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La decadenza della scuola: un accumulo di esperienza senza più alto fine (by Miriano)

Sabato, 3 Novembre 2012

Quando ho preso in mano i libri della prima elementare del primo figlio erano passati ventotto anni dalla mia, di prima elementare, ma il mio sussidiario me lo ricordavo ancora un po’. Cominciando a sfogliare i testi del futuro scolaro, ricordo che ho pensato: “bene, questi sono i libretti per giocare. Poi ci diranno dove prendere i libri veri”. Ci ho messo un po’ a realizzare che erano quelli, i libri veri.
La scuola è cambiata incredibilmente in questi anni, e forse, a meno che non si insegni, non si realizza quanto fino a che non ci si trovi ad avere dei figli che la frequentano. D’altra parte anche la scuola che ho fatto io, negli anni ’80, era a sua volta completamente diversa da quella – severa, accurata, basata su un largo uso della memoria – frequentata dai miei genitori. A questo punto, nella speranza che i miei professori di latino e greco non stiano leggendo, devo confessare che spesso qualche scolaro di qualche decennio più vecchio mi sorprende con citazioni dalle lingue classiche, brani che io ho dimenticato, e che invece lui ha scolpiti nella mente, immagino, a suon di pomeriggi incollati alla sedia.
Un po’ di tempo fa, volendo a mia volta fare alla prole uno dei consueti predicozzi (quella volta l’argomento era “come si scrive”), ho preso un mio vecchio quaderno delle elementari per leggere qualcuno dei preistorici temini ai figli, i quali peraltro sostengono che la mia principale qualità materna sia quella di trovare sempre nuove e fantasiose vie per tormentarli, soprattutto nell’istante in cui l’avventura con gli omini Lego o la partita di calcio-corridoio sta diventando davvero entusiasmante. Comunque, costretti ad ascoltare, i ragazzi – che ovviamente non hanno peli sulla lingua se si tratta di criticarmi – hanno ammesso che sì, sicuramente alle elementari scrivevo in modo ordinato e senza errori di grammatica né di ortografia, ma certo producendo una prosa “altamente soporifera”.
I loro temi, invece, sono scritti in modo per me inaccettabilmente disordinato, e grammaticalmente un po’, diciamo, creativo, ma sono un fuoco di fila di trovate, spesso pieni di fantasia e personalità. Ogni tanto, se c’è una storia da inventare, fanno capolino come niente il generale Eisenhower, i servizi inglesi dell’MI5, i Beatles, Stalin, Dante Alighieri, e citazioni cinematografiche: riferimenti a mondi di cui io alla loro età probabilmente neanche sospettavo l’esistenza.
Credo che questo fotografi abbastanza fedelmente il cambiamento della scuola e del sistema educativo in generale: i ragazzi di oggi, se seguiti a dovere, sono piuttosto svegli, bombardati come sono di stimoli, informazioni, esperienze, possibilità. Ma anche quando sono seguiti bene, da genitori attenti e presenti, da buoni insegnanti, faticano a gestire tutto. Faticano a essere ordinati, sia con le cose materiali che con le idee, faticano a rispettare semplici consegne per le quali sia necessaria concentrazione, spesso faticano a fare cose con le mani, perché tra scuola, attività pomeridiane, tempo destinato alla tecnologia in senso lato – computer, tablet, cellulari, consolle per i giochi, e anche tv, ormai meno amata dai bambini – le occasioni di esercitare la manualità, magari di fare lavoretti, piccole commissioni in casa, sono sempre di meno.
A me sembra che si sia persa cura, profondità, metodo, capacità di ricordare e di tenere punti fermi, pazienza nel cercare le soluzioni, a favore dell’ampiezza delle conoscenze e della rapidità. Personalmente non credo che sia un bene. Intanto, comunque, è un dato di fatto, un dato di fatto con cui senz’altro bisogna fare i conti: non demonizzando né sottovalutando né esaltando “le magnifiche sorti e progressive”, ma prendendo le misure.
Noi in famiglia per esempio abbiamo stabilito due giorni alla settimana in cui i figli possono giocare con i videogiochi, dopo i compiti, in modo che negli altri giorni la discussione sul tema tecnologia non si apra nemmeno. Io e mio marito avevamo infatti notato, prima di questa delibera della suprema autorità famigliare (il padre), che l’estenuante quotidiana contrattazione (“Posso giocare? Quando? Quanto?”) era causa di nervosismo pressoché perenne. Ovviamente secondo la nostra prole siamo i genitori più orribili che il pianeta abbia mai visto. Sostengono che nessuno dei loro amici sia sottoposto a simili vessazioni, e a dire il vero non stento a crederlo.
A parte alcune lodevoli eccezioni, infatti, mi sembra che lo stile educativo dei genitori contemporanei sia in linea con quello della scuola: accumulare esperienze, una dietro l’altra, senza un disegno alto, senza un progetto, in una sorta di horror vacui che costringe a riempire tutti gli spazi disponibili. Non sono rari i bambini che – magari dopo il tempo pieno a scuola (quest’anno la prima elementare, nell’unica sezione a tempo ridotto dell’intero quartiere, ha avuto solo diciotto iscritti, mentre oltre cento bambini cominceranno la loro carriera scolastica stando otto ore al giorno sui banchi) – hanno tutti i pomeriggi impegnati tra inglese, tennis, pallavolo, danza, nuoto, chitarra e via dicendo; per invitarne uno a giocare bisogna aspettare che trovi spazio in agenda.
Il discorso qui si fa ampio, e ci sarebbe da tirare in ballo il fatto che tante mamme lavorano e preferiscono (o sono costrette a farlo) subappaltare una buona parte del loro compito educativo; c’è poi la questione della scomparsa del gioco libero per strada, in piazza, al parco, che rende necessario riempire il tempo, inventando magari modi artificiosi per far muovere un po’ i muscoli dei bambini; c’è soprattutto il problema che l’educazione sembra decisamente avere perso la bussola che indichi una direzione – tolto Dio dall’orizzonte sono tolti tutti i punti cardinali – e allora si procede sommando esperienze, sperando che la quantità supplisca alla scarsa qualità.
Quando si hanno troppe cose da fare come i bambini di oggi, però, le conoscenze e le esperienze non si fissano bene: non si ha tempo di lasciarle depositare, diventare parte di noi. Se invece che insegnare a scrivere, a leggere e a far di conto la scuola sostituisce le ore di italiano e matematica per proporre corsi di danze popolari e cucina regionale (sic), se al posto della matematica c’è l’ora di tecnologia (a che serve, che già a tre anni sono più veloci di noi, questi bambini digitali?), se poi si corre tutto il pomeriggio tra sport e impegni vari, è dura imparare un metodo, impadronirsi del sapere, organizzarlo in modo personale, lasciarlo sedimentare come solo avviene nei fecondi momenti di noia.
Questo modello didattico si basa sull’idea di fondo che i bambini vadano lasciati esprimere, e non costretti, soffocati da compiti troppo noiosi, mnemonici (benedetta memoria!), vessatori. Un’idea che, oltre impregnare di sé il modo di insegnare, produce una tolleranza molto alta nei confronti dei comportamenti indisciplinati dei bambini e dei ragazzi, ma questo tema, seppur profondamente intrecciato, richiederebbe un capitolo a parte. c.miriano Fonte: Il Timone, settembre 2012

