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La classifica della pace: 1° la Novergia mentre l’Italia è 33 esima. USA 96°

Martedì, 3 Luglio 2007

Il “Global Peace Index”, nel suo rapporto sui Paesi più tranquilli nel mondo, ha indicato nella Novergia il paradiso terrestre.
Gli indici sono: il benessere di massa, un alto grado di istruzione, buoni rapporti con gli stati vicini.
Tornando alla classifica, la Norvegia è seguita nell’ordine da: Nuova Zelanda, Danimarca, Irlanda, Giappone, Finlandia, Svezia, Canada, protogallo e Austria.
Il paese più pericolo – come è facile intuire – è l’Iraq, poi il Sudan e Israele.
Quanto all’Europa, la Germania è al 12 esimo posto, la Spagna al 21 esimo, l’Italia al 33 esimo. La Gran Bretagna al 49 esimo in quanto il gap tra ricchi e poveri si è triplicato nell’ultimo decennio, così la popolazione carceraria è tra le più numerose in Europa in rapporto alla popolazione.
Sorprendentemente gli USA sono al 96 esimo posto e – meno sorpredentemente – la Russia al 118°. Sugli USA incidono le forti sperequazioni sociali, l’alto tasso di criminalità, due milioni di carcerati. La Russia registra un crescente disordine sociale.

D’Alema: il ditino alzato della politica – i ritratti al vetriolo di G. Perna

Lunedì, 2 Luglio 2007


“Venendo al mondo, Massimo D?Alema impartì gli ordini alla levatrice per il buon esito del parto. Poi, congedò la mammana con aria di sufficienza. Già dalla nascita sapeva tutto lui. Diventato comunista, sommò alla spocchia naturale quella ideologica e così ce lo ritroviamo.

Tanti si prendono per un padreterno. A Max è riuscito di farlo credere anche agli altri. Per recondite ragioni, è considerato il più intelligente, aperto e liberale dei politici di sinistra. Una sopravvalutazione diffusa soprattutto nel centrodestra. Chiedete a Fini, Berlusconi o un altro, quale avversario preferisce. Risponderanno unanimi: «D?Alema». Implorate di precisare, diranno: «È il più pragmatico, il solo con cui sia possibile stringere un accordo».

È una fantasia nata nel cervello di Giuliano Ferrara e proliferata nella file della Cdl. Da ex comunista, Giulianone si picca di conoscere gli ex compagni. Inspiegabilmente, si è convinto che D?Alema sia superdotato. Per anni ha insistito col Cav perché si accordasse con lui. Ogni volta, è stato un buco nell?acqua. Alle apparenti aperture, sono seguiti insulti da buttero: «Berlusconi è un disastro punto e basta»; «Berlusconi è l?apice in cui il sistema collusivo raggiunge la sua forma perfetta»; «Quelle di B. sono scemenze»; «Ha avuto anche sfortuna. Ma tenderei a dire che, più che averla, B. la sfortuna la porta». Questa è la farina del sacco di D?Alema. Francamente, non sembra un genio e neanche un tipo da frequentare.

Realista a parole, Max è nei fatti uno dei «sinistri» più partigiani. Ogni tanto sembra venirti incontro, ma davanti alle difficoltà ripiega. A chiacchiere ha fatto balenare mare e monti, il risultato è stato sempre un pugno di mosche.

I migliori ricordi dei berlusconiani su Max risalgono al 1997 quando guidò la Commissione per le Riforme costituzionali. C?era un accordo bipartisan su due punti. Dare una calmata ai giudici che facevano politica e trasformare la Repubblica da iperparlamentare in quasi presidenziale. Ci si ricamò sopra un anno. Non se ne cavò nulla proprio a causa di D?Alema. Appena le toghe si sentirono toccate, ringhiarono e il nostro eroe fece dietrofront all?istante. Idem col semipresidenzialismo dipinto dai cattocomunisti come un nuovo fascismo. Impaurito dagli uni e dagli altri, Max dimenticò le promesse e se ne lavò le mani.

Il valore che l?attuale ministro degli Esteri dà alla propria parola si è visto in febbraio con la crisi del governo Prodi. Nell?aula del Senato, durante la discussione per il rifinanziamento della missione afgana, il pilatesco diessino aveva detto: «Se mancano i voti, ce ne andiamo tutti a casa». Ossia: se il governo cade, si torna alle urne; in ogni caso, bocciata la mia proposta, io mi ritiro. I voti mancarono e il governo cadde. Tre giorni dopo l?Esecutivo era di nuovo in piedi e Max, scordarello come sempre, rimase avviticchiato alla sua poltrona alla Farnesina.

Da questo tronetto, D?Alema in un anno ne ha fatte più di Carlo in Francia. Si è preso come consulente sull?Afghanistan il dottor Gino Strada. Un ex katanghese della Statale di Milano, che considera «tagliagole» non già gli sgozzatori talebani ma il governo Karzai. È andato a braccetto per Beirut con un signorotto degli hezbollah che mentre si pavoneggiava con lui sognava la distruzione di Israele. Ha aperto a Hamas che da Gaza lancia missili sugli ebrei. Ha teso la mano alle Corti islamiche somale ispirate da Bin Laden. Tratta con Gheddafi per costruirgli gratis un?autostrada, in cambio del suo perdono per avere fatto della Libia una nostra colonia cento anni fa, in attesa di risarcirgli gli eccessi dei legionari romani nella Sirte. Con un simile statista, Francia e Inghilterra, che colonizzarono mezzo mondo, non avrebbero occhi per piangere.

Max è un tipo sussiegoso e intollerante che inalbera un paio di baffetti dietro i quali nasconde chissà quali complessi. È pieno di tic. Fino a qualche anno fa, gonfiava di continuo le gote come Boreo per soffiare sulle palme delle mani umide per il nervoso. A furia di dirglielo, gli hanno tolto il vezzo e ora si tira le dita, le stira e le scrocchia. Se parla con qualcuno lo considera senz?altro un imbecille e lo guarda con sarcasmo. Se quello osa fargli una domanda, alza esasperato gli occhi al cielo e stringe la boccuccia a becco. Poi risponde come farebbe un filosofo col ciuco impartendo una lezioncina semplificata per adeguarsi all?infimo cervello dell?interlocutore.

Da un tipo così ti aspetteresti che messo alla prova faccia grandi cose. Ma sono vent?anni che è in prima linea e non si ricorda di lui una sola cosa di rilievo. Somiglia in questo a Ciriaco De Mita, altro pavone inconcludente.

