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Il Papa, grandezza di un Pontefice (by Magister)

Martedì, 10 Luglio 2012

Il punto critico di questo pontificato non è la contestazione, anche aspra, che lo martella ininterrottamente su vari terreni. Ma è l’avvenuta rottura di quel patto di lealtà interno alla Chiesa che si manifesta nella fuga di documenti riservati, dai suoi uffici più alti. Dalla contestazione, papa Joseph Ratzinger non si lascia intimidire. Non la subisce, anzi, sui casi cruciali la provoca, volutamente. La memorabile lezione di Ratisbona ne è stata la prima dimostrazione.Benedetto XVI mise a nudo la carica di violenza presente nell’Islam con una nettezza che stupì il mondo e scandalizzò nella Chiesa gli amanti dell’abbraccio tra le religioni. Invocò per i musulmani la rivoluzione illuminista che il cristianesimo ha già vissuto. Anni dopo, la primavera di libertà sbocciata e subito deperita nelle piazze arabe ha confermato che aveva visto giusto, che il futuro dell’Islam si gioca davvero lì.Gli abusi sessuali commessi da preti su bambini e ragazzi sono un altro terreno sul quale Benedetto XVI si è mosso controcorrente, già prima d’essere eletto papa. Ha introdotto nell’ordinamento della Chiesa procedure da stato di eccezione. Per suo volere, da una decina d’anni tre cause su quattro sono affrontate e risolte non per le vie del diritto canonico, ma per quelle più dirette del decreto extragiudiziario spiccato da un’autorità di maggior grado.Marcial Maciel, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, fu sanzionato così, quando ancora era universalmente riverito e osannato. Un’intera Chiesa nazionale, l’irlandese, è stata messa dal papa in stato di penitenza. Vari vescovi inetti sono stati destituiti. Sta di fatto che oggi al mondo non c’è alcun governo o istituzione o religione che sia più avanti della Chiesa di papa Benedetto nel contrastare questo scandalo e nel proteggere i minori dagli abusi.E’ un errore confondere la mitezza di questo papa con la sua remissività. O col suo estraniarsi dalle decisioni di governo. Anche la burrasca che sconvolge l’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, ha la sua prima origine proprio da lui, dal suo ordine di assicurare la massima trasparenza finanziaria. Non c’è governo al mondo le cui decisioni non siano discusse e contrastate, prima e dopo che siano diventate legge, in pubblico o in via riservata. Anche per la Chiesa di papa Benedetto è così. I conflitti interni documentati dalle carte fuoriuscite dal Vaticano fanno parte della fisiologia di ogni istituzione chiamata a prendere decisioni.Non il contenuto dei documenti, quindi, ma la loro fuga è la vera spina di questo pontificato. E’ tradimento di quel patto di lealtà che tiene insieme chi è parte di un’istituzione, a maggior ragione della Chiesa, dove l’inviolabilità del “foro interno” e ancor più del segreto della confessione ispira una generale riservatezza nelle procedure.Gli ammutinati sostengono, anonimi, di farlo per il bene della Chiesa stessa. E’ una giustificazione ricorrente nella storia. Dallo scandalo dicono di voler ricavare una rigenerazione del cristianesimo. Ma a tanti loro sostenitori “laici” interessa che la Chiesa collassi. Non che sia rigenerata, ma umiliata. I conflitti entro le istituzioni si governano. Ma il tradimento molto meno.Esso è il segnale, piuttosto, di un governo che non c’è, che ha lasciato crescere nella curia romana la ribellione occulta di alcuni suoi “civil servant” e non ha saputo fare nulla per neutralizzarla. La segreteria di Stato vaticana, che da Paolo VI in poi è il primo attore del governo centrale della Chiesa, è inevitabilmente anche la prima responsabile di questa deriva.Benedetto XVI ne è così consapevole che, per rimettere ordine nei Sacri Palazzi, non ha incaricato il suo primo ministro, il cardinale Tarcisio Bertone, ma ha chiamato a consulto un collegio di saggi tra i più lontani da lui: per cominciare, i cardinali Ruini, Ouellet, Tomko, Pell, Tauran. Per un cambio di governo nella curia vaticana le pratiche sono già avviate. s. magiste l’espresso

