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Casini, quanta demagogia….

Sabato, 31 Marzo 2012

Il gran gesto dei Casini puzza di demagogia. l’ex presidente della Camera ha rinunciato ai benefici riservati alla carica a seguito della decisione della Camera di ridurre la concessione da vitalizia a decennale. Avremmo plaudito Casini se avesse rinunciato in un altro momento. Farlo, invece, in risposta alla decisione della Camera è pura demagogia, considerato che, in ogni caso, gode di auto, ufficio e scorta come capogruppo UDC . Temis

Casini, la mantide

Lunedì, 10 Ottobre 2011

L’alto appello del cardinal Bagnasco ad auspicare il ricom­pattamento dei cattolici per in­fluire sulla politica italiana non lascia spazio ai dubbi: alle alte sfere, il moderatismo del Cav non è più sufficiente nonostan­te si sia fatto in quattro per evitare nozze gay, concepimenti in provetta, il testa­mento biologico. Le patonze hanno oscurato il Berlusca agli occhi dei pre­ti. Dunque, nuova Dc o qualcosa di si­mile e tutti si sono girati con interes­se verso Pier Ferdinando Casini che presidia da decenni uno spazietto politico per cattolici alla deriva.Due parole per riassumere Pier­ferdy. Cresciuto alla scuola dei pe­sci in barile dorotei, ragazzo di bot­tega di Bisaglia e Forlani, Pierfer­dy fu dato per morto col crollo dc. Fu il Cav a salvarlo, trovando che il ragazzo avesse tratti distinti e un bell’eloquio che potevano tor­nare utili per farne un figurante della politica. Così, sopravvisse al naufragio e divenne una pre­senza fissa del centro destra e perfino presidente della Came­ra. Per intelletto politico è po­co più di una comparsa e non ha nemmeno la stoffa del co­protagonista. Ma ha avuto un colpo di genio: creare e tener­si stretto un partitucolo, l’Udc, che in sé non conta ma che è stato percepito co­me l’erede della Dc. Per dir­la meglio: una zattera per raccogliere eventuali no­stalgici del partito che fu di Moro e Fanfani.Rotto col Cav, Pierfer­dy si è messo in proprio, ha immaginato il nuovo centro e ha trasformato l’Udc in uno specchio per le allodole per cattolici dei due schieramenti. Non li ha attratti per la brillantezza delle sue idee,l’alto profi­lo della propria visione o altre qualità positive. Però si è visto arrivare dei senzatetto per i più svariati motivi. Chi aveva litigato con Berlusconi, chi con Bersani, chi era andato in pensio­ne da una parte e voleva riciclarsi co­me politico, tipo il sindacalista Sergio D’Antoni. Altri, più o meno sfaccen­dati, come Luca di Montezemolo, gli hanno fatto l’occhiolino o, come Gianfranco Fini, hanno cercato rifu­gio da lui. Diversi hanno iniziato trat­tative senza concludere, altri hanno passato una notte e all’alba sono fug­giti. Così, da anni Pierferdy è la porta girevole della politica italiana, dove tanti si imbucano e altrettanti scappa­no. Un albergo a ore dal continuo via­vai.Adesso l’iniziativa di Bagnasco po­trebbe moltiplicare il rondò cattolico intorno a quell’ape regina di Casini.E il porporato ce l’avrà sulla coscienza. Sua Eminenza, anche se non ha detto di voler convogliare il suo gregge nel­­l’Udc, sa che il rischio c’è. Tanto è ve­ro che – in seguito al suo intervento ­l’insoddisfatto pidiellino Claudio Scajola,con l’altro immusonito,Bep­pe Pisanu, stanno piantando grane al Cav per costringerlo ad allargare a Ca­sini la maggioranza.Perché ho detto che l’arcivescovo genovese ce l’avrà sulla coscienza? Perché non tiene conto o finge di non sapere che Pierferdy è peggio di Bar­bablù: tutti quelli che gli cadono tra le braccia se li fagocita e ne succhia il sangue. È – detto con simpatia – una vera carogna e la voracità da mantide religiosa è la sola assonanza col suo cattolicesimo.Sua prima vittima, è stato Rocco Buttiglione. Era un reputatissimo filo­sofo, faceva lucidi ragionamenti tomi­stici applicati alla politica, poi litigò col Berlusca e finì alla corte di Pierfer­dy. In capo a un anno, i suoi occhi in­dagatori divennero due bottoni ine­spressivi, cominciò a balbettare e si spense. Casini, dopo averlo cattura­to, avergli fatto il vuoto attorno e tolto qualsiasi prospettiva, lo imbalsamò come presidente del partito. Meno di un gatto impagliato. E di Fini che mi dite? Prima, Pierferdy lo accolse co­me l’eroe che aveva detto al Berlusca: «Che fai mi cacci?», poi lo mise in naf­talina. Dovevano battersela per la lea­dership del centro- Rutelli è lì per bel­lezza -ma non c’è mai stata battaglia. Gianfranco è confinato coi suoi tre galletti. Pierferdy, invece, parla per tutti, punta al Colle, e ora, grazie al car­dinale, spera in un afflusso di catecu­meni, sognando fasti degasperiani.Per concludere, stilo a memoria una lista di divorati casiniani che pe­rò, più savi dai due allocchi di cui so­pra, sono scappati a gambe levate rifa­cendosi una vita. Primo di diritto, l’amico di adolescenza di Pierferdy e suo eterno secondo, Marco Follini ri­fugiato nel Pd. Nel Pdl hanno trovato scampo gli attuali ministri, Rotondi e Giovanardi, il capo corrente, Baccini, Erminia Mazzoni, altri. A sinistra, D’Antoni,Tabacci ecc. Quelli rimasti invece – Carra, Lusetti, Binetti, Ador­nato – sonnecchiano nell’anonima­to. Se no, Dracula gli salta al collo. g.perna ilgiornale

