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La destra è morta non per estremismo ma per mediocrità (by Veneziani)

Mercoledì, 12 Giugno 2013

La destra in Italia non è sparita perché ha fatto troppo la destra; non è caduta su progetti, imprese, idee connotate con i propri colori. È morta d’anemia, si è spenta perché si è resa neutra e incolore, perché si è uniformata per confondersi; perché non ha inciso, non ha lasciato segni distintivi del suo passaggio. Non è morta d’identità ma di nientità, non è morta di estremismo ma di mediocrità. Non è morta di saluti romani ma d’imitazioni maldestre.

La sua scomparsa non lascia tracce di sé. Nessuna delle critiche di gestione mosse alla destra si può attribuire alla sua storia, alla sua indole e ai suoi valori; anche gli aspetti peggiori, come quelli che hanno preso il nome e il faccione simbolico di Fiorito, non nascono dalla sua storia. Erano modi di adeguarsi all’andazzo, tentativi di mostrare che erano uomini di mondo, sapevano stare al potere e in società, sanno come si usa, non sono mica fessi.

A volte si sono adeguati alla caricatura del berlusconismo, uniformandosi al suo lato peggiore. A volte hanno cercato di compiacere la sinistra, i poteri che contano, i media ostili. Senza peraltro riuscirci. Hanno avuto paura di spingersi troppo, di osare. Temevano di perdere il posto, ma l’hanno perso lo stesso, perdipiù senza gloria e senza la gratitudine dei loro elettori di sempre.

Prendete il caso di Alemanno a Roma. Non è caduto sul fascio ma sulla neve. Non gli hanno rimproverato i vigili col manganello, semmai le cartelle di Equitalia e le solite accuse di sempre: il traffico, la sporcizia, le buche. Non gli hanno rinfacciato di voler rilanciare la romanità e i littoriali della cultura ma gli abusi nelle società controllate e alcune nomine aumm aumm.

Promettendo con le casse vuote ben 25 milioni di euro per fare il museo della Shoah a Villa Torlonia – quando esistono già a Roma il museo di via Tasso e delle Fosse Ardeatine, che riguardano direttamente la città – ha irritato la sua gente senza guadagnarsi il consenso altrui; anzi hanno esultato per la cacciata del «fascista» dal Campidoglio; proprio mentre i fascisti, sconsiderati, esultavano per la cacciata del traditore…

Certo, hanno attribuito ad Alemanno i mali storici di Roma, gli acciacchi di ogni metropoli e i malesseri del presente, che non ha creato certo lui o la destra. Lo hanno massacrato mediaticamente. Non sarebbe bello ora fare processi, dimenticando le difficoltà gigantesche di un momento nazionale drammatico e di un Comune lasciato dalla sinistra pieno di debiti.

A onor del vero, se si fosse votato a Milano o a Napoli, anche i sindaci di sinistra sarebbero stati bocciati perché il clima è anti-potere. E poi, con quell’elettorato votante così ristretto, la democrazia è falsata: la motivazione che spinge a votare contro era più forte di quella d’andare a votare a favore.

Ma il problema della destra sparita resta, la delusione del suo elettorato è sacrosanta. Dicendo che la destra non ha pagato per la sua identità, non intendevo sostenere l’inverso, cioè che se fosse stata coerente e cazzuta avrebbe vinto alla grande. Forse avrebbe perso con maggior dignità, avrebbe un punto da cui ripartire, avrebbe almeno la fiducia dei suoi cari. Ma con le identità non si governano gli Stati; si fanno partiti di nicchia o al più larghi movimenti d’opposizione come è il caso di Marine Le Pen, ma non si va al governo.

Però a questo punto mi chiedo: ma ha senso andarci se poi si va via in modo disonorevole senza lasciar traccia di sé né un buon ricordo tra la tua gente?

Non sto parlando di Alemanno, questo è un bilancio di vent’anni di destra al governo. Non mi va tornare ancora sulla loro inadeguatezza, ma si sa che quello è il problema numero uno.

Dovrebbe rinnovarsi, la destra, riaccorparsi, ripartire da quel che ha di risorse, giovanili, collaterali e patrimoniali. Azzerare, selezionare, riunire, rilanciare. (A proposito, avete visto il prototipo della donna tra 100mila anni diffuso ieri dai media? Occhi grandi e sporgenti, fronte spaziosa, corporatura minuta – impressionate, è identico a Giorgia Meloni. Si è portata avanti nella specie, sarà lei la donna del futuro?).

Qualcuno però obietterà: ma serve ancora una destra o qualcosa che ne continui il ruolo, con altro nome? E serve una destra a parte, con un suo distinto movimento? Io penso di sì, penso che serva un movimento con un corpo aerodinamico e un’anima tradizionale; penso che serva a chi la pensa così, ma anche ai suoi alleati, soprattutto se in futuro non ci sarà un leader che avrà la forza di sintetizzare, senza polverizzare, le varie componenti del centrodestra.

Intanto chi viene da destra abbia il coraggio di fare un bilancio impietoso di questi anni. È stata al potere ma cosa ha lasciato per la destra, per le città, per l’Italia? Un pugno di mosche più qualche zanzara. Riparta da zero, con volti nuovi, teste capaci e cuori intrepidi. Se ci sono. m. veneziani ilgiornale.it

Intellettuali di destra, è il momento di riscendere in campo

Martedì, 3 Luglio 2012

Quell’estate del 1992 l’Italia era in ginocchio. Crollava pezzo su pezzo la prima Repubblica, finivano in galera i cassieri dei grandi partiti, si sgretolavano la Dc e i suoi alleati, sopravviveva il Pci sotto altro nome, montava l’antipolitica, s’invocavano i tecnici all’orizzonte, veniva svenduto il patrimonio pubblico del Paese, l’industria veniva coinvolta nell’onda nera della crisi e della corruzione che porterà poi ai sinistri suicidi di Gabriele Cagliari e di Raul Gardini, la mafia uccideva Falcone e poi Borsellino.Cresceva a nord la Lega mentre l’Msi vivacchiava ai suoi minimi storici e i referendum di Segni e la Rete di Orlando scuotevano la vecchia Dc già picconata da Cossiga, uscito da poco dal Quirinale. C’era poco da sperare che nascesse qualcosa sul versante opposto alla sinistra. E nessuno avrebbe allora immaginato che due anni dopo Berlusconi avrebbe vinto sulle ali della Lega nord e della Destra nazionale.Ma nel frattempo, la cultura non allineata a sinistra cosa faceva? No, non dormiva né si defilava, e il suo ruolo in quell’interregno non era poi del tutto irrilevante, anzi. Io vorrei ricordare che a quella strana alleanza si arrivò anche per opera di non pochi vituperati professori e non solo loro. Vi dice nulla Gianfranco Miglio nella Lega? E Domenico Fisichella nella nascita di Alleanza Nazionale? E Giuliano Urbani ma poi anche don Baget Bozzo, Marcello Pera, Lucio Colletti, Antonio Martino, Vittorio Mathieu, Saverio Vertone, Piero Melograni, Giorgio Rebuffa in Forza Italia, nella destra Paolo Armaroli, con la Lega Marcello Staglieno? Non tutti furono ornamentali, soprammobili decorativi, anzi. E vorrei ricordare che nell’estate del ’92 prendeva corpo una voce che avrebbe avuto un ruolo di battistrada nella nascita del centro-destra. Dico l’Italia settimanale che poi debuttò nell’autunno di vent’anni fa. La fondai in quell’estate del ’92, dopo aver coagulato un piccolo mondo di lettori e di firme con Pagine Libere.L’Italia settimanale ebbe un triplice ruolo. Risvegliò la destra prepolitica dal sonno nostalgico e dal destino di scomparsa a cui si sentiva votata, attraverso un linguaggio spigliato e un’impronta giovanile e interventista. Fu trasgressiva sia nei recuperi proibiti che nelle contaminazioni, negli incroci. In secondo luogo, cercò di mettere insieme mondi e personaggi diversi, da Giorgio Albertazzi a Vittorio Sgarbi, da Gustavo Selva allo stesso Fisichella, da ex democristiani a neoleghisti (scriveva pure la giovane Irene Pivetti), da firme storiche della destra, come Accame, Cardini, Gianfranceschi, Cattabiani, Quarantotto, De Turris, Besana, Garibaldi, Mazza, Del Ninno, Malgieri, Nistri, Solinas, Cabona, Buttafuoco a battitori liberi come Massimo Fini, Oliviero Beha e Vittorio Messori, poi Guerri, Squitieri, più vari giovani redattori.In terzo luogo l’Italia settimanale si prefisse anche tramite la Fondazione Italia di far nascere in una prospettiva bipolare quell’ibrida alleanza tra il versante non travolto da tangentopoli della Dc e del craxismo, il vecchio Msi e quei pezzi di società civile che si affacciavano alla politica. Invocando la discesa in campo di qualche imprenditore libero, invogliando personaggi come Berlusconi, e chiedendo al picconatore Cossiga di farsi capofila di una riforma presidenziale che coronasse la riforma di Segni (vista con scetticismo) e coalizzasse quel fronte politico. L’impresa dette i suoi frutti anche perché ci fu un segmento di cultura recettivo, ibridato a un segmento di giornalismo. In quella fase fu decisiva la direzione de l’Indipendente di Vittorio Feltri, che raccolse magari con minore peso culturale ma con maggiore efficacia giornalistica e diffusionale, quel discorso, aprendo alla Lega, alla destra missina e ai segmenti cattolici e liberali. Il Foglio sorse alcuni anni dopo e Giuliano Ferrara si accingeva alla sua traversata dal craxismo al centro-destra. Quanto contò quella discesa in campo della cultura e del giornalismo nella nascita e nello sviluppo del centro-destra? Credo non poco: dette un’impronta di credibilità, le ragioni di una coalizione, lo smalto di un consenso giovanile (molti lettori di quei giornali furono poi i ranghi e i dirigenti locali di An, e in parte di Forza Italia e della Lega).All’epoca iniziative editoriali come l’Italia settimanale ebbero anche una vasta risonanza in tv e sui giornali, a partire da Il Corriere della sera di Paolo Mieli; persino La Repubblica di Eugenio Scalfari fu attenta a seguire la nascita della destra agli albori dalla seconda Repubblica. Poi qualcosa rimase, qualcosa fu soppresso con l’ingerenza politica (l’Italia settimanale), qualcosa si disperse via via fino a divenire sempre più marginale.Il primo brutto segnale fu quando le riforme istituzionali non furono affidate a Miglio, che aveva teorizzato e proposto la Repubblica presidenziale o a Fisichella, Armaroli, Urbani ma al leghista Speroni. La cultura andò via via sparendo e defilandosi. Alla fine il bilancio fu deludente. Di quel patrimonio non era rimasto più nulla nei tempi ultimi del centro-destra, della Lega «introtata», del Fini deviato e del Pdl spaesato.Certo la politica non si nutre di cultura e letture; ma è una coincidenza che deve far riflettere se la vigorosa presenza di una cultura coincide con fasi di crescita politica e la sua scomparsa coincide con fasi di declino politico. Che sia il tempo di abbracciare la prepolitica, per uscire dalla deriva antipolitica e rifondare le basi della politica? Lo dico non certo pensando a gramscismi di destra, impraticabili e non auspicabili. E lo dico scendendo da un consolidato e assai motivato scetticismo, convinto che in momenti brutti e privi di riferimenti come questo, la cultura civile debba esercitare un ruolo, assumersi una responsabilità e perfino una provvisoria supplenza d’iniziativa, salvo ritirarsi quando è maturo il tempo della politica.La cultura che si riversa nella politica muore e l’intellettuale-militante è una figura malriuscita e di solito estranea a questo versante, ma la cultura che si nega sempre a ogni possibile e temporaneo compito civile, pur restando libera e radicata nel suo humus, patisce d’accidia e si vota per idealismo al cinismo. E smentisce una sua nobile indole e radice: l’interventismo.
Anche allora, vent’anni va, vagavamo nel buio di una crisi feroce, senza sbocchi, senza leader, senza partiti… m. veneziani ilgiornale