La cultura? basta insegnarla

Venerdì, 2 Novembre 2012

Siccome è noto che noi prof abbiamo moltissimo tempo libero, leggevo ieri l’articolo di Marco Lodoli su Repubblica “Addio cultura umanista, per i ragazzi non ha più senso”. E pensavo. Pensavo, per esempio, che Lodoli e l’anonima collega di lettere che lui cita nell’articolo, affranta perché per i suoi alunni è “invisibile”, dal momento che quando spiega non se la fila nessuno, devono essere proprio sfortunati. Anzi, perseguitati entrambi da una jella nera ed atra, una sorta di maledizione atavica, un malocchio feroce appiccicatosi addosso a loro chissà per quale incantesimo. Perché ci vuole proprio sfiga (scusate il termine, parlo terra terra come i miei alunni, a volte), visto che entrambi insegnano, par di capire, in prestigiosi licei e quindi ad una platea di alunni anche parecchio selezionata all’origine, a ritrovarsi classi intere di zombi seminconscienti che non provano il benché minimo interesse per Dante e Manzoni, Catullo o Tucidide, la poesia, la storia e la letteratura. A me, per esempio, questa esperienza manca. E sì che insegno in una scuola media persa in mezzo alla campagna veneta, zeppa di ragazzini fra gli undici e i quattordici anni che la “cultura umanistica” non intuiscono nemmeno cosa sia, hanno come unico pensiero quello di giocare con la Play Station o scaricare l’ultima app del cellulare; nella stragrande maggioranza dei casi, da grande sognano al massimo di fare il meccanico per smontare motorini, e l’aula di un liceo non la vedranno mai. Eppure. Eppure loro alla letteratura ed alla poesia si appassionano. Persino alla grammatica, talvolta, che è tutto dire. E “invisibile” in classe, per loro, non sono mai stata: magari odiata, perché li massacro a forza di riassunti, temi ed esercizi di analisi logica, sì, ma indifferente no. Ci sono le classi che fanno “muro”, per carità, e anche quei singoli alunni che per quanto tu ti affatichi e ci provi a coinvolgerli, niente, non ce la fai. Ma sono le eccezioni, non la regola. Ai ragazzini, di norma, la letteratura piace, perché la letteratura è raccontare storie, e sentirsi raccontare storie è un bisogno primario per ogni essere umano. Certo, bisogna prenderli per mano. Nemmeno Dante ce l’avrebbe fatta ad attraversare Inferno e Paradiso, se Virgilio e Beatrice, generosamente, non lo avessero scortato con pazienza, spiegandogli ad ogni piè sospinto dov’era, cosa stava succedendo, chi avrebbe incontrato lì, perché era importante che ci parlasse. Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm. Che sono un buon punto di partenza per spunti sull’attualità, perché Renzo era un piccolo imprenditore tessile del Comasco, che trasferisce e delocalizza poi la sua attività a Bergamo, contando sugli aiuti di Stato della Repubblica di Venezia per le imprese del settore “lusso”, com’erano considerate le filande allora. Bisogna spiegare loro, che non lo sanno, che la cultura umanistica non è una cosa per specialisti, ma quella che un domani ti serve, se farai il pubblicitario, ad inventare per il tuo prodotto uno slogan di successo, pieno di ritmo, allitterazioni, rime e di figure retoriche adatte a fissarsi nella mente del potenziale cliente per sempre; che la grammatica e la sintassi sono fondamentali per costruire un testo comprensibile per il tuo futuro sito web. Bisogna insomma far capire, ma credendoci noi per primi, che la cultura umanistica non è solo bella, ma è utile, anzi indispensabile: perché lo spot della Telecom non lo capisci se non sai chi erano Garibaldi e Mazzini, o Marco Polo, e metà delle pubblicità di profumi, quelle le cui foto le ragazzine ritagliano e attaccano sul diario, hanno dentro tante e tali citazioni di Storia dell’Arte da far provare, a chi le sa riconoscere, le vertigini. Bisogna essere cattivi e spietati, a volte, e fargli sbattere il muso su tutte queste citazioni che loro non sanno cogliere, su questi retroscena che sono destinati a non intuire mai se non imparano qualcosa di quella benedetta cultura umanistica che credono inutile e noiosa. Ricattarli, spiegando che la cultura umanistica è qualcosa di affine ad una setta segreta, parla agli iniziati per indizi, e se li sai cogliere bene, sennò sei fuori, fai parte degli altri che sono esclusi, pussa via!. Che il potere vuol farti credere che non è necessario sapere il codice, ma ti racconta fandonie per tenerti fuori, perché da sempre il potere poi è nelle mani di chi sa usare bene i congiuntivi, sa scrivere riassunti e inventare slogan di effetto. E che anche chi apparentemente non è colto ma ha fatto i soldi, poi si circonda di chi è colto, se vuole mantenerli, perché persino Briatore, quanto deve scegliersi un aiutante da pagare con cifre a quattro zeri, prende alla fine quello che sa le lingue, ha una laurea, un master e un italiano corretto e fluente, mentre l’entusiasta ignorante con la terza media presa a stento lo lascia a casa, anche se gli era magari simpatico, eh. E’ un lavoro massacrante trovare il modo di far arrivare ai nostri alunni questo messaggio, scovare ogni giorno nuovi esempi da portare, sconfiggere punto per punto i loro pregiudizi (che poi son quelli di tutta la nostra società) dimostrando che sono falsi e stupidi. Ma è il nostro lavoro di insegnanti, e di insegnanti di materie umanistiche in specifico. Perché noi non siamo là per curarci di quell’unico illuminato e sensibile fanciullo che scrive sonetti, legge Platone e compone madrigali nel chiuso della sua stanza dopo aver frequentato con profitto alla mattina le lezioni di un raffinato liceo classico d’élite. Quello è una eccezione statistica, e ce la farebbe benissimo anche senza di noi. Il nostro obiettivo sono tutti gli altri, quelli che non odiano la cultura umanistica, ma semplicemente non la conoscono perché quello che viene presentato loro è solo un riassunto di cose astruse, di poeti morti, inutili e lontani dalla realtà, fatto da insegnanti altrettanto noiosi perché, quando viene loro chiesto di indicare un fine pratico per usare tutte le conoscenze che pretendono gli alunni acquisiscano, non lo sanno indicare. Io adorerei insegnare in un liceo classico, per fare i raffronti con i giornali alla mattina e spiegare che Tucidide faceva giornalismo d’inchiesta, usando le tecniche che oggi sono alla base dei programmi come Report, o che Erodoto è la miglior guida per indicare come vanno usate e citate le fonti; per far capire che la teoria della Relatività di Einstein può essere considerata lo sviluppo di una intuizione neoplatonica di Plotino; che si può andare a caccia di citazioni di Catullo e Properzio e Ovidio nei testi di De Andrè, ma anche di Samuele Bersani, Jovanotti, Malika Ayane; che il rap ha la stessa struttura metrica degli esametri omerici. Non lo faccio perché lavoro alle medie, ed i miei studenti sono troppo piccoli per queste disquisizioni qui. Però l’altro giorno, quando abbiamo letto in classe prima “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo e poi l’originale carme di Catullo a cui è ispirato, e, dopo averglielo fatto sentire in latino e in metrica perché me lo avevano chiesto, e averli fatti ragionare sul testo, alla fine di un piccolo serrato dibattito, in cui due partiti si son confrontati, han deciso che Catullo era meglio come poeta e lo sentivano più vicino a loro: «Perchè sa, prof, Foscolo si sente che voleva bene alla sua famiglia, ma non riesce mica ad andare avanti, è come bloccato là, Catullo si dà pace, alla fine, e poi è più asciutto.» io il mio piccolo contributo alla preservazione della cultura umanistica presso le giovani generazioni sento di averlo dato, ecco. g.vaglio espresso

