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Il quarto segreto di Fatima guida i passi di Bergoglio

Martedì, 23 Aprile 2013

Papa Bergoglio è alle prese col giallo del «quarto segreto» di Fatima, la misteriosa parte della profezia della Madonna che non sarebbe ancora stata pubblicata? Lo si evince da una serie di eventi sorprendenti di questi giorni.

Prima di esporli ricordiamo l’antefatto. Nel pieno della Prima guerra mondiale la Madonna appare, il 13 maggio 1917, a Fatima, in Portogallo, a tre pastorelli: Lucia dos Santos e i due cuginetti Francesco e Giacinta Marto. L’evento si ripete ogni 13 del mese, fino al 13 ottobre di quell’anno, quando la Madre di Cristo dà il «segno» richiesto – come sfida – dai giornali laici e dai commentatori del tempo: il sole che vortica nel cielo. Nell’apparizione del 13 luglio la Madonna aveva affidato ai bambini un messaggio per il mondo intero, una grande profezia di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco se l’umanità non fosse tornata a Dio: la rivoluzione comunista in Russia, la diffusione del comunismo in tutto il mondo, grandi persecuzioni sulla Chiesa e infine una nuova e più terribile guerra mondiale col genocidio di popoli (si avverò tutto).

La terza parte di quel messaggio del luglio 1917, che – secondo l’indicazione della Madonna – doveva essere rivelata nel 1960, fu invece secretata nel 1959 da Giovanni XXIII. Fiorirono così per anni attorno ad essa paure apocalittiche e ipotesi di ogni genere.  Nel 2000 Giovanni Paolo II decise di rendere pubblico il Terzo Segreto: in quel testo suor Lucia descrisse la visione del «vescovo vestito di bianco», la sua dolente Via Crucis in una città distrutta, in mezzo ai cadaveri, infine il suo martirio, sul monte della Croce, insieme a tanti vescovi e fedeli.

Era stato l’allora monsignor Bertone a istruire la pratica della pubblicazione del Segreto. Ma in quella istruttoria, nella pubblicazione e nell’interpretazione di quel testo molte erano le falle. Nel mio libro Il quarto segreto di Fatima, uscito nel novembre 2006, mostrai le tante contraddizioni e gli indizi che inducevano a pensare che quel terzo segreto fosse incompleto: mancava un testo, di cui si conoscevano alcune caratteristiche, contenente le parole profetiche della Madonna sulla Chiesa e sul mondo di oggi.

Riferivo pure che l’antico segretario di Giovanni XXIII, monsignor Capovilla, testimone diretto degli eventi, in una conversazione con Solideo Paolini aveva accennato proprio all’esistenza di quel testo misterioso. Nel maggio 2007 Bertone, nel frattempo diventato Segretario di Stato vaticano, uscì con un suo libro-intervista dove ribadiva la versione sua (e non solo sua), senza però dare una sola risposta alle tante domande e ai dubbi.

Qualche giorno dopo partecipò a una trasmissione tv durante la quale – senza contraddittorio – ripeté la sua idea e mostrò le buste aperte nel 2000 e contenenti il terzo segreto. Questo coup de théatre, che avrebbe dovuto confutare ogni dubbio, fu però un autogol. Infatti fu facile osservare che su quelle buste mancava qualcosa che doveva esserci. Perché monsignor Capovilla aveva riferito, in un’intervista di alcuni anni prima, che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di «richiudere la busta» scrivendoci sopra «non dò nessun giudizio» perché il messaggio «può essere una manifestazione del divino e può non esserlo». Ebbene questa scritta, di pugno di Capovilla, nelle buste mostrate in tv non c’era. Perché? Bertone non dette risposta. Evidentemente c’era un’«altra» busta che conteneva la parte controversa.

Di lì a pochi giorni lo stesso Capovilla, interpellato da Paolini, confermò l’esistenza di qualcos’altro: un «allegato». Qualcosa che – secondo Capovilla, che faceva suo lo scetticismo di Roncalli – non proveniva dalla Madonna, ma era piuttosto una «riflessione» della suora «sul vescovo vestito di bianco».

È la parte mai rivelata del terzo segreto che – dalle testimonianze dei pochi che la lessero – pare essere esplosiva. Del resto ad aprire nuovi scenari sul terzo segreto è stato lo stesso Benedetto XVI nel maggio 2010.

Il Segretario di Stato infatti aveva ripetuto fino ad allora che esso riguardava l’attentato a Wojtyla del 1981 e si era già tutto realizzato e scriveva polemicamente a pagina 79 del suo volume: «L’accanimento mediatico è quello di non volersi capacitare che la profezia non è aperta sul futuro, è consegnata al passato. Non ci si vuole arrendere all’evidenza».

Invece papa Benedetto XVI affermò l’esatto opposto: «Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». Disse queste parole nel pieno dello scandalo pedofilia, durante un improvviso pellegrinaggio a Fatima, il 13 maggio 2010, davanti al Santuario. In quella circostanza egli inserì nella profezia del Terzo segreto proprio lo scandalo della pedofilia, culmine di una drammatica crisi del sacerdozio e della Chiesa. Ed è evidente che tale scandalo non poteva essere compreso nella visione rivelata nel 2000 (dove non c’è traccia di esso), ma in un’altra parte che è tuttora da pubblicare.

Benedetto XVI disse infatti: «Oltre questa grande visione della sofferenza del Papa, che possiamo in prima istanza riferire a Papa Giovanni Paolo II, sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man mano si sviluppano e si mostrano… e quindi sono sofferenze della Chiesa che si annunciano… Quanto alle novità che possiamo oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto che non solo da fuori vengono attacchi al Papa e alla Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono proprio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste nella Chiesa».

Come si vede Benedetto XVI evitò di indicare l’attentato del 1981 come «la» realizzazione del terzo segreto e collocò il compimento del Terzo segreto steso negli anni successivi all’attentato del 1981 e nel nostro stesso futuro: «Sono realtà del futuro che man mano si sviluppano e si mostrano… sofferenze della Chiesa che si annunciano».

È il contrario di quanto affermato dal Segretario di Stato. Benedetto XVI addirittura fece capire che il «trionfo del Cuore Immacolato di Maria» annunciato a Fatima dalla Madonna stessa, come conclusione della sua profezia, non poteva essere identificato nella mera caduta del comunismo del 1989, ma doveva ancora realizzarsi.  Il Papa infatti nel maggio 2010 disse: «Possano questi sette anni che ci separano dal centenario delle Apparizioni (2017) affrettare il preannunciato trionfo del Cuore Immacolato di Maria a gloria della Santissima Trinità».

Evidentemente per Benedetto XVI stavano per arrivare gli anni decisivi. Questi. Ed eccoci ad oggi. Papa Ratzinger, ormai 85enne, sente mancargli le forze di fronte alla sfida dei tempi e rinuncia al pontificato l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes.

Il successore viene eletto il 13 marzo successivo (il giorno 13 del mese richiama la devozione di Fatima). Molti riflettono sulla misteriosa espressione del Terzo segreto: «Il vescovo vestito di bianco». Di cui suor Lucia scriveva: «Abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre».

Ci si chiede se quelle parole possano riferirsi al papa dimissionario. O al successore che ama definirsi «vescovo di Roma».

Lo stesso papa Francesco, devoto a Maria (a cui dedica la sua prima uscita), cita Fatima all’Angelus del 17 marzo. Poi una decina di giorni fa un episodio sorprendente. Papa Bergoglio telefona a monsignor Capovilla, ormai novantenne, che vive nella bergamasca. Lo vuole incontrare.

Capovilla aderisce. Questo strano incontro e i suoi contenuti restano tuttora avvolti nel mistero. Perché nel primo mese del suo pontificato il Papa ha sentito il bisogno di vedere riservatamente l’antico segretario di Roncalli? Per quale urgenza?

Infine tre giorni fa, a un mese esatto dalla sua elezione, un annuncio a sorpresa: papa Francesco ha chiesto al patriarca di Lisbona, il cardinale José Policarpo, di consacrare il suo pontificato alla Madonna di Fatima.

Cosa significa? E che dobbiamo aspettarci? a. socci libero

Principi non negoziabili, Roccella replica a Riccardi

Domenica, 6 Gennaio 2013

In una nota la deputata del Pdl Eugenia Roccella ha scritto che «l’amico Andrea Riccardi ribadisce che i principi non negoziabili, benché importanti, non sono un’urgenza, e ritiene che prendere posizione su questi temi comporti il rischio di “ideologizzare” l’agenda Monti. Ma rendere espliciti i concetti di vita, di persona, di famiglia su cui si baseranno le proprie politiche è solo un indispensabile elemento di chiarezza e onestà nei confronti dei cittadini chiamati a votare. Inoltre ritenere “non urgenti” le questioni di biopolitica vuol dire non aver capito di cosa si tratta».