La leggenda nera dell’Opus Dei – parla Corigliano

Lunedì, 28 Aprile 2008

Dal caso Calvi al «vis-à-vis» ottenuto per Indro Montanelli con Giovanni Paolo II, dal cilicio alla conversione di Leonardo Mondadori, dall’incontro con Berlusconi e Dell’Utri alle accuse di collaborazionismo franchista. Da quarant’anni è il portavoce dell’Opus Dei, l’istituzione della Chiesa più grande e chiacchierata del mondo. Ora Giuseppe Corigliano, numerario che vive il celibato per motivi apostolici, sta scrivendo le sue memorie e anticipa in quest’intervista alla «Stampa» ricordi e retroscena di quattro decenni trascorsi a combattere le leggende nere che hanno ispirato il «Codice Da Vinci» e le voci ricorrenti sulla potenza economica e politica dell’Opera fondata da Sant’Escrivà, sui suoi metodi di reclutamento, sulla sua influenza occulta.

Ha mai usato il cilicio?
«Sì. Se i cristiani normali fossero buoni cristiani non ci sarebbe bisogno dell’Opus Dei. Il desiderio di mortificazione, inconcepibile per la mentalità mondana, è una via per amare meglio. A vent’anni a Napoli ricevetti dal direttore della residenza dell’Opera la catenella da avvolgere attorno alla gamba, mi spiegò che le punte metalliche dovevano andare verso l’interno raccomandandomi di non usarla più di due ore. Mettevo il cilicio quando studiavo ingegneria: stringeva un po’ la gamba e io l’offrivo a Dio come segno d’amore».

L’Opus Dei ha appoggiato in Spagna la dittatura di Franco?
«Franco aveva assegnato i dicasteri economici a professori universitari, alcuni dei quali erano dell’Opus Dei (López Rodó, López Bravo e Ullastres). Ciò bastò a bollare l’Opus Dei come collaborazionista del regime, mentre c’erano nell’Opera molti antifranchisti in esilio e Franco aveva fatto saltare in aria la sede del quotidiano d’opposizione "Madrid", edito e diretto da membri dell’Opus. Il cardinale Julian Herranz, allora giovane dell’Opera, fu incarcerato ai tempi di Franco e non esiste una sola dichiarazione pro-regime di Escrivá. L’Opus Dei si occupa di anime non di politica».

Com’è nato il feeling tra l’Opus Dei e il «gran laico» Montanelli?
«Nell’estate del ‘75, Indro venne nella nostra residenza universitaria a Milano ed ebbe un incontro divertentissimo con gli studenti. La conoscenza diventò amicizia durante la visita alla nostra università di Pamplona nel ‘77 e scrisse di aver capito lì "che al mondo ci si viene non per passarvi soltanto, ma per farvi qualcosa. Piccola o grande, non importa. Ma qualcosa. No, non sarà un santo, padre Escrivá, ma il miracolo l’ha fatto". Appena tornato dalla Spagna gli spararono alle gambe. Gli piacevano i racconti delle parabole evangeliche. "Ma voi siete eretici!", sbottò nell’ateneo. Secondo lui solo i protestanti potevano creare realtà professionalmente ben fatte. Tanto che scrisse al Papa una lettera postulatoria per la causa di canonizzazione di Escrivà. Promisi di portarlo da Giovanni Paolo II».

