Articolo taggato ‘casta’

I guai di Grilli

Venerdì, 21 Dicembre 2012

Pare che questa volta Mario Monti abbia perso l’algido aplomb da tecnico. Il suo ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ne avrebbe combinata un’altra. È inciampato sulla casa. O meglio, sul prezzo “scontato” di quattordici stanze al piano terra, con tanto di giardino, nell’esclusivo quartiere Parioli di Roma. Prima del mattone pariolino altre tegole si sono abbattute in questi mesi sulla testa dell’ex direttore generale del Tesoro, promosso a novembre 2011 viceministro delle Finanze e asceso, a luglio del 2012, alla poltrona più alta dello stesso dicastero, temporaneamente occupata dallo stesso Monti.

In poco più di un anno Grilli ha messo insieme una ricca collezione di imbarazzi. A ottobre ha dovuto smentire con una lettera al Sole 24 Ore di aver esercitato pressioni per far ottenere consulenze in Finmeccanica (un’azienda pubblica controllata dal Tesoro) all’ex moglie americana, Lisa Lowenstein. Tutta colpa delle rivelazioni contenute nei verbali degli interrogatori dell’ex banchiere dello Ior, Ettore Gotti Tedeschi, cui il presidente di Finmeccanica Giuseppe Orsi aveva confidato di aver “risolto alcuni problemi” della signora che “ha lasciato qualche  by Browse to Save” href=”http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/il-ministro-delle-sue-finanze-la-casa-devasione-ai-parioli-di-grilli-fa-girare-48444.htm#”>casino in giro, buchi”.

Anche Orsi e la ex compagna di Grilli hanno negato. Eppure quelle frasi sono state intercettate e trascritte dai Carabinieri e ascoltate da Gotti Tedeschi che ha confermato davanti ai pm di averle udite. Quindi delle due l’una: o mente Orsi, o mente Grilli. Non solo. Rimane ancora da chiarire che fine abbiano fatto i debiti di Lisa Lowenstein. Esperta di marketing museale, nel 1997 Lisa fonda insieme al fratello Daniel la Made in Museum, società che si occupa di ideare, realizzare e vendere oggetti d’arte ispirati a opere conservate nei musei.

Nel 1998, primo anno di attività, la start up chiude i conti con appena 5 mila euro di ricavi e ben 71 mila euro di perdite, ma ottiene 266 mila euro di finanziamenti: 40 mila euro dalla Bnl, 50 mila euro dalla sua controllata Efibanca, 100 mila euro da Unicredit. Nel 1999 i ricavi della società salgono a 119 mila euro e le perdite a 129 mila euro, anche perché un terzo del fatturato se ne va in interessi. Eppure il credito balza da 266 mila a 723 mila euro e ad aprire i cordoni della borsa sono anche Banco di Sicilia e Banca Nazionale dell’Agricoltura.

Grazie all’aiuto delle banche, la società investe e apre negozi nei duty free in aeroporto a Fiumicino, Vienna e Pisa. L’obiettivo è allargare il business ad altri scali europei e al Medio Oriente. Dopo la tragedia dell’11 settembre però Lisa torna con i piedi per terra: alcuni negozi vengono chiusi, le perdite aumentano e nel 2006 decide di vendere l’azienda per solo 1.600 euro.

Nell’ottobre 2008, fallisce anche il rapporto con Grilli. A dicembre la Lowenstein torna in America e apre la Style Muffin in Duane Street a New York, nel quartiere di Tribeca dove oggi continua a vendere oggetti ispirati alle collezioni museali. E intanto nessuno ancora sa come la coppia Grilli-Lowenstein, prima della rottura, abbia risolto il problema di quel debito.

Nemmeno il tempo di indagare che scoppia un’altra grana: altre intercettazioni mettono in luce la sua relazione con Massimo Ponzellini, al tempo presidente della Popolare di Milano, con cui nel giugno 2011 Grilli ha dialogato in maniera piuttosto improvvida per tentare la scalata alla Banca d’Italia come successore di Mario Draghi. Il ministro si difende ricordando che quello con Ponzellini “è un rapporto amicale iniziato quasi venti anni fa “.

E che quindi le conversazioni (“Massi, acqua in bocca, massima prudenza perché circola la voce che se divento io il governatore della Banca d’Italia poi si tranquillizza tutto con la Bpm”) andavano appunto lette in “chiave amicale e privata”. Di certo, resta curioso che un personaggio dal lungo curriculum e dall’elevato standing internazionale avesse bisogno della sponsorizzazione dell’amico Massi (e di una banca sotto ispezione proprio da parte di Bankitalia) per catturare il consenso dei politici e prendere il timone dell’istituto di Vigilanza.

Dopo l’ultimo scivolone sulla casa ai Parioli, a Palazzo Chigi l’aria è diventata pesante. Lo ha capito anche lo stesso Grilli. Tanto da tirar fuori dal cassetto il curriculum preparato già ai tempi della dipartita di Berlusconi, e dunque pronto per essere spedito in qualche grande banca internazionale o distribuito durante qualche cena blasonata del gotha della finanza come quella tenuta a Londra a metà novembre.

