Articolo taggato ‘corna’

Belen hard, il Garante della privacy latita (non è Sircana o Berlusconi)

Venerdì, 21 Ottobre 2011

EyeTVSnapshot768Ieri sui siti furoreggiavano le foto di May Andersen, la modella olandese testimonial di Victoria’s Secret, ritratta nuda e in atteggiamento provocante con una sua amica. Seno scoperto, bocca aperta, palpeggiamenti vari: naturalmente sono foto rubate, esattamente come quelle di Scarlett Johansson, autoritratta allo specchio del bagno. Due giorni fa è toccato a Belén Rodriguez, protagonista di un video in cui fa l’amore con un suo antico fidanzato, tale Tobias Bianco.Il video è stato messo online, la Polizia postale sta lavorando per rimuovere le immagini rubate. Ma ormai è stato scaricato da troppe persone: pare che da ieri sia in vendita sulle bancarelle dei venditori di cd contraffatti a Milano e Napoli.Cercando notizie sull’accaduto, il primo sito in cui ci s’imbatteva ieri era Vitadamamma.it: “Se chi ha pubblicato il link del video ha leso Belén, la sua intimità, la sua femminilità e la sua immagine, allo stesso modo le sta nuocendo chi aiuta la ricerca del video e chi incuriosisce pubblicando immagini tratte dal video stesso (che, poi, non sono un bel vedere, non perché Belén non sia bella, ma semplicemente perché sono immagini che appartengono alla personale intimità di una donna che evidentemente non voleva mostrare questo di sé)”.Invece Libero, in edicola sempre ieri, ha intervistato il pornodivo Rocco Siffredi, cui ha pensato bene di chiedere una pagellina da “tecnico” su Belén. Bocciata: “Poco erotica”, perché “durante” masticava la gomma americana. Naturalmente è intervenuto anche il principe azzurro-fango di Belén, Fabrizio Corona, in difesa della fidanzata e contro chi si è macchiato di un gesto così violento e volgare. In Toscana, mi pare, c’è un proverbio che fa più o meno così: lo straccio che dice al cencio “sei pieno di polvere”.Eppure proprio perché è Belén – una che con la malizia e con il suo corpo lavora in tv o al cinema – e proprio perché è la compagna di Corona – uno che per queste simpatiche estorsioni è stato condannato in tribunale – il principio va difeso. La riservatezza è un diritto che deve essere tutelato. C’è un limite al buco della serratura, anche per i personaggi pubblici che in quanto tali hanno una vita privata meno privata. Non però fino a questo punto. Si è detto più volte che alcune cose, anche molto meno imbarazzanti, non avrebbero dovuto essere pubblicate.Le idee sono più forti di chi le esprime, e se un valore è tale lo è per tutti e sempre , non a intermittenza. Soprattutto in un Paese dove da un paio d’anni (ma va bene pure senza apostrofo) i cittadini cercano di bloccare tentativi di imbavagliare la stampa con ridicole pseudo-misure a tutela della privacy, proposte a singhiozzo dall’esecutivo più delegittimato della Storia (per usare un’espressione che possono capire anche i nostri sgovenanti).Il tutto perché un nutrito gruppo di ministri e parlamentari, capeggiati dal presidente del bunga bunga, danno il loro numero di cellulare a gente tipo Lavitola o Tarantini. I quali, oggetto di indagini da parte della magistratura, vengono intercettati in quanto potenziali delinquenti.Multe milionarie e carcere per i giornalisti: per dire il livello di farneticazione cui si è giunti. Tanto che alla Fiera del libro di Francoforte gli editori di mezzo mondo – da Città del Messico a New Delhi – hanno aderito all’appello contro la legge sulle intercettazioni lanciato dai loro colleghi italiani. La farsa parlamentare è stata messa in piedi in nome della privacy: invocata dai nostri politici a microfoni unificati, improvvisati giuristi e soloni che blaterano di cose che non sanno. Oltretutto propagandando numeri assolutamente non veri, spacciando l’Italia per uno Stato di Polizia manco fossimo la Ddr ai tempi della Stasi.Per non parlare dei reggimicrofono di palazzo: ognuno a casa sua fa quel che vuole (reati compresi, evidentemente). Come se usare Finmeccanica come merce di scambio per la dolce vita notturna fosse un fatto privato, che i cittadini non hanno diritto di conoscere perché non li riguarda. Se non ci deve interessare chi fa consulenze a Finmeccanica, di cui il ministero del Tesoro è il maggior azionista, figuriamoci quanto è plausibile e giusto che diventi pubblico come una soubrette fa l’amore con il suo ragazzo. Non si sono sentite molte voci, tra i tanti paladini della riservatezza, di solidarietà per Belén: sarà perché – tra le molte grazie – non può nominare ministro o sottosegretario nessuno? Silvia Truzzi per il “Fatto quotidiano

