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La cultura? basta insegnarla

Venerdì, 2 Novembre 2012

Siccome è noto che noi prof abbiamo moltissimo tempo libero, leggevo ieri l’articolo di Marco Lodoli su Repubblica “Addio cultura umanista, per i ragazzi non ha più senso”. E pensavo. Pensavo, per esempio, che Lodoli e l’anonima collega di lettere che lui cita nell’articolo, affranta perché per i suoi alunni è “invisibile”, dal momento che quando spiega non se la fila nessuno, devono essere proprio sfortunati. Anzi, perseguitati entrambi da una jella nera ed atra, una sorta di maledizione atavica, un malocchio feroce appiccicatosi addosso a loro chissà per quale incantesimo. Perché ci vuole proprio sfiga (scusate il termine, parlo terra terra come i miei alunni, a volte), visto che entrambi insegnano, par di capire, in prestigiosi licei e quindi ad una platea di alunni anche parecchio selezionata all’origine, a ritrovarsi classi intere di zombi seminconscienti che non provano il benché minimo interesse per Dante e Manzoni, Catullo o Tucidide, la poesia, la storia e la letteratura. A me, per esempio, questa esperienza manca. E sì che insegno in una scuola media persa in mezzo alla campagna veneta, zeppa di ragazzini fra gli undici e i quattordici anni che la “cultura umanistica” non intuiscono nemmeno cosa sia, hanno come unico pensiero quello di giocare con la Play Station o scaricare l’ultima app del cellulare; nella stragrande maggioranza dei casi, da grande sognano al massimo di fare il meccanico per smontare motorini, e l’aula di un liceo non la vedranno mai. Eppure. Eppure loro alla letteratura ed alla poesia si appassionano. Persino alla grammatica, talvolta, che è tutto dire. E “invisibile” in classe, per loro, non sono mai stata: magari odiata, perché li massacro a forza di riassunti, temi ed esercizi di analisi logica, sì, ma indifferente no. Ci sono le classi che fanno “muro”, per carità, e anche quei singoli alunni che per quanto tu ti affatichi e ci provi a coinvolgerli, niente, non ce la fai. Ma sono le eccezioni, non la regola. Ai ragazzini, di norma, la letteratura piace, perché la letteratura è raccontare storie, e sentirsi raccontare storie è un bisogno primario per ogni essere umano. Certo, bisogna prenderli per mano. Nemmeno Dante ce l’avrebbe fatta ad attraversare Inferno e Paradiso, se Virgilio e Beatrice, generosamente, non lo avessero scortato con pazienza, spiegandogli ad ogni piè sospinto dov’era, cosa stava succedendo, chi avrebbe incontrato lì, perché era importante che ci parlasse. Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm. Che sono un buon punto di partenza per spunti sull’attualità, perché Renzo era un piccolo imprenditore tessile del Comasco, che trasferisce e delocalizza poi la sua attività a Bergamo, contando sugli aiuti di Stato della Repubblica di Venezia per le imprese del settore “lusso”, com’erano considerate le filande allora. Bisogna spiegare loro, che non lo sanno, che la cultura umanistica non è una cosa per specialisti, ma quella che un domani ti serve, se farai il pubblicitario, ad inventare per il tuo prodotto uno slogan di successo, pieno di ritmo, allitterazioni, rime e di figure retoriche adatte a fissarsi nella mente del potenziale cliente per sempre; che la grammatica e la sintassi sono fondamentali per costruire un testo comprensibile per il tuo futuro sito web. Bisogna insomma far capire, ma credendoci noi per primi, che la cultura umanistica non è solo bella, ma è utile, anzi indispensabile: perché lo spot della Telecom non lo capisci se non sai chi erano Garibaldi e Mazzini, o Marco Polo, e metà delle pubblicità di profumi, quelle le cui foto le ragazzine ritagliano e attaccano sul diario, hanno dentro tante e tali citazioni di Storia dell’Arte da far provare, a chi le sa riconoscere, le vertigini. Bisogna essere