«Lo stesso governo Monti – prosegue rocella – ha dovuto affrontare, nel proprio brevissimo arco di vita, alcuni problemi, e non ha potuto schivarli tutti, pur essendo un governo tecnico, nato con una missione limitata. Penso per esempio alla sentenza europea sulla legge 40, una legge che Monti ha scelto di difendere: avrebbe potuto fare lo stesso in un’alleanza con Bersani? Le scelte antropologiche si intrecciano quotidianamente, nell’azione di governo, con quelle economiche e sociali, e evitare di prendere posizione vuol dire solo mantenere la vecchia politica delle mani libere, impedendo agli elettori di scegliere con consapevolezza».

La stessa parlamentare, commentando una lettera di Renato Schifani ad Avvenire ha detto che il del presidente del Senato ha fatto bene a ricordare «come la nostra maggioranza abbia tradotto i valori non negoziabili in concreta azione politica. Alla vicenda di Eluana Englaro, riportata dal presidente del Senato in tutta la drammaticità di quei giorni, vorrei aggiungere almeno alcuni altri risultati».

E qui, Roccella inizia l’elenco: «In primo luogo la legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, che si è bloccata a un passo dalla conclusione parlamentare, con l’insediamento del governo tecnico, sostenuto da una nuova maggioranza; la battaglia sulla pillola abortiva RU486, che ha impedito la diffusione dell’aborto a domicilio nel nostro paese; l’applicazione delle normative europee alla procreazione assistita, che impedirà altri incidenti come quello in cui sono andati distrutti embrioni umani in un ospedale romano; la modifica delle normative sulle biobanche del precedente governo Prodi, che ha evitato la commercializzazione di parti del corpo umano, confermando invece la tradizione italiana del dono solidale; la circolare di tre ministri (Maroni, Sacconi, Fazio) che ha ribadito la non validità dei registri comunali dei testamenti biologici; il sostegno del nostro governo all’Austria, in sede europea, per difendere il divieto di quel paese alla fecondazione eterologa: un atto non dovuto, ma voluto, per sostenere anche in sede europea una precisa concezione di famiglia; il no alla legge sull’omofobia, perché il no alle discriminazioni deve essere per tutti. Sono solo alcuni dei fatti, concreti, che ricordiamo a testa alta». tempi.it

Prima di dire che la Chiesa è in crisi, vediamo i numeri

Sabato, 5 Gennaio 2013

Nonostante la crisi demografica e di vocazioni che colpisce l’Europa, la Chiesa cattolica cresce in tutto il mondo con avanzamenti significativi in Asia e Africa. E’ quanto emerge da un rapporto statistico elaborato dall’agenzia Fides che riprende i dati pubblicati dall’ultimo «Annuario Statistico della Chiesa» (aggiornato al 31 dicembre 2010) e riguardano i membri della Chiesa, le sue strutture pastorali, le attività nel campo sanitario, assistenziale ed educativo.

Cattolici nel mondo
Su una popolazione mondiale calcolata in 6.848.550.000 persone, alla data del 31 dicembre 2010 il numero dei cattolici era pari a 1.195.671.000 unità con un aumento complessivo di 15.006.000 persone rispetto all’anno precedente.
L’incremento del numero dei cattolici interessa tutti i continenti, ed è più deciso in Africa (+6.140.000), America (+3.986.000) e Asia (+3.801.000); seguono Europa (+894.000) e Oceania (+185.000).
I cattolici sono il 17,46%. della popolazione mondiale. Ad eccezione dell’Europa dove la percentuale di cattolici rispetto alla popolazione cala dello 0,01%, in tutti gli altri continenti è in crescita: Africa (+0,21); America (+0,07); Asia (+ 0,06); Oceania (+0,03).

Sacerdoti
Il numero totale dei sacerdoti nel mondo è aumentato di 1.643 unità rispetto al 2009, raggiungendo quota 412.236. Mentre l’Europa vede un regresso di (- 905) sacerdoti, in Africa crescono (+761), America (+40), Asia (+1.695) e Oceania (+52).
Cresce il numero dei seminaristi maggiori, diocesani e religiosi, sono 1.012 in più i candidati al sacerdozio, che hanno così raggiunto il numero di 118.990. Gli aumenti si registrano in Africa (+752) e in Asia (+513), l’America (+ 29), mentre diminuiscono in Europa (-282). L’Oceania non registra variazioni.
In termini generali diminuisce di 1.683 unità il numero dei seminaristi minori, diocesani e religiosi, raggiungendo il numero di 102.308. Crescono in Africa (+213) e Asia (+400), mentre sono diminuiti in America (-1.033), Europa (- 1.206) ed Oceania (-57).

Vescovi
Il numero totale dei Vescovi nel mondo è aumentato di 39 unità, raggiungendo quota 5.104. Complessivamente aumentano i Vescovi diocesani e diminuiscono quelli religiosi. I Vescovi diocesani sono 3.871 (43 in più rispetto all’anno precedente), mentre i Vescovi religiosi sono 1.233 (4 in meno).

Religiosi e religiose
Crescono i religiosi non sacerdoti +436 unità arrivando al numero di 54.665. con l’Africa (+254), l’Asia (+411), l’Europa (+17) ed l’Oceania (+15). Diminuiscono solo in America (-261).
Rilevante la diminuzione delle religiose (–7.436) che sono complessivamente 721.935, con un fenomeno di grande crescita in  Africa (+1.395) e Asia (+3.047), ed un crollo in America (–3.178), Europa (-8.461) e Oceania (–239).

Diaconi permanenti
I diaconi permanenti nel mondo sono aumentati di 1.409 unità, raggiungendo il numero di 39.564. L’aumento più consistente in America (+859) e in Europa (+496), seguite da Asia (+58) ed Oceania (+1). Unica diminuzione, in Africa (-5).

Missionari laici e Catechisti
Sono 335.502 i Missionari laici nel mondo, con un aumento globale di 15.276 unità, così suddivisi Africa (+1.135), America (+14.655), Europa (+1.243) ed Oceania (+62); unica diminuzione in Asia (-1.819).
I Catechisti nel mondo sono aumentati complessivamente di 9.551 unità raggiungendo quota 3.160.628. Gli aumenti si registrano in America (+43.619), Europa (+5.077) e Oceania (+393). Diminuzioni in Africa (-29.405) e Asia (-10.133).

Scuole cattoliche
Nel campo dell’istruzione e dell’educazione, la Chiesa dispone di un patrimonio enorme, educa e forma più di 61 milioni di studenti.
Sono 70.544 le scuole materne frequentate da 6.478.627 alunni; le scuole primarie sono 92.847 per 31.151.170 alunni; gli istituti secondari sono 43.591 per 17.793.559 alunni. Inoltre segue 2.304.171 alunni delle scuole superiori e 3.338.455 studenti universitari.

Istituti sanitari, di beneficenza e assistenza
Gigantesca l’opera di assistenza, beneficenza e cura svolta dagli istituti cattolici nel mondo: 5.305 sono gli ospedali con le presenze maggiori in America (1.694) ed Africa (1.150); 18.179 i dispensari, per la maggior parte in America (5.762), Africa (5.312) e Asia (3.884); 547 lebbrosari distribuiti principalmente in Asia (285) ed Africa (198); 17.223 case per anziani, malati cronici ed handicappati, per la maggior parte in Europa (8.021) ed America (5.650); 9.882 gli orfanotrofi per circa un terzo in Asia (3.606); 11.379 giardini d’infanzia; 15.327 consultori matrimoniali distribuiti per gran parte in America (6.472); 34.331 centri di educazione o rieducazione sociale e 9.391 istituzioni di altro tipo, per la maggior parte in America (3.564) ed Europa (3.159).Di Antonio Gaspari, tratto da Zenit.org -

Ricciardi, il ministro porporato (i ritratti al vetriolo di Perna)

Lunedì, 5 Novembre 2012

Mai governo ebbe nel suo seno tanti uomini di chiesa come questo di Mario Monti. Se il ministro della Salute, Renato Balduzzi, è portavoce d’Oltretevere, e quello dei Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, è fiduciario di potenti cardinali, il ministro per l’Integrazione, Andrea Riccardi, parla direttamente con Dio. Di lui ci occupiamo oggi.

Il sessantaduenne Riccardi è il fondatore di Sant’Egidio, la benemerita comunità trasteverina che accudisce i poveri e si batte per pacificare le popolazioni bellicose del vasto mondo. Suo capolavoro fu la soluzione del conflitto in Mozambico nel 1992. I fan lo considerano «profeta» e «santo» cosicché Monti ha pensato di cooptarlo per dare una nota di spiritualità al suo ragionieristico governo. Riccardi avrebbe desiderato il ministero degli Esteri – chi migliore di me, si è detto, che ho negoziato nei punti caldi del globo? -, ma essendo troppo di chiesa per mandarlo in giro in nome dello stato laico gli è stato confezionato su misura un ministero inventato di sana pianta.