L’Apocalisse e la storia da René Girard a noi

Lunedì, 13 Febbraio 2012

Il tema che ci apprestiamo a discutere è piuttosto impervio. Forse è di quelli che, per usare un celebre titolo di René Girard, ci costringe a parlare delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo. E’ pur vero tuttavia che l’Apocalisse, almeno quella di Giovanni, parla di queste cose per rivelare il loro senso più profondo, per rivelare la dinamica stessa della storia della salvezza. E’ dunque un libro di luce, non di oscurità. Una luce che a tratti appare persino accecante, ma che certamente è chiara e incontrovertibile; tanto chiara e incontrovertibile, diciamo pure compiuta, che Giovanni può concludere il suo celebre libro profetico con una dichiarazione piuttosto perentoria: “a chi vi aggiungerà qualche cosa, Dio gli farà cadere addosso i flagelli descritti in questo libro; e chi toglierà qualche parola di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro”. Che Dio ce la mandi buona dunque.Dalla Bibbia sappiamo che la letteratura apocalittica nasce in tempi di crisi. Di fronte a un impero, quello romano, decisamente troppo potente per le forze d’Israele, non resta che confidare in un cambiamento cosmico, proveniente da Dio, che possa sconfiggere quella che nel famoso capitolo tredici dell’Apocalisse di Giovanni viene definita la “Bestia dell’abisso”. L’impero romano, reclamando per sé ciò che può essere soltanto di Dio, diventa per ciò stesso, agli occhi di Israele, la personificazione per eccellenza dell’anticristo (Cfr. Oscar Cullmann, Dio e Cesare). Ma Girard, con buoni argomenti, ci dice qualcos’altro: sono i fondamentalisti a pensare che l’apocalisse esprima “l’ira violenta di Dio”; in realtà, “se leggiamo con attenzione i capitoli dell’Apocalisse, capiamo che parlano della violenza dell’uomo liberata dalla distruzione dei poteri secolari, e cioè degli Stati, che è quello a cui stiamo ora assistendo” (PA, 28). Secondo Girard, è stato precisamente il sacrifico di Cristo, il sacrificio di una vittima innocente, a smascherare la natura violenta dei “poteri secolari” e a firmare così la loro condanna. “La storia -egli dice- non è altro che la realizzazione di questa profezia” (PA, 27). E’ dunque Cristo che genera “il potere anarchico presente oggi, dotato di una forza capace di distruggere il mondo. Così che è possibile vedere l’apocalisse avvicinarsi come mai in precedenza” (PA 28-29).La tesi di Girard è molto interessante, ma a mio avviso non è ugualmente convincente in tutte le sue articolazioni. Condivido in pieno la sua idea che il Dio cristiano sia l’unico a non essere violento. “La violenza è contraria alla natura di Dio”, ha detto Benedetto XVI nel suo grande discorso di Regensburg. Suggestiva è anche la sottolineatura dell’inimicizia tra i “poteri secolari” e Gesù. Come dice il Vangelo di Marco, all’udire della nascita di Gesù il re Erode “restò turbato”, quasi a presagire, giustamente, qualcosa di pericoloso per il suo potere, per tutti i poteri. Non sono però convinto che si possa dire che l’apocalisse sia più vicina in un momento storico, piuttosto che in un altro. Svelando il senso della storia della salvezza, l’apocalisse si configura come una speranza possibile in ogni momento della storia, non come un criterio per misurare quanto una certa epoca sia vicina o lontana dal “compimento” realizzato da Gesù Cristo sul Golgota. Proprio come dice lo stesso Girard, “L’apocalisse non ha una connotazione storica ma religiosa, per questo non possiamo farne a meno. E’ questo che il cristianesimo moderno non capisce. Nel futuro apocalittico, il buono e il cattivo sono mischiati insieme in modo che, da un punto di vista cristiano, non si può parlare di pessimismo, si tratta di essere semplicemente cristiani” (PA, 27).
E’ perché condivido in pieno questa posizione di Girard, che non mi convince altrettanto la sua idea che l’apocalisse sia oggi particolarmente vicina. “Ognuno di noi può vedere che l’apocalisse si fa sempre più concreta ogni giorno che passa: una forza distruttiva capace di cancellare il mondo, armi sempre più potenti e altre minacce ancora si moltiplicano davanti ai nostri occhi” (PA, 30). E altrove: “Il riscaldamento climatico del pianeta e l’aumento della violenza sono due fenomeni assolutamente legati” (PCA, 312). Ma allora che cos’è l’apocalisse? Parliamo di una “promessa” oppure di una catastrofe imminente?Io credo che l’apocalisse sia il permanere della promessa, nonostante tutte le possibili catastrofi, l’avvento della “Gerusalemme celeste” che si annuncia come certezza in mezzo al dolore e al sangue della storia. Saper leggere i “segni dei tempi” equivale per il cristiano a leggere il tempo con gli occhi di Gesù, ad affidarsi alla sua persona, non consiste certo in un sapere da “iniziati”, accessibile a pochi privilegiati. In questo senso l’apocalisse va depurata di ogni possibile interpretazione gnostica e indirizzata invece verso quella che definisco una sua interpretazione realistica, alla quale peraltro lo stesso Girard mi sembra che offra un contributo importante. Mi spiego.Trovo molto bello e suggestivo ciò che Girard dice a proposito della passione di Cristo che “ha sconfitto il sacro rivelandone la violenza”(PCE, 13), mostrando altresì una santità che potrà avere ormai soltanto i tratti dell’amore. Lo stesso dicasi della sua lettura del terrorismo islamico come espressione religiosa “nella sua forma più arcaica”, la quale, trasformando la violenza in “espressione divina”, “si contrappone al cristianesimo in modo più netto del comunismo”(PA, 31). Come dice espressamente Girard, lo scontro in atto è “fra cristianesimo e islamismo, piuttosto che tra islamismo e umanesimo”(PA, 35).C’è una sorta di “tendenza all’estremo” che si sta manifestando ormai su scala planetaria e della quale la violenza terroristica  di matrice religiosa è soltanto la manifestazione più eloquente. Ad averla vista per primo, secondo Girard, sarebbe stato Karl von Clausewitz, l’autore di Vom Kriege, il quale, ben più di Hegel o di Carl Schmitt, avrebbe intuito come sia precisamente questa tendenza a stabilire il significato più profondo della guerra moderna. Né gli stati, né il diritto, né il sacro sono più in grado di arginarla. La guerra moderna non conosce più limiti di sorta. “La violenza che produceva il sacro, non produce ormai altro che se stessa”(PCE, 13). La stessa reazione armata dell’Occidente al terrorismo islamico non fa che alimentare questa violenza. Per questo, secondo Girard, diventa sempre più evidente che soltanto l’amore di Cristo può salvare l’umanità dalla sua autodistruzione.Mi sembra un’interpretazione ineccepibile del momento storico che stiamo attraversando. E lo è tanto di più, proprio perché condotta alla luce di un principio teologico-apocalittico profondamente cristiano e quindi anche realistico, ma purtroppo poco in uso nelle letture che si fanno della storia contemporanea. Come dice lo stesso Girard in Portando Clausewitz all’estremo, “L’apocalisse non annuncia la fine del mondo, ma fonda una speranza. Chi apre gli occhi sulla realtà non cade nella disperazione assoluta dell’impensato moderno, ma ritrova un mondo dove le cose riacquistano un senso” (PCE, 17).Ecco un ottimo esempio di uso realistico dell’apocalisse, ossia l’uso di questa parola per denunciare, sì, una possibile catastrofe di dimensioni immense, ma soprattutto per cercare, nonostante tutto, una coerente e non fanatica asserzione di senso di fronte ai tanti disastri della storia: il terrorismo, le tecnologie della vita umana, il riscaldamento del pianeta, ecc. Anche i cristiani che resistettero al Nazismo lo fecero in fondo con questo spirito. L’11 settembre 2001 è accaduto senz’altro qualcosa di sconvolgente, eppure, soprattutto quando i fatti storici hanno dimensioni apocalittiche, occorre restare saldamente ancorati, diciamo così, a una “teologia dell’alleanza” tra Dio e l’uomo. Se le cose vanno tanto male, è certo per colpa dei terroristi, ma anche perché tutti abbiamo peccato, abbiamo rotto l’alleanza con Dio. Riconciliamoci, riscopriamo l’amore di Gesù, e avremo qualche speranza di un mondo migliore.Totalmente diverso è invece l’uso gnostico degli elementi apocalittici che viene fatto, ad esempio, sul fronte fondamentalista, dove, mescolando in modo esplosivo disperazione, eccitazione e risentimento, si vorrebbe trasformare il mondo intero in una enorme valle di Ermaghedon dove le forze del bene lottano contro quelle del male: un bene e un male “metafisici”, “astratti”, che hanno perduto qualsiasi riferimento alla realtà.Lo gnosticismo ha sempre guardato con sospetto il senso comune, ossia il mondo che si vede, quello che sta sotto gli occhi di tutti; alla verità del senso comune ha sempre contrapposto qualcosa di arcano, visibile a pochi eletti, capaci di guardare dall’alto della loro “perfezione” gli “Untermenschen” che continuano ad abitare il mondo del senso comune, il mondo delle “sicurezze” borghesi. “Chi vuole soltanto benessere non merita di vivere su questa terra”, scriveva Spengler in uno scritto del 1933 (Anni decisivi, p.18).Orbene, a me pare che ci sia in tutto ciò un inconfondibile odore di zolfo. Del resto il diavolo è “gnostico” fin dalla sua prima apparizione. Fin dall’inizio egli usa una presunta intenzione latente (Dio non vuole che diventiate come Lui), per distruggere quello che sembrava l’ordine manifesto (non si deve mangiare di quell’albero). E da allora continua non a caso a comparire nella nostra cultura in una duplice veste: come fonte del dubbio radicale (si pensi al diavoletto di Cartesio) e come decostruttore del mondo sociale. L’effetto di queste apparizioni è più o meno sempre lo stesso: spingerci a ritirarci nell’anonimato e nell’anomia della prima persona, a sospendere l’idea di un ordine e di una conoscenza oggettiva delle cose, senza la quale gli “illuminati” difficilmente avrebbero buon gioco con i loro deliri sulla realtà “nuova” e sugli uomini “nuovi”, preparati magari grazie alle tecnologie della vita e alla biopolitica. Con le parole di Girard, “La speranza è possibile solo per chi osa pensare i pericoli del momento, e a condizioni di opporsi ai nichilisti, per i quali tutto è linguaggio, e contemporaneamente ai ‘realisti’ (io direi ai ‘cinici’. Nota S.B.) che negano all’intelligenza di saper toccare la verità: i governanti, i banchieri, i militari che pretendono di salvarci, quando invece ci fanno piombare ogni giorno di più nello sfacelo”(PCE, 17).E’ una citazione, questa, che va presa molto sul serio. I “pericoli del momento”, i pericoli del tempo presente -penso alle tecnologie della vita umana, alla miseria scandalosa che attanaglia molti popoli della terra, al terrorismo, alle guerre, alle ingiustizie- indicano tutti quella violenza tendente all’estremo, di cui abbiamo già detto. La speranza, proprio come dice Girard, può scaturire soltanto da chi questi pericoli sa guardarli con uno sguardo cristiano, con uno sguardo pieno d’amore, non certo da chi pensa che la realtà sia semplicemente un gioco linguistico. La realtà è tragica; il male, la violenza e l’ingiustizia la fanno il più delle volte da padroni; i lupi amano mascherarsi da agnelli; e alla fine ci aspetta la morte. Eppure Gesù ci promette che la morte non avrà l’ultima parola; ci esorta a lavorare come “servi inutili”, a fare tutto il bene possibile, senza pretendere che il destino del mondo dipenda da noi. E’ lui che ha vinto il  mondo. “Il peggio –dice Girard- non è per forza di cose inevitabile”(PCE, 121). Non possiamo essere sicuri di riuscirci, ma dobbiamo provarci. “Da bravo apocalittico –è sempre Girard a dirlo-, rifiuto qualsiasi provvidenzialismo. Bisogna battersi fino in fondo, anche quando si pensa che si tratta di un ‘tentativo vano’”(PCE, 125).Del resto, prima o poi, l’entropia annienterà tutto. La vita umana è un soffio. Ma in un tempo sufficientemente lungo (e il mondo fisico di tempo ne ha in abbondanza), possiamo star certi che scomparirà anche tutto ciò che ci circonda. Non resterà traccia dei colli di Roma e nemmeno della basilica di San Pietro. Eppure la fine di tutto non è il fine a cui tutto tende. Se lo fosse, vorrebbe dire semplicemente che siamo nelle mani di ananke, la necessità. E invece la ragione e la libertà –ecco il realismo- ci dicono che Girard ha ragione, che “Bisogna battersi fino in fondo, anche quando si pensa che si tratta di un ‘tentativo vano’”, poiché in realtà non si tratta mai di una battaglia contro i mulini a vento.La cultura greca ha elaborato due risposte a questo problema: la prima è quella di Anassimandro, secondo la quale, prima o poi, tutte le cose torneranno finalmente donde sono venute, espiando in questo modo tutti i loro limiti, anzi, le “colpe”, per essere venute al mondo. La vita è violenza; ciò che vive lo fa sempre a spese di qualcos’altro; qualsiasi forma d’ordine produce disordine intorno a sé; non resta dunque che espiare la colpa di essere nati: una sorta di entropia provvidenziale: la fine di tutto come il fine a cui tutto tende. La seconda risposta è invece quella platonica, la quale, pur consapevole del fatto che anche le cose più belle, più buone e più virtuose sono destinate prima o poi a scomparire, a cadere sotto i colpi di ananke, mostra tuttavia come la loro lucentezza, la lucentezza del bello, del buono e del giusto, resti eternamente, senza essere minimamente scalfita dal loro tramonto: la fine di tutto non coincide con il fine a cui tutto tende.L’escatologia cristiana produce una sorta di combinazione di queste due prospettive. Un po’ come in Anassimandro, anche nel cristianesimo la morte, la fine di tutto rappresenta una sorta di penitenza per una “colpa” commessa all’inizio. Ma la morte non rappresenta l’ultima parola, poiché la risurrezione di Cristo l’ha già sconfitta da sempre e per sempre. Il massimo di entropia, la fine del mondo, ben lungi dal rappresentare la fine di tutto, rappresenta piuttosto l’avvento definitivo della “Gerusalemme celeste”, dove Dio mostrerà la sua onnipotenza e il suo potere di “far nuove tutte le cose”. Non la morte, ma la vita, la vita buona, bella e giusta ha dunque l’ultima parola: questa la sostanza della speranza cristiana, al cospetto della quale persino ananke traballa, mostrando le sue crepe. Il fatto che dobbiamo inevitabilmente morire non significa che le nostre azioni siano indifferenti; il velo tragico che avvolgeva il mondo greco viene come squarciato; e gli uomini vengono chiamati a fare il “bene” ad amare, anche a rischio della morte, anche a rischio di far crescere l’entropia, poiché questo è l’unico modo veramente umano per “dare molto frutto” e per non morire mai.Albert Camus, uno che di tragedie e di assurdità se ne intendeva, ha scritto che “dobbiamo immaginarci Sisifo felice”. Ma non può esserci felicità in una vita dominata dalla necessità, in una vita dove siamo costretti a ripetere sempre la stessa azione. Una vita del genere sarebbe soltanto una condanna; “assurdo” pensare che in essa possa trovar posto la felicità. Felice può essere la fatica di una madre che ogni giorno ripete gli stessi gesti per accudire suo figlio o per tenere in ordine la casa, non la fatica di Sisifo che deve ogni volta riportare in alto la sua pietra. Nessuna struttura di vita buona si afferma e si mantiene senza sforzo, senza una lotta continua col disordine e col caos: questo è indubbio e lo sanno tutti coloro che lavorano e lottano per qualcosa: le madri e i padri di famiglia, al pari degli artisti o dei governanti. Ma, proprio per questo, occorre uscire dall’orizzonte tragico della necessità e dare senso anche allo sforzo e alla fatica. La realtà è quella che è, segnata dal dolore e dalla morte, ma nessun uomo viene al mondo semplicemente per morire. Se così fosse, sarebbe il trionfo dell’entropia. Invece, direbbe Hannah Arendt, veniamo al mondo per incominciare, per generare forme di vita individuali, sociali e politiche capaci di procrastinare la fine che costantemente incombe su tutti noi e su tutto ciò che ci circonda. Guai ad assecondare questa fine. Non lavare i piatti su cui abbiamo appena mangiato, perché tanto domani li sporcheremo di nuovo, o, per la stessa ragione, non rifare il letto sul quale abbiamo dormito o non tagliare l’erba del giardino di casa sono segni di trascuratezza, non di realismo. Il quale, per gli uomini, non consiste nell’assecondare il caos, il disordine o l’entropia, quanto piuttosto nel cercare sempre il “bene possibile” in un mondo segnato dal caos, dal disordine e dall’entropia.Non una fatica di Sisifo, dunque, e nemmeno la pretesa di realizzare un mondo perfetto dove non ci siano più né fatica, né morte, ma solo la ferma determinazione a tenere in scacco, più a lungo e nel modo migliore possibile, la fine che necessariamente arriverà: questo è realismo. Certo, anche le persone migliori o le forme socio-politiche migliori alla fine moriranno, ma proprio la loro vita sta a testimoniare un senso, un fine, che non coincide con la loro fine. La bellezza, la bontà, la giustizia di ciò che avremo saputo realizzare sopravvivranno certamente alla caducità delle nostre povere vite e della vita dell’intero universo. E’ questo, a mio avviso, che ci dicono l’amore di Gesù e la promessa dell’apocalisse. (Pubblichiamo la relazione tenuta da Sergio Belardinelli nell’ambito del convegno organizzato dal Progetto culturale della Cei dal titolo “Gesù nostro contemporaneo” via loccidentale)