Quando Bossi ce l’aveva duro

Mercoledì, 1 Dicembre 2010

La Lega Nord, l’obbedienza al capo, per cui, dichiarò Matteo Salvini nel 1999 redattore della Padania, si sarebbe anche buttato “di testa dal soffitto della mensa” se il Senatùr glielo avesse chiesto. “Umberto Magno”, di Leonardo Facco, già giornalista della Padania e militante della prima ora, disarticola dall’interno il potere di Umberto Bossi, raccontando le contraddizioni del Carroccio: dagli slogan sulla “Roma Ladrona”, alle lottizzazioni fatte in proprio, in famiglia, che siano quelle dei potenti governatori del Nord o quella più ristretta del Capo, che non ha solo “il Trota” da sistemare. Dallo scandalo della Credieuronord alle propaggini razziste del movimento, Facco racconta “la vera storia dell’imperatore della Padania”. Qui di seguito pubblichiamo (con alcuni tagli dovuti allo spazio in pagina) il capitolo più spinoso, quello dedicato al rapporto del Capo con le donne. BOSSI E LE DONNE “I figli e la famiglia tradizionale!”. Chi di voi ricorda i sermoni che – alla fine degli anni Novanta – Umberto Bossi dispensava per ore da Radio Padania Libera, in cui proponeva la Lega Nord come baluardo dei valori del cattolicesimo? (…) Facciamo un passo indietro e riprendiamo le parole pronunciate da Rosanna Sapori, che nell’intervista rilascia- formista a fine agosto del 2010, ha sottolineato il suo “rapporto bellissimo col capo (…). Una relazione che, a differenza di altre donne all’interno della Lega, non aveva alcuna implicazione sessuale”. (…) Rosanna Sapori: ma… questa affermazione, mi scusi, o è gratuita o la deve giustificare, no? “Ah bè, la giustifichiamo subito! La signora X venne beccata nelle stanze di via Bellerio ancor prima che finisse a ricoprire ruoli istituzionali di primissimo piano. Certo, se vuoi le foto non le ho” (…) “Guardi, a me Bossi era simpatico e tutto, ma fisicamente mi faceva schifo. Comunque, se io fossi stata con Bossi a quest’ora non avrei una tabaccheria, avrei una catena di tabaccherie e sarei presidente della Tim. Ha capito? Lui ci provò con me nel senso che lui ci provava con tutte. Io, fattami l’avance, gli dissi: a parte che non hai più l’età, io so che tu vai con questa tizia, che è veramente brutta, quindi mi sa che a te va bene chiunque..”. E lui? “Lui si girò e mi disse: brutta? Se gli metti il cuscino in faccia non la vedi più!”. (…) Bossi era uno che se le faceva tutte? Maddai… “Diciamo pure che Bossi era un bel dongiovanni e diciamo che le donne che giravano in via Bellerio erano… ehm ehm… diciamolo ehm ehm. Io non stavo con la telecamera per riprenderle ste cose. Allora: la signora Y lo sapevano tutti che era la sua amante e che lui poi iniziò a odiarla e lei cominciò a fare la spia con la moglie del capo.
Quella non sarebbe diventata manco presidente del suo condominio altrimenti. Io ero con Bossi, pre-sen-te (!), quella volta che la signora Y era al mare con la moglie e al telefono lei diceva: “Sono qui con la signora Y, ti saluta tanto!”. Era l’anno prima che Bossi venisse colpito dall’ictus. E Bossi, in tutta risposta: ‘Quella t… di merda’. Io ero lì mentre mi diceva quelle robe. Hai capito? Questa è gente che con i propri voti non sarebbe mai stata eletta”. Capito, si dava da fare insomma. “Attenzione, nondicochecontutteciandavaa letto, bastava anche un… hai capito cosa intendo. (…) Ecco. La signora Z, per esempio, è un’altra che grazie ai rapporti col capo è arrivata nelle stanze del potere. Prima ancora la signora Q, pure lei finita a Roma per incontri ravvicinati di quel tipo. Che andazzo, altro che famiglia tradizionale. “Di alcune altre, invece, potrei sicuramente dirle di no, che con Bossi non ci andavano. Ma perché andavano con altri, anch’essi ai vertici del partito ovviamente. (…) Rosanna Sapori non mi ha meravigliato eccessivamente, per due motivi: primo, io stesso – che nella palazzina attaccata a quella della Segreteria