Tra il 1998 e il 2000, D?Alema è stato due volte presidente del Consiglio. Il suo primo atto fu coinvolgere l?Italia nell?unica guerra da mezzo secolo. Mandò l?Aeronautica a bombardare Belgrado senza autorizzazione del Parlamento al solo scopo di accreditarsi con le cancellerie occidentali che diffidavano di lui ex comunista. Il secondo exploit fu avallare la conquista di Telecom da parte di un avventuroso gruppo privato capeggiato da Colaninno, Gnutti e da Consorte, il leader del coop rosse. Tale fu il suo fervore nell?assalto che Palazzo Chigi venne definito «l?unica merchant bank (Banca d?affari) in cui non si parla inglese». Ironia sferzante e piena di inquietanti sottintesi, ma non sospetta poiché proveniva da un uomo di sinistra come Guido Rossi.

Max è un comunista integrale. Comunista è tutta la famiglia. Lo furono il padre e la madre. Lo è il fratello minore, Marco. Lo è la moglie, Linda Giuva.

Il ceppo dei D?Alema è di Miglionico nei pressi di Matera. Il padre Giuseppe, a lungo deputato del Pci, nacque però a Ravenna dove il proprio genitore era ispettore scolastico. Giuseppe fu in gioventù acceso fascista. Spinse lo zelo fino a denunciare al federale alcuni gerarchi che aveva sorpreso a banchetto mentre vigevano le restrizioni di guerra. Dopo l?8 settembre ’43, passò, come tanti, nelle fila dei partigiani comunisti. Del Pci fu prima obbediente funzionario, poi parlamentare. Il partito lo sballottò su e giù per l?Italia. Il primogenito nacque a Roma, il cadetto a Venezia. La famiglia traslocò poi a Genova. Qui, frequentando le medie, Max chiese motu proprio l?esonero dall?ora di religione. «Sono ateo», dichiarò all?insegnante stupefatto. I compagni, meno evoluti di lui, lo canzonarono: «C?hai la muffa in testa». «Meglio della merda che c?è nella vostra», replicò il genietto. A dieci anni, in qualità di «pioniere d?Italia» (gli scout del Pci), fu incaricato di aprire a Roma il IX congresso comunista. Doveva tenere un discorsetto davanti a Palmiro Togliatti. «Vuoi che ti aiuti a prepararlo?», gli chiese il babbo. «Faccio da me», replicò il fenomeno. Venuto il giorno, salì sul podio e lesse sicuro le due paginette che aveva scritte. Il Migliore lo applaudì, spalancandogli un roseo avvenire.

Si iscrisse a Filosofia alla Normale di Pisa, l?università che fu di Giovanni Gentile e che era diventata roccaforte del Pci. Qui si legò a Fabio Mussi. Stavano sempre insieme e li chiamavano Cric e Croc. All?unisono, si fecero crescere i baffi. Mussi da foca, D?Alema da moscardino. Era il ’68 e Max partecipò al casino universale. Fu fermato dalla polizia e processato in due occasioni: per un sit-in contro la visita del vicepresidente Usa, Humphrey, e un lancio di sassi a Capodanno contro i gaudenti che affollavano la Bussola di Forte dei Marmi. In un?altra occasione, bloccò dei binari, ma senza code poliziesche. Mise incinta Gioia Maestro, figlia di un docente comunista di Fisica, e il partito li costrinse a sposarsi. Un anno e mezzo dopo erano separati. Tra rivoluzione e alcova, il giovanotto non si laureò.

A 26 anni, Max fu messo alla testa della Fgci, i giovani comunisti. Con la scusa di rosicchiare terreno agli extraparlamentari, la insessantottì. I matusa del partito storsero il naso e Giorgio Napolitano lo spedì in Puglia a fare il segretario regionale un po’ come si confinava in Sardegna. A Bari fu soprannominato Abatino per la puntigliosità. Poi, Spezzaferro perché, nervoso com?era, piegava con le dita i tappi delle bottigliette. In quegli anni, morì in un incidente d?auto la sua compagna, Giusi Del Mugnaio. «Sono un uomo finito», disse Max. Due anni dopo convolò a nozze con Linda Giuva, un?archivista foggiana, celebrante Walter Veltroni. Hanno due figli e fino a qualche anno fa un reddito di tremila euro al mese. Adesso l?Abatino ne paga 12mila solo per il mutuo della barca. Ma da allora, che era semplice deputato, è diventato l?eminenza grigia del partito di cui è stato segretario dal ’94 al’98.

Oggi, Max ha 58 anni. Dal Pci-Pds-Ds ha avuto tutto e lo liquida quindi a cuor leggero. A cosa ora punti col Pd non è chiaro a nessuno. Forse, stanno solo sbagliando i calcoli. Lui e gli altri”.
(Giancarlo Perna Il Giornale)

Riferimenti: Il ritratto di Veltroni

I " triangoli " di Freud : donne e perversioni del padre della psicoanalisi

Giovedì, 28 Giugno 2007


“Vi avverto: è rozzo il piacere che si ricava dalla lettura di questo libro ?Sigmund Freud e le sue donne? (La tartaruga Ed., pagg.524, euro17,50), scritto in modo competente, ma piatto, da Lisa Appignanesi e John Forrester, quest´ ultimo accademico, professore di Storia e Filosofia a Cambridge, e la prima scrittrice e conduttrice di programma televisivi e artista a quanto pare a tutto campo. Né brilla la traduzione di Ester Dornetti; mancanza di lustro che non le si può addebitare (alla traduzione, intendo), in assenza di luce originale.

Il libro è stato scritto nel 1992, anno in cui per i ?tipi? di Laterza uscì in Italia un altro studio sullo stesso tema, dal titolo ?Psicoanalisi al femminile?, a cura di Silvia Vegetti Finzi; un libro scintillante per passione, dove comparivano per lo più le stesse protagoniste, ma non come «donne di Freud».

Nel libro italiano c´erano Anna Freud e Sabine Spielrein e Marie Bonaparte e Lou Andreas-Salomé e Helen Deutsch e Karen Horney e c´era pure Melanie Klein, e si arrivava fino a Francoise Dolto e Luce Irigaray – perché il criterio non era che da Freud le donne che si erano dedicate alle psicoanalisi fossero state “toccate” con mano. Mentre qui, nel libro inglese, intendo, si privilegia un´idea di conoscenza che piacerebbe all´incredulo Tommaso.