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Perchè l’opposizione è così disperata (by Armeni)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Se un marziano appassionato di politica (magari esistono anche tra di loro) arrivasse in Italia e volesse capire i rapporti di forza fra gli schieramenti, gli umori e le prospettive, credo rimarrebbe molto colpito dallo scetticismo, dalla disillusione, in alcuni casi dalla disperazione presente nella opposizione.Sguardi tristi, autocompatimento, dolorosa indignazione, pessimismo sul futuro. Il marziano scoprirebbe subito, dopo qualche ora di permanenza fra Roma e Milano, che la causa della preoccupazione e della sfiducia di cui è preda l’opposizione, e la sinistra in particolare, è la figura di Silvio Berlusconi.Informandosi – perché è molto curioso delle iniziative del presidente del Consiglio e dei suoi ministri – potrebbe convenire anche lui sul fatto che la situazione in Italia non è facile. Il Cavaliere appare aggressivo, baldanzoso, sorridente, pieno di iniziative, ricco di promesse. Deve essere proprio dura – penserebbe il nostro marziano che in onore di Flaiano chiamiamo Kunt – opporsi a tanta forza, ottimismo, convinzione di vincere se si hanno poche forze, se i consensi sono caduti, se l’opinione pubblica guarda favorevolmente verso il capo del governo.Allora Kunt si informa e fa le seguenti scoperte. Scopre che la maggioranza dell’elettorato è schierata con l’opposizione. Certo il parlamento non esprime questi rapporti di forza, ma gli spiegano (e lui che pure è intelligente fa una certa fatica a comprendere) che dipende dalla legge elettorale e dal fatto che alcuni deputati sono passati dall’altra parte. Berlusconi li ha comprati, gli dice qualcuno senza mezzi termini e con lo sguardo disperato. Ma Kunt è un realista e pensa che, se proprio si deve scegliere, meglio avere la maggioranza dell’elettorato che la maggioranza del parlamento. In fondo si può sempre pensare di cambiare la legge elettorale. Il nostro marziano ha l’ardire di esprimere questo pensiero in un bar di piazza Navona a due uomini che bevono un aperitivo e che hanno una mazzetta di giornali. «Certo – gli rispondono con l’aria compunta di chi la sa lunga – ma lei non tiene conto che viviamo nel mondo dell’informazione e che il nostro premier oltre a possedere tre reti televisive ha il controllo sulla Rai e sui giornali». Kunt non ci aveva pensato e da quel momento guarda avidamente la Tv e controlla i giornali. Non c’è dubbio, Mediaset è in mano al premier. Il Tg 5 e il Tg1 sono chiaramente orientati. Dopo il Tg1 c’è un giornalista molto appassionato che difende comunque il premier. Mai poi guarda i Talk Show: Santoro, Fazio, Gabanelli, Floris, Annunziata non gli sembrano così controllati dal premier, gli altri telegiornali gli appaiono abbastanza orientati all’opposizione. Scopre che c’è un’altra rete televisiva, La 7, i cui conduttori appaiono tutti di sinistra.E i giornali? A parte Libero e Il Giornale che sono dichiaratamente berlusconiani, gli altri, anche quelli moderati, non nascondono la loro antipatia per il governo.Kunt legge attentamente i quotidiani e proprio da loro viene a sapere che gli imprenditori italiani – proprio loro – vorrebbero mandare a casa il premier perché pensano che non sia stato capace di intervenire a favore delle imprese nella crisi. E sono gli stessi quotidiani, anche quelli filoberlusconiani, che lo informano delle critiche che anche importanti uomini della Chiesa esprimono sui comportamenti del premier. Al nostro marziano qualcuno ha spiegato che la Chiesa in Italia conta molto, anche in politica.Neanche a Kunt il presidente del Consiglio piace. Ha compreso, per quel po’ che ha visto in altri paesi del pianeta, che è arrogante, non conosce alcun limite né istituzionale, né comportamentale. Che odia tutti coloro che non sono d’accordo con lui, e che li taccia subito di comunismo. In questo periodo – nota il nostro marziano – ce l’ha in particolar modo con i giudici di Milano e con Gianfranco Fini. Ma constata che contro di lui sono davvero in molti. Incuriosito dai continui attacchi che il premier fa alla scuola, all’università, alla editoria, al cinema, insomma alla cultura, perché sono di sinistra, fa anche lui delle indagini. In qualche mese ha costruito una buona rete di informatori. È vero la cultura in Italia è prevalentemente di sinistra. Lui chiede sempre quando si parla di un regista o di un scrittore come è schierato. Ha l’impressione che di amici di Berlusconi ce ne siano ben pochi. Per non parlare delle case editrici. Persino quella della figlia del premier, la Mondadori, pubblica uno strabiliante numero di autori dell’opposizione. Il nostro Kunt è molto sconcertato. Non è che non veda – sia chiaro – che nel bel paese che sta imparando a conoscere i guai sono tanti. Anche lui ha imparato a leggere le statistiche sullo sviluppo, l’occupazione, il lavoro. Anche lui rimane esterrefatto quando la mattina il barista servendogli cappuccino tiepido e cornetto caldo (il nostro marziano per capire meglio si è trasferito a Roma) gli racconta di una certa Ruby e di una certa Nicole e di certe notti che il presidente del consiglio trascorre ad Arcore. Ma il vero mistero per lui è la disperazione, la triste indignazione, il senso di impotenza dei tanti a cui questo capo del governo non piace. Lui è abbastanza ingenuo, è vero, ma prima di arrivare in Italia è stato in altri paesi del pianeta, ha visto molti problemi e molti guai simili a quelli italiani. Ha visto schieramenti politici che si scontravano, partiti di governo che perdevano e opposizioni che vincevano e viceversa. Ma non ha mai visto un’opposizione con tante possibilità e con tanta disperazione. Lui non la capisce. Qualcuno può spiegargliela? r.armeni riformista