 

Grillo manovrato dalla Destra americana (by De Michelis)

Venerdì, 15 Giugno 2012

«Mentre ai tempi della guerra fredda c’era uno schema preciso ed era prevalente la contrapposizione col blocco comunista, adesso questo non c’è più e ha reso generali gli scontri di interessi. Grillo potrebbe essere utilmente utilizzato ai fini di indebolire la situazione dell’Europa e dell’Italia. Lo ha detto alla Zanzara su Radio 24 in diretta su www.radio24.it, l’ex ministro socialista Gianni De Michelis. «Casaleggio non lo avevo mai sentito nominare, – continua il politico – ho scoperto dopo le elezioni amministrative che conta molto di più di quello che sembra. Mi hanno detto – continua De Michelis – che ha una società e degli interessi in America, dunque potrebbe essere un elemento di questa teoria. In questo momento Obama è quello che ha più interesse a tenere la situazione sotto controllo. I repubblicani credo siano disponibili a correre il rischio di indebolire la situazione americana, non solo quella mondiale, pur di vincere le elezioni» Il Sole 24 Ore

L’Europa, tra delusione e speranza – 2 (by de Benoist)

Venerdì, 2 Dicembre 2011

II. La speranza?Malgrado le delusioni che ha provocato, la costruzione europea rimane più necessaria che mai. Perché? In primo luogo per permettere a popoli europei troppo a lungo lacerati da guerre e conflitti o rivalità d’ogni sorta di riprendere coscienza della comune appartenenza ad una medesima area di cultura e di civiltà e di assicurarsi un destino comune senza doversi mai più contrapporre. Ma anche per ragioni connesse al momento storico che stiamo vivendo. Nell’epoca della modernità tardiva – o della postmodernità nascente –, lo Stato nazionale, entrato in crisi fin dagli anni Trenta, diventa ogni giorno più obsoleto, mentre i fenomeni transnazionali continuano ad accrescersi. Non è che lo Stato abbia perso tutti i suoi poteri (in certi ambiti, come la sicurezza, tende al contrario ad aumentarli di continuo attraverso le regolamentazioni), ma ha smesso di produrre socialità e non può più far fronte ad imprese che oggigiorno si estendono a livello planetario. In un universo dominato dall’incertezza e dai rischi globali, nessun paese può sperare di venire a capo da solo dei problemi che lo riguardano. Per dirla altrimenti, “gli Stati nazionali – forti o deboli che siano – non sono più le entità primarie che consentono di risolvere i problemi nazionali”[xxx]. In queste condizioni, l’unico interrogativo che si pone è “capire se gli europei vogliono oppure non continuare a svolgere un ruolo nella storia”[xxxi]o sono già rassegnati a diventare oggetto della storia degli altri.Una delle ragioni profonde della crisi della costruzione europea consiste nel fatto che nessuno appare capace di risponde alla domanda “che cos’è l’Europa?”. Eppure le risposte non mancano; nella maggior parte, però, sono convenzionali e nessuna trova tutti concordi. Orbene: la risposta alla domanda “che cos’è l’Europa?” condiziona la risposta ad un’altra domanda: “cosa deve essere?”.Tutti sanno bene, infatti, che non vi è alcuna comune misura fra un’Europa che cerchi di costituirsi come una potenza politica autonoma, con frontiere chiaramente definite e istituzioni politiche comuni che funzionino democraticamente, e un’Europa che non sarebbe altro che uno spazio di libero scambio aperto ai “grandi orizzonti”, destinato a diluirsi in uno spazio illimitato, in larga misura spoliticizzato o neutralizzato e funzionante solo sulla base di meccanismi decisionali tecnocratici e intergovernativi. Tutti sanno bene anche che l’allargamento frettoloso dell’Europa e l’incertezza esistenziale che pesa oggi sulla costruzione europea non possono che favorire il secondo modello, d’ispirazione “anglosassone” o “atlantica”. Scegliere tra questi due modelli significa anche scegliere tra la politica e l’economia, la potenza della Terra e la potenza del Mare. Coloro che si occupano della costruzione europea in genere purtroppo non hanno la benché minima idea in materia di geopolitica. L’antagonismo tra le logiche terrestre e marittima sfugge loro. Non vedono per quali motivi la globalizzazione oggi obblighi a pensare in termini di continenti[xxxii].Il generale de Gaulle aveva sin dal 1964 definito perfettamente il problema: “Ma quale Europa? Questo è il punto da discutere […] Secondo noi, francesi, occorre che l’Europa si faccia per essere europea. Un’Europa europea significa che essa esiste di per se stessa e per se stessa, ovvero che in mezzo al mondo abbia la propria politica. Orbene, è proprio questo ciò che respingono, consapevolmente o inconsapevolmente, taluni che tuttavia sostengono di volere che essa si realizzi. In fondo, il fatto che l’Europa, non avendo una politica, resterebbe assoggettata a quella che le verrebbe dall’altra sponda dell’Atlantico pare loro, ancora oggi, normale e soddisfacente”. Già tre anni prima, aveva detto: “L’Europa integrata in cui non vi fosse politica si metterebbe a dipendere da qualcuno di fuori, che invece ne avrebbe una”.Anche François Bayrou ha ben riassunto la situazione: “Sin dal primo giorno della costruzione europea, due modelli sono in guerra. Il modello britannico, quello di una zona di libero scambio, senza altri scopi al di fuori di quello economico, ornato, per sembrare bello, dell’apparenza di una concertazione governativa, e il nostro modello, il modello franco-tedesco, di una potenza politica in formazione. Il dissolversi della volontà europea dà la vittoria al modello della zona di libero scambio”[xxxiii].L’Europa è prima di tutto forte di ciò che l’ha fatta, ma la sua storia è tutto fuorché una storia semplice. È la storia di una serie di notevoli trasformazioni interne e di apporti successivi che si sono trapiantati, più o meno felicemente, su un’entità la cui eredità fondamentale deriva nel contempo da una fonte autoctona, le culture latine, greche, celtiche, germaniche e slave dell’Antichità precristiana, e da una fonte importata da lunga data, il cristianesimo. Ciò fa capire il carattere complesso dell’Europa e il carattere illusorio di ogni atteggiamento che miri a ridurla ad una soltanto di queste componenti a detrimento delle altre. A seconda dei gusti e delle convinzioni, ovviamente si potrà sempre privilegiare questa o quella di tali componenti, questa o quell’epoca, questo o quel luogo. In realtà, non è sbagliato dire che da duemila anni a questa parte la storia dell’Europa è una storia contraddittoria, e riconoscere che “ciò che lacera il Vecchio continente in conflitti intestini è anche ciò che ne costituisce la singolarità storica e l’identità collettiva”[xxxiv].Questo significa che non bisogna sottovalutare, come sono portati a fare certi sostenitori di un’Europa ideale, le profonde diversità del continente europeo. Tra il finlandese e il napolitano, l’abitante du Dublino e quello di Dubrovnik, i riferimenti non sono gli stessi, la mentalità non è la stessa e la comprensione non è scontata. Questo significa inoltre che non si può definire l’Europa facendo unicamente riferimento al suo passato, cioè alla sua storia empirica, così come non si può fare tabula rasa di quel passato. Prendere in considerazione soltanto la “memoria” storica significa dar prova di un modo di pensare antistorico, nella misura in cui la storia include il passato ma non si riduce ad esso, e per giunta è indissociabile dall’interpretazione che essa ne dà. Infine, come ogni realtà collettiva, l’Europa ovviamente ha delle fondamenta etniche, ma non è un progetto etnico: l’Europa non ha vocazione a radunare tutti gli individui o tutti i popoli di origine europea che vivono oggi nel mondo, ma ad offrire un contesto istituzionale comune agli abitanti del continente europeo. Qui l’aspetto geografico, e dunque anche geopolitico, è determinante.Chi sogna un’Europa senza frontiere coltiva evidentemente l’ambizione di vedervisi gradualmente integrare tutti i paesi vicini, in attesa dei paesi lontani. In quest’ottica, “l’Europa” non è più altro che l’abbozzo di una Repubblica universale o di uno Stato mondiale. I sostenitori di un progetto di questo tipo svolgono in genere le proprie argomentazioni partendo dai “valori universali”: all’Europa apparterrebbero tutti i paesi che rispettano i “valori universali” che essa ha inventato nel corso della sua storia, cioè potenzialmente il mondo intero. Vale la pena soffermarsi su questo punto.