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Tremonti, la crisi deve ancora cominciare

Lunedì, 20 Maggio 2013

Professor Tremonti, che fine ha fatto?

«Sono spesso all’estero, a cercare materiale per il libro che scriverò. Quel che vedo mi ricorda un classico: “La Montagna magica”. Il simbolo del presente e del rischio che ci sovrasta».

Quale rischio?

«Dappertutto e tutti stiamo salendo, in un misto tra estasi, euforia e incanto, su una montagna di carta. Un corteo guidato da guaritori, sciamani, alchimisti, stampatori. Fatta con carta moneta di vecchio stampo, con la plastica, con i computer, è una montagna che giorno dopo giorno cresce esponenzialmente.

Negli anni 80 la massa finanziaria internazionale era più o meno uguale a 500 miliardi di dollari. A ridosso della crisi, la massa finanziaria globale era già arrivata a 70 trilioni. Da ultimo, tra America, Inghilterra, Giappone, Corea ed Europa si sono aggiunti altri 12 trilioni. Una grandezza fantastica. Vengono in mente i fantastiliardi di zio Paperone».

Sta dicendo che le banche centrali immettono troppa liquidità nel sistema?

«Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite. È uscito dai confini dell’esistente, per entrare in una nuova dimensione che non è materiale né reale, ma surreale, totalmente ignota, e quindi meravigliosa.

Negli anni 60 la dottrina economica era quella dei limiti allo sviluppo. Adesso la dottrina economica è “no limits”: non ci sono limiti allo sviluppo della moneta. Non è la prima volta. Quando iniziano le grandi esplorazioni, si creano la bolla dei mari del Sud e la bolla della Louisiana, terra di presunte illimitate ricchezze. Poco dopo, con il crollo della banca di John Law, c’è il crollo dei re di Francia».

John Law, il fondatore della Banque Royale, all’inizio del ’700. Ma cosa c’entra?

«Il crollo della sua banca segnò la fine di un’epoca. Ora stiamo replicando quella storia. Nella “Montagna magica”, il gesuita padre Naphta dice che tutto finisce quando Copernico batte Tolomeo. Il sistema tolemaico, basato sulla centralità della Terra, era controllabile dall’autorità.

E tuttavia nel mondo di Copernico i corpi celesti sono comunque corpi materiali. Nel sistema celestiale della “Nuova Finanza” i corpi non ci sono più. Tutto metafisico, surreale, virtuale. Un tempo gli Stati avevano la moneta; ora è la moneta che ha gli Stati. Ma la magia della moneta non è sempre positiva. È come nel Faust: prima o poi le cambiali vengono alla scadenza».

A dire il vero, l’Europa rispetto alle grandi potenze non ha una banca centrale in grado di «battere moneta».
«È vero. Ma se guarda il bilancio della Bce, è quasi uguale a quello della Fed. Con una grande differenza: là hanno gli Stati Uniti d’America; noi qui abbiamo gli Stati relativamente divisi d’Europa.

Alla maniera di Bisanzio, dal novembre 2011 si è creata in Europa una “quasi-moneta”. La Bce non può finanziare gli Stati, ma finanzia le banche che finanziano gli Stati. Siamo dunque anche noi nel corteo che sale la montagna di carta».

Nel 2006 lei diede un’intervista che il Corriere intitolò «L’America rischia una crisi stile ’29». Qual è il pericolo adesso?
«Alla massa monetaria illimitata corrisponde una quantità di rischio illimitata o comunque indecifrabile. La crisi non è alle nostre spalle, ma ancora davanti a noi. Dalle grandi crisi si può uscire con le guerre, come dalla crisi del ’29 uscirono Usa, Giappone e Germania. Oppure con la “grande inflazione”.In Cina si distruggerebbe il risparmio di decenni, destabilizzando il Paese. Potremmo avere un altro tipo di esplosione. Non esiste una matematica della catastrofe. Non esistono libri scritti su una cosa che non c’è ancora. Bernanke, il presidente della Fed, non è andato al G7 in Inghilterra ma a una conferenza a Chicago, dove ha detto: “Stiamo attenti alla prossima bolla”. Se lo dice lui!».

Ma di questa montagna di carta alle piccole imprese italiane è arrivato poco o nulla.
«È vero: soprattutto in Italia e in Spagna, il credito non arriva alle imprese. Ma partiamo dal principio. Ricorda la metafora della crisi come videogame? Ogni volta che abbatti un mostro, ne appare un altro più forte. Il primo mostro è stata la megacrisi bancaria: crollano le megabanche globali; crollano la fiducia e il commercio mondiale. L’arma usata contro il primo mostro furono i bilanci pubblici».

Il secondo mostro è stato la crisi del debito sovrano.
«Il debito pubblico americano è esploso. A fianco, si è cominciato a stampare moneta: dollari distribuiti dall’elicottero, o meglio dai computer. Non più moneta fisica, ma impulsi elettronici. Il debito pubblico europeo è salito di colpo fino al 90% del Pil.

Il paradosso è che l’enorme massa di soldi pubblici è andata alla finanza, non ai popoli. L’intervento pubblico non genera felicità, ma austerità. Marx diceva: il comunismo sarà realizzato quando il denaro sarà a tasso zero. Ora siamo vicini allo 0,5, ma allo 0,5 il denaro non è per le famiglie con il mutuo, ma per le banche. Se vuole, è un tipo nuovo di comunismo: il comunismo bancario».

E il terzo mostro?
«È nato dal fallimento di tutte queste politiche. È il crollo bilaterale dei bilanci pubblici e delle economie reali. Stanno male gli Stati e stanno male i popoli. Il terzo mostro è il collasso. Crisi sovrana da una parte e recessione dall’altra. Per un anno abbiamo parlato di spread finanziario. Adesso lo spread più rilevante è economico e sociale».

Lo spread è dimezzato rispetto ai giorni della caduta del governo Berlusconi.

«Lo spread è pur sempre a 260, nonostante l’enorme massa di liquidità. Nei primi tre anni di crisi, e senza immissione di liquidità, era a 120. Fino al novembre 2010 la politica europea era disegnata su due livelli: sopra la responsabilità, sotto la solidarietà; sopra il controllo europeo dei deficit, ma sotto gli eurobond.

Tutto crolla con la passeggiata di Sarkozy e Merkel a Deauville, i quali dicono: “Gli Stati possono fallire”. Ora, che gli Stati possano fallire è nella storia; ma che i governi ne annuncino il fallimento non è nella ragione. I due passarono dal piano politico a quella della prassi bancaria. Alla politica si sostituì la tecnica. E da noi la tecnica è stata applicata dal governo Monti con tragico zelo».

Qual è la soluzione allora?

«La soluzione falsa, mascherata sotto il nome positivo di “Unione bancaria”, si chiama in realtà “Bail-in”. Il “Bail-in” è stato raccomandato dalla Bce ed è in discussione a Strasburgo. Le crisi bancarie prossime venture non saranno più a carico dei contribuenti, ma messe a carico dei “creditori” delle banche: i depositanti; i risparmiatori. Naturalmente si raccomanda che siano preservati i derivati, che sono il software della nuova moneta…».

Sta dicendo che, come a Cipro, si corre il rischio di un prelievo forzoso dai conti correnti?

«All’opposto, è quello che va evitato. Neanche con la salvaguardia dei 100 mila euro. Quando i padri costituenti discutevano sull’articolo 47 della Costituzione, Togliatti voleva scrivere che “la Repubblica tutela il risparmio popolare”.

Einaudi e Ruini dissero di no, perché il risparmio è in sé un valore oggettivo. Per questo la Costituzione dice: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Dobbiamo difendere la nostra Costituzione.».

