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Amato, adesso parlo io!

Mercoledì, 8 Maggio 2013

C’è un clima da Cina della banda dei Quattro. Allora arrivò Deng. Noi abbiamo Enrico Letta. Siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso. La loro unica lettura è Twitter». Giuliano Amato, in un colloquio con il Corriere, ammette di vivere «giorni di grande amarezza» poiché il suo curriculum è stato additato «come esempio di ciò che va distrutto; pare di stare in Cambogia quando sparavano a chiunque portasse gli occhiali».

Il giudizio sul Pd: «Ha dimenticato la lezione di Togliatti, è ridotto come il Psi prima dell’arrivo di Craxi». Nelle settimane in cui il suo nome è stato fatto – e bruciato – prima per il Quirinale poi per Palazzo Chigi, Giuliano Amato ha taciuto. Ora ha qualcosa da dire. «Sono giorni di grande amarezza per me e credo non solo per me. Ho visto il mio curriculum, lo specchio di una vita in cui io ho manifestato capacità, competenze e nulla altro, addotto a esempio di ciò che dobbiamo distruggere.

E l’amarezza è anche stata nel constatare quanto questo vento pesante abbia impaurito, in nome del consenso, anche coloro che avrebbero dovuto reagire e dire: “Ciò è inammissibile”. Purtroppo su questo pesa anche l’attuale condizione di un ceto politico le cui letture non vanno molto oltre Twitter, e se su Twitter legge 50 commenti negativi su di lei ne desume che il popolo la vede male».

Un simile clima, dice l’ex premier, «è un frutto avvelenato di stagione molto difficile, nella quale la dinamica essenziale di una società democratica, quella che chiamiamo scala sociale e deve permettere a chiunque di salire ai gradi più alti, si è in realtà fermata per molti.

Quando un quarantenne non ha un lavoro stabile, e forse non ha ancora un lavoro, allora ne viene fuori un bisogno di eguaglianza nel pauperismo: se a tanti di noi non è consentito salire la scala sociale, allora l’uguaglianza va realizzata sul gradino più basso. Ma questa è la rinuncia di una società a crescere. Accadde in Cina con la banda dei Quattro. È noto che Pol Pot aveva ordinato di sparare a chiunque, dagli occhiali che portava, si capisse che era un laureato. In Cina l”esplosione dei giovani più preparati davanti a questa costrizione coincise poi con l’arrivo del presidente Deng».

«Noi abbiamo Enrico Letta – sorride Amato, non con ironia ma con affetto -. Un giovane pieno di qualità. Che somigli o no al pediatra che viene a tranquillizzarti sui tuoi figli, io lo vedo di più come il papà che si tranquillizza all’arrivo del pediatra, è uno molto attento agli altri. Mi piacciono le persone che ascoltano tanto e poi si assumono le responsabilità. Io ho sempre fatto così, e vedo in lui la stessa attitudine.

Letta dispone di una qualità che l’Italia sta rovinando tra rabbia informatica e ostilità reciproca: ha la dote dell’equilibrio». Il problema, sostiene Amato, non riguarda le persone: «Dobbiamo aspettare un presidente Deng? O dobbiamo adoprarci perché si torni a dare credibilità alla scala sociale? Io l’ho vissuto con la mia esperienza. Ero entrato in quel collegio pisano in un tempo nel quale diversi di noi erano figli di famiglie modeste e tuttavia riuscimmo ad arrivare. Era l’Italia di oltre 50 anni fa.

Di recente l’abbiamo rievocata in un libro, in cui uno di noi, Alberto De Maio, racconta la sua amicizia con Tiziano Terzani, che diventò il suo angelo custode. Tiziano era figlio di un operaio di Firenze, abituato a dormire su un divano: l’unico letto l’avevano i genitori. Alberto era figlio di una famiglia calabrese altrettanto povera, che arrivò a Pisa con la classica valigia di carta, con mutandoni e cappottone addosso, a settembre, perché “là al Nord è freddo”.

Tiziano, sfottendolo come solo un fiorentino sa fare, gli prese la valigia e lo aiutò ad arrivare in collegio. In nome di questo ricordo, ho verificato che oggi ci sono molti più studenti figli di laureati di quanto il segmento di quelle famiglie pesi sulla struttura socio-demografica italiana; e ci sono troppo pochi studenti di famiglie meno abbienti. Mi chiedo: dobbiamo allargare a chi non riesce ad arrivare, o dobbiamo chiudere l’alta formazione?

La Costituzione scriveva allora e scrive ancora oggi che i capaci e i meritevoli devono accedere ai gradi più alti dell’istruzione. Io continuo a pensare che ci debba essere uno sventagliamento non inquinato da nepotismi, familismi o massonerie, e però tale da consentire al figlio del tassista che si sacrifica per far studiare il figlio di guadagnare più di suo padre, e di non essere trattato come un reprobo se riesce a farlo».