Da questa postazione, il pio ministro si è occupato di immigrati proponendo alloggi, ricongiungimenti, visti e la solita tiritera che, al dunque, resta lettera morta come l’eliminazione del sovraffollamento carcerario. Dopo un anno di tavole rotonde, l’integrazione sta infatti a zero come quando non c’era il ministero ad hoc: gli africani, una volta ambulanti, fanno oggi gli accattoni, specie a Roma, città natale e operativa di Riccardi, dove sbucano da ogni strada, berretto in mano e cellulare all’orecchio, anche se sono tutti vispi ventenni; la percentuale dei clandestini che campa di reati cresce; chi ha aperto un’attività e stava dando un contributo, fa invece fagotto scoraggiato da tasse e crisi. Per concludere: neanche Andrea, che è uno di loro, sa a che santo votarsi. Perciò non vede l’ora di lasciare l’attuale poltrona per un’altra. Pareva aspirasse a un seggio in Parlamento. Poi, le sue mire si sono spostate sul Campidoglio. Nel 2013, scade Gianni Alemanno che, per essere stato un sindachetto, la riconferma se la sogna. Di Riccardi si cominciò a parlare in autunno, creando subbuglio. Per alcuni era il Vaticano a volerlo, per altri l’Udc, per altri il Pd. Fatto sta che quando il 21 settembre si svolse la festa della comunità di Sant’Egidio, la Roma che conta era tutta lì a omaggiare il nostro Andrea, sindaco in pectore. Madrina, Maita Bulgari, della nota famiglia gioielliera, che svolazzava qua e là per accogliere gli ospiti e portarli da Riccardi.

Quel giorno, al posto dei barboni assistiti dalla confraternita, pullulavano i Gianni Letta, Luigi Gubitosi (ad Rai), Bruno Vespa, gli Alemanno in auto blu. Il successo del ricevimento confermò che la macchina elettorale di Andrea era avviata. Poi venne la prova del nove: il pd Nicola Zingaretti abbandonava la corsa al Campidoglio per puntare alla Regione. Poiché Zingaretti era il rivale più forte di Alemanno, si pensò subito che fosse stato dirottato per fare posto a Riccardi che, frattanto, si diceva lusingato. «Fare il sindaco di Roma è cosa bellissima. Se me lo chiedesse un segretario di partito, ne discuterei con lui e gli risponderei sì o no», disse da perfetto pesce in barile, sollecitando l’offerta ma evitando di sbilanciarsi finché non la riceveva. Questo il 3 ottobre. Il giorno successivo, improvvisa retromarcia. «Non ritengo di potere accogliere l’offerta (di chi?, ndr)», disse. «Significherebbe interrompere il mio mandato ministeriale e l’impegno nazionale cui sono stato chiamato», aggiunse mostrandosi curiosamente patriottico dopo avere alimentato chiacchiere e ipotesi. Al momento, siamo fermi lì. In realtà, si sa che punta tuttora al Campidoglio ma aspetta che Udc e Pd perfezionino l’alleanza – già sperimentata in Sicilia – per esserne il candidato congiunto, con la benedizione di preti altolocati.

È nel suo stile dire una cosa e farne un’altra. Anni fa, il suo amicone Walter Veltroni gli propose di impegnarsi nel Pd. Andrea, carezzandosi la barbetta da apostolo, replicò: «Sono abbastanza vecchio per decidere di non cominciare nuove avventure». Invece, diventato ancora più vecchio, si è agilmente imbarcato con Monti. Dunque, ce lo ritroveremo tra le gambe.

Romano di ascendenze romagnole, Riccardi ebbe un papà banchiere, laico, liberale e lettore del Mondo di Pannunzio e, tra gli avi, un monaco, poi beatificato, che fu padre spirituale del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano durante la guerra. Più che del babbo, Andrea subì l’influsso del monaco e al liceo Virgilio, centro di Roma, cominciò a militare nella Gioventù studentesca, prima creatura di don Giussani. Con lui, c’era anche Buttiglione.

Poi, Rocco proseguì con Giussani che aveva fondato Cl, mentre Andrea e gli altri della cellula Gs formarono il primo nucleo di Sant’Egidio nel 1968. La comunità decollò però nel 1973 con l’acquisizione di un ex convento abbandonato dalle Carmelitane in piazza San’Egidio, cuore di Trastevere. L’edificio fu ceduto per quattro soldi dal ministero dell’Interno, che ne aveva la proprietà e si accollò la ristrutturazione. Dietro tanta munificenza c’era lo zampino del cardinale Poletti, vicario di Roma e primo protettore di Riccardi, porta d’ingresso della comunità in Vaticano e patrocinatore delle sue istanze presso Wojtyla.

All’inizio, Andrea e seguaci volevano trasferirsi nelle periferie per stare tra i poveri. Il loro slogan, da figli di papà, era: «Dalla parte dei figli delle donne di servizio». Poi, trovando scomodi i tuguri suburbani, si sistemarono nel loro convento, vivendo in comunità e celebrando riti, come monaci. Negli anni, il gruppo si è impossessato di metà quartiere, spazi, negozi, palazzi, diventando una potenza. Nelle pause delle sue attività ecclesiali, Riccardi si laureò in legge per riciclarsi subito in storico della Chiesa. Oggi insegna Storia contemporanea all’ateneo di Roma Tre. È sposato e ha due figli.

La vita comunitaria degli adepti riccardiani ha suscitato interrogativi. Anni fa, l’ottimo vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister, ne fece una descrizione sconvolgente. Sant’Egidio sarebbe una setta in cui Andrea, capo indiscusso, e i suoi amici della prima ora, uomini e donne, avrebbero sui sopravvenuti un potere simile a quello degli sciamani su esseri tribali. Imporrebbero i matrimoni tra membri della comunità, decidendo la nascita dei figli. Nessuna disobbedienza è tollerata, mentre le tensioni avrebbero causato suicidi. Clou della vita comunitaria, è la messa del sabato sera, vietata agli estranei. L’atmosfera è da racconto gotico. I capi sono disposti in ordine gerarchico, con Riccardi al centro dell’altare che comanda gli effetti di luce e tiene l’omelia al posto del prete, contro le regole ecclesiastiche. Gli sguardi estatici di tutti convergono su di lui che fissa ieratico il gregge ai suoi piedi. Che Dio ci salvi da questo despota di Dio. g. perna il giornale

 

La moglie di Gesù? solo demagogia

Domenica, 23 Settembre 2012

Karen L. King, affermata docente ad Harvard, ha svelato appena ieri a Roma l’esito delle sue ricerche su un anonimo papiro che – udite udite – parlerebbe di un Gesù ammogliato. La King è una grande esperta di gnosticismo, ha in passato commentato il vangelo-bufala gnostico di Giuda. Oggi si cimenta in un’impresa fenomenale: ribaltare la visione comune della figura di Gesù, applicando le sue personali  convinzioni all’ermeneutica di un brandello di papiro di provenienza sconosciuta. Ed è da queste convinzioni della King, già autrice di opere discutibili e danbrowniane come “Il Vangelo di Maria Maddalena: Gesù e la prima donna apostolo“, che bisogna partire. Vediamo infatti cosa dice la professoressa King in qualche modo off-the-records, nel reportage esclusivo scritto da Ariel Sabar per lo Smithsonian Magazine:

Come mai solo la letteratura che afferma che [Gesù] era celibe è sopravvissuta? E tutti i testi che mostrano che aveva una relazione intima con la Maddalena o che era sposato non sono sopravvissuti? E’ una casualità? O è per via del fatto che il celibato è divenuto un ideale per la Cristianità? [...] Il papiro mette in grande questione l’assunzione secondo cui Gesù non era sposato, che egualmente non ha alcuna evidenza.”
E aggiunge:

Mette in dubbio l’intera affermazione cattolica che il celibato sacerdotale sia basato sul celibato di Gesù. Loro dicono sempre ‘questa è la tradizione, questa è la tradizione’. Ora vediamo che questa tradizione alternativa è stata messa sotto silenzio. Ciò che mostra [questo testo] è che ci sono stati dei primi cristiani per i quali le cose non stavano così, che potevano comprendere invero che l’unione sessuale nel matrimonio poteva essere una imitazione della creatività e della generatività di Dio e poteva essere spiritualmente giusta e appropriata“.

Ecco chiarito il senso della scoperta. Ecco chiarita l’ideologia che muove certo mondo accademico. La King nel suo studio sul papiro si mostra cauta e nega che la sua volontà sia quella di attestare l’esistenza di un legame maritale fra Gesù e la Maddalena, mentre nel reportage organizzato con lo Smithsonian Magazine (perché organizzare un reportage se ci si predica schivi e riservati?) manifesta i suoi veri obiettivi. Ma veniamo al dunque. Il papiro è scritto in dialetto copto-saidico e risale, secondo la datazione della King, al IV secolo d.C. Di che parla? Impossibile chiarirlo, dato il testo mutilo, ma ecco la traduzione datane dalla King, riga per riga (con tanto di congetture):

1. “no [a] me. Mia madre mi ha dato la vi[ta…” 
2 ] I discepoli dissero a Gesù, “.[ 
3 ] negare.  Maria è degna di
4 ]……” Gesù disse loro, “mia moglie . .[  
5 ]… sarà capace di essere mia discepola . . [ 
6 ] Che i malvagi si corrompano … [ 
7] Per me, io abito con lei per… [ 
8] una immagine [
Va precisato che allo stato attuale il testo è considerato spurio o falso da almeno uno dei tre reviewers nominati dall’Università di Harvard per valutarne l’autenticità. In particolare a colpire è l’uso dell’inchiostro che – guardacaso – è più marcato nei pressi della parola “ta hime” (mia moglie). 

