo togliattiano di D’Alema a quello indefinito di Renzi, suo rottamatore.

In quattro anni dall’entrata in scena, ecco quel che è accaduto. Il rapporto tra Matteo e Maria Elena è diventato più stretto, alimentando illazioni. È seguita la nomina dell’avvocata nel cda di Publiacqua (la maggiore azienda idrica toscana), l’attribuzione di un compito importante (la «tenuta dell’agenda» di Renzi!) nelle primarie 2012 in cui Matteo fu battuto da Bersani e un apprezzato contributo professionale di Maria Elena nella privatizzazione dell’Atef, l’azienda filotranvaria fiorentina. Operazione osteggiata con scioperi dalla Cgil, tra il pittoresco sacramentare degli utenti fiorentini. Per tali meriti, la ragazza è stata catapultata a Montecitorio con le ultime elezioni. Una carriera lampo, ricalcata su quella delle vituperate donne berlusconiane. Lei che di continuo esalta la via maestra delle primarie per selezionare i migliori, al dunque ha preso la scorciatoia del posto sicuro in lista sotto l’ala del protettore. «È una miracolata. Senza Renzi, non esiste», si mormora a Firenze. Veleni toschi, bella Boschi. Non ci badi. Dimostri a quelli che oggi hanno ragione che presto avranno torto. Giancarlo Perna per “il Giornale

_

Il casino delle Libertà (divertente pezzo di Luca Telese)