Scherzi a parte, le donne di cui parlano Appignanesi e Forrester sono le prime amiche e pazienti del dottor Freud, compresa la figlia devota, e tra le pazienti e le discepole quelle che si trasformarono poi in colleghe. Non c´è invece Melanie Klein, e giustamente: lei stessa non vorrebbe certo rientrare sotto il cappello «le donne di Freud» – la sua indipendenza ne soffrirebbe.

Nella prefazione alla ristampa inglese del 2005, che accompagna l´attuale versione italiana, si sottolinea come il libro sia stato scritto «nel secolo di Freud», un secolo ormai superato; ma entrambi gli autori si dichiarano certi che le “donne di Freud” non smetteranno di intrigare chi nel nuovo millennio ancora abbia memoria di quell´avventura straordinaria che è stata (è ancora?) la psicoanalisi. Condivido con loro tale certezza. E malgrado il mio appunto iniziale, consiglio di leggere il libro.

Ma vi prego, non lasciate che a soddisfarsi sia semplicemente il gusto del pettegolezzo. So bene come l´orecchio si delizi accostandosi a quella specie di confessionale che è il lettino psicoanalitico. La psicoanalisi, dopo tutto, che altro è, se non un modo differente di usare il letto?

Certo, a leggere una dietro l´altra le vite delle donne che a vario titolo hanno contribuito all´invenzione della psicoanalisi, fa impressione osservare quali legami ambigui si stringessero tra maestro e discepole e pazienti e allieve. Più che legami, nodi. Il solo modo di legarsi, forse.

Non è soltanto con Jung e Sabine Spielrein che Freud crea un triangolo. Si ripete tra lui, l´allievo Ernst Jones e la moglie di lui Loe, l´ebrea ricca e intelligente e invalida. E tra Tausk e Lou Salomé e di nuovo tra Tausk – Helene Deutsch e sempre Freud.

Per non parlare dei nodi che la figlia Anna, Anna-la-Santa, Anna-Cordelia, tesse non solo con il padre; ma con Dorothy Tiffany Burlington, ricchissima ereditiera americana, la quale viene in Europa per curarsi lei e i figli e diventa la compagna di Anna, la quale prende in cura i figli di lei, che si ritrovano la medesima donna nelle funzioni di terapista, insegnante, madre e compagna della madre. I risultati sono che Bob continua a soffrire di depressione e ne muore a cinquantatré anni e Mabbie si suicida a cinquantasette anni. Non male, potreste dirmi.

Colpisce, inoltre, quanto breve fosse l´apprendistato: Helene Deutsch è in analisi da appena tre mesi, quando Freud le manda un paziente, Tausk. Il quale, sarà un caso, si suiciderà.

Ruth Mack Brunswick avrà anche avuto doti naturali, ma aveva appena iniziato il tirocinio quando Freud le mandò un paziente illustre – l´uomo dei lupi. Con grande invidia e nessuna gratitudine da parte di Melanie Klein, che sarebbe stata più adatta. Anche così Freud esercitava il suo potere.

La cura durava – beati loro! – pochi mesi. Tre mesi di terapia con il dottor Jung e Sabine Spielrein guarisce. Marie Bonaparte va una prima volta per sei mesi, poi uno o due mesi l´anno, finché Freud muore. E da pazienti si diventa amici in un momento. E il padre fa l´analisi alla figlia, la madre al figlio, le mogli convincono i mariti, e i mariti le mogli a farsi analisti. E ci si prestano soldi e favori senza pregiudizi. Come in una saga disordinata e incoerente e immorale.

Pure, non fermatevi a gustare soltanto queste emozioni; ancora più forte è l´emozione di incontrare una per una le “donne di Freud”, le quali sono un insieme di creature tutte davvero molto interessanti. E il vero modo di incontrarle è nel pensiero, nel modo libero in cui, con Freud e dopo Freud, continueranno a lavorare in una stanza, dietro a un letto.

Perché, se all´inizio del libro il lettore si chiede: ma che gli fa alle donne Freud? – andando avanti viene piuttosto da domandarsi: ma che ne fanno loro di Freud? e della psicoanalisi? Ne sono le vestali? O la trasformano?

Per rispondere a questa domanda si può tornare all´altro libro che citavo, quello di Laterza. Rimanendo invece a questo, non mancheremo di notare come affiori in tutte loro una lingua dell´origine della psicoanalisi, una specie di intonazione primitiva, che in Freud, grande, sommo scrittore, non avevamo colto. Le sue allieve non gli sono pari: neppure chi tra di loro vanta un pedigree letterario di eccellenza, come Lou Andreas-Salomé, la quale giunge a scuola da Freud dopo Nietzsche.

Freud la accoglie a braccia aperte, con un fervore e un riconoscimento che crescono in proporzione alla quantità e qualità degli uomini che Lou ha già sedotto. La quale Lou, come la Lulù di Wedekind, sarebbe pronta a dire: «se degli uomini si sono uccisi per me, questo non diminuisce affatto il mio valore». E Freud senz´altro risponderebbe «semmai lo aumenta», assecondando così una certa idea del “femminile”, che non solo in Wedekind risuona.

E´ un Freud domestico, questo, preso tra le sue donne, ripeto. Alle quali chiede di impegnarsi nella domanda da lui stesso inevasa «Was will das Weib?» E loro provano a rispondere.

Helene Deutsch si impegna a comprendere il continente oscuro della femminilità con l´arma dell´”invidia del pene” – considerato come un dato puro e semplice, fino ad apparire come l´apologa reazionaria di un masochismo femminile, diagnosticato da Freud e in quanto tale inattacabile. Joan Riviere, invece, si accanisce a definire la natura essenziale della femminilità come un bene che si fonderebbe sulla fase orale del succhiare – capezzolo, latte, pene, seme, bambino.

Quanto a Marie Bonaparte, in tutto e per tutto principessa (del pisello) e fanatica di Freud, si fa spostare il (la in questo libro) clitoride più vicino alla vagina, impegnata com´è in una lotta impari contro la propria frigidità.

Evidentemente, i colloqui con il maestro non la distraggono da più drastici interventi. E ascolta non tanto le interpretazioni dell´amica Ruth Mack Brunswick, quanto i consigli che le offre sulle tecniche di masturbazione.

