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Al Sud servirebbe un Bossi

Mercoledì, 7 Aprile 2010

Vulimm ’a Lega. Dalla Puglia alla Campania, fino alla Sardegna, sale il grido di dolore del Sud, un desiderio ardente di leghismo analogo e capovolto, il meridional-leghismo. Girando per il Sud, sento propositi bellicosi di gente che invoca l’arrivo della Lega dalle proprie parti, o annuncia clamorosi inviti al Carroccio di aprire succursali e sportelli anche in Terronia. Me lo diceva a Bari un imprenditore sveglio e anticonformista, Vito Vasile, scottato dall’assenza di una vincente leadership politica del centro-destra in Puglia, donata a Vendola; me lo ripetono in Sicilia, in tutto il Sud e a Napoli poi non vi dico.

Giusta la domanda, a mio parere, sbagliata la risposta. Giusta la domanda perché il Sud ha bisogno di una classe dirigente che si prenda cura del meridione. Il Sud proviene dal fallimento globale delle giunte regionali e locali di sinistra che lo hanno governato in questi ultimi anni; ma in alcune zone del Sud, come la Puglia, la Basilicata e la Sicilia, per ragioni diverse, anche il centro-destra non ha saputo ribaltare le amministrazioni inquisite del centro-sinistra o governare, nel caso della Sicilia. Da qui la scorciatoia mitica del Partito del Sud che è il nome indigeno di una simil Lega. Capisco l’esigenza che porta a quella scelta, ma mi pare inadeguata quella risposta. Un partito del Sud che nasca da una costola malriuscita del centro-destra partirebbe male; se poi nasce in Sicilia dove il tema Sud è remoto rispetto al tema isolano dell’autonomia, ancora di più. Ma poi non è di un duplicato della Lega che ha bisogno il Sud, che peraltro non ha un suo Bossi di riferimento. Ma di un rilancio del Sud come corpo organico dell’Italia e dell’Europa, come braccio mediterraneo di ambedue.

Non credo che il federalismo sia una sciagura per il Sud, può essere anche una strigliata e una chiamata alle proprie responsabilità; ma non mi pare che il federalismo possa essere la risposta meridionale alla sua sottorappresentazione e al suo divario. L’autonomia in Sicilia è stata un guaio, ha peggiorato i vizi e malgovernato la Regione, in tutte le versioni: sinistre, centriste e autonomiste. Al federalismo ci vuole, perlomeno, qualche contrappeso forte. Un progetto Sud dentro un progetto italiano, a sua volta compreso nel progetto euromediterraneo: la matrioska del meridione non può chiamarsi fuori. Vedo crescere a Sud con l’avvicinarsi del compleanno d’Italia una forte passione borbonica, brigantesca, antiunitaria.

Comprensibile, a tratti sacrosanta, ma rovinosa se pretende di farsi proposta politica secessionista o autonomista, o processo all’unità d’Italia e denigrazione del Risorgimento. Non condivido nemmeno chi come Galli della Loggia, nel nome giusto dell’Unità d’Italia, taccia di ignoranza chi, come Edoardo Bennato, dedica le sue ultime canzoni ai briganti e al re borbonico. Lo vede come un fallimento rispetto alle sue canzoni iconoclaste e radical degli anni Settanta; io la vedo, invece, come un mezzo rinsavimento dal cliché sessantottino e un ritorno in famiglia, dove suo fratello Eugenio già cantava il Sud dei vinti. Non è ignoranza ripensare a quella pagina di storia; è esagerato idealizzare quella monarchia in declino nell’Ottocento e il brigantaggio, che non fu solo un fenomeno criminale ma non fu nemmeno solo un fenomeno di resistenza partigiana; fu l’uno e l’altro, in una mescolanza inscindibile.

È giusto riammettere quelle memorie nel tessuto storico e civile del Sud e dell’Italia, per rimarginare le ferite e riannodare le memorie; è giusto ripensare a quella storia rimossa, capire le ragioni, le passioni, le nostalgie del Sud. Ma non è giusto farne una proposta politica, tradurle nel presente in partito del Sud o in lotta antiunitaria: non si accorgono che nel tentativo illusorio di tornare alle radici, imitano a rovescio il leghismo del Nord e si lasciano colonizzare in altro modo. No, il Sud deve riportare la sua storia nella storia d’Italia e d’Europa; e la politica del Sud deve fare la stessa cosa. Ma deve farlo da meridionale. Deve rendersi conto che il suo avversario non è il Nord, non è Roma, ma è la globalizzazione come perdita del territorio o come demente razzismo di ritorno di chi, sull’onda di libri come quello dello psicologo Richard Lynn, sostiene l’inferiorità intellettuale del Sud. Tesi imbecille, perché tutto si può dire ai meridionali meno che siano i più cretini d’Italia. Hanno meno razionalità organizzativa, meno senso civico, meno partite Iva e meno Pil, non sanno fare cittadinanza, rete, cooperativa. Fanno clan, ma questo non è solo frutto di indole mafiosa, accade anche nei Paesi anglosassoni (non a caso, la parola clan è di derivazione scozzese e non mafiosa).