Lei è stato ministro dell’Economia dal 2008 al 2011. Cos’avete fatto per evitare la crisi?
«Estero, Italia. Estero: se la crisi è epocale e globale – lo è stata, e lo è – puoi solo avvertire; ma al G7 sei 1 a 6, al G20 sei 1 a 19. Il governo Berlusconi si è battuto per gli eurobond e per il “Global legal standard”, le regole per limitare lo strapotere della finanza. Votate da tutti gli Stati dell’Ocse».

In Italia il vostro ritornello era: usciremo dalla crisi prima e meglio degli altri.

«Perfino il Sole 24 Ore ha ammesso che nel 2010 “l’Italia stava come la Svizzera”. E c’era ancora la coesione sociale, non l’angoscia collettiva che c’è adesso. Poi non c’è stata una crisi economica, ma politica.

Habermas ha scritto che in Italia c’è stato allora un “dolce coup d’état”. Ne ha fatto parte la lettera inviata all’Italia da Trichet e Draghi, nel 2011, imponendo l’anticipo del pareggio di bilancio, dal 2014 concordato in Europa, al 2013. Oggi invece tutti, o quasi tutti, chiedono politiche espansive. È un’ironia che oggi, Italia su Italia, la lettera sia tornata per la sua esecuzione proprio a chi l’ha scritta».

Tra gli estensori del “Global legal standard”, le nuove regole per la finanza, c’era anche Enrico Letta. Cosa pensa di lui?

«Sul governo Letta mi sono astenuto politicamente. Personalmente lo stimo molto. Spero che non si limiti ad accarezzare i problemi». Aldo Cazzullo per “il Corriere della Sera

Amato, adesso parlo io!

Mercoledì, 8 Maggio 2013

C’è un clima da Cina della banda dei Quattro. Allora arrivò Deng. Noi abbiamo Enrico Letta. Siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso. La loro unica lettura è Twitter». Giuliano Amato, in un colloquio con il Corriere, ammette di vivere «giorni di grande amarezza» poiché il suo curriculum è stato additato «come esempio di ciò che va distrutto; pare di stare in Cambogia quando sparavano a chiunque portasse gli occhiali».

Il giudizio sul Pd: «Ha dimenticato la lezione di Togliatti, è ridotto come il Psi prima dell’arrivo di Craxi». Nelle settimane in cui il suo nome è stato fatto – e bruciato – prima per il Quirinale poi per Palazzo Chigi, Giuliano Amato ha taciuto. Ora ha qualcosa da dire. «Sono giorni di grande amarezza per me e credo non solo per me. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere.

E l’amarezza è anche stata nel constatare quanto questo vento pesante abbia impaurito, in nome del consenso, anche coloro che avrebbero dovuto reagire e dire: “Ciò è inammissibile”. Purtroppo su questo pesa anche l’attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lei ne desume che il popolo la vede male».

Un simile clima, dice l’ex premier, «è un frutto avvelenato di stagione molto difficile, nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale e deve permettere a chiunque di salire ai gradi più alti, si è in realtà fermata per molti.

Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l’uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l”esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l’arrivo del presidente Deng».

«Noi abbiamo Enrico Letta – sorride Amato, non con ironia ma con affetto -. Un giovane pieno di qualità. Che somigli o no al pediatra che viene a tranquillizzarti sui tuoi figli, io lo vedo di più come il papà che si tranquillizza all’arrivo del pediatra, è uno molto attento agli altri. Mi piacciono le persone che ascoltano tanto e poi si assumono le responsabilità. Io ho sempre fatto così, e vedo in lui la stessa attitudine.

Letta dispone di una qualità che l’Italia sta rovinando tra rabbia informatica e ostilità reciproca: ha la dote dell’equilibrio». Il problema, sostiene Amato, non riguarda le persone: «Dobbiamo aspettare un presidente Deng? O dobbiamo adoprarci perché si torni a dare credibilità alla scala sociale? Io l’ho vissuto con la mia esperienza. Ero entrato in quel collegio pisano in un tempo nel quale diversi di noi erano figli di famiglie modeste e tuttavia riuscimmo ad arrivare. Era l’Italia di oltre 50 anni fa.

Di recente l’abbiamo rievocata in un libro, in cui uno di noi, Alberto De Maio, racconta la sua amicizia con Tiziano Terzani, che diventò il suo angelo custode. Tiziano era figlio di un operaio di Firenze, abituato a dormire su un divano: l’unico letto l’avevano i genitori. Alberto era figlio di una famiglia calabrese altrettanto povera, che arrivò a Pisa con la classica valigia di carta, con mutandoni e cappottone addosso, a settembre, perché “là al Nord è freddo”.

Tiziano, sfottendolo come solo un fiorentino sa fare, gli prese la valigia e lo aiutò ad arrivare in collegio. In nome di questo ricordo, ho verificato che oggi ci sono molti più studenti figli di laureati di quanto il segmento di quelle famiglie pesi sulla struttura socio-demografica italiana; e ci sono troppo pochi studenti di famiglie meno abbienti. Mi chiedo: dobbiamo allargare a chi non riesce ad arrivare, o dobbiamo chiudere l’alta formazione?

La Costituzione scriveva allora e scrive ancora oggi che i capaci e i meritevoli devono accedere ai gradi più alti dell’istruzione. Io continuo a pensare che ci debba essere uno sventagliamento non inquinato da nepotismi, familismi o massonerie, e però tale da consentire al figlio del tassista che si sacrifica per far studiare il figlio di guadagnare più di suo padre, e di non essere trattato come un reprobo se riesce a farlo».

«Considero che quel che mi è accaduto abbia anche profili di immoralità. In particolare da parte dei diffamatori di professione, che hanno contribuito ad alimentare con ripetute falsità il clima che c’è stato in alcuni ambiti nei miei confronti. Siccome sono abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me, mi rendo conto che se non viene ricostruita la prospettiva di un futuro sarà giocoforza che questa torva eguaglianza, che si deve consumare con gli occhi bassi su questo presente senza prospettive, sarà vincente.

Una democrazia vive se apre prospettive, non se le nega; e noi oggi abbiamo grosse difficoltà ad aprirle. Rischiamo di avvitarci in questa forma di purificazione attraverso lo zainetto sulle spalle, appagandoci di portare davvero la cuoca di Lenin in Parlamento: citazione troppo dotta per i tempi che corrono. Mettiamola così: siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. E affidiamo il governo del Paese a qualcuno che deve essere “uno di noi” allo stesso modo in cui potremmo pretendere che la guida dell’aereo sia affidata a “uno di noi”».

Chi sono i diffamatori? «Non voglio fare nomi, perché tanto ci pensa mia figlia, che fa l’avvocato di suo padre, a fare i nomi. L’unica ragione per cui sono contento della loro esistenza è che, in un periodo di magra professionale, il reddito di mia figlia già ha cominciato a trarre profitto da questi incorreggibili propalatori di falsi.

Sono pochi, ma in rete una menzogna si propala facilmente grazie alla voglia di esprimere dissenso e ostilità nei confronti di chi viene visto come casta. E allora tante cose non vere appaiono verosimili, compreso il fatto che se io ho avuto tanti incarichi sono come minimo massone. Se lei va su Google e digita Giuliano Amato, tra i titoli della prima schermata compare “Amato massone”. Sono andato ad aprirlo: era un altro Amato; ma era sotto il mio nome. Mia figlia si lamenta, dice che sono diventato un lavoro pesante per lei, ma è soddisfatta, perché le vince tutte».

Proviamo a enumerare le cause di impopolarità che le sono state rinfacciate. La pensione da 31 mila euro. «Un falso clamoroso. È una cifra lorda comprensiva del vitalizio, che verso in beneficenza. Sono forse l’unico ex parlamentare che non lo incassa». Il prelievo forzoso dai conti bancari nel ’92. «Sembra che io una bella notte, per provare il gusto del potere, lo volli esercitare sottraendo agli italiani una parte dei loro risparmi. Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c’era nei nostri conti.