È un dato di fatto che l’Europa, sin dalle origini, si è sforzata di concettualizzare l’universale, ha preteso di essere, con le migliori e le peggiori intenzioni, una “civiltà dell’universale”, in primo luogo attraverso il concetto di obiettività. Aporia maggiore: l’Europa è l’unica ad aver voluto pensare l’universale, ma l’universale, quando non è la semplice maschera di un inconfessato etnocentrismo, è anche ciò che la pone di fronte al rischio di non sapere più quel che è. Da questa aporia è possibile uscire solo sottolineando che “civiltà dell’universale” e “civiltà universale” non sono sinonimi. Secondo un bel detto spesso citato, l’universale, nel senso migliore del termine, è “il locale meno le mura”.L’ideologia dominante ignora proprio la differenza tra “civiltà universale” e “civiltà dell’universale”. Per disposizione dei suoi rappresentanti, l’E     uropa è stata condannata all’ignoranza di sé – e al “pentimento” per ciò che è ancora autorizzata a ricordare –, mentre la religione dei diritti dell’uomo universalizzerebbe l’idea del Medesimo. Un umanesimo privo di orizzonte si è così assegnato il ruolo di giudice della storia, facendo dell’indistinzione l’ideale redentore e celebrando di continuo il processo all’appartenenza che rende specifici. Come ha affermato Alain Finkielkraut, “ciò significava che, per non escludere più nessuno, l’Europa doveva disfarsi di se stessa, “desoriginarsi”, conservare della propria eredità esclusivamente l’universalità dei diritti dell’uomo […] Noi non siamo niente, è la condizione preventiva perché non siamo chiusi a niente e a nessuno”[xxxv]. “Vacuità sostanziale, tolleranza radicale”, ha potuto scrivere nello stesso spirito il sociologo Ulrich Beck, mentre è invece il senso di vuoto a rendere allergici a tutto. L’Europa può infatti essere accogliente verso gli altri solo nella misura in cui è cosciente del modello di civiltà che la caratterizza. L’apertura non ha senso nel vuoto; essa implica la capacità di scambio e di dialogo fra partners chiaramente situati.Jean-Louis Bourlanges osserva che si “è preteso di “costruire l’Europa” sulla base del riconoscimento di valori universali – la pace, la libertà, la democrazia, i diritti della persona – e non dell’aggregazione e della sintesi delle particolarità geografiche, storiche e culturali proprie dei differenti popoli del Vecchio Continente […] Quel che definisce l’europeo degli ultimi cinquant’anni è la sua volontà di sfuggire alla propria condizione storica per accedere alla condizione umana”[xxxvi]. Ma, aggiunge, “l’Europa non è tanto la terra di coloro che praticano la democrazia, quanto la terra di coloro che l’hanno inventata”[xxxvii]. Ed ancora: “Essere europeo significa ereditare una storia e condividere attraverso quel lascito ricevuto e rivendicato una certa maniera di vivere, di pensare e di sentire la propria relazione con la politica”[xxxviii]. Questo lascito non deve certamente essere considerato un’essenza, un deposito intangibile che si trasmette in forma identica di generazione in generazione, bensì una sostanza complessa, associata ad una maniera specifica di trasformare se stessi, nonché a una capacità permanente di narrarsi[xxxix].L’identità europea non esclude i valori universali, ma può fondarsi su di essi. Se l’Europa ha come esclusiva vocazione affermare “valori universali”, la costruzione europea non è altro che l’inizio di un progetto universale. Come scrive Slavoj Zizek, “se la difesa dell’eredità europea si limita alla difesa della tradizione democratica europea, la battaglia è persa prima di cominciare”[xl]. L’Europa in realtà deve avere l’ambizione di essere nel contempo una potenza capace di difendere i propri interessi specifici, un polo regolatore in un mondo multipolare o policentrico e un progetto originale di cultura e di civiltà.Per raggiungere questo obiettivo non si può contare sugli ambienti liberali, che hanno sì contribuito alla costruzione europea, ma in essa hanno visto soltanto una tappa in vista dell’avvento del liberoscambismo mondiale. Hanno scritto a tale proposito Ulrich Beck e Edgard Grande: “L’obiettivo del neoliberalismo globale non è la creazione di un mercato unitario europeo, bensì la liberalizzazione mondiale dell’economia. E dal momento in cui queste due dimensioni entrano in contraddizione, dal momento in cui l’Europa si trasforma in “fortezza” e viene proposto di restringere il raggio di azione del capitale, il neoliberalismo diventa antieuropeo […] La costruzione di un’architettura istituzionale in Europa non è che un mezzo, non un fine in sé: è la creazione di un’agenzia incaricata di porre in esecuzione la parola d’ordine “meno Stato””[xli].Gli Stati Uniti non hanno mai adottato una politica diversa da questa. Al contrario: il loro atteggiamento nei confronti dell’Europa ha sempre obbedito agli stessi principi: sì a un’Europa del libero scambio, no all’emergere di un concorrente o di un rivale (un “peer competitor”) che possa dotarsi di mezzi atti a farne un attore internazionale di spicco. Come Zbigniew Brzezinski ha spiegato senza giri di parole: “Un’Europa emergente in ambito militare sarebbe un concorrente formidabile per l’America. Inevitabilmente, costituirebbe una sfida per l’egemonia americana. Un’Europa politicamente forte, che non dipendesse più militarmente dagli Stati Uniti, metterebbe per forza in discussione il dominio americano e limiterebbe la supremazia degli Stati Uniti alla regione del Pacifico”.Ai tempi della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno certamente incoraggiato la costruzione europea. Fra il 1949 e il 1959, in piena guerra fredda, hanno anzi versato l’equivalente di 50 milioni di dollari attuali ai movimenti europeisti, attraverso i servizi segreti o servendosi dell’American Committee for United Europe (ACUE), fondato nel gennaio 1949 sotto la presidenza di William Donovan, creatore nel 1942 dell’Office of Strategic Services (OSS), antenato della CIA[xlii].Nel 1952 è sempre Washington ad ispirare direttamente il progetto di Comunità europea di difesa (CED), che avrà il sostegno del Vaticano ma che i gollisti e i comunisti faranno fallire due anni dopo. Questo aiuto ai movimenti europeisti si colloca nella cornice della strategia del “contenimento” teorizzata fin dal 1947 dal diplomatico americano George Kennan per contrastare l’Unione sovietica. Costruire l’Europa significa allora riempire un vuoto che Stalin minaccia di riempire e di conseguenza proteggere gli Stati Uniti. Nel contempo, sotto l’egida della NATO che controllano, essi non si nascondono di volersi avvalere sul piano militare di capacità europee complementari, ma soprattutto non autonome.Dopo il crollo del sistema sovietico e la scomparsa dell’ordine bipolare ereditato da Yalta, gli Stati Uniti si sono sforzati di rafforzare la loro posizione egemone, soprattutto con un ritorno all’uso smodato dello “hard power”. Nel contempo hanno ridefinito la missione della NATO, ormai dotata di una portata “globale” (la ristrutturazione dell’Alleanza atlantica è stata confermata nel novembre 2002 con la firma, a Praga, del secondo allargamento della NATO a beneficio dei paesi baltici, della Romania e della Bulgaria), e sfruttato i disaccordi tra la “vecchia Europa” e l’Europa centrale e orientale, ieri baluardo dell’Unione sovietica, in cui sperano di trovare nuovi alleati per accerchiare la Russia ed incoraggiano e finanziano ogni sorta di “rivoluzioni pacifiche” miranti ad “instaurare la democrazia”, vale a dire a creare una società di mercato.Questa alleanza transatlantica è in realtà diventata un non-senso dopo la fine del sistema sovietico. Gli interessi europei ed americani sono strutturalmente divergenti. Dal punto di vista geopolitico, l’Europa e gli Stati Uniti rappresentano due entità, una terrestre e l’altra marittima, che non possono che scontrarsi. Sul piano militare, un disaccoppiamento all’interno della “difesa occidentale” è inevitabile. Tutti i sondaggi d’opinione mostrano che la grande maggioranza degli europei vogliono un’Europa indipendente dagli Usa[xliii]. Non si deve esitare a dirlo: l’Europa si farà solo contro gli Stati Uniti, giacché questi ultimi non accetteranno mai l’emergere di una potenza rivale.Per il momento, l’Europa rappresenta un’innegabile potenza economica pur restando, come