cattivi e spietati, a volte, e fargli sbattere il muso su tutte queste citazioni che loro non sanno cogliere, su questi retroscena che sono destinati a non intuire mai se non imparano qualcosa di quella benedetta cultura umanistica che credono inutile e noiosa. Ricattarli, spiegando che la cultura umanistica è qualcosa di affine ad una setta segreta, parla agli iniziati per indizi, e se li sai cogliere bene, sennò sei fuori, fai parte degli altri che sono esclusi, pussa via!. Che il potere vuol farti credere che non è necessario sapere il codice, ma ti racconta fandonie per tenerti fuori, perché da sempre il potere poi è nelle mani di chi sa usare bene i congiuntivi, sa scrivere riassunti e inventare slogan di effetto. E che anche chi apparentemente non è colto ma ha fatto i soldi, poi si circonda di chi è colto, se vuole mantenerli, perché persino Briatore, quanto deve scegliersi un aiutante da pagare con cifre a quattro zeri, prende alla fine quello che sa le lingue, ha una laurea, un master e un italiano corretto e fluente, mentre l’entusiasta ignorante con la terza media presa a stento lo lascia a casa, anche se gli era magari simpatico, eh. E’ un lavoro massacrante trovare il modo di far arrivare ai nostri alunni questo messaggio, scovare ogni giorno nuovi esempi da portare, sconfiggere punto per punto i loro pregiudizi (che poi son quelli di tutta la nostra società) dimostrando che sono falsi e stupidi. Ma è il nostro lavoro di insegnanti, e di insegnanti di materie umanistiche in specifico. Perché noi non siamo là per curarci di quell’unico illuminato e sensibile fanciullo che scrive sonetti, legge Platone e compone madrigali nel chiuso della sua stanza dopo aver frequentato con profitto alla mattina le lezioni di un raffinato liceo classico d’élite. Quello è una eccezione statistica, e ce la farebbe benissimo anche senza di noi. Il nostro obiettivo sono tutti gli altri, quelli che non odiano la cultura umanistica, ma semplicemente non la conoscono perché quello che viene presentato loro è solo un riassunto di cose astruse, di poeti morti, inutili e lontani dalla realtà, fatto da insegnanti altrettanto noiosi perché, quando viene loro chiesto di indicare un fine pratico per usare tutte le conoscenze che pretendono gli alunni acquisiscano, non lo sanno indicare. Io adorerei insegnare in un liceo classico, per fare i raffronti con i giornali alla mattina e spiegare che Tucidide faceva giornalismo d’inchiesta, usando le tecniche che oggi sono alla base dei programmi come Report, o che Erodoto è la miglior guida per indicare come vanno usate e citate le fonti; per far capire che la teoria della Relatività di Einstein può essere considerata lo sviluppo di una intuizione neoplatonica di Plotino; che si può andare a caccia di citazioni di Catullo e Properzio e Ovidio nei testi di De Andrè, ma anche di Samuele Bersani, Jovanotti, Malika Ayane; che il rap ha la stessa struttura metrica degli esametri omerici. Non lo faccio perché lavoro alle medie, ed i miei studenti sono troppo piccoli per queste disquisizioni qui. Però l’altro giorno, quando abbiamo letto in classe prima “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo e poi l’originale carme di Catullo a cui è ispirato, e, dopo averglielo fatto sentire in latino e in metrica perché me lo avevano chiesto, e averli fatti ragionare sul testo, alla fine di un piccolo serrato dibattito, in cui due partiti si son confrontati, han deciso che Catullo era meglio come poeta e lo sentivano più vicino a loro: «Perchè sa, prof, Foscolo si sente che voleva bene alla sua famiglia, ma non riesce mica ad andare avanti, è come bloccato là, Catullo si dà pace, alla fine, e poi è più asciutto.» io il mio piccolo contributo alla preservazione della cultura umanistica presso le giovani generazioni sento di averlo dato, ecco. g.vaglio espresso