Giovedì, 23 Giugno 2011

Ecco vedi: “Una mignotta come poche”. Non è solo il turpiloquio. Non è solo un gioco del telefono, o il normale effetto retroscena che tutte le intercettazioni regalano. Non è (solo) come guardare nel buco di una serratura, questo ritratto di famiglia (ostile) in un interno. Michela Brambilla per Luigi Bisignani è “una stronza, brutta come un mostro, mignotta come poche”.Non è solo miseria, insomma: questo crepuscolo avvelenato dall’invettiva acrimoniosa è la facciata azzurrina del berlusconismo che si crepa come un fondale di cartapesta preso a cannonate, un altro frammento di sogno che si dissolve.Non sono quindi parole dal sen fuggite in un impeto d’ira, queste, ma lampi di verità distillata, frammenti di una neo-lingua politica tutta da decrittare. Sono le voci di una corte che vivendo sotto una monarchia assoluta, e subendo il vincolo di lealtà imposto dal sovrano taumaturgo, ha come unico sfogatoio l’ingiuria coperta, la maldicenza, l’invettiva privata. Fa una certa impressione scoprire che il Popolo della libertà e la corte berlusconiana avevano un dark side feroce, “un codice Bisignani” sommerso, fatto di coltellate, lessico triviale e disistima interpersonale elevata all’ennesima potenza.Ed ecco perché suonava quasi grottesco, ieri, il post messo in rete dal ministro Franco Frattini sul suo blog, rivolto (come se a parlare fosse una bella animella turbata dalle maldicenze), al solito immaginario interlocutore gggiovane: “Vorrei chiedere anche a voi, ragazzi se, leggendo i giornali in questi giorni – scrive il ministro – non condividete con me un sentimento di delusione, di fastidio”. Fastidio? Ma figuriamoci.Invece, piuttosto, il lettore non affetto da moralismo, da paternalismo o dal politicamente corretto, più che fastidio e delusione prova sorpresa e curiosità per l’abisso che si spalanca davanti ai suoi occhi (e alle sue orecchie), sostituendosi all’unanimismo prefabbricato, ai sorrisi da foto opportunity.Che dire per esempio del fatto che Flavio Briatore, il socio per antonomasia di Daniela Santanchè, privatamente parli male di lei? “Quello che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì”. E che dire del fatto che lo stesso Briatore e la Santanchè, insieme, parlassero male dell’Ignazio La Russa (loro amico storico) scalciante nei garretti di Corrado Formigli? “È stata una cosa brutta la sua, molto brutta!”.E che dire del lamento spietato della ministra Stefania Prestigiacomo (sempre al telefono con Bisignani, senti chi parla) che si lasciava sfuggire l’indicibile? “Berlusconi deve essere intelligente, e purtroppo non lo è”. E che dire del fatto che aggiungesse ancora, sconsolata, con una stilettata (già che c’è) alla Carfagna: “Berlusconi le dà ragione su tutto!”. Anche nella sintesi imperfetta di questi brogliacci, insomma, si consuma un cortocircuito drammatico fra la rappresentazione elegiaca del partito unanimista e il veleno della contesta interpersonale del partito-faida.Il primo è solo un ologramma che si dissolve, il secondo è quello vero, che si macera tra Orazi e Curiazi. E il povero ministro Scajola, quello che tutti a parole difendevano? Sempre parlando con Briatore la Santanchè è categorica: “Ma figurati! Ma Figurati se Scajola ritorna…”. E lui: “No, ma… ma non c’è niente da stupirci lì, eh…”. Lei, sempre più indignata: “Ma scherzi?! Ma che dici?! Non possiamo farlo! I nostri ci mandano… l’80 per cento della nostra gente non lo vuole!”. E che cosa succede quando “Bisi” parla alle spalle del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, con un giornalista come Enrico Cisnetto? “Lui – sostiene Cisnetto – ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda”.Di più: “Secondo me – aggiunge – alcuni passaggi che lui (Feltri, ndr) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perché poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto!”. Il fatto curioso è che Feltri non aveva nascosto le stilettate a Berlusconi in pubblico (“Io, se devo scopare, non ho mica bisogno della claque”).E che dire, di contro del fatto che Bisignani, considera sbagliata la campagna del quotidiano contro Fini? Il fatto è che il meccanismo de relato prevale persino su quello pubblico: come se il parlar male alle spalle, nel centrodestra, fosse il vero modo per combattere battaglie politiche. L’unico linguaggio efficace: il che non può stupire in un partito sterilizzato in cui non si vota mai, e in cui tutto discende dal capo. Un po’ come il sottosegretario Cosentino intercettato (in un’altra inchiesta) mentre parlava con l’amico Arcangelo Martino contro Stefano Caldoro.Il primo diceva: “Tu mi piacesti assai quando dicesti quel gruppo di ricchioni, di frocetti…”. E Cosentino: “Sì, di frocetti! Ma io sono lungimirante”. E l’altro: “Eh, lo so no tu sta cosa te la porti appresso perché sei stato un grande”. Al che Cosentino concludeva, addirittura euforico: “Sì, sì il fatto dei frocetti rimarrà nella storia”. Profezia avverata, ma non nel senso che lui immaginava.Così come sarebbe rimasta agli atti, ma non certo a suo onore, la memorabile divisione del partito campano in due aree: “Ci sono i bocchiniani e i bocchinari”. E poi, ovviamente, non mancano gli episodi di comicità involontaria, ad esempio quando un Mauro Masi tutto speranzoso chiede un giudizio a “Bisi” dopo la sua performance ad Annozero: “Come sono andato ?”. Risposta lapidale: “Hai fatto una figura di merda”. Il che per una volta combacia alla lettera con il giudizio consegnato ai pm: “Ho sempre pensato che fosse inadeguato a ricoprire quel ruolo”.Qui siamo molto oltre il vilipendio sessuo-antropologico del capo, oltre a quel memorabile epiteto – “culo flaccido” – che Nicole Minetti riservò a Berlusconi. Così, anche se prendi questo grumo di veleni e gli fai la tara, anche se pensi che tutti noi al telefono non risparmiano incazzature e motteggi, resta un segno indelebile. Un tempo si diceva che i panni sporchi si lavavano in famiglia. Stavolta invece restano sporchi, nessuno li lava, e se ne restano lì, come i rifiuti per le strade di Napoli . Luca Telese per “Il Fatto Quotidiano