Ma individualmente sono intelligenti sopra la media europea. Non si può ricavare il tasso d’intelligenza dall’organizzazione; mica siamo formiche o api operaie, siamo uomini. Dire per esempio che i siciliani sono i più stupidi d’Italia significa essere stupidi: l’intelligenza siciliana, anche nei suoi tratti eversivi, contorti e sadomasochisti, erutta come l’Etna e svetta come Punta Raisi. Altro che stupidi. Insomma, il Sud deve pensarsi non solo dentro il nostro tempo ma anche dentro l’Italia, dentro l’Europa, dentro il Mediterraneo. Deve far crescere i suoi leader, le sue classi dirigenti, i suoi progetti, ma dentro questa realtà, questo quadro politico. Non fuori o addirittura contro. Altrimenti si disperde, cade nel piccolo ribellismo che non ha mai prodotto niente di buono a Sud, solo rivolte e masanielli. Certo, ci vorrebbe un movimento popolare nel Sud, una sensibilità trasversale, un nuovo mito politico. Forse ci vorrebbe un Vendola anche alla destra, senza orecchino e senza l’anello al naso, che sniffi solo diavolicchio; un cantore politico, capace di toccare le corde antiche e profonde della passione civile, magari un po’ meno poeta e più amministratore, ma in grado di suscitare miti politici.

Un leader un po’ Vendola e un po’ Saviano, lasciatemelo dire. Una versione colta e populista che abbia però lo stesso piglio fattivo e la stessa anagrafe degli Scopelliti e dei Caldoro, vincenti in Calabria e Campania. Uno scazzamuriello magari siculo o pugliese, per compensare il gap, che sappia parlare ai ragazzi. Insomma non c’è bisogno di un nuovo partito, o di una nuova Lega; più semplicemente, o più difficilmente, c’è bisogno di leader veraci.

m. veneziani giornale

Gli sprechi dei giudici: perdono 97 euro su 100

Martedì, 6 Aprile 2010

Perizie. Intercettazioni. Notifiche. Milioni su milioni di euro. Spese che lo Stato non recupera, anche se dovrebbe. Inettitudine. Inefficienza. Lentezza. Farraginosità delle procedure. E poi, naturalmente, la gara a nascondino dei condannati che dovrebbero ridare allo Stato i soldi impiegati per farli ascoltare di nascosto, per farli arrestare e per farli punire. La macchina gira a vuoto e alimenta il deficit dello Stato e il senso di frustrazione della collettività. Giuliano Pisapia e Carlo Nordio dedicano un passaggio del loro bellissimo libro In attesa di giustizia a questo scandalo tutto italiano e danno le cifre di questa Caporetto: «Solo il 3 per cento delle spese di giustizia – scrivono i due autori – viene recuperato». Naturalmente, non se ne parla, o se ne parla poco, perché è più comodo riempire il cielo di geremiadi, di lamenti e di denunce contro lo Stato che è inadempiente, tirchio, con le pezze al sedere. Sarà, ma un lato del problema, come riconosce anche Pisapia, «è proprio lo spreco di risorse, frutto di un conservatorismo miope». La riscossione dei crediti maturati avviene con ritardi abissali e con metodi antiquati. Attenzione: le spese processuali sono molte di più di quelle che sulla carta potrebbero e dovrebbero essere recuperate. Facciamo un esempio: il processo Andreotti a Palermo. Il costo enorme di quell’immane e lunghissima fatica giudiziaria è tutto a carico dello Stato per la semplice ragione che il sentore a vita è stato assolto e dunque non dovrà dare un euro alla pubblica amministrazione. Pesano dunque sulle spalle del contribuente le infinite spese sostenute: le notifiche, le trasferte della corte da una città all’altra, le intercettazioni, i pentiti, le perizie, e altro ancora, tutte voci che, fra parentesi, nessuno è nemmeno in grado di calcolare. Così, lo stesso schema si riproporrà, per citare un altro caso, a Garlasco per la morte di Chiara Poggi: Alberto Stasi, sempre che l’assoluzione diventi definitiva, non verserà nemmeno un euro e tutti i periti interpellati dal giudice per venire a capo dell’enigma presenteranno le parcelle al tribunale. Benissimo. Ma se l’assassino o lo spacciatore o il colletto bianco viene condannato? Cosa succede? I meccanismi della riscossione sono lentissimi e malfunzionanti. Non solo: a distanza di anni chi è in carcere gioca la carta, tutta italiana, della remissione del debito. Di che si tratta? Semplice, un giudice di sorveglianza può, come misura premiale per il comportamento tenuto in cella, estinguere il debito che l’interessato non ha mai saldato. Basta un’udienza e con un tratto di penna il magistrato può cancellare i debiti di migliaia e migliaia di euro. È quello che di norma avviene, anni e anni dopo i fatti, nel segreto di una stanza del tribunale. Del resto il magistrato, sia pure animato da un buonismo all’italiana, non fa altro che applicare la legge. Dunque, se ritagliamo solo i processi chiusi con condanne, su 100 euro lo Stato ne riprende 3. Solo 3. Un disastro. E infatti al ministero della Giustizia sostengono che sarebbe meno dispendioso non provare nemmeno a recuperare i crediti, perché il tentativo, quasi sempre fallimentare, può costare cinque o dieci. Molto più di quel che torna indietro. A via Arenula, alla sede del ministero, lasciano però la porta aperta alla speranza e ipotizzano che la situazione possa cambiare. Anzi, il cambiamento è già iniziato. Dal 1° gennaio 2009 è partita la rivoluzione che dovrebbe far voltare pagina: non sarà più l’ufficio del campione penale ad andare alla caccia dei beni dei condannati, ma Equitalia giustizia, una società interamente controllata dal ministero dell’Economia e gestita, si spera, con i criteri con cui si manda avanti un’azienda. La convenzione operativa fra via Arenula e Equitalia giustizia deve ancora essere firmata e siamo quindi in una fase preliminare. Per tentare un primo bilancio occorrerà attendere mesi se non anni, intanto l’inseguimento ai debitori continua. Come prima.