la Germania dopo la guerra, un nano politico. E anche questa potenza non dev’essere sopravvalutata. Dal 2006, l’Europa è surclassata dai grandi paesi dell’Asia (India e Cina). “Un grande mercato comune integrato, una moneta unica forte […] procurano effettivamente grandi vantaggi concorrenziali alle imprese europee, che vedono migliorare le loro possibilità di sopravvivenza su mercati in via di globalizzazione. Ma ciò non produce ancora una “comunità economica” europea che possa essere una sorta di grande nazione, come taluni avevano sperato”[xliv]. Tanto più che la nozione di “preferenza europea” o di “preferenza comunitaria” non è attualmente contemplata in alcun trattato.Sul piano della difesa, i progressi registrati negli ultimi anni rimangono molto insufficienti. Secondo le cifre comparative fornite dalla NATO, l’importo delle spese militari della Francia ha rappresentato nel 2006 l’equivalente di 579 dollari per abitante, contro i 1436 dollari degli Stati Uniti. Quattro anni fa, Hubert Védrine evocava questa alternativa: “Europa-potenza o semplice spazio di pace, di libertà e di prosperità”[xlv]. Ma la pace, come sottolinea Dominique Schnapper, “non può essere garantita dal solo godimento della partecipazione alla produzione razionale e del consumo dei beni e dei servizi, accompagnato dall’indifferenza nei confronti del resto del mondo e dalla chiusura delle frontiere”[xlvi]. La pace può essere garantita solo dal possesso degli strumenti per farla rispettare. È quanto constata Pascal Boniface quando dichiara: “Il rifiuto della potenza per se stessi non impedisce agli altri di sviluppare politiche di potenza […] Non viviamo in un mondo ideale, ma in un mondo modellato e retto dai rapporti di forza […] Non possiamo nel contempo criticare l’onnipotenza americana e non organizzare l’Europa della sicurezza per fare in modo che essa possa essere un attore strategico autonomo sulla scena mondiale”[xlvii].In fondo”, scribe Werner Weidenfeld, “quel che manca all’Europa per agire sulla scena politica mondiale, è non solo un centro operativo, ma soprattutto un pensiero strategico. Tutte le grandi potenze dell’Europa hanno perso la loro levatura mondiale […] Nessuno di questi Stati ha sviluppato la volontà di prendere i comandi e di compensare a livello europeo questa perdita nazionale dell’orizzonte politico mondiale. Questo deficit di pensiero strategico è il vero tallone d’Achille dell’Europa”[xlviii].La potenza non va però concepita soltanto come potenza di fuoco (tanto più che l’Europa è portatrice di un modello di organizzazione delle relazioni internazionali ben diverso da quello degli Stati Uniti). La potenza dell’Europa è anche lo sviluppo scientifico e tecnologico, la sovranità in materia di approvvigionamento energetico, la partecipazione attiva di tutti alla cosa pubblica. È soprattutto la capacità di inventare un modo di esistenza sociale che le sia caratteristico: di fronte a un sistema di produzione e di consumo che produce una miseria simbolica generalizzata, l’Europa deve poter offrire una risposta alla crisi della civiltà capitalista[xlix].Qui il concetto chiave è sovranità. Ma bisogna essere capaci di concepirla in modo diverso da quello degli ambienti sovranisti, dei quali abbiamo già avuto modo di criticare le posizioni su questo punto[l]. I sovranisti, seguiti dai “nazional-repubblicani”, sono a favore di una concezione bodiniana della sovranità, cioè di una sovranità indivisibile tale quale la concepisce Jean Bodin, non intesa come una sovranità in ultima istanza. Ora, è un grave errore credere che per definizione la sovranità non si divida. Essa può infatti ripartirsi senza cessare di essere sovrana. Per quanto riguarda l’Europa, solo appoggiandosi alla concezione bodiniana (o hobbesiana) della sovranità si è condotti a porre l’alternativa: o la sovranità è dalla parte degli Stati membri, oppure è dalla parte dell’Unione europea (o anche: o esistono diverse regolamentazioni nazionali, oppure esiste una regolamentazione europea). Dal punto di vista della sovranità, la costruzione europea diventa allora un gioco a somma zero. Ma in realtà la sovranità legale dello Stato nazionale non equivale più, oggi, a una sovranità materiale concreta, il che vuol dire che essa non gli consente più di svolgere concretamente i compiti che da esso ci si può attendere. Viceversa, accettando l’idea di sovranità suddivisa (o ripartita) e rinunciando alla propria parte di sovranità legale, le nazioni oggi possono sperare di ritrovare per sinergia la sovranità materiale che hanno perso[li]. L’interdipendenza, in questo senso, va al di là del semplice dualismo tra nazionale e sovranazionale.“La questione della sovranità”, diceva molto giustamente François Bayrou, “non è la prima questione della politica. È l’unica. Possiamo o no governare il nostro destino, come cittadini e come popolo? Se la risposta è no, la democrazia è nulla e non avvenuta. […] Per esercitare la sovranità dobbiamo costruire la nostra potenza. Una sola via è disponibile, la via europea. Per ritrovare la sovranità perduta delle nazioni, bisogna costruire la sovranità europea […] Esiste un’unica via verso l’unione politica dell’Europa e la sua sovranità; è la via federale, la sola che consente di volere insieme restando differenti”[lii].La critica sovranista secondo cui non può esserci un’Europa politicamente unita poiché non vi è un “popolo europeo” ignora il fatto che la Francia ha preceduto di gran lunga l’esistenza di un “popolo francese”, di cui non si constata la piena realtà politica prima del XVIII secolo. Stato e nazione sono le “due ante indissociabili della modernità”(Marcel Gauchet), ma non appaiono contemporaneamente: in Francia, lo Stato precede di vari secoli la nazione[liii]. L’assenza di un popolo europeo, nel senso stretto (cioè politico) di questo termine, non è dunque un ostacolo alla costruzione dell’Europa, una delle cui ragioni d’essere è appunto quella di formare lo spazio pubblico nel quale possa sbocciare una cittadinanza europea[liv]. Quanto alla forma repubblicana o ai costumi democratici, contrariamente a quanto sostiene Dominique Schnapper[lv], esse non sono nella loro essenza legate allo Stato nazionale. Resta infine da capire se la nozione di popolo debba essere collegata in primo luogo alla nozione di nazionalità o a quella di cittadinanza, perché queste ultime due non sono sinonimi: soltanto la cittadinanza è una nozione intrinsecamente politica (in un’ottica non giacobina, si potrebbe essere nel contempo di nazionalità bretone e cittadino francese, così come si potrebbe essere di nazionalità francese e cittadino europeo[lvi].Un tipico errore del modo di ragionare ispirato al principio dell’ontologia nazionale consiste nell’analizzare i rapporti fra la sovranazionalità e le sovranità nazionali come un gioco a somma zero (tutto ciò che sarebbe guadagnato dall’una sarebbe automaticamente perso dalle altre) invece di analizzarlo come un gioco a somma positiva, il che è possibile tenendo conto della logica di inclusione additiva e degli effetti di retroazione. Un altro errore, parallelo, è quello di credere che le competenze nazionali e sovranazionali possano essere chiaramente e stabilmente separate, quando invece sono in realtà intricate in un sistema di interazione complessa. Questo ragionamento, rendendo incapaci di cogliere le specificità del progetto europeo, impedisce anche di vedere che lo Stato nazionale è già stato trasformato dall’apparizione di una molteplicità di forme di potere transnazionale che vanno oltre sia la nazione che l’Europa, e che la costruzione di un’Europa politica potrebbe appunto essere un modo di fronteggiarle.I sovranisti vogliono in genere ridurre la costruzione europee ad iniziative intergovernative: l’“Europa delle nazioni” (o “delle patrie”) è l’intergovernatività. Ma “l’intergovernatività è la zona di libero scambio. Le due parole sono sinonimi”[lvii]. Senza rendersene conto, opponendosi all’Europa-potenza, i sovranisti favoriscono automaticamente l’Europa del libero scambio, che pure la maggior parte di loro respingono esplicitamente. Arcaica e irreali sta, l’opposizione dei sovranisti all’Europa in nome dello Stato nazionale sfocia non nella salvaguardia delle nazioni, ma nel declino o nella stagnazione dell’Europa e al suo “sganciamento” sempre più accentuato sulla scena