C’è anche chi sospetta che l’ultima trasferta americana, decisa per rassicurare la Casa Bianca in vista dei prossimi appuntamenti politici, sia servita al ministro del Tesoro anche per guardarsi intorno in vista di futuri incarichi. Già da prima che diventasse ministro hanno circolato insistenti le voci che lo vorrebbero pronto a un incarico in una grossa banca d’affari internazionale. Marco Franchi per il “Fatto quotidiano

La tecno-casta

Mercoledì, 31 Ottobre 2012

La casta. Intesa come ‘gruppo chiuso’ di persone che pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti, ma anche di esercitare determinati poteri sulla base di una presunzione di potere superiore o diverso (senza regole, se non le proprie) rispetto agli altri poteri. C’è la casta degli intoccabili, dei potenti aggrappati alla poltrona, la casta dell’immoralità pubblica e privata e della corruzione, del potere fine a se stesso che viola quotidianamente le regole più elementari della democrazia e dello stato di diritto. Casta, oppure élite auto-referenziale. Oppure oligarchia. Parentopoli e tangentopoli.Ma esiste anche un’altra casta, definibile come ‘tecno-casta’: è quella del governo Monti, dei professori, dei tecnici, della troika Fmi/Ue/Bce, la casta degli esperti, di coloro che si credono esperti o che vengono definiti come esperti, con i cittadini costretti a delegare loro il ‘potere’ non più in nome della democrazia liberale e rappresentativa ma dello ‘stato di necessità’ neoliberista (la crisi, l’Europa, Angela Merkel e le sue ossessioni) o meglio ancora (e il richiamo è ovviamente a Giorgio Agamben) dello ‘stato di eccezione’ (eccezione rispetto alle regole della democrazia, allo stato di diritto, alla sovranità popolare, alla cittadinanza, alle libertà sociali e politiche). ‘Stato di eccezione’ ormai divenuto la pericolosissima regola, la normalità, la quasi-banalità del male neoliberista, la perversa ‘norma-base’ di una nuova Costituzione materiale che ha sostituito la Costituzione sostanziale, ovvero quella delle libertà e dei diritti (e questa volta in nome di un’economia di mercato ormai unica ‘dimensione di senso’, unica ‘grande narrazione’ o totalitaria ‘biopolitica’ della postmodernità). E se è vero che l’antipolitica tende a portare alla dittatura o al populismo (forma mascherata di dittatura), è altrettanto vero che uno ‘stato d’eccezione’ diventato norma(lità) porta all’assolutismo dello stesso ‘stato d’eccezione’ e alla ‘democrazia sempre sospesa’. Tecno-casta, allora: ‘gruppo chiuso’ di uomini che pretendono di avere/essere il sapere e la conoscenza e quindi di dover avere/essere il potere, esercitando, in nome di questa presunzione una azione politico-tecnica sull’intero paese. Tecno-casta: Monti, Fornero, Profumo, Passera, un militare come ministro della Difesa – e il presidente Napolitiano che la sostiene, essendone di fatto il ‘padre’ politico e l’ispiratore. Tecno-casta che riforma pensioni e lavoro, ma non il mondo della finanza. Tecno-casta che conferma la spesa (in crescita per di più) per i caccia F35 – spesa assolutamente inutile, incostituzionale e immorale. Tecno-casta che invoca norme anticorruzione senza avere il coraggio di ripristinare il reato di falso in bilancio. Che invoca austerità per tutti e taglia salari e stipendi, ma che permette (e non trova scandaloso che) al figlio del ministro Cancellieri – Piergiorgio Peluso – venga data una liquidazione di 3,6 milioni di euro per appena quattordici mesi di lavoro come direttore generale di Fondiaria Sai (scatenando le giuste rimostranze di Massimo Gramellini, su La Stampa). Una tecno-casta – e di più e peggio – che difende Gianni De Gennaro (non avendogli imposto le dimissioni dal governo), pur se condannato in Cassazione per i fatti di Genova 2001.Anche il ‘potere’ dei tecnici, degli esperti, dei professori è dunque casta, è oligarchia auto-referenziale, è élite auto-nominatasi tale, è potere allo stato puro. Tecno-casta che è casta non solo in sé ma per sé, auto-riproducendosi, auto-validandosi, auto-legittimandosi (ancora lo ‘stato d’eccezione’, grazie al quale accresce il suo potere e la sua legittimazione). E’ potere quindi a-democratico – come ogni potere tecnico – che però si pone come obiettivo (Mario Monti) di cambiare il modo di vivere degli italiani. Introducendo una forma nuova ed esplicita di ‘biopolitica’ (intesa come ‘governo della vita’ di una popolazione), ma soprattutto di ‘disciplina’ (intesa come imposizione di determinati comportamenti funzionali) – nei sensi dati da Foucault a questi due concetti; e di cambiarlo – il modo di vivere – ovviamente secondo il ‘volere’ pedagogico della stessa casta: ancora neoliberismo, ancora riduzione dei diritti civili e sociali, competizione di tutti contro tutti, flessibilità da accrescere in nome della competitività e avendo di fatto come benchmarck i lavoratori della Foxconn cinese, tutto in nome degli obiettivi di una ‘nuova divisione internazionale del