Ora Fini è ai piedi di Casini (by Veneziani)

Lunedì, 8 Novembre 2010

All’armi son sfascisti. La fanteria del Partito democratico, le truppe terrestri di Di Pietro, i siluratori subacquei di Fini, la flottiglia aerea dei pm, più i carri armati dei poteri forti, sono partiti per colpire in terra, in cielo e in mare Berlusconi, il suo governo e la maggioranza dell’Italia che lo sostiene. Non hanno un progetto comune e nemmeno progetti separati, ma un solo desiderio: sfasciare Berlusconi e il suo governo. Per la causa, ogni scusa è buona: giovani mignotte, scavi di Pompei, giudici d’assalto e gay indignati. Diventato ormai (…) (…) l’umbria di se stesso, un Fini inacidito compie lo storico strappo di Perugia, terra del suo precursore Gaucci. Gli fa eco un Bersani travestito da magazziniere delle Coop, con le maniche rimboccate come esige il copione della fiction di partito, che mobilita la piazza contro Berlusconi. La mattanza è fissata prima di Natale, l’11 dicembre. Ma dal suo partito, gli sfascisti più coerenti vogliono approfittare dello sfascio per rottamare pure lui, il Lenin del tortello. Insomma è tutto un fervore di buoni propositi da garage di Avetrana: chi vuole stringere alla gola di Berlusca una corda e chi una cinta, e chi vorrebbe approfittarne per seviziarlo. Non è bello vivere questo autunno italiano, scansare pugnali e veleni, respirare aria fetida e alluvioni, crolli e immondizie. Ormai si sono scavati fossati incolmabili, non ci sono più spazi di dialogo e di trattativa, non ci sono più punti in comune tra le forze in campo, eccetto uno. Sì, c’è un punto, un solo punto in comune tra i governativi e gli sfascisti, tra Berlusconi, Fini, Bersani, i poteri forti e la bella stampa: è l’invocazione di un santino miracoloso, un ragazzo di Bologna che fu adottato da una famiglia di palazzinari romani. Parlo di San Pierferdinando decollato, al secolo Casini, Unico Democristiano Corteggiato (in sigla Udc). Tutti, da sinistra a destra, invocano il ragazzo della Provvidenza. Perfino Berlusconi e Fini pur vivendo ormai agli antipodi e dicendo ormai sempre e solo cose opposte, arrivano sorprendentemente alla stessa conclusione: per uscire dalla crisi ci vuole Casini. Berlusconi dice: dai, Casini vieni con noi e subito dopo Fini dice: per svoltare nel Paese ci vuole Casini al governo. Vi dico nel dettaglio la sequenza del ragionamento di Fini: Berlusconi vai a casa, poi fai un altro governo, un Berlusconi bis. E quale sarebbe la differenza tra il primo e il secondo governo? L’innesto di Casini, appunto. Ma che avrà di così miracoloso questo Pierferdinando? Quali doti nascoste, quali virtù sfuggite agli italiani lo rendono oggi il Messia? Nessuna in particolare. Casini ha solo una fortuna: ha aperto un negozietto in pieno centro, anzi per la precisione occupa un sottano nel Palazzo che fu della Dc. La collocazione strategica di quel piccolo locale lo rende assai appetibile e prezioso per tutti. È vero che a volte il ragazzo di Bologna è solo un alibi, un modo per non dire che vogliono apertamente lo sfascio o le urne. Ma è vero che quel piccolo locale basterebbe a Berlusconi per governare; e dall’altra parte darebbe qualche margine d’azione a Fini, a Bersani, a Montezemolo, a Rutelli. Senza citarlo, anche il guru del Censis De Rita lo invocava ieri dalle colonne del Corriere della Sera a guidare una coalizione di colombe; ma anche il falco Maurizio Belpietro lo suggerisce a Berlusconi come suo successore. Eccolo, il ragazzo della Provvidenza, devoto alla Madonna di San Luca, che fece le scuole elementari da Forlani, poi le medie da Berlusca che lo nominò capoclasse alla Camera, ma andò nel frattempo a lezioni private dai Caltagirone. Ora che si è messo in proprio, viene tirato da tutte le parti, da sinistra, da destra, dal centro, dalla periferia, dalla Chiesa e dalla Confindustria. Si scelse come aiutante per i lavori ingrati il faccendiere politico Cesa e come cappellano don Rocco Buttiglione. Senza aver fatto nulla di significativo è diventato il centro dell’universo politico italiano, il sole del sistema planetario dei partiti. Per nessuno Casini è il Nemico o il Male, ma per tutti o per tanti è il Ripiego. Come Fini, anche lui è un politico di professione, cominciò nella Dc dalla prima comunione e da allora non smise più. Però è più accorto e meno astioso di Fini, fa i matrimoni giusti e non ha mai rinnegato le sue origini. E non ha mai tradito Berlusconi ma lo ha lasciato quando erano all’opposizione: sì, lo ha tormentato ai tempi dell’altro governo, ma non si è mai sfilato dalla maggioranza quando diventò presidente della Camera, non mise in ginocchio il governo. E poi, se permettete, fa più simpatia di Fini, non ha cognati invadenti e non gioca sui valori politici e immobiliari. Ha quell’aria da chierichetto discolo, che fa qualche marachella, scansa qualche scapaccione dal parroco ma nessuno lo vorrebbe cacciare dalla Chiesa. Così l’Italia è finita ai piedi di Casini. Madonna di San Luca, come ci siamo ridotti. m. veneziani giornale