Passai un’intera notte a cercare alternative, e tutto l’apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l’Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l’Iva sui prodotti popolari. Ricordo che dissi: “Queste cose le potete chiedere alla Thatcher, non a me”. Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: “Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi”.

Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d’accordo; in realtà Ciampi non l’aveva neanche sentito, e la misura passò. In ogni caso continuo a pensare che aveva un elemento molto sgradevole ma fu socialmente più giusta che non aumentare l’Irpef o l’Iva. E io non avevo alternative».

C’è poi il caso Craxi. «Io ero stato contro di lui. Lo accettai quando il Psi si ridusse nella condizione in cui è oggi il Pd: tot capita tot sententiae; su mille questioni si hanno opinioni divergenti tra premier, sottosegretario e magari vicesegretario del partito. Ritenni che, in quel discredito in cui era caduto il Psi, Craxi fosse ciò di cui avevamo bisogno per l’autorevolezza che sapeva esprimere. Ho sempre collaborato con lui in termini politici.

Il signor Grillo, che mi definisce sul suo blog “tesoriere di Craxi”, mente sapendo di mentire: usa il termine che possa farmi apparire il più spregevole possibile. Io non ho mai avuto a che fare con le finanze del Psi. Ho collaborato con una stagione di riformismo, caduta progressivamente in un’alleanza divenuta di pura sopravvivenza. Rimane il fatto che Craxi ha finito per rappresentare il male di una stagione politica che, come lui stesso disse, aveva infettato molto più largamente che non lui, ma non necessariamente il suo intero partito.

C’è infatti chi dice Craxi, c’è chi dice socialista. Ancora oggi, rievocando uomini e donne che hanno rappresentato qualcosa di positivo per l’Italia, si sente dire: “Era una persona di qualità, nonostante fosse socialista”. Non lo possiamo più fare, ma andrebbe chiesto a un uomo del rigore di Luciano Cafagna i prezzi che ha pagato negli ultimi anni della sua vita al suo essere e non aver mai cessato di definirsi socialista».

Sicuro che al Pd serva un Craxi? «Al Pd, come all’Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l’Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde».

Il governo con il Pdl durerà? «Per necessità, non per amore. È reso necessario da un risultato elettorale non nitido. Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l’interesse del Paese impone di sacrificare l’interesse di partito. Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire.

Un po’ più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse pure nei suoi eredi. Ma sono bisnipoti dimentichi della vera grande lezione del partito comunista: cercare di interpretare i bisogni della nazione. Il Pci era prigioniero di una ideologia sbagliata, ma si collocava all’altezza della nazione. Ora siamo collocati all’altezza di “dì qualcosa di sinistra” o “famolo strano perché così è più di sinistra”».

La bocciatura di Prodi? «Raccapricciante. Era in Mali come rappresentante Onu, torna in Italia abbandonando la sua missione perché lo stanno eleggendo capo dello Stato; e invece no». E se le offrissero di guidare la Convenzione per le riforme? «Mi auguro che nessuno me lo chieda, perché non vorrei condividere il titolo che all’argomento dedicò il Giornale: “Amato è infinito”». a. cazzullo corriere

La vittoria di Marino e il grande equivoco delle primarie

Mercoledì, 10 Aprile 2013

Non si vorrebbe mancare di rispetto al mitico «popolo delle primarie», sempre entusiasta e numeroso (anche se domenica a Roma meno del solito); ma si ha l’impressione che questo «popolo» non abbia compreso bene a cosa servono, le primarie.
In America, dove le hanno inventate, l’obiettivo non è scegliere il personaggio più simpatico, identitario, vicino alla sensibilità dei militanti, portatore della linea più dura, pura, radicale. L’obiettivo è scegliere il candidato che ha più chances di battere gli avversari. L’uomo in cui possono riconoscersi non tanto i «compagni», quanto la maggioranza dei concittadini o dei connazionali. Allo stesso modo si sono comportati i socialisti francesi, che in entrambe le occasioni in cui sono stati consultati per le presidenziali hanno scelto un esponente del centro del partito: prima la Royal, che prese un dignitoso 46,5%; poi Hollande, che sconfisse Sarkozy.

 

In Italia, all’inizio le primarie sono state il modo di confermare una decisione già presa dai partiti (Prodi, Veltroni). Poi la scelta è diventata «vera». Da allora, vince quasi sempre il candidato più a sinistra. Pisapia a Milano. Doria a Genova. Zedda a Cagliari. Lo stesso Bersani, due volte: contro Franceschini, e soprattutto contro Renzi. E’ vero che i sindaci hanno tutti vinto, a volte rispettando la tradizione come a Genova, a volte ribaltandola come a Milano. Ma è noto che alle amministrative la sinistra ha gioco più facile rispetto alle politiche. Dopo il deludente risultato del 24 febbraio, è stato scritto che Renzi non si sarebbe certo fermato sotto il 30%. Ma questo era chiaro già al tempo delle primarie: non c’era un sondaggio che non indicasse in lui il candidato più competitivo. Ha prevalso il richiamo dell’identità (e anche dell’apparato).

Le primarie di Roma indicano che la lezione non è stata appresa. Non c’erano candidati di primo piano, è vero. C’era però un recordman delle preferenze come David Sassoli. E c’era soprattutto Paolo Gentiloni, l’unico ad avere un’esperienza nell’amministrazione della capitale e nel governo del Paese; ma nonostante l’appoggio di Renzi e di Veltroni ha avuto un risultato imbarazzante. I militanti romani hanno plebiscitato come d’abitudine il candidato più a sinistra, Ignazio Marino (dietro cui pure si intravede l’apparato, nella forma della macchina organizzativa di Goffredo Bettini). Marino è un personaggio per certi aspetti interessante: chirurgo prestato alla politica, all’avanguardia sui diritti civili. Magari potrà pure vincere (anche a Roma, come in quasi tutte le grandi città italiane, il centrosinistra ha una base di partenza più ampia del centrodestra). Restano alcune perplessità oggettive. Nato a Genova da madre svizzera e padre siciliano, un percorso professionale tra Cambridge, Pittsburgh, Filadelfia e Palermo, Marino non c’entra molto con la capitale. Potrà anche strappare qualche voto grillino; ma avrà parecchie difficoltà a intercettare moderati e cattolici.

Presto potrebbero essere convocate nuove primarie nazionali, in vista del voto anticipato. Siccome la sinistra viaggia con un’elezione di ritardo – nel 2006 fu schierato Prodi anziché Veltroni, mandato a perdere due anni dopo; nel 2013 è stato schierato Bersani anziché Renzi -, stavolta dovrebbe toccare al sindaco di Firenze. L’Italia non schierata lo aspetta, a torto o a ragione. Ma già spunta Fabrizio Barca, i cui meriti come ministro sfuggono ai più, ma che può vantare un impeccabile pedigree rosso (a cominciare dal padre, intellettuale di punta del Pci, direttore dell’Unità e di Rinascita); che non è un torto ma, agli occhi dell’ostinata maggioranza degli italiani, neppure un merito. Se ne possono trarre molte considerazioni, tutte legittime. Tra le quali c’è anche questa: non esistono, come la sinistra tende a credere, un’Italia immatura, sempre pronta a bersi le promesse di Berlusconi, e un’Italia “riflessiva”; esistono due minoranze di militanti – numerose se misurate in piazza o ai gazebo, piccole in termini assoluti -, pronte a seguire l’istinto e la passione, ma incapaci di indicare una soluzione condivisa a una vastissima Italia di mezzo, che alla politica crede sempre meno.  corriere.it

Contro la Chiesa le lobby finanziarie

Lunedì, 31 Maggio 2010

La formella mancante del portale di Manzù ce l’ha Ettore Bernabei, nell’ingresso di casa. «Doveva stare a San Pietro, come le altre. Ma, come vede, il Cristo e i soldati sono nudi. Così Manzù la diede a me». Le due statuette di Pietro e Paolo sulla scrivania invece hanno valore affettivo: «Una volta che andai a trovare Paolo VI con mia moglie e i nostri otto figlioli, il Papa si mise sulle ginocchia Luca, il più piccolo, e lo fece giocare con queste due statuette. Dopo la morte il suo segretario, monsignor Macchi, me ne fece dono».

