Articolo taggato ‘concorrenza’

Market & Love (by Leozappa)

Mercoledì, 6 Giugno 2012
Libero amore e libero mercato. Sono i due slogan, o meglio le due parole d´ordine che hanno segnato le più radicali trasformazioni sociali degli ultimi cinquanta anni. Libero amore: attraverso la sessualità sono state abbattute convenzioni, si è portata avanti l´emancipazione della donna e, con essa, le rivendicazioni dei diritti civili delle minoranze. Libero mercato: attraverso l´economia sono stati sradicati vincoli comunitari, è stato ridotto il welfare state ed è stato dato un determinante impulso ai trasferimenti di sovranità a favore della Unione europea. Dal libero amore al libero mercato: la parabola descrive la società italiana, che non scende più in piazza per gestire il proprio utero perché, anche durante le festività, passeggia o lavora nei megastore. Non occorre necessariamente riconoscersi nelle idee di Jean-Claude Michéa per convenire sul nesso tra libertarismo dei costumi e l´economia liberistica, che costituisce una sorta di compimento degli assiomi ideologici del primo. Ho qualche dubbio, però, che a trionfare sia stata la libertà (almeno nella accezione, politico-culturale, di chi si riconosce nelle premesse ideologiche dell´individualismo metodologico, che non tollera limiti verticali all´interesse egoistico). Di recente, il presidente Barack Obama, riconsiderando le proprie posizioni, si è dichiarato favorevole al matrimonio degli omosessuali. Quella che lui stesso ha definito una “evoluzione” ha meritato le prime pagine dei giornali di tutto il mondo, destando grande emozione e una impennata dei finanziamenti della campagna per la rielezione. Eppure, l´istituzionalizzazione del matrimonio degli omosessuali segna la sconfitta del libertarismo. Non è stato abbattuto l´ordine. Come spesso accade nella storia, una regola ha sostituito (o, più precisamente, sostituirà) un´altra ma, sempre, secondo la medesima logica funzionale di quello specifico sociale che è l´ordinamento. Il regno dell´anomia è ancora di là da venire. Una maggiore onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che, sotto la bandiera della libertà, una visione della vita, una politica ha prevalso (peraltro, del tutto legittimamente e democraticamente) su un´altra. L´istituto del matrimonio non è stato soppresso, ma potenziato (e, secondo alcuni, snaturato) in quanto esteso alle coppie omosessuali. Alla libertà si richiamano simboli e denominazioni sia delle forze di sinistra sia di quelle di destra (per non dire del partito più longevo della Repubblica, la Democrazia cristiana, di ispirazione cattolica, il cui simbolo era uno scudo crociato con la parola: libertas). Non c´è, quindi, da sorprendersi che del concetto si faccia un uso demagogico. Temo che ciò accada anche con riferimento al libero mercato. È vero che con l´abrogazione dell´una o dell´altra misura cessano restrizioni e vincoli alla concorrenzialità del mercato, ma non è vero che ciò determini la liberalizzazione del mercato e il trionfo del libero mercato. Sino a quando ci saranno regole che difendono i diritti dei lavoratori, che riservano l´attività bancaria a operatori qualificati, che determinano i requisiti dei prodotti, il mercato non sarà mai (e per fortuna) libero. Il libero mercato non esiste né in natura (Marcel Mauss ha dimostrato che il dono, e non il baratto, regolava la quotidianità delle prime popolazioni) né nella storia. Il traffico economico incide anche su altri beni della convivenza civile e la loro tutela o realizzazione richiede misure di protezione che concorrono a regolare lo spazio proprio del mercato. Anche le liberalizzazioni pertanto, ben lungi dall´instaurare il regno del possibile, si risolvono nella sostituzione di una regola con un´altra, ossia nell´affermazione di una visione politica. Nel nostro sistema, il lavoro dei minori è consentito solo in rigorosi limiti. In via eccezionale è permesso quello dei quattordicenni, con maggiore flessibilità quello dei sedicenni. La riforma del mercato del lavoro mantiene (grazie a Dio) questi limiti. Ne consegue che, del tutto impropriamente, si parla di liberalizzazione, soprattutto se si considera che, ancora ai primi del secolo scorso, i minori lavoravano e che i successivi divieti costituiscono una conquista di civiltà. a.m.leozappa formiche