I panni sporchi di Cesa

Lunedì, 8 Novembre 2010

Le quote della società che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, i terreni di famiglia ad Arcinazzo e anche la Mercedes da 45 mila euro. Il giudice delle indagini preliminari di Roma, Rosalba Liso, ha decretato di sequestrare questi beni intestati al segretario dell’Udc Lorenzo Cesa nell’ambito di un’indagine per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per lo sviluppo della Calabria. L’inchiesta Poseidone Il decreto del Gip di Roma conferma l’ipotesi accusatoria formulata da Luigi De Magistris nel lontano 2006, una bella soddisfazione per l’ex pm. La storia merita di essere raccontata dall’inizio, a partire dai suoi protagonisti. La società ‘incriminata’ è la Digitaleco Srl nata per fabbricare dvd in un capannone a Piano Lago in provincia di Cosenza. Gli azionisti, ora indagati, formano un piccolo parlamentino. Ci sono Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc con il pallino degli affari e i suoi due amici Fabio Schettini e Giovanbattista Papello. La famiglia Cesa possiede società di eventi come la Global Media (che incassa milioni di euro anche grazie alle commesse dell’Udc e di società pubbliche) e ha una quota nella I Borghi Srl, che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, del Vaticano. Giovambattista Papello è un pezzo grosso di An, già responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale in Calabria e consigliere dell’Anas in quota An, oggi tesoriere della Fondazione del ministro Pdl Altero Matteoli. Il terzo socio è Fabio Schettini di Forza Italia, segretario dell’allora commissario all’Unione europea, Franco Frattini. I tre amici romani improvvisamente scelgono la Calabria per esercitare il loro bernoccolo imprenditoriale e ottengono un contributo di 1,5 milioni, incassato solo per 1 milione e 54 mila. Ottenuto il via libera al finanziamento, vendono tutto. Così, dopo un passaggio intermedio, la società finisce a un vero imprenditore del settore: Augusto Pelliccia. Il quale però compra a una condizione: l’arrivo dei fondi europei. Quando i Carabinieri lo vanno a sentire nel febbraio 2006, su delega di De Magistris, Pelliccia racconta: “Al momento di rilevare l’azienda rimasi notevolmente sorpreso nel constatare che la stessa aveva già superato il collaudo, in quanto si trovava ancora in fase di costruzione e completamento, tant’è vero, per esempio, era mancante del tetto e non aveva ancora l’allaccio alla rete fognaria.
Collaudi pilotati Addirittura, amministrativamente, risultava aver superato il collaudo un macchinario utilizzato per il confezionamento dei compact-disc nelle bustine di plastica, nonostante lo stesso risultasse ancora completamente imballato”. Pellicia è spietato anche con Cesa, che resta suo socio con una piccola quota di Global Media: “ritengo che il solo fine per cui il Papello con il Cesa – che ne era il responsabile attraverso la Global-media s.r.l. cioè il responsabile dei servizi, del marketing e degli eventi legati alla promozione dell’attività – avessero deciso di creare tale società fosse quello di accedere alle già menzionate sovvenzioni europee … per poter raggiungere questo risultato, nel progetto presentato formalmente dal Papello e da Schettini, la nascente società s’impegnava a raggiungere entro il giugno 2004 un cospicuo livello occupazionale, non inferiore alle 40 unità lavorative”. Nell’avviso di chiusura delle indagine contro Papello, Cesa, Schettini e compagni si legge che i soci devono restituire i soldi erogati perché sono accusati di: 1) “avere acquistato macchinari obsoleti e non efficienti”; 2) “avere fittiziamente assunto le unità lavorative da destinare allo stabilimento nel numero previsto dalla normativa contrattuale, in realtà mai impiegato presso detto stabilimento se non in misura assolutamente deficitaria, con impiego di forza lavoro pari al 22,5 per cento rispetto alle previsioni”; 3) “non avere mai attivato la produzione di Dvd risultando, in tale periodo, l’assenza di commesse”; 4) “non avere conseguito la certificazione ISO 14001; 5) “non avere conseguito alcuno degli obiettivi prefissati, nonostante l’erogazione di tre delle quattro rate del finanziamento, all’anno di regime”. La Procura di Roma così certifica la bontà di uno dei filoni dell’inchiesta Poseidone di De Magistris, bloccato prima dalla revoca del fascicolo da parte del capo della procura Mariano Lombardi (indagato anche per questo) poi dal trasferimento a Roma dell’indagine nel 2008 e poi ancora, da quello che risulta al Fatto Quotidiano dall’atteggiamento cauto del procuratore aggiunto Achille Toro. Una circostanza che, se confermata, sarebbe inquietante perché Toro, negli stessi giorni in cui (secondo le fonti del Fatto) fermava l’ex inchiesta di De Magistris su Cesa, dall’altro lato indagava sulle attività di De Magistris e del suo perito Genchi, ponendo le basi per la probabile richiesta di rinvio a giudizio contro l’ex pm e il suo collaboratore. Qualcosa non torna nei tempi di questa indagine: il fascicolo su Cesa arriva a Roma nel 2008 ma solo dopo l’addio di Toro, accusato di corruzione a Perugia per i suoi rapporti con la cricca dei Grandi eventi, riprende il volo. Il pm Maria Cristina Palaia, da quello che raccontano al Fatto Quotidiano alcuni investigatori, aveva preparato la richiesta di sequestro poco meno di un anno fa. La richiesta però rimase ferma perché il coordinatore del pool contro la pubblica amministrazione, Achille Toro, per mesi non ha concesso il suo visto. Toro a Il Fatto dice: “Non ricordo di avere mai visto questo fascicolo con indagato Lorenzo Cesa”. Resta inspiegabile il tempo impiegato dalla Procura di Roma per riformulare una richiesta di sequestro che era stata già formulata a Catanzaro. Un altro giallo che i pm di Perugia dovranno chiarire. m. lillo il Fatto quotidiano del 5 novembre 2010