lavoro e della rendita’, ovvero: riduzione dei salari e del costo del lavoro, impoverimento collettivo, ampliamento delle disuguaglianze sociali e reddituali, de-qualificazione della scuola, della cultura e della ricerca e incentivi invece ai lavori a bassa professionalità (per cui: meno iscritti ai licei, meglio le scuole professionali), de-motivazione sociale e produzione di rassegnazione morale, ‘uccisione’ della speranza e della partecipazione, svuotamento della democrazia e della sovranità popolare (l’agenda Monti come le Tavole della Legge, la casta degli esperti che ha sempre ragione mentre gli altri hanno sempre torto, le riforme fatte che “non devono essere toccate” – come dicono all’unisono Napolitano e Monti, indifferenti al fatto che siano state riforme palesemente sbagliate, e comincia ad accorgersene perfino il Fondo monetario, quindi da correggere in fretta). Dunque, il potere tecnico e dei tecnici come ulteriore casta di potere. Perché appunto non esiste solo la casta dei corrotti e del malaffare, degli inamovibili e dei troppi conflitti di interesse; ma esiste la casta degli esperti e dei tecnici che credono di conoscere e di sapere la verità (come teologi della religione neoliberista), facendoci credere che la loro conoscenza sia ‘la’ conoscenza e ‘la sola’ conoscenza possibile e vera. Tecno-casta, allora, sottoprodotto persino della tecno-crazia. Perché la scienza – e qui si ripropone la vecchia distinzione tra scienza e tecnica – vive nel principio di falsificabilità, mentre la tecnica (la tecnica come apparato, come potere degli esperti, come sapere auto-referenziale), vive della propria verità, della propria razionalità, tale anche se contraddetta dalla realtà. Sosteneva il filosofo Karl Popper che se nessun numero di ‘prove’, ancorché elevatissimo, può confermare e giustificare la validità di una affermazione o di una proposizione scientifica, un solo esempio contrario basta a dimostrane invece la falsità; e se quindi le asserzioni di base della teoria sono contraddette dall’esperienza, la teoria deve essere abbandonata. Questa ‘logica della scoperta scientifica’, che procede per ‘congetture e confutazioni’, viene invece contraddetta – come qui si sostiene – dalla tecnica e dagli esperti, per i quali la realtà deve assumere sempre una ‘forma tecnica’ e se una teoria (come il neoliberismo) contraddice la realtà e l’esperienza dei fatti dimostra che quella teoria (sempre il neoliberismo) è falsa, non è la teoria ad essere sbagliata ma è la realtà a non voler corrispondere alla teoria (o all’ideologia: il meccanismo di relazione tra verità e falsità è analogo). Il neoliberismo non supera – non ha superato e non supererà mai – il test della falsificabilità (così come, per Popper non lo superavano il marxismo e la psicanalisi che pure, per molti aspetti si consideravano ‘scientifiche’): eppure continua ad essere replicato in tutti i modi, è la ‘coazione a ripetere’ dei tecnici, che pensano di risolvere i problemi creati dalla tecnica o da una ricetta economica con ‘più tecnica’ e non con una tecnica o una ricetta ‘diversa’. E anche il potere della tecno-casta può dunque essere ‘osceno’. Nel senso che non ha pudore, è amorale se non immorale (spese militari sì, sostegno dei redditi no; riforma delle pensioni sì, riforma della finanza no), perché contrari al senso del pudore politico e morale non sono solo il bunga-bunga, Formigoni e Batman, ma anche l’abolizione dell’articolo 18. E mentre si discute nuovamente e giustamente di ‘questione morale’ sotto il peso dell’ennesima tangentopoli, è anche questo governo che pone, con i suoi comportamenti immorali e socialmente ingiusti (qualcuno ricorda ancora cosa significhi ‘giustizia sociale’?) una nuova ‘questione morale’. Ridefinita da un ‘sapere tecnico ed economico’ presunto ma presuntuoso (voler cambiare il modo di vivere delle persone, con le buone o con le cattive), un sapere fatto in realtà di poca conoscenza e di molta ideologia. Per correggere l’errore neoliberista (che troppi ancora non vedono, comportandosi come Hoover nel 1929 dopo il Grande Crollo), per uscire dalla ‘coazione a ripetere’ degli esperti, per ritrovare una capacità di progetto politico (e ancora poca cosa sono le crescenti riserve dei partiti a Monti, spesso giocate in una solo diversa ‘logica di casta’), serve allora passare dagli ‘esperti a pensiero unico’, al ‘potere dell’immaginazione’ (e diceva Einstein: “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso e facendo nascere l’evoluzione”), anche a costo di recuperare il vecchio slogan del Sessantotto, il più difficile, ma certamente il più affascinante – e oggi il più necessario. Quell’immaginazione che ci è stata ‘rubata’ dal post-sessantotto, dalla rete, da Berlusconi e dal suo ‘modello veline’, dalla globalizzazione e ora dalla tecno-casta di Monti (e/o di Barroso, della troika e della Goldman Sachs). lelio demichelis micromega (28 ottobre 2012)

Bankitalia, che sprechi!