Combattono contro malattie e nevrosi che hanno a che fare con questioni sessuali piuttosto semplici, diciamo così: questioni di clitoride e vagina e pene, come e dove collocarli rispetto al piacere. (E´ di là da venire una differente attenzione della psicoanalisi, che ci mette piuttosto uomini e donne in rapporto con la nostra finitudine. E con altri fantasmi che hanno nome Morte, Desiderio, Legge.)

Se non alla donna, si piegano all´ascolto dei bambini. Prima le donne e i bambini – non è così? Non bisogna difendere i più deboli? le donne, che patiscono di più le ipocrite leggi della morale vittoriana, i bambini che soffrono di più in famiglia? Se la psicoanalisi degli inizi vuole parlare del sesso, è per sfondare il muro del silenzio che lo circonda: sotto l´effetto di illusioni emancipatorie, illuministiche, crede di poterci liberare dalla repressione.

E´ sotto gli occhi di tutti che non è stato così. Oggi le differenze chiedono diritti, non libertà. E l´istanza del potere e della padronanza diffondono in tutti il miraggio della soddisfazione a vantaggio del piacere conformista. Direbbe Freud: infinite sono le astuzie, incredibilmente convoluti i meandri dell´economia del piacere.

Io aggiungerei: nella spirale del piacere e del potere non c´è più chi si strugga per il primo. Anzi, sempre più gente li confonde. E visto che sono stata severa con questo libro, chiuderò con un´osservazione a suo favore: meditare sulla vita di eroine che si sono battute a ragione o a torto per liberare la verità del sesso fa bene alla salute mentale. Specie per chi non ha altri altari a cui pregare.

In più, queste donne manifestano un modo di relazione all´altro esemplare per attenzione, amicizia, ascolto. Sì, tutte le donne di Freud, avendo intrapreso la strada della psicoanalisi come professione e missione, nel pensiero e nell´atto testimoniano che si potrebbe arrivare a pensare al mondo come a una casa. E al pensiero medesimo come a una terapia contro lo sradicamento e la perdita di mondo. Che sia questo essere donne? Freudiane, o meno?”
(Nadia Fusini ?la Repubblica?)

Anita Ekberg "Tu maiale italiano" – Agnelli dal buco della serratura

Lunedì, 25 Giugno 2007


“PARENTI SOTTO SCHIAFFO: ?ANCHE SE NON CAPISCONO, SONO D’ACCORDO LO STESSO?
SCENATA DI ANITA EKBERG: «TU NON AMA ME, TU MAIALE ITALIANO, IO NON TI AMA PIÙ?
?DAVA DA MANGIARE AI CANI CON LA FORCHETTA? (TESTIMONIANZA DI JAS GAWRONSKI)

- «Ogni anno che passa, la posizione di John Elkann si rafforza perché, come in una partita di Risiko, le sue risorse crescono a un ritmo superiore a quello degli altri. Inoltre egli ha una base di partenza, 34 per cento, con cui è al centro delle operazioni.
«Gli altri, invece, di anno in anno si rimpiccioliscono. Per quanto il titolo Fiat possa crescere e sostenere il valore delle partecipazioni nell’accomandita, è evidente che, a mano a mano che il tempo passa e i soci aumentano, le singole quote diventano via via meno significative, sempre più vicine a valori strategicamente irrilevanti ed economicamente meno remunerative rispetto ad altri investimenti. Chi oggi ha una quota dell’1 per cento dispone per il futuro sostanzialmente dell’equivalente di quattro appartamenti in quartieri residenziali di una metropoli, una buona proprietà, ma via via più distante dall’idea di una fortuna. Dunque nei prossimi anni la tendenza a uscire dall’accomandita per chi detiene piccole quote e non ha altre entrate potrebbe aumentare. Il gioco di cessioni e acquisti rafforzerà chi è già forte».

- Una volta che il microfono s’era guastato, qualcuno lo avvertì che i parenti in sala non avevano capito neanche una parola e lui rispose: «Anche se non capiscono, sono d’accordo lo stesso».

- «Nel complesso tenne i parenti sotto ipoteca per tutta la vita. Li fece vivere bene: a parte il caso unico del 1975 – il punto più alto della crisi postvallettiana, resa più acuta dalle conseguenze dello shock petrolifero -, anno in cui la famiglia non percepì denaro, i dividendi arrivavano puntualissimi e non sono mai scemati. Negli ultimi sei anni il dividendo dell’accomandita è stato di circa 20 milioni di euro l’anno (ai valori attuali è circa l’1 per cento del capitale). Significa che ogni quota da 100 milioni incassa a fine anno 1 milione di euro, l’equivalente di quasi due miliardi di vecchie lire».

- Ai 21 anni, il nonno gli regalò la Riv, la fabbrica di cuscinetti a sfera, che fu la fonte più cospicua delle sue entrate personali.

«Le traversie degli ultimi dieci anni, le cessioni necessarie per fronteggiare le difficoltà hanno ristretto il perimetro d’influenza della famiglia Agnelli sull’economia italiana. Negli anni Trenta il senatore Agnelli era a capo di un’azienda con già oltre 50 mila dipendenti, centrale per il sistema economico fascista. Nel dopoguerra la centralità della Fiat aumenta in percentuale sul Pil e sulla capitalizzazione di Borsa. Quanto all’occupazione, si calcola che alla conclusione del regno Valletta, nella seconda metà degli anni Sessanta, dal settore auto, cioè dalla Fiat, in Italia dipendevano due-tre milioni di occupati, il 18 per cento degli addetti all’industria e ai servizi.

Negli anni Ottanta, il potere economico della famiglia era tentacolare: proprietari del primo gruppo automobilistico europeo, presenti nell’aeronautica, nelle ferrovie, negli armamenti, nell’immobiliare, nelle assicurazioni, nell’alimentare, nelle costruzioni, nel turismo e nell’editoria, più tre quotidiani controllati e circa 700 società partecipate in Italia e in Europa.

«Confrontiamo lo schema delle partecipazioni di famiglia di allora con quello delle partecipazioni di oggi. Resta il controllo della Fiat, che però è molto più piccola di allora. La holding ha conservato, oltre all’auto, i camion, le macchine movimento terra e la componentistica. Il resto delle attività industriali, dall’energia all’aeronautica, non esiste più. E delle partecipazioni strategiche nel sistema di potere economico e finanziario italiano è rimasto solo il 10 per cento in Rcs, la casa editrice del Corriere della Sera, e una piccola quota in Mediobanca che sarà ceduta entro il 2007. Quanto alla holding di famiglia, si è molto ristretta anch’essa: ha conservato la Juve, la Stampa e alcune partecipazioni in Francia. Recentemente è stato acquisito il gruppo immobiliare Cushman e Wakefield negli Stati Uniti.