 

Quand’era nato invece il settimo figliolo, Giovanni, Papa Roncalli aveva mandato la sua fotografia con un versetto del salmo 127 scritto di suo pugno: «I tuoi figli come virgulti di olivo intorno alla tua mensa…». Bernabei va per i novant’anni. Direttore generale della Rai dal 1961 al 1974 – praticamente il fondatore -, al vertice dell’Italstat dal ’74 al ’91, ora ha creato la Lux e ha portato in tv la Bibbia.

Quando dirigeva la Rai lei parlava direttamente con il Papa?
«Ero in contatto con la segreteria di Stato e incontravo sovente i Sostituti: Dell’Acqua, Benelli, Casaroli. Qualche volta mi dicevano che di certe questioni dovevo parlare con il Papa, cioè con Giovanni XIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II».

Oggi il Papa e la Chiesa sono sotto attacco?
«Mi pare evidente. Sono i contraccolpi della decisione presa da Giovanni Paolo II e dal cardinal Ratzinger di non ammettere nei seminari i gay dichiarati. C’è la volontà di paralizzare economicamente la Chiesa cattolica, che non ubbidisce alle lobby della finanza globalizzata».

 

Le sue sono parole gravi.
«Mi rendo conto che dire certe verità all’opinione pubblica è come dare un cognac a un bambino ormai cresciutello ma che prende ancora solo latte e omogeneizzati. Ma so quel che dico. L’attacco alla Chiesa è mosso da interessi finanziari enormi. A cominciare dal business dei legali alla caccia del risarcimento. Il resto lo fa il mondo mediatico, seguendo input globali».

Il Papa ha parlato anche di responsabilità interne.
«Come su dodici apostoli ci fu un Giuda, ci sono anche oggi deviazioni interne. Quando, nella drammatica via Crucis al Colosseo del Venerdì santo del 2005, il cardinal Ratzinger lanciò il suo grido di dolore sulla “sporcizia nella Chiesa”, capii perché da anni richiamava tutti a un rispetto più rigoroso della morale cristiana. Poi, per cinque anni, abbiamo conosciuto il professor Ratzinger. Oggi, dopo la svolta, il Papa è davvero entrato nella storia».

A cosa si riferisce?
«A lungo sembrò che Benedetto XVI preferisse il silenzio degli amati studi teologici alle assemblee plaudenti. Penso che abbia dedicato i primi anni del pontificato alla riflessione e alla preghiera. Quando poi dall’esterno è venuto – per altri motivi- l’attacco alla Chiesa per i preti pedofili, Papa Ratzinger è uscito dal suo doloroso silenzio, ha riconosciuto l’errore di quelle persone, l’ha condannato e affidato al giudizio dei tribunali civili. Così ha dato alla Chiesa una rinnovata capacità di spiegare agli uomini il mistero del peccato e di aiutarli a resistere alle tentazioni, tipiche di questo nostro tempo che ha perduto la coscienza del bene e del male».

Perché il Vaticano finisce per essere coinvolto, sia pure indirettamente, anche in scandali finanziari?
«Gesù fu messo sotto processo e ucciso per trenta denari. Dopo tre giorni resuscitò».

 

Pure la «cricca» della Protezione civile aveva appoggi in Vaticano. Balducci era gentiluomo di Sua Santità.
«Anche quand’ero all’Italstat i partiti, e non solo la Dc, avevano i loro Anemone da raccomandare. Tutto dipende dalla risposta».

 

Cosa prova quando si parla con rimpianto della Rai di Bernabei?
«Non nascondo che mi fa piacere il rimpianto. Ma provo un certo fastidio per quella nostalgia, come per tutte le nostalgie sentimentali: chi ritiene che quella fosse una buona televisione, si dia da fare perché ritorni. E poi non era solo la Rai di Bernabei, ma di Enzo Biagi, Alberto Ronchey, Pier Emilio Gennarini, Arrigo Levi, Furio Colombo. Era lo specchio dell’Italia dei primi Anni 60, divenuta il quarto tra i sette Paesi più ricchi del mondo. Fu allora che, come avevano previsto Benelli e Fanfani, cominciò l’attacco della finanza protestante ed ebraica».

L’attacco?
«Mi rendo conto: cognac ai bambini. Il Sessantotto, il terrorismo, la grande mafia, infine il giustizialismo: alla fine bastò una spinta per metterci al tappeto. Per fortuna dieci anni fa l’Italia si è sottratta all’ultima fase della follia della finanza globalizzata. Per merito prevalente di quel “provincialotto” di Antonio Fazio, che avrà avuto l’ingenuità di intrattenere rapporti anche con i furbetti del quartierino, ma proibì alle banche italiane di riempirsi di bond spazzatura. Per questo dall’estero gliel’hanno fatta pagare».

 

Lei nominò Biagi alla guida del telegiornale. Come mai se ne andò così presto?
«Era nei patti».

Sicuro?
«Con Enzo eravamo molto amici. Concordammo che sarebbe rimasto poco tempo alla guida del tg per dare una scossa ai servizi giornalistici Rai, che da 25 anni avevano lo stesso direttore, Picone Stella: con tutto quel che era successo tra il ’38 e il ’62! Anche il direttore dei programmi, il maestro Razzi, era lo stesso dell’era fascista. Insieme avevano fatto fuori il mio predecessore, Filiberto Guala. Capii che dovevo cambiare tutto».

Come trova la tv di oggi?
«Permissiva, consumistica, relativista, come in tutto il mondo, condotto dalla finanza globalizzata alla crisi che stiamo vivendo, attraverso tanti telegiornali, tanti talk show, tanti film».

Come trova il Tg1?
«Si è passati da un eccesso di cronaca nera a un eccesso di cronaca rosa».

E Santoro?
«In questi anni è stato talvolta l’oppositore di Sua Maestà. Si ricordi chi fu a inguaiare Occhetto. Ma ora basta. Da quando ho lasciato la Rai non ho mai dato giudizi sulle persone che vi lavorano».

La legge sulle intercettazioni?
«Con Echelon in piena attività, il “grande orecchio” creato dagli americani e venduto agli inglesi che registra qualsiasi conversazione degli ultimi quindici anni, una legge per impedire al maresciallo dei carabinieri di sbobinare le nostre telefonate non risolve il problema».

La concorrenza della tv privata ha fatto bene o male alla Rai?
«Dopo 35 anni di concorrenza e di aggressioni di vario genere, la Rai tiene ancora il primato degli ascolti. Il servizio pubblico non è morto. Guardi l’Inghilterra: dopo gli errori imposti dalla Thatcher e dai suoi dante causa, ha rafforzato il carattere pubblico della Bbc liberandola dal cappio della pubblicità e aumentandone il canone. Così la tv di Stato è stata messa in grado di perseguire il bene comune».