 

Difendere le nostre imprese? no grazie (by Forte)

Giovedì, 24 Marzo 2011

L’acquisto da parte del gigante francese Lactalis del 29 per cento del capitale sociale di Parmalat, una delle poche multinazionali del nostro Paese, ha fatto riemergere la questione della tutela dei «campioni nazionali». E il governo ha varato un decreto legge (per lo spostamento dei termini di convocazione delle assemblee delle società per azioni) che sembra possa servire per dare modo a una eventuale cordata italiana di preparare una contromossa per il controllo di Parmalat. Nel testo del decreto non si fa menzione della difesa dell’interesse nazionale, ma il tema potrebbe essere sollevato con emendamenti in parlamento. Dunque è interessante fare una analisi di carattere teorico e storico delle posizioni che, in questo campo, si sono formate in Europa e negli altri Paesi industriali. Al riguardo, ci sono due posizioni: quella dei mercantilisti, sviluppata soprattutto nei secoli dal Seicento alla prima parte dell’Ottocento; e quella della scuola dell’economia di mercato.Quest’ultima, a sua volta, si bipartisce nella teoria dell’economia di laissez-faire, che Tremonti chiama anche mercatismo e Ropke denomina «capitalismo storico»; e quella dell’economia di mercato di concorrenza, con regole del gioco che ne garantiscono il funzionamento. La differenza fra queste due concezioni, per quanto ci interessa, sta nella questione dei grandi gruppi, sul rischio che possano diventare dei monopoli. Per la teoria mercantilista, che in Francia ebbe particolare corso con la politica di Gian Battista Colbert super ministro di Luigi XIV, il Re sole, nella seconda metà del XVII, l’interesse nazionale comporta che si debba favorire la crescita e l’espansione internazionale delle imprese nazionali e ostacolare le straniere con varie misure, come le esclusive per svolgere determinate attività, i dazi protettivi, le sovvenzioni. La Rivoluzione francese ha generato, in Francia, il libero scambio, ma non ha distrutto la tradizione colbertista dell’interesse nazionale. E l’avvento di Napoleone I e Napoleone III ha comportato nuove ondate di nazionalismo, che si sono tradotte nello sviluppo di grandi imprese pubbliche.Il colbertismo in Francia non è caduto neanche quando si è attuato il Mercato comune europeo, nato da un compromesso fra gli Stati che volevano il libero scambio e il libero movimento dei capitali e la Francia stessa che esigeva la protezione dell’agricoltura e un speciale regime dirigista per il carbone, l’acciaio (questo gradito anche alla Germania) e l’energia nucleare. Ed è resistito anche dopo l’attuazione del «grande mercato europeo» approvato a metà degli anni Ottanta, a seguito del vertice di Milano, presieduto da Craxi e dopo l’Unione economica e monetaria che esige il libero movimento dei capitali in tutta l’Euro-zona.La protezione dell’interesse nazionale da parte di Parigi si è realizzata in tre modi. Innanzitutto la Francia, a differenza dell’Italia, ha mantenuto pressoché tutte le sue imprese pubbliche e le ha anzi potenziate: non solo le tradizionali Ferrovie e Poste, ma anche Edf nel settore dell’energia, e Telecom France. E Air France, Airbus, Renault e altro ancora, tramite quote di minoranza che