«Ma, a parte l’indebolimento economico, si pone un’altra questione: non c’è più, ed è quasi impossibile da riscostruire, la stessa influenza sul paese; e così pure l’esercizio di una primazia, di una specie di regalità sostitutiva (per noi che avevamo perduto una famiglia reale), un potere che è svanito».

- «Una mattina di metà agosto 1967. Gianni e Umberto con Marella, Allegra e Beno Graziani, uno degli amici del cuore di Gianni, sono a bordo di una goletta che naviga nei mari del Sud tra le Hawaii e Maui. Un elicottero della Marina da guerra americana li incrocia, volteggia loro intorno, li identifica e si avvicina. Dall’altoparlante, una voce chiede di mister Agnelli. Valletta è morto. Gianni e Umberto furono tirati su in shorts dall’elicottero e – insieme – cominciarono il viaggio per Torino, scali a Honolulu, Los Angeles, New York, Parigi».

- A metà degli anni Sessanta, il 10 per cento del Pil dipendeva dalla Fiat.

- «Colpisce la circostanza che chiunque parli di lui, ricorderà prima o poi di quella volta in cui avendovi preso a Roma in mattinata, vi mollò ad Atene dopo aver fatto un bagno a Mykonos per proseguire alla volta di Parigi dove era fissato un pranzo da suo nipote».

- Sfotteva i nipoti, ma era cameratesco. Considerava tutta quella folla di parenti una palla al piede. In febbraio, mancando poco alla morte, li convocò tutti a Villar Perosa. C’era la neve, era l’ultima riunione di famiglia. Regalò a ciascuno una doppia foto di suo nonno, da giovane e da vecchio, in un portafoglio di cuoio Gucci e la biografia del Senatore di Valerio Castronovo. «Ci disse di andare ognuno per la nostra strada. Di non contare, per il nostro avvenire, né sulla famiglia né sull’azienda».

- «Torino è come una portaerei, bello arrivare, bello ripartire» (Gianni Agnelli).

- «L’Avvocato preferiva di gran lunga i rapporti con i nipoti maschi. Gli creavano meno imbarazzo e meno fatica. Ma anche con noi ragazze non rinunciava al suo humour. Lo divertivano un mondo i miei divorzi. Mi chiedeva sempre: parlami del tuo stato civile» (Priscilla Rattazzi, figlia di Susanna).

- Naturalmente, in viaggio, niente bagaglio né portafogli o similia.

- Al tempo dei tempi, la famiglia andava al mare a Forte dei Marmi. «Ogni tanto arrivava Gianni, piaceva ai nipoti. Una volta dette dieci lire a uno dei maschi più grandi e disse: ?Vatti a comprare un bel gelato di merda?».

(Le lady Agnelli, Cristiana, Susanna, Clara e Maria Sole – Foto U.Pizzi)

- Maria Sole Agnelli, «un po’ tirchia. A Londra va in giro in metropolitana e in double deck. Narrazioni famigliari lasciano intendere che ogni tanto indossi borse false di Vuitton. ?Chi mai penserebbe? avrebbe confessato ?che io vada in giro con una cosa non vera!”».

- Giovanni Fabbri andò a prendere Agnelli con la sua nuova Rolls Royce. Gianni disse: «Bella macchina, ma che sedili di merda». La volta dopo, Fabbri si presentò con la stessa Rolls Royce a cui aveva sostituito i sedili con due poltrone Luigi XVI.

- «Umberto, interessato al denaro come tutti gli Agnelli (ancorché Gianni affettasse noncuranza), aveva con i soldi un rapporto cauto. Era molto, molto ricco, e siccome non era una mammola aveva saputo far fruttare i suoi interessi con l’aggressività del capitalista e del raider. Non amava le sbruffonerie ed era spartano. La sera andava a tavola alle 19 e 45, con una franchigia di quindici minuti per il suo secondo figlio, Andrea. Ma a cinque minuti dallo scadere della franchigia, il ragazzo doveva telefonare nel caso non ce l’avesse fatta ad arrivare in tempo».

- «Una scena negli anni Settanta. Gianni parte da villa Frescot alla guida della sua auto, seguita da quella della scorta. Scendono a rotta di collo per la collina. Prima dei semafori che attraversa regolarmente col rosso, prima del ponte sul Po, all’improvviso inchioda. La macchina della scorta non fa in tempo a fermarsi e lo tampona. Gianni Agnelli scende ridendo e dice all’autista: ?Lei è un grandissimo coglione?».

- Marisa Nasi «ha l’usanza molto civile di chiedere sempre il prezzo».

- Gianni regalò un’automobile a Pamela Churchill, che era stata sua amante e adesso si sposava col vecchio Averell Harriman. Le fece portare le chiavi su un piatto d’argento, attaccate a un portachiavi napoletano a forma di bara. Pamela aprì la bara e dentro c’era uno scheletro che ebbe subito un’erezione.

- «Fu Graziella Lonardi a presentare Marisa Coop-Diatto, moglie di Emanuele Nasi, a Roberto Capucci. Lei era vestita con un tailleur di flanella grigia, aveva scarpe di coccodrillo rosse con un mezzo tacco. Lui notò la fede e un brillante rosa portato al contrario, con la pietra nel palmo della mano. Diventò, per ammissione del maestro, la sua cliente preferita, cioè la donna su cui sapeva di poter sperimentare. ?Poteva portare dei vestiti difficilissimi, perché era straordinariamente sicura di sé? racconta Capucci. Una volta, per un ballo a Montecarlo, si mise un vestito molto complicato di taffettà rosa peonia con una balza di plastica trasparente tipo plexigas che lasciava vedere le gambe. Un’altra volta, per un ballo a Torino, scelse un abito blu di georgette color paglierino con un corpetto fatto di sassi su cui chiese di incastonare quattro spille di brillanti. Anche di giorno poteva indossare cose rischiose come un cappotto bicolore ciclamino e nero che si chiudeva a sandwich: lo usava abitualmente. Una volta si mise un vestito di scimmia nero, con una cinta d’oro, stivali neri e un cappotto di tweed verde smeraldo. Così la vide per la prima volta Michi Gioia: ?Era meravigliosa?. Donna molto bella, ovviamente, fisico magnifico, mani perfette, lunghe dita. Secondo Capucci è paragonabile per portamento a Silvana Mangano e Jacqueline de Ribes, che fu una delle dieci donne più eleganti del mondo».