Chiese a pagamento

Lunedì, 9 Gennaio 2012

perchè non introdurre anche in Italia un biglietto per visitare le chiese? a Siviglia non desta scandalo il pagamento di un biglietto per visitare la bellissima cattedrale. nè i turisti sono disincentivati, viste le interminabili file che occorre fare per essere ammessi nel santurario. siamo in crisi e, invece, di continuare a tassare i cittadini, con disastrose conseguenze sui consumi, sarebbe opportuno valorizzare economicamente i tanti monumenti del BelPaese. Ultima nota: a Siviglia i cittadini non pagano. temis (p.s.: sui biglietti dovranno essere pagate le tasse …)

I libri nell’Illuminismo, veramente sono stati un bene per la società?

Domenica, 4 Dicembre 2011

Il XVIII secolo, il secolo del Lumi, si vanta, fra le altre cose, di avere impresso un impulso straordinario, mai visto prima, alla diffusione dei libri e della lettura; specialmente dei libri di argomento scientifico e filosofico. Uomini e donne che, prima, non leggevano nulla o quasi, adesso se ne vanno in giro con il loro Voltaire o con il loro Rousseau sotto il braccio, cui la censura conferisce un ulteriore elemento di fascino; le teorie fisiche di Newton circolano nei salotti, fioriscono sulle belle labbra delle dame, accendono animate discussioni nei palazzi dell’aristocrazia, nelle botteghe del caffè; rappresentano, per così dire, l’ultimo grido della moda. Anche il “giovin signore” di Parini tiene Voltaire e Rousseau sullo scaffale della propria biblioteca; li legge stando a letto, per conciliarsi il sonno, poi li presta alla sua dama; essere aggiornati sulle teorie dei “philosophes”, disputare di morale e di diritto, di economia e di ottica, di medicina e di agricoltura, è divenuto obbligatorio, come essere informati delle ultime novità della moda parigina o dei più recenti progressi della scienza e della tecnica. Si legge molto; vi sono dei librai che vendono delle tessere, mediante le quali si può consultare sul posto, oppure portare via in prestito, tutti i volumi che si vuole; i caffè offrono ai propri clienti una vasta scelta di riviste e di giornali; il mercato librario è in fortissima espansione, si moltiplicano le traduzioni di opere straniere; e si conversa sempre più non di fatti e di persone, ma di libri e di idee, che vengono più o meno da lontano. Si vogliono portare i popoli verso la felicità; si vogliono diffondere i benefici della salute, della ragione, della buona cittadinanza; si vuol costruire un mondo nuovo, fatto di curiosità, spirito d’iniziativa, fiducia nel progresso; non si vuol più ascoltare le voci della tradizione, le voci del passato, giudicate improvvisamente noiose, inutili e soffocanti; e il libro, la lettura, la condivisione della nuova filosofia, sembrano a ciò gli strumenti migliori.
Si legge in salotto, come in giardino; si legge al mattino, si legge alla sera; si comprano occhiali da lettura, per aiutare la vista affaticata; si inventano pantografi per scrivere lettere o documenti in duplice copia; si fabbricano “ruote di lettura”, per leggere più libri contemporaneamente; si legge presso il fuoco del caminetto, nelle lunghe serate d’inverno, oppure seduti all’ombra fresca delle siepi, lungo i vialetti erbosi, nelle calde e soleggiate mattine d’estate. Una volta si leggeva poco: poco e intensamente; ora si legge molto, in fretta, sempre inseguendo le ultime novità del mercato editoriale; una volta c’erano, nelle case delle persone di media cultura, pochi libri, ma consolidati dalla tradizione – la Bibbia, i classici, qualche libro devozionale: ora di libri se ne comprano parecchi e se ne prestano e scambiano anche di più, li si sfoglia in fretta, si cerca di catturare un’idea, una concetto, per poterne poi fare mostra nel corso della conversazione con gli amici, fare colpo su una colta e raffinata dama. Ha scritto Roger Chartier in «Libri e lettori» (in: «L’Illuminismo. Dizionario storico», a cura di V. Ferrone e D. Roche, Laterza, Roma-Bari, 1997, p. 292 sgg.):
«Possiamo definire l’età dei Lumi come l’epoca di una “rivoluzione della lettura”? A tale quesito i contemporanei avrebbero senza dubbio risposto in modo affermativo, essendo fortemente consapevoli delle trasformazioni che avevano modificato la produzione a stampa e le pratiche di lettura. Soprattutto, a partire dalla metà del secolo si moltiplicano i riferimenti alla lettura che esprimono l’acuta percezione di un tale sconvolgimento. I racconti di viaggio come i quadri di costume insistono sull’universalità nuova della lettura, presente in tutti gli ambienti sociali, in tutte le circostanze  e i  tutti i luoghi del vivere quotidiano. A sentir loro una vera e propria “mania della lettura”, degenerata in “febbre di lettura” o in “furore di leggere” (i testi tedeschi parlano infatti di Lesesuscht, Lesefieber e Lesewut) si è impadronita delle popolazioni. Nel discorso medico la constatazione assume la forma di una diagnosi inquieta, che sottolinea gli effetti distruttivi del’eccesso di lettura, avvertito come una sregolatezza individuale e un’epidemia collettiva. Essa provoca l’indebolimento  fisico, il rifiuto della realtà, l’inclinazione all’illusione poiché unisce l’immobilità del corpo e l’eccitazione della fantasia. Da qui l’accostamento ad altre pratiche solitarie  di natura sessuale e la corrispondenza tra la lettura e l’onanismo di cui parlano i trattati di medicina e i romanzi erotici, dove la lettura delle opere licenziose è spesso descritta come il preludio a dei piaceri molto astratti. Dopo tutto, l’una e l’altra pratica accusano gli stessi sintomi: il pallore, l’inquietudine, l’indifferenza, la prostrazione. Il pericolo si fa estremo laddove la lettura di un romanzo e chi legge è una lettrice nella solitudine del suo ritiro, lontana dagli sguardi altrui. Ma l’eccesso minaccia tutti i lettori, in particolare i più avidi, poiché le ragioni che la rendono pericolosa (la congestione dello stomaco e dell’intestino associata a disturbi nervosi) sono le stesse che causano l’ipocondria, malattia dei letterati per eccellenza.» Del resto, dobbiamo ricordare che il primo pazzo della letteratura moderna, Don Chisciotte della Mancia, è divenuto tale per aver concesso troppo spazio alla lettura dei romanzi cavallereschi; per essersi sprofondato, con insaziabile voracità, nei gorghi insondabili di quel mondo virtuale, misterioso e inafferrabile, che si cela fra le righe dei caratteri stampati, che aleggia dietro le pagine del libro e che può risucchiare tutta l’attenzione, tutto l’interesse del lettore, fino a spegnere in lui ogni altro interesse rivolto alla vita “vera”?
Il libro come una droga, dunque, fino a quella “malattia della letteratura” che divamperà in Europa nella seconda metà dell’Ottocento, con la fulminea velocità di una pandemia, e che erige come un diaframma fra gli uomini (e le donne) e la loro vita di tutti i giorni? Si pensi a Madame Bovary, malata di letture romantiche; si pensi a Svevo, i cui personaggi si sorprendono a pensare e a parlare come se stessero scrivendo un romanzo; si pensi a Pirandello, che riassume tale malattia dicendo amaramente: «La vita, o la si vive o la si scrive». E quanto all’accostamento al piacere sessuale solitario, fatto dai medici che primi, nel XVIII secolo, registrano l’epidemia della lettura e i suoi effetti negativi sull’organismo e sullo stato d’animo dei loro pazienti, accentuandone l’umor nero e la malinconia: è proprio così sbagliato, così assurdo, così scandaloso, come può sembrare a noi, cittadini del ventunesimo secolo? Non è forse vero che lasciarsi prendere dalla smania della lettura è come cadere sotto la malia di una dipendenza, di uno stupefacente; e che la vita sedentaria e cerebrale del lettore (o della lettrice) accanito, significa un abbandono delle sane abitudini, del moto, del lavoro manuale, dell’esercizio fisico, delle salutari passeggiate all’aria aperta, del conversare con gli amici, del lasciare in riposo la sensibilità nervosa e l’immaginazione? Se, poi, si tratta di romanzi libertini; se si tratta di saggi filosofici che diffondono idee radicalmente contrarie alla tradizione, irriverenti del passato, beffarde verso tutto ciò che, fino a ieri, era ritenuto sacro; se si tratta di libri che scaldano il cervello senza alimentare la prudenza, il senso del limite, la ponderatezza, che eccitano la febbre del nuovo senza fornire gli strumenti per amministrarlo con saggezza e con bontà, ma solo predicando una sorta di crociata contro quel valore della stabilità, che ha tenuto insieme la società per secoli e secoli: come non vederne i possibili pericoli, le possibili aberrazioni? Le memorie degli avventurieri, le imprese spericolate dei libertini, gli amori disinvolti di Casanova, le perversioni innominabili e compiaciute di Sade, le farneticazioni pseudomassoniche di Cagliostro, le satire violente di Voltaire, le beffe anticlericali di Diderot, il materialismo ateo di d’Holbach: come stupirsi se una miscela del genere dà la febbre a più d’un cervello?
Ma è soprattutto il romanzo che penetra in tutte le case, che rende malinconici e sentimentali, che si apre una breccia nel cuore dei giovani e delle fanciulle, che semina inquietudine e senso di straniamento dalla realtà: non è forse vero che, alla pubblicazione dell’«Ortis» di Foscolo, una vera epidemia di suicidi si diffonde tra i giovani lettori? Il lettore (o la lettrice) di romanzi si immerge nella storia di fantasia, si immedesima con il protagonista, vive come proprie le sue avventure, le sue speranze, le sue delusioni; e questa identificazione, che continua ad essere fortissima anche nel pubblico smaliziato della tarda modernità, quando il libro trova una seria concorrenza nel cinema, nella televisione e nei giochi di ruolo elettronici, doveva essere addirittura schiacciante nel XVIII secolo e all’inizio del successivo, quando esso offriva quasi l’unica alternativa d’evasione alla vita reale. Per quello che riguarda la saggistica e, più in generale, il mondo delle idee, ci si può legittimamente domandare se l’aumento quantitativo delle letture sia stato un bene in se stesso, sia per i singoli individui, sia per la società nel suo complesso. Noi, figli di una società totalmente alfabetizzata e scolarizzata, nonché profondamente permeata di ideali democratici, siamo portati a rispondere comunque in modo affermativo; ma questo non è un buon metodo storico: dovremmo chiederci, piuttosto, se fu un fatto positivo in quel contesto sociale e culturale, non per noi uomini d’oggi, ma per gli uomini (e le donne) di allora. La domanda potrebbe anche essere posta in questi termini: è proprio vero che la filosofia, la scienza, siano alla portata di tutti; che possano essere comprese da chiunque, pur sprovvisto di alcuna preparazione specifica, senza che ciò possa generare malintesi, fraintendimenti, errori concettuali che si riflettono, poi, in errori del giudicare e dell’agire? Già il pedagogista Comenio aveva sostenuto che si può insegnare tutto a tutti, purché gradualmente; e, dunque, che anche ai bambini si possono trasmettere contenuti difficili, se spiegati nella maniera opportuna: ma è proprio vero? Siamo sicuri che tutte le intelligenze, che tutte le sensibilità, siano ugualmente capaci di accogliere qualunque verità, e che la diffusione del sapere in senso orizzontale sia un bene in se stessa, indipendentemente dagli effetti che produce? Non è forse verro che una persona di intelligenza limitata, o di cultura limitata, o inesperta della vita (come lo sono i giovani e i bambini), non può assimilare nel modo giusto cose troppo difficili per lei; e che, nello sforzo di renderle accessibili a tutti, certe sublimi verità finiscono per corrompersi, per distorcersi, per capovolgersi nel loro esatto contrario? Era davvero così abietta, così meschina, così stupidamente repressiva, la Chiesa cattolica, quando difendeva il principio che non chiunque può pretendere di leggere e interpretare a modo suo le Sacre Scritture; che non tutte le letture fanno bene all’anima e alla mente; che certe verità scientifiche e filosofiche devono essere presentate con cautela e con prudenza, e non gettate in pasto al volgo, indiscriminatamente, come degli ossi buttati in pasto ai cani? Siamo proprio certi che la lettura, la cultura, le idee, se si traducono in letture disordinate, in una mezza cultura presuntuosa, in concezioni superbe che ubriacano l’orgoglio umano, siano un bene per il lettore semplice e sprovveduto, il quale, senza di esse, avrebbe continuato a condurre un’esistenza forse più monotona e passiva, ma nel complesso più felice, perché più vicina alle cose vere, ai sentimenti veri, agli affetti, alle realtà immediate della vita d’ogni giorno; una vita, nel complesso, più soddisfacente, più ordinata, più serena, più benefica per gli altri? Non stiamo facendo l’apologia dell’ignoranza; il discorso è molto più sottile: ci stiamo chiedendo se il sapere pratico dell’artigiano, della massaia, se la fede semplice della vecchietta, siano davvero una disgrazia e se la conoscenza, magari banale e superficiale, di qualche filosofema da strapazzo, oppure di qualche verità anche profonda, ma compresa solo per metà e mal digerita, sia davvero un bene, un fattore positivo in se stesso. E non ci si venga a dire, magari citando Don Milani, che questa è la solita strategia delle persone colte per tenere sottomesse e per sfruttare le persone incolte. No, la domanda è un’altra; posto che ci sono libri che fanno bene e libri che fanno male, e posto che non tutte le persone possiedono gli strumenti per rendersene conto: è stato un bene che l’Illuminismo abbia messo un libro in mano a tutti, così come ora la tecnica mette un computer davanti a ogni bambino? f.lamendola arianna.it

