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Il vuoto politico che “Repubblica” cerca di colmare

Lunedì, 31 Maggio 2010

C’è un aggettivo che ricorre negli ultimi due anni di cose scritte (sul suo giornale) e di cose dette (in tv) da Ezio Mauro: “Contendibile”. Contendibile dovrebbe essere il Pd, rammentava a Veltroni dimissionario, il 18 febbraio 2009; contendibile è il paese, spiegava al Pd dopo le regionali, rimproverando ai leader democratici di non averlo saputo contendere a un Berlusconi indebolito, a suo avviso, soprattutto dalle campagne di Repubblica.

Eppure il paradosso è che proprio il Pd troppo conteso
all’interno e non contendibile all’esterno, non scalabile dalla società civile tanto cara all’azionismo di massa by Repubblica, crea lo spazio per le ambizioni dirigiste che Ezio Mauro peraltro condivide con il suo editore Carlo De Benedetti e con il suo predecessore Eugenio Scalfari, sia pure in forme molto diverse. E’ nella debolezza delle leadership del centrosinistra il vuoto che attrae, che nutre gli scenari dei papi stranieri e che spiega la conversione multimediale del direttore di Repubblica descritto da tutti coloro che lo hanno frequentato agli esordi e ne hanno accompagnato il cursus honorum, come schivo, mai mondano, mai tentato dall’idea di un’incarnazione extracartacea fino a quando improvvisamente apparve e firmò autografi nei gazebo di Repubblica alla manifestazione per la libertà di informazione a Roma in ottobre. O si materializzò – ci sono testimonianze – in un salotto romano: quello di Sandra Verusio, cosa mai accaduta prima.

“Siamo infinitamente meno di un partito e però forse qualcosa di più”, ha detto Ezio Mauro ospite di Fabio Fazio il 10 gennaio scorso. Negava l’esistenza di  Repubblica partito e contemporaneamente ne celebrava proprio la capacità di rappresentanza a partire dalla “community che si è creata negli ultimi mesi” intorno alle grandi raccolte di firme: dal caso Noemi, alle leggi bavaglio, in seguito saranno gli osservatori dell’Onu alle elezioni regionali implorati da Saviano. Più che la smentita in quella dichiarazione c’è il credo nella superiorità politica del giornale rispetto al partito fin quasi a una sorta di misticismo che fa paragonare le dieci domande a Berlusconi su Noemi al Watergate (così nell’ospitata a “Che tempo che fa”). Non sorprende che in un lungo memorandum del ’97 Rondolino e Velardi, allora spin doctor di D’Alema, consigliassero al loro leader di intervenire “direttamente o indirettamente sugli editori”, per cambiare i direttori del Corriere (De Bortoli) e di Repubblica (Ezio Mauro) perché servono non “direttori dell’Ulivo, ma che riconoscano il primato della politica”.

Dove politica era quella dei partiti, del partito. Un grande vecchio del Pci come Gerardo Chiaromonte diceva che Repubblica è l’unico partito italiano retto dal centralismo democratico. Erano i primi anni Novanta, e la gestione Mauro ha rafforzato questa tendenza. O, come dice qualcuno, “militarizzato”. La stretta di mano al caporedattore, come il direttore d’orchestra al primo violino, tutte le mattine in riunione simboleggia l’omaggio al corpo del giornale. Come pure il fatto che la mano in questione sia quella del caporedattore e non del vicedirettore (la cosa storicamente ha provocato gelosie) o l’aver nominato vicedirettore l’art director colui che, tra le altre cose, disegna le pagine, Angelo Rinaldi, amico di sempre. Stessa struttura monarchica dell’orchestra affine anche nell’abbigliamento – e la riunione on line da questo punto di vista è istruttiva.  Nulla di più lontano dunque dalla leadership collettiva in voga del Pd bersaniano soprattutto dove le differenze non si limitano certo all’abbigliamento.