danno un controllo di fatto. Inoltre la Caisse de Depot et Consignation, una banca statale analoga alla nostra Cassa Depositi e Prestiti, possiede azioni di società industriali varie, come Danone e Air Corsica e intreccia le sue attività con le banche private. Ad essa si affianca Credit Agricole. Ufficialmente una enorme banca di credito cooperativo, in realtà una gigantesca banca di affari. Ed ecco infine la legge francese per la difesa delle imprese di interesse nazionale, che vuole impedire le offerte pubbliche di acquisto nei riguardi delle società francesi di vari settori, considerati di pubblico interesse compreso quello agro alimentare. Una eccezione che l’Europa tollera perché la Francia è «più eguale degli altri».Negli Stati Uniti invece si è diffusa la teoria del libero scambio, senza protezioni per le grandi imprese. Successivamente si sono avute le leggi antitrust, che hanno spinto le multinazionali a ramificarsi soprattutto all’estero dove, grazie alla legislazione tributaria federale, hanno anche vantaggi fiscali. Per reciprocità e per dottrina economica «mercatista» l’investimento estero negli Usa è libero e benvenuto.
Esiste però una legge che consente di bloccare gli acquisti di imprese statunitensi da parte di imprese estere se in gioco c’è la sicurezza nazionale, intesa nel senso politico-militare del termine. Questa è una nozione che, seguendo la teoria mercatista, si potrebbe applicare in Italia all’Eni o all’Enel, dato il loro ruolo strategico nella nostra autonomia energetica, non certo al settore alimentare. Anche seguendo la variante di una economia di mercato di concorrenza, con regole del gioco, che io propugno sulla base della lezione di Einaudi e di Ropke, si può accettare questa eccezione. E anche aggiungere il principio per cui non si può ammettere un potere dominante di mercato delle grandi imprese.
La tesi per cui l’Italia potrebbe dotarsi, in generale, di una legislazione in materia simile a quella francese, non è accettabile. Potrebbe essere ammissibile solo con la limitazione della reciprocità, allo scopo di indurre i francesi ad abolire la loro. Ciò in analogia con quello che si fa nel caso delle sovvenzioni con i dazi antidumping, per scoraggiare il protezionismo e dar luogo a reciproco libero scambio. Ma una legge di tipo francese è efficace solo contro l’Opa, non contro le quote di controllo inferiori al 30%, efficaci, quando il resto della proprietà è frazionato, come in Parmalat. La vera soluzione sta nella finanza. In Italia la separazione legislativa fra banca e industria, derivata dalla crisi bancaria degli anni Trenta, è durata sino a qualche anno fa. E le nostre grandi banche non sono ancora abituate a sorreggere le imprese industriali, come in Francia o in Germania.Lo sviluppo di grandi imprese italiane è necessario per colmare il vuoto che si è creato con le privatizzazioni attuate all’epoca della fine della Prima repubblica spezzettando le grandi imprese pubbliche, vedasi la perversa politica di coriandolizzare del gruppo Ferruzzi-Montedison, con i patti sindacali nazionali rigidi. Ma dovrebbe esserci un impegno del sistema bancario, su basi economiche solide, con contratti di lavoro secondo il modello Marchionne. f. forte il giornale