- Ruy Brandolini – ramo Cristiana Agnelli – sposò Georgina di Faucigny-Lucinge e Coligny, discendente di Filippo il Bello e cugina della Anne Souvage de Brantes che s’era fatta impalmare da Valéry Giscard d’Estaing. L’intreccio di parentele decise Gianni a fare il testimone di nozze, privilegio mai più concesso a nessuno (tranne Luca Cordero di Montezemolo che ebbe anche in regalo una Ferrari 360 Modena grigio argento, commissionata a Pininfarina nella versione barchetta). Interrogato sul punto, Ruy Brandolini rispose: «Preferisco pensare che sia accaduto perché lo zio mi voleva bene».

- «Andavo a Capri quando le contesse facevano le puttane. Ora che le puttane fanno le contesse non mi diverte più».

- Luca Ferrero de Gubernatis Ventimiglia, marito di Clara Nasi, si fece modificare un coupé per poter stare in auto col cappello.

- Clara Agnelli ha raccontato a Brando Giordani che una volta le capitò di lavare i piatti.

- «Novità?» (Agnelli al direttore della Stampa, chiunque fosse).

- «Gianni dava da mangiare ai cani con la forchetta» (testimonianza di Jas Gawronski).

- Appena arrivava a New York, chiamava Torino e Roma per sapere se c’erano novità.

- La ragazza che gli regalò un cucciolo di husky dicendogli «È uguale a te, brizzolato e con gli occhi azzurri». Da quel momento, gran moda degli husky in Italia.

- Umberto e Gianni si telefonavano quattro o cinque volte al giorno, fino alle dieci e mezza di sera, poi Gianni richiamava la mattina dopo alle sei e mezza per sapere se c’erano novità.

- Gli husky fuggivano dal recinto di Sant-Moritz per cacciare i daini engadinesi, gli Agnelli erano costretti a pagare grosse multe. A un certo punto la polizia li avvertì che, la prossima volta, gli husky sarebbero stati abbattuti e i cani smisero di scappare.

- Delfina Rattazzi, forse la più intelligente delle figlie di Susanna, quindi, secondo un’amica, «quella che ha sempre dato i problemi maggiori». Ha scritto un libro su New York (Say Goodbye) in cui ci sono:
«Bob Dylan che arriva a una festa: la moglie del padrone di casa si è rotta una gamba ed è tutta ingessata; tra i due scocca la scintilla e fanno l’amore per tutta la notte in una tenda montata in giardino, con l’assenso del marito di lei, contento – dopotutto – perché quello ?era pur sempre Bob Dylan?;
«Warren Beatty che appena fa innamorare una donna la molla;
«Miles Davis invitato a un pranzo alla Casa Bianca da Ronald Reagan, una signora gli chiede: ?Lei che cosa ha fatto per ottenere un invito qui stasera?? e lui risponde: ?Ho cambiato la musica quattro o cinque volte?;
«Jackie Kennedy che appena può indossa i sandali del dottor Scholl’s perché ha i piedi larghi e le scarpe le fanno male, donna dall’avarizia patologica».

- Anita Ekberg gli fece una scenata mentre era a letto con Dino Risi, «tu non ama me, tu maiale italiano, io non ti ama più».

- Tiziana Nasi, talmente compenetrata nella vita del Sestrière, che un inverno non si mise le calze finché non arrivò la prima neve.

- «I rapporti umani sono abissi. Mentre Romiti scodinzola, Agnelli si fa beffe dell’abbigliamento del suo amministratore, in cui rinviene un certo caracenismo di riporto».

- Il marito di Tiziana Nasi, Giancarlo Bussei, «ha commesso un certo numero di stranezze». A Torino aveva una piscina a forma di coppa di champagne dove talvolta si immergeva con le bombole (tipo Dustin Hoffman nel Laureato). «Da Lobb si fece confezionare un paio di scarpe azzurre di pelle di pescecane». Pubblicò poi la ricevuta d’ordine in uno dei suoi libri.

- Nel sito www.noveporte.it. Giancarlo Maresca, avvocato napoletano che considera Agnelli un genio dell’eleganza: «Amante delle tinte unite, dei bassi contrasti, dei grigi chiari e delle cravatte poco appariscenti, inseriva sempre un dettaglio sbagliato a beneficio del pubblico che amasse criticarlo».

- Margaret d’Inghilterra chiese a Bussei perché la Sindone si trovasse a Torino e Bussei senza scomporsi rispose: «Perché in origini molto antiche la famiglia di Gesù veniva da Torino».

- Il sarto Valentino Ricci, che decise di costruire un vestito per Agnelli senza mai far prove (e senza conoscerlo personalmente), ma solo studiandolo e intuendone così le misure e il gusto. Quando si sentì pronto, i giornali annunciarono che Agnelli era morto. Ricci realizzò l’abito lo stesso, se ne vedono le immagini su www.noveporte.it.

- Laura Nasi raccontava di non essersi trasferita in Sudafrica nel primo dopoguerra «perché preferiva il pericolo dei comunisti a quello di essere mangiati dai negri».

«Timothy Willoughby, seduto al tavolo da gioco con Agnelli, gli dice: ?È inutile che io e lei ci giochiamo dei soldi. Giochiamoci invece qualcosa a cui teniamo. Se vinco vorrei la sua houseboat?. (Agnelli si era fatto costruire una barca a fondo piatto, sul modello di quelle che ci sono sul lago di Srinagar, nel Kashmir). La storia ebbe una conclusione drammatica a causa dell’incoscienza di Willoughby. Vinse la partita ed ebbe la barca. Sconsideratamente – poiché l’imbarcazione era inadatta alla navigazione marina – salpò alla volta della Corsica. E non giunse mai a destinazione».

La franchezza in Suni Agnelli, «un segno a metà strada fra la trasgressione e la distinzione sociale».

Agnelli si mise di traverso per impedire a De Benedetti di scalare la Société Générale du Belgique, poi gli telefonò e gli disse: «Sono contento che lei non ce l’abbia fatta».