Basta pensare ad un capitolo che di solito l’opinione pubblica sottovaluta, perché poco spettacolare: quello delle notifiche. Ogni notifica – spiegano in via Arenula – costa fra gli 8 e i 10 euro. Quotidianamente gli ufficiali giudiziari notificano a vuoto centinaia di atti, fra errori e cambi di indirizzo, senza contare poi la ricerca impossibile di irreperibili e clandestini di cui nessuno conosce l’esatta identità se non la nazionalità. È uno spreco colossale di energie e di risorse. Così come sono altissime le spese per il gratuito patrocinio, altra voce ormai fuori controllo. Centinaia di imputati, dai molti alias ma senza un euro, vengono difesi fino in Cassazione. E a pagare è sempre lo Stato.

s. zurlo ilgiornale

Morire da Italiani

Martedì, 2 Marzo 2010

Pietro Antonio Colazzo, servitore dello stato, è tornato ieri da Kabul in una bara: morto da eroe nella lotta contro il terrorismo. Durante un assalto di miliziani ha avuto il sangue freddo per fornire le informazioni utili al contrattacco delle forze regolari afghane e internazionali, sapeva di rischiare la vita, ma col suo comportamento ha permesso di contenere gli effetti dell’aggressione, salvando così numerose vite. Non la sua. I servizi di sicurezza e di intelligence italiani, che in patria vengono spesso dileggiati e talora accusati anche dalla magistratura dei più efferati crimini, sono rispettati all’estero per la loro professionalità e per il coraggio personale dei funzionari.

L’eroismo di queste persone, che esercitano funzioni delicatissime in modo riservato, senza compiacenze e senza esposizioni mediatiche, emerge solo in casi tragici come quello che ha portato al sacrificio di Colazzo. Per una volta anche i giornali dell’establishment ne hanno dato conto, come per la verità avevano fatto in un primo tempo anche con Fabrizio Quattrocchi, il body guard massacrato dai tagliagole iracheni ai quali rispose con l’inusuale e sincero orgoglio di chi sa “morire da italiano”.
Sono bastati, in quell’occasione, pochi giorni per veder spuntare la solita inchiesta giudiziaria che voleva trasformare un eroe in “mercenario”. E per vedere l’opinione perbenista accodarsi alla logica dell’oblio per l’eroe, al cui nome non fu possibile intitolare una strada. C’è da sperare che non avvenga così anche per Colazzo. Da noi infangare gli atti di eccezionale valore personale è una moda permanente, forse il riflesso di un atteggiamento di deprecazione autolesionistica che ha radici antiche.

Quattrocchi è morto inneggiando alla patria, Colazzo per difenderla dall’insidia globale del terrorismo. Quattrocchi, per lo meno, è stato poi insignito della medaglia d’oro al valore civile, che sarebbe giusto conferire anche a Colazzo. La sensibilità di Giorgio Napolitano non ha bisogno di suggerimenti, ma sarebbe il caso che quando si conferirà alla memoria di Colazzo il riconoscimento dello stato che ha servito con onore si colga l’occasione per ricordare agli italiani non solo una persona dal comportamento eroico, ma l’azione discreta e silenziosa di tanti che si sacrificano per difendere la nostra sicurezza. In fondo la retorica della difesa della Patria è sempre meglio di quella della sua sistematica denigrazione.

ilfoglio

Gli Italiani e gli scandali (by Polito)

Lunedì, 1 Marzo 2010

Sono molto diverse le due inchieste che hanno sconvolto l’Italia in questo inizio d’anno. Molto.La prima, quella di Firenze sugli appalti della Protezione civile, è fatta in massima parte di intercettazioni, è ricca di indizi ma non ancora di prove, e riguarda un mondo di commis d’etat e di imprenditori che girano intorno alla politica e in qualche modo vivono di relazioni con la politica. La seconda, quella della Dda di Roma, è invece per lo più basata su documenti, bilanci e tracce contabili – se si esclude il filone che riguarda il senatore Di Girolamo, più classicamente fondato su conversazioni telefoniche ascoltate – e riguarda un mondo che con la politica non c’entra nulla, ma che anzi, sull’onda dei successi della new economy, se ne è autonomizzata come forse pochi altri settori dell’imprenditoria nazionale hanno mai saputo fare.