Dallo scienziato al savant, la cultura “illuminata”

Giovedì, 1 Dicembre 2011

C’è stato un tempo in cui le dame dell’aristocrazia leggevano Newton e discutevano di Lavoisier; c’è stato un momento, nella storia della cultura europea, in cui le piazze cittadine si riempivano di folla per assistere alla partenza di un pallone aerostatico, come e più di quanta se ne fosse mai vista per le normali manifestazioni della vita associata, compreso il Carnevale.Era l’epoca in cui lo scienziato cominciava a primeggiare nell’immaginario collettivo e, pur essendo, il più delle volte, un dilettante che viveva dei proventi di un altro lavoro, era già circonfuso di gloria e, nei salotti o nelle accademie, raccoglieva intorno a sé un pubblico più vasto e più appassionato di quanto non accadesse ai letterati o ai filosofi.Ed era l’epoca i cui, per la prima volta nella storia, i governi spendevano grosse somme di denaro per finanziare delle spedizioni a scopo puramente scientifico: delle navi appositamente attrezzate salpavano dall’Europa per scoprire nuove terre o per osservare, nelle condizioni ideali, un’eclisse di Sole o il transito di Venere.Le cose erano giunte a un punto tale che il pubblico si appassionava per questi viaggi senza finalità di conquista o di commercio, per la sorte di questi esploratori disinteressati; le ultime parole di Luigi XVI, prima di salire sulla ghigliottina, furono se si avessero notizie di La Pérouse, il navigatore di cui si era persa ogni traccia, in mezzo all’Oceano Pacifico.La capitale mondiale della scienza era Parigi e quell’epoca corrispondeva all’Illuminismo; il prestigio di cui godevano la matematica, la fisica, la chimica e, in minor misura, l’astronomia e le scienze naturali, era diffuso e sostenuto da una quantità di pubblicazioni, atti, memorie, bollettini di società scientifiche; per non parlare delle pubbliche dimostrazioni, degli esperimenti, delle conferenze, dei dibattiti, delle dispute e delle dotte controversie.Alle spalle dello scienziato e del suo sapere, del resto, si era schierata a sostegno la più grande impresa editoriale della modernità, l’«Encyclopédie», questa formidabile macchina da guerra che, attraverso le biblioteche pubbliche e private, aveva preso d’assolto il sapere tradizionale, a base umanistica, e lo aveva espugnato in nome di una visione pragmatica della conoscenza, che sia “di pubblica utilità” e che possa guidare gli uomini, come allora si diceva, verso la “felicità”: quasi che le forme di sapere non scientifico si fossero rivelate improvvisamente disutili, se non proprio, addirittura, contrarie alla marcia trionfale del “progresso”.Il linguaggio ha registrato esattamente la trasformazione della cultura europea da letteraria a scientifica: nel Settecento, a Parigi e in Francia, e, da lì, nel resto del mondo – il francese era la lingua della cultura, parlata da tutte le classi dirigenti europee – lo scienziato diventa il “savant”, il sapiente per antonomasia; mentre il poeta, per contrapposizione, si definisce come il “rêveur”, il sognatore: per la prima volta, quella del poeta non è più considerata come una forma di conoscenza, ma come un’attività puramente immaginifica, contrapposta al “vero” conoscere.
Il “savant” non è solo uno scienziato di professione, ma anche un apostolo del progresso e un cittadino esemplarmente impegnato in quella che, oggi, verrebbe chiamata una “battaglia di civiltà”; come scrive Luigi Zanzi(in «Dolomieu: un avventuriero nella storia della natura», Jaca Book, Milano, 2003, pp. 70): «… (la) nuova, moderna figura del “savant” […] (è) emersa distintivamente e progressivamente nel “secolo del lumi”, in Francia e più precisamente a Parigi, quale un professionista della scienza”, come tale impegnato al servizio istituzionale della società civile, anche attraverso l’inserimento nell’apparato burocratico».Del sognatore si può ridere, per quanto nobile sia il suo sognare, come lo è nel caso di Don Chisciotte; dello scienziato non solo non si ride – sarebbe un delitto di lesa maestà -, ma non si è disposti a vedere altro che la nobiltà delle intenzioni e l’altissimo senso civile: Pilâtre de Rozier, il fisico e chimico che perisce, nel 1785, in uno dei primi tentativi di volo, mentre con il suo aerostato sorvola la Manica, assurge nell’immaginario collettivo alla dimensione di martire della nuova scienza e, perciò, automaticamente, del progresso.
Pare che la scienza antica non sia mai esistita o non abbia fatto altro che intralciare e ritardare lo sviluppo della vera conoscenza: l’esempio scottante del processo intentato dalla Chiesa cattolica a Galilei, in nome della scienza aristotelica, brucia ancora troppo nell’immaginario delle persone colte; ci si dimentica con disinvoltura degli errori scientifici di Galilei, per esempio quando sosteneva, in polemica con l’astronomo gesuita Orazio Grassi, che le comete non sono dei corpi celesti, ma effetti ottici prodotti dai vapori dell’atmosfera.Insomma la scienza, secondo la nuova concezione del XVIII secolo, è la scienza degli illuministi; quella che, prima di loro, andava sotto questo nome, non merita neppure di essere considerata tale, tanto più che era impastata di magia, alchimia, astrologia: tutte ciarlatanerie da Medioevo, indegne di un sapere moderno e razionale.Una seconda rivoluzione scientifica, dopo quella del Seicento, viene silenziosamente portata avanti nel corso del Settecento; e, anche se non può vantare clamorosi rovesciamenti di paradigma, come lo era stato il passaggio dal modello cosmologico tolemaico a quello copernicano, i suoi tenaci e intraprendenti alfieri, i Lavoisier, gli Spallanzani, gradualmente ma inesorabilmente procedono per la loro strada, quella quantitativa e sperimentale, escludendo, l’uno dopo l‘altro, gli ultimi residui di quel sapere tradizionale che, fino a Paracelso e a tutto il Rinascimento, aveva pur sempre fatto parte del bagaglio imprescindibile dell’uomo di scienza.Scriveva Vincenzo Ferrone nel suo ormai celebre saggio «L’uomo di scienza» nella antologia «L’uomo dell’illuminismo» a cura di Michel Vovelle (Laterza, Roma-Bari, 1992, pp. 218-27):«Il tardo Settecento segnò certamente il “trionfo della scienza” e la sua definitiva legittimazione agli occhi della nascente opinione pubblica, ma anche la sua prima grave crisi istituzionale ed epistemologica destinata a scuotere dalle fondamenta il prestigio del “savant” alla francese è ancor oggi difficile comprendere nei suoi profondi risvolti psicologici e di mentalità collettiva lo stupore, la meraviglia, l’eccitazione di quelle grandi masse di persone che si ritrovavano nelle piazze di tutta l’Europa per assistere ai primi voli dei palloni aerostatici. Il susseguirsi di invenzioni preziose come il parafulmine o il rincorrersi sulle gazzette delle roventi polemiche intorno alle guarigioni miracolose ottenute dai fautori del magnetismo animale o intorno all’esistenza del flogisto alimentavano pi la frenetica curiosità dei salotti e delle corti per i meravigliosi esperimenti di elettricismo di cui era maestro il grande Franklin. Al tramonto del secolo, l’uomo di scienza era davvero “à la mode”. Tutti amavano sentirsi dei “petit-maîtres physiciens” e contribuire, seppure da dilettanti, alla diffusione di quel sentimento di onnipotenza che caratterizzava i commenti generali e la pubblicistica sulle scienze e sulle tecniche […].
Tra i bagliori della dilagante moda scientista, con i suoi stessi eccessi che […] vedevano per protagonisti in prima fila intellettuali, borghesi, dame dell’aristocrazia, regine e sovrani di tutto il continente sorpresi sempre più speso a sognare ad occhi aperti dinanzi ai meravigliosi fenomeni delle macchine elettriche o a soffrire per la terribile tragedia di Pilâtre de Rozier, sfortunato Icaro morto nel giugno 1785, dilaniato dal fuoco del suo pallone nell’attraversamento della Manca, si andava delineando un mutamento profondo dei tradizionali grandi quadri di riferimento culturale dell’Occidente. La cultura scientifica entrava a far parte di diritto nella formazione intellettuale delle moderne élites urbane Nelle accademie provinciali francesi tra il 1700 e il 1789, secondo i dati forniti da D. Rioche,(ma il fenomeno è analogo nel resto d’Europa), il 50% degli oltre 2.000 concorsi banditi vennero riservati a temi di tecnologia e di scienza. Montpellier, Brest, Bordeaux, Orléans, Metz, Valence, Tolosa, nate come società sensibili maggiormente alle lettere, si avviano a divenire, nella seconda metà del Settecento, “sociétés savantes”, in quanto l’80% nei loro lavori sono dedicati alle scienze. Certo siamo il più delle volte di fronte a dilettanti, a forme di divulgazione talvolta superficiali. Eppure l’impatto sulla società civile di quella ide0logia ottimistica del progresso umano da conseguire con l’esperienza, l’osservazione, il metodo scientifico, si rivelò di grande efficacia sul lungo periodo, vincendo resistenze e pregiudizi. La sua forza di suggestione si espresse in tutte le direzioni. Nell’Italia del Nord, ad esempio, accademie provinciali e società agrarie avviarono una strategia di acculturazione scientifica verso il basso attraverso gli almanacchi popolari che parlavano di Newton, dei fratelli Montgolfier, della scoperta del nuovo pianeta Urano accanto alle più tradizionali previsioni astrologiche. Era una strategia destinata a mutare nel profondo dell’immaginario collettivo dell’epoca, a legittimare definitivamente il sapere scientifico, come formidabile strumento di trasformazione e di secolarizzazione presso tutti i ceti sociali.A fronte del “trionfo delle scienze”, nei salotti, nelle gazzette, nei piccoli cenacoli provinciali, quasi ad alimentare e a giustificare il fiorire rigoglioso di quella singolare moda, prendeva rapida,ente corpo la cosiddetta seconda rivoluzione scientifica. I suoi portentosi frutti maturavano silenziosamente nei laboratori delle società di Stato divenendo noti per il tramite di un linguaggio sempre più specialistico su seriosi “Mémoires” e atti accademici.  