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Tutto è shop o slow: fermiano l’inglese! (by Ceronetti)

Lunedì, 31 Ottobre 2011

Un estremo d’ intransigenza dovrebbe essere applicato alla lingua, da noi che parliamo grandi lingue europee (greco, castigliano, francese, italiano, tedesco) perché ogni loro perdita, regressione, sconfitta, resa, per il nostro sforzo di essere è campana a morto. Noi viviamo della lingua che parliamo. Se grazie alla parola siamo esseri razionali, è per dono di lingua che siamo anche civili e cittadini. Tra declino linguistico e degenerazione politica e civile il legame è strettissimo. Volendo rifletterci, c’ è materia. L’ italiano sta rinunciando ad esserci . Nella Tentazione di esistere , che Gallimard pubblicò nel 1956, già Emil Cioran ribolliva di lutto per il francese da lui adottato, ne analizzava crudelmente il declino. E citava il suo autore amato, Joseph de Maistre: «Ogni degradarsi individuale o nazionale è prontamente annunciato dal degradarsi proporzionale del linguaggio». La liberazione della Francia nel 1944 spinse nell’ uso, sùbito la sigla O.K. (O-Kai, che in francese suona sgradevolmente Oké ) e dei primi americanismi-anglismi da occupazione linguistica: e oggi di O.K. l’ italiano, dove è entrato nel 1945, fa un uso, giovanile in specie, addirittura parossistico. Quella fessurina nel nostro paesaggio sonoro si è aperta una via trionfale, e oggi l’ italiano è lingua ipnotizzata e ancillare dell’ inglese. I giovani che non lo imparano sono tagliati fuori dalla vita relazionale, dal lavoro, dai viaggi. Tagliati fuori anche dalla comprensione dei linguaggi mediatici (più li penetri, più perdi intelligibilità del mondo), tecnici, giornalistici. Ma il bilinguismo strisciante non arricchisce per questo il loro vocabolario, essendo per lo più un bilinguismo degli stracci, e per ogni termine anglico maldigerito un buon pezzo di italofonia diventa deserto. Nessuno può dire quante belle e robuste locuzioni italiane vadano perse in un giorno. Cioran scriveva, di sua reinvenzione, in un impeccabile francese moralistico da XVII-XVIII secolo, eppure non è fuori moda. Né, in casa sua, gli ho mai sentito dire un oké! Così Joseph Conrad, adottando l’ inglese vittoriano, ne fece un modello di perfezione linguistica (benemerite le sue versioni col testo a fronte, da Mursia). Exegi monumentum , possono entrambi dire. L’ egemonia dell’ inglese, nei Paesi delle lingue romanze, produce pessimo inglese e abbondanza di mostri. L’ economia, smisurata piovra, introduce incessantemente tanta anglofonia bastarda da rendere anglofobi smaniosi d’ indipendenza. Naturalmente il rigetto è elitario perché gli scandalizzabili sono pochi e il patriottismo linguistico è una zattera della Medusa, ma se ci unissimo, noi parlanti di lingue in estinzione, se coi nostri «drappi rotti» opponessimo all’ inglese linguaggi in lingua il più possibile pura? Quindici puristi tra quanti scrivono di economia, argomento la cui prevalenza tematica è di per sé un segno di degradazione del pensiero, penetrata fino a monopolizzare i modi di espressione e a spegnerne l’ essenza tragica, il bisogno di volare al di sopra di un divenire attuale di abbassamento – quindici, dico, sarebbero già una scuola e una bandiera di ribellione. Per quanto riguarda il gergo della Tecnica non c’ è la minima speranza di emendarla: si può soltanto fuggirlo, turarsi il naso, salvarsene; è lingua di morti per morti. Chi ne assimila in gran numero acronimi e abbreviature, singhiozzi e rutti, è spiritualmente morto. Una fortuna, per il francese, è stata il mantenimento del primo fonema per computer , che da noi si diceva correttamente calcolatore in tutte le sue incarnazioni si usa ordonnateur . Io, invecchiato uomo delle parole, sono preda di un invincibile imbarazzo per l’ ortografia di computer in italiano: con la i al centro? In corsivo o in tondo? Ormai il tondo è d’ obbligo, in ogni modo dovrò esprimermi in bruttura. Sono fino ad ora riuscito a torcere il collo a impatto e al suo verbaccio impattare , ma non è facile sottrarsi a espressioni coagulate come impatto ambientale . La lingua amata vorrebbe «urto ambientale»: il rischio però è non essere capiti. Perché devo sentir dire: il mio business (parola dalla dolcezza di martello pneumatico) invece di «i miei affari»? A Milano, Piazza Affari diventerà Business Square ? Perché, al posto di «a basso costo» devo parlare di low cost , e di last minute invece di ultimo minuto? E spread , subprime , quale eco hanno nel logos italiano? Stanno vergognosamente, colpevolmente sparendo dalle vie commerciali come dalle periferiche le insegne italiane, le indicazioni di sede e servizi italiani, le referenze di ciò che trovi o cerchi italiane, tutta la più umile e indispensabile connotazione dell’ arredo urbano nella lingua di chi viene, di chi passa di là. Tutto è shop , chi viene predestinato, non a fare acquisti, ma shopping , possibilmente non in rush hour . Cittadino italiano passivo, cieco, incapace di reagire, teleguidato, non credere stupidamente che la questione della lingua non ti riguardi. g.ceronetti corriere.it

La flotta islamica che sbarca. Un cavallo di Troia?