In comune, come è ovvio, le due inchieste hanno la presunzione di innocenza per tutti gli indagati, principio che qui al Riformista prendiamo sul serio. Ma, intanto, condividono anche la capacità di influenzare l’opione pubblica, destando un fortissimo allarme sociale.

Entrambe le inchieste, insomma, sono in grado di scandalizzare gli italiani per bene. Hanno dunque un effetto politico rilevante. L’ingresso in scena della grande impresa, anzi, sembra quasi ripetere lo schema degli anni terribili di Tangentopoli, quando ai politici fecero seguito i padroni, e l’Italia capì che si faceva sul serio e che il terremoto era reale.

Voglio dire che l’uno-due ha influito sul mood del Paese più di quanto non appaia. Scandali più o meno grandi non sono davvero un copyright italiano, e su questo ha ragione Montezemolo quando invita ad evitare il solito rito dell’autoflagellazione nazionale. Ma il fatto è che da noi gli scandali si innestano su un risentimento antico e cronicizzato della gente, su quello che Luca Ricolfi, nel suo ultimo libro, chiama «un generale senso di ingiustizia», citando una frase di Lucia Annunziata. Mi è capitato in questi giorni di partecipare a trasmissioni televisive e radiofoniche sul tema della corruzione, e dovunque ho sentito il riaffiorare di questo stato d’animo. La gente paragona le tasse che paga ai soldi che spariscono nelle revisioni dei prezzi degli appalti; paragona il mutuo che paga agli appartamenti comprati con i fondi neri all’estero. Fa costantemente di conto, tra la propria condizione e quella di chi è più furbo.

Sulle spalle degli indagati di turno, cioè, si abbatte il peso di quel mare di evasione fiscale, di quel mare di economia sommersa, e di quel mare di disagio sociale che da sempre motivano in Italia un «generale senso di ingiustizia». Il quale non ha confini. Lo avvertono i lavoratori dipendenti, perché sanno che coprono da soli la gran parte delle entrate fiscali dello Stato; ma lo avvertono anche i lavoratori autonomi e le partite Iva concentrate al Nord, perché sanno che le imposte che pagano vengono redistribuite in maniera iniqua e opaca. In Italia il Sud si sente oppresso e abbandonato al dominio della malavita – come ha testimoniato il grido di allarme lanciato ieri dai vescovi – e il Nord si sente defraudato e spogliato – come testimonia proprio il libro di Ricolfi, il quale ha calcolato in 80 miliardi all’anno di sprechi della pubblica amministrazione il prezzo del «sacco del Nord».

Non si può sottovalutare questo stato d’animo. Gli storici segnalano che le rivolte all’ordine costituito di solito si determinano quando in una comunità si varca la soglia fatale del senso di ingiustizia percepito. Questo effetto producono le inchieste sulla corruzione e il malaffare: spargono il sale su ferite che già esistono, e per questo possono produrre reazioni imprevedibili, anche al di là della loro effettiva portata o attendibilità.

Dal punto di vista politico, è naturalmente la maggioranza di turno che deve più temere possibili esplosioni. Per ovvie ragioni. Il consenso politico nelle moderne democrazie è basato sull’effetto «feel good», il sentimento cioè che le cose vanno – nei limiti del possibile e delle congiunture internazionali – abbastanza bene, e che comunque tendono a migliorare. È un effetto raro in Italia, e questo spiega perché siamo l’unico Paese d’Europa che dal ’94 ad oggi non ha mai visto due legislature di seguito con la stessa maggioranza, visto che chi vince le elezioni una volta da noi le perde sempre la volta successiva.
Di fronte al rischio che un oscuro e forse anche confuso sentimento di rabbia abbia conseguenze politiche, chi governa ha due strade possibili. La prima è quella cui tende naturalmente Berlusconi, e che ieri si è ripetuta con la allocuzione dello «stato di polizia»: prendersela con chi indaga e con gli strumenti con cui indaga (nel caso delle intercettazioni – bisogna dirlo – con qualche ragione). La seconda è quella che, tra una sparata e l’altra del premier, la parte più accorta della maggioranza ha tentato di tenere in questi giorni: comprendere lo stato d’animo del Paese, non difendere un insostenibile status quo, e promettere, almeno promettere, riforme capaci di curare quel «generale senso di ingiustizia». È importante anche a fini pedagogici che chi regge la leadership del Paese sappia compiere questa operazione terapeutica. Non solo per difendere se stesso da sbotti d’ira elettorale, dallo spettro dell’astensionismo e dal rischio di successo delle forze più estremiste (la Lega da un lato e Di Pietro dall’altro). Ma anche per proteggere quel filo del dialogo tra rappresentati e rappresentanti che è il contenuto stesso di una democrazia, e in assenza del quale si erigono patiboli mediatici, si invocano boia politici, e si sognano dittature di salute pubblica.
Questo 2010 non è il 1992, e le inchieste di oggi non sono Tangentopoli. Ma gli italiani possono ragionare come se lo fossero. Non sarebbe un vantaggio per nessuno.a. polito il riformista