“Bersani ha una leadership forte,
ma sono sicuro che avrà la generosità anche di cercare fuori il leader, se necessario. Del resto, è successo con Prodi”, ha detto Mauro a Lucia Annunziata, meno di un mese fa aprendo le ostilità con l’attuale segreteria. Il leader deve avere “un’identità”, essere “laico, di sinistra, capace di fare opposizione”: non Montezemolo offerto ai sondaggi dall’Espresso e risultato vincitore tra sospetti e veleni, non Mario Draghi risorsa per l’emergenza da scongiurare. Nemmeno Bersani sembra di capire dalla forza delle bordate, compresa la citazione di Norberto Bobbio sul fatto che la sinistra deve prima chiarire la sua natura e poi pensare al futuro.

Bersani ha risposto dal palco dell’assemblea nazionale difendendo D’Alema dagli attacchi di De Benedetti definiti “critiche pelose” ed evitando di rispondere ai precedenti rimproveri di Ezio Mauro: segnali di un’insofferenza storica. Di dispiaceri peraltro provati da molti dei leader perfino dagli “eletti” poi caduti: Veltroni favorito da Repubblica soffrì quando Ezio Mauro scrisse che “le sue dimissioni da segretario erano obbligatorie”.
Il direttore di Europa Stefano Menichini ha messo in guardia Repubblica dal pericolo Santoro: anche lì la mistica del giornalismo può contendere lo spazio lasciato libero dalle debolezze del Pd, e “Raiperunanotte”, secondo Menichini, è stata la prova muscolare del conduttore televisivo e un punto di non ritorno.

Essere il successore di Scalfari, il coabitante fiduciario di un editore appassionato di politica come CDB, spesso spiazzante, pronto a invadere i luoghi solitamente deputati dei direttori – dicono che Mauro non fosse informato del libro intervista con Paolo Guzzanti – insomma: essere Ezio Mauro, da 14 anni alla testa di Repubblica appare faticoso, talvolta. Ma sulla sua capacità di resistenza fisica, sull’ingualcibilità psicomorfa, mai la testa reclinata, mai una mano nei capelli, le testimonianze non mancano. Dice Pietro Calabrese: “E’ riuscito a fare il direttore di Repubblica per tutti questi anni e credo, anche se non ci vediamo da qualche mese che non voglia andare oltre le prossime elezioni per non ripetersi, non lo vedo in politica, ma non lo vedo ritirarsi ”. di Alessandra Sardoni il foglio

De Benedetti corteggia Tremonti. Dove vuole attivare?