Chi discrimina chi? a proposito di omofobia e Carfagna

Giovedì, 19 Maggio 2011

La bocciatura in Commissione Giustizia della Camera del progetto di legge Concia sulle “norme per il contrasto dell’omofobia e transfobia” ha suscitato – come era facilmente prevedibile – un’ondata di polemiche con accuse di inciviltà e barbarie contro i deputati di Pdl, Lega e Udc che hanno votato contro. Li si accusa di favorire la discriminazione degli omosessuali e dei transessuali, ma in realtà se andiamo a vedere il testo del progetto di legge comprendiamo che con la discriminazione contro gli omosessuali non c’entra un bel nulla.Cosa significa infatti discriminare? Creare una differenza o una distinzione, ci dice un comune dizionario di italiano. In questo caso si tratterebbe di creare una disparità di trattamento ingiustificata a causa di alcune caratteristiche fisiche, sociali, politiche, culturali, economiche e via dicendo. Cosa propone invece il progetto di legge Concia? Esso è composto di soli due articoli, che aggiungono altrettanti commi a due articoli del codice penale: in pratica, la punizione di un’offesa o una violenza è aggravata se la vittima è un omosessuale o transessuale, e le eventuali attenuanti vengono cancellate; inoltre per chi commette reati di questo genere, in caso di sospensione della pena è previsto un lavoro di pubblica utilità presso associazioni di gay.In altre parole, chi si è opposto al progetto di legge non ha avallato norme che rendono le persone omosessuali più vulnerabili o meno protette, semplicemente ha valutato che – dal punto di vista di chi è vittima di violenze o offese – le persone omosessuali sono come quelle eterosessuali. Se le parole hanno un senso è chi vuole questa legge che intende introdurre una discriminazione a vantaggio delle persone omosessuali. Peraltro è anche difficile considerare quella omosessuale una minoranza indifesa quando la lobby gay è tra le più potenti e influenti in tutto il mondo occidentale e nelle istituzioni internazionali.Quindi perché tutto questo scandalo?Probabilmente perché, non per le persone omosessuali in quanto tali ma per il movimento organizzato di gay e lesbiche, questo tipo di legge non è un obiettivo in sé ma solo un passo verso obiettivi più ambiziosi. Scorrendo i programmi e le strategie dei gruppi organizzati di gay, lesbiche, bisex e trans – vedi ad esempio l’International Gay and Lesbian Association (Ilga) – si comprende che quella che si sta operando è una vera e propria rivoluzione antropologica, dove viene cancellato l’ordine naturale a favore di scelte culturali e personali. In altre parole non esisterebbero più maschio e femmina, come unici generi assegnati dalla natura, ma una serie di orientamenti sessuali – maschio, femmina, trans, omosex, lesbiche, travestiti, bisex e scusate se ne dimentichiamo qualcuno – che ognuno può scegliere liberamente e anche cambiare nel corso della vita. Cancellata ogni oggettività, tutto è soggettivo e relativo. Escluso il diritto di discutere questo approccio.Ed è per questo che si assiste a una crescente aggressività dei movimenti gay – non delle persone omosessuali – nei confronti di chi non si adegua a questo pensiero politicamente corretto: intimidazioni, denunce, linciaggi verbali come quelli a cui stiamo assistendo in queste ore contro chiunque sia di intralcio al progredire della strategia gay.
E’ questo che dovrebbe allarmare prima di tutto.  r.cascioli labussolaquotidiana

Facciamo come la Carfagna

Lunedì, 28 Febbraio 2011

nicole-minetti1La Carfagna è stata la prima. Il Riformista ha gustosamente recensito in un post titolato “Facciamo come la Carfagna” tutte cariche e le foto delle papi-girls (rappresentanti del partito “Forza Gnocca”) :  http://www.ilriformista.it/media/images/ilriformista/carfagna.pdf