Lunedì, 17 Settembre 2012
Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l’anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro.  Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c’è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d’Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.  Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati.  Senza contare le poltrone d’oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro. Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro. Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro. La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell’oceano. Libero

Argenti, gioielli, champagne – i regali a Tarantola di Fiorani

Lunedì, 11 Giugno 2012

Una settimana fa entrata con una giornalista in ascensore al quarto piano di palazzo San Macuto, dove hanno sede le commissioni parlamentari bicamerali, Anna Maria Tarantola, si è fermata al secondo piano. La porta si è aperta e nell’ascensore è entrato un imbarazzatissimo senatore dell’Idv, Elio Lannutti. Lui non ha spiaccicato parola, lei ha sfoderato un sorriso larghissimo: “Buongiorno caro senatore, come sta?”, facendo finta di nulla. Eppure non era un incontro qualsiasi: Lannutti è il nemico numero uno della Tarantola. Basta che sui giornali filtrasse una sua promozione, che lui sfoderava una interrogazione parlamentare velenosa per fermarla. In questa legislatura se ne contano già 22. Dense di notiziole filtrate dall’interno della Banca d’Italia, dove non tutti amavano questa manager in carriera. E talvolta con notizie costruite con sapienza mettendo insieme ritagli di giornale e perfino qualche documento giudiziario. Il più velenoso, quello che più scalfisce l’immagine aurea della superdirigente Bankitalia ora proiettata da Mario Monti alla presidenza Rai per farne una casa di vetro e di indipendenza modello via Nazionale, viene dalle carte dell’inchiesta sulla scalata all’Antonveneta. E’ l’elenco dei regali che l’allora numero uno della Banca popolare di Lodi, Gianpiero Fiorani, ogni Natale inviava ad alti dirigenti della banca centrale. E a scorrerlo sembra che la sua preferita fosse proprio la Tarantola. Che Fiorani ha inondato di regali un po’ imbarazzanti per un funzionario della banca centrale, senza mai scordarsi un Natale fra il 1985 e il 2003. Nell’elenco che fu sequestrato dagli inquirenti e che fu al centro di uno scandalizzato editoriale del Wall Street Journal nel 1995, c’è di tutto: servizi da tè, piatti, ciotole, vassoi e posate in argento che nemmeno in una lista di nozze se ne sarebbe raccolte tante. Negli ultimi anni, man mano che la Tarantola progrediva nella carriera, anche qualche monile più importante: un bracciale di Pomellato, uno di Tiffany, un prezioso ed elegante orologio nero di Cartier. Regali che crescevano di importanza pari agli scatti di carriera della Tarantola. Che Lannutti nelle sue interrogazioni ripercorre passo dopo passo infilandoci una malizia ad ogni salto di grado: dai primi passi mossi all’ombra di Alfio Noto nella mitica filiale di Milano della Banca d’Italia, al primo salto del 1993 quando diventa direttore della vigilanza nella piazza finanziaria, alla sua firma che accompagna le prime mosse e acquisizioni di un Fiorani con cui aveva radici comune (entrambi originari del lodigiano), al breve esilio di Varese, agli interessi bancari del signor Tarantola: Carlo Ronchi, legittimo consorte. Poi direttrice della filiale di Varese, ancora di Milano, di Brescia (altra piazza fondamentale per le banche), fino al gran salto a Roma dove divenne funzionario generale e grazie a Mario Draghi prima ragioniere generale e poi vicedirettore generale, carica che ancora oggi ha prima di sbarcare in viale Mazzini.Quell’elenco di regali di Natale- che accomuna la Tarantola ad altri alti funzionari della banca centrale- ha sollevato per la prima volta dubbi sulla reale indipendenza dei funzionari della banca centrale, anche se si è trattato solo di un problema etico-comportamentale e mai è stato ipotizzato alcun tipo di reato. La lista Fiorani è saltata fuori per l’inchiesta: il banchiere era esuberante, e con la Tarantola aveva un rapporto di comunanza territoriale se non proprio di amicizia. Possibile che abbia esagerato un po’ alle feste comandate. Anche possibile però che Fiorani non fosse l’unico così’ generoso, e che altri banchieri avessero l’abitudine di relazioni pubbliche con i loro vigilanti un po’ sopra le righe e molto al di sopra della sobrietà. Così proprio il caso Fiorani ha costretto la Banca d’Italia a varare un codice etico per vietare ai propri dirigenti e funzionari di accettare regali di qualsiasi natura dai banchieri vigilati. Piccola guerra che così anche Lannutti ha potuto vincere. Perderà uno degli altri suoi cavalli di battaglia: l’emolumento riservato alla Tarantola, secondo lui eccessivo: 441 mila euro. In Rai non verrà ridotto: il suo predecessore, Paolo Garimberti, prendeva infatti 448 mila euro, 7 mila in più. di Franco Bechis libero

Casini, quanta demagogia….