«Considero che quel che mi è accaduto abbia anche profili di immoralità. In particolare da parte dei diffamatori di professione, che hanno contribuito ad alimentare con ripetute falsità il clima che c’è stato in alcuni ambiti nei miei confronti. Siccome sono abituato a vedere le cose in termini che vanno al di là di me, mi rendo conto che se non viene ricostruita la prospettiva di un futuro sarà giocoforza che questa torva eguaglianza, che si deve consumare con gli occhi bassi su questo presente senza prospettive, sarà vincente.

Una democrazia vive se apre prospettive, non se le nega; e noi oggi abbiamo grosse difficoltà ad aprirle. Rischiamo di avvitarci in questa forma di purificazione attraverso lo zainetto sulle spalle, appagandoci di portare davvero la cuoca di Lenin in Parlamento: citazione troppo dotta per i tempi che corrono. Mettiamola così: siamo passati dal governo dei professori al Parlamento dei fuoricorso; troppa grazia. E affidiamo il governo del Paese a qualcuno che deve essere “uno di noi” allo stesso modo in cui potremmo pretendere che la guida dell’aereo sia affidata a “uno di noi”».

Chi sono i diffamatori? «Non voglio fare nomi, perché tanto ci pensa mia figlia, che fa l’avvocato di suo padre, a fare i nomi. L’unica ragione per cui sono contento della loro esistenza è che, in un periodo di magra professionale, il reddito di mia figlia già ha cominciato a trarre profitto da questi incorreggibili propalatori di falsi.

Sono pochi, ma in rete una menzogna si propala facilmente grazie alla voglia di esprimere dissenso e ostilità nei confronti di chi viene visto come casta. E allora tante cose non vere appaiono verosimili, compreso il fatto che se io ho avuto tanti incarichi sono come minimo massone. Se lei va su Google e digita Giuliano Amato, tra i titoli della prima schermata compare “Amato massone”. Sono andato ad aprirlo: era un altro Amato; ma era sotto il mio nome. Mia figlia si lamenta, dice che sono diventato un lavoro pesante per lei, ma è soddisfatta, perché le vince tutte».

Proviamo a enumerare le cause di impopolarità che le sono state rinfacciate. La pensione da 31 mila euro. «Un falso clamoroso. È una cifra lorda comprensiva del vitalizio, che verso in beneficenza. Sono forse l’unico ex parlamentare che non lo incassa». Il prelievo forzoso dai conti bancari nel ’92. «Sembra che io una bella notte, per provare il gusto del potere, lo volli esercitare sottraendo agli italiani una parte dei loro risparmi. Io mi trovai nella necessità di raccogliere in 48 ore 30 mila miliardi di lire. Il governatore Ciampi mi avvertì che era essenziale, perché i titoli pubblici continuassero a essere comprati, ridurre la falla emorragica che c’era nei nostri conti.

Passai un’intera notte a cercare alternative, e tutto l’apparato dei ministeri non riusciva ad andare oltre la proposta di aumentare l’Irpef, naturalmente ai ceti meno abbienti, oppure l’Iva sui prodotti popolari. Ricordo che dissi: “Queste cose le potete chiedere alla Thatcher, non a me”. Fu a quel punto che Goria, allora ministro delle Finanze, mi fece quella proposta. Risposi: “Gianni, lavoraci e dimmi domattina cosa ne pensa Ciampi”.

Il mattino dopo ci fu un equivoco: capii che Goria con la testa mi dicesse di sì quando chiesi se Ciampi era d’accordo; in realtà Ciampi non l’aveva neanche sentito, e la misura passò. In ogni caso continuo a pensare che aveva un elemento molto sgradevole ma fu socialmente più giusta che non aumentare l’Irpef o l’Iva. E io non avevo alternative».

C’è poi il caso Craxi. «Io ero stato contro di lui. Lo accettai quando il Psi si ridusse nella condizione in cui è oggi il Pd: tot capita tot sententiae; su mille questioni si hanno opinioni divergenti tra premier, sottosegretario e magari vicesegretario del partito. Ritenni che, in quel discredito in cui era caduto il Psi, Craxi fosse ciò di cui avevamo bisogno per l’autorevolezza che sapeva esprimere. Ho sempre collaborato con lui in termini politici.

Il signor Grillo, che mi definisce sul suo blog “tesoriere di Craxi”, mente sapendo di mentire: usa il termine che possa farmi apparire il più spregevole possibile. Io non ho mai avuto a che fare con le finanze del Psi. Ho collaborato con una stagione di riformismo, caduta progressivamente in un’alleanza divenuta di pura sopravvivenza. Rimane il fatto che Craxi ha finito per rappresentare il male di una stagione politica che, come lui stesso disse, aveva infettato molto più largamente che non lui, ma non necessariamente il suo intero partito.