E poi c’è da dire che il papiro proviene da un anonimo collezionista che lo avrebbe acquistato nel 1997 da un altro collezionista che lo acquistò negli anni ’60 nella Germania dell’Est. Ce n’è per un bel romanzo…

Ora, il centro del testo è appunto quell’espressione “mia moglie”, in copto saidico “ta hime”. “Shime” e “hime” sono usati in questo dialetto per tradurre sia donna che moglie (guné), ma non è questo il punto. Anzitutto va precisato che questo testo rientra necessariamente nella serie infinita di testi gnostici redatti a cavallo fra il II e il IV secolo dopo Cristo. Nella gnosi infatti il legame fra Gesù e Maria Maddalena giustifica l’unione divina fra il Cristo e la Sofia, emanazioni dirette della divinità che si oppone al Demiurgo, ossia al creatore del mondo come noi lo conosciamo. 
E visto che con tutta probabilità questo papiro proviene sempre dallo stesso contesto in cui furono redatti i codici di Nag Hammadi, è interessante notare come la parola “hime” diventi sinonimo della parola “hotre” o “koinonos” che sempre identificano il ruolo della Maddalena quale “convivente” di Gesù nel cosiddetto Vangelo di Filippo. Va però compreso perché – come nota il famoso ricercatore finlandese dei testi di Nag Hammadi, Antti Marjanen – nello pseudo-Vangelo di Filippo la parola “hime” non ricorra mai per definire il rapporto fra Gesù e la Maddalena. Dunque è il Vangelo di Filippo a sbagliarsi su questa relazione o è il papiro anonimo a tradurre malamente (i testi in copto sono traduzioni dal greco) un termine proprio della “teologia” gnostica  (come ad esempio il greco syzygos)?
In ogni caso siamo dinanzi ad una palese mistificazione della storia. Far passare il messaggio che la Chiesa Cattolica – a questa restringe il suo campo di accuse la King – avrebbe manipolato la storia della tradizione dei testi evangelici al fine di imprimere la propria ideologia sessista fondata sul maschilismo e il celibato sacerdotale è oltre che antistorico, palesemente infondato. Perché chi si intenda minimamente di storia della tradizione saprà che nell’antichità era l’autorevolezza delle fonti e la loro antichità a decretare l’accoglimento o meno di un testo. Insomma, non c’era internet dove chiunque può pubblicare una propria versione fantasiosa di un fatto storico e raggiungere potenzialmente lo stesso pubblico di una fonte autentica.
Sappiamo d’altra parte che la gnosi non deriva dal Cristianesimo, ma si è appropriata di alcuni aspetti del Cristianesimo e li ha rielaborati a suo uso e consumo. Purtroppo però questa visione “settaria” della Gnosi non è condivisa dalla professoressa King, che nel suo volume What is Gnosticism? (del cui acquisto mi pentii quattro anni fa solo dopo aver letto le prime pagine), invece di indagare la storia e la dottrina gnostica, si profonde in dotte elucubrazioni metodologiche che lasciano passare questa idea di fondo: la Gnosi in quanto dottrina separata dal Cristianesimo e dall’identità propria non esiste. E’ stato piuttosto il Cristianesimo del II e III secolo a mettere ciò che non gli andava a genio nel bidone dei rifiuti chiamato poi Gnosi. 
Questo spiega il clamore che la “scoperta” sta suscitando ovunque nel mondo. Decontestualizzando un pezzo di papiro venuto fuori dalla spazzatura dell’antichità si finisce per operare non certo a favore della ricerca e del progresso degli studi storici, ma si dà solo sfogo alle proprie ideologie anticattoliche, a quell’ansia incontenibile di intaccare attraverso un lacerto di storia la solidità di secoli di tradizione, nella convinzione che la Chiesa Cattolica continui ad essere una sorta di onnipotente e malvagia setta intenta a coprire la verità del Gesù storico. E così anche un eminente accademico scade al livello meschino di un Dan Brown. 
f.colafemmina fidesetforma.blogspot.com

Islam e piani di Dio (cristiano

Sabato, 28 Gennaio 2012
Una domanda che spesso si fanno gli studiosi dell’islam è questa: “Che posto ha l’islam nei piani di Dio? E’ possibile che l’islam sia nato e si sia diffuso così rapidamente senza avere un suo ruolo storico nei piani di Dio?”. Naturalmente nessuno conosce o può conoscere il pensiero di Dio. Ma è possibile proporre e discutere varie ipotesi, per chiarificarci le idee e avere di fronte all’islam un atteggiamento che favorisca “il dialogo”, come il Papa e i vescovi continuamente raccomandano, e non “lo scontro di civiltà” (o la “III guerra mondiale” come alcuni pessimisti immaginano).Nel 2007 in Libia, il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Innocenzo Martinelli, mi diceva: “Ritengo che l’islam abbia un significato nella storia e nei piani dì Dio. Non è nato per caso. Io penso che oggi l’islam ha il compito storico di richiamare in modo forte e anche scioccante, contraddittorio a noi cristiani occidentali, secolarizzati e laicizzati (viviamo come se Dio non esistesse), il senso della presenza di Dio in ogni momento della vita dell’uomo e della società, il dovere di essere sottomessi a Dio, il forte senso di appartenenza ad una comunità religiosa universale, il coraggio di essere testimoni di Dio. E poi la preghiera. Vado a visitare – mi diceva mons. Martinelli – molte famiglie musulmane amiche. Una volta non era prevista la mia visita ed era il tempo della preghiera: in una stanza c’erano sette uomini in ginocchio che pregavano rivolti alla Mecca. L’islam significa sottomissione a Dio. Noi in Occidente abbiamo perso questo riferimento a Dio e al soprannaturale. Non approviamo certamente uno stato teocratico e meno che mai il terrorismo o “la violenza per Dio”), ma nemmeno lo spirito prevalente nella società occidentale, che pensa di fare a meno di Dio per risolvere i problemi dell’uomo”.Il card. Carlo Maria Martini nel suo “L’lslam e noi” (1990) si poneva anche lui questa domanda: “Cosa pensare dell’islam in quanto cristiani? Che cosa significa per un cristiano, dal punto di vista della storia della salvezza e dell’adempimento del disegno divino nel mondo? Perchè Dio ha permesso che l’islam, unica tra le grandi religione storiche, sorgesse sei secoli dopo l’evento cristiano, tanto che alcuni tra i primi testimoni lo ritennero un’eresia cristiana?… In un mondo occidentale che ha perso il senso dei valori assoluti e non riesce più in particolare ad agganciarli ad un Dio Signore di tutto, la testimonianza del primato di Dio su ogni cosa e della sua esigenza di giustizia, ci fa comprendere i valori storici che l’Islam ha portato con sé e che ancora può testimoniare nella nostra società”.Nella intervista al padre Davide Carraro del Pime, giovane missionario che ha studiato l’arabo per due anni in Egitto ed è già stato in Algeria dove tornerà presto, mi dice: “Ho visto in Algeria che quando risuona la voce del muezzin, si fermano i pullman, i mezzi pubblici, per consentire a chi vuole di fare la sua preghiera in pubblico. In Egitto no, ma anche in Egitto il richiamo pubblico alla preghiera  è molto forte tre volte al giorno e molti si fermano a pregare. Il senso della presenza di Dio nella giornata lavorativa è forte e richiama anche noi cristiani, i copti egiziani e gli operatori occidentali nei pozzi di petrolio in Algeria”.   “Sono stato un anno in Algeria come cappellano nei pozzi petroliferi del deserto del Sahara, continua Davide, ad Hassi-Messaoud, una città in pieno deserto dove c’è una chiesa e i lavoratori cattolici del petrolio, italiani, francesi, spagnoli, filippini, ecc. In questa città ci sono una sessantina di Compagnie del petrolio e io andavo a visitarle tutte per invitarle a Messa. In questa città avevo la mia sede e poi a Natale e Pasqua venivo chiamato in altri centri petroliferi per la funzione religiosa e incontrare i petrolieri. Allora con i loro piccoli aerei andavo da una parte e dall’altra del deserto e celebravo la Messa nelle varie Compagnie. Hassi-Messaoud, con 50.000 abitanti, è solo una città petrolifera e ci sono gli uffici delle Compagnie petroliere, con circa 2.000 stranieri e gli altri algerini. E’ una vera città con tutto, ristoranti, prostituzione, discoteche, pensioni, hotel, negozi, ecc.I cattolici venivano a Messa e dicevano che nel loro paese in Europa a Messa ci andavano pochissimo. Qui, nell’atmosfera che si respira in un paese islamico, sembrava loro naturale andare a chiedere l’aiuto di Dio. Non solo, mi dicevano, ma vedendo la fede dei musulmani siamo provocati e interrogati a ripensare alla nostra fede cristiana”.Dico a Davide che nel 2007 ero a Tripoli e in una festa degli italiani nei locali dell’ambasciata d’Italia ho incontrato un ingegnere di Torino con la sua signora, in Libia da anni per lavoro, che mi confidavano: ”In Italia a Messa non ci andiamo quasi mai, ma in questa non facile società islamica ci andiamo sempre, abbiamo ritrovato il senso di appartenere ad una comunità di fede che ti sostiene e la gioia degli antichi canti natalizi e devozioni che avvicinano a Dio. Abbiamo tre figli in Italia, due già sposati, e tornando diremo anche a loro questa nostra esperienza”.Non tiro nessuna conclusione,penso che questo tema, qui appena accennato, dovrebbe essere provocatorio per tutti noi battezzati e credenti in Cristo: quanto e come Dio è presente nella nostra vita quotidiana? di Piero Gheddo labussolaquotidiana