Per esempio, nella sua rubrica su Oggi. «A una donna che dice di amare suo marito e di tradirlo platonicamente (solo baci) con un altro uomo, e di lasciarsi andare ogni tanto anche con altri quando c’è il feeling, la titolare della rubrica così risponde: ?Non riesco a immaginare cosa intenda esattamente per lasciarsi andare con altre persone, comunque mi sembra che suo marito sia un gran cornuto?».

«Quand’era ragazzo, Riccardo Rossi, l’autore e attore teatrale e televisivo, aveva inventato una rappresentazione privata che dice molto sulle ricadute sociali della regalità agnelliana. Il gioco era questo. Rossi aveva ritagliato dalle riviste alcune fotografie di Gianni Agnelli, le aveva stirate e sistemate in cornici d’argento. Quando aveva gente in casa prendeva le cornici e le girava. Così l’invitato occasionale, intento a curiosare su una mensola, si sarebbe chiesto: perché qui ci sono delle foto di Gianni Agnelli? E per di più nascoste? Parente munito di understatement? Nipote? Amico? Il divertimento era guardare le facce interrogative degli ospiti. Poi sul racconto di quelle espressioni, Rossi costruiva gag irresistibili. Il gioco nasceva da un presupposto: per almeno cinquant’anni, avere un contatto, un grado di separazione dagli Agnelli, era considerato un’esperienza socialmente decisiva. Questo fu opera di Gianni Agnelli».

Suni Agnelli, intervistata dopo lo scandalo Moggi: «Gli juventini veri sono quelli che dicono: quando hai amato una donna la ami anche se poi diventa una troia».

Una volta Edoardo, il figlio di Gianni poi suicida, venne chiamato al telefono dal padre. «Sbrigati a mangiare, vestiti, ti porto allo stadio». C’era la Juventus ed era una partita di Coppa. Edoardo si vestì, ma il padre non passò mai a prenderlo e non gli telefonò per avvertirlo.

Daniela Emmert, prima moglie di Andrea Nasi, i banditi volevano rapirla, si sbagliarono e presero la sua factotum, che poi liberarono, ma solo dopo avergliele date di santa ragione.

Opinione diffusa che la sua partecipazione alla prima parte della guerra fosse in definitiva un evento sportivo.

Enrico Marone Cinzano, nipote di Laura Nasi, occupa una casa downtown a New York dove ci sono palmizi di cinque metri.

Urbano Rattazzi (cognato): «In Russia aveva trovato uno schiavo che faceva funzionare la sua stufa al massimo e lui circolava nudo nella sua isba come in una sauna. Per terra c’erano due pelli d’orso che probabilmente erano solo di capra. Però facevano lo stesso effetto! Ambiente molto gradevole. Aveva del cognac, organizzava party, riceveva giornalisti, alcuni rumeni. Era un posto in cui c’era del movimento, si raccoglievano notizie, correvano barzellette e scherzi».

«Un settimanale ha raccontato di come avesse cenato una volta l’anno, fino alla fine, con i suoi compagni d’arme in Russia».

Tenacia di John Elkann, che derubato di un giaccone a Parigi passò tutta la giornata a cercarlo e alla fine lo recuperò alla periferia della città.

«Natale dalla parte di Gianni era come se non esistesse. ?Gianni e Marella facevano una cena il 24 sera, a Roma, e partivano il giorno dopo. Se per caso eri lì e ci andavi, e avevi la malaugurata idea di portare un regalo, ti guardavano storto. Eri uno che non sapeva stare al mondo. Comunque a Natale andavano in depressione”».

Quando è uscito il libro con i discorsi di Agnelli, John ne ha mandato una copia a tutti i nipoti di quinta generazione, alcuni dei quali sono ancora bambini.

A uno che gli chiede se il tale fosse un amico, Agnelli risponde: «Non è un amico, è solo una cattiva abitudine».

«La vocazione di Margherita alla maternità è oggetto di discussione tra chi la conosce: ci si chiede se sia originata da un deficit di calore famigliare, oppure da una specie di vitalismo comunitario. ?Sono più convinto di questa seconda ipotesi? racconta un amico. ?Ci fu la fase, per esempio, in cui in una casa nella campagna francese tutti i bambini potevano andare in giro nudi?. Lei stessa riconosce nella prolificità un elemento di amore per la vita. Pensava che la vita fosse meravigliosa e che fosse giusto farvi partecipare il maggior numero di persone. Ecco perché ha voluto otto figli. Esiste in lei un côté mistico, religioso: dopo il matrimonio De Pahlen s’è russizzata. Viene descritta come calorosa, generosa, abbastanza semplice. Sarebbe potuta appartenere anche a un’altra famiglia. Le piace dipingere, ma non si prende troppo sul serio, lo considera un tentativo goffo – dice – di esprimere la propria sensibilità».

Gianni «molto amato dalle donne, in seguito diventerà orribilmente l’Avvocato. A proposito di questo soprannome, abusato fino a perdere qualunque connotazione ironica, bisogna riconoscere che fu lui stesso a restituirgliene un poco. Severino Poletto, arcivescovo di Torino, nel corso dell’omelia funebre raccontò di averlo conosciuto da non molto, quando già la sua vita cominciava a declinare. Al primo incontro il prelato gli chiese: ?Come devo chiamarla??. ?Avvocato? rispose Agnelli. E aggiunse: ?È un nome d’arte?».

Galvano Lanza di Trabia seguiva Agnelli con funzioni di intendenza, quando uscivano pagava le mance.

Sua mania per i futuristi, «dei coglioni, ma dei grandi artisti».

«Gianni è appena stato a un funerale in Sicilia. È morto un vecchio aristocratico, col vizio della cocaina. Gianni racconta del caldo, degli amici che si disperano, che parlano del morto stracciandosi le vesti, per ore. Poi uno di loro dice: ?Caduti da cavallo, bisogna ritornare in sella?. ?Hai ragione? dicono gli altri. Uno alla volta si mettono ad armeggiare nelle tasche, tirando fuori pipette e scatolette. Gianni ride come un pazzo» (testimonianza di Galvano Lanza di Trabia).

«Gianni detestava il commiato. A un certo punto, non c’era più».

Lupo Rattazzi si ricorda che, il giorno della morte di Giorgio Agnelli, vide piangere una cameriera.

«Agnelli è sempre da qualche altra parte».

Ironie di Agnelli sugli «imprenditori che si sono disfatti da soli».