federale del Carroccio ho lavorato per quattro anni – ho ricevuto le stesse informazioni, oggi solamente aggiornate con qualche nuovo nome e confermate da interviste incrociate; secondo, durante la mia militanza nella Lega Nord a Bergamo, mi son sempre chiesto chi fossero quelle ragazze che dopo i comizi, o dopo le cene coi simpatizzanti, salivano in macchina col capo e, a tarda ora, filavano via a tutto gas. (…) Un autorevole giornalista, che di cose Lega se ne intende mi ha anche riferito dell’altro: “Una cosa che mi ha stupito è che, mezz’ora dopo il fattaccio che ha visto Bossi colpito da un ictus, una fonte che io considero seria mi ha detto dove era Bossi e con chi stava”. Un ex parlamentare medico, a proposito di questa enigmatica vicenda, mi ha detto: “Sa, la cosa che mi ha sorpreso è che nell’ospedale dove anch’io lavoro – che si trova a decine di chilometri di distanza da Cittiglio – tutti i dottori parlavano di questo, l’ho appreso da loro”. Di cosa stiamo parlando? Del motivo per cui l’ictus che ha colpito il leader leghista – la notte tra il 10 e l’11 marzo 2004 – avrebbe avuto pesanti conseguenze. Considerate le premesse di cui sopra, non mi ha meravigliato che centinaia di blogger, e non solo, attribuiscano le attuali condizioni di Umberto Bossi a un’avventura amorosa finita male. (…). La leggenda metropolitana la identifica nella nota e brava, artista Luisa Corna, come riportato già nel 2004 sul sito italiano di Indymedia. (…) La diretta interessata, però, ha smentito senza indugio alcuno su Novella 2000 già nel 2005, il cui servizio giornalistico è stato ripreso dall’autorevole Corriere della Sera: “La pupa del Bossi? Ma se neanche lo conosco!”. (…) Ora, quel “ma se neanche lo conosco” è un po’ una forzatura, considerato che nel 2003, la soubrette era madrina dell’elezione di Miss Padania, dove Bossi era non solo presente, ma ha spesso oscurato, in quanto a visibilità, le ragazze in gara. Visitando la pagina Wikipedia della cantante bresciana non c’è alcuna traccia di questa sua comparsata, ma appare la seguente, breve dicitura: “Sempre nel 2004 si avvicina al Carroccio (Lega Nord)”. Per fare chiarezza, ho chiesto un’intervista a Luisa Corna, ma la sua agente mi ha risposto di inviare una mail con le domande. Detto, fatto. (…) Il 19 ottobre, è arrivata la mail con le risposte. (…) “1. Non ho mai presentato Miss Padania; nel 2003 sono stata ospite della serata finale del concorso insieme a Renato Pozzetto. La mia partecipazione è stata canora, e finalizzata ad accrescere la popolarità in ambito musicale che mi aveva attribuito la partecipazione l’anno precedente al Festival di Sanremo. 2. Non sono mai stata ‘in quota’ a nessuna forza politica. 3. Non c’è nessun nesso in quanto non c’è mai stata alcuna frequentazione di nessun genere. 4. Si tratta di insinuazioni prive di alcun fondamento e non ritengo che nessuna persona attendibile (e dunque identificabile e non nascosta dietro un troppo facile anonimato o pseudonimo) possa confermare le circostanze fantasiose da lei riportate. Vorrei poter identificare i miei diffama-tori verso i quali poter iniziare azioni legali a tutela della mia dignità di persona e di donna, come pure della mia immagine professionale. 5. Purtroppo ripropone senza grande originalità uno “script” che per quanto infondato ha facile presa sul pubblico (“il politico e la donna di spettacolo”); più che per la mia carriera queste maldicenze fantasiose e offensive, circolate senza alcuna responsabilità da parte mia, feriscono la mia sensibilità, la mia serenità e reputazione. 6. Che si tratta del frutto della peggior fantasia. 7. Per quanto mi riguarda le idee politiche e le valutazioni dei protagonisti della vita politica appartengono alla sfera personale di ogni singolo individuo.
Cordialmente, Luisa Corna”.  Estratti dal libro di Leonardo Facco “Umberto Magno”, da “il Fatto Quotidiano” via dagospia