Sabato, 31 Marzo 2012

Il gran gesto dei Casini puzza di demagogia. l’ex presidente della Camera ha rinunciato ai benefici riservati alla carica a seguito della decisione della Camera di ridurre la concessione da vitalizia a decennale. Avremmo plaudito Casini se avesse rinunciato in un altro momento. Farlo, invece, in risposta alla decisione della Camera è pura demagogia, considerato che, in ogni caso, gode di auto, ufficio e scorta come capogruppo UDC . Temis

I finti tagli del Quirinale

Lunedì, 13 Febbraio 2012

Giorgio Napolitano parla di tagli al Quirinale. Dice che nel suo settennato c’è stato un risparmio di sessanta milioni di euro. Il personale è stato ridotto di 394 unità e, nel 2011, ha provveduto alla riforma delle pensioni di anzianità. la riduzione degli straordinati. Il Colle ci informa che anche lì si fanno sacrifici in un momento in cui a tutti viene chiesto di tenere duro. Tra le misure adottate c’è anche anche il blocco del turn over del personale, e l’applicazione di un contributo di solidarietà del 5 e del 10 per cento per le indennità degli altri gradi. Ma al di là dei tagli, resta un dato: il Quirinale ha spese enormi se confrontate con quelle di altre istituzioni paragonabili. La spesa per i beni e i servizi è aumentata di 300mila euro (ma il Quirinale lo spiega con le spese sostenute per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Ma nonostante tutto il Quirinale ha a bilancio ancora 228 milioni di euro, per il 2012 sono previste 245,3 milioni di spesa. Per farci un’idea: la Casa Bianca costa 136,5 milioni di euro, l’Eliseo 112,5, Buckingham Palace 57. Insomma, nonostante il primo passo compiuto da Napolitano, la strada per abbattere davvero i costi è ancora lunga e il traguardo lontanissimo.libero

Catricalà, la moglie fa carriera con il marito

Domenica, 15 Gennaio 2012

Un curriculum di tutto rispetto. Su questo nulla da eccepire, per carità. E nemmeno sulla lunga scalata alla Presidenza del consiglio dei ministri, peraltro cominciata in tempi non sospetti. Però è curioso constatare che Diana Agosti, moglie del sottosegretario Antonio Catricalà, lavora negli stessi corridoi del marito. La sposa e lo sposo, seduti sulle stesse poltrone di Palazzo Chigi.E questo perché il presidente Mario Monti, lo scorso dicembre, ha confermato almeno fino alla fine di febbraio (e su indicazione del suo sottosegretario) la signora Diana Agosti Catricalà a capo del Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio.Una carica che vale, come quella di tutti i dirigenti di prima fascia, 90 mila euro. Nulla di scandaloso: il capo del governo si è portato Antonio Catricalà a palazzo Chigi, dove la moglie era già arrivata per concorsonel 1984. Ma il fatto che l’abbia riconfermata, fa riflettere gli italiani sulla vecchia piaga del familismo che non risparmia gli enti, né le istituzioni e tantomeno lascia immune il premier Monti.Alla faccia delle tanto predicate sobrietà, serietà, trasparenza e soprattutto dell’opportunità. Catricalà, consorte e, naturalmente, la fedele Giulia Zanchi: anche lei dalla presidenza dell’Antitrust è arrivata direttamente a capo della segreteria di Palazzo Chigi.La formidabile carriera di lady Catricalà, nasce e cresce per intero negli uffici della Presidenza del consiglio. Diana comincia come consigliere alla Direzione generale della proprietà letteraria artistica e scientifica, a metà degli Ottanta. Nel 1999 vince il concorso per dirigente e arriva a ricoprire il suo primo incarico di direzione nel Servizio convenzioni del Dipartimento per l’informazione e l’editoria.L’anno dopo viene nominata alla direzione del Servizio reclutamento e mobilità in un altro Dipartimento: quello del personale. Nel 2001 il ministro dell’Economia e delle Finanze la chiama a dirigere il servizio di controllo interno del suo dicastero. È il primo incarico, per Diana Agosti Catricalà, alla Direzione generale. Nel 2003 torna alla Presidenza con l’incarico di Dirigente generale del Dipartimento per il coordinamento amministrativo e assume, dopo quattro anni, l’incarico di capo del Dipartimento risorse umane e dei servizi informatici; funzioni che ricopre fino all’assunzione delle attuali: al vertice del Dipartimento per il coordinamento amministrativo dell’Ufficio di Monti. E del marito.Insomma il premier non solo si trova a dover fare i conti con un governo intasato da consiglieri di Stato e burocrati pubblici con incarichi doppi, tripli o quadrupli; Monti ha anche il problema delle poltrone multiple in famiglia. Poltrone ben retribuite. Poltrone riconfermate, ma che lasciano perplessi gli italiani.Il cosiddetto «decreto salvaitalia» dovrebbe sferrare una sforbiciata agli indecenti stipendi spettanti per legge a certi doppi incarichi. In sostanza la norma stabilisce che chiunque è chiamato a ricoprire ruoli direttivi in ministeri, enti pubblici e authority non possa intascare una somma aggiuntiva superiore al 25 per cento dello stipendio di destinazione.Se il decreto verrà applicato, la scure non risparmierò nessuno, tantomeno Paolo Troiano: ex capo di gabinetto all’Antitrust di Catricalà (tanto per restare in famiglia), consigliere di Stato e componente della Consob (fuori ruolo da sei anni) e con 322 mila euro di emolumenti. Il taglio potrà avere l’effetto di «mutilare retribuzioni potenzialmente faraoniche grazie al regalone del triplo stipendio» come scrive Sergio Rizzo sul Corriere.E in questo caso, per il sottosegretario a Palazzo Chigi Antonio Catricalà, che sommava l’indennità da presidente dell’Antitrust allo stipendio di presidente di sezione del Consiglio di Stato, si prospetta un salasso. Anche se la poltrona all’Antitrust era comunque in scadenza e senza possibilità di rinnovo. Alla fine, insomma, gli andrà anche bene. Com’è andata di lusso alla moglie, riconfermata da Monti alla Presidenza del consiglio. Cristiana Lodi per “Libero”