Ci riuscì?
«L’impresa si rivelò più difficile del previsto. Indro si era trovato in passato su posizioni contrarie a quelle del magistero ecclesiastico. Un certo pregiudizio nei suoi confronti c’era. Andai dal portavoce papale Navarro e gli chiesi di fare da tramite per un colloquio personale con Karol Wojtyla. Avevo raccontato a Navarro della recente scomparsa della devota mamma di Indro. Dopo cena il Papa propose a Indro di passare in cappella dove avrebbe recitato un Padre Nostro per la sua mamma. Indro, con gli occhi lucenti, partecipò a suo modo alla preghiera. La conversazione a cena era stata brillante e Montanelli la descrisse in un articolo che sottopose a Navarro per approvazione. La risposta fu che il Santo Padre autorizzava la pubblicazione ma dopo la propria morte. Indro mise l’articolo in un cassetto e disse: "Va bene, lo pubblicheremo dopo la morte del Papa". "Ma Indro tu quanto pensi di campare?" gli rispondemmo. In effetti aveva 11 anni più del Papa».

E l’incontro con Berlusconi?
«Un suo collega d’università, Bruno Padula, gli aveva fatto conoscere l’Opera e Silvio era rimasto con l’idea che il nostro era un ambiente serio. Quando si trovò nella necessità di vendere gli ultimi appartamenti di Milano 2 ci chiese di gestire la tv a circuito chiuso che aveva creato per il quartiere. L’Opus Dei non gestisce tv e non se ne fece niente, ma ebbi l’occasione di visitare Milano 2 guidato da lui. Mi resi conto della sua capacità di seguire i più piccoli particolari tecnici e di indovinare i sogni della gente. Milano 2 aveva prati per i bambini senza pericolo di macchine, che passavano in strade sotterranee, nel giardino si alzava un piccolo castelletto in legno per giocare. Nel grande centro sportivo la piscina era visibile dal bar attraverso una vetrata subacquea in stile hollywoodiano. Quel personaggio che amava gli scherzi e le battute sapeva tradurre in opere la sua fervida immaginazione».

Marcello Dell’Utri fa parte dell’Opus Dei?
«Negli anni ‘90 riallacciai con Marcello un’amicizia di antica data. Quando avevamo vent’anni ci eravamo trovati in un corso di formazione per giovani dell’Opera. Lui si era avvicinato all’Opus Dei non da molto e si impegnò poi nella creazione del gruppo sportivo del Centro Elis. Dopo alcuni mesi si allontanò dall’Opera, non so per quali motivi, ma mantenne sempre un rapporto di cordialità e stima. Ultimamente l’ho invitato a tornare al Centro Elis che lo aveva visto in pantaloncini corti. L’occasione è stata la lettura di lettere di Tomasi di Lampedusa. Marcello lesse di persona ad alta voce le lettere ai ragazzi della residenza dell’Elis con un impegno sorprendente.

Quanto ha inciso il caso Calvi?
«Dopo l’omicidio del banchiere, spuntò il nome dell’Opus Dei. Qualcuno dei loschi personaggi che circondavano Calvi negli ultimi tempi avrà millantato credito nei confronti dell’Opera. Facemmo tutte le indagini possibili e non venne fuori nessun contatto di Calvi con l’Opera, strumentalizzata per depistare e coprire i colpevoli».

Com’è nata la clamorosa conversione di Leonardo Mondadori?
«Accompagnammo insieme Cossiga a ricevere la laurea dell’università di Navarra. Poi Leonardo organizzò dei ritiri spirituali a casa sua. Il primo fu a Cortina e venne anche Navarro. Lo zelo di Leonardo per la fede scoperta mi sorprendeva in continuazione».

2 – UN INGEGNERE AL SERVIZIO DI DIO
L’ingegner Giuseppe Corigliano nasce a Napoli nel ‘42 dove si laurea in ingegneria elettrotecnica. Conosce l’Opus Dei e il suo Fondatore, San Josemaría Escrivá, e aderisce all’Opera nel ‘60. Dirige il centro dell’Opus Dei a Napoli fino al ‘70, quando si trasferisce a Milano per entrare a far parte della Commissione Regionale dell’Opus Dei in Italia, l’organo di governo delle attività dell’Opera nel nostro Paese. Nell’80 viene a Roma a dirigere il nuovo Ufficio Informazioni dell’Opus Dei e segue avvenimenti significativi dell’Istituzione, tra cui la beatificazione di Escrivà.

(continua…)