internazionale.La difficoltà di analisi deriva dal fatto che l’Europa di Bruxelles rimane un oggetto istituzionale non identificato. Contrariamente a ciò che talvolta si dice, non è né una federazione sovranazionale né una confederazione intergovernativa[lviii]. E neppure è propriamente un “super-Stato”, così come non è una semplice “organizzazione internazionale”, cosicché in definitiva nessuno sa bene come definirla: rete istituzionale, forma particolare di interdipendenza transnazionale a più livelli, sovrastruttura parastatale, Stato “consociativo”, insieme di reti di governance, e così via[lix]. L’integrazione europea è stata sin dall’inizio un processo dinamico dal risultato aperto, sia verso l’interno (crescita costante delle competenze dell’Unione europea) sia verso l’esterno (allargamento non meno costante a nuovi paesi). La Commissione europea, da sola, cumula funzioni legislative, esecutive, politiche, economiche e amministrative totalmente inedite. E di fronte a questa nuova realtà, ognuno tende a proiettare sull’Europa la propria struttura istituzionale. La cultura politica centralizzatrice della Francia spiega perché la sua classe politica non si sia mai seriamente occupata del problema della ripartizione delle competenze. In generale, la costruzione dell’Europa è un po’ ovunque percepita – sia che ci se ne rallegri, sia che ci se ne rattristi – come la messa in opera di un principio regolativo mirante all’omogeneità ricalcato sulle principali caratteristiche della dottrina classica dello Stato, mentre il concetto classico di “Stato” non permette in alcuna maniera di cogliere la realtà dell’“Europa” odierna.Da questo punto di vista, Ulrich Beck e Edgar Grande non hanno torto quanfo affermano che “l’esempio dell’Europa dimostra nel modo più chiaro possibile sino a che punto i nostri concetti politici e l’attrezzatura teorica delle scienze sociali siano diventati estranei alla realtà e inoperanti – poiché restano intrappolati nell’apparato concettuale del nazionalismo metodologico”[lx]. Ciò è particolarmente vero in Francia, dove l’Europa è sempre pensata a partire da un quadro concettuale legato al modo particolare di costruzione dello Stato nazionale. Anche altrove, molti critici dell’Europa ma anche suoi sostenitori attestano la medesima incapacità a oltrepassare mentalmente il modello dello Stato nazionale. Essi ragionano come se l’Europa dovesse necessariamente essere concepita come una nazione allargata, una “grande nazione” più vasta delle altre. I sovranisti non vogliono integrarsi in una nazione di quel genere perché non vi si riconoscono, mentre altri sognano una “nazione europea” che riproduca su più grande scala tutte le caratteristiche repubblicane e unitarie delle nazioni “classiche”[lxi].L’Europa in realtà non ha lo scopo di cancellare le nazioni, bensì di oltrepassarle nel senso hegeliano del termine, separando la nazione dallo Stato. Le nazioni sono realtà storiche che devono essere tenute in conto, in un’ottica segnata dall’applicazione sistematica del principio di sussidiarietà, allo stesso titolo delle regioni, delle “aree-sistema” e dei territori articolati intorno alle grandi città. L’Europa deve restare anche nazionale, anche se non sarà mai esclusivamente nazionale.Non è dunque tanto la nazione che bisogna cercare di ritrovare a livello europeo, ma è la politica che bisogna reintrodurvi. Si parla giustamente di “costruzione europea”. Ogni costruzione implica una decisione, ogni costruzione politica esige una decisione politica. Ma una decisione politica senza legittimità democratica non comporta né fiducia né obbedienza. Il che implica la creazione di istituzioni politiche europee che non siano colpite dall’attuale deficit di democrazia ma costituiscano un luogo di decisione e di regolamento dei conflitti secondo regole accettate da tutti.Una cittadinanza postnazionale deve rimanere una cittadinanza politica (non ce n’è un’altra), che non si può svolgere e mettere alla prova se non all’interno di uno spazio pubblico organizzato a tale scopo. Per iniziare, si potrebbe far sì che i membri del Parlamento europeo, oggi non in grado di funzionare come un parlamento vero soprattutto a causa della pluralità degli spazi politici europei, si presentino alla prova del voto non su liste nazionali ma su liste composte a seconda degli orientamenti politici, affinché le elezioni “europee” perdano il significato prima di tutto nazionale che ancora oggi hanno. Ma rimediare al deficit democratico dell’Europa non vuol dire limitarsi ad accrescere i poteri del Parlamento europeo. Significa anche incoraggiare l’“europeizzazione” delle lotte sociali e ricorrere a nuove prassi di democrazia partecipativa (o “consociativa”) a tutti i livelli: azione locale, organizzazione di referendum europei di iniziativa popolare, ecc.[lxii]. Essendo lo spazio pubblico prima di tutto il luogo delle prassi sociali, si tratta di dare un contenuto concreto a una cittadinanza ancora astratta che non può ridursi ad associare individui sgombrati delle loro eredità, delle loro fedeltà e delle loro passioni.L’obiettivo non sarebbe più, allora, realizzare l’unità dell’Europa riducendone la diversità, tramite soprattutto una regolamentazione sovranazionale omogenea, bensì far poggiare la costruzione europea sulla considerazione di questa diversità, attraverso la messa in opera di un principio di integrazione differenziata, asimmetrica, a geometria variabile. Come scrivono Beck e Grande, “la diversità non è il problema, ma la soluzione”[lxiii].Non essendo praticabile il modello dello Stato nazionale, verso quale modello alternativo ci si può volgere? La storia dell’Europa ne suggerisce uno: quello dell’Impero. Peter Sloterdijk è uno di coloro che hanno colto l’affinità fra la costruzione europea e il modello imperiale. Ingiungendo agli europei di rompere con le “ideologie dell’assenza”, egli reputa che l’Europa sia “un teatro per le metamorfosi dell’Impero”, il che lo conduce a raccomandare un “trasferimento decisivo dell’Impero verso un’unione di Stati continentale e paneuropeo”[lxiv]. Ciò rende necessario, ovviamente, intendersi sul concetto di Impero.L’Impero di cui qui si discute non ha naturalmente niente a che vedere con gli imperi coloniali o con gli imperialismi moderni. L’Europa di Napoleone e di Hitler non era altro che un espansionismo nazionale. Così come le “grandi potenze” (great powers) non sono imperi, ma Stati forti. Nello Stato nazionale, la nazione, nata da una presa di possesso territoriale-patrimoniale, è il risultato della semplice adesione degli individui allo Stato, giacché la loro solidarietà discende esclusivamente dalla comune appartenenza amministrativa a quello Stato. La cittadinanza in quel caso è solo una formalità amministrativa. Cittadinanza e nazionalità sono, inoltre, automaticamente sinonimi, il che pone il problema delle minoranze nazionali (linguistiche, culturali o di altro genere). L’Impero corrisponde viceversa alla personificazione giuridica e all’espressione politica di una o di molteplici comunità fondate su solidarietà naturali diverse dalla consanguineità. Cittadinanza e nazionalità sono distinte. Gli imperi non sono soltanto Stati più grandi o più estesi degli altri. I veri imperi sono sempre plurinazionali. “Riuniscono più etnie, più comunità, più culture, un tempo separate, sempre distinte”[lxv].L’Impero organizza i rapporti di potere in una maniera del tutto diversa dallo Stato nazionale, nella misura in cui la forma di dominio che incarna “mira costantemente a dominare dei non-dominati”[lxvi], appoggiandosi non tanto al potere gerarchico del comando quanto sul plusvalore politico apportato dalla cooperazione delle differenti entità politiche che ingloba. Lo Stato nazionale moderno mira peraltro all’omogeneità delle norme e delle regolantazioni, che è garantita giuridicamente dall’eguaglianza formale dei diritti, mentre gli imperi tendono ad instaurare norme asimmetriche o differenziate in funzione delle specificità socioculturali locali. L’Impero è una modalità di gestione e di organizzazione della diversità. È proprio questo che ha fatto dire a vari autori che l’Europa può essere pensata unicamente sul modello dell’Impero, ma di un impero “post-imperialista”, adattato al nostro tempo, vale a dire privo di mire egemoniche. a. de benoist diornama via arianna.it