B.Berlusconi contro Carfagna

Martedì, 21 Dicembre 2010

0JESVLNA--180x140«Non sarà venuto per farmi litigare con mio padre?».  Inizia così l’intervista a Barbara Berlusconi di Vanity Fair, che le dedica la copertina in edicola dal 22 dicembre.Veramente, vorremmo solo darle l’opportunità di dire la sua in un momento complicato per l’Italia.  «Accetto volentieri, ma voglio fare una premessa: anche se a volte mi è capitato di non essere in sintonia con il pensiero e le azioni politiche di Silvio Berlusconi, non per questo sono una cattiva figlia, e non per questo amo meno mio padre. Ho per lui, e per i suoi molteplici successi, grande ammirazione, ma mi riservo di avere un approccio intellettualmente critico alla vita. Diversamente, sarei una persona da poco, e non avrei saputo sfruttare al meglio le tante opportunità che mio padre e la mia famiglia mi hanno dato. Poter distinguere la politica dalla vita privata è un privilegio che ho come figlia e che Berlusconi ha come padre, ma non come politico. Di questo resto convinta». So che di recente ad Arcore ha partecipato a un pranzo con suo padre e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, del Pd. Che impressione le ha fatto?  «Mi è sembrata una persona che vuole davvero cambiare le cose. Da lui mi sentirei rappresentata. Credo che ad avvicinarci non siano le idee politiche ma la stessa cultura generazionale». Berlusconi è stato paragonato a una popstar. Lei che ne pensa?  «Mi sembra un paragone appropriato, perché lui riesce ad arrivare alla pancia e al cuore delle persone che parlano la sua lingua. Estrae il sentimento come una pop star, ha una spontaneità impressionante: sa sentire con l’altro. Ed è un conquistatore: anche i suoi detrattori alla fine ne sono un po’ ammaliati». Per il premier è stato l’anno degli scandali a luci rosse.  «Sono vicende che mi hanno amareggiato. E faccio fatica a rispondere serenamente. Vorrei che una lettrice provasse a mettersi nei miei panni. È ovvio che non sono d’accordo con un certo tipo di condotta, ma devo anche credere alle verità di mio padre». Il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, parla di maschilismo politico nei suoi confronti, riflesso di un Paese che tratta male le donne.  «La cosa più grave è che Mara Carfagna trovi il coraggio di lagnarsi. A volte bisogna avere il pudore di tacere. Se si sente discriminata lei, che dai Telegatti è diventata ministro, la cosa assume dimensioni ancora più grottesche». Ma è Silvio Berlusconi che ha portato le showgirl in Parlamento. Ha messo lui in lista, a tutti i livelli, belle figliole che con la politica avevano poco a che fare.  «Non dimentichiamoci neanche che sono gli italiani che le hanno votate. La democrazia propone delle scelte, poi si chiede il consenso. E non mi pare che Berlusconi abbia un problema di consenso. Certo, non voglio eludere così il problema, credo che siano state fatte valutazioni superficiali, e che queste abbiano sminuito la classe politica nel suo complesso. Vedere certe signorine girare in auto blu non fa bene all’immagine del Paese, perché davvero si fatica a coglierne i meriti». Si dice che molti dei contrasti legali nella separazione tra i suoi sia da attribuire al futuro suo, di Eleonora e Luigi. È così?
«No. Non siamo mai stati oggetto di discussioni legate al patrimonio o a ruoli in azienda. Non abbiamo mai preso parte alle vicende personali dei miei, che rimangono un loro fatto privato». Come finirà, per Berlusconi, questa stagione politica?  «Non ho la sfera di cristallo. Penso solo che quelle che mio padre chiama pubblicamente “debolezze” abbiano inciso sulla sua vita privata, ma anche sulla vita politica. Il mio dispiacere a volte diventa più forte perché non credo che Silvio Berlusconi premier meriti certi trattamenti. Ha fatto molto e bene per il Paese, si è speso con passione, con orgoglio, e ha conquistato importanti obiettivi. Ma molto si sarebbe potuto evitare se non avesse trascurato l’idea che tutti siamo vulnerabili. E che certi comportamenti possono rendere le cose inutilmente più fragili. Sarebbe ingiusto se della sua straordinaria vita politica si ricordasse solo questa stagione». via dagospia