Mercoledì, 6 Aprile 2011

itstud13Sulla Stampa di ieri uno scrittore, poeta e pensatore dalle forti venature pessimistiche, una delle figure più riverite nel panorama culturale italiano come Guido Ceronetti ha squarciato con un colpo di sciabola, con “un’opinione-pirata”, il velo dell’ipocrisia umanitarista, che avvolge il dibattito – se dibattito si può definire, sull’ondata di profughi e clandestini dal nord Africa che sta raggiungendo l’Italia. Gettando un allarme. Ceronetti in “Dal mare il pericolo senza nome”, scrive: “Non ho prove provabili, ma ho il senso del pericolo, in comune con tutti gli animali. Uno di questi è la talpa di un celebre racconto di Kafka. ‘Si crede di essere in casa propria, in realtà si è nella loro’. (…) Un elementare senso del pericolo (territoriale, identitario, genericamente nazionale, e in questo caso anche religioso) dovrebbe suggerire la semplice idea che, quando gli sbarchi sulle coste italiane diventano di migliaia, si pone un problema di difesa militare”. Invece, per Ceronetti è “strano”, “che si invochino aiuti e scatti di alleanze per prenderne sempre di più, per predisporre modi di accoglienza e non per stabilire e proteggere – umanamente ma fermamente – un confine militarmente invarcabile. (…) Non si danno vuoti disoccupati, né occupazioni innocenti o neutre. Gli stessi Stati Uniti temono e sempre più, inesorabilmente, temeranno, l’occupazione ispanica, che ha messo l’Arizona (immensa Lampedusa) in legittima fibrillazione”.Eppure, prosegue Ceronetti, “un senso di inconscio risveglio dell’istinto difensivo mi pare di leggerlo in questa perdurante spontanea esposizione del tricolore. C’è come un grido silenzioso dell’anima profonda. Queste bandiere non celebrano un passato, ma sono talpa che non vuole diventare casa loro e grida aiuto”. Ceronetti coltiva il sospetto che la “flotta da sbarco squisitamente islamica” che sta arrivando ondata dopo ondata, per spandersi in tutta la penisola, “sia stata pianificata, per l’occasione prevista della rivolta tunisina”. Che i sommovimenti politici e sociali che stanno squotendo il nord Africa e il medio oriente, quelli che la vulgata e l’opinione pubblica hanno prontamente etichettato come la “primavera araba”, siano qualcosa di più diverso e meno promettente. Ad esempio perché “hanno schiodato Israele dal suo ruolo fisso di centro di una ‘questione mediorientale’ stanca di essere diventata uno sgangherato luogo comune”. Un’invasione, “pianificata: non si sa da chi”, ma “il mio non è che un sospetto fondato”.Fondato su alcune evidenze, che lo scrittore non nasconde: “Il popolo che sbarca è di uomini validi, tra i diciotto e i quaranta, che pagano un esoso biglietto. (…) In qualità di profughi da guerre, lo scenario di guerra è da trovare. Le folle di veri profughi le conosciamo: prevalgono le donne e i bambini, ci sono immagini strazianti di vecchi che si trascinano… Qui l’anomalia è sbadigliante: di vecchi neanche l’ombra, e di aneliti a trovare lavoro non ce n’è spreco. Allora, c’è un plausibile scopo? Portare scompiglio politico e sociale in una Italia afflitta da sgoverno cronico? Saldarsi ad una comunità religiosa islamica preesistente già forte di voce, e da tempo? Azione in vista di un sogno, che potrebbe prendere corpo, di califfato europeo in cui l’europeo autoctono diventerebbe dhimmi (cristiano o ebreo tollerato, pagante tassa)?”.“Puoi pensarle tutte. La verità, nelle predicazioni unanimemente buoniste, è certamente impossibile trovarla”. Per nulla consolante, per lo scrittore, è “la soluzione del governo, dominato dai vantoni celoduristi della Lega, e promossa dal loro stesso ministro dell’Interno, è sconcertante: lo sparpagliamento lungo tutta la penisola della promettente piena umana in arrivo mediante una flotta di mezzi navali”. Infine chiude, da sublime Cassandra, evocando “un paragone classicissimo”: “La faccenda del cavallo di legno che sorprese l’eccessiva credulità dei poveri Troiani, che per metterselo in casa avevano addirittura squarciato le mura. Difficile, più che mai, capire; ma intelligere è essenziale. E una volta compreso prendere decisioni giuste è difficilissimo. Volerle giuste e umane, e insieme battere un nemico oscuro, un’armata disarmata, che ha per unica micidiale arma il numero, è una canzone di gesta”. ilfoglio.it

Se a scuola ci fosse l’ora pagana

Venerdì, 23 Ottobre 2009

Aleggerne sulle cronache, non pare che l’ora di islamismodepuratosia prossima sul quadrante della scuola italiana.