Cosa pensa di Berlusconi?
«All’inizio degli Anni 90 Craxi, Andreotti e Forlani concordarono con Agnelli che anche un imprenditore laico avrebbe potuto fare il primo ministro. Ma dopo le elezioni del ’92 l’Avvocato non se la sentì. Berlusconi ebbe il coraggio di scendere in campo e riempire il vuoto lasciato dalla Dc, salvando il Paese da pericolose avventure. Poi Forza Italia e ora il Pdl hanno subito la reazione di quei telespettatori che, insoddisfatti e frustrati dalla tv permissiva, consumistica e relativista, continuano a votare contro chi detiene il potere: nel ’92 tolsero sei punti alla Dc, nel 2001 mandarono a casa le sinistre; visto che la tv rimaneva sempre la stessa, nel 2006 tolsero la maggioranza al centrodestra, e nel 2008 al centrosinistra».

Cosa farà la Lux?

«Cartoni animati per i bambini costretti a guardare i prodotti giapponesi: porteremo in tv i viaggi di Giulio Verne. E sceneggiati di qualità. Ambienteremo la favola di Cenerentola nell’Italia della trattativa tra Fiat e Opel. Il principe azzurro sarà il figlio di un manager tedesco».

Qual è stata la fiction papale più difficile?
«Quella su Paolo VI. Un grande che aveva fatto le sue cose più importanti prima di diventare Papa».

Ad esempio?
«Preparare la nascita della Dc. Formare i laici che l’avrebbero guidata: Moro, Fanfani, Andreotti. Portare a Roma la cultura cattolica francese di Maritain e Mounier. Da Papa invece fu costretto a fare il contrario: frenare. In particolare gli sbandamenti avvenuti quando il ’68 entrò nella Chiesa».

Che cos’è l’Opus Dei?
«Una cosa del tutto diversa da quel che si dice in giro. È come una diocesi universale che ha per fine la santificazione della vita quotidiana di sacerdoti e laici, uomini e donne. Conta per la formazione spirituale e professionale dei suoi aderenti».

 

Lei quando vi entrò?
«Alla fine degli Anni 70. Da tempo me lo chiedevano, ma io rispondevo: “Cosa fate? Messe, preghiere, meditazioni quotidiane? Ma io queste cose le faccio già”. Poi ho capito che occorreva un argine contro gli sbandamenti di cui parlavo».

C’è spazio in Italia per un partito cattolico centrista?
«Oggi non è possibile ricostruire la Dc. È possibile e anzi doveroso che i cattolici si sveglino da questi vent’anni di letargo, e si dedichino alla formazione di giovani politici, comunicatori, manager».

Cosa ricorda di Wojtyla?
«Il coraggio con cui mostrò la decadenza del suo corpo, per farci capire il mistero del dolore. E la profezia che consegnò a due miei amici che erano a colazione con lui, Gianni Pasquarelli e Gianpaolo Cresci: “Io ho visto la fine del comunismo. Voi vedrete la fine del capitalismo di speculazione finanziaria”. Direi che ci siamo».

Come si esce dalla crisi?
«Gli italiani devono tornare a fare figli. A sposarsi entro i 25 anni, se non vogliono rassegnarsi a un’Europa popolata in prevalenza da africani e asiatici di cultura musulmana, confuciana o induista. Si deve tornare a una vita semplice e di lavoro duro. Lo sa che ogni giorno buttiamo nella spazzatura 4 mila tonnellate di cio buono?».

Lei a che età si è sposato?
«Non ne avevo ancora compiuti 25, ero giornalista praticante e guadagnavo 7 mila lire al mese. Però bisogna buttarsi. Anche i precari dovrebbero avere il coraggio di fare figli. Io prego ogni giorno per i miei, e prego la mia figliola Paola che se n’è andata per la leucemia, dopo 22 anni di olocausto personale».

È vero che prega anche per Berlusconi?
«Sì. Tutti i giorni. I governanti ne hanno molto bisogno». (a.cazzullo corriere.it)

De Benedetti entra in politica (by Pansa)

Giovedì, 20 Maggio 2010

«Carlo De Benedetti è sceso in campo. Si prepara a fare politica in prima persona, come fece nel ’94 il suo avversario storico, Silvio Berlusconi. Oggi come allora, l’Italia è nel caos, la tempesta giudiziaria infuria, i partiti si stanno frantumando. De Benedetti vede il vuoto ed è tentato dal riempirlo. Con l’intervista a Paolo Guzzanti è uscito dalla politica invisibile ed è entrato nella politica dichiarata, esternata, quasi gridata».

Giampaolo Pansa, ma che dice? Nella stessa intervista, De Benedetti ha chiarito che non farà mai politica in prima persona: «Un imprenditore non può, in quanto tende a diventare dittatore».
«E lei ci crede? Perché allora ne avrebbe parlato, se non l’avesse avuto in testa? Io ho una regola professionale: i grandi uomini d’affari non dicono mai la verità sino in fondo. Fu lo stesso De Benedetti a spiegarmelo, quando nell’89 gli proposi io un libro-intervista». Lei? «Me lo commissionò Leonardo Mondadori. Ma lui rispose che un finanziere non può fare un libro-intervista, perché sarebbe costretto a dire troppe bugie. Allora lo scrissi con Cesare Romiti: Questi anni alla Fiat ».

E De Benedetti lo fece dieci anni dopo, con Federico Rampini, precisando che dire quel che pensava è stato il vero lusso della sua vita.
«Be’, con D’Alema è andato oltre. Non si era mai sentito un potente parlare in quei termini di un politico. Agnelli non ci provò mai. I suoi giudizi privati erano sferzanti, ma in pubblico si fermava all’ironia, come quando definì De Mita un intellettuale della Magna Grecia. De Benedetti va molto oltre, usa il linguaggio brusco che nel Bestiario uso io, che però non sono mica un uomo di potere. Dice che D’Alema non ha combinato nulla nella vita, che è un caso umano. E sa perché?».

Perché, secondo lei?
«Perché D’Alema è l’unico leader che a sinistra non riconosce il primato di Repubblica. Infatti ha risposto con durezza, a differenza di Bersani. D’Alema è un tipo coriaceo, che difende con orgoglio se stesso e l’autonomia della politica. Perché Repubblica è un partito: presidente De Benedetti, segretario Mauro, Scalfari proboviro un po’ saccente. Una fazione che aizza pure gli altri giornali e li fanatizza, o per imitazione o per contrasto. Quando arrivai io, nel ’77, non era così».

Quando avvenne la mutazione, dal suo punto di vista?
«Negli Anni 80. Prima era un giornale liberal. Tra gli editorialisti di punta c’era Gianni Baget-Bozzo: quando arrivava in redazione, con la sua veste talare lunga fino ai piedi e piena di frittelle, lo sguardo un po’ timido un po’ furbo, veniva accolto con tutti gli onori. Io, che ero uno dei due vicedirettori, chinavo il capo e gli dicevo: “Don Gianni, ci benedica tutti!”. E lui: “Mai, siete un branco di senzadio!”».

Poi cosa accadde?
«Scalfari impose la sua rivoluzione copernicana. Fu il primo direttore a dire esplicitamente quel che gli altri si limitavano a pensare: io conto più dei segretari di partito; io sono il Sole, e voi i pianeti. Come il marchese del Grillo: ” Io so’ io, e voi nun siete un… ».

Un grande Alberto Sordi. Poi venne la guerra di Segrate.
«Berlusconi ci aveva comprato, e diventò il nemico da abbattere. Venne la spartizione, decisa da Andreotti e fatta da Ciarrapico; ma la battaglia continuò».

Neppure D’Alema fu mai amato. «Il pugno del partito» fu il titolo quando batté Veltroni nella corsa alla segreteria.
«Estate ’94. Il titolo lo fece Gianni Rocca. Io ero già all’Espresso con Claudio Rinaldi, che con D’Alema aveva un rapporto altalenante. Io lo chiamavo Dalemoni, perché criticava i giornali con le stesse parole del Cavaliere. Poi però lui venne da noi per un forum. Fu allora che disse: “Pansa si fa sempre leggere ma non capisce nulla di politica. C’è un solo italiano che ne capisce ancora meno: Romano Prodi”».