Il supermarket delle corna – impazza il sito per adulteri

Domenica, 5 Ottobre 2008

Ha chiesto subito una foto. Questi americani non hanno mai tempo da perdere. Nella sua, ha una felpa indosso, labbra rosse e piene, un volto senza trucco. Bellezza di provincia, un piccolo uovo di Pasqua, con sopra un groviglio di capelli bruni e cotonati. Nella scheda c’è scritto: 42 anni, ispanica, segno dei pesci, pelle bianca, altezza 1,68, peso 61 chili. «Relazione a breve termine». A me andrebbe benissimo. Per iscrivermi ad ashleymadison.com, il sito dei coniugi infedeli, ho pagato 49 dollari. Le ho mandato la mia foto migliore, che sorridevo al vento: non mi sembrava di fare una brutta figura. Il giorno dopo mi ha risposto così: «Quando vieni a Pennington devi chiamarmi a questo numero:… Niente weekend. Ti puoi fermare? Sarebbe perfetto mercoledì». Pennington è nel New Jersey. Un viaggio da niente. E Destaelsix in realtà si chiama Carol, e non ho ancora capito se fa come me, un po’ per finta e un po’ per lavoro, o se proprio non vuole perdere tempo, come consiglia questo social network dedicato a persone sposate alla ricerca di rapporti extraconiugali: «La vita è breve, trovati un amante».

Carol ha un impiego in una clinica. Le ho mandato una lunga mail di vaneggiamenti, per chiederle poi se fa il medico o l’infermiera. Mi ha risposto con due righe: «Sì, il medico. In questi giorni ho un mucchio di lavoro». Non rompere. Cristo, mica tutti fanno i giornalisti. L’ultimo affiliato Mi sono iscritto al sito da dieci giorni. La pubblicità dice che garantisce «un adulterio sicuro». Massima riservatezza e la possibilità di incontrare solo partner già sposati, per non mettere a rischio il matrimonio. Il primo choc arriva subito: il mio numero di iscrizione è 2.567.619, quello dell’ultimo degli affiliati. In sette anni di vita, Ashley Madison ha già raccolto più di due milioni e mezzo di infedeli via Internet. Che siamo diventati un popolo di traditori, lo evidenziano anche tutti i sondaggi. Uno a Milano dice che sei donne su 10 ammettono di aver tradito il partner. Se pensate che secondo una ricerca francese dell’Inserm, l’istituto nazionale della Sanità, appena 30 anni fa una signora sposata confessava di aver avuto nemmeno due compagni di letto in tutta la sua vita (1,9 in media: mezze corna a testa), è facile rendersi conto di come sia quasi epocale questo cambiamento. Oggi le donne più giovani ammettono 5 relazioni profonde oltre a quelle del matrimonio. Negli Anni Cinquanta due donne su tre dichiaravano di sposarsi con il primo partner sessuale, oggi solo una su dieci, come gli uomini. Lo psichiatra Alberto Caputo sostiene che l’uomo è un «monogamo seriale, che ricerca altre femmine per aumentare la quantità della prole», e la femmina una «opportunistica poliandrica, in quanto mira alla qualità del partner per assicurare il miglior corredo genetico alla discendenza». Lui e lei tradirebbero insomma per motivi biologici, «per rimescolare le carte dell’evoluzione e garantire un futuro alla nostra specie».