C’è infatti chi dice Craxi, c’è chi dice socialista. Ancora oggi, rievocando uomini e donne che hanno rappresentato qualcosa di positivo per l’Italia, si sente dire: “Era una persona di qualità, nonostante fosse socialista”. Non lo possiamo più fare, ma andrebbe chiesto a un uomo del rigore di Luciano Cafagna i prezzi che ha pagato negli ultimi anni della sua vita al suo essere e non aver mai cessato di definirsi socialista».

Sicuro che al Pd serva un Craxi? «Al Pd, come all’Italia, servirebbe moltissimo un presidente Deng. Lo dico per scherzo; ma se il Pd non riesce finalmente a identificare se stesso con la costruzione di un futuro credibile per l’Italia, è evidente che la sua ragione sociale ha cessato di essere perseguibile, e diventa preda di lotte intestine che lo distruggono. Le lotte intestine possono distruggere anche un partito che ha ancora una ragione sociale; figuriamoci un partito che la perde».

Il governo con il Pdl durerà? «Per necessità, non per amore. È reso necessario da un risultato elettorale non nitido. Colpisce la difficoltà a prendere atto di questo, la debolezza identitaria di coloro che, timorosi di perdere se stessi, sembrano non capire che possono determinarsi circostanze in cui l’interesse del Paese impone di sacrificare l’interesse di partito. Togliatti non avrebbe avuto difficoltà né a capirlo, né a farlo capire.

Un po’ più di togliattismo sarebbe stato bene rimanesse pure nei suoi eredi. Ma sono bisnipoti dimentichi della vera grande lezione del partito comunista: cercare di interpretare i bisogni della nazione. Il Pci era prigioniero di una ideologia sbagliata, ma si collocava all’altezza della nazione. Ora siamo collocati all’altezza di “dì qualcosa di sinistra” o “famolo strano perché così è più di sinistra”».

La bocciatura di Prodi? «Raccapricciante. Era in Mali come rappresentante Onu, torna in Italia abbandonando la sua missione perché lo stanno eleggendo capo dello Stato; e invece no». E se le offrissero di guidare la Convenzione per le riforme? «Mi auguro che nessuno me lo chieda, perché non vorrei condividere il titolo che all’argomento dedicò il Giornale: “Amato è infinito”». a. cazzullo corriere

Amato, il vice capo dei ladri

Mercoledì, 17 Aprile 2013

Parliamoci chiaro: se mio padre era un criminale lo era anche Giuliano Amato”, dice Bobo Craxi. “Papà a capo di un partito di ladri? E allora Giuliano era il vice ladrone”, rincara Stefania, intervistata separatamente dal fratello.

E se il primo continua a negare l’esistenza stessa dei reati (“Prendere soldi per il partito non fa di un uomo un ladro, i veri delinquenti sono quelli che infettano il sangue”), Stefania Craxi è più pragmatica: “Amato estraneo al finanziamento illegale al partito? Abitava forse sulla luna? Non poteva non essere coinvolto. Il punto è, semmai, che lo facevano tutti”.

Fatto sta che vostro padre è morto latitante, mentre Giuliano Amato è tra i papabili per il Quirinale.

Bobo: Che devo dire? Il destino è beffardo. Ma nessuno, tantomeno mio padre, si aspettava che Giuliano si buttasse nel fuoco per lui. E infatti non lo fece. Ma non si stupì affatto: lo conosceva troppo bene.

Stefania: Certo, mio padre decise di assumersi le proprie responsabilità. Amato no.

Sul piano umano cosa pensate di lui?

Bobo: Amato, come politico, ha sempre avuto manchevolezze. E per natura non è mai stato interamente partecipe della vita politica del partito, tanto meno della sua fine. Non voleva certo andare a sbattere contro un muro.

Stefania: Stiamo parlando di un uomo estremamente intelligente. Come presidente della Repubblica dovrebbe però trovare quella franchezza che gli è mancata in passato. Perché al Quirinale serve un uomo risoluto: e infatti avrei preferito D’Alema.

Bettino Craxi non fu così diplomatico quando Amato prese le distanze dalla stagione di Tangentopoli. Lo ribattezzò “il becchino del Psi”.

Bobo: Quella fu una fase molto dura per mio padre. Io, vent’anni dopo, non ho la stessa animosità. Anche perché non fu Amato a scavargli la fossa: poi, è evidente, le sue fortune cominciarono proprio quando papà ci finì dentro. Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io a incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese.

Stefania: Abbiamo avuto vari scontri, anche pubblici. Ed ero sempre io ad incalzarlo, non certo lui. Ma so distinguere tra il passato – che non posso modificare – e il futuro di questo Paese

Quando vi siete conosciuti?

Bobo: All’inizio degli anni Ottanta. Amato era già a Palazzo Chigi, veniva dalla corrente giolittiana del partito. Era l’ala più accademica. Intellettuali rispettati, ma senza potere. Poi mio padre gli prospettò la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, e lui accettò di buon grado. Da quel momento la sua carriera decollò: divenne sottosegretario, poi andò al Tesoro. E ora che ha vissuto la sua seconda Repubblica, si prepara per la terza. Gode di longevità.