Vaticano corrotto

Venerdì, 27 Gennaio 2012

Furti nelle ville pontificie coperti dal direttore dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini. E poi fatture contraffatte all’Università Lateranense a conoscenza addirittura dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per l’evangelizzazione. E ancora: interessi del monsignore in una società che fa affari con il Vaticano ed è inadempiente per 2,2 milioni di euro.Ammanchi per centinaia di migliaia di euro all’Apsa – rivelati dal suo stesso presidente – e frodi all’Osservatore, rivelate da don Elio Torregiani, ex direttore generale del giornale. C’è tutto questo nella lettera che Il Fatto pubblica oggi. I toni e i contenuti sono sconvolgenti per i credenti che hanno apprezzato gli appelli del Papa. “Maria ci dia il coraggio di dire no alla corruzione, ai guadagni disonesti e all’egoismo” aveva detto nel giorno dell’Immacolata del 2006 Ratzinger.Eppure il Papa non ha esitato a sacrificare l’uomo che aveva preso alla lettera quelle parole: Carlo Maria Viganò, l’arcivescovo ingenuo ma onesto, approdato alla guida dell’ente che controlla le gare e gli appalti del Vaticano. La lettera di Viganò è diretta a “Sua Eminenza Reverendissima il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato della Città del Vaticano”, praticamente al primo ministro del Vaticano. Quando scrive a Bertone l’8 maggio del 2011, Viganò è ancora il segretario generale del Governatorato.Ed è proprio dopo questa lettera inedita, e non dopo quella del 27 marzo già mostrata in tv da ‘’Gli intoccabili”, che Viganò viene fatto fuori. La7 si è occupata mercoledì scorso della lotta di potere che ha portato alla promozione-rimozione di Viganò a Nunzio apostolico negli Usa. L’arcivescovo-rinnovatore aveva trovato nel 2009 una perdita di 8 milioni di euro e aveva lasciato al Governatorato nel 2010 un guadagno di 22 milioni (34 milioni secondo altri calcoli).Nonostante ciò è stato fatto fuori da Bertone grazie all’appoggio del Papa e del Giornale di Berlusconi. A questa faida vaticana è stata dedicata buona parte della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi che, nonostante lo scoop, si è fermata al 3,4% di ascolto. In due ore sono sfilati anche il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, un uomo del Vaticano in Rai, Marco Simeon e il vice di Viganò al Governatorato, monsignor Corbellini. Sono state poste molte domande sulle lettere scritte prima e dopo ma non su quella dell’8 maggio che è sfuggita agli Intoccabili.Peccato perché proprio in questa lettera si trovano storie inedite che coinvolgono nella parte di testimoni o vittime di accuse anche diffamanti, gli ospiti di Nuzzi.E peccato anche perché nella lettera ci sono molte risposte (di Viganò ovviamente) ai quesiti posti da Nuzzi. Tipo: chi è la fonte del Giornale che ha scatenato la polemica tra Viganò e i suoi detrattori? Oppure: perché Viganò è stato cacciato? Probabilmente dopo la lettera che pubblichiamo sotto era impossibile per il Papa mantenere Viganò al suo posto.Il segretario del Governatorato non scriveva solo di false fatture e ammanchi milionari. Non lanciava solo accuse diffamatorie sulle tendenze sessuali dei suoi nemici ma soprattutto metteva nero su bianco i risultati di una vera e propria inchiesta di controspionaggio dentro le mura leonine. E non solo spiattellava i risultati, (tipo: la fonte del Giornale è monsignore Nicolini che vuole prendere il mio posto. O peggio: Monsignor Nicolini ha contraffatto fatture e defraudato il Vaticano) ma sosteneva che le sue fonti erano personaggi di primissimo livello come don Torregiani, monsignor Fisichella e monsignor Calcagno.Infine minacciava: “I comportamenti di Nicolini oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale”. Una minaccia ancora valida nonostante l’oceano separi l’arcivescovo dalla Procura. Anche perché il telefonino di Viganò continua a squillare a vuoto. m.lillo fattoquotidiao

CARTE DI CREDITO FATTURE FALSE TRAFFICI E COMPLOTTI
Da “il Fatto quotidiano”

Domenica, 8 maggio 2011 Sua Eminenza Reverendissima Il Sig. Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato Città del Vaticano.

Nella lettera riservata che Le avevo indirizzato il 27 marzo 2011, che affidai personalmente al Santo Padre attesa la delicatezza del suo contenuto, affermavo di ritenere che il cambiamento cosi radicale di giudizio sulla mia persona che Vostra Eminenza mi aveva mostrato nell’Udienza del 22 marzo scorso non poteva essere frutto se non di gravi calunnie contro di me ed il mio operato (….)ed ora, dopo le informazioni di cui sono venuto in possesso, anche in sincero e fedele sostegno all’opera di Vostra Eminenza, a Cui è affidato un incarico così oneroso ed esposto a pressioni di persone non necessariamente ben intenzionate (….) con tale spirito di lealtà e fedeltà che reputo mio dovere riferire a Vostra Eminenza fatti e iniziative di cui sono totalmente certo, emerse in queste ultime settimane, ordite espressamente al fine di indurre Vostra Eminenza a cambiare radicalmente giudizio sul mio conto, con l’intento di impedire che il sottoscritto subentrasse al Card. Lajolo come Presidente del Governatorato, cosa in Curia da tempo a tutti ben nota. Persone degne di fede hanno infatti spontaneamente offerto a me e S.E. Mons. Corbellini, Vice Segretario Generale del Governatorato, prove e testimonianze dei fatti seguenti:

1 - Con l’avvicinarsi della scadenza di detto passaggio di incarichi al Governatorato, nella strategia messa in atto per distruggermi agli occhi di Vostra Eminenza, vi è stata anche la pubblicazione di alcuni articoli, pubblicati su Il Giornale, contenenti calunniosi giudizi e malevole insinuazioni contro di me. Già nel marzo scorso, fonti indipendenti , tutte particolarmente qualificate – il Dott. Giani (Domenico Giani, ex finanziere ed ex agente dei servizi segreti italiani nel Sisde poi nominato direttore dei servizi di sicurezza e Ispettore Capo della Gendarmeria del Vaticano Ndr) il Prof. Gotti Tedeschi (Ettore Gotti Tedeschi, presidente dello IOR, l’istituto finanziario del Vaticano, Ndr) il Prof. Vian (Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano Ndr) e il Dott. Andrea Tornielli, all’epoca Vaticanista di Il Giornale, – avevano accertato con evidenza uno stretto rapporto della pubblicazione di detti articoli con il Dott. Marco Simeon, almeno come tramite di veline provenienti dall’interno del Vaticano.A conferma, ma soprattutto a complemento di tale notizia, è giunta a S.E. Mons. Corbellini e a me la testimonianza, verbale e scritta, del Dott. Egidio Maggioni (ex presidente della società pubblicitaria SRI, Socially Responsible Italia Spa in rapporti di affari con il Vaticano Ndr), persona ben introdotta nel mondo dei media, ben conosciuta e stimata in Curia, fra gli altri, dal Dott. Gasbarri (direttore amministrativo di Radio Vaticana, Ndr), da S.E. Mons. Corbellini e da Mons. Zagnoli, già responsabile del Museo Etnologico-Missionario dei Musei Vaticani.Il Dott. Maggioni ha testimoniato che autore delle veline provenienti dall’interno del Vaticano è Mons. Paolo Nicolini, Delegato per i Settori amministrativo-gestionali dei Musei Vaticani. La testimonianza del Dott. Maggioni assume un valore determinante in quanto egli ha ricevuto detta informazione dallo stesso Direttore de Il Giornale, Sig. Alessandro Sallusti, con il quale il Maggioni ha una stretta amicizia da lunga data.