La cosa strana è che Internet avrebbe giocato un ruolo molto importante in questa sorta di mutamento sociale. In Australia, due ricerche parallele dell’università di tecnologia Swinburne di Melbourne sostengono che il web sia diventato ormai «una minaccia sempre più grave per i matrimoni». Nello studio pubblicato dall’Australian Journal of Emerging Technologies and Society, le psicologhe Elizabeth Hardie e Simone Buzwell hanno appurato che il 13% dei tradimenti erano nati attraverso relazioni su Internet, tutte di persone sposate. E una tesi di dottorato di Heather Underwood della stessa università ha invece studiato 200 casi per dimostrare come questa tendenza sia in continua crescita, e come i rapporti sentimentali online diventino sempre meno virtuali e sempre più fisici. Parità ritrovata Internet a parte, alla fine, secondo l’Ined, l’Istituto nazionale di studi demografici di Parigi, il dato certo è che solo il 34 per cento delle donne dichiarano di rimanere fedeli a un solo uomo. La cosa incredibile è che è lo stesso, identico numero degli uomini, con una differenza sostanziale però, che nel 1970 le signore morigerate erano esattamente il doppio, il 68 per cento, nel 1950 più del 90, mentre noi maschi non ci siamo mai mossi da lì: uno su tre ha continuato a fare il bellimbusto e a confessarlo. E’ la donna che sta cambiando il mondo, prima di Internet? Anche su questa spinta dev’essere nato Ashley Madison, il sito dei tradimenti sicuri. Puoi scegliere che tipo di infedeltà vuoi: con una donna sposata, con una single, con un altro uomo… Dopo l’iscrizione, ti chiedono un profilo. «Vuoi qualcosa a breve termine? A lungo termine? Vuoi una relazione virtuale? Qualcosa che ti ecciti? Sei indeciso?». Un supermarket. Siamo entrati per chattare, davanti a una sfilza infinita di persone. Abbiamo cercato quelle con le foto. Una di Houston, Texas, che si chiama Sussy. Le ho mandato un messaggio, dopo aver spulciato la griglia di frasi preconfezionate. «Seleziona: cosa veramente mi ha interessato di te? La tua maturità? Che sei sofisticata? La tua foto?». Le domande La tua foto, ok. Vado oltre: «Ti piace il sesso orale come a me? Il tuo didietro? Il tuo appetito sessuale? Perché sei frustrata come lo sono io?». Riguardo la foto: dallo scollo della camicetta spuntavano, senza un certo timore, le mezzelune del seno, e il sorriso malizioso faceva anche capire quanto valesse la pena pagare un biglietto per andare a vederle. Ma non me la sono sentita di prometterle chissà quali volgarità. Le ho mandato una e-mail soft. Mi ha risposto raccontando la sua vita, che è sposata per modo di dire e che ha venduto il bar, completo di licenza, a una catena di lavanderia automatica, che secondo lei lava ben altro che le mutande sudicie di Houston. Allora ho scritto a Molly, che aveva lasciato in buca questo messaggio: «Dove sei mio bel Romeo?». Mi ha chiesto una foto. La solita. Poi l’età. «Al massimo voglio 35 anni», dice. Troppo tardi. I miei sono già andati. Ho cercato qualcosa di hard. Una signora inglese, Jenny, che vive a Seattle. Come no, dietro casa. Chiedeva pure le misure: «Ti piace farlo mentre gli altri ti guardano?». Se non scappa da ridere. Solo che Jenny è un po’ complicata, perché non era il marito quello che doveva guardare. Nella sua foto era fasciata in un paio di jeans, con una canottiera che sembrava dipinta addosso. Ah, meglio la Carol. Poche parole, ma buona. Le ho scritto uno sproloquio. Mi ha risposto con una cosa che non ho capito. Me l’ha tradotta un’amica. Diceva: «Sei scemo o ci fai?».