Come prenderebbero i socialisti la sua elezione a capo dello Stato?
Bobo: Non sarebbe una tragedia. Certo, non isseremmo le bandiere, ma non metteremmo nemmeno il lutto al braccio. Amato alla fine è come il grigio: va bene per tutte le stagioni.

Stefania: Sarebbe il terzo socialista che sale al Quirinale, dopo Saragat e Pertini. Ne sarei lieta. All’epoca non ebbe la forza di risollevare il Psi, se oggi diventasse capo dello Stato non potrebbe più…

Defilarsi?

Stefania: L’ha detto lei, comunque sì.

E i vostri rapporti come sono?
Stefania: Io sono cresciuta con una signora che sedeva a tavola con noi ogni sera: la politica. So apprezzare l’intelligenza di chi lavorava con mio padre. E poi Amato ha lasciato il testimone a mio marito: la presidenza del tennis club di Orbetello.

Bobo: L’ultima volta che ci siamo incontrati è stata al Viminale quando era ministro dell’Interno. Anche se non ci vedevamo da quindici anni, mi trattava come si ci fossimo parlati mezz’ora prima. Segno che, tra persone intelligenti, i rapporti umani – nonostante tutto – restano buoni.

Umani?

Bobo: Diciamo politici. Beatrice Borromeo per “Il Fatto Quotidiano”

Amato, da Craxi e da Monti?

Lunedì, 14 Novembre 2011

Ci vuole coraggio per definirlo un tecnico. Sono pochi i professionisti della politica ad avere un curriculum denso come quello di Giuliano Amato. Quattro legislature da deputato, una da senatore, in parlamento fino al 2008. Socialista, fedelissimo di Bettino Craxi che poi tradì. Commissario politico della federazione socialista di Torino, vicesegretario generale del partito.Candidato alla presidenza dei Democratici di sinistra nel 2001 (ma l’ipotesi poi tramontò), tifoso e sponsor dell’Ulivo qualche anno più tardi, nel 2007 membro del Comitato nazionale per il Partito Democratico. Un politico di parte, che talvolta ha cambiato parte. Due volte presidente del Consiglio, nella Prima Repubblica pugnalando il Craxi ferito e morente e nella Seconda Repubblica alla guida del governo dell’Ulivo dopo le dimissioni di Massimo D’Alema da palazzo Chigi.

Sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Bettino Craxi, poi ministro del Tesoro sia con Giovanni Goria che con Ciriaco De Mita nella prima Repubblica e con Massimo D’Alema nella seconda Repubblica. Con D’Alema, fino alle dimissioni di Carlo Azeglio Ciampi eletto presidente della Repubblica, fu anche ministro delle Riforme Costituzionali. Ministro dell’Interno nell’ultimo governo di Romano Prodi, fino al 2008. La sola ipotesi che Amato venisse inserito nella squadra tecnica di Monti ieri ha suscitato ovunque, soprattutto in rete, polemiche e scongiuri nelle fila del centrodestra come in quelle del centrosinistra. Quasi tutti i giornali lo inserivano in squadra, sia pure in caselle diverse.

Lui non è restato nell’ombra: ha editorialeggiato sul Sole 24 Ore sparando contro le elezioni (facile, nessuno più le chiedeva) sotto il titolo “Con le urne si perdono euro ed onore”. Appena diffusasi l’indiscrezione di un ritorno di Amato nell’esecutivo il commento più blando è stato «corriamo in banca a ritirare i nostri soldi», a testimoniare come sia incancellabile nel ricordo comune quella notte del 1992 quando il socialista premier portò via dai conti correnti degli italiani il sei per mille.

Memoria per altro rinfrescata dalla assai più recente proposta di Amato quando più o meno un anno fa lanciò nel dibattito politico la patrimoniale. Mica una carezza: aveva in mente di portare via a ogni famiglia italiana 30 mila euro in due anni, roba da furto con scasso (per altro irrealizzabile perché la maggiore parte delle famiglie quei 30 mila euro non possiedono, manco volendo portare l’oro alla patria). Sul social network Twitter c’era chi ieri protestava verso chi sbarrava la strada a Gianni Letta nel governo e poi rifilava fra i ministri tecnici lo stesso Amato (#amatononeuntecnico era l’hashtag creato per l’occasione).