Golpisti mancati di un governissimo che non si farà mai

Venerdì, 9 Luglio 2010

Il golpe previsto in questi giorni è rimandato per indisposizione dei Generali. Ci scusiamo con i cospiratori e assicuriamo le tifoserie che riceveranno un bonus spendibile al prossimo tentativo. Non è un’intercettazione intercorsa tra i Palazzi del Potere, ma è l’ipertesto che si legge negli occhi e nelle parole paludate di protagonisti e osservatori. Fino alla settimana scorsa si sentiva rumore di sciabolette e tintinnìo di braccialetti. Si era creata una promettente filiera per inneggiare al golpe: il voto sulle intercettazioni con le sue lacerazioni, la tempesta sul caso Brancher, e prima su Scajola, la sentenza su Dell’Utri, le spaccature nella maggioranza, il conflitto tra Berlusconi e Tremonti e perfino dentro la monolitica Lega, le fiocinate di Fini, l’insorgenza delle Regioni, le sofferenze della manovra. Non mancava, a speziare il tutto, il sapore di qualche gnocca da asporto. Il clima era precipitato e tanti parlavano di un’imminente caduta del governo, con eventuale richiamo alle urne o con la nascita di un governo istituzionale di transizione ispirato dal Presidente. Si facevano bilanci e si vedeva qualcuno uscire allo scoperto. Qualche cospiratore faceva capolino, bruti e brutelli lucidavano coltelli e si lanciavano occhiate di complicità, c’era baruffa nell’aria. Poi la tempestiva retromarcia su Brancher, le dimissioni sue come quelle di Scajola, la trattativa per modificare la legge sull’intercettazione, la scelta del ricorso alla fiducia e il conteggio dei numeri in Parlamento, la ricucitura delle divergenze e la circoscrizione a una frangia modesta della corrente finiana. E ancora, la paura di buttarsi nella mischia degli outsider che hanno preferito rinviare la loro discesa, l’evidente incompatibilità di leadership terzista tra Fini e Casini, che non vede con piacere le immersioni subpolitiche del suo successore alla Camera e alla Fronda. Da qui il contrordine: il golpe viene rimandato a data da destinarsi, ci scusiamo con le maestranze, le cospirazioni riprenderanno il più presto possibile. Insomma, per dirla nel gergo del Sommozzatore di Stato, un buco nell’acqua. Naturalmente la trama è solo rimandata. Ma è tipica del golpista la sindrome del cane: se scappi ti insegue, abbaia e cerca pure di morderti. Ma appena ti fermi, lo guardi negli occhi, mostri vigore e magari accenni ad andargli incontro, il cane arretra e poi fugge. Così è stato anche questa volta. Di tutto questo resta la leggenda ricorrente del Governissimo. Torna questo fantasma o spauracchio a ogni accenno di crisi; o a volte, all’inverso, si provoca un accenno di crisi per evocare lo spettro del governissimo. Cambia il nome d’arte: si è chiamato governo di larghe intese o istituzionale, e in passato compromesso storico, patti conciliari, ammucchiata, inciucio, convergenze, consociativismo, concertazione, connubio. Varietà di nomi, monotonia di esiti: l’aborto, il fallimento prenatale. Rieccolo, il governissimo. Ha la funzione del baubau, serve a invocare l’azzeramento della politica per ripartire daccapo. Ma poi la