(continua…)

Il segreto del divorzio Cruise-Kidman (corna o gay?) sta per essere svelato

Martedì, 11 Marzo 2008

Anthony sta andando alla sbarra. E’ il prigioniero numero 21568/112 del Metropolitan Detention Centre di Los Angeles, con i suoi 108 capi d’accusa, dal ricatto allo spionaggio. Era un re di Hollywood, «Tony il bulldog», e adesso da Tom Cruise a Sylvester Stallone e Michael Jackson hanno tutti un po’ di paura.

Anthony Pellicano faceva l’investigatore privato dei vip, e si muoveva come se si trovasse dentro a un racconto di James Ellroy, con la sua Mercedes nera a due posti per andare al lavoro, i suoi doppiopetti firmati, gli occhiali da sole, le scarpe di vernice e dei maglioncini italiani così soffici da sembrare di burro, e con i suoi modi un po’ bruschi da Mob guy, da ragazzo venuto su dal niente sognando le lezioni della mafia.

I suoi uffici erano sulla Sunset Boulevard. Quando ci arrivarono gli agenti, nel novembre del 2002, seguendo una inchiesta su due reporter minacciati dalla mafia mentre cercavano qualche scandalo sull’attore Steven Seagal, trovarono di tutto in mezzo alla lingerie di super lusso: armi, esplosivi, e una fila di computer con cinquantadue dischetti, novantadue Cd e trentaquattro drive zippati. Ogni file era talmente criptato che ci volevano due giorni per ciascuna registrazione. Dopo averle decodificate, scoprirono che ce n’erano alcune che erano delle bombe.

Lui ascoltava tutti dal suo ufficio, era questa la sua forza. Il suo sguardo privato è ambiguo e corrosivo, può travolgere tutti. John McTiernan, regista di «Die Hard» e «Caccia a ottobre rosso», è accusato di aver chiesto a Pellicano di intercettare un produttore rivale; il commediografo Chris Rock lo assunse per investigare su un modello che affermava di essere suo figlio; e alcune telefonate fra Nicole Kidman e Tom Cruise, registrate da «Tony», svelerebbero il segreto inconfessabile del loro divorzio (corna o omosessualità?). Per 20 anni, tutto è passato da quell’ufficio. Se qualche vip aveva bisogno di salvarsi, i loro avvocati si rivolgevano a lui: «Ci pensa Tony».

Come aveva fatto Bertram Fields, uno dei più importanti di LA, con una lista di clienti che comprendeva John Travolta e Warren Beatty, capace di miracoli legali, ma famoso anche per versarsi la Diet Coke sui cereali a colazione. La loro collaborazione era fondata sulla reciproca mancanza di scrupoli.

Quando Don Simpson, produttore di «Top Gun», fu accusato per molestie sessuali, Pellicano scoprì che la querelante una volta aveva assoldato uno spogliarellista, e Fields la distrusse in aula. E’ che lui aveva tutto sotto controllo, dal suo ufficio, com’era la Telecom in Italia. «Ci sono persone che adesso faranno qualsiasi cosa perché lui non riveli questi segreti», dice Jacquelyn Mitchard, una amica d’infanzia.

Anthony è un duro cresciuto nel mito della mafia e dei Soprano. Viene da Cicero, sobborghi di Chicago, espulso da scuola perché aveva fatto a botte. Cominciò a lavorare per un’agenzia che doveva rintracciare i clienti che non pagavano. Era così bravo che si mise in proprio a soli 25 anni. E fece in fretta a diventare famoso perché aveva appena 30 anni quando saccheggiarono la tomba di Mike Todd, il primo marito di Liz Taylor, e dopo una settimana che la polizia non trovava niente, lui fu così bravo da prendere i giornalisti e portarseli direttamente al cadavere, sepolto sotto una coltre di foglie.