Altri ironizzavano sul tecnico che «ci vuole per tagliare le pensioni». In effetti Amato è una sorta di recordman nel cumulo previdenziale, che oggi gode di un assegno lordo mensile di oltre 31mila euro. Quando Lilli Gruber a settembre gli chiese se era vero che aveva una pensione così alta, Amato rispose da politico consumato: «Scusi, non capisco la domanda». Deve averla capita bene invece chi oggi grida implorando Monti: «No, lui al governo, no!».La bugia su Amato tecnico (chi la propala sostiene «da tempo non è più parlamentare », ma è solo dal 2008) irrita anche la parte della sinistra più giustizialista, che di Amato ricorda ancora il celebre “decreto salva-ladri” che provò a proporre nel 1993, dopo essersi pentito di avere pugnalato troppo alle spalle il povero Craxi. Nell’archivio della Camera e del Senato c’è ancora la sua lettera manoscritta a Bettino del 9 febbraio del 1993 per rassicurarlo che presto lo avrebbe tirato fuori dai guai giudiziari: «Vorrei chiederti di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare», spiegando come «l’estensione dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile».La lettera alla fine cercava di ingraziarsi Craxi con una buona notizia per l’ex leader ad Hammameth: stava per finire nei guai giudiziari l’altro traditore dell’epoca, Claudio Martelli: «Claudio mi pare ormai in pericolo», e si chiudeva con un «Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico». Parole che non scatenano applausi ad esempio nelle fila dell’Idv, dove già una volta si è dovuta accettare a denti stretti la compagnia di Amato in un esecutivo. Gli archivi storici per altro sono zeppi di carteggi Craxi-Amato e difficilmente la lettura scatena entusiasmi a sinistra.Nemmeno quelli più banali, come la letterina del 24 febbraio 1984 scritta dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Amato al suo premier Bettino: «Il lavoro è molto, ma non abbastanza da fare dimenticare una bella ricorrenza come il tuo compleanno». Una storia politica densa, talvolta imbarazzante, sempre da uomo schierato. Deve avere ragione Monti che ieri al Quirinale ha definito «pura fantasia» la lista dei candidati ministri del suo governo. No, non può essere il nome di Amato ad essere inserito in un governo di tecnici. f.bechis libero.it

Dietro Fini, gli Americani – parla Bobo Craxi

Venerdì, 30 Aprile 2010

La telefonata è arrivata in redazione l’altra sera durante Ballarò, dopo avere sentito Sandro Bondi cercare di nuovo cautela sullo strappo di Gianfranco Fini. «Ma come fanno a strappare e volere restare dentro il governo con Ronchi e Urso? Una cosa così non è mai accaduta né nella prima né nella seconda Repubblica. E non dovrebbero consentirla ai finiani», sosteneva fra lo stupito e l’indignato Bobo Craxi, socialista, schierato con il centro sinistra ma con buona memoria storica.

 

«Si ricorda quando la sinistra socialista strappò? Via da tutte le cariche e via dal governo. E quando la sinistra dc ruppe con Andreotti? Prima cosa tutti si sono dimessi. Come fanno a consentire a Fini di restare nel governo?». Secondo Bobo «non ha senso mettersi lì a fare discussioni come fosse una contesa da bambini dell’asilo. Quello lì, Fini, li vuole distruggere e loro sembrano non rendersene conto».

 

Craxi ci tiene a dire «sia chiaro che io non tifo per Berlusconi. Sono all’opposizione, ma non sopporto quando si calpestano le regole. Tu non puoi fare il presidente della Camera, il capo corrente all’opposizione, però ti tieni i ministri. Non si fa così. Non è mai accaduto». Sarebbe più onesto – secondo Craxi «lasciare tutte le cariche e votare apertamente contro il governo o astenersi a seconda dei temi».

 

Secondo Bobo Craxi però ci sarebbero anche regie esterne all’Italia alle spalle dello strappo di Fini. Che secondo lui non a caso avvengono proprio in coincidenza con l’attacco alla Grecia, alla Spagna e un domani magari anche all’Italia. «Probabilmente Fini è stato scelto come cavallo non dico dagli Stati Uniti, ma da ambienti americani che hanno interesse a spezzare una politica estera che Berlusconi ha condotto con eccessiva leggerezza, come nel continuo civettare con Putin. Fini rappresenta per loro quel che rappresentarono nel passato Spadolini o Giorgio La Malfa».

 

Ci fossero margini per chiudere tutto come una polemica politica interna o una rivalità personale, sarebbe meglio secondo Craxi «ma quei margini non ci sono più, e io temo che tutto questo non possa che portare guai al mio paese perché punta solo a distruggere e destabilizzare ».

Probabilmente l’anestetico si sarebbe potuto trovare in una sorta di intesa – anche sottotraccia – fra i due principali partiti, il Pd e il PdL. «Il fatto è che Berlusconi non vuole interloquire, e soprattutto non ha uomini in grado di farlo. Nell’area di D’Alema avrebbe trovato ascolto.

Credo che Violante abbia lanciato miriadi di segnali. Ma l’interlocutore non si è trovato nel PdL…». D’Alema però ha fatto l’esatto opposto, lanciando l’amo a Fini: «beh, Fini è rimasto l’unico interlocutore disponibile nel centro destra, non aveva grandi alternative. In ogni caso non amplificherei la portata di quel gesto.