sua unica funzione è delegittimare i governi in carica, o rovesciare, con finto garantismo istituzionale, l’esito di libere elezioni. Non siamo abituati ad avere governi di legislatura, che durano cioè un intero mandato, e anche quando ci sono le condizioni normali per continuare, invochiamo una bella crisi per tornare alla Prima Repubblica quando i governi cadevano ogni nove mesi. Nella Seconda Repubblica abbiamo cambiato vizio: dopo mezzo secolo di democrazia ingessata, con un partito fisso al governo, alleati inclusi, ora non riusciamo mai a confermare nessun governo uscente; da diciott’anni vince sempre chi sta all’opposizione.  In realtà l’invocazione del governissimo regge su un intreccio di follie. Si ritiene che mettendo insieme tante debolezze possa nascere una forza. Si pensa che assemblando tante incapacità possa sorgere un governo capace. Ma soprattutto si crede che gli stessi leader e gli stessi partiti che si odiano e si accusano dei peggiori crimini, messi insieme, possano d’incanto produrre Amore di Gruppo e Governo Armonioso. Se è un governo istituzionale dovrebbero vararlo insieme Napolitano e Letta, Schifani e Fini, Bossi e Casini, Tremonti e Bersani, Di Pietro e Berlusconi. Più la partecipazione straordinaria di Draghi, Montezemoli ecc. Vi pare possibile? Che razza di governo verrebbe fuori, con che linea? E poi, l’unica ragione valida per varare un governissimo, sarebbe fare scelte che nessuno potrebbe fare da solo. Mi riferisco da un verso a scelte impopolari, come tagli, riduzioni, lacrime e sangue, che nessun governo può fare per non perdere consenso. E dall’altro a scelte popolarissime ma impolitiche perché impedite dalla propria nomenklatura come abbattere i costi della politica, dimezzando parlamentari e personale annesso, autoblu, consiglieri, Comuni e consigli di amministrazione, abolendo le Province. Un governo di tutti in teoria si potrebbe fare, ma basta che uno si chiami fuori, per incassare il dissenso, e l’impianto crolla: io a occhio già ne vedrei almeno due che si chiamano fuori già da subito, sui due versanti della politica. Infine un governissimo dovrebbe servire, come si dice, a stabilire insieme le regole e dunque a modificare la Costituzione e poi tornare a dividersi. Ma quali nuove regole sarebbero davvero condivise? Se c’è una parte che non vuol nemmeno sentir parlare di modifiche alla Costituzione, di che stiamo parlando? Allora torniamo seri: incalzate Berlusconi e il suo governo, criticatelo e opponetevi com’è vostro diritto e dovere, ma lasciatelo governare per i restanti tre anni, senza velleitari golpettini. Poi dopo i tre anni si va alle urne: se c’è qualcuno che prende ampia maggioranza governa; in caso contrario, come è accaduto in Germania e in Inghilterra, si tenti pure la carta della grande coalizione, dando la guida a chi ha preso più voti degli altri. Allora deciderete con l’interessato, se mandare Berlusconi alle Bahamas, al Quirinale o sotto i giudici, finito l’ombrello Alfano. Ma adesso, per favore, finitela con questi golpettini di tosse; costringete il governo a governare e non ad andarsene. (m. veneziani ilgiornale.it)