Il Parlamento alla prova della concorrenza (by Leozappa)

Mercoledì, 3 Febbraio 2010

 

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Gli uomini battono le donne

Martedì, 22 Luglio 2008

Se siete uomini in carriera, con un buon stipendio e un lavoro di soddisfazione, sicuramente avrete qualche complesso. Perché, lo dicono tutti, le ragazze sono più intelligenti, più portate per le materie scientifiche, più studiose all’università e più brillanti sul lavoro, più lucide e più creative. Eppure lassù ci siete voi, un maschio ottuso, mentre la discriminazione sessuale ha bloccato le vostre colleghe ai gradini bassi della scala lavorativa.

Tre economisti hanno studiato il problema. Eric Ors, Frédéric Palomino e Eloic Peyrache hanno analizzato i risultati dei test d’ingresso all’HEC, la prestigiosa business school parigina, nel tentativo di spiegare la scarsa presenza di donne tra i top manager. L’analisi statistica degli esami di ammissione (che in Francia sono terribili, durano settimane e richiedono mesi o anni di preparazione) ha rivelato alcune sorprese.

Le ragazze si diplomano con voti più alti dei maschi, una volta entrate all’HEC vanno meglio dei colleghi, finiscono l’università con risultati più brillanti. Eppure al test d’ingresso i maschi riescono meglio: per la precisione, i ragazzi sono più variabili, cioè alcuni vanno molto bene e altri molto male, mentre le ragazze sono abbastanza brave nel complesso ma senza punte in alto o in basso. Visto il tipo d’esame, che stabilisce una gerarchia tra i candidati e ammette solo i primi della lista, gli uomini sono avvantaggiati, mentre le ragazze si assestano tutte nella parte medio alta della classifica ma finiscono per essere sottorappresentate tra gli ammessi.

Perché? Dopo aver testato una serie di ipotesi (ad esempio che gli studenti maschi usino strategie di studio diverse dalle ragazze), i tre economisti si sono dati una risposta. Le donne sono più brave negli esami del tipo pass/failed, promosso o bocciato, come il baccalauréat, l’esame di maturità francese.

Quando invece la pressione competitiva aumenta e l’obiettivo è ottenere il posto sottraendolo a un altro, gli uomini sono imbattibili. La competizione sopperisce all’inferiorità maschile.

Insomma, lasciano intendere gli economisti, per risolvere il problema della scarsità femminile nella classe dirigente basterebbe cambiare i metodi di selezione delle grandi università. Altro che quote rosa.

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Ma le liberalizzazioni dell’Antitrust servono veramente?

Giovedì, 12 Giugno 2008

L’Antitrust ha diffuso la sua periodica segnalazione alle istituzioni sulle liberalizzazioni. AGCM indica le liberalizzazioni come l’obiettivo a cui il governo e il parlamento dovrebbero dedicare la prossima legislatura. i giornali si adeguano e da efficentissimi uffici stampa (quali ormai sono diventati riunciando ad esercitare il diritto di critica) ne traggono conclusioni pessimistiche sullo stato comatoso della nostra economia. qui non ci interessa entrare nel dettaglio delle proposte – molte, moltissime più che condivisibili – ma segnalare ai sodali che se è vero che per l’antitrust le liberalizzazioni sono un "obiettivo", per la politica dovrebbero essere un "mezzo": secondo la costituzione, per le istituzioni il fine è il "progresso socio.economico" dei cittadini. tale progresso spesso può essere raggiunto tramite le liberalizzazioni, ma confondere lo strumento con il fine è un rischio altissimo.

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Catricalà: i professionisti? tutti figli di papà!

Venerdì, 4 Aprile 2008

Oggi Catricalà, il presidente della Antirtust ha dichiarato ad un master che "il mondo del lavoro è ingessato e basato sull’ereditarietà. In Italia il 44% degli architetti ha il padre architetto, il 42% degli avvocati ha il padre avvocato, seguono i farmacisti con il 41%, i medici e gli ingegneri con il 39%. L’80% .Il mondo del lavoro deve accettare la mobilità e la flessibilità, ed i cambiamenti devono essere, prima che normativi e di sistema, culturali".

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Catricalà in videochat: vuol fare il ministro o la velina?

Venerdì, 14 Marzo 2008

Leggiamo sulla lastampa.it: "Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità Antitrust, impegnato a vigilare sulla libera concorrenza in Italia, sarà nostro ospite in videochat e i lettori de LaStampa.it potranno partecipare all’intervista interattiva il 19 marzo alle ore 12 sul tema "La concorrenza in Italia e le liberalizzazioni che mancano". Incominciate già da ora a inviargli le vostre domande nel forum. Il video dell’incontro, che sarà moderato dal giornalista Paolo Baroni, andrà online subito dopo la chat. Mentre inseriremo le risposte qui in tempo reale.". Meraviglioso. Catricalà in videochat! dopo le letteronze, dopo le veline, dopo le pin-up, il presidente della agcm!