La deificazione di Mara

Venerdì, 21 Maggio 2010

La deificazione di Mara Carfagna, la gentilezza con cui ora vengono descritte le sue camicette e gli elogi di Michele Serra sulla Repubblica di ieri (“Grazie a Carfagna e Concia per averci concesso il lusso di scrivere, per una volta, un articolo benevolo”) passano attraverso, oltre il lavoro serio di ministro, le pubbliche scuse. Lei che, davanti al presidente della Repubblica, si dispiace di essere stata diffidente verso le associazioni omosessuali, ringrazia Paola Concia, parlamentare del Pd, per averla aiutata a capire. Aveva dei pregiudizi e li ha superati. Per questo la si può applaudire, come fece un anno fa (con una premessa: “Dirò una cosa su cui prenderò degli insulti”) Dario Franceschini: “Parla a braccio, dice cose approfondite, è preparata”.

Un anno fa Mara Carfagna era ancora completamente sommersa dai pregiudizi, identici a quelli per cui lei si è scusata davanti a tutti. Come disse allora Franceschini, “gli uomini italiani hanno mostrato tutto il loro razzismo inconsapevole, il loro tardo-maschilismo”. Insultando, ironizzando, ridacchiando, alludendo, scrivendo di “una trentaduenne ex pin-up la cui principale qualifica è chiaramente l’attrazione sessuale del premier nei suoi confronti”, come venne tradotto Alexander Stille sulla Repubblica (a proposito di pregiudizi internazionali, il Nouvel Observateur , con leggerezza e savoir-vivre molto francese, diede per scontata l’esistenza di intercettazioni pseudo porno).

Concita De Gregorio, direttore dell’Unità e sempre pronta alla lotta contro i pregiudizi e le discriminazioni sulle donne, si è chiesta con sdegno se, nella battaglia contro la prostituzione, il ministro “parlava forse di un suo calendario” e in tivù ha fatto capire che non poteva nemmeno abbassarsi a dare un giudizio, Lidia Ravera l’ha trattata come una delle “amanti dei potenti”, Natalia Aspesi, parlando del valore delle donne ridotto alla sola bellezza, si è chiesta se allora “la carriera politica delle signore Carfagna e delle altre terminerà con le loro prime rughe o i chili in più”, Marco Travaglio (non è una donna) ha detto che non si è mai capito a cosa serva la Carfagna, anche se qualcuno qualche idea se l’è fatta, “vedendo certi suoi calendari”.

Tutti si sono tuffati, con entusiasmo e un’ironia improvvisa, nello stesso orrido pregiudizio. Molte appassionate di corpo delle donne, violenza sulle donne, importanza delle donne, differenza delle donne, fatica delle donne, hanno trattato una giovane donna diventata ministro con ferocia non femminile. Lei ha chiesto scusa per i suoi pregiudizi, nessuno (tranne, dopo piazza Navona, l’ex direttore di Liberazione Piero Sansonetti) ha chiesto mai scusa a lei.

© – FOGLIO QUOTIDIANO

di Annalena Benini

La Carfagna non è più nel cuore di Silvio

Mercoledì, 12 Maggio 2010

Mara Carfagna non è più nel cuore di Silvio Berlusconi. Il ministro per le pari opportunità viene accusata, a detta di numerosi esponenti del Pdl, di doppiogiochismo: tutta colpa dell’amicizia, coltivata nel corso degli ultimi anni, con il finiano Italo Bocchino. Quest’ultimo, presenzialista televisivo antiberlusconiano, era l’angelo custode di Mara: ora sembra il suo demone personale.