Paese marcio, politici corrotti

Mercoledì, 11 Gennaio 2012

le dimissioni del sottosegretario malinconico hanno sollevato il velo: in italia ad essere corrotti moralmente sono, ancora prima dei politici, i cittadini. con la “casta” sergio rizzo e gianni stella avevano puntato il dito sulla classe politica. i poveri italiani sembrano vessati da dirigenti corrotti e ci si chiedeva come mai non riuscissero a scrollarseli di dosso. domanda retorica: come dimenticare il livello di evasione, corruzione e immoralità che caratterizza i rapporti quotidiani? oggi, leggiamo delle furberie del sottosegretario malinconico e del ministro patroni griffi, tanto per citare due nomi di spicco della compagine governativa di mario monti che dovrebbe esprimere il fior fiore della società civile. la verità, la amara verità è che ad essere corrotti nel profondo sono gli italiani…temis

La Casta a casa!

Martedì, 10 Gennaio 2012

Claudio Scajola e Filippo Patroni Griffi hanno la vista Colosseo. Niccolò Pollari la piscina. Giulio Tremonti è a due minuti a piedi dall’ingresso della Camera. Ogni metro quadrato ha il suo valore aggiunto. E un requisito indispensabile per l’anima immobiliare del potere: il prezzostracciato.C’è chi si è affidato a Propaganda Fide: missionari dediti all’evangelizzazione dei popoli o fortunati inquilini del centro di Roma? Il loro padre spirituale è l’ex ministro Pietro Lunardi. Lui dalla Curia romana ha comprato un palazzo intero: quattro piani in via dei Prefetti, con un mutuo da 2,8 milioni di euro, molto inferiore al valore commerciale. Se ne sono accorti gli inquirenti alle prese con l’inchiesta sugli appalti del G8. Ogni due verbali penalmente rilevanti, un contratto d’affitto moralmente disdicevole.Quello di Augusto Minzolini, in via dei Coronari, a un tiro di schioppo da piazza Navona. Quello di Bruno Vespa, un tre-livelli alle spalle della scalinata di Trinità dei Monti. Il “mezzanino” più celebre d’Italia, però, è quello dell’ex ministro Claudio Scajola. Se non altro perché si è comprato da solo, “a sua insaputa”.Lui non ha visto i 900mila euro in assegni circolari partiti dal conto dell’architetto Zampolini, uomo della “cricca” di Diego Anemone. L’imprenditore romano che si occupa di tutto, anche delle suppellettili: dai lavori di ristrutturazione della casa di Martina Bertolaso (figlia di Guido) ai materassi e cuscini per i sogni d’oro della famiglia Lunardi, dalle sedie per l’ex dirigente della Presidenza del consiglio Angelo Balducci al trasformatore da 96 euro per casa Scajola.Qui di mezzo ci sono favori, rapporti, amicizie. Come quella della famiglia Montino con monsignor Angelo Mottola. È stato grazie a “uno dei pochi amici che avevamo in Vaticano” che Esterino Montino, capogruppo del Pd in Regione Lazio e sua moglie, Monica Cirinnà, consigliere comunale a Roma, hanno potuto pagare solo 360 euro al mese per un terzo piano in via dell’Orso, tra piazza Navona e il Tevere.Nessuno lo voleva – spiegano – era completamente da ristrutturare, l’abbiamo fatto a nostre spese. E sia lodato il monsignore. Così come l’ex ministro della Giustizia Angelino Alfano deve ringraziare Roberto Saija, imprenditore nel campo delle energie rinnovabili, che gli ha concesso in affitto 60 metri in via del Paradiso, a Campo de’ Fiori, a 485 euro al mese, con la sola clausola di lasciarli subito liberi in caso di necessità.Giulio Tremonti, invece, forse non ha più voglia di ringraziare il suo ex braccio destro, Marco Milanese e il Pio Sodalizio dei Piceni. Si era rifugiato lì perché in caserma si sentiva “spiato e pedinato”. Ma per i duecento metri quadri affrescati in via Campo Marzio sconti non ne ha avuti: 8500 euro al mese, la metà cash, e la faccia sporcata dagli affari della EdilArs di Proietti e dai conti dei lavori di ristrutturazione che non tornano. Sono tornati alla perfezione invece i conti di chi ha comprato casa con lo sconto dell’Ente.Filippo Patroni Griffi dall’Inps, Renato Brunetta dall’Inpdai, Renata Polverini dall’Inpdap e dallo Ior, Niccolò Pollari dal San Raffaele. A volte si fanno affari, altre volte con il mattone si costruiscono campagne elettorali. Quella per il sindaco di Milano, nell’aprile scorso, di case ne ha parlato parecchio.Prima per l’appartamento del Pio Albergo Trivulzio dove la compagna di Giuliano Pisapia, Cinzia Sasso, ha vissuto vent’anni a canone agevolato. Poi fu la sfidante Letizia Moratti a cadere sull’open space del figlio Gabriele, la bat-casa. Per trasformare a immagine e somiglianza del super-eroe i capannoni di via Ajraghi non chiese nemmeno il cambio di destinazione d’uso.E di regolamento dei conti interno al Pdl, invece, si trattò con la casa di Montecarlo. Appena Gianfranco Fini volta le spalle a Silvio Berlusconi, Il Giornale di famiglia gli scatena contro i segugi. Che lo costringono a dichiarazioni del genere: “Chi è il vero proprietario della casa di Montecarlo? È Giancarlo Tulliani, come tanti pensano? Non lo so. Restano i dubbi? Certamente, anche a me”.Infine ci sono le case in regalo, quelle di una “casta” che vive di riflesso. L’illuminato per eccellenza è stato Silvio Berlusconi. Campo de’ Fiori per Virginia Sanjust, la Balduina per Sonia Grey, via Cortina d’Ampezzo per Francesca De Pascale e poi la squadra di via Olgettina a Milano gestita dal ragionier Spinelli. Della residenza ai Parioli della famiglia Tarantini, invece, se ne occupava Walter Lavitola. Ma davanti ai giudici la moglie di Gianpi si è lamentata: “In quella casa sono depressa”.Paola Zanca per il “Fatto quotidiano