La lentezza dell’Italia ufficiale è Oriente, il suo tempo non conosceorario, tra la frenesia informatico- telematica s’intravvede il beduino che guarda le capre, la mula di mastro Don Gesualdo, la guerra di Troia… Basta pensare ai processi civili: passano generazioni… Però neppure l’Islam ha fretta. L’idea di convertire l’Europa cristiana in dissolvimento religioso,dopo lemuradi Vienna e le lance di Poitiers, e il lungo sonno prima di Lawrence e l’apparizione come dal nulla di Israele, èsognoislamico,certamente.

Ma forse nella diaspora delle moschee vecchie e nuove si pensa di arrivarci (Ramadan puntualmente osservato da almeno metà delle famiglie italiane oggi tiepidamente cattoliche) non prima del 2101.

Quel che sarà – sarà.

La prospettiva più vicina impone due verità: a) l’Islam non è assimilabile né modificabile. Quel che è avvenuto nel tremendo dogmatismo cristiano medievale rotto dalla Riforma e inoltre dopo tre secoli di miracolosa filologia critica biblica incessante non ha neppure sfiorato la grande Muraglia coranica, e adesso abbiamo anche il confronto radicale con una guerra santa senza frontiere. b) il moltiplicarsi delle moschee non è segno di integrazione né di estensione della libertà di coscienza (che subordina tutti i dogmi alla legge di ogni vera Repubblica) ma di occupazione, che per noi è politica e data per concessione, per loro si tratta invece di spazi e spazietti urbani assunti dalla fede coranica e sottratti legalmente, in senso religioso illimitato, alla sovranità della maggioranza non mussulmana.

Islam non è buddismo né chiesa evangelica o altro. Islam è Islam. E’ sciocchino chiedergli di essere diverso. All’Opus Dei puoi chiedergli di essere liberale? Bene.Aciascuno il suo.

L’ora scolastica cattolica brucia un tempo dello Stato uguale per tutte le religioni (che in Italia sono, grandi e piccole, circa settecento); l’ora scolastica islamica azzererebbe (o renderebbe relativa) la sovranità statale assoluta su tanti frammentini di territorio pubblico quante sono le aule destinate a ospitarla. Nell’idea coranica di comunità religiosa – se non erro -, la umma, il popolo dei credenti, come ogni asfalto o tappeto di preghiera, a maggior ragione ogni aula dove s’impartiscano a un pezzetto di umma lezioni di Libro Sacro (il Kitàb) diventerebbe dar-al-islam, Casa di Islam (tradotto solitamente terra d’Islam, ma nel fondo rimane sempre il senso primario di casa propria, porzione, porziuncola del popolo credente).

Esaminandola in base al diritto religioso islamico la faccenda potrà, credo, essere chiarita meglio, e suggerisco di consultarlo prima di compiere passi incauti per incantamento dell’inafferrabile fantasma dell’integrazione per tutti e concessa a tutti. Se l’ora fosse, utopisticamente, catto-mussulmana e addirittura maschile-femminile, la lezione di tolleranza sarebbe esemplare; ma dubito che la Chiesa e gli imam, giubilanti, la riceverebbero dal nostro Stato come una grazia.

La bio-diversità religiosa è una realtà umana come tutto ciò che è vivente, e ne va tenuto conto. L’esistenza delle balene (non esclusa Moby Dick) importa ai condominii della Bovisa o di Mirafiori, dei Parioli o di Firenze, ma per applicare alle religioni questa grande e povera verità non si può dare filosoficamente il mondo alle concezioni monoteiste: ci vuole una filosofia naturale, un pensiero dai monoteismi rigettato e perseguitato.

Un’ora scolastica e extrascolare diversa, allora? Di paganesimo puro e rigoroso? Di pitagorismo? Di stoicismo? Con letture virgiliane? Il sesto dell’Eneide come iniziazione ai regni per dove passerà Dante il cristiano? Dante frater templarius, amico di ebrei e di mussulmani, e grande condor in volo al di sopra di tutti?

Sarebbe una bella finestra, da cui potrebbero apparirci, forse, le luci remote dell’Amore infinito.
g.ceronetti lastampa.it