L’illusione dei centristi (by Ostellino)

Giovedì, 1 Aprile 2010

Che piaccia o no, in democrazia, la sola cosa che conta sono i voti; vince, e governa, chi ne ha di più. Se, poi, il sistema politico è bipolare, costituito da due schieramenti tendenzialmente chiusi, il destino cui è condannato chiunque voglia fare loro da spalla è la subalternità politica e l’annacquamento della propria identità etico-politica. E’ questo il caso dell’Unione democratico- cristiana (Udc) di Pier Ferdinando Casini.

Ma anche, sull’altro versante, dei partiti e movimenti dell’estrema sinistra, ridimensionati prima dalla «vocazione maggioritaria » e poi dall’alleanza del Partito democratico con l’Italia dei valori (Idv) di Antonio Di Pietro. Ed è infine il caso della formazione di Francesco Rutelli e Antonio Tabacci, nata dalla secessione dal Pd per incompatibilità sia con i post-comunisti sia con i post-democristiani di sinistra.

La speranza di Casini di adottare elettoralmente il modello dei «due forni», giocandosi le proprie carte, di volta in volta, e di situazione in situazione, fra centrodestra e centrosinistra, è destinata a infrangersi contro le dure leggi del bipolarismo. Nel migliore dei casi, la speranza ha una qualche ragione d’essere solo se la cultura politica, e di governo, del «forno» cui ha portato i propri voti è omogenea a quella dei propri elettori; se non lo è, si espone a essere da loro rinnegata.

Nel peggiore dei casi, l’Udc o ne condivide la sconfitta o il suo apporto, in caso di successo, non ne condiziona la politica. L’oscillazione fra i «due forni» è la perdita secca della propria identità. Vittime di una sorte ancor peggiore sono i partiti e i movimenti di estrema sinistra e, sul versante moderato, il movimento di Rutelli e di Tabacci. Qui, non si profila neppure la possibilità, per gli uni, di condizionare la politica del Pd; per l’altro, di adottare la politica dei «due forni» di Casini. Per la sua stessa natura, il bipolarismo esclude la sopravvivenza sia di partiti marginali, all’estremità del quadro politico, sia di un movimento che si affacci alla ribalta in un contesto già politicamente sovrappopolato ed elettoralmente coperto. Parafrasando il ministro della Difesa di Franceschiello — che escludeva di poter entrare in guerra «se non ci stanno denari»—si potrebbe dire che essi non hanno alcuna possibilità di successo «perché non ci stanno i voti». Ma anche affermare la propria identità etica e politica è difficile, a fronte dei due schieramenti del bipolarismo che tendono a conquistare consensi al centro. Non ci riusciranno certo partiti e movimenti che si ispirano ancora al comunismo né piccole formazioni centriste come l’Api (Alleanza per l’Italia) che vorrebbero incalzare un’Udc già indebolita o addirittura il Popolo della libertà, zeppo di ex democristiani ed ex socialisti. La fragilità delle illusioni di Casini, e di Rutelli- Tabacci, può far riflettere anche quella parte dell’establishment industriale e finanziario che credeva, in nome di un centrismo nello stesso tempo moderno e moderato, di avervi individuato uno spazio di cultura politica, alternativo a centrodestra e centrosinistra. Anche perché a tutti è chiaro che, in democrazia, e ancor più in un sistema elettorale maggioritario, i voti si contano, non si pesano.

postellino@corriere.it

Casini e Bersani: dopo il lodo, no elezioni: esilaranti!