Amanda, la morte e i balli in maschera. E’ la nuova cronaca nera

Sabato, 13 Giugno 2009

Tutto cio’ che ho detto l’ho fatto perche’ messa sotto pressione. Le dichiarazioni sono state prese contro la mia volonta’. Ho detto cio’ che ha suggerito il pm". E’ il giorno di Amanda Knox, la giovane studentessa americana accusata insieme a Raffaele Sollecito dell’omicidio di Meredith Kercher. La ragazza parla per la prima volta dopo il rinvio a giudizio davanti ai giudici della Corte di Assise di Perugia. "Loro (la polizia ndr) – afferma Knox – mi suggerivano la via. Continuavano a dirmi che avevo subito un trauma e che non ricordavo. Poi la mia memoria si e’ mescolata e nella mia confusione ho inziato a pensare che forse ero veramente traumatizzata". Amanda ricorda in aula la notte tra il cinque e il sei novembre 2007, quando, a pochi giorni dal delitto di Meredith Kercher, venne interrogata in questura e indico’ il musicista congolese Patrick Lumumba come l’autore dell’omicidio della studentessa inglese. (Agi)

Dal Foglio del 26 gennaio 2008

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Fantasmi: ecco la prova che esistono – le immagini choc

Lunedì, 30 Marzo 2009

Credere o non credere nei fantasmi? Sono migliaia le persone sparse in ogni parte del mondo che credono di averne visto uno. E anche fotografato. Tanto che in rete c’è anche una gara. A vincere con la foto del Tantallon Castle, vicino Edimburgo, la foto di uno spettro alla finestra. Settimane fa il  professor Richard Wiseman dell’università dell’Hertfordshire nell’ambito dell’International Science Festival di Edimburgo avrebbe, infatti, invitato coloro che erano in possesso di foto di fantasmi a spedirgliele via mail e il risultato sarebbe andato ben oltre le sue stesse aspettative, visto che gli sono arrivate centinaia di immagini da ogni parte del mondo e le migliori 50 sono state poi votate da 250mila persone, chiamate a scegliere quella, a loro giudizio, più convincente.

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Come Travaglio è diventato milionario

Mercoledì, 30 Luglio 2008

Per capire qualcosa della premiata ditta Travaglio&Co bisognava osservare i soci fondatori, solo pochi giorni fa, a Capalbio, in mezzo ai radical chic spiaggiati. Travaglio e Gomez nel pomeriggio si presentano all’Ultima spiaggia, uno in jeans scuri e polo bianca a maniche corte, Peter in camicia, entrambi col trolley dietro. Dovevano presentare il loro ultimo libro all’Argentario, ma un sindaco di centrodestra non ha gradito.

Morale: rapido trasferimento nel regno dell’esausto radical chic. Appena arrivano, alle cinque, il fuggi fuggi. Dal piccolo tendone allestito sulla sabbia spariscono gli abituali frequentatori noti, politici, uomini Rai, giornalisti della sinistra romana, opinionisti. Segue presentazione, affollatissima, ma di ragazzi, anziani, gente qualunque; un’altra Capalbio.

Anni fa le cose erano diverse, racconta Marco Travaglio. «Alle nostre presentazioni venivano intellettuali, giornalisti; adesso gli scrittori sono scappati, vengono soprattutto ragazzi, che magari sanno poco, ma non si fidano di quello che gli vien detto dai giornali e dalla tv. Anche perché facciamo quello che spesso i giornali non possono o non vogliono più fare, mettere insieme dei dati, ricostruire uno scenario, un lavoro per cui non bastano più uno, due articoli».

I ragazzi tempestano di domande. «Non è vero che stiano tutti con Grillo. Anzi. Sono lettori vari, misti, post-ideologici». La prima cosa che c’è dietro questa premiata ditta Travaglio&Co, che sforna libri su libri, ed è capace di venderne profittevolmente come pochi altri, è allora l’esistenza di un pubblico. Che non coincide necessariamente con la rappresentazione politica che ne viene fatta, quella del grillismo, o del dipietrismo, o del giustizialismo. È gente che compra libri, ma paradossalmente legge poco i giornali. Fine di un binomio che credevamo classico.

I libri poi bisogna scriverli. E allora è normale chiedersi con quale piccola industria sia possibile scriverne così tanti, e con cadenze così regolari, oltre che successo quasi immancabile. Per dare solo pochi numeri, Regime (il primo della serie, uscito da Rizzoli nel 2004, prefazione di Giorgio Bocca), scritto da due persone (Travaglio e Peter Gomez), con dietro un editor (Lorenzo Fazio) e un pugno di redattrici, ha venduto 220mila copie ed è stato un caso editoriale. Mani sporche, scritto da tre persone (con Gomez e Gianni Barbacetto, di Diario) e uscito per la nuova «chiarelettere», editor Lorenzo Fazio, coadiuvato da Maurizio Donati, ne ha vendute 125 mila.

Il successivo, Se li conosci li eviti (con Gomez, sempre per «chiarelettere») 175 mila, e sta per essere ristampato. L’ultimo, il Bavaglio (Travaglio-Gomez più Marco Lillo, dell’Espresso), sulle nuove leggi ad personam, il lodo Alfano e il tentativo di mettere, appunto, il bavaglio all’informazione vietando la pubblicazione delle intercettazioni (anche per riassunto), ha già qualcosa come 120mila richieste. Ed è stato scritto in soli quindici giorni.