Tutto il bello (e il buono) della cultura classica

Sabato, 25 Giugno 2011

tumblr_lleff2NKSo1qd33kzo1_1280Uno degli aspetti salienti nell’estetica contemporanea è la netta cesura di gran parte della produzione artistica novecentesca con la tradizione precedente occidentale, proprio come se l’artista volesse «ripartire da zero», realizzare qualcosa ex nihilo, facendo tabula rasa di tutto il passato. Si rende allora indispensabile, a questo punto del percorso, una perlustrazione della tradizione estetica occidentale. L’excursus inizierà proprio dalla culla della nostra civiltà, ovvero la Grecia classica. La filosofia e l’arte greca occupano, infatti, uno spazio di prim’ordine per lo sviluppo della cultura occidentale successiva. La nascita stessa della filosofia ha la sua genesi nel popolo greco. Alcuni dei suoi grandi pensatori (Socrate, Platone, Aristotele) vivono nei secoli (V e IV secoli a. C.) in cui Roma, invece, si sta espandendo militarmente nel territorio italico, ma dal punto di vista culturale non ha neppure una propria letteratura. Nel V secolo a.C. la cultura greca raggiunge il suo apogeo partorendo un’ideale di bellezza che diverrà, poi, emblema stesso della classicità. Ad Atene, l’età di Pericle, infatti, assisterà allo splendore del genio dello scultore Fidia, dei tragediografi Sofocle, Eschilo ed Euripide, degli storiografi Erodoto e Tucidide. Sono questi solo alcuni dei tanti esempi che si potrebbero addurre per descrivere lo splendore dell’epoca aurea greca. Ne La guerra del Peloponneso lo storico greco Tucidide (460 a.C. – 400 a.C.) ostenta la superiorità degli ateniesi sulle altre città dell’Ellade e sugli altri popoli conosciuti, superiorità che è, indubbiamente, dovuta ai «principi di vita» che hanno diretto la città a tanta potenza. Lo storiografo riconosce nell’ordine politico democratico un modello per gli altri stati. Atene ha anche creato «occasioni numerose di svago dai quotidiani sacrifici, istituendo giochi e solennità religiose, […] arredando con eleganza le abitazioni, il cui quotidiano godimento fa svanire, giorno per giorno, ogni tetro pensiero». Viene, così, introdotto il tema della bellezza, strettamente connesso alla consolazione delle sofferenze e alla quotidianità. Scrive, poi, Tucidide: «Amiamo il bello senza esagerazione e la cultura senza mollezza». La semplicità e l’equilibrio vengono riconosciuti come tratti distintivi della bellezza greca. Per i greci il «bello» non può prescindere dalla virtù pratica e concreta della «sanità mentale che si traduce nell’equilibrio pratico». La dimensione estetica concerne, così, il piano più ampio dell’educazione integrale della persona in modo che ad Atene «il singolo individuo […] può essere disponibile, e sufficiente, alle più svariate attività, con la massima versatilità e disinvoltura». Nell’eroe, modello di esemplarità umana, bello nel corpo, formato dagli esercizi e disposto a morire per la famiglia, si trova questa mescolanza di bellezza esteriore ed interiore (moralità), modello di esemplarità umana. Non scevra della dimensione etica, anzi contraddistinta proprio da essa, la bellezza ha, così, un legame profondo con la bontà. Nel dialogo Timeo Platone (427 a. C. – 347 a. C.) sintetizza l’ambizione della cultura greca a definire l’ideale di bellezza: «Tutto ciò che è buono è bello, e non senza misura è la bellezza». La fondamentale unità del bello e del bene ben si comprende nell’uomo in cui non si può «esercitare l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima» perché si avrebbe una persona squilibrata e non armonica. É un modello di educazione integrale, infatti, quello proposto da Platone. Allo stesso modo, l’armonia presuppone che si esercitino tutte le parti del corpo, perché nessuna prevalga sull’altra. Ne deriva, quindi, la proporzione di tutte le parti. L’intero corpo è, però, governato da quell’anima che si chiama «ragione» ed è necessario che «la parte destinata al governo sia bellissima ed ottima nell’esercizio di questa sua funzione governativa». Si deve, quindi, esercitare ed educare la ragione senza abbandonarsi alle passioni in maniera incontrollata. Chi dedica tempo all’anima e alle «cose immortali» giunge in un certo modo alla verità ed è più felice degli altri uomini. Connessa non solo alla bontà (piano morale), ma anche alla verità (piano ontologico), la bellezza diventa, quindi, fondamentale alla felicità umana. Platone, però, distingue la bellezza dall’arte. Quest’ultima, infatti, è per lui copia della realtà: se la realtà (il fenomeno) è, a sua volta, copia del mondo delle idee (noumeno), l’arte sarà solo un pallido riflesso della verità dell’Essere. In quanto copia della copia, essa allontana l’uomo dalla verità e non avrà, quindi, nessuna credenziale per partecipare del sistema filosofico platonico, non godendo di alcuna validità gnoseologica. Prendiamo l’esempio di un campo di fiori. Per Platone questi sono una copia dell’idea di «fiore» che esiste nel mondo delle Idee o Iperuranio. Un quadro che ritragga questi fiori ci allontanerà ulteriormente dalla «verità del fiore» perché sarà una copia dell’apparenza che vediamo. L’arte ha, però, un altro grave torto, a detta di Platone, quello di suscitare nell’uomo forti passioni che dovrebbero, invece, essere dominate e governate. É questo un ulteriore motivo di condanna nei suoi riguardi. Pochi decenni dopo Platone, Aristotele (384 a. C- 322 a. C) cercherà di valorizzare il fatto artistico. La sua Poetica (334 a. C. – 330 a. C.), primo trattato di poesia nella storia occidentale, sarà per secoli un punto di riferimento costante con cui confrontarsi. Aristotele passa in rassegna nell’opera i differenti generi letterari soffermandosi su quella che sarà la canonica classificazione della poesia in lirica, epica e drammatica. Ampia e complessa è l’analisi che Aristotele conduce.