2 - L’implicazione di Mons. Nicolini, particolarmente deplorevole in quanto sacerdote e dipendente dei Musei Vaticani, è confermata dal fatto che il medesimo Monsignore, il 31 marzo scorso, in occasione di un pranzo, ha confidato al Dott. Sabatino Napolitano, Direttore dei Servizi Economici del Governatorato, nel contesto di una conversazione fra appassionati di calcio, che prossimamente oltre che per la vittoria del campionato da parte dell’lnter (previsione errata purtroppo, Ndr), si sarebbe festeggiata una cosa ben più importante, cioè la mia rimozione dal Governatorato. (…)

3 - Sul medesimo Mons. Nicolini sono poi emersi comportamenti gravemente riprovevoli per quanto si riferisce alla correttezza della sua amministrazione, a partire dal periodo presso la Pontificia Università Lateranense, dove, a testimonianza di S.E. Mons. Rino Fisichella (presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione Ndr) furono riscontrate a suo carico: contraffazioni di fatture e un ammanco di almeno settantamila euro.Cosi pure risulta una partecipazione di interessi del medesimo Monsignore nella Società SRI Group, del Dott. Giulio Gallazzi, società questa attualmente inadempiente verso il Governatorato per almeno due milioni duecentomila euro e che, antecedentemente aveva già defraudato L’Osservatore Romano, come confermatomi da Don Elio Torreggiani (direttore generale della Tipografia Vaticana Ndr) per oltre novantasettemila Euro e I’A.P.S.A., per altri ottantacinquemila, come assicuratomi da S.E. Mons. Calcagno (presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Santa Sede, Ndr). Tabulati e documenti in mio possesso dimostrano tali affermazioni e il fatto che Mons. Nicolini è risultato titolare di una carta di credito a carico della suddetta SRI Group, per un massimale di duemila e cinquecento euro al mese.

4 - Altro capitolo che riguarderebbe sempre Mons. Nicolini concerne la sua gestione ai Musei Vaticani. (…) volgarità di comportamenti e di linguaggio, arroganza e prepotenza nei confronti dei collaboratori che non mostrano servilismo assoluto nei suoi confronti, preferenze, promozioni e assunzioni arbitrarie fatte a fini personali; innumerevoli sono le lamentele pervenute ai Superiori del Governatorato da parte dei dipendenti dei Musei (…).

5 - Poiché i comportamenti sopra descritti di Mons. Nicolini, oltre a rappresentare una grave violazione della giustizia e della carità, sono perseguibili come reati, sia nell’ordinamento canonico che civile, qualora nei suoi confronti non si dovesse procedere per via amministrativa, riterrò mio dovere procedere per via giudiziale.

6 - Per quanto riguarda il Dott. Simeon, pur essendo per me più delicato parlarne atteso che dai media risulta essere persona particolarmente vicina a Vostra Eminenza, non posso tuttavia esimermi dal testimoniare che, da quanto personalmente sono venuto a conoscenza in qualità di Delegato per le Rappresentanze Pontificie, il Dott. Simeon risulta essere un calunniatore (nel caso a mia precisa conoscenza, di un sacerdote) e che lui stesso è OMISSIS Ndr. Tale sua OMISSIS, Ndr mi è stata confermata da Prelati di Curia e del Servizio Diplomatico. Su questa grave affermazione che faccio nei confronti del Dott. Simeon sono in grado di fornire i nomi di chi è a conoscenza di questo fatto, compresi Vescovi e sacerdoti.

7 - A tale azione di denigrazione e di calunnie nei miei confronti ha contribuito anche il Dott. Saverio Petrillo, che si è sentito ferito nel suo orgoglio per un’inchiesta condotta dalla Gendarmeria Pontificia – atto questo dovuto a seguito di un furto avvenuto l’anno scorso nelle Ville Pontificie di cui il medesimo Dott. Petrillo non aveva informato né i Superiori del Governatorato né la Gendarmeria.

A provocare poi una sua ulteriore reazione contro di me, è stata la decisione presa dal Presidente Cardinale Lajolo (e non da me), di affidare la gestione delle serre delle Ville al Sig. Luciano Cecchetti, Responsabile dei Giardini Vaticani, con l’intento di creare una sinergia fra le esigenze di questi ultimi e le risorse disponibili nelle Ville Pontificie, il cui debito di gestione annuale raggiunge i 3 milioni e mezzo di euro.

8 - Non stupirebbe poi nessuno se anche qualche altro Direttore del Governatorato avesse voluto formulare delle critiche nei miei confronti, attesa l’azione incisiva di ristrutturazione, di contenimento degli sprechi e delle spese, da me operata secondo i criteri di una buona amministrazione, le indicazioni datemi dal Cardinale Presidente e i consigli gestionali della società consulente McKinsey.

Non ho tuttavia prove in tale senso (…) Ritengo quanto sopra esposto sufficiente per dissipare le menzogne di quanti hanno inteso capovolgere il giudizio di Vostra Eminenza sulla mia persona, sull’idoneità a che abbia a continuare la mia opera al Governatorato (….) Ho ritenuto mio dovere farlo, animato dallo stesso sentimento di fedeltà che nutro verso il Santo Padre.

 

Il Crocifisso al centro dell’altare

Giovedì, 19 Gennaio 2012

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, al n. 218, pone la domanda: «Che cos’è la liturgia?»; e risponde:«La liturgia è la celebrazione del Mistero di Cristo e in particolare del suo Mistero pasquale. In essa, mediante l’esercizio dell’ufficio sacerdotale di Gesù Cristo, con segni si manifesta e si realizza la santificazione degli uomini e viene esercitato dal Corpo mistico di Cristo, cioè dal Capo e dalle membra, il culto pubblico dovuto a Dio».Da questa definizione, si comprende che al centro dell’azione liturgica della Chiesa c’è Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, ed il suo Mistero pasquale di Passione, Morte e Risurrezione. La celebrazione liturgica deve essere trasparenza celebrativa di questa verità teologica. Da molti secoli, il segno scelto dalla Chiesa per l’orientamento del cuore e del corpo durante la liturgia è la raffigurazione di Gesù crocifisso.La centralità del crocifisso nella celebrazione del culto divino risaltava maggiormente in passato, quando vigeva la consuetudine che sia il sacerdote che i fedeli si rivolgessero durante la celebrazione eucaristica verso il crocifisso, posto al centro, al di sopra dell’altare, che di norma era addossato alla parete. Per l’attuale consuetudine di celebrare «verso il popolo», spesso il crocifisso viene oggi collocato al lato dell’altare, perdendo così la posizione centrale.L’allora teologo e cardinale Joseph Ratzinger aveva più volte sottolineato che, anche durante la celebrazione «verso il popolo», il crocifisso dovrebbe mantenere la sua posizione centrale, essendo peraltro impossibile pensare che la raffigurazione del Signore crocifisso – che esprime il suo sacrificio e quindi il significato più importante dell’Eucaristia – possa in qualche maniera essere di disturbo. Divenuto Papa, Benedetto XVI, nella prefazione al primo volume delle sue Gesammelte Schriften, si è detto felice del fatto che si stia facendo sempre più strada la proposta che egli aveva avanzato nel suo celebre saggio “Introduzione allo spirito della liturgia”. Tale proposta consisteva nel suggerimento di «non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo».Il crocifisso al centro dell’altare richiama tanti splendidi significati della sacra liturgia, che si possono riassumere riportando il n. 618 del Catechismo della Chiesa Cattolica, un brano che si conclude con una bella citazione di santa Rosa da Lima: «La croce è l’unico sacrificio di Cristo, che è il solo “mediatore tra Dio e gli uomini” (1 Tm 2,5). Ma, poiché nella sua Persona divina incarnata, “si è unito in certo modo ad ogni uomo” (Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22) egli offre “a tutti la possibilità di venire in contatto, nel modo che Dio conosce, con il mistero pasquale” (ibid.). Egli chiama i suoi discepoli a prendere la loro croce e a seguirlo (cf. Mt 16,24), poiché patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme (cf. 1 Pt 2,21). Infatti egli vuole associare al suo sacrificio redentore quelli stessi che ne sono i primi beneficiari (cf. Mc 10,39; Gv 21,18-19; Col 1,24). Ciò si compie in maniera eminente per sua Madre, associata più intimamente di qualsiasi altro al mistero della sua sofferenza redentrice (cf. Lc 2,35). “Al di fuori della croce non vi è altra scala per salire al cielo” (santa Rosa da Lima; cf. P. Hansen, Vita mirabilis, Louvain 1668)».Fonte: Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del PapaPubblicato su BASTABUGIE n.228