«In casi come questi mettiamo su un piccolo team composto da quattro redattori, compresi me e Maurizio, e lavoriamo pancia a terra», spiega Lorenzo Fazio, quasi deus ex machina della premiata ditta, prima in Rizzoli, adesso a «chiarelettere». I tempi possono essere molto diversi. Per Mani sporche un anno, per il Bavaglio quindici giorni. Oppure gestazioni intermedie dettate dall’incalzare degli eventi: Se li conosci li eviti è stato concepito e scritto in un mese e mezzo, quando Prodi è caduto: la premiata ditta s’è messa sotto e a ridosso delle elezioni anticipate ha prodotto il libro che racconta chi sono e cos’hanno fatto nel recente passato 150 aspiranti onorevoli con magagne giudiziarie, che siedono nel nuovo Parlamento.

È una storia-cronaca che nasce così: racconta Fazio che il tandem Travaglio-Gomez produce testi che hanno bisogno di pochissimo lavoro editoriale; complice in questo una certa difficoltà di Travaglio nel prender sonno: gli altri dormono, lui sfoglia carte, recupera sentenze, rilegge verbali, e soprattutto scrive, anche fino alle quattro di mattina («si sveglia tardi, però», sorride Fazio). Peter Gomez ha memoria d’elefante. Gianni Barbacetto è un gran puntiglioso. La rilettura delle bozze di solito se la sobbarca Travaglio. Poi entra in scena il team-Fazio.

È un gruppo che, in parte, s’identifica col lavoro di «chiarelettere», la casa editrice che ha pubblicato il libro di Ferdinando Imposimato sul caso Moro, quello del magistrato Bruno Tinti, clamoroso successo editoriale (80 mila copie), o di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato sulla mafia: otto milioni e mezzo di fatturato nel 2008 devono molto a Travaglio&Co.

Il nocciolo duro, con Gomez e Barbacetto, s’è via via arricchito di giovani come Marco Lillo, o di vecchi come Pino Corrias, col quale Travaglio ha aperto un blog (www.voglioscendere.it) e iniziato una singolare collaborazione. Singolare perché Corrias ha scritto un’ampia introduzione per il Bavaglio, ma i due non se le mandano a dire: Corrias, per esempio, ha molto criticato i toni della manifestazione di piazza Navona. «Siamo una ditta molto aperta e democratica, a differenza di chi ci vede tutti col forcone», sorride Travaglio. Così si sono avvicinati giornalisti come Paolo Biondani, Mario Gerevini, Vittorio Malagutti. Non dei grillisti.

Cambierà o sta cambiando qualcosa, questa produzione indefessa, del rapporto tra i giovani, la lettura, la politica? In sette libri la premiata ditta ha venduto un milione di copie. Molti di più di qualunque girotondo; abbastanza per costruire una comunità, un’officina e anche un brand che frutta, ancor più in un’Italia berlusconizzata per sfiniment

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“Malocchio per tuo figlio” – quando l’intolleranza è l’unica difesa dai ROM

Giovedì, 24 Luglio 2008

E’ l’anatema di una zingara contro un uomo colpevole di non averle comprato una rosa. E’ accaduto ieri sera, a Roma, in centro. Due uomini passeggiavano parlando del figlio di uno dei due. Una giovane zingara, non più di 20 anni, si è avvicinata loro insistendo per vendere delle rose (a due uomini?). Dinanzi all’ovvio rifiuto non si è arresa, ma ha continuato a seguirli molesta, e sentendoli parlare del figlio quando ha desistito ha lanciato il malocchio. L’uomo a cui era rivolto è un napoletano. Momenti di gelo. "Per fortuna che ho il cornicello" è stata la replica. Un vero signore napoletano!

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Femmine, femministe. E donne

Sabato, 19 Luglio 2008

Devo tornare ancora sulla ragazza ammazzata a Lloret del Mar. Mi ci costringono certi commenti. Anzitutto, quelli di stampo «femminista», per fortuna rari.

Ma insomma: avrei insinuato che la povera padovanella «se l’è andata a cercare», avrei in qualche modo «assolto» il Gordo, per inconscia solidarietà fra maschi. O avrei incoraggiato a pensarla in questo modo. Un altro ha tirato fuori Santa Maria Goretti: non portava tatuaggini, eppure…

Per favore, per favore. Io ho solo detto: sono le ragazze che devono stare più attente ai codici rispetto ai  maschi, semplicemente perchè sono loro che vengono più facilmente violentate, messe incinte senza volere, e ammazzate. Il rischio non è teorico: in pochi mesi abbiamo avuto un bel mazzetto di fanciulle in fiore uccise in un contesto di «divertiamoci col sesso».

Era un suggerimento salva-vita. Preliminare a qualunque altro discorso, anche morale (per poter essere morali bisogna prima essere persone; e prima ancora, vive) vorrei dire due cose a quelli che «se l’è andata a cercare» e a quelli che «in Italia se la tirano».

«Penso che insultare la memoria di questa ragazza non serva a nessuno, la redazione potrebbe almeno cassare il primo commento veramente insulso e volgare, tantomeno serve mettere all’indice percing e tatuaggi visto che non ha funzionato nemmeno con la minigonna le droghe e quant’altro».