Lunedì, 24 Maggio 2010

Carlo De Benedetti muove ancora. Lo stile è quello dell’intervento su un quotidiano di cui non è editore. Dopo l’articolo sul Foglio del 23 aprile a favore di una riduzione della pressione fiscale, e l’intermezzo dell’anticipazione di un brano del libro intervista con Paolo Guzzanti apparsa sul Fatto (12 maggio), ieri è toccato al Sole 24 Ore. Di nuovo: meno tasse e lotta all’evasione per favorire la crescita.
L’Ingegnere fa larghe concessioni a Tremonti («se siamo in piedi – malmessi ma in piedi – lo dobbiamo alla sua resistenza»); e soprattutto dice apertamente che se Tremonti decidesse davvero di procedere verso lo spostamento del carico fiscale dalle persone alle cose («Credo di capire che intenda qualcosa che assomiglia a quel che sostengo io»), in quel caso «avrà, per quel che vale, il mio appoggio».
Insomma a vederla con un’ottica politicista, sembrerebbe che CdB sia intenzionato a favorire il grimaldello di una possibile riforma fiscale per infilarsi nel gioco delle larghe intese, proponendosi implicitamente per il ruolo di garante. Ma forse lo sguardo politicista in questo caso non è quello giusto. Dice una persona estremamente vicina all’Ingegnere che le sue mosse attuali «vanno inquadrate nella loro progressione, nel racconto fatto da sé medesimo della carriera di un libertino, nel senso che il termine aveva nel Settecento. Un signore di 75 anni, che passa buona parte del suo tempo in campagna, e che dal sole di Dogliani dice quello che vuole, con un pizzico di vanità e protagonismo, rinunciando alle mediazioni, liberato delle residue cortesie di un carattere burbero e interessato alla dialettica».
Al libertino, Tremonti non replicò in occasione dell’intervento sul Foglio. Si dice che non intenda rispondere al corteggiamento di CdB, troppo distante dal mondo del centrodestra, e perché sarebbe un rapporto a rischio di fraintendimento da parte di Berlusconi che – al netto di una reciproca simpatia personale «Carlo, perché non mi vuoi bene?» – con l’Ingegnere ha continue partite aperte, dal Lodo Mondadori fino alla consonanza del gruppo L’espresso con Rupert Murdoch. Inoltre al ministro dell’Economia non piace il trattamento di Repubblica e de L’espresso nei suoi confronti, molto meno generosi del loro editore. Non gli piacque una copertina del settimanale contro lo scudo fiscale e gli scarsi riconoscimenti del suo rigore in politica economica.
E’ vero d’altra parte, che è inevitabile che si crei una dialettica tra le affermazioni personali dell’Editore e la linea dei suoi giornali. Come nota una persona che ha discusso spesso di politica con lui, c’è un elemento di cui tenere conto quando De Benedetti partecipa al dibattito pubblico: «La passione per la politica lo condiziona, è uno dei suoi moventi intellettuali. Ma dovendo fare i soldi con i giornali, in veste di editore è costretto in qualche modo a spingere in una direzione opposta a quella dove vorrebbe andare se dovesse seguire il filo del suo ragionamento politico. E’ una forma di conflitto d’interessi che esplode in Repubblica».
Questo conflitto è evidente nel rapporto con il Pd, altra questione rispolverata dall’attivismo mediatico dell’Ingegnere, perennemente diviso tra la tessera numero uno e il ruolo di capo del collateralismo editoriale, critico con il Pd e pro papa straniero, come suggerì Ezio Mauro. Ieri c’è stata una nuova puntata della polemica a sinistra, con una lettera di Nicola Latorre, al Corriere della Sera, il quale difende Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani dagli attacchi dell’Ingegnere, prendendosela ironicamente con Paolo Guzzanti – autore del libro intervista in cui De Benedetti esprime duri giudizi all’attuale leadership piddina – al quale imputa un disinvolto passaggio dal berlusconismo al debenedettismo. Nella polemica tra l’Editore di riferimento e il partito – cui solo una parte del Pd sembra essere interessata – c’è una matrice culturale, molte incrostazioni determinate dagli eventi, la battaglia del potere e la dialettica tra il primato della politica e quello degli ottimati. Così, nello scontro con D’Alema – l’unico diceva ieri Gianpaolo Pansa ad Aldo Cazzullo «a non riconoscere il primato di Repubblica» – c’è una questione più generale, che riguarda De Benedetti in quanto imprenditore borghese ed esponente di una leadership della classe dirigente economica: e cioè il rapporto tra i ricchi e la politica. CdB sta in una tradizione che viene da lontano (dove c’è Olivetti, e d’altra parte anche Lauro, e poi gli Agnelli, Berlusconi, e adesso le èlite terziste che cercano un loro spazio politico) in cui si mischiano i sentimenti delle classi dirigenti di estrazione economica: l’antipoliticismo, la diffidenza per le ritualità del palazzo, un’idea di borghesia che ritiene di saper rappresentare se stessa meglio di quanto faccia la politica dei partiti, novecentesca, generalista, in estenuante perenne mediazione. Il fastidio delle elitè economiche nei confronti della politica è durato per tutti gli anni 60, 70 e 80, e curiosamente fu poi Berlusconi l’unico che lo tradusse in una avventura politica.

m. ferrante riformista

De Benedetti entra in politica (by Pansa)

Giovedì, 20 Maggio 2010

«Carlo De Benedetti è sceso in campo. Si prepara a fare politica in prima persona, come fece nel ’94 il suo avversario storico, Silvio Berlusconi. Oggi come allora, l’Italia è nel caos, la tempesta giudiziaria infuria, i partiti si stanno frantumando. De Benedetti vede il vuoto ed è tentato dal riempirlo. Con l’intervista a Paolo Guzzanti è uscito dalla politica invisibile ed è entrato nella politica dichiarata, esternata, quasi gridata».