Stesso sesso, nè coppia nè famiglia

Venerdì, 14 Ottobre 2011

«Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso l’avvenire». Sono le parole di monsignor Tony Anatrella (nella foto), accademico francese, psicanalista e specialista di fama internazionale in psichiatria sociale. Docente delle Libere facoltà di filosofia e psicologia di Parigi e del Collège des Bernardins, già consulente del Pontificio Consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, domani sarà a Brescia in qualità di relatore al convegno dal titolo Famiglia= maschio+femmina?Ideologia di gender e natura umana. L’incontro si svolge a partire dalle 9.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI ed è promosso dagli uffici Famiglia e pastorale della salute della Diocesi di Brescia insieme al Gruppo Lot, Alleanza cattolica, gruppo AGAPO, Obiettivo Chaire e Scienza e Vita Brescia. Il convegno si propone di riflettere sulla negazione della differenza tra uomo e donna, sul diritto a tutti i costi di scegliere il proprio orientamento sessuale, il tipo di coppia e i ruoli genitoriali ai quali ciascuno può aspirare.Monsignor Anatrella, ha ancora senso oggi considerare la coppia nucleo originario della famiglia, come composta da un maschio e una femmina? Oppure questa non è altro che una delle possibili opzioni tra diversi tipi di “coppia”?
«Nel momento in cui riflettiamo sulla coppia e la famiglia, dobbiamo tener conto della realtà delle cose. Gli uomini e le donne esistono e, di fatto, la loro presenza e la loro relazione hanno già un senso: sono i soli che formano una coppia dal momento che sono diversamente sessuati. Non ci sono che due identità: quella dell’uomo e quella della donna, non ne esistono altre a meno di non confondere l’identità sessuale, di fatto maschile e femminile, con degli « orientamenti sessuali», ossia dei desideri. Chi è attratto da persone dello stesso sesso ha adottato un’attitudine che è la conseguenza della storia che ha vissuto, dell’organizzazione della sua vita affettiva che manifesta come alcune fasi dello sviluppo psicologico non siano state affrontate. Si tratta di casi particolari che sono sempre esistiti e che dobbiamo approcciare con attenzione, stima e intelligenza. Tuttavia la questione che si pone oggi è quella di sapere se la vita coniugale e familiare può definirsi in rapporto all’omosessualità, in altre parole: possiamo approcciare l’omosessualità sul piano sociale nello stesso modo in cui l’approcciamo sul piano individuale? La risposta è: no.Viviamo in un momento storico di grande confusione di pensieri, sentimenti e relazioni, in cui tutto risulta ingarbugliato, senza le distinzioni razionali che invece sono necessarie. Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso sono in una relazione speculare e dentro il diniego dell’alterità sessuale, esse non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso il futuro. In quanto tali, maschio e femmina aprono all’avvenire indipendentemente e aldilà dell’ essere procreatori, sono all’origine della storia. Un uomo e una donna che si sposano e formano una famiglia portano gioia e buonumore alle proprie famiglie d’origine, agli amici e alla società. Con loro e grazie a loro la vita continua, mentre intorno ci vengono proposte alternative che sono fuori dalla logica dell’alleanza, della generazione e della trasmissione, quest’ultime sono delle soluzioni narcisistiche che portano ad un vicolo cieco».Il pensiero dominante cerca di convincerci che i concetti di «madre» e «padre» siano di fatto soltanto delle convenzioni culturali e che gran parte dei problemi delle famiglie possa essere risolto suddividendo i compiti tra i genitori. La maternità e la paternità sono davvero funzioni sociali intercambiabili?«Si tratta di una visione semplicistica. Siccome non sappiamo più fare la distinzione tra uomini e donne, non siamo più in grado di dire cosa siano davvero maternità e paternità. Viviamo in una società matriarcale in cui il modello dominante è quello della donna e della mamma, gli uomini sono invitati ad allinearsi a questo archetipo recitando la parte della «mamma bis», come ho scritto nel mio libro La differenza vietata, edito da Flammarion, il padre deve confondersi con la madre e riproporre la sua immagine. Ora, il padre non è materno, nemmeno quando si occupa del nutrimento del figlio, è paterno. Per questo è più indicato che il bimbo venga nutrito dalla mamma ed sia tenuto in braccio da lei, soprattutto nei primi mesi di vita, periodo in cui il bimbo acquista fiducia staccandosi progressivamente da chi lo ha tenuto nove mesi in grembo. Intendiamoci, il padre può certamente occuparsi di lui e fornire tutte le cure necessarie, ma siccome il bambino è stato nel grembo della madre, quando nasce sviluppa un contatto corporale unico con lei, ha ancora bisogno della mamma per sentirsi al sicuro e svilupparsi a sua immagine. Poi, progressivamente, imparerà a differenziarsi grazie alla presenza del padre. Il papà e la mamma non hanno le stesse funzioni : la mamma protegge, stimola il bambino attraverso il linguaggio e lo risveglia affettivamente, mentre il padre, che è di sesso differente rispetto alla mamma, differenzia il bambino, gli svela la sua identità e il significato delle leggi del mondo, per questa ragione l’uno e l’altra sono complementari. Il discorso sulla divisione dei compiti è molto ambiguo e rischia di sfociare in conflitti, che nel contesto della famiglia ognuno possa portare il proprio contributo è senz’altro una cosa vera e buona, ma l’idea che i ruoli possano essere intercambiabili non è realista».Le teorie di genere affermano che  non esistono una natura femminile e una maschile, ma semplicemente un corpo che non è determinante per l’identità sessuale…«Siamo in pieno idealismo. Queste teorie sviluppano una falsa nozione di natura che non vuole riconoscere che c’è una struttura femminile o maschile dalla quale uomini e donne dipendono. I teorici del gender sono nella negazione del corpo quando Judith Bulter afferma che «il corpo è una materia neutra», non nel senso che esso risulta flessibile alla volontà, che gli riconosce dei limiti, ma nel senso che diventa possibile collocarlo dentro identità diverse e varie: quella dell’uomo, quella della donna, dell’omosessuale, del transessuale e altri. La psicanalisi freudiana lo ha dimostrato ma anche l’esperienza di ciascuno di noi lo prova: l’uomo e la donna sviluppano la propria psicologia in estensione all’interiorizzazione del proprio corpo sessuato. Si tratta di un riflesso fisico che opera durante l’infanzia e l’adolescenza mentre il soggetto si scopre e si accetta.Tuttavia ci sono dei casi individuali in cui dei soggetti non accettano il proprio corpo mentre alcuni altri sono convinti che la natura abbia sbagliato. Il loro corpo autentico è rappresentato dall’idea che si fanno, che non corrisponde alla loro realtà personale: il corpo immaginato è quindi estraneo al corpo reale. Ora, l’uomo e la donna dipendono da un’identità sessuale di fatto, essa è un’eredità che ognuno è chiamato a integrare nella propria vita psichica. La società attuale non favorisce questo lavoro perchè a tratti esalta e a tratti disprezza il corpo. Le mode ne sono il riflesso: tatuaggi e piercing danno l’illusione di avere un corpo diverso, questo è il sintomo della difficoltà ad accettare e accogliere il proprio corpo. In un mondo che presenta il corpo attraverso orrori e mostri, noi invece rimarchiamo la bellezza e l’importanza del corpo umano è che la persona stessa».Nel contesto attuale la tendenza è quella di lasciarci intendere che ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale, ci sono dei rischi in questo ?«Questa concezione che si innesta sulla teoria di genere è frutto delle associazioni omosessuali. Appare piuttosto significativo osservare che la maggior parte delle nozioni che definiscono l’organizzazione della psicologia sessuale si trovano ad essere invertite, per esempio si parla di «orientamento sessuale» dove fino a poco tempo fa si parlava di desideri. Questo cambio lessicale è una manipolazone del linguaggio volta ad attribuire un carattere ontologico agli orientamenti sessuali, si cerca un’origine genetica, neurologia e ormonale per affermare che l’omosessualità e la transessualità sono del tutto naturali. Questi orientamenti hanno invece un’origine più complessa. Curiosamente, per tornare alla domanda precedente, si accetta il concetto di natura esteso in senso biologico ma si rifiuta il concetto di natura nel senso filosofico o psicologico del termine. Semplicemente, un «orientamento sessuale» non si sceglie, esso si impone perchè la sua origine è incosciente. Detto altrimenti nel momento in cui l’«orientamento sessuale» viene cercato come fine a se stesso, indipendentemente dall’identità sessuale, esso è sintomo di un problema psichico».Si parla molto di matrimonio in crisi. Oggi la maggior parte delle persone di fronte ad una crisi di coppia pensa al modo indolore per separarsi o divorziare invece di interrogarsi sul modo giusto per affrontare le difficoltà e superarle, perchè?«Molti, soprattutto fra i più giovani, non sanno fare coppia. Sono in grado di provarci, di avere esperienze sentimentali precarie, avere avventure sessuali, ma non sempre sanno come portare avanti una relazione. L’erotizzazione rapida dei rapporti costituisce spesso un serio handicap per avere une visione globale della propria persona, dell’altro e dell’avvenire. Di fronte a numerosi fallimenti, la tendenza è quella di smettere di credere all’amore anche se, in realtà, molti non l’hanno mai vissuto. Hanno vissuto esperienze sentimentali e sessuali, ma un esperienza dell’amore implica caratteristiche particolari e differenti.Questo è così vero che la generazione attuale non è in grado di affrontare le crisi, i conflitti e le incomprensioni relazionali, la maggior parte delle volte i giovani non sanno scegliere il partner e dunque la relazione non dura. Anche la convivenza, simbolo apparente di una relazione adulta, si gioca in terreno equivoco: siamo insieme ma senza impegnarsi. Le relazioni dunque restano superficiali e si organizzano principalmente attorno alla vita domestica e all’impiego del tempo senza progetti a lungo termine, per questo può finire in qualunque momento. Una volta sposati sono in molti a incontrare le stesse difficoltà perchè la cultura non ci insegna a fare coppia tra uomo e donna, essa ci propone piuttosto come riferimento il modello di coppia adolescente in cui rapidamente si arriva al punto di lasciarsi, senza riflettere, ecco perchè spesso ho parlato di società adolescentrica. Il divorzio è un autentico flagello che crea insicurezza nella società, che si infantilizza sempre di più. Agevolandolo, la società perde il senso del fidanzamento, dell’affrontare le tappe della vita di coppia e dell’affrontare e risolvere le crisi. Non è che un modo di prolungare l’infanzia, in cui gli adulti sembrano compiacenti perché essi stessi non sembrano in grado di diventare maturi».Quali sono le condizioni per una relazione autentica e duratura ?«Una relazione autentica implica che l’uomo e la donna abbiano riflettuto e siano preparati a vivere all’interno di un quadro sociale di grandi contraddizioni. I giovani s’abituano a vivere da soli, organizzano la loro vita affettiva nell’autosufficienza della psicologia del celibato, e poi sperimentano la difficoltà di fare poso all’altro, vanno supportati. Ultimamente ha preso piede una moda che vuole che  le giovani spose, una volta la settimana, escano tra amiche come ai bei tempi dell’adolescenza, ma questa abitudine certamente non favorisce lo sviluppo della coppia.Il discorso sociale che confonde il maschile e il femminile fa in modo che l’uomo e la donna non sappiano tener conto della psicologia differente del coniuge. I due proiettano semplicemente sull’altro  le proprie categorie e i propri modelli di pensiero. L’uomo immagina che la donna funzioni psicologicamente come lui e viceversa, questo è l’origine di tutti i malintesi.Affinchè il matrimonio duri, sono necessarie alcune condizioni psicologiche e spirituali: bisogna avere il desiderio di impegnarsi in un progetto comune, in funzione di questo impegno liberamente assunto verranno trattati i problemi relazionali. Il mito della trasparenza in cui ci si dice tutto è un’illusione, una falsa verità, non si tratta di mentire o ingannare l’altro, ma di mantenere la distanza necessaria per favorire una relazione in autentica verità. Inoltre il senso della fedeltà è un’altra componente indispensabile nel matrimonio, perchè niente di duraturo può vedere l’atto sessuale dissociato dall’impegno amoroso. Infine, in una prospettiva cristiana, la relazione coniugale radicata nell’amore è più strutturata rispetto a quella che si basa unicamente sui sentimenti o sull’attrazione sessuale dal momento che essa si deve nutrire nell’amore per rinforzare la relazione. La fonte dell’amore è in Dio che ne fa una ricchezza inesauribile per chi si impegna in nome Suo. Le coppie formate da un uomo e una donna sono l’avvenire della società».di Raffaella Frullone (brani dell’intervista di R. Frullone labussolaquotidiana