Lavoisier portava a compimento i suoi esperimenti facendo nascere la moderna chimica su basi quantitative, abbandonando per sempre l’antico simbolismo di origine alchemica; Lagrange, con il calcolo delle variazioni, gettava le basi della definitiva matematizzazione della meccanica; Laplace elaborava teoremi e formule più raffinate per il calcolo delle probabilità e applicava la newtoniana legge del numero a tutti i moti stellari. Il pionieristico e spettacolare elettricismo di inizio secolo, che tanto stupiva e affascinava le dame dei salotti d’Europa, si avviava finalmente a divenire analisi fisico-matematica dei fenomeni elettrodinamici e magnetici nelle complesse opere di Cavendish, Coulomb e Aepinus E ancora: acquisivano statuto e rigore scientifico la meteorologia, l’idraulica (con la teoria cinetica dei fluidi, su base atomistica formulata da Daniel Bernoulli e Michail Lomonosov), la biologia, con i puntigliosi protocolli sperimentali elaborati da Spallanzani…»
Del resto, il più grande filosofo e scienziato dell’Illuminismo, Emmanuel Kant, non aveva forse impegnato l’intero suo sforzo speculativo per dimostrare che la sola vera conoscenza è quella che può sottoporsi al tribunale della ragione, intesa come ragione scientifico-matematica, e che, pertanto, la metafisica non è una scienza; mentre nulla si può affermare a proposito della “cosa in sé”, del Noumeno?Il ghigno beffardo di Voltaire e di altri illuministi, quando vengono a parlare di miracoli o di eventi soprannaturali, è, inevitabilmente, l’altra faccia della medaglia di questa iperbolica esaltazione della scienza quantitativa e descrittiva, anti-aristotelica e perciò non finalista, anzi, meccanicista e tendenzialmente materialista, nonché rigorosamente riduzionista.Non ci sono misteri, nella natura; ci sono soltanto problemi da risolvere, e risolverli è solo una questione di tempo. Potrà volercene anche molto, ma, prima o poi, essi verranno sciolti dai lumi della ragione: questa è la ferma fede del “savant” illuminista.Quanto al filosofo, questi si retrocede da sé stesso a semplice “pihilosphe”, vale a dire a volonteroso ministro dell’onnipotenza scientista: egli si dedica, con zelo ed entusiasmo, a demolire l’intero edificio della metafisica, eseguendo la sentenza di morte che Kant ha pronunciato contro di essa; dopo di che, quel che gli resta da fare è tessere le lodi del nuovo sapere, pratico e soprattutto “utile”, e lanciare gli ultimi strali velenosi contro la teologia e contro la religione.«Non avrai altro Dio fuori della scienza e non avrai altra scienza che non sia quella codificata dagli illuministi»: questa è la tavola della legge che il XVIII secolo ha tramandato alle generazioni successive e che si impone ancor oggi, a dispetto di tutti i limiti, di tutte le incongruenze, di tutti gli errori che siffatto modello scientifico ha mostrato, e di tutti i pericoli verso i quali minaccia di trascinarci. Quando ci accorgeremo che il nuovo Dio non è affatto migliore del vecchio? f. lamendola arianna.it

Crescita. La vera crisi è culturale

Mercoledì, 30 Novembre 2011

Oggi sappiamo che il nostro rapporto con la Natura è quello di un tipo di cellule con l’Organismo cui appartengono: siamo parte integrante di un Organismo più grande, che possiamo chiamare l’Ecosistema, o l’Ecosfera, o più semplicemente, la Terra.La Terra è un sistema complesso, che vive alimentandosi con l’energia solare e mantenendosi in situazione stazionaria, almeno se si considerano tempi di ordine inferiore a qualche milione di anni.L’Ecosistema complessivo è costituito di venti-trenta milioni di specie di esseri senzienti, oltre agli esseri collettivi, ai Complessi di viventi e a tutte le relazioni che li legano fra loro e che li connettono al mondo inorganico.Sappiamo anche che nei sistemi complessi si manifestano fenomeni mentali che rendono completamente imprevedibile l’evoluzione del sistema. Anche se le schematizzazioni sono sempre riduttive, possiamo dividere il pensiero scientifico-filosofico attuale su questi temi nelle seguenti correnti:- una corrente ‘spiritualista’ in cui il sistema complesso ‘Terra’ o ‘Ecosfera’ è considerato anche mentale (teoria di Gaia);- una corrente ‘materialista’ in cui l’Ecosfera è considerata semplicemente un sistema complesso che si evolve prendendo ‘a caso’ la via successiva ad ogni biforcazione-instabilità.In entrambi i casi comunque si riconosce la necessità di ragionare in termini sintetici-olistici e non considerare i singoli processi come isolabili e trattabili con una modalità lineare di causa-effetto. Ci sono sempre moltissime retroazioni intercollegate fra loro: il grado di complessità è elevatissimo.È importante notare che quanto diremo in seguito è valido in entrambe le correnti di pensiero sopra citate: le uniche differenze sono formali o di linguaggio, come ad esempio dire “la Terra vivein questo modo” oppure “la Terra funziona in questo modo”. Poiché personalmente penso che l’Ecosfera sia un essere senziente, userò spesso il primo linguaggio, ma, ripeto, i ragionamenti che seguono restano pienamente validi in entrambi i casi.L’Ecosfera vive mantenendosi in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico, alimentata dall’energia solare. Tutti i processi al suo interno sono cicli chiusi che non danno quindi luogo a ‘consumo di risorse’ né ad ‘accumulo di rifiuti’. Non esiste alcuna ‘crescita permanente’ di qualche grandezza.Da circa due secoli, cioè da quando Lamarck ha teorizzato per la prima volta nei termini della scienza occidentale l’evoluzione biologica, sappiamo che la specie umana fa parte integrante del mondo naturale, cioè dell’Organismo Ecosfera, è anzi una specie facilmente classificabile (Classe Mammiferi – Ordine Primati): quindi non può non seguire le leggi di ‘funzionamento’ dell’Ecosfera stessa, o meglio le sue necessità vitali.“Due o tre secoli orsono si è sviluppato un modo di vivere distruttivo per la Terra”La civiltà industrialeDue o tre secoli orsono, in una delle cinquemila culture umane presenti sul Pianeta (l’Occidente), si è sviluppato un modo di vivere distruttivo per la Terra: un modo di vivere che insegue l’incremento indefinito dei beni materiali e l’abolizione del lavoro fisico, considerati come ‘desiderabili da tutta l’umanità’ e imposti anche agli altri modelli. Così è iniziato quel processo che oggi viene chiamato ‘la crescita economica’ e che viene perseguito accanitamente dalle Autorità governative e da moltissime istituzioni di tutto il mondo.La crescita demografica-economica procede normalmente secondo una legge matematica esponenziale, quindi è perfettamente logico che le sue manifestazioni si siano evidenziate veramente solo in tempi recenti, più o meno a partire dalla metà del secolo ventesimo. Questa è la vera crisi. Tutte le altre ‘crisi’ sono conseguenze di questa, o dettagli. I problemi dell’energia, dell’esaurimento delle risorse, dell’accumulo dei rifiuti, delle variazioni climatiche e così via discendono da questa crisi generale. Non si tratta di un problema economico, ma di un problema filosofico molto più grande, conseguenza anche dell’errore biblico, l’errore antropocentrico.La crisi non è economicaIl risultato di trattare la crisi attuale come una crisi economica è quello di tirare avanti qualche anno in più (o qualche mese) aggravando però la situazione generale.Il dogma di dovere ad ogni costo produrre-vendere-consumaresempre di più è considerato indiscutibile: ma si tratta di un pericoloso processo che distrugge il territorio, divora lo spazio vitale della Terra e danneggia la sua creatività. Trattarlo poi come un problema solo italiano, è assai fuorviante: i problemi dei singoli Stati sono dettagli della crisi generale, anche se ogni area ha alcune particolarità sue proprie.Nella situazione attuale, pensare a voler aumentare i consumi è una vera follia.Secondo i principi dell’ecopsicologia, anche la crisi morale-sociale-psichica, ormai presente in tutto il mondo tranne che in piccole aree ‘non-occidentalizzate’, rientra come conseguenza nella crisi globale dell’Ecosistema.I guasti gravissimi di questa crisi, che dura da più di un secolo, sono:- spaventosa sovrappopolazione umana e crescita continua;- perdita della biodiversità;- distruzione delle foreste e di altri ecosistemi (paludi, savane, ecosistemi acquatici, oceani, ecc.);- alterazione dell’atmosfera terrestre;- enorme consumo di territorio in tutto il mondo (passaggio da terreno naturale a terreno urbano, strade, costruzioni, impianti).