E oggi?
«Se fossi in Mauro sarei preoccupato. Penserei come minimo che il mio editore mi voglia rubare il mestiere».

Dice così perché vi siete lasciati male.
«Non è vero. Quando, dopo 31 anni, mi dimisi dal gruppo Espresso, Ezio mi chiamò. Fu una telefonata di simpatia, per non dire di amicizia, tra due piemontesi di provincia, asciutti, un po’ ruvidi. La direttrice dell’Espresso si mise a strillare: “Perché te ne vai?”. De Benedetti fu il solo a invitarmi da lui. Ho sempre avuto molta stima dell’Ingegnere; non dimentico che, quando lo intervistai per l’Espresso dopo i suoi problemi con Tangentopoli, rispose a ogni domanda e non corresse una virgola. Dopo il mio addio, parlammo a lungo».

Che cosa le disse?
«Non posso riferire un colloquio privato. Però posso dirle l’impressione che ne trassi. De Benedetti è un po’ annoiato da Repubblica. Quando la apre al mattino non la trova più sorprendente come un tempo, tesa com’è nella caccia a Berlusconi. Così ha voluto prendere la parola di persona. Non le dice nulla che abbia dato l’intervista a un giornalista da tempo fuori dal gruppo, a un irregolare come Paolo Guzzanti?».

Guzzanti spiega di averlo tormentato con un centinaio di mail.
«Può essere che l’Ingegnere abbia accettato anche per evitare di leggersi un libro tutto contro di lui. Ma di sicuro aveva cose da dire. Certo De Benedetti vuol vedere Berlusconi fuori dal governo e se possibile dalla politica, in esilio su un’isola caraibica con una velina che gli renda più allegra la vecchiaia. Ma il suo vero bersaglio è il Pd. Lo considera morto, e si prepara a prenderne il posto».

In quali forme? Mica penserà che voglia fondare un partito suo?
«Certo non si inoltrerà nei ruderi dei partiti esistenti. La politica può avere diverse forme: un partito, un’associazione, un gruppo di pressione. De Benedetti invidia il percorso di Berlusconi. Ha denaro, una rete di rapporti costruiti in mezzo secolo, e una ventina di giornali; perché non c’è solo Repubblica ma anche le testate locali, tra l’altro fatte bene, e tutte schierate. Se uno così si impegna in prima persona, ha molti modi di lasciare il segno».

a. cazzullo corriere

Amato dice addio alla politica: “su Craxi ho fatto bene!”

Lunedì, 2 Giugno 2008

Presidente Amato, lei ha compiuto settant’anni e si è ritirato dalla vita politica, rinunciando a ricandidarsi. Perché?
«Sono in politica da cinquant’anni; non ricordo se mi iscrissi al Psi nel ’57 o nel ’58. In tutti questi anni non ho mai avuto divisioni al mio seguito. Non sono mai esistiti gli amatiani. Ho acquisito posizioni di preminenza offrendo idee ed esperienze. Posso continuare a farlo, finché il cervello funziona, senza bisogno di un posto al governo o in Parlamento. In Italia abbiamo leader cinquantenni che sono considerati giovani ed è quindi utile che quelli come me facciano spazio a chi è nato non dirò ieri, ma almeno l’altro ieri».

Chi sono gli uomini nuovi su cui puntare? Enrico Letta?
«Enrico ha l’età in cui negli altri Paesi si diventa primi ministri. Nomi non ne faccio, ma dobbiamo puntare anche sui trentenni. Nunzia Penelope ha scritto che "i giovani non esistono". C’è del vero. È giusto dare ai giovani la possibilità di dimostrare che, avendo scelta, la loro vita può essere altro da una sequenza infinita di notti in Campo de’ Fiori, con una bottiglia di birra in mano».

(continua…)

Storace scatenato: “Berlusconi? consuma scatole di Viagra” “Veltroni? più falso di moneta 110 euro”

Domenica, 6 Aprile 2008

Campagna all`antica, Latina ovviamente ribattezzata Littoria nel comizio, i manifesti nel baule, i militanti stipati nell`auto del capo che li incita: «Camerati, facciamo fare un bel pezzo di colore al giornalista antifascista, cantiamo: "Duce Duce, chi non saprà morir"». Niente colore. Perché la nostalgia di Francesco Storace non è per il fascismo ma per il Msi: «Noi per Almirante eravamo pronti a morire!» grida ai duemila militanti nel teatro. Perché il risultato della Destra è determinante nell`unica partita davvero aperta di queste elezioni, il premio di maggioranza nel Lazio e nelle regioni del Sud, e quindi la fiducia a Berlusconi al Senato.

E perché la campagna di Storace è un grumo di sentimenti, di dolori talora rancorosi, di amori traditi. «Fini non ha tradito me, ma suo padre. E non in senso metaforico. Il padre di Fini è stato un combattente della Repubblica sociale, uno degli eroi scesi nella battaglia sapendo di perderla, e suo figlio l`ha calpestato. Ora Fini ha detto a Berlusconi che mi vuole morto. Ma il morto è lui. Finita An, lui è uno dei tanti funzionari del Pdl. Anche la sua immagine si è appannata: io sono l`unico leader del centrodestra regolarmente sposato, ma rispetto il dolore di una separazione; Fini però l`ha fatto senza stile, e per mettersi con l`ex donna di Gaucci…».

Storace, con Fini eravate amici fraterni. «E’ vero. Fino a quando io non vinsi nel Lazio, nel 2000. Lui, contro Rutelli aveva perso. Non mi perdonò di voler fare il presidente della Regione a modo mio, senza favori di sottogoverno, senza obbedire. Me la ricordo, Daniela Fini, quando insisteva per quel laboratorio di analisi al Tuscolano… Solo dopo ho scoperto che era suo, della moglie, e anche del fratello, della cognata, del portaborse. Ora Fini fa il pulitino, dice che non sapeva nulla… non scherziamo. E poi si è messo al fianco quell`Andrea Ronchi, che ha sparso zizzania tra lui e me, e anche con gli altri dirigenti…».

Ovunque, a Formia, a Ceprano, a Ferentino («un comizio alle 11 di sera? Ma non ci saranno solo le nigeriane?»), Storace trova piazze piene. E la destra profonda, che non sempre ha accettato la fusione tra An e Berlusconi. «Eppure dicevano che mi pagava lui, il Cavaliere. Una persona poco seria. E simpatico, consuma scatole di Viagra, è amato, ma è un uomo senza valori. Lo ricordo, quando mi disse: «Questi di Rifondazione sono matti, capaci di far cadere il governo per i loro principi». Gli risposi: embé? Ma lui è così, non concepisce che si possa essere mossi da altro che dal tornaconto personale. Se saremo al Senato, non gli voteremo la fiducia. E Silvio non ha umiliato solo noi; ha tradito prima Mastella, che gli aveva portato la testa di Prodi, e poi Casini, che gli aveva dato quella di Marini. Il primo governo Berlusconi della legislatura cadrà presto, per il referendum elettorale e per i ricatti interni. Noi sosterremo il secondo governo Berlusconi, quello del centrodestra riunito e del Fini definitivamente neutralizzato».

A Latina, al comizio tonitruante che comincia con «Buona destra» e finisce con «se son fiamme bruceranno», ci sono in prima fila parecchi transfughi di An e Ajmone Finestra, ex sindaco visto anche accanto a Ciarrapico. «Al Ciarra – racconta Storace – ho detto che non l`hanno trattato molto bene: è in lista dietro a persone che lo odiano, rischia di non essere eletto, di risultare patetico. Mi sa che alla fine non resiste e vota Fiamma pure lui. Di sicuro ci vota donna Assunta. Non lo dice, ma mi sta mandando una marea di gente». La Mussolini? «Mi chiese un incontro. La feci venire nel mio ufficio di senatore. Mi propose di scordare il passato e di allearci. Presi tempo. Pochi giorni dopo era al corteo di An, a vomitare contro di me».