Salazar, filosofo della politica

Sabato, 22 Ottobre 2011

«Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione! (…). Ma quasi dappertutto gli uomini sembrano oggi inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi tentano di fuggirli. Li si sente sfasati, incapaci di reagire contro le forze così potentemente scatenate» (Salazar).  Prologo Jacques Ploncard D’Assac, che è stato per molti anni il confidente di Salazar, ne ha scritto una biografia (Salazar, Parigi, Editions de la Table Ronde, 1967; traduzione italiana, Milano, Le Edizioni del Borghese, 1968), nella quale traccia anche le linee del pensiero filosofico politico dello statista portoghese. Nel presente articolo mi baso sullo scritto del celeberrimo controrivoluzionario francese (autore, tra tanti altri libri, anche di Doctrines du Nationalisme, 1959; LEtat corporatif, 1960; LEglise occupée, 1975; Le secret des Francs-Maçons, 1979; Apologia della reazione, Milano, Edizioni del Borghese, 1970, in cui riassume in un capitolo la figura di monsignor Umberto Benigni e la dottrina del Sodalitium Pianum da lui fondato per combattere il modernismo e i modernisti).Vita Salazar nacque il 28 aprile del 1889 a Vimeiro e il suo completo nome era Antonio de Oliveira Salazar. Nel 1900 entrò in Seminario e vi restò sino al 1909, quando, diciannovenne, lo lasciò per intraprendere gli studi di giurisprudenza all’Università di Coimbra. Nel 1910 il Portogallo è attraversato da una ondata di rivolta, dopo l’assassinio del re Manuel II da parte di due massoni il 1° febbraio del 1908 e il 5 ottobre del 1910 viene proclamata la repubblica filo-massonica e anti-cristiana. Questi avvenimenti spingono il nostro giovane studente di legge ad occuparsi attentamente delle vicende politiche e a leggerle alla luce dell’insegnamento del sistema tomistico e del Magistero ecclesiastico, che aveva ricevuto in Seminario. Filosofia politica tomistica conosciuta e vissuta Salazar sin dall’inizio scrive che «il problema nazionale èinnanzituttoun problema di educazione e poco importa cambiare regime o partito se non si inizia innanzitutto a cambiare gli uomini. Occorrono dei veri uomini ed è necessario educarli» (1). La sua filosofia politica è assai diversa da quella di Charles Maurras. Per questo bisogna occuparsi innanzitutto della politica (politique dabord), mentre il portoghese aveva capito che prima bisogna occuparsi dell’uomo: se non c’è il vero uomo, animale razionale e libero, fornito di intelligenza retta per conoscere il vero e rifiutare il falso e di libera volontà per fare il bene e fuggire il male, se questo uomo, che è anche animale socievole, non è educato ad essere padrone del suo corpo, dei suoi sentimenti e delle sue passioni e a realizzare la sua finalità nella società nella quale vive, a nulla vale la struttura politica o la forma di governo. Onde innanzitutto la formazione del singolo uomo, della famiglia di cui fa parte e poi si potrà organizzare correttamente la società civile, che è un insieme di famiglie. Come non si può edificare una casa se non si mettono i singoli mattoni uno sull’altro, così non si può organizzare lo Stato, la societas o la polis, se prima non si educa l’uomo e le famiglie che la costituiscono. Per Salazar «sono le idee che governano e dirigono i popoli, e sono i veri e i grandi uomini che hanno le vere e le grandi idee» (2), ma per avere i veri grandi uomini, che realizzano la loro natura di animali intelligenti, liberi e socievoli, bisogna educarli, formarli; quindi è necessario approntare un serio metodo di educazione integrale dell’uomo, nel suo fisico, nella sua sensibilità, nella sua razionalità libera e responsabile, chiamata a realizzarsi in società con altri uomini. Per tutta la sua vita politica (1926-1970) Salazar cercherà di formare veri uomini, vere famiglie e una vera società, nazione o patria. Se Salazar non è maurrassiano, non ha voluto neppure la creazione in Portogallo di una Democrazia Cristiana sul tipo del Sillon francese, ma ha lavorato per l’inserimento dei principi cattolici nella vita sociale e politica del suo Paese, contrariamente allo spirito cattolico-liberale. Egli è la prova provata che si può essere integralmente cattolici, senza essere maurrassiani. Fedeltà al Magistero  Il peccato di Monarchia, ossia il ritenere che l’unica forma possibile di governo sia quella monarchica, come pensavano i nemici di Leone XIII in Francia nel 1892 e poi i maurrassiani nel 1926, non ha mai sfiorato l’intelligenza, formata al tomismo e alle direttive del supremo Magistero pontificio, di Salazar: «La forma di governo è secondaria. Quello che conta sono gli uomini» (3). Nel 1918 si laurea e viene nominato professore di Scienza delle Dottrine Economiche presso l’Università di Coimbra. Egli inizia l’insegnamento nell’idea direttrice di tutta la sua vita: «Vuole essere formatore duomini, crede nella virtù dellinsegnamento, lo fa passare avanti allazione politica e gli subordina lavvenire della rinascita politica del suo Paese» (4). Secondo il Nostro, la «sola azione dei partiti politici non può risolvere i grandi problemi che ci assediano (…). La soluzione dei quali - soleva dire - si trova molto più in ciascuno di noi che nel colore politico dei ministri. Io lavoro a fare dei miei allievi degli uomini nel più alto significato del termine e dei buoni portoghesi (…). Il problema nazionale è quello delleducazione e dello sviluppo integrale e armonioso di tutte le facoltà dellindividuo e non della sola intelligenza» (5). Certamente la politica, come virtù di prudenza sociale, è importante per Salazar, ma viene solo dopo aver formato l’uomo, come la societas o la polis si forma solo dopo che varie famiglie si sono unite assieme in vista di un fine e sotto un’autorità. Salazar viene candidato dal Centro Cattolico al Parlamento, è eletto e il 2 settembre del 1921 partecipa per la prima e l’ultima volta ad una seduta parlamentare. Ne rimane scioccato. Infatti un ministro portoghese del partito conservatore, il quale faceva parte della maggioranza, dopo avere appreso che in Francia avevano vinto le elezioni i progressisti, gli dice: «Non possiamo far nulla. È il momento delle sinistre!». Egli vede – in quell’istante – tutta la inutilità e la vacuità della vita parlamentare. Il governo aveva la maggioranza, ma si sentiva impotente a governare perché in un Paese straniero avevano vinto le sinistre. «Ilnostro avvenire dipende solo danoi’, commenta Salazar, il presente è ancoranostro’», e la sera stessa rassegna le dimissioni da deputato (6). Apprezzava la politica come prudenza sociale, ma non la partitica parlamentaristica e il democraticismo rousseauiano (7). Le tre forme di governo Nel 1922 affronta il problema della forma politica da dare al Portogallo come filosofo della politica e non come parlamentare. Egli si rifà all’insegnamento che il 18 dicembre 1919 Benedetto XV nella Epistola al cardinale patriarca di Lisbona Celeberrima evenisse aveva impartito ai portoghesi riprendendo l’enciclica che Leone XIII, nel 1892 aveva scritto ai francesi (Au milieu des sollicitudes). Papa Giacomo Dalla Chiesa esortava i cattolici portoghesi a sottomettersi alle autorità della repubblica, poiché tutte le forme di governo in sé sono lecite; ciò che le rende buone o cattive sono le leggi che esse fanno. Ora la monarchia in Portogallo è stata rovesciata sin dal 1909 e non ha serie possibilità di vittoria. Quindi i cattolici debbono fare in modo che la repubblica portoghese abbia un parlamento che legiferi conformemente al diritto divino-naturale: «Che i fedeli obbediscano alle autorità, qualunque sia lordinamento dello Stato. Da esse dipende il bene comune, che è la suprema legge dello Stato (…). È dovere del cristiano la fedele sottomissione al potere costituito’, come ha insegnato egregiamente Leone XIII nellenciclica Au milieu des sollicitudesdel 16 febbraio 1892 (…). La Chiesa ha recentemente rinnovato scambievoli rapporti con la repubblica portoghese, i cattolici di costì, a loro volta, si sottomettano con buona volontà al potere civile come ora è costituito» (8). La politica del Riavvicinamento in Portogallo ebbe buon esito, poiché i cattolici portoghesi obbedirono al Papa e il loro pensatore era Salazar; in Italia la politica della Riconciliazione del 1929 ebbe buon esito, poiché era capo del governo un uomo – Benito Mussolini – che non aveva i pregiudizi della scuola liberal-risorgimentale di assoluta separazione tra Stato e Chiesa, come dichiararono sia lui che Pio XI; solo in Francia il Ralliement fallì, poiché il gallicanesimo non accettò i consigli del Papa e si aggravò sotto Pio XI nel 1926 con Maurras, che era ateo e teneva per la separazione tra Stato e Chiesa, tra la politica e la morale. L’essenziale per la Chiesa e per Salazar è che la repubblica riconosca che «lautorità viene da Dio» (San Paolo) in maniera remota e dal popolo solo come canale, il quale designa un nome e gli trasmette, come un canale, la potestas quae est nisi a Deo come fonte. Inoltre la repubblica non mutui il democraticismo egualitarista e contrattualista da Rousseau, ma accetti la gerarchia naturale come mezzo necessario all’uomo, che vive in società, per raggiungere il bene comune temporale subordinato a quello spirituale (9). Altro tema importante di filosofia politica, toccato in quell’anno da