Ci preme, qui, fare due sottolineature: una concernente l’aspetto mimetico dell’arte e l’altra la sua funzione catartica. L’arte nasce sempre dall’imitazione della realtà, così come l’uomo procede sempre per imitazione degli altri uomini. Essa, infatti, rappresenta personaggi che sono meglio di noi, uguali a noi o peggiori di noi e descrive non quanto è accaduto, ma quanto potrebbe accadere, ovvero l’universo del mondo possibile e credibile. L’arte deve, quindi, essere verosimile a differenza della storia che dovrà ricostruire quanto è effettivamente accaduto.
Aristotele precisa, tra le altre funzioni positive dell’arte, l’effetto catartico che produce sullo spettatore. Vedendo rappresentato davanti a sé un’azione delittuosa o sentimenti negativi, questi tenderà a purificare la sua persona. Tucidide, Platone, Aristotele sono, dunque, fondamentali per capire la questione della bellezza nella cultura greca.
Principi del tutto simili si diffondono a Roma proprio attraverso la cultura greca nel I secolo a. C. e trovano espressione in quel perfetto manuale dell’arte classica che è l’Ars poetica del celebre poeta latino Orazio Flacco (65 a. C. – 8 a. C.). Come Aristotele, anche Orazio è convinto che il poeta non si debba mai allontanare dalla verosimiglianza: «Se ad un pittore venisse talento di congiungere a una testa umana un collo equino, e a membra accozzate da cento parti inserir piume variopinte, facendo sì che una donna, bella in viso, terminasse sconciamente in un sozzo pesce, ammessi a contemplare il quadro, sapreste, amici miei, trattener le risa?». L’apertura dell’Ars poetica richiama da subito l’attenzione alla semplicità e all’unità dell’oggetto rappresentato. Il poeta/artista deve conoscere le proprie forze e in relazione ad esse scegliere l’argomento. Infatti, lo stile dovrà essere adatto alla materia rappresentata. La conoscenza della technè e la sua applicazione sono fondamentali per l’artista, che deve riuscire a condurre l’uditorio dove vuole. Per questo «non basta che le composizioni poetiche siano belle: devono anche esser commoventi e tali da trascinare, dove vogliono, l’attenzione degli uditori». La parola, il linguaggio e lo stile dovranno confarsi al personaggio rappresentato, altrimenti la rappresentazione desterà le risa, ovvero sarà comica. Per questo è ancora importante «attenersi alla tradizione» e creare personaggi «coerenti per sé stessi», con un linguaggio adeguato all’età. Ispirarsi alla natura è, quindi, un metodo imprescindibile per la creazione artistica. L’artista dovrà, però, sottrarre alla vista ciò che per convenienza non deve essere rappresentato. Quanto è disdicevole, ripugnante e macabro, anche se presente o sottointeso nella narrazione, non va descritto o raccontato. «Inizio e fonte dello scriver bene è la sapienza». Perciò, si chiede Orazio: «Quando noi avremo una volta introdotto negli animi questo tarlo e questa febbre di guadagno, come potremo sperare di comporre canti da spalmarsi di cedro e da conservarsi in astucci di levigato cipresso?». È già ben chiaro all’epoca di Orazio che il desiderio di guadagno corrompe l’arte, estinguendo la sua vera scaturigine. «Il fine dei poeti è di giovare, o di dilettare, o di dire a un tempo cose piacevoli e utili alla vita. […] Le cose immaginate allo scopo di dilettare siano verosimili […]. Raccoglierà tutti i suffragi chi saprà contemperare con l’utile il dilettevole, offrendo spasso al lettore e insieme istruendolo». Doti naturali e studio sono entrambi indispensabili alla poesia e all’arte. L’impegno e gli sforzi devono, infatti, sempre accompagnare un’indole ben predisposta così come «chi si propone di raggiunger nella corsa la meta desiderata sostenne fin da piccolo mille prove, e compì mille esercizi; tollerò il caldo e il gelo; si astenne dagli amori e dal vino». La poesia richiede, infine, tecnica e labor limae, ma eviterà l’esagerata ornamentazione retorica. Lungi dall’ambiguità, ricercherà, invece, come dote somma la chiarezza.Quanto potrebbero insegnare queste riflessioni di Orazio a tanti poeti del Novecento che hanno proclamato come propria bandiera l’ostentazione dell’espressione criptica ed ermetica a tutti i costi! Orazio ha, invece, con ragione annotato che l’arte ha come propri fini la piacevolezza, l’utilità e la comunicabilità. Quanto utile sarebbe la conoscenza dell’Ars poetica per tanti artisti che mostrano nelle loro opere una scarsa conoscenza della tecnica o un totale disinteresse per la sua applicazione! Lungi dal labor limae, additano nella novità espressiva, nell’insolito espediente artistico e nell’impulsività comunicativa gli elementi indispensabili e imprescindibili per poter continuare a realizzare opere anche nella contemporaneità. g.fighera labussolaquotidiana