Giampaolo Pansa, ma che dice? Nella stessa intervista, De Benedetti ha chiarito che non farà mai politica in prima persona: «Un imprenditore non può, in quanto tende a diventare dittatore».
«E lei ci crede? Perché allora ne avrebbe parlato, se non l’avesse avuto in testa? Io ho una regola professionale: i grandi uomini d’affari non dicono mai la verità sino in fondo. Fu lo stesso De Benedetti a spiegarmelo, quando nell’89 gli proposi io un libro-intervista». Lei? «Me lo commissionò Leonardo Mondadori. Ma lui rispose che un finanziere non può fare un libro-intervista, perché sarebbe costretto a dire troppe bugie. Allora lo scrissi con Cesare Romiti: Questi anni alla Fiat ».

E De Benedetti lo fece dieci anni dopo, con Federico Rampini, precisando che dire quel che pensava è stato il vero lusso della sua vita.
«Be’, con D’Alema è andato oltre. Non si era mai sentito un potente parlare in quei termini di un politico. Agnelli non ci provò mai. I suoi giudizi privati erano sferzanti, ma in pubblico si fermava all’ironia, come quando definì De Mita un intellettuale della Magna Grecia. De Benedetti va molto oltre, usa il linguaggio brusco che nel Bestiario uso io, che però non sono mica un uomo di potere. Dice che D’Alema non ha combinato nulla nella vita, che è un caso umano. E sa perché?».

Perché, secondo lei?
«Perché D’Alema è l’unico leader che a sinistra non riconosce il primato di Repubblica. Infatti ha risposto con durezza, a differenza di Bersani. D’Alema è un tipo coriaceo, che difende con orgoglio se stesso e l’autonomia della politica. Perché Repubblica è un partito: presidente De Benedetti, segretario Mauro, Scalfari proboviro un po’ saccente. Una fazione che aizza pure gli altri giornali e li fanatizza, o per imitazione o per contrasto. Quando arrivai io, nel ’77, non era così».

Quando avvenne la mutazione, dal suo punto di vista?
«Negli Anni 80. Prima era un giornale liberal. Tra gli editorialisti di punta c’era Gianni Baget-Bozzo: quando arrivava in redazione, con la sua veste talare lunga fino ai piedi e piena di frittelle, lo sguardo un po’ timido un po’ furbo, veniva accolto con tutti gli onori. Io, che ero uno dei due vicedirettori, chinavo il capo e gli dicevo: “Don Gianni, ci benedica tutti!”. E lui: “Mai, siete un branco di senzadio!”».

Poi cosa accadde?
«Scalfari impose la sua rivoluzione copernicana. Fu il primo direttore a dire esplicitamente quel che gli altri si limitavano a pensare: io conto più dei segretari di partito; io sono il Sole, e voi i pianeti. Come il marchese del Grillo: ” Io so’ io, e voi nun siete un… ».

Un grande Alberto Sordi. Poi venne la guerra di Segrate.
«Berlusconi ci aveva comprato, e diventò il nemico da abbattere. Venne la spartizione, decisa da Andreotti e fatta da Ciarrapico; ma la battaglia continuò».

Neppure D’Alema fu mai amato. «Il pugno del partito» fu il titolo quando batté Veltroni nella corsa alla segreteria.
«Estate ’94. Il titolo lo fece Gianni Rocca. Io ero già all’Espresso con Claudio Rinaldi, che con D’Alema aveva un rapporto altalenante. Io lo chiamavo Dalemoni, perché criticava i giornali con le stesse parole del Cavaliere. Poi però lui venne da noi per un forum. Fu allora che disse: “Pansa si fa sempre leggere ma non capisce nulla di politica. C’è un solo italiano che ne capisce ancora meno: Romano Prodi”».

E oggi?
«Se fossi in Mauro sarei preoccupato. Penserei come minimo che il mio editore mi voglia rubare il mestiere».