Mi sembra che D’Alema abbia provato a mettere in termini politico storici corretti l’intemerata di Bersani, che aveva lanciato la sciocchezza del Cln- termine un po’ strano per unirvi anche l’ex missino Fini. Detto questo, che Fini e D’Alema abbiano più affinità sulle riforme costituzionali non è strano: è un fatto. Anche Berlusconi è un bel tipo: vuole costituzionalizzare la situazione di fatto- e cioè se stesso, mandare via Napolitano, tagliare le mani ai giudici e fare tutto da solo. Impossibile».

bechis libero

Il bottino di Craxi

Venerdì, 15 Gennaio 2010

I lingotti erano in una cassetta postale all’aeroporto di Ginevra. Quindici chili d’oro custoditi da una misteriosa signora che, allarmata dalle inchieste di Mani Pulite, nell’ottobre 1994 decide in gran fretta di spostarli.

Troppo tardi: i gendarmi inviati dal giudice elvetico Jean Crochet li intercettano e li sequestrano. Non arriveranno mai in Italia. Cinque anni dopo, quando la Svizzera si decide a consegnare il tesoro ai giudici italiani di Mani pulite, gli ufficiali della Guardia di finanza che vanno a ritirarli, nel luglio 1999, si vedono presentare non i lingotti, ma il corrispondente valore in franchi svizzeri: il giudice ginevrino De Marteen aveva deciso di consegnarli convertiti in valuta

(continua…)

Craxi latitante è assolto politicamente? allora anche Berlusconi

Giovedì, 14 Gennaio 2010

craxi è scappato in tunisia perchè riteneva di essere vittima di una campagna politico-giudiziaria. per la legge è un latitante, per la politica a quanto pare uno statista. anche il silviuccio nazionale ritiene di essere vittima di una campagna politico-giudiziaria. non scappa (ancora), ma cambia le leggi (craxi non lo potette fare perchè il suo potere era al declino). tutti e due vittime. tutte assolti? sicuro?

A Craxi i Servizi dissero di andar via

Lunedì, 11 Gennaio 2010

Allo scoppio di Tangentopoli era deciso a rimanere in Italia e rispondere alle accuse dei magistrati. Intanto riceveva gli avvisi di garanzia, uno dopo l’altro, che poco dopo si sarebbero trasformati in mandati di cattura e poi in processi. Parlavamo sempre dello stesso problema, dalla mattina alla sera. Sapevo a memoria qualsiasi sfumatura.Come i bambini che ascoltano, attenti, continuamente il racconto di un adulto, ogni tanto lo correggevo se sbagliava qualcosa. Era dibattuto tra la libertà dell’esilio e la prigione, tra il partire e il rimanere in Italia, tra la pensione e la vita attiva, seppure piena di problemi. Anche in casa e tra gli amici c’era chi gli consigliava di andarsene e chi di rimanere.

"In molti mi suggeriscono di andar via. Ma non era convinto che fosse la decisione giusta. Tutt’al più mi faccio qualche giorno di carcere e poi tutti capiranno che non sono un delinquente, diceva. Certo, non sarà l’onorevole detenzione politica di Sandro Pertini e di tanti altri compagni. Io verrò arrestato come ladro. Ma poi la verità verrà a galla. Intanto vogliono umiliarmi, per distruggermi. Tutti sanno che ho sempre fatto politica. È l’unica cosa che mi appassiona. Che i soldi non mi interessino lo sanno tutti. Il fatto è, però, che intanto mi sporcheranno le dita, me le intingeranno nell’inchiostro per prendermi le impronte. Saranno gentili, anzi gentilissimi. Forse mi offriranno persino il caffè. Ma con la stricnina, come hanno fatto con Michele Sindona" .

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La bugia che salvò la carriera di Amato

Mercoledì, 10 Dicembre 2008

Alla faccia del ricambio generazionale: qui per leggere interviste quasi memorabili tocca rivolgersi a un ottantunenne come Rino Formica, ex ministro delle Finanze e socialista mai ex, intervistato ieri sia dal Corriere che dalla Stampa. Be’, in due pagine e mezzo non c’era una riga ridondante. Il primo titolo si soffermava sulla questione morale a sinistra e recitava «Però nel ’92 Luciano e Walter tacevano», riferito a quando Violante e Veltroni soffiavano sul fuoco di Mani pulite nella speranza che travolgesse solo Psi e Dc, cosa che in parte avvenne.

(continua…)

Amato dice addio alla politica: “su Craxi ho fatto bene!”

Lunedì, 2 Giugno 2008

Presidente Amato, lei ha compiuto settant’anni e si è ritirato dalla vita politica, rinunciando a ricandidarsi. Perché?
«Sono in politica da cinquant’anni; non ricordo se mi iscrissi al Psi nel ’57 o nel ’58. In tutti questi anni non ho mai avuto divisioni al mio seguito. Non sono mai esistiti gli amatiani. Ho acquisito posizioni di preminenza offrendo idee ed esperienze. Posso continuare a farlo, finché il cervello funziona, senza bisogno di un posto al governo o in Parlamento. In Italia abbiamo leader cinquantenni che sono considerati giovani ed è quindi utile che quelli come me facciano spazio a chi è nato non dirò ieri, ma almeno l’altro ieri».