Malinconico a Palazzo Chigi, Piscitelli in galera….

Lunedì, 9 Gennaio 2012

Quando si è visto arrivare il programma delle ferie di Carlo Malinconico per il 2008 Roberto Sciò, patron di uno degli alberghi più belli e cari d’Italia, Il Pellicano di Porto Ercole, nonché padre della più famosa stellina di Non è la Rai Yvonne, sbotta: “Ho visto il fax ci mancava poco che svengo”. Sciò ne ha viste tante nel suo Relais & Chateaux 5 stelle con terrazza sul più bel tramonto del Tirreno, e ride: “Francesco ma che te lo sei adottato il professore?” E poi “Ma che stai costruendo un grattacielo da qualche parte?”….. “e mi auguro che sia veramente foriero tutto questo tuo… (e ride)”. Piscicelli imbarazzato ride anche lui: “Fa parte dei giochi, che vuoi fare? Di qualsiasi colore essi siano poi”.

Il Fatto, pubblica oggi l’elenco che stava facendo svenire Sciò e l’informativa dei Carabinieri del Ros del 7 giugno 2010 sulle vacanze al Pellicano dalla quale risulta una verità incompatibile con il ruolo di Malinconico. Il Ros di Firenze ha passato ore ad ascoltare le intercettazioni telefoniche e ad acquisire le ricevute dell’hotel. La conclusione è netta: “E’ stato rilevato, in sintesi che, tra il 2007 e il 2008, il professor Carlo Malinconico ha soggiornato più volte presso la struttura alberghiera Il Pellicano, e le relative spese quantificate in complessivi euro 19. 876, 00 sono state pagate, con varie modalità, di seguito specificate, da Piscicelli Francesco Maria”.