E anche se lei non si fa più vedere con il fedelissimo di Gianfranco Fini, né in parlamento né al ristorante «Il Presidente» dove pasteggiavano amabilmente al riparo da occhi indiscreti, ormai la fiducia del Cavaliere nei suoi confronti è ai minimi termini. Tanto da non fare più il suo nome nemmeno per la prossima corsa alla poltrona di sindaco di Napoli, obiettivo al quale Mara puntava da tempo. E nella potente Audi ministeriale che la scorrazza in giro per Roma, lei non sfodera più il sorriso di una volta.

 

Sono due le gocce che avrebbero fatto traboccare il vaso della pazienza del presidente del Consiglio: l’intervista al settimanale «A», diretto da Maria Latella, nella quale la Carfagna esprimeva il desiderio di vedere Fini nei panni del successore di Berlusconi, e la scelta di nominare Massimo Condemi al posto di Isabella Rauti, capo dipartimento ministeriale che è stata eletta consigliere della regione Lazio.

 

A febbraio, la Carfagna fece outing pronunciando la sua predilezione per il presidente della Camera come futuro leader del Pdl: «Io dico Gianfranco Fini. Stimo Fini da sempre e prima di aderire a Forza Italia ho votato Movimento sociale e An». Parole che provocarono sconcerto a palazzo Chigi e una dura tirata d’orecchi alla titolare del dicastero.

E ora è arrivata la seconda mossa di Mara, capace di scatenare la stessa reazione del premier: Condemi viene ritenuto un «bocchiniano di ferro» e alla presidenza del Consiglio la scelta non è stata valutata positivamente.

Si sarebbe mosso addirittura il sottosegretario Gianni Letta per evidenziare, con il tatto che lo contraddistingue, l’assenza di un feeling tra Mara e il Cavaliere, cercando una via d’uscita onorevole per il ministro e indicando i rischi di un ipotetico braccio di ferro nell’attuale scenario politico.

Anche perché dopo Rauti (moglie del primo cittadino di Roma Gianni Alemanno), il profilo ideale per la carica ministeriale non era quello di Condemi, il quale aveva già lavorato nel dicastero delle Comunicazioni con Maurizio Gasparri (ma che oggi non è più in contatto con lui).

 

Si pensava a un personaggio con un altro curriculum, legato al mondo del volontariato e comunque del terzo settore e di sesso femminile, anche per stringere un patto con il mondo della Chiesa cattolica, e invece la speranza è sfumata a causa della decisione della Carfagna.

Ora, nonostante il successo elettorale conseguito alle regionali in Campania, Mara si trova a dover difendere con i denti il suo bunker ministeriale, un fortino nel quale immagazzinare le munizioni per le prossime battaglie politiche: intanto, come diversivo, offre notizie personali, come l’atteso matrimonio con Marco Mezzaroma e la voglia di far nascere almeno due figli. Sperando almeno in bel regalo di nozze da parte di Berlusconi

p. de nolac italiaoggi

Ministri che predicano bene, ma razzolano male (by Travaglio)

Venerdì, 4 Dicembre 2009

Il mini-stro Brunetta ha ragione: i conduttori televisivi vanno sottotitolati con i rispettivi stipendi. A pensarci prima, poteva invitare i consiglieri di maggioranza nel Cda Rai a bocciare l’incredibile contratto del pensionato Bruno Vespa, che guadagna quasi dieci volte la Gabanelli. Ma lui la lotta agli sprechi la fa così: prima li lascia passare, poi li mette nei titoli di coda.

(continua…)

La Carfagna: non ho succhiato l’uccello a Berlusconi e querela Repubblica

Venerdì, 25 Settembre 2009

Dopo Berlusconi la Carfagna. Anche il ministro delle Pari Opportunità ha deciso, a oltre un anno di distanza dai fatti, di citare in giudizio la Repubblica. Gli articoli oggetto dell´azione civile di risarcimento sono due, uno del 9 luglio del 2008, ovvero il resoconto del "No Cav Day", compreso il comizio di Sabina Guzzanti, e un altro del 6 agosto scorso, che riassume quanto riportato dai giornali stranieri sull´inchiesta di Bari.