Giovedì, 8 Ottobre 2009

Esilarante l’opposizione terrorizzata dal rischio di elezioni anticipate. bersani e casini che si affrettano a dire che anche se il lodo era stato bocciato berlusconi non era costretto alle elezioni è una delle migliori pagine di satira dell’italietta

I miraggi di Casini

Giovedì, 23 Luglio 2009

Avendo il problema di andare in vacanza e timoroso di essere dimenticato nel corso della medesima, Pierferdinando Casini ha rilasciato una clamorosa intervista alla Stampa. L’ha sparata da par suo, poi si è corretto, ha aggiunto cose, si è smarrito tra se e ma, alla fine non è rimasto nulla. È il solito Casini. Ne parlo solo perché me l’ha ordinato il direttore. In realtà, non ci sarebbe niente da dire.
Dunque, pare che Pierferdy sia disposto a fare una Grande coalizione. Per tale si intende a Palazzo un governo tra partiti opposti per salvare il salvabile. L’esempio classico è quello della Germania del cancelliere Angela Merkel. Casini, che è affezionato a questo scenario drammatico, aveva già lanciato l’idea l’anno scorso alla vigilia delle elezioni politiche quando la sua Udc prese il 5,6 per cento, come il Psdi di Tanassi sull’orlo del baratro. La differenza è che la Grande coalizione immaginata allora era tra sinistra e destra, con lui nel mezzo. Nessuno gli diede retta e gli fu spiegato che se i due giganti, Pd-Pdl, si accordavano tra loro, il 5,6 dell’Udc sarebbe risultato totalmente superfluo.
Pierferdy, che si ritiene indispensabile, si offese. Poi si arrese all’evidenza e ci ha rimuginato un anno. Così è nata la nuova proposta affidata alla Stampa di due giorni fa. Adesso la Grande coalizione che sarebbe disposto a fare è tra la sua Udc e la sinistra. Per giustificare il cambiamento evoca una situazione apocalittica di pura fantasia: Berlusconi ha portato la Nazione al collasso, ha messo i connazionali in ceppi e sommersi nel ridicolo, l’emergenza democratica attanaglia il Paese, il Mondo si interroga sull’imminente finis Italiae. Casini ha l’accortezza di precisare che non ci siamo ancora. Tuttavia, potrebbe accadere. In tal caso, ma solo se così costretto, sarebbe disposto a sacrificarsi e tendere una mano a Bersani, Franceschini, Marino o chiunque prenda la testa del Pd. E solo, avverte, per breve tempo. Quel tanto necessario per liberarci dal virus del Cav e ripristinare l’ordinato vivere civile. Non è disposto ad andare oltre, il nostro Casini. I suoi piani per il futuro sono altri e coerenti col pensiero che ha espresso negli anni. Quali? Spezzare l’usbergo del bipolarismo, ridare grandezza al centro politico, fare dell’Udc l’ago della bilancia in attesa che diventi forza maggioritaria. Inoltre, è pronto a offrire al Paese se stesso, la tenacia, gli ideali, la chiarezza delle proprie idee, sia nei panni di premier che, vedi mai, in quelli di capo dello Stato. Scelgano gli italiani, lui resta a disposizione. Ma, per favore, facciano presto perché a dicembre compie 54 anni.
Si tratta, come si vede, della classica botta da canicola ben descritta dal colonnello Giuliacci. Non diversamente dalle scosse di Max D’Alema, pure Pierferdy si esercita in vaticini. La destra vince, gli italiani la scelgono con costanza, ma c’è chi non ci sta e reagisce con stizza. A D’Alema, Franceschini, Di Pietro, si unisce adesso anche Casini.
Di suo, Pierferdy ci ha messo una iattanza da mosca cocchiera. Già chiamare Grande coalizione l’alleanza tra una sinistra al 26 per cento e l’Udc che rappresenta un ventesimo dell’elettorato, è una comica. In più, presentarsi come salvatore della Patria calpestata dal Cav dopo essere stato beneficato da lui per lustri, sa di truffa lontano un miglio. Vorrei vedere se davvero si mettesse in affari con il Pd cosa resterebbe a Casini dei voti che oggi faticosamente raccoglie. Tanto più che dovrebbe beccarsi a scatola chiusa anche Di Pietro, gli articoli in inglese, le dubbie proprietà immobiliari, i solecismi molisani.

(continua…)

Rutelli boccia il gruppo europeo e si prepara ad uscire dal PD

Lunedì, 15 Giugno 2009

l’intervista di rutelli al corsera prepara la fuoriuscita dal pd. l’ex sindaco di roma ha bocciato l’alleanza tra sinistra e democratici sottoscritta da franceschini proprio per evitare che l’entrata del pd nel gruppo socialista europeo desse la stura per la fuoriuscita dei democratici. l’intervista di rutelli sconfessa il tentativo di su-dario (by dagospia). i rumors a montecitorio danno rutelli in rotta verso casini, che con le alleanze nelle amministrative a sinistra ha corretto il suo posizionamento ed è diventato "centro" che più centro non si può.