Edoardo, figlio di Clara Nasi, fa sempre una domanda alle riunioni dell’accomandita.

Abitudine di contare sulle dita della mano partendo dal mignolo.

Da un articolo di Oddone Camerana pubblicato sul Diario alla morte di Gianni Agnelli: «Gianni Agnelli non è mai stato un simbolo e nessuno si scappellava al suo passaggio. Semmai qualcosa di più intimo, di più segreto e a volte di imbarazzante spingeva a unirsi a lui. Una voglia contagiosa di far festa e di aprirsi. Senonché una forza uguale e contraria e la prudenza consigliavano ad alcuni di non farlo e di resistere. Per questo, ora che lui è scomparso, dispiace, ma ci si sente liberati».

Per il solo fatto di non aver mai conosciuto Gianni Agnelli, Marchionne rappresenta la discontinuità.

«Il numero dei famigliari cresce e ogni generazione è meno ricca della precedente. Con il tempo, il processo di imborghesimento economico ha inciso sulla composizione della cassaforte familiare – perché quando qualcuno ha commesso un errore finanziario, o ha avuto bisogno di liquidità, è uscito dalla società – e ha inciso sulla psicologia del gruppo: i componenti di una grande famiglia del capitalismo a volte si comportano da piccoli azionisti».”

(Estratti dal libro di Marco Ferrante ?Dinastia Agnelli? (Mondadori) a cura del ?Foglio? (del lunedì) ripresi da Dagospia.com)

Riferimenti: I verbali di Corona: Coco strafatto, il Milan e spioni

In Italia un Presidente della Repubblica gay? "c’è già stato" dice Grillini

Venerdì, 22 Giugno 2007


Claudio Sabelli Fiorelli chiede al deputato dell’Unione Franco Grillini se prima o poi avremo un presidente della Repubblica gay: “Se è solo per questo, c’è già stato”. Risponde Grillini nel libro-intervista scritto con Claudio Sabelli Fioretti per l’editore Aliberti, anticipato dalla rivista ‘Babilonia’. Sempre per Grillini attualmente i parlamentari omosessuali sarebbero una settantina. E’ aperto il toto-gay.
Riferimenti: Corona: 30.000 euro per attovagliare la Falchi

Obama girl – il video della sexy sostenitrice che spopola sulla rete

Lunedì, 18 Giugno 2007

Tutti ne parlano: ecco il video della sexy sostenitrice del candidato Usa Obama
Riferimenti: Il video

Mafia: la casa della memoria di Impastato è oggetto di intimidazioni

Giovedì, 14 Giugno 2007

Leggiamo e rilanciamo, per solidarietà civile, la notizia che abbiamo appena letto in rete. Per approfondimenti vi invitiamo a legge i riferimenti
Riferimenti: La notizia delle intimidazioni

Aida yespica e Clemente Mastella: due eroi della nostra Italia – foto 9

Venerdì, 1 Giugno 2007


Navigando in internet ci è apparsa – mai termine fu più appropriato – questa foto che ritrae la donna che tutti gli Italiani sognano (e, dopo le intercettazione di Corona, bramano) e l’uomo che più incarna lo spirito italico. Lei senza reggiseno, ma con le mai tese a nascondere (e proteggere) quelle mammelle che non la mamma, ma un bravissimo chirurgo le ha donato. Lui, sornione, a parlare agli italiani. A parlare: la cosa che, in assoluto, gli riesce meglio. Dietro di loro, due ballerini-chef, con una torta in mano a rendere chiaro il carattere ludico della apparizione. Non abbiamo resistito, come potevamo non offrire ai nostri sodali questa foto che immortala sullo stesso palco Aida Yespica e Clemente Mastella due tra i più significativi eroi di questa nostra Italietta?

serie: foto che valgono un editoriale – 9

Riferimenti: La Brambilla: candidata leader e donna in autoreggenti

Le falsità del documentario Vaticano e pedofilia della BBC trasmesso da Santoro

Venerdì, 1 Giugno 2007

Sono numerose le falsità contenute nel documentario BBC su pedofilia e Vaticano che ieri Santoro ha trasmesso ad Annozero. Eccone una rassegna:
- non è vero che l’istruzione vaticana “Crimen sollicitationis” del 1962 commina la scomunica a chi denuncia i preti colpevoli di abusi sessuali: invece è scomunicato chi avendo conoscenza di abusi non lo denuncia;
- si confonde segretezza del processo canonico – ogegtto dei documenti vaticani – con segreto del delitto, che nessun atto vaticano vieta di denunciare alle autorità civili;
- l’istruzione “De delictis gravioribus” firmata dal cardinale Ratzinger non rende più difficile denunciare i crimini, ma più facile in quanto, in particolare, allunga il termine della prescrizione (ai 28 anni – e non più 18 – della vittima più giovane).
Inoltre il video dell’ex prete Oliver O’Grady che apre e chiude il documentario non è stato girato dalla BBC, ma è concordato con gli avvocati di una causa civile miliardia contro la Chiesa, che in cambio non si sono opposti a che l’ex prete riprendesse a circolare liberamente.
(da M. Introvigne, Il Foglio 31 maggio 2007)
Riferimenti: Il video della BBC

Ma chi finanzia Michela Vittoria Brambilla e i Circoli della Libertà?

Venerdì, 1 Giugno 2007


Un giornale e una televisione satellitare: sono le prossime iniziative di Michela Vittoria Brambilla, la vulcanica presidente dei giovani di Confcommercio e dei Circoli della Libertà. La Brambilla, però, continua a professare la propria autonomia dai partiti, pur riconoscendo di appartenere culturalmente all’area di destra. Dinanzi a tali dichiarazioni è arrivato il momento di chiedersi e chiederLe: chi finanzia le iniziative della signora? non ci si dica che a finanziare il giornale e il satellite sono le quote di coloro che aderiscono ai circoli. In una democrazia, la trasparenza sui finanziatori è tutto. E’ la signora Brambilla a finanziare le sue iniziative? o la sua famiglia? la Confcommercio? o altri? facciamo il nome e cognome che tutti mormorano: Silvio Berlusconi? perchè se così dovesse essere è dovere della signora Brambilla – anche per rimanere fedele al suo personaggio anti-politico – dichiararlo pubblicamente e smetterla di professare la sua autonomia dai partiti. Solo così potrà risultare credibile a quella società civile di cui tenta di intercettare gli umori (e voti).
Riferimenti: Che lavoro facevano i nostri politici?