Dal punto di vista demografico, oggi siamo arrivati nel mondo a sette miliardi di umani, numero assolutamente intollerabile per l’Ecosistema terrestre. Inoltre scompaiono 20-30 specie di viventi ogni giorno, ad un ritmo diecimila volte più grande di quello naturale. Ogni anno scompaiono 100.000 kmq di foreste, ecosistemi ricchissimi di biodiversità. L’anidride carbonica nell’atmosfera terrestre aumenta di 3 ppm all’anno. Il consumo di territorio è elevatissimo e questo è un problema particolarmente grave in Italia.Se guardiamo una cartina del mondo dove sono evidenziate, tramite colorazione o luminosità, le aree ‘calde’ o di eccesso di temperatura-inquinamento-alterazioni, ci rendiamo conto che assomiglia molto a una scintigrafia o qualche esame diagnostico simile. Le metastasi sono: gran parte degli Stati Uniti e della Cina, il Giappone, la Ruhr, la pianura padana e tutte le aree dove è elevato il ‘livello di sviluppo economico’. Anche l’India e il Brasile cominciano a mostrare segnali pericolosi. Altri segni gravissimi si trovano nelle aree sovrappopolate e nei luoghi dove vengono bruciate le foreste per far luogo a piantagioni o praterie per alimentare animali destinati a diventare bistecche per gli umani(!).Dal punto di vista dell’Ecosistema globale, e quindi anche del nostro che ne siamo componenti, il fenomeno va verso un punto di catastrofe e deve interrompersi al più presto: in altre parole, un collasso del sistema economico è una speranza per la Terra e per tutte le specie di esseri senzienti che vengono distrutte dalla “crescita economica”. Probabilmente, malgrado l’evidenza, manca ancora a livello generale la percezione che l’espansione umana demografica-economica toglie lo spazio vitale agli altri esseri senzienti. Non solo, ma poiché altera il modo di vivere (o di funzionare) della Terra disarticolandone i processi essenziali diverrà ben presto un fenomeno impossibile.Qualche avvertimentoNegli ultimi decenni non sono mancati gli avvertimenti. Solo come esempi:- Il famoso rapporto sui Limiti dello sviluppo (1971) non è mai stato seriamente smentito, ma considerato solo nei dibattiti e ignorato nella pratica. Gli aggiornamenti pubblicati nel 1993 e nel 2006 sono stati completamente ignorati anche dalle fonti di informazione. In questi aggiornamenti si evidenziava, anche con studi più raffinati, il notevole peggioramento della situazione generale del Pianeta.- Nel libro Assalto al pianeta (Bollati Boringhieri, 2000) dei Professori Pignatti e Trezza si metteva in evidenza l’impossibilitàdi persistenza del sistema economico, relativamente semplice e con una sola variabile (il denaro), in un sistema complesso a molte variabili come l’Ecosistema terrestre;- Nel Manifesto per la Terra (2004) di Mosquin e Rowe (studiosi canadesi di biodiversità) sono chiaramente indicati la situazione del Pianeta e le linee di azione per tentare una decisa correzione di rotta.Nessuno se ne è preoccupato: tutto è continuato come prima. Ecco perché c’è la crisi.Qualche presa di coscienzaPer tentare di fare qualcosa per la ‘grande crisi’ è necessario prendere coscienza del fatto che:- lo sviluppo economico è una grave patologia della Terra;- la situazione stazionaria è il modo di vivere del Pianeta. Tutti i processi devono essere ciclici e quindi non comportare il consumo di ‘risorse’ e l’accumulo di ‘rifiuti’;- l’incremento indefinito dei beni materiali non è un desiderio naturale dell’umanità: ha portato anche malessere e gravi infelicità;- lo sviluppo economico è un’anomalia nata solo in una cultura umana in un determinato momento della sua storia.Poi penseremo a gestire il periodo transitorio, problema non facile, ma che ci troveremo davanti comunque. Stiamo parlando di un problema culturale-filosofico, non economico: occorre rendersi conto che questo significa la fine della civiltà industriale, o addirittura della cultura occidentale, almeno in alcuni dei suoi fondamenti; ma si tratta sempre della fine di una forma di pensiero, non della fine del mondo. Altro che pensare al ‘mercato’ e a far ‘ripartire la crescita’.Riprendendo le pagine di un quotidiano del ’93“Vorrei un capo di governo o di azienda che facesse precedere da un purtroppo le frasi consuete: “dobbiamo aumentare la produzione”, “la ripresa è imminente”… Neppure questa libertà gli è data. Sono costretti anche ad adularlo, il Maligno: se aggiungono un purtroppo li scaraventa in basso come birilli. Questo non è più avere un potere, tanto meno corrisponde a qualcuno dei sensi profondi di comando. L’asservimento all’economia dello sviluppo, senza neppure un accenno di sgomento, dice l’immiserimento, la perdita di essenza e di centro, della politica. Se il fine unico è lo sviluppo, la politica è giudicata in base alla sua bravura (che è pura passività) nello spingerlo avanti a qualsiasi costo….Non c’è nessuna idea politica dietro, sopra o sotto: c’è il Dio dell’economia industriale geloso del suo culto monoteistico.Un inferno urbano contemporaneo è fatto di molte cose. Tra le più evidenti, c’è l’eccesso di circolazione di macchine, auto e moto. Contro smog e paralisi si almanaccano palliativi di ogni genere, ma soltanto abbattendo la produzione automobilistica si potrebbe ridare alle città un po’ di respiro post-diluviale. Immediatamente sulle piazze liberate dai grovigli di auto, si adunerebbero a migliaia, e a migliaia di migliaia, i tamburi di latta della protesta di quelli a cui fosse stato restituito il respiro: non vogliono la cura, ma la malattia in tutta la sua spietatezza…Così i chimici che producono veleni per l’agricoltura: vietarli, anche per amore dei loro stessi figli, ne scatenerebbe la collera. Ma sarà la collera dei chimici, o dei veleni in loro? Chi dice che non abbiano un’anima, i veleni che produciamo? … La sola voce concorde, universale, in alto e in basso, grida che nessuna industria si fermi o chiuda, qualsiasi cosa produca, sia pure inutilissima o micidialissima, sia pure destinata a restare invenduta: la sola voce concorde invoca che si aprano cantieri su cantieri e che si investano finanze in nuovi progetti industriali: a costo di qualsiasi inquinamento e imbruttimento, a costo anche di fare accorrere, per l’immediata ritorsione morale che colpisce chi accolga progetti simili, le furie di una intensificata violenza. E se deve, sul mare delle voci tutte uguali, planare una promessa rassicurante, è sempre la stessa: ci sarà la “ripresa”, ne avrete il triplo di questa roba…(Guido Ceronetti, La Stampa, 9 marzo 1993)” g. dalla casa arianna.it

 

Esiste una cultura cattolica? (by Quarantelli)

Venerdì, 13 Maggio 2011
erica_simone_nue_york_02In occasione della XXIV edizione del Salone del Libro di Torino, apertosi ieri, si è accesa una nuova polemica attorno all’editoria cattolica. Già alcuni mesi fa infatti gli organizzatori del Salone, dedicato quest’anno ai 150 anni dell’Unità d’Italia, stilando un elenco di editori di questo periodo avevano ignorato totalmente la componente cattolica. Dopo le polemiche, gli stessi organizzatori hanno “rimediato” allestendo un angolo per i “libri della fede”, aperto peraltro a soli sette editori ed escludendo perciò marchi storici. Da qui la nuova polemica, lanciata dall’editore Cantagalli, che parla di marginalizzazione e chiusura in riserva per i libri cattolici. 
Prendendo spunto da questa polemica, e constatando che la marginalizzazione del libro cattolico va ben oltre il Salone di Torino, abbiamo voluto allargare il discorso chiedendo il parere del direttore editoriale della Lindau, una casa editrice laica che si distingue però anche per la proposta di autori cattolici, classici (prezioso il recupero di G.K. Chesterton) e contemporanei. (La bussolaquotidiana) di E. Quarantelli
Ho una grande ammirazione per gli editori cattolici. I loro cataloghi sono spesso eccellenti, il loro modo di lavorare è improntato a serietà e abnegazione. Ma è un fatto che non sfondano nelle librerie generaliste, cioè in quelle librerie che realizzano la gran parte del fatturato dell’editoria italiana.Le ragioni sono tante, due però sono davvero importanti. Innanzitutto, nel mondo della cultura e dei media esiste un forte pregiudizio anticattolico, che non sembra per altro importare a nessuno. Poi è anche vero che gli editori cattolici tendono a rinchiudersi nel proprio recinto (cioè in quello delle librerie cattoliche); è come se, sentendosi in una condizione di inferiorità, giocassero sempre in difesa, neppure di rimessa, soltanto in difesa.Questo non serve a nessuno, né ai cattolici, né a tutti gli altri. Ed è tanto più grave in un momento, come l’attuale, di crisi profonda della cultura cosiddetta laica.Non credo però basti un generico invito a fare meglio. O, forse, serve anche questo, ma a condizione che arrivi al termine di una riflessione approfondita e severa. Una riflessione che investa ciò che precede e accompagna il lavoro editoriale, cioè la produzione di cultura.Pongo una questione – piccola piccola – che sarebbe bello venisse rilanciata da questo giornale. Esiste, può esistere, deve esistere una cultura cattolica? E’ una domanda antica, che non bisogna smettere di porsi.Rispondo per me: non mi interessa una cultura cattolica, ma una cultura fatta (anche) da cattolici. Vorrei che chi condivide una fede e un certo orizzonte di valori partecipasse con autorevolezza ed efficacia ai processi di elaborazione della cultura contemporanea, stesse dentro l’arena del confronto, anche aspro, tra modelli di vita differenti.Può darsi che le riserve indiane siano servite, ma osservo che – anche grazie alle riserve – gli indiani sono divenuti attrazioni da circo, mentre la loro cultura rifornisce i supermercati della New Age. Hanno salvato la pelle (molti, non tutti); ma il resto?Se i cattolici vogliono far valere ciò in cui credono (nell’interesse di tutti) devono smettere le etichette, abbandonare (almeno in parte) i terreni di caccia protetti e avventurarsi in quella che, per molti, è una terra incognita.Io dirigo da parecchi anni una casa editrice molto piccola (Lindau) in una città bella e periferica (Torino). Da qualche anno dedico progetti ed energie alla valorizzazione di storie, argomenti e autori cristiani (soprattutto cattolici). E’ una scelta che nasce da un giudizio sullo “stato delle cose“, oltre che da convinzioni personali. Il nostro passato e il nostro modo di lavorare ci garantisce una presenza significativa sui media e nelle librerie di ogni tipo, anche quelle più connotate in senso laico. Vi assicuro che molti cattolici acquistano lì i nostri libri e che li acquistano anche molti non cattolici, catturati da un titolo, da una provocazione, da una tesi audace.Forse è un piccolo seme gettato per un confronto futuro meno angusto e settario, in cui possano trovare spazio le idee in cui crediamo. * Direttore editoriale Edizioni Lindau (foto: erica simone the Nue York)