Salazar, è quello della legittimità del potere. Essa si basa sulla finalità del potere, che deve far leggi conformi al fine della società; una legge difforme da quella divina e naturale «non est lex sed corruptio legis». Governo de facto costituito e legittimo  Salazar si domanda, e risponde conformemente alla dottrina cattolica, sublimata in San Tommaso d’Aquino, nella seconda scolastica spagnola e portoghese (Giovanni da San Tommaso) e nel recente Magistero ecclesiastico (da Gregorio XVI a Pio XII): il governo «semplicemente costituito», che non sia ancora legittimo, deve essere obbedito? Ora, costituito equivale a «eletto, fondato, messo assieme, stabilito o presente» (N. Zingarelli). Se esso non vìola la legge divina e naturale, gli si deve obbedienza e, se legifera non per il bene comune o in vista del fine della società, la rivolta è lecita solo a condizione che sia l’extrema ratio, che si sia certi della riuscita del colpo di Stato e che la situazione posteriore non sia eguale o peggiore a quella del governo rovesciato (vedi Tirannide e tirannicidio, in questo stesso sito). Il governo portoghese non obbligava i sudditi a vìolare la legge divina e poteva da «legalmente costituito» diventare «moralmente legittimo» per modum facti; occorreva perciò – Salazar – entrare nell’agone politico e rendere il parlamento socialmente o politicamente buono, che facesse, cioè, delle leggi conformi a quella divino-naturale e corrispondenti al fine della società civile. Per Salazar la politica del Riavvicinamento era lecita ed anche lodevole, anche perché «è necessario subordinare le preferenze e le attività politiche alla difesa della religione (…). I cattolici, quindi, devono obbedire ai poteri costituiti ea fortoria quelli legittimi» (10) in tutto ciò che non è contrario alla legge di Dio. Ora la forma di governo repubblicana non è cattiva in sé. Quindi si può e si deve sostenere la repubblica portoghese al governo sin dal 1910 e cercare di renderla sempre più conforme al Regno Sociale di Cristo. Per Salazar, «è più urgente e importante conquistare in seno al regime presente o costituito le libertà fondamentali della Chiesa e delle anime che sostituire un regime (repubblica) ad un altro (monarchia) (…). Ciò che conta è linteresse della nazione e della Chiesa, il bene comune temporale e spirituale. La trasformazione in meglio della repubblica portoghese sarà interna, col divieto dei partiti e lorganizzazione corporativa, (…) superando lindividualismo partitico del parlamentarismo democratico con lordine corporativo» (11). Democrazia aristotelico-tomistica  Come si vede, la democrazia secondo Salazar è quella classica di Aristotele e di San Tommaso e non quella moderna di Jean Jacques Rousseau. La politica è la prudenza sociale e non la partitica, che porta la divisione nella società invece di unirla in vista del bene comune. Oggi, purtroppo, si tende a confondere politica con partitica o democrazia parlamentare: Nulla di più falso. L’uomo, naturalmente è animale sociale; nulla di più «innaturale astratto e finto dell’‘uomo isolato’» o dellindividualismo liberale, come pure del collettivismo o pan-statismo totalitario». Come si vede, la concezione politica di Salazar è la filosofia sociale; della Chiesa, dei Padri ecclesiastici e degli Scolastici, specialmente di San Tommaso d’Aquino. La sua prassi politica e governativa deriva e segue come conclusione pratica da questa filosofia sociale. Salazar è stato paragonato a Solone, a Mèntore (il saggio consigliere di Ulisse nell’Odissea) o a Platone, egli è «più un filosofo che un dittatore, uno di quei saggi dellantica Grecia che vegliavano sulla sorte degli uomini come protettori e moderatori, o che scrivevano le leggi» (Gabriel Boissy, La Tribune des Nations, 30 aprile 1936). Senza dubbio egli è un pensatore, un contemplativo completato dall’uomo d’azione. La questione operaia: né liberismo né socialismo  La questione operaia, agitata dal social-comunismo, era risolta da Salazar secondo i principii dati da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum del 1891 e ripresi da Pio XI nella Quadragesimo anno nel 1931: «E errato credere che solo loperaio lavori e produca; che le altre classi vivano del suo sforzo da parassite. Vi è una gerarchia nel lavoro: lavoro di invenzione, di organizzazione, di direzione e di esecuzione (…). Vi è una ineguaglianza naturale (…). Vi è una ricchezza-egoismo’, destinata al consumo e allappagamento dei bisogni creati artificialmente dalla società consumistica (crematistica, affaristica o pecuniativa); e vi è una ricchezza-sacrificio’, che esige la previdenza, il risparmio e lo spirito di sacrificio (economia o prudenza familiare’)» (12). Salazar evita gli scogli del socialismo e del liberismo, fondandosi sopra la dottrina sociale della Chiesa. Nel 1926, di fronte al pericolo di un colpo di Stato comunista il generale Carmona, prende il potere e nomina Salazar ministro delle Finanze, della Guerra, poi degli Interni, infine presidente del Consiglio, senza parlamentarismo, in uno Stato nazionale corporativo ossia in una dittatura pro tempore. Salazar, prima di essere uno statista e uomo di governo, è un filosofo della politica; egli era solito dire: «Guai ai popoli i cui governi non possono definire i principii superiori, una dottrina economica ed anche una filosofia, ai quali obbedisce la loro amministrazione pubblica» (13). Occorre «volgere le spalle al liberalismo, che ha smembrato lindividuo dalla sua famiglia e dalla società, (…) per volgersi verso uno Stato corporativo e sociale in rapporto stretto con la costituzione naturale della Società civile: le famiglie, le parrocchie, i Comuni, le corporazioni, che formano la Nazione» (14). La dottrina economica, prima che dall’Università e dal Magistero ecclesiastico, Salazar l’ha appresa da sua madre. Egli lo confessò riguardo al «miracolo del risanamento economico portoghese»: «lho imparato da mia madre. Amministro lo Stato come un albergo, con decisione e spirito di economia» (15). Il liberismo, invece, confonde l’economia o prudenza domestica con l’affaristica o arte di arricchirsi, che fa della ricchezza il fine e non un mezzo. Salazar, Mussolini e Hitler Salazar ebbe dei contatti sia col fascismo che col nazionalsocialismo, dei punti in comune e delle divergenze. I punti comuni erano: il rafforzamento dell’autorità, la guerra al democraticismo parlamentarista rousseauiano, il patriottismo o amore di coloro che ci hanno dato la vita e la terra che abitiamo, l’ordine e lo Stato sociale che eviti l’individualismo liberale e il collettivismo socialista. Le divergenze consistevano nel no salazariano al cesarismo o statolatria pagana, verso la quale inclinavano il fascismo-movimento e il nazionalsocialismo. Lo Stato per Salazar deve essere forte, non violento né onnipotente o Assoluto. Egli riconosceva l’azione moralizzatrice del fascismo-regime (16). Per quanto riguarda Hitler, il filosofo e statista portoghese ammetteva, senza paura di essere accusato di nazismo: «LEuropa gli deve il grande servizio di aver fatto indietreggiare, con sorprendente energia, le frontiere del comunismo (…). Mussolini ha creato, come Hitler, una grande forza popolare, ma è stato forse più prudente, più latino, come è del resto naturale, nella sua opera di rinnovamento» (17). Tuttavia Salazar, data la posizione geo-politica del suo Paese, che si affaccia sull’Oceano Atlantico e ha a nord l’Inghilterra, la quale era padrona dei mari, che soli potevano far giungere il Portogallo sino alle sue Colonie in Africa e in India, mantenne sino all’inizio degli anni sessanta, senza paura di essere tacciato di opportunismo, una stretta collaborazione con l’Inghilterra, malgrado ideologicamente fosse più vicino all’Italia e alla Germania che non al Regno Unito (18). Ciò che lo preoccupava era l’interesse della sua patria e non ciò che gli uomini potessero dire di lui, in bene o in male. Salazar e Franco Salazar nel 1935 dovette affrontare il problema della rivoluzione comunista in Spagna e la reazione del generalissimo Francisco Franco (1892-1975). Egli si schierò apertamente ed immediatamente col Caudillo, anche se Inghilterra, Francia e USA gli erano ostili. Anzi, siccome la Spagna repubblicana aveva cercato, tramite la Massoneria internazionale, di infiltrarsi in Portogallo per rovesciare il legittimo governo, Salazar colse l’occasione per sciogliere la Massoneria a nove anni dalla di lui presa del potere (19). La Massoneria lo condannò a morte. Léon de Poncins (Le Pourtogal renait) lo scrive a chiare lettere. Egli si trovava a Lisbona nel maggio del 1935 e costatava che «la Polizia ha arrestato, in questi giorni, a Oporto, un noto terrorista, Quin Marinheiro, scappato allestero nel 1921 e ora rientrato in Portogallo per organizzare attentati contro il presidente della repubblica Carmona, il primo ministro Salazar e contro Cabral, autore della legge contro la Massoneria» (20). Il 13 luglio del 1936 viene assassinato, probabilmente da Dolores Ibarruri, il leader monarchico s»pagnolo Calvo Sotelo. Il terrore dilaga in tutta la Spagna. Franco si solleva contro la giudeo-massoneria e il bolscevismo anticristiano in una vera e propria crociata. Salazar dichiara: «se sarà necessario, imiteremo leroica gioventù dItalia e di Germania. Lotteremo con le armi in pugno» (21) e fonda