Arrivo a dire: la ragazza padovana, a meno che non fosse un’altra Maria Goretti (improbabile, per chi va a Lloret del Mar), doveva lasciarsi violentare. E poi denunciare il violentatore. Sopravvivere un altro giorno, un giorno in più di scelte possibili: scegliere se diventare santa o puttana, ma insomma un altro giorno per scegliere.

Per questo, tirar fuori i luoghi comuni femministi, qui, è veramente scemo. Quasi quanto tirar fuori Maria Goretti (1). Dimostra solo come tante persone credono di pensare, mentre invece ripetono da pappagalli – per di più, con aria di sufficienza – qualcosa che è stato detto attorno a loro, che hanno  assorbito dall’aria: l’aria che tira.

Oggi sono miriadi: credono di «vivere la propria vita» e invece sono vissuti da altri, esprimono opinioni di altri, di maggioranze informi, o di entità ancora più losche. Quando infatti  si va a vedere chi sono questi «altri», quelli che mettono in circolo certe opinioni e le cavalcano, si resta sgomenti.

Un esempio: in queste settimane, corre su tutti gli schermi una pubblicità di una telefonica che annuncia il «regalo» di 500 SMS a chi si abbona. C’è una ragazza che manda un SMS, e cinquecento ragazzi in giro per il mondo gridano, esultanti: «Sono padre!».

Ebbene: questa pubblicità è precisamente una «educatrice» delle ragazze col tatuaggino di Lloret del Mar. Una battuta di spirito sul «divertimento» di avere 500 rapporti sessuali con 500 ragazzi diversi. Che riduce a spiritosaggine una faccenda sacra, che può finire in tragedia, e perchè?

Non certo perchè vogliono educarvi alla libertà, ragazzi; vogliono solo vendervi qualcosa, rifilarvi un abbonamento, e prendersi i vostri soldi. Se poi finite in forma di cadavere gonfio sotto un cespuglio, a loro non importa. Purchè abbiate versato loro 50 euro di ricarica.

Queste pubblicità vanno vietate, e i loro autori incarcerati per uso irresponsabile della suggestione. So che non è possibile, si parlerebbe di «repressione della libertà d’opinione, di espressione, di pensiero». Altri luoghi comuni, invincibili. Almeno, cerchiamo di salvare la vita di alcune di queste ragazze sceme. Dicendo loro che sono sceme e piene di idee false, che hanno assorbito dalla pubblicità.

Non manca chi mi ha accusato di spietatezza verso la povera morta. Rispondo: se qualcuno, genitori, amici, l’avesse trattata così spietatamente, magari deridendola e facendola sentire scema, oggi forse sarebbe ancora viva. Di questi tempi anche la «compassione» ha un cattivo odore.

Fra i commentatori c’è don Marco. Lo conosco, e ammetto che ne temevo il giudizio. Mi avesse accusato di spietatezza lui, allora sì che dovrei pentirmi. Invece, mi ringrazia perchè ne parlerà ai suoi ragazzi.

Conosco un poco don Marco: è un bagnino, che ogni giorno si getta fra le onde luride di una fossa, «la civiltà occidentale» a salvare delle anime perse che affogano. Siccome è un soccorritore ben addestrato, probabilmente sa che la prima carità che un soccorritore deve al bagnante che annaspa è tirargli un bel pugno in faccia. La sola differenza è che il pugno del soccorritore di bagnanti ha lo scopo di far perdere i sensi a quello che sta salvando, perchè non si dibatta; il pugno del soccorritore di anime ha lo scopo di ridare i sensi e la coscienza a chi l’ha persa.

Il femminismo – come ogni altra ideologia – non serve al soccorso in mare. Va abbandonato, è un discorso ozioso quando tante ragazze «liberate» annegano. Perciò, dirò ora alcune cose che faranno arrabbiare a morte le femministe e i femministi: preparatevi. Citerò una frase di Sophia Loren, letta da un’intervista tempo fa.

Diceva: fino ai 18 anni mi sono vista bruttissima. Una spilungona, col nasone troppo grosso, tettone troppo prominenti, culone… Ho capito di piacere solo da come gli uomini mi guardavano.

Sembra una scemenza.  Provate a immaginare la Loren a 18 anni (immaginato? Adesso basta, stop); come poteva sentirsi brutta? Ma proprio in grazia del suo cervello di allora, da gallina, la Loren ha detto una verità primordiale, quasi da «archetipo-Venere» – quel tipo di verità che il femminismo, malattia senile dell’illuminismo razionalista, vuole cancellare.

Ha detto che la donna viene, letteralmente, «formata» dallo sguardo dei maschi. Che una femmina umana adolescente non esiste per sè, non ha individualità, ma che esiste quando viene plasmata da maschi umani. E’ la subordinazione archetipica, primordiale, che resiste ad ogni chiacchiera sulla «uguaglianza dei sessi», sulla «liberazione femminile», sul «corpo è mio e ne dispongo io».

La verità è che, delle ragazze «liberate», dei loro «corpi», dispongono gli altri. I maschi. E la loro tragedia è che incontrano oggi troppi maschi, che non sono uomini. Come può distinguere i maschi dagli uomini, una ragazza? Non è facilissimo (2).