Chi sono gli uomini nuovi su cui puntare? Enrico Letta?
«Enrico ha l’età in cui negli altri Paesi si diventa primi ministri. Nomi non ne faccio, ma dobbiamo puntare anche sui trentenni. Nunzia Penelope ha scritto che "i giovani non esistono". C’è del vero. È giusto dare ai giovani la possibilità di dimostrare che, avendo scelta, la loro vita può essere altro da una sequenza infinita di notti in Campo de’ Fiori, con una bottiglia di birra in mano».

(continua…)

L’archivio di Craxi

Giovedì, 6 Dicembre 2007

Tra i 400 mila fogli, lettere, discorsi, biglietti, appunti e telegrammi che ora riempiono la stanza accanto, Stefania Craxi ne ha scelto uno, che ora è appeso alle sue spalle. E’ probabilmente l’ultimo scritto di suo padre Bettino – che lei non chiama mai "papà", ma sempre "Craxi" – e fu trovato sulla scrivania di Hammamet il 19 gennaio 2000, il giorno della sua morte.

E’ un semplice foglio di bloc notes, con le righe celesti solcate dalla grafia ancora forte e decisa di un uomo forse già morente: "In questo processo, in questa trama di odio e di menzogne, devo sacrificare la mia vita per le mie idee. La sacrifico volentieri. Dopo quello che avete fatto alle mie idee la mia vita non ha più valore. Sono certo che la storia condannerà i miei assassini. Solo una cosa mi ripugnerebbe: essere riabilitato da coloro che mi uccideranno".

Ma neanche Stefania, che ha scelto in un minuto il documento da incorniciare, sa esattamente tutto quello che c’è in quei 285 faldoni nei quali è sigillata la storia di suo padre, o meglio le tracce cartacee e visuali che ne sono rimaste. Forse, per dire, non sa neanche che nello scatolone della corrispondenza personale, tra le lettere di Yasser Arafat e i biglietti di Mitterrand, c’è una lettera firmata Silvio Berlusconi.

Una lettera breve, di una paginetta, ma scritta di suo pugno alla fine di ottobre del 1984. Una testimonianza importante, perché è il tassello mancante di una vicenda decisiva, nella storia della televisione italiana: il decreto Berlusconi. Era successo che il 16 ottobre tre pretori – a Roma, Torino e Pescara – avevano ordinato l’oscuramento di Canale 5, Retequattro, Italia Uno e altri due network perché trasmettevano in diretta su tutto il territorio nazionale, nonostante il divieto allora imposto dalla legge. Berlusconi guidò ovviamente la protesta, parlò di "sconcerto, amarezza e ribellione", ma dovette tenere spente per quattro giorni le sue tv.

Finché, la mattina del 20 ottobre, il Consiglio dei ministri – convocato d’urgenza da Craxi – varò un decreto-legge che sanava immediatamente la situazione e concedeva un anno di tempo alle tv. Tutti pensarono, molti dissero e qualcuno scrisse che il capo del governo aveva voluto dare una mano al suo amico Silvio. Nessuno però poté dimostrarlo. Ebbene, la lettera di Berlusconi è la conferma che mancava.

"Caro Bettino – scrive il Cavaliere – grazie di cuore per quello che hai fatto. So che non è stato facile e che hai dovuto mettere sul tavolo la tua credibilità e la tua autorità. Spero di avere il modo di contraccambiarti. Ho creduto giusto non inserire un riferimento esplicito al tuo nome nei titoli-tv prima della ripresa per non esporti oltre misura. Troveremo insieme al più presto il modo di fare qualcosa di meglio. Ancora grazie, dal profondo del cuore. Con amicizia, tuo Silvio".

Le lettere di Craxi sono una netta minoranza, nel mare magnum della corrispondenza catalogata, perché il leader socialista scriveva spesso a mano e non conservava una copia delle missive che spediva. Tra le poche di cui è rimasta traccia, ce n’è una scritta a un compagno socialista con il quale lui ebbe rapporti altalenanti: Sandro Pertini.

Maggio 1984: Pertini è al Quirinale, Craxi a Palazzo Chigi. Ma è una lettera privata, da compagno a compagno, quella che Bettino scrive. "Caro Sandro, anche il presidente della Repubblica consentirà al segretario dei socialisti italiani di essere franco. Dopo la campagna di aggressione polemica ripresa dai comunisti contro i socialisti da quando ho l’onore di guidare il governo della Repubblica, penso che se tu ti fossi trovato tra i delegati socialisti del congresso di Verona, ti saresti unito alla loro legittima protesta con lo stesso orgoglio e la stessa energia con la quale sempre i socialisti riformisti hanno dovuto difendere il socialismo ogni qualvolta esplodeva il settarismo dei comunisti. Un abbraccio fraterno, tuo Bettino".