Dice così perché vi siete lasciati male.
«Non è vero. Quando, dopo 31 anni, mi dimisi dal gruppo Espresso, Ezio mi chiamò. Fu una telefonata di simpatia, per non dire di amicizia, tra due piemontesi di provincia, asciutti, un po’ ruvidi. La direttrice dell’Espresso si mise a strillare: “Perché te ne vai?”. De Benedetti fu il solo a invitarmi da lui. Ho sempre avuto molta stima dell’Ingegnere; non dimentico che, quando lo intervistai per l’Espresso dopo i suoi problemi con Tangentopoli, rispose a ogni domanda e non corresse una virgola. Dopo il mio addio, parlammo a lungo».

Che cosa le disse?
«Non posso riferire un colloquio privato. Però posso dirle l’impressione che ne trassi. De Benedetti è un po’ annoiato da Repubblica. Quando la apre al mattino non la trova più sorprendente come un tempo, tesa com’è nella caccia a Berlusconi. Così ha voluto prendere la parola di persona. Non le dice nulla che abbia dato l’intervista a un giornalista da tempo fuori dal gruppo, a un irregolare come Paolo Guzzanti?».

Guzzanti spiega di averlo tormentato con un centinaio di mail.
«Può essere che l’Ingegnere abbia accettato anche per evitare di leggersi un libro tutto contro di lui. Ma di sicuro aveva cose da dire. Certo De Benedetti vuol vedere Berlusconi fuori dal governo e se possibile dalla politica, in esilio su un’isola caraibica con una velina che gli renda più allegra la vecchiaia. Ma il suo vero bersaglio è il Pd. Lo considera morto, e si prepara a prenderne il posto».

In quali forme? Mica penserà che voglia fondare un partito suo?
«Certo non si inoltrerà nei ruderi dei partiti esistenti. La politica può avere diverse forme: un partito, un’associazione, un gruppo di pressione. De Benedetti invidia il percorso di Berlusconi. Ha denaro, una rete di rapporti costruiti in mezzo secolo, e una ventina di giornali; perché non c’è solo Repubblica ma anche le testate locali, tra l’altro fatte bene, e tutte schierate. Se uno così si impegna in prima persona, ha molti modi di lasciare il segno».

a. cazzullo corriere

Attacco a Bersani

Venerdì, 14 Maggio 2010

Carlo De Benedetti spiega a Paolo Guzzanti che, “grazie” alla guida editoriale del Gruppo L’Espressso, «mi sono attirato un ulteriore numero di nemici rispetto a quelli che avevo già prima». L’Ingegnere osserva poi che «fare un giornale indipendente vuol dire che io e D’Alema non ci parliamo più». Oppure che «Bersani si lamenta con me dicendo che Ezio Mauro sta più al telefono con Franceschini che con lui». Conclusione: «Si immagini cosa me ne frega a me di quanto sta al telefono Mauro», scandisce l’editore di Repubblica.
Ecco a voi Guzzanti vs De Benedetti, editore Aliberti. Pagina 247.

Che Carlo De Benedetti avesse deciso ormai da tempo di rinunciare alla sua ideale tessera numero uno di questo Pd era cosa nota. Ma il “duello” con Paolo Guzzanti, che il deputato-giornalista ha raccolto nel gustoso libro che sarà presentato oggi al Salone di Torino, dimostra che per l’Ingegnere lo stato maggiore che governa i Democratici deve arrivare quanto prima al canto del cigno.

Pier Luigi Bersani? «Come leader è totalmente inadeguato», sostiene De Benedetti. «Lui è D’Alema stanno ammazzando il Pd». Già, D’Alema. Secondo l’editore di Repubblica, il presidente di ItalianiEuropei ha fatto «tantissimi errori» e «non capisce più la sua gente» (questo brano del libro, insieme a una divertente cronistoria del suo rapporto con Berlusconi, è stato anticipato ieri dal Fatto quotidiano). Basta prendere il caso pugliese, aggiunge, «la storia dell’alleanza con Casini, poi fallita perché Vendola ha vinto sia le primarie che le elezioni regionali».