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L’Antitrust di Catricalà condanna a morte i professionisti

Mercoledì, 20 Febbraio 2008

Ieri sera a Ballarò il presidente dell’antitrust Antonio Catricalà ha dichiarato che l’esigenza di liberalizzare le professioni può essere soddisfatta considerando abilitante la laurea. In altre parole il laureato in giurisprudenza è immediatamente avvocato. Quella di Catricalà è la condanna a morte dei professionisti. L’operazione di Catricalà è astuta. Non ha chiesto l’abolizione dell’esame di stato – il momento nel quale il laureato viene valutato ai fini professionali – in quanto l’esame di stato è previsto dalla costituzione, ma lo ha identificato con l’esame di laurea, con l’effetto di svalutare del tutto il suo significato. Decine di migliaia di studenti si trasformeranno da un giorno all’altro in professionisti (senza essere mai visto un tribunale!). E poichè non tutti eserciteranno veramente la professione, il valore del titolo professionale si perderà nei meandri dei curriculum personali. Finiscono i profesionisti, finiscono gli ordini, insomma finisce un sistema. L’idea di Catricalà ha avuto l’applauso dei giovani presenti a Ballarò, opportunamente registrato dalle telecamere. Ma i giovanni hanno capito che la soluzione di Catricalà non va nel senso della valorizzazione delle professioni, ma della loro definitiva massificazione ? 

L’Antitrust risponde per danni: finisce l’immunità dei funzionari – storica sentenza della Corte UE

Giovedì, 12 Luglio 2007

La sentenza con la quale la Corte di giustizia europea ha condannato la Commisione a risarcire i danni al gruppo francese Schneider Eletric per aver vietato la sua fusione con Legrand nel 2001 è una pagina fondamentale per la democratizzazione della macchina europea. Nessuno è al di sopra della legge, per cui anche la burocrazia di Brulles là dove non rispetta la legge è tenuta a rispondere per danni. Un principio sacrosanto che consente ai cittadini e alle imprese del Vecchio Continente condizioni più eque nel rapporto con la Commissione europea, troppo spesso tentata di scambiare la politica concorrenziale come politica sociale. Ma la sentenza della Corte Ue ha una portata più ampia in quanto i principi ivi affermati valgono anche per le Antitrsut nazionali. Dopo il declassamento della concorrenza dal testo del Trattato a quello degli allegati – coerentemente con la sua natura di metodo economico e non politico – voluto e ottenuto da Srkozy, oggi la sentenza della Corte Ue: c’è un giudice a Berlino! 

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Senza concorrenza nel Trattato, la politica torna sovrana nella UE- Evviva!

Lunedì, 25 Giugno 2007

Plaudiamo senza riserve e con infinita gratitudine alla politica di Sarkozy, che è riuscito ad eliminare dal Trattato UE il riferimento alla concorrenza. Plaudiamo non perchè protezionisti o nazionalisti – la concorrenza rimane in un allegato al Trattato – ma perchè siamo fermamente convinti che la concorrenza debba cessare di essere un principio politico dell’Unione europea per tornare ad essere un principio economico. Nella UE, la concorrenza è stata utilizzata per asservire la politica alla tecnica, accreditando la favola della concorrenza come “stato naturale” del mercato dinanzi al quale alla politica non resta che genuflettersi. Pura demagogia (vedi IRTI), ma utilissima per realizzare quella Europa dei tecnocrati che ha il grande merito di aver unito l’Europa, ma il grande demerito di averlo fatto mortificando la democrazia. La prova della altissima valenza politica della decisione di Sarkozy di ricondurre la concorrenza nell’alveo suo proprio – ossia gli allegati tecnici – è data dalla dura reazione del ministro Amato, un uomo che appartiene a quella cerchia di tecnonocrati che in nome della tecnica hanno fatto una grande carriera e imposto scelte politiche autoritarie (ossia non sottoposte al giudizio degli elettori). La decisione di Sarkozy riafferma la sovranità della politica e la possibilità per chi è stato eletto democraticamente di valutare se o in che termini un determinato settore economico debba o meno essere assoggettato alla concorrenza. Non tutto è mercato e non ogni mercato deve essere sottoposto allo stesso metodo competitivo. TEMIS ha trattato più volte il tema delle professioni. Ecco professioni e imprese devono essere sottoposte alle regole di concorrenza, ma queste regole non sono e non possono essere uguali – come vorrebbero personaggi alla Amato – in quanto diversi sono i valori e gli interessi che vi trovano evidenza. W Sarkozy!