Ma almeno questo si può dire: attente ragazze. I maschi, sono quelli che vogliono da voi quella cosa – diciamolo crudamente – che avete fra le gambe. «Solo» quella cosa, non voi come persona. Il guaio è che quella cosa ce l’hanno tutte. Ciò significa che, per i maschi non-uomini, siete intercambiabili. Una di voi vale l’altra. E c’è un’età in cui tutti i maschi non sono ancora uomini, in cui il testosterore urge e la responsabilità manca. Attente a chi vi sottomettete – visto che il vostro destino, femministe a parte, è la sottomissione. Che sia almeno un uomo.

Ma come si fa ad attrarre un uomo, se ci si propone con «codici» e «segnali»  come tatuaggini, collanine alla caviglia, piercing in quei posti lì? Per il solo fatto che «tutte» le ragazze che vanno a Lloret del Mar hanno gli stessi tatuaggini e le stesse collanine, vi presentate come «intercambiabili». Dei numeri, degli esponenti di una specie zoologica, la Femmina in cerca di Copulatore. Perciò attraete dei maschi sub-umani.

Credete forse che i salmoni si scelgano la femmina? Le femmine di salmone sono tutte uguali, intercambiabili, e tutte egualmente attraenti quando raggiungono la maturità sessuale; posssedere una o l’altra è indifferente, per il salmone maschio che ha fatto un viaggio spaventoso, da turista no-Alpitour, risalendo mari e cascate, solo per… scopare.

So che invece volete essere riconosciute come «uniche». E’ il vostro diritto più profondo: essere amate per voi stesse, come donne e non solo femmine. Amate da un uomo unico – quello che è destinato per voi – il quale, se non avrà voi, è pronto a ritirarsi in convento o finire nella Legione Straniera.

Ai tempi in cui era adolescente Sophia Loren, queste cose le ragazze, più o meno, le intuivano. O meglio, lo intuiva la Afrodite che era sbocciata in loro; lo intuivano dagli occhi che gli uomini e i maschi in genere le incollavano addosso: un invito ad «essere», e insieme un’insidia, un alito rovente.

Ma questo, era prima della pubblicità televisiva ripugnante e totale. Oggi, ho l’impressione che le ragazze si facciano plasmare non più dagli sguardi degli uomini, ma dalla pubblicità losca. Forse è qui il guaio.

La pubblicità, questa predicatrice della «libertà sesuale» a scopo commerciale, mette in scherzo una cosa terribile e sacra – e il sacro è sempre vicino alla tragedia. A Perugia, a Lambrate e a Lloret del Mar sono morte ragazze che s’erano lasciate convincere che il sesso è un gioco come tanti, come una partita di calcetto. Ma il sesso non è mai un gioco. O se lo è, è un gioco mortale. E’ il gioco della danza col toro, il grande toro nero che soffia dalle narici fumanti, l’archetipo non-addomesticabile in eterno.

E’ un  gioco come lo è la corrida in Spagna (3), ultima propaggine di più antichi rituali che si perdono nella notte dei tempi; quel gioco che giocarono i danzatori e le danzatrici sui tori nella civiltà minoico-cretese, il gioco del dio Mitra che cavalca sul toro e gli piega la potente cervice.

Non capire la profondità terribile del gioco che sono indotti a giocare dalla pubblicità, è quella che condanna i giovani a questa sorta di «autismo» di cui danno prova ogni giorno, quando finiscono in cronaca nera.

L’autismo è un grave disturbo mentale, tipico degli schizofrenici. Essenzialmente, gli autistici non sanno capire cosa provano le altre persone. La mimica, il linguaggio del corpo, le smorfie o i sorrisi della faccia degli altri, a loro non dicono nulla. Per questo gli autistici sono capaci di crudeltà incredibili, o passano per insensibili indifferenti. Non è vero, sono solo malati.

La maleducazione – oggi instillata da enti diseducatori, ideologici e pubblicitari – all’egoismo e all’edonismo, alla «spontaneità» come obbedienza agli impulsi, ha reso tanti nostri giovani dei malati di questo tipo.

In grado diverso, sono – siamo (4) – autistici, nel mondo d’oggi. Ermeticamente chiusi agli altri, al loro vero sè, al loro soffrire o sorridere. E perciò sempre alla ricerca di «emozioni», sempre «forti»: è un tentativo disperato, patologico, di forare la coltre di indifferenza che gli ha sepolto l’anima – l’anima di un autistico che non capisce gli altri dalla faccia, ma solo dai loro codici d’abbigliamento e tatuaggini.

Non funziona mai, questo tipo di indifferenza è imperforabile, perchè viene «da dentro»: dal buco vuoto che è aperto là dove dovrebbe esserci «l’io», e non c’è nulla. Viene da una carenza dell’anima.

Occorrono dunque dosi più «forti»; fino alla  la perdita del controllo, che è addirittura ricercata spasmodicamente. Così può finire che uno ammazzi la femmina con cui si stava «divertendo». E le ragazze, che accettino la dose di droga necessaria, l’abbrutimento della mente che serve per far tacere il disgusto, lo squallore di sè che – quando si danno a Lloret del Mar – non possono fare a meno di sentire.

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Sabato, 19 Luglio 2008

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