Nel pensiero che De Benedetti affida a Guzzanti c’è anche la storia dell’«odio» (testuale) che l’attuale stato maggiore nutrirebbe nei confronti di Repubblica, del suo editore, del suo direttore. «Nel Partito democratico», dice l’Ingegnere, «s’è diffusa la voce secondo cui Ezio Mauro punterebbe alla leadership del partito e a oscurarne i dirigenti attuali. È una cosa assolutamente falsa. Ma intanto i rapporti fra Mauro, me e alcuni di loro, fra cui Massimo D’Alema, si erano deteriorati al punto che ormai ci ignoriamo».
Per la replica ufficiale di Bersani alle argomentazioni di De Benedetti probabilmente bisognerà aspettare stasera, quando il segretario del Pd sarà ospite di Otto e mezzo. Ma chi gli ha parlato ieri giura che il leader dei Democratici abbia reagito all’anticipazione del libro di Guzzanti con un moto di stizza: «Io non sono certo il tipo che passa il tempo al telefono coi direttori di giornale o che si lamenta con gli editori, io…».

Oltre i puntini di sospensione potrebbe esserci un riferimento a Franceschini? Oppure, salendo pe’ li rami, qualche sospetto sulla coincidenza temporale tra il j’accuse dell’Ingegnere e il ritorno sulla scena di Walter Veltroni? Una cosa è certa. Secondo Bersani, «l’eccessivo protagonismo di alcuni rischia di fare un danno a tutto il centrosinistra». Non a caso, a chi nelle ultime quarantott’ore gli ha chiesto un giudizio sul ritrovato «protagonismo» dell’ex segretario, il leader del Pd ha risposto: «Non si può abbandonare la nave nel momento in cui sta naufragando e poi pretendere di tornare al comando nel momento in cui le acque si sono placate».

È vero, la sconfitta all’ultima tornata elettorale è ormai alle spalle. E, tsunami politici a parte, all’appuntamento elettorale che conta mancano tre anni. Ma è difficile sostenere che il Pd navighi in acque tranquille. Il partito non è attrezzato per l’eventuale crollo della baracca berlusconiana, non ha un alternativa da proporre in caso di elezioni anticipate. E, soprattutto, le fibrillazioni nate con l’uscita veltronian-franceschiniana di Cortona hanno contagiato anche la maggioranza.

Ieri, un gruppo di deputati bersaniani riuniti da Enrico Letta e Rosy Bindi (il segretario era fuori Roma) hanno processato in contumacia il capogruppo. Uno di loro, il toscano Luca Sani, ha accusato Franceschini di essere «un irresponsabile. Come il dottor Jekyll e mister Hyde: nelle assemblee del gruppo dice delle cose, poi va a Cortona e fa esattamente l’opposto». Tra i parlamentari c’è chi ha polemicamente citato la bocciatura di De Benedetti invitando il segretario «a considerare come un vanto» le accuse dell’editore di Repubblica. Ma anche i bersaniani sono pronti a chiedere un cambio di passo al segretario che, così recita la vulgata, «pochi mesi fa ha compiuto l’errore clamoroso di affidare al suo sfidante la presidenza del gruppo parlamentare». Adesso, è l’adagio, «bisogna recuperare sul piano dell’iniziativa politica». E, possibilmente, «farlo prima che la minoranza lanci l’opa ostile».

Iniziativa o non iniziativa, opa o non opa, la rottura tra quel mondo rappresentato da De Benedetti e la maggioranza bersanian-dalemiana s’è consumata. Definitivamente. Fin qui quello che l’Ingegnere ha detto a Paolo Guzzanti. Ma il «non detto», forse, è ancora più curioso. Nelle 355 pagine di Guzzanti vs De Benedetti, Walter Veltroni non è mai citato. Infatti, al pari di Francesco Rutelli (l’altro possibile leader che l’Ingegnere aveva benedetto ai tempi della «tessera numero uno»), non figura nell’indice dei nomi. Passi per Rutelli, che ormai ha preso casa in una piccola formazione politica fuori dai confini del Pd. Ma l’ex segretario appena rientrato in pista? Neanche un accenno.

t. labate riformista