La nuova Madonna nera è la Santanché. «Candidarla premier è stato un colpo di genio. Lo schema è lo stesso di Pannella con la Bonino: in vetrina la donna, e Daniela è la numero uno d`Italia; dietro le quinte il capo politico, che non ha bisogno dei gradi per comandare. Non vorrei un ministero. Piuttosto, l`Antimafia. O, meglio, tornare alla Vigilanza Rai».

Alemanno, suo ex compagno di corrente, ora come lei candidato a sindaco di Roma? «Che delusione. Io non avrei mai fatto il killer per conto terzi contro Alemanno. Avrei capito Gasparri, non lui. La città è piena dei suoi manifesti. All`evidenza, dopo che l`opposizione ha lasciato approvare in due giorni il piano regolatore, i soldi da qualche parte sono arrivati». E gli avversari di sinistra? «D`Alema è come appare. Veltroni invece è più falso di una banconota da 110 euro. Peggio di Fini, che è inoffensivo; Veltroni è spietato. Gli preferisco Rutelli, che a Roma è una minestra riscaldata ma se si fosse candidato a Palazzo Chigi avrebbe vinto».

L`orgia di asce bipenni e motti fascisti di Casa Pound, occupata dai ragazzi di destra che ospitano in cortile le ambulanze della Protezione Civile, lo lascia indifferente. Non la sezione di Gaeta, dove lo attendono il ritratto e le quattro figlie di Nino Gelso, «il nostro grande camerata imbarcato sulla X Mas!», come lo ricorda la leader locale. Storace si commuove. «Camerata lo diciamo solo dei caduti. L`unico busto del Duce che ho mai tenuto in casa me lo regalò uno dei nostri vecchi, dopo Fiuggi. Quella svolta l`avevano accettata: basta che ci rispettiate, dicevano. Questa, no. Ho capito che me ne sarei dovuto andare dopo il viaggio di Fini a Gerusalemme. Io sono stato al museo dell`Olocausto prima di lui, ma senza telecamere e senza offendere la storia. Io so che non la pensa così: in pubblico siamo sempre stati attentissimi a non far trasparire nulla, ma in privato era diverso.

Quando Le Pen andò al ballottaggio, Fini era ringalluzzito: «France`, hai visto? Gajardo!». Ricordo un comizio ad Alcamo. Il presidente del circolo di An, ex segretario del Msi, ex gerarca, lo fa salire sul balcone. Fini era imbarazzatissimo, e quello attacca: «Da questo balcone, tanto tempo fa parlò un altro grande, l`Uomo che fece l`Italia…», lui sempre più pallido, ma il gerarca a sorpresa fa: «Sto parlando del nostro eroe, di Giuseppe Garibaldi!». Per il sollievo, a Fini scappò un «minchia» che fece ridere tutta la piazza. Ma questa gliela racconterebbe meglio Gianfranco…». E dagli occhi di nuovo lucidi si intuisce qual è la vera nostalgia di Storace.

(continua…)

Moro: i Comunisti sapevano dove era la prigione – chi ha parlato è stato ucciso

Mercoledì, 14 Novembre 2007

Presidente Cossiga, lei ha vissuto e raccontato molta parte della vita pubblica italiana, ma sul caso Moro le si rimprovera una certa reticenza.
«Sul caso Moro sono state scritte sciocchezze che è tempo di smentire. Le dirò tutto quello che so, e tutte le idee che mi sono fatto. Moro non fu perduto dagli americani, né dalla P2. Semmai, dai comunisti. Prospero Gallinari mi disse, e io gli credo, che i dirigenti dei sindacati delle fabbriche sapevano dove stavano i brigatisti. Nessuno di loro ha parlato, tranne uno, Guido Rossa; e l’hanno ammazzato. Secondo Gallinari, erano mille i militanti di sinistra a conoscere la prigione di Moro.

Nessuno ha parlato, tranne uno, lo studente dell’autonomia bolognese che attraverso Clò e Prodi ci indicò il covo di Moretti. I comunisti, e più ancora il Kgb, hanno alimentato la leggenda nera della P2; ma i piduisti che facevano parte del comitato di crisi al Viminale erano tutti protetti di Moro. E filoamericani. Del resto, l’unico suggerimento che mi venne dagli americani fu di aprire la trattativa con le Br. Per farle venire allo scoperto».

Mille? Crede anche a questo?
«Sì. Certo non Berlinguer e Pecchioli, non i vertici del partito. Gallinari mi disse che avevamo sbagliato tutto, che non avevamo idea di quanti fossero i protettori dei brigatisti. Ricordo le sue parole: "Se facessi un nome in particolare, lei presidente cadrebbe svenuto. Voi cercavate Moro in una casa isolata, ordinavate perquisizioni ai corpi speciali, ma avreste dovuto affidarvi ai vigili urbani. Noi tenevamo Moro in un condominio, uscivamo a fare la spesa". È così».

Come entrano in scena gli americani?
«Fui io a chiedere il loro aiuto. Contattai personalmente la Cia e indirettamente l’Fbi. Ma non ottenni nulla: l’amministrazione Carter aveva vietato alla Cia di collaborare con servizi stranieri su fatti di terrorismo, a meno che non fosse in gioco la sicurezza nazionale. E la valutazione fu che il caso Moro non fosse tra questi. Mi rivolsi anche all’ufficio sicurezza della Nato, per sapere se il Patto atlantico corresse pericoli per i segreti che Moro poteva rivelare».

Gladio?
«Certo. Moro era stato il fondatore di Gladio, insieme con Mattei e Taviani, e aveva voluto che ne fossi responsabile io, come sottosegretario alla Difesa. Ma di Gladio sapevano tutto sia il Kgb sia la Stasi, come ha riconosciuto il suo leggendario capo Wolf. Taviani ne aveva informato anche Longo. Quando sfiorai l’argomento con Pecchioli, lui mostrò di non sapere nulla; e ancora non mi è chiaro se fosse sincero, o se Longo – militare di formazione sovietica, generale dell’Armata Rossa, comandante in Spagna e nella Resistenza – non avesse mai avvertito i compagni. Fatto sta che la Nato rispose no: Moro non era depositario di alcun segreto pericoloso. Tornai alla carica con il dipartimento di Stato, dove esisteva un’unità antiterrorismo. Mi mandarono il numero 2, Steve Pieczenick: professore di scienza dei conflitti, grande psichiatra. Ora scrive romanzi».

Come si mosse Pieczenick?
«Arrivò in incognito, via Parigi, né noi demmo la notizia. Fu preso in carico dai servizi, che lo alloggiarono in una casa sicura; ma lui si scocciò subito, e dovemmo ospitarlo in un magnifico albergo, opportunamente vigilato. Pieczenick parlava solo con me. E subito mi disse che avevamo commesso un grave errore a escludere la trattativa. Anzi, sarebbe stato bene annunciare il contrario, e cominciare sul serio a trattare, per stanare i brigatisti. Gli risposi che, se l’avessimo fatto, l’Italia intera ci avrebbe creduti pronti a cedere. Ed è vero quanto racconta Andreotti, che una vedova di via Fani minacciò di darsi fuoco se avessimo trattato con le Br».

Giovanni Moro sostiene che sua madre telefonò alla moglie del caposcorta, il maresciallo Leonardi, e lei assicurò che nessuna vedova di via Fani aveva minacciato di darsi fuoco.
«Andreotti non dice bugie. I rapporti con la famiglia Moro furono tesi fin dall’inizio. Per riguardo alla famiglia, mentii sul cerotto che Moro aveva sulla testa nella prima fotografia da prigioniero, e dissi che l’avevano ferito i terroristi. Ma il medico mi aveva spiegato che aveva preso un colpo la sera prima, frapponendosi in un litigio tra la moglie e la figlia».