(continua…)

Carfagna e Gelmini si chiedono come soddisfare Papi (by Nouvel Observateur)

Giovedì, 6 Agosto 2009

«Sesso, potere e menzogne»: il titolo del "Nouvel Observateur" in edicola oggi riassume alla perfezione la valanga di commenti della stampa estera sul nostro presidente del consiglio. I giornali di tutto il mondo, di destra e di sinistra, moderati o progressisti, non sanno più come qualificare le gesta berlusconiane: si passa dalla «libidine geriatrica» (The Independent) a un capo del governo «graffiato dalla figlia» (Le Figaro), che «gli dà lezioni» (The Daily Telegraph), «gli fa la morale» (Elle) e che lo biasima con un «vergogna, papà!» (l’australiano News). Il più agguerrito, tuttavia è il settimanale francese. Il "Nouvel Observateur" dedica infatti quattro pagine tutt’altro che tenere al premier, arrivando a una congettura devastante per la sua immagine e per quella del paese: «Con lo scorrere delle rivelazioni, l’ipotesi di un’infiltrazione della mafia russa al vertice dello Stato italiano prende consistenza», scrive Serge Raffy. Il giornale fa riferimento, ovviamente, all’inchiesta di Bari, alla droga, alle escort arrivate dall´Est, al ruolo di Gianpaolo Tarantini, tra l´altro consulente della russa Fisiokom. Nel ripercorrere tutta la storia, dalla festa a Casoria e la conseguente richiesta di divorzio da parte della moglie, il settimanale sembra letteralmente sgomento: «Povera Italia, terra di Dante e Michelangelo, diventata "Berluscolandia", abbandonata a un Don Giovanni patetico, che corre freneticamente dietro alla sua eterna giovinezza, a colpi di iniezioni pelviche, impianti capillari, operazioni di chirurgia estetica, sedute di trucco. Con quell’eterno sorriso "Ultrabrite", come una maschera di Scaramuccia. Un Michael Jackson paracadutato in un teatro della commedia dell’arte. Silvio il donnaiolo, che pesca nei book delle ragazze del suo impero televisivo la carne fresca utile ai suoi baccanali». Questo lungo passaggio da un’idea del tono dell’articolo, nel quale si ricorda il silenzio della stampa italiana: solo "Famiglia Cristiana" e "Avvenire" hanno rilanciato le inchieste e gli articoli di "Repubblica", presentata come «l’isoletta della stampa indipendente che resiste in Italia». Il "Nouvel Observateur" racconta dunque la storia degli ultimi mesi, dalle registrazioni della D´Addario all´inchiesta di Bari, dalle foto di Villa Certosa alle critiche della Chiesa. E parla «di una registrazione che rischia di alimentare ancor più lo scandalo». Un ipotetico nastro, secondo il periodico francese, nel quale Mara Carfagna («amante quasi ufficiale») e Mariastella Gelmini (le due sono definite «bimbe», nel senso americano del termine), addirittura «s’interrogano reciprocamente per sapere come "soddisfare" al meglio il primo ministro. Evocano le iniezioni che deve farsi fare prima di ogni rapporto. Se questo "audio" uscisse sulla stampa, malgrado la censura, sarebbe devastante per l’immagine del Cavaliere». Tutto ciò con sullo sfondo l’ennesima inchiesta giudiziaria e una possibile resa dei conti, dice il settimanale, tra i magistrati e l’uomo «che sfida la giustizia da quasi quarant’anni». Se i francesi sono esterrefatti, i britannici continuano a considerare il fenomeno Berlusconi con un misto di ironia e indignazione. Il "Guardian" trasforma la figlia Barbara «in un’improbabile eroina della sinistra» evidenziando che la ragazza è il primo membro della famiglia – dopo Veronica – a parlare degli scandali. Mentre "The Independent" dice che Berlusconi, da quando è apparso alla festa di Noemi, «ha contribuito a dare alla libidine geriatrica una cattiva fama».

(continua…)