Auditel del libro e le biblioteche diventano librerie. La morte dei classici

Mercoledì, 3 Gennaio 2007

Un nuovo sistema informatico segna la fine della biblioteche americane. Studiato per rilevare la frequenza con cui un libro viene preso e letto, il nuovo sistema è destinato a rivoluzionare la filosofia stessa della biblioteca, sin qui intesa come luogo della memoria deputato alla conservazione dei libri che meritano di essere letti. Quello che è stato definito l’auditel del libro condanna infatti al rogo i libri non letti, che dovranno essere tolti dagli scaffali a prescindere dal loro valore. Un corto circuito: il libro è tolto dallo scaffale perchè non è letto e non è letto perchè non più reperibile. “Un libro non è per sempre” dice Sam Clay, direttore della rete di 21 librerie che, per prima, ha adottato il nuovo sistema “è un costo insostenibile avere metri e metri di scaffali di libri sui tulipani per poi scoprire che soltanto uno è stato preso in prestito”. Si tratta di una scelta a nostro avviso profondamente errata in quanto con la essa le biblioteche abdicano alla loro funzione – preservare la memoria dei classici – e si avviano a diventare delle librerie, con la sola differenza che prestano invece di vendere

Auditel del libro e le biblioteche diventano librerie. La morte dei classici

Mercoledì, 3 Gennaio 2007


Un nuovo sistema informatico segna la fine della biblioteche americane. Studiato per rilevare la frequenza con cui un libro viene preso e letto, il nuovo sistema è destinato a rivoluzionare la filosofia stessa della biblioteca, sin qui intesa come luogo della memoria deputato alla conservazione dei libri che meritano di essere letti. Quello che è stato definito l’auditel del libro condanna infatti al rogo i libri non letti, che dovranno essere tolti dagli scaffali a prescindere dal loro valore. Un corto circuito: il libro è tolto dallo scaffale perchè non è letto e non è letto perchè non più reperibile. “Un libro non è per sempre” dice Sam Clay, direttore della rete di 21 librerie che, per prima, ha adottato il nuovo sistema “è un costo insostenibile avere metri e metri di scaffali di libri sui tulipani per poi scoprire che soltanto uno è stato preso in prestito”. Si tratta di una scelta a nostro avviso profondamente errata in quanto con la essa le biblioteche abdicano alla loro funzione – preservare la memoria dei classici – e si avviano a diventare delle librerie, con la sola differenza che prestano invece di vendere.