La cultura di destra, clandestina ma viva (by Veneziani)

Venerdì, 22 Aprile 2011

Chi ha ucciso la cultura di destra? Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu­sconi, Fini, il suicidio. O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti: a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla; b) l’egemonia sottoculturale del ber­lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata; c) l’insipienza della destra politica avrebbe de­molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo­go indecente finiano; d) la cultu­ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.La riapertura del caso, dopo an­ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte­tempo), uscito negli anni Set­tanta. È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale. Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi­no a Carducci e a De Amicis, so­cialista patriottico qui accusa­to di razzismo. Per Jesi la cultu­ra di destra è connotata dal raz­zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu­ra di destra è la pappa omoge­neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti­zia e Libertà, Rivoluzione». È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di­chia­rati indiscutibili e maiusco­li a sinistra; Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem­po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu­ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo­to ». Ora, a parte l’assurdo di de­dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan­ti del pensiero e della letteratu­ra prima citati… E conclude allu­dendo, come è ovvio, a Berlu­sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre­sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan­to oggi si stampa e si dice» (ma che dice? Oggi dominano le pa­role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca­ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur­sori di Lele Mora e Fede?). Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu­ra di destra. E capite perché ne­ghino ancora, al più grande filo­sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi­le. Ma torno alla domanda inizia­le su chi ha ucciso la cultura di destra. Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia­rirle meglio.Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti­vita e condanna la cultura di de­stra alla morte civile. Sono lon­tani i tempi in cui un editore co­me Laterza pubblicava, facen­do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto­re di destra. In seguito, inaspri­to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au­t­ore con Dahrendorf e con Bob­bio. Oggi dialogano solo se ti di­chiari antiberlusconiano. Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori­va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba­sta.Certo, la sottocultura televisi­va, il frivolo e il banale domi­nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti­re a disagio, fuori posto. Ma quella sottocultura imperversa­va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun­ga e affini; e allora non c’era an­cora il berlusconismo. Insom­ma pure questa ipotesi è fonda­ta ma non basta.Anche l’insipienza della de­stra politica è storia vecchia, Fi­ni l’ha portata al suo gradino ul­timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro­ette abbiano cancellato la cul­tura di destra. Quella cultura non viveva all’ombra di un par­tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi­ca.All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra­refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade. Nel ge­nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari­sce. Della cultura di sinistra so­pravvive la cappa di potere, l’as­setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee. Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge­no. Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre. Si è fatta invisibile e celeste, me­no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo­giche. Quegli autori citati, no­nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte­sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu­ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal­so era il nome di «destra» che le fu affibbiato. Per metà non la ve­diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo­crazia. Per metà non si fa vede­re lei, perché si è spostata su pia­ni diversi, impolitici. È passata alla clandestinità e non ha per­messo di soggiorno.  m. veneziani giornale

La destra è al governo, la cultura all’opposizione (by De Turris)

Sabato, 16 Aprile 2011

Ci hanno insegnato che il tempo è una freccia, che procede sempre in avanti verso un radioso avvenire. Falso. Il tempo è circolare, torna su se stesso, è l’eterno ritorno del già detto, del già fatto, del sempre uguale, è quel passato che non passa mai.Stanno ritornando gli anni Settanta per il clima ideologico e politico fazioso e intollerante. È inquietante ma è così. Chi ha vissuto quel periodo ne riconoscerà tutti i sintomi, anni in cui essere «di destra» era una colpa e ti imprimeva addosso uno stigma negativo per cui venivi emarginato, non potevi parlare in pubblico, e se scrivevi su giornali «di destra» eri guardato male. Ma quelli, si dirà, erano gli anni peggiori della cosiddetta contestazione, erano gli «anni di piombo», gli anni del «conflitto a bassa intensità»… Una sfilata di antifascisti negli anni ’70. Slogan e partecipanti sono rimasti sempre gli stessi.Ora però quel disgraziato e sanguinoso periodo è da quasi quaranta anni alle nostre spalle. È trascorsa ben più di una generazione eppure sembra che si stia replicando nel modo più paradossale. Infatti, è dal 1993 che la Destra politica non è più una anomalia, è da allora che non è più strano vedere sindaci ed assessori e poi ministri e sottosegretari prima del Msi, poi di An. Tutto normale? Affatto! La Sinistra non ha mai accettato il ritorno alla normalità democratica, l’ha sempre mal sopportata, soprattutto da quando il leader del centrodestra è Silvio Berlusconi. Questo ha fatto sì che col tempo si sia vieppiù incarognita ed oggi l’antiberlusconismo, a braccetto con l’antifascismo, anziché attenuarsi, sia più violento che mai. Ma essere antiberlusconiani vuol dire essere anche ostili a tutto quanto sia – venga dalla Sinistra etichettato – «di destra». Il risultato è un drastico ritorno al passato: non si possono tenere conferenze e presentazioni di libri di autori sgraditi (Marcello Veneziani e Giampaolo Pansa ne sanno qualcosa) o di argomenti tabù (come a Palermo quello dedicato a Casa Pound, nonostante il responsabile culturale di Casa Pound scriva sul Secolo d’Italia, giornale antiberlusconiano).E non si possono tenere nemmeno concerti. È accaduto negli ultimi tempi almeno due volte, in quel di Sassuolo e di Milano, alla Compagnia dell’Anello, la storica formazione musicale di Mario Bortoluzzi che si è vista annullare la sede di due manifestazioni all’ultimo istante per la pressione che politici e giornalisti locali hanno fatto su chi aveva loro concesso i locali. Con l’accusa di essere un gruppo «nazista»! E non l’ha difeso nessuno, o quasi: certo nessuno si è indignato sulla «grande stampa» per un episodio così grave. E accade a chi scrive su giornali di destra di subire trattamenti preferenziali da parte di politici e magistrati (ne sanno qualcosa il Giornale e Libero) rispetto a identiche situazioni in cui cadono le testate di sinistra. E capita (si vedano testimonianze sul Foglio) che chi comincia a scrivere sulle sue pagine provochi imbarazzo ad amici e conoscenti. Siamo tutti (è successo anche a me) considerati «lacchè di Berlusconi»!Questa situazione nasce da una serie di concause: oltre quelle già dette ci sono anche gli effetti collaterali del neo-antifascismo finesco, cioè codificato dal presidente della Camera e seguito dai politici del Fli e dal suo quotidiano, che si presentano come una Destra Nuova mentre invece non sono altro che una Sinistra Vecchia con la bava alla bocca nei confronti di chi è rimasto veramente di destra. Insomma, è stato creato un nuovo «arco costituzionale» di cui Fli fa parte e chi non sta col Fli ne è escluso. E così, mancando una sponda politica che li difenda in qualche modo, ecco che giornalisti, scrittori, musicisti che non hanno accettato il verbo del nuovo messia di Montecarlo sono più facilmente attaccabili e discriminabili (ma non per questo cambiano idea).Certo, c’è anche quel senso inaccettabile di superiorità antropologica, quel «complesso dei migliori» così efficacemente, ma inutilmente, denunciato da Luca Ricolfi nell’ormai lontano 2005, che porta la Sinistra ad un vero e proprio razzismo culturale. Ma, e lo si deve dire assai chiaramente, c’è anche l’incancellabile colpa di un centrodestra che dal 1994, pur messo in guardia, non ha fatto nulla per creare un retroterra culturale alle proprie vittorie politiche, da un lato non occupandosi affatto di cultura (Forza Italia) e dall’altro cadendo succube della «sindrome di Stoccolma» culturale (Msi/An) una volta giunto al potere nazionale e locale, come ho scritto a suo tempo su queste pagine e come ha di recente benissimo evidenziato il professor Roberto Chiarini.Che la libertà di pensiero e di parola sia conculcata in questo disgraziato Belpaese lo possono urlare sfacciatamente personaggi come Santoro, Grillo, Saviano, Fazio, Travaglio, Dandini, Lerner, Spinelli, Di Pietro e tutto l’Idv, Eco e compagnia brutta, ma non so con quale faccia tosta o peggio, visto che possono dire e fare impunemente tutto ciò che vogliono spalleggiati dalla «grande stampa» e con la manleva dei magistrati. E lo possono anche molto, molto sopra le righe senza problemi. Aleggia invece una censura palese e occulta, una discriminazione morale e quasi personale per chi parla, scrive, canta avendo idee di destra.Tutto ciò avviene a quasi vent’anni, dalla discesa in campo del Cavaliere che «sdoganò» la Destra partitica. C’è evidentemente qualcosa che non funziona e il Centrodestra politico dovrebbe fare l’esame di coscienza ed un mea culpa se la situazione, nel 2011, è ancora questa. Anzi, è peggiorata. g. de turris giornale 10.4.2011