È vero che era stato Moro a volerla al Viminale?
«Ero stato il suo ministro dell’Interno. Dopo le elezioni del ’76, "quelli là", come Moro chiamava Zaccagnini e la banda dei quattro capitanata da Pisanu e Bodrato, lo estromisero da Palazzo Chigi. Allora Moro chiese la presidenza della Camera, ma "quelli là" gli dissero che a Montecitorio sarebbe andato un comunista».

Moro e Zaccagnini non avevano buoni rapporti?
«Per nulla. Ma peggiore era il rapporto con Andreotti, che Moro disprezzava. Quando Giulio ebbe l’incarico, Moro mi vide a Palazzo Chigi e sussurrò, per non farsi sentire: "Che non ti salti in mente di rinunciare agli Interni. È la garanzia della tua sicurezza, e anche della mia"».

Moro temeva per la sua vita?
«No. Io andavo da lui una volta la settimana. Andai nell’ufficio di via Savoia anche la sera prima che lo rapissero. Moro non aveva alcuna paura, al punto che disse a me: "Francesco, stai attento. Fai un lavoro pericoloso. E hai moglie e figli. Sei ben protetto?". Quando scesi in strada, vidi i suoi agenti di scorta che prendevano in giro i miei, battendo sulla lamiera dell’auto blindata: "Ma come ve ne andate in giro?". Può immaginare come mi sentii il giorno dopo».

Al Viminale si riuniva un comitato di crisi pieno di piduisti.
«Chi può pensare che il direttore del Sismi Santovito, il direttore del Sisde Grassini, raccomandato e grande amico di Tina Anselmi, il prefetto Pelosi, il segretario generale della Farnesina Malfatti, imposto personalmente da Moro, il direttore generale della Bnl Ferrari, tutti uomini di sua assoluta fiducia, oltre che filoamericani, potessero volere Moro morto? La P2 è una cosa seria, una loggia massonica che risale all’unità d’Italia, ricostruita dagli americani in funzione anticomunista. Ma il mito oscuro della P2 fu creato dal Kgb. Che così distrusse ancora una volta i nostri servizi, dopo la fuga di notizie sul piano Solo».

Durante i 55 giorni, la mafia fu coinvolta? Perché Buscetta ebbe l’impressione che non si volesse salvare Moro?
«Buscetta si stupì che la Dc, data la sua nota vicinanza alla mafia, non se ne sia servita. Un deputato calabrese, di cui davvero non ricordo il nome, mi mandò un emissario per propormi di contattarla. La stessa offerta mi fu avanzata da un cardinale. Opposi un netto rifiuto. Ma non escludo che altri possano aver tentato quella strada».

E la banda della Magliana?
«Quando arrivò il comunicato secondo cui il cadavere di Moro giaceva nel lago della Duchessa, lo feci esaminare dai periti dei carabinieri, della polizia e della procura. Tutti dissero che era autentico. In seguito fu attribuito a Chichiarelli, falsario legato alla banda della Magliana. In ogni caso, del comunicato viene data una lettura capovolta».

Non servì a preparare il terreno all’assassinio?
«No. Era una mossa per salvarlo. Infatti da quel momento crebbero la commozione e la paura per la sua sorte. Le Br lo uccisero senza accorgersi che avevano vinto. Alla direzione in cui Fanfani avrebbe chiesto di riunire il consiglio nazionale per aprire la trattativa, io andai con la lettera di dimissioni: il ministro dell’intransigenza non poteva essere il ministro della trattativa. Già da giorni la Dc aveva cominciato a cedere».

«Liberate Moro senza condizioni»: fu Andreotti a suggerire al Papa quella formula?
«Ma quando mai. Ad Andreotti non sarebbe mai passato per la testa di dire a Montini quel che doveva fare. Era Montini a guidare Andreotti, fin da quando nel ’48 indicò lui – e non Moro – a De Gasperi come braccio destro».

Possibile che dai servizi non venisse nulla di utile?
«Avevamo da poco adottato la riforma dei servizi, da sempre impostati sullo spionaggio in funzione anticomunista, e non sull’antiterrorismo. Taviani aveva sciolto il piccolo ma efficiente servizio interno al Viminale, guidato da Federico Umberto D’Amato. I militari poco ne capivano, e non collaboravano».

Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione stragi, è convinto che voi aveste trovato la prigione di Moro. La dietrologia corrente parla di brigatisti che si liberano dell’ostaggio, cedendolo a servizi stranieri.
«Nulla di vero. Raccolsi moltissime informazioni, anche le più cervellotiche: tutte false. Un aereo dell’Eni ci portò un veggente di Amsterdam, che parlò di una casa dai mattoni rossi con due leoni di marmo, dalle parti di Santa Maria Maggiore. Tonino Tatò, il capufficio stampa di Berlinguer, mi mandò la cassetta con le indicazioni di un’altra veggente. Altre balle. Igor Markevic, il musicista, ospitò probabilmente nella sua casa di Firenze la riunione in cui fu decisa la morte di Moro. La casa di sua moglie in via Caetani rappresentò per i brigatisti solo un punto di riferimento, un luogo conosciuto dove lasciare la Renault rossa, tra Botteghe Oscure e piazza del Gesù».

Chi fu a sparare a Moro?
«Certo non Gallinari, che pure si autoaccusò. Toccava a lui, ma si mise a piangere».

Anche Moretti si autoaccusò.
«Era, è la loro strategia: addossarsi le responsabilità per sottrarle al compagno. Credo che a sparare sia stato l’ingegner Altobelli. Cioè Maccari, il carceriere spuntato per ultimo. Mancano ancora i due motociclisti di via Fani. Ma sono brigatisti, non killer stranieri».

Ha mai tentato di riconciliarsi con la vedova di Moro?
«No. Però la famiglia ce l’ha a morte soprattutto con Andreotti. Me, mi considera un poveretto. Anche se ero l’uomo di cui Moro si fidava di più. Quando il giudice Tamburrino arrestò Miceli per la Rosa dei Venti, e Moro sentì che era vicino a scoprire Gladio, mi mandò a una riunione notturna con i familiari e l’avvocato di Miceli, Franco Coppi, con un messaggio: "Dite al generale che opponga il segreto di Stato, e Moro lo confermerà". Così fu. Nelle sue lettere, Moro è durissimo con i comunisti. Di me scrive che ero plagiato da Berlinguer, per questione di sardità, di cuginanza, e perché al compromesso storico credevo davvero. L’ultimo giudizio di Moro su di me è contenuto nelle carte trovate in via Montenevoso ».

Un’altra storia ancora da chiarire.
«Il generale Dalla Chiesa le mostrò ad Andreotti e a Craxi, non a me. Poi le rimise al loro posto. Craxi era il suo vero referente, e sono certo che, se fosse sopravvissuto, Dalla Chiesa sarebbe diventato senatore socialista e ministro dell’Interno. In quelle carte c’era l’interrogatorio di Moro su Cossiga. Le sue risposte mi apparvero lusinghiere. Ma il giudice Ionta, salito al Quirinale per farmi informalmente qualche domanda, mi fece notare: "Non vedo proprio di cosa lei debba essere grato a Moro, visto che la addita alle Br come capo dell’antiterrorismo europeo". In effetti nelle carte di via Montenevoso c’erano cose che sapevamo solo io e lui; come la mia visita in Irlanda, nei villaggi finti costruiti dai britannici per addestrare le truppe alla guerriglia. Ma non gliene ho mai voluto per questo».

(continua…)