I mille meriti della Chiesta, troppo snobbati

Sabato, 3 Settembre 2011

Il male può cancellare il bene? O meglio, il male può vincere sul bene? Il male tirannico, sanguinario, feroce, oppressivo, può eclissare definitivamente il bene? La storia assicura di no.Essa attesta, infatti, che è sempre il bene a sopravanzare sul male, per quanto questo possa essere cruento e buio. Il secolo XX non rappresenta, forse, la più lampante prova di questa dinamica? Non è stato sconfitto il darwinismo sociale, messo in pratica su larga scala dal nazionalsocialismo? Non è stato abbattuto il socialismo reale? Non è stata evitata, nonostante più volte sfiorata, la guerra atomica? Non si è ricostruito tutto ciò che prima era stato distrutto? Se si riconosce, e non si potrebbe evitare di farlo se non si desiderasse entrare in contraddizione con la realtà, questa dinamica della storia, la si dovrà applicare a ogni situazione, con coerenza. Anche alla Chiesa, dunque.Uno degli assi portanti della giustizia, già noto ai giuristi romani, consiste, infatti, nel principio per cui occorre “dare a ciascuno il suo”, cioè, concisamente, riconoscere il bene a chi ha fatto il bene e il male a chi ha fatto il male. La vita, tuttavia, è più complessa, per cui accade, non di rado, che lo stesso soggetto abbia fatto sia il bene sia il male. “Dare a ciascuno il suo” assumerà allora una sfumatura più profonda: si dovrà riconoscere il bene e il male che ciascuno ha commesso.Per essere giusti, si dovrebbe giudicare tutti secondo questo principio: anche la Chiesa. La Chiesa, quindi, dovrebbe essere chiamata in causa non solo per i misfatti di alcuni suoi preposti (come nel caso della piaga della pedofilia), ma anche per i suoi enormi meriti.
In sostanza: cosa si deve alla Chiesa? Non è, questa, una domanda retorica. Spesso ci si dimentica infatti quanto la civiltà occidentale e moderna debba all’opera diretta e indiretta del magistero. Una veloce carrellata offre una singolare prospettiva. Se non di tutto, quasi di tutto si deve essere riconoscenti. Diritto, arte, medicina, letteratura, economia, ingegneria, architettura sono solo alcuni degli ambiti in cui l’opera della Chiesa è stata fondamentale. Se nell’Alto Medioevo i tribunali secolari giudicavano con un solo grado di giudizio, le corti ecclesiastiche già conoscevano e ammettevano il grado d’appello, proposto direttamente al Papa, sebbene con opportune procedure e in determinati casi.Mentre ancora alla metà del secolo XX, nella patria della libertà, gli Stati Uniti d’America, si infiammava la società sulla questione dei neri, riproposizione in chiave aggiornata del problema dello schiavismo, la Chiesa già nella prima metà del secolo XIX, ufficialmente e a tutto il mondo, aveva dichiarato illegittima ogni discriminazione e ogni schiavizzazione, soprattutto sulla base del colore della pelle. Così, infatti, si esprimeva Papa Gregorio XVI, nel lontano 1839: «Proibiamo e vietiamo a qualsiasi ecclesiastico o laico di difendere come lecita la tratta dei Negri». Mentre le altre religioni non cristiane, e più tardi le confessioni non cattoliche, sviluppavano una inestirpabile iconoclastia, la Chiesa non solo riconosceva la possibilità di ritrarre Dio, in quanto Cristo è la stessa immagine di Dio e la Chiesa il corpo mistico visibile del Cristo, ma poneva le basi per creare e affinare la sensibilità artistica e le tecniche durante i secoli.Così i vari Cimabue, Giotto, Beato Angelico, Masaccio, Bellini, Mantegna, Michelangelo, Raffaello, hanno potuto floridamente sviluppare il senso estetico dell’Occidente sugli innumerevoli crocifissi da loro ritratti: quello stesso crocifisso, oggi presuntivamente ritenuto nemico della laicità, che è stato ritratto da quasi tutti i grandi nomi dell’arte, perfino nel pieno del mutismo intellettuale dell’ateismo del secolo XX secolo. Si pensi del resto alle “crocifissioni” di Dalì, Picasso, Guttuso o Chagall.Come non ricordare, inoltre, che la difesa più provvida e razionale, oltre che giuridicamente e filosoficamente incontestabile, della proprietà privata, cioè del fondamento del diritto civile universale e della libertà del mercato, sia stata cristallizzata nel modo più compiuto proprio da san Tommaso d’Aquino, non a torto per questo ritenuto da molti autorevoli economisti, giuristi e politologi uno dei padri persino del “liberalismo” moderno.Ancora: alla Chiesa e ai padri della Chiesa, da parte di alcuni storici, si attribuisce adirittura l’invenzione del femminismo. Pur essendo meglio abbandonare la categoria ideologica del femminismo in quanto sicuramente lontana dal pensiero cristiano, non si può, tuttavia, non riconoscere la alta dignità che l’opera del magistero, per prima nella storia dell’umanità, ha tributato in modo istituzionale e dottrinale alla donna.A titolo esemplificativo si potrebbe citare la lettera apostolica Mulieris dignitatem del beato Papa Giovanni Paolo II, o ciò che scriveva già nel secolo IV san Gregorio Nazianzeno sulla parità tra uomo e donna: «Perché la donna adultera deve essere castigata mentre l’uomo infedele non deve rendere conto a nessuno? Io non me la sento e non posso accettare una tale legislazione né seguire una tale consuetudine».E, infine, la medicina. Gli storici della medicina contraddicono i luoghi comuni di marca ideologica sul presunto conflitto tra fede e ragione, tra scienza e religione, ricordando l’importanza  che la Chiesa ha avuto nello sviluppo di questa scienza. Si ricordi l’opera fondamentale svolta dai monasteri o dai centri della cristianità come Chartres, Cluny, Reichenau che videro sorgere, per mano del clero, università e centri di studio per la medicina dal secolo XII al XIV. Molti dei padri della medicina europea furono essi stessi dei chierici: per esempio il celebre Guy de Chauliac [nella foto] nel secolo XIV, autore di fondamentali trattati di anatomia e chirurgia, o, più di recente, il francescano Agostino Gemelli. Lo stesso Giovanni Paolo II, con piglio di storico, così scriveva nel 1982: «La Chiesa, sin dal suo sorgere, ha sempre guardato alla medicina come ad un sostegno importante della propria missione redentrice nei confronti dell’uomo, dagli antichissimi xenodochi ai primi complessi ospedalieri».Insomma, sembra avesse davevro ragione Gilbert K. Chesterton scrivendo che, in un certo senso, «diventare cattolici allarga la mente”. a.vitale labusssolaquotidiana