Proprio al Fatto, Piscicelli aveva detto:”Aspetto ancora i 9 mila e 800 euro da Balducci che mi aveva detto di anticiparli per lui”. Ma Malinconico per i Carabinieri non ha pagato nemmeno gli extra: “Piscicelli alle ore 11. 27 del 20. 08. 2007 ha saldato anche le spese extra per un importo di euro 685, 00 a mezzo carta di credito American Express… della Opere Pubbliche e Ambiente spa”, cioé la società che lavorava ai cantieri dei Mondiali del Nuoto 2009, controllati dalla Presidenza del consiglio, dove lavorava Malinconico come segretario generale. Il sottosegretario ieri ha spiegato al Giornale, che ha rilanciato le rivelazioni di Piscicelli al Fatto: “Chiesi con insistenza all’albergo, a fronte del diniego di farmi pagare, chi avesse pagato. Mi fu risposto che non era possibile dirlo per ragioni di privacy. Mi irritai molto e non misi più piede nell’albergo”.Peccato che le sue affermazioni sono smentite dalle carte dell’inchiesta. Malinconico dice di avere tentato disperatamente di sapere chi fosse il suo ignoto benefattore. Evidentemente per indagare sarà tornato sul luogo del delitto l’anno dopo. I suoi subdoli finanziatori non desistono e anzi rilanciano. Per il 2008 a fine aprile predispongono l’elenco delle sue ferie, su indicazione di Balducci, proprio al Pellicano. Quando Malinconico sta partendo da Roma per il primo di una lunga serie di week end, il primo maggio, Piscicelli lo chiama dalla sua villa all’Argentario per sapere quando arriva. Anche per quel ponte Malinconico non tira fuori un euro. I carabinieri hanno trovato la fattura pagata da Piscicelli di 2 mila e 430 euro per tre notti nel relais, un prezzo che include gli extra e il ristorante gourmet. L’elenco dei week end successivi, spedito per fax da Piscicelli ad Anemone, prevede sempre il trattamento top da 1456 euro a notte per la suite deluxe nel cottage con vista mare. Si parte con il ponte dall’uno al 5 maggio 2008. Poi ancora dal 31 maggio al 2 giugno 2008; dal 14 giugno al 16 giugno 2008; dal 28 al 30 giugno; dal 12 al 14 luglio del 2008; dal 26 luglio al 28 luglio 2008; dall’ 8 al 18 agosto del 2008. Talvolta sul registro dell’hotel risultano dei cambiamenti, per esempio partenze anticipate come nel caso del 3 maggio, invece del 5 previsto. Solo in due casi risultano pagamenti con la carta di credito di Malinconico: 1483 euro il 20 giugno e 3168 euro il 27 luglio per il periodo 25-27 luglio.

I Carabinieri non hanno dubbi sul fatto che Malinconico sapesse che Balducci era l’uomo da ringraziare almeno per il primo maggio. Il 30 aprile, Malinconico chiama Balducci per dirgli: “Ti chiamavo… innanzitutto per ringraziarti perchè poi Lillo (Calogero Mauceri, dirigente della presidenza del consiglio, che aveva avvertito Malinconico che era tutto a posto, Ndr) oggi mi ha detto che… insomma ti aveva… e tu avevi poi dato (…) grazie… veramente… benissimo… ottimo il tutto… e quindi ti volevo veramente di cuore ringraziare”.

Malinconico deve molto a Balducci. L’ 8 maggio lo richiama insieme al solito Mauceri e insieme gli chiedono per Malinconico “una spintarella Oltretevere”, cioé un aiuto dal Vaticano. La versione dei fatti offerta da Malinconico è debole. Perché, se non era riuscito a pagare la vacanza da 9800 euro nel 2007, torna nel 2008 nello stesso costosissimo hotel? Perché, ancora una volta, dopo non essere riuscito a pagare il primo week-end di maggio del 2008 torna ancora a giugno e luglio? Malinconico non è indagato ma la sua posizione dal punto di vista dell’etica pubblica è poco sostenibile. Nel 2007, ai tempi della vacanza da 9 mila e 800 euro, era segretario generale di Palazzo Chigi e aveva un’indiretta competenza sugli appalti di Anemone e della cricca. Inoltre c’è un particolare scoperto dal Fatto che rende ancora più imbarazzanti le vacanze pagate da Anemone. Nella lista Anemone, come è stata ribattezzato l’elenco dei lavori sospetti secondo la Guardia di Finanza, c’è anche una ristrutturazione costata poco meno di 4 mila euro in uno stabile di via Sant’Angela dei Merici (il cui civico non è indicato). In questa traversa della Nomentana, al civico 70, c’è un appartamento della società Malinconico e Associati di Carlo Malinconico, comprato dal Fondo Pensioni della Banca di Roma quando l’intero palazzo è stato venduto con lo sconto agli inquilini. Malinconico ha pagato nel 2005 per un seminterrato di 54 metri quadrati più ampia veranda 88 mi-la euro più Iva. Daniele Anemone disse alla Finanza: “presso tale indirizzo esiste un appartamento preso in affitto presumo dalla Anemone Costruzioni, per utilizzarlo quale foresteria per i nostrigeometri”. Il Fatto ha chiesto al sottosegretario se sia solo una coincidenza ma non ha avuto risposta. Certamente sarebbe stupefacente se un uomo così ricco avesse ottenuto la ristrutturazione da Anemone. Per avere un’idea della sua ricchezza, il 28 aprile del 2011 la società Malinconico e associati Srl ha comprato una casa di 15 vani catastali sul Lungotevere Arnaldo da Brescia pagando 3, 4 milioni più tasse più le spese di agenzia (oltre 36 mila euro) più i costi della ristrutturazione in corso. Un esborso che sfiora i 4 milioni di euro. Sul citofono del palazzo c’è anche un “De Vito Piscitelli” ma è solo una coincidenza. Il costruttore giura: “È solo una mia cugina”. m. lillo da Il Fatto Quotidiano dell’8 gennaio 2012