Cos’era successo? Al congresso socialista di Verona la platea aveva rumorosamente fischiato Enrico Berlinguer, capo della delegazione del Pci. "Io non posso unirmi a questi fischi solo perché non so fischiare" aveva commentato Craxi dal palco. Una frase che non era piaciuta affatto a Pertini (come lo stesso presidente si era premurato di far sapere al leader socialista, con una secca telefonata) e della quale lo stesso Craxi si sarebbe poi amaramente pentito, un mese dopo, al momento della morte di Berlinguer.

Uno sprazzo di luce su una vicenda ancora oggi più ricca di ombre che di luci arriva invece da una lettera che Giuliano Amato scrive a Craxi il 9 febbraio 1993. La data è importante. Lo scandalo di Tangentopoli è al culmine della sua deflagrazione: da 24 ore Silvano Larini viene interrogato dal pool di Mani Pulite, e sta raccontando di un conto "Protezione" su cui Licio Gelli ha versato sette milioni di dollari al Psi. Craxi è già stato raggiunto da un avviso di garanzia e tre giorni dopo si dimetterà da segretario. Martelli darà le dimissioni entro poche ore.

In questo clima infuocato Amato, presidente del Consiglio, scrive a Craxi una lettera di suo pugno – su carta intestata di Palazzo Chigi, ma non protocollata e dunque non classificata – che sembra avere un solo obiettivo: rassicurarlo sui suoi guai giudiziari. "Caro Segretario, prendo a calci i primi mattoni di un muro di silenzio che non vorrei calasse fra noi. E vorrei chiederti invece di avere fiducia in quel che io sto cercando di fare. Occorre certo che passi qualche giorno, che la situazione delle imprese, e non solo della politica, appaia (come del resto già è) insostenibile. E’ inoltre realisticamente utile che la macchia d’olio si allarghi. Neppure a quel punto credo che sarà possibile estinguere reati di codice. Ma credo che l’estensione per essi dei patteggiamenti e delle sospensioni condizionali sia una strada percorribile. Sto conquistando su questo preziosi consensi. E ritengo che si ottengano così procedure non massacranti, che evitano la pubblicità devastante dei dibattimenti e forniscono possibilità di uscita (…). Claudio mi pare ormai in pericolo. Apprendo che, se ci fosse un riscontro a ciò che ha detto Larini, già sarebbe partito un avviso per concorso in bancarotta fraudolenta. Io sono qua. E continuo ad esserti grato ed amico. Giuliano".

Il giorno dopo, al Senato, Amato dirà che "la questione morale è diventata, di prepotenza, prioritaria". E tre settimane più tardi, il 5 marzo, il suo governo varerà quello che passerà alla storia come il "decreto salva-ladri": depenalizzazione per il finanziamento illecito dei partiti ed estensione del patteggiamento ai reati di concussione e corruzione. Decreto che sarà precipitosamente ritirato dopo la clamorosa protesta in tv del pool milanese.

Alcuni dossier sono riservati a politici e giornalisti. Uno è dedicato a Cesare Merzagora. Un altro è intitolato "Eugenio Scalfari" e contiene cento documenti catalogati, tra i quali gli articoli dattiloscritti (consegnati dunque a Craxi prima della pubblicazione) di un’inchiesta dell’"Europeo", cinque puntate al vetriolo sul fondatore di "Repubblica".
Nomi invece ce ne sono tanti. Cossiga scrive più di tutti: lettere, biglietti, telegrammi. Una lettera dal Quirinale sembra scritta alla vigilia delle dimissioni: "Caro Bettino, non ho potuto seguire, in coscienza, il tuo consiglio di "restare". Ma ho gettato piuttosto un ponte con quel galantuomo che è Oscar Luigi Scalfaro…". Roberto Benigni nel 1991 gli manda da Porto Cesareo (Lecce) una cartolina con uno scoglio scritta nel suo stile: "Bettino, e a stare zitti ho già detto tutto. Ti saluto".

Nel 1986 Leonardo Sciascia gli scrive: "Ho votato per il Psi e per il giovane Musotto. Già da anni io voto come se ci fosse il sistema uninominale (che bisognerebbe ripristinare). Ma non è questo il punto: è che la campagna elettorale del Psi in Sicilia mi pare sia partita sul piede sbagliato: quando si vuole rinnovare, e si vuole rinnovamento, bisogna che siano nuovi gli uomini che si propongono. Questa è la terra in cui l’esperienza della storia si è coagulata nella sentenza che "’ncapu a lu re c’è lu vicirè", al di sopra del re c’è il vicerè…".

Una delle ultime lettere, dell’estate 1999, è per Giovanni Paolo II: "Santo Padre, don Verzè mi porta il Suo messaggio augurale. Grazie. L’unica grande fiducia è in Lei. Offro le mie sofferenze per il mio paese e per le intenzioni di Vostra Santità. B. Craxi".

(continua…)