Il caso Todd fu il suo passaporto per Hollywood. Fu catapultato dal suo buco di Chicago, da un lavoro da 75 dollari all’ora, al mondo sfavillante ed esclusivo della capitale del cinema, dove i clienti potevano permettersi onorari da mille dollari all’ora.

Farrah Fawcett lo ingaggiò quando ebbe questioni con il suo ex boy friend. Stevie Wonder lo usò per avere informazioni su una fidanzata. I legali di Michael Jackson si rivolsero a lui nel 1993 per scoprire i retroscena della famiglia di Jordie Chandler, il ragazzo di 13 anni che lo accusava di abusi sessuali.

Nel regno del cinema, era diventato l’uomo dei segreti delle star. Quando non lo cercavano, era lui a cercare loro, e magari successe con Sylvester Stallone (uno dei più spiati) e altri, forse per ricattarli, come sostiene l’accusa. Appena la lista di clienti divenne più esclusiva, Pellicano cominciò a recitare una parte. Gli piaceva fare il padrino, «e aveva un’idea romantica e antica della mafia, un’idea sbagliata. Ma Tony diceva che era nel suo destino», come ha ricordato a Elizabeth Day dell’«Observer» Richard Disabatino, un investigatore privato di Beverly Hills. Mentre il suo matrimonio con Kate andava in crisi, lui si immedesimava sempre di più in questo suo ruolo. «Ci sono state delle volte che egli avrebbe voluto che i bambini gli baciassero la mano come se fosse Dio», raccontò sua moglie.

E’ che mentre faceva le sue inchieste, mentre registrava i loro segreti, i divi di Hollywood lo trattavano come l’amico più caro e come il padrone delle loro vite. «Tony il Bulldog» non riusciva a pensare che poteva finire tutto: è l’errore che fanno sempre i servitori quando credono di fare i padroni.

Disabatino racconta che una volta in un ristorante ordinò della minerale Evian. Il cameriere arrivò con l’Acqua Panna, e lui lo insultò come un cane: «Io ho ordinato dell’Evian, you fucking moron! Perché mi porti questa, chi te l’ha chiesta?». Venne il caposala richiamato dalla scenata. Il cameriere andò via a testa bassa e ritornò dopo con l’acqua giusta. Anthony questa volta gli rifilò 50 dollari di mancia: «Non farlo più», gli disse.

E questo guardava incredulo tutti quei soldi e non riusciva a capire. Pellicano andò fuori dal ristorante respirando l’aria della sera e gonfiando il petto, mentre si stringeva i bottoni della giacca. Sorrise all’amico, guardando le stelle: «E’ bello essere un re, non trovi?»

(continua…)

La prostituzione sta alle popolane come le corna alle borghesi. Parola di E.Zola

Lunedì, 19 Febbraio 2007


“Se nel popolo l’ambiente e l’educazione spinge le ragazze alla prostituzione, nella borghesia le spinge all’adulterio”. Lo sostiene Emile Zola in uno scritto pubblicato per la prima volta dal Figaro del 28 febbraio 1881 e recuperato da Il Sole 24 ore lo scorso 11 febbraio. Nel suo articolo, Zola ricostuisce le fasi che portano le piccolo borghesi e le popolane al matrimonio, nella convinzione che questo sia il luogo e l’occasione nel quale potranno coronare quei sogni che le famiglie di origine hanno stimolato ma non appagato. Quando poi il matrimonio delude, le fanciulle poco disponibili a riunciare a quello che rimane loro delle aspirazioni della adolescenza si rivolgono altrove: l’adulterio rimane l’ultima consolazione, magari vivacizzato, a sua volta, da qualche extra che – secondo “l’osservatore e il moralista (che) devono studiare e denunciare ogni classe” – le trasforma in mantenute!

(in foto: Emile Zola)