la Legione portoghese, un corpo di volontari atti a combattere «con lidea e con la spada, con il libro e col moschetto». Egli «si rende sempre più conto che la guerra civile di Spagna è solamente un pretesto che già prepara il grande scontro finale: la crociata delle democrazie contro i fascismi» (22). Domenica 4 luglio del 1937 una bomba viene fatta esplodere a tre metri da Salazar che resta incolume e si reca tranquillamente a Messa e poi si mette al lavoro commentando: «Dio non ha permesso che io muoia, quindi torno a lavorare. Siamo indistruttibili perché la Provvidenza ha deciso così». Le cause del malessere che agita i popoli Salazar cerca le cause di tanto malessere che agita l’Europa e il suo Portogallo. Constata «un perturbamento mentale e morale dellEuropa (…). Mentre le forze al servizio dellordine agiscono disperse, vi è unintesa, tacita o formale, fra gli elementi che si dedicano al disordine (…). La posta di questa battaglia è la stessa civiltà europea» (23). Tale agitazione prelude alle attività del «partito della guerra, che cerca uno scontro globale fra democrazie e fascismi’. Ora le democrazie non preparano mai le guerre se non quando le hanno già dichiarate. Quindi si comincerà col cercare il pretesto per dichiarare la guerra (…). Dietro la Francia cè lInghilterra; dietro lInghilterra ci sono gli USA, e dovunque ci sono le Internazionali della crociatadelle democrazie» (24). Salazar, pur essendo geo-politicamente vicino all’Inghilterra, vedeva chiaro e lontano. Con la scusa della lotta alle dittature fasciste si stava preparando l’asse Mosca-Londra-Washington, che avrebbe portato ad un nuovo ordine mondiale, nel quale l’Europa, cacciata dalle sue colonie in Africa, avrebbe avuto sempre meno peso a vantaggio dell’URSS e degli USA. Versaglia e il pan-germanesimo Salazar vedeva nel Trattato di Versaglia la causa di tanti mali che hanno incendiato l’Europa e non può non constatare la cecità dei Paesi europei (Francia e Inghilterra) che hanno contribuito alla futura implosione europea. Infatti secondo Salazar «è insensato supporre che la Germania avrebbe potuto indefinitivamente rassegnarsi a vivere sotto una tutela, che ledeva la sua coscienza nazionale, col risultato di privare lEuropa delle straordinarie capacità organizzative, lavorative di decine di milioni di uomini egregiamente equipaggiati e qualificati» (…). La politica delle democrazie europee si è lasciata «incautamente intrappolare nellavversione contro il sistema politico del III Reich, innalzandogli intorno barriere ideologiche contro ogni logica nel momento in cui le ‘grandi democraziesi vantavano di ottenere la collaborazione sovietica. La Germania, dal canto suo, ha commesso qualche esagerazione e sentendosi perseguitata ha creato un imponente apparato militare che la porterà verso la guerra» (25). Nonostante ciò, la realpolitik spingeva Salazar, come pure Franco, a restare neutrale in caso di guerra mondiale e sempre filo-inglese geo-politicamente, anche se non ideologicamente. La vittoria di Franco sui rossi siglata definitivamente a Burgos il 1° aprile del 1939 era vista da Salazar come «La prima battaglia della seconda guerra mondiale», che scoppierà il 1° settembre dello stesso anno. Infatti la congiura contro la pace delle democrazie plutocratiche liberiste e socialiste non poteva tollerare che «l»Europa stesse cambiando. Ampi settori dellopinione pubblica consideravano la democrazia come il regno del denaro. Un diffuso antigiudaismo popolare esprimeva questa presa di coscienza. LEuropa, dopo la fondazione dellImpero italiano in Africa del nord, scivolava verso i fascismi, che rimettevano in causa i principii della Rivoluzione Francese, del liberalismo e del democraticismo» (26). La stessa vittoria in Spagna di Franco con l’aiuto di Italia e Germania, la dittatura portoghese, lo svilupparsi di movimenti fascisti in Inghilterra, America, Europa orientale non potevano essere lasciati liberi di continuare. Si cercò una canna fumante (come si è fatto in Iraq nel 2003), la si trovò a Danzica, dove si scatenò la guerra delloro contro il sangue, della neo-barbarie sovietico-americana contro la vecchia Europa. «Il 22 maggio del 1939 Stalin proclama: ‘i nostri sforzi sono tesi a facilitare lo scoppio del conflitto mondiale’» (27). Poi si dirà che la colpa era stata solo di Hitler e di Mussolini, che sarebbero il male assoluto. E qualche sprovveduto ancor oggi ci crede, come crede che la colpa della guerra che infiamma il Medio-Oriente sia stata solo di Saddam, di Al-Qeida, di Hezbollah e di Hamas. Penso sia lecito chiedere ed avere la libertà di ricerca storica senza pregiudizi anche nello studio della figura di Hitler come di quella di Saddam, senza dover essere tacciati di filo-nazismo o baathismo. Poi gli storici di professione descriveranno ombre e luci di questi personaggi, senza dover essere linciati moralmente e accusati di filo-fascismo, come capitò a Renzo De Felice, per aver studiato oggettivamente la figura di Mussolini, senza pregiudizi ideologici. Giudaismo, americanismo e bolscevismo L’allora ambasciatore statunitense in Inghilterra, Joseph Kennedy, padre del futuro presidente americano, aveva scritto: «Chamberlain mi dice: ‘LAmerica e lebraismo internazionale hanno spinto con la forza lInghilterra in guerra’» (28). E la storia continua. Salazar è cosciente di questa contraddizione, ma realisticamente sentenzia che, se «‘moralmenteil Portogallo è legato allEuropa fintanto che essa continua ad essere ilcervello e il cuore del mondo’, ‘geo-politicamentesi trova affacciato sullAtlantico, dirimpettaio dellInghilterra, che domina i mari, i quali debbono esser varcati dal Portogallo per raggiungere le sue Colonie in Africa e in India» (29). Tuttavia l’Inghilterra non tarderà (cedendo l’India, così come la Francia l’Algeria e il Belgio il Congo), a deluderlo lasciando che le colonie portoghesi cadessero in mano dei rivoltosi utopisti, senza batter ciglio. La crisi dellEuropa «Crisi europea, crisi dello spirito – avverte Salazar – crisi dello spirito, crisi della civiltà. In seno allEuropa è nata la civiltà greco-latina e cristiana. Nella probabile futura rovina dellEuropa si troverà posto ancora per la verità, lonore, la Giustizia?». La Russia comunista aveva cominciato a spargere i suoi errori, pur se adattati alle circostanze, nel mondo e particolarmente in Europa sin dagli anni Venti-Trenta (si pensi alla Scuola di Francoforte). Nel 1968 Salazar vedrà l’esplosione parossistica di tali errori, che hanno fatto piazza pulita dei valori sui quali l’Europa si è fondata ed è cresciuta, ed esclamò: «La guerra passata è stata un male, ma vi sono per i popoli dei mali più grandi, perché superano la morte e la povertà, e sono il disonore e il nichilismo’» (30). Certamente il Sessantotto e il Concilio Vaticano II sono stati ben peggiori della Seconda Guerra Mondiale. La frase di Salazar riportata in cima all’articolo: «Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione!» è più attuale e valida che mai non solo per le nazioni ma anche in ambito ecclesiale, ove, se è lecito adottare l’adagio quando non ci sono i cavalli, si fan trottare gli asini, mai dovrebbe valere gli asini avanti e i cavalli dietro. Purtroppo, invece, si vede che pure questo secondo proverbio comincia a prendere piede in ambiente cattolico anche tradizionale. E Salazar continua: «Gli uomini sembrano inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi sono tentati di fuggirli». Se ieri il pericolo più apparente era il comunismo e gli Stati non era capaci di contrapporgli una dottrina positiva, superiore e contraria; oggi lo è il giudaismo, anche in campo religioso. Esso è entrato persino nella mentalità degli uomini di Chiesa, anche dei più alti, con la shoah e Nostra aetate, e, se qualcuno tenta di porvi rimedio, è scacciato e tacciato di anti-s(c)emitismo. Non si può fuggire il problema politico, sociale, economico e soprattutto teologico posto dal giudaismo nel primo dopo-guerra e durante il Vaticano II sino a Benedetto XVI, occorre affrontarlo e reagire con pari forza a poteri così scatenati. Contra malitiam, militia!. Purtroppo gli uomini di valore non sono messi in grado di servire la Chiesa e la verità, anzi ne sono impediti da mezzi uomini, che professano mezze verità (agere sequitur esse). Mao Tse Tung lo aveva pianificato: «Fa delluomo una mezza donna e della donna un mezzo uomo. Così governerai facilmente su mezze cose». In ambiente ecclesiale si è fatto dei monsignori dei mezzi mon-signorini e così la sinagoga di satana (Apocalisse, II, 9) riesce a governare su mezze cose, ossia su un ibrido di giudeo-cristianesimo. Mala tempora currunt, sed bona tempora veniant. Pio XII lo aveva intuito: «E tutto un mondo che occorre rifare sin dalle fondamenta». La restaurazione della Messa tradizionale è un bene, ma non basta; non fuggiamo la realtà e non rifuggiamoci nelle illusioni. È necessario un cambiamento totale di rotta, in campo dogmatico, morale, ascetico, disciplinare e metafisico. Salazar non si faceva illusioni sulla lotta naturalmente impari, ma ha voluto continuare a dire la verità, anche se come una voce che parla al deserto, poiché soprannaturalmente «con laiuto di Dio non si sa mai sin dove possono giungere gli echi di una voce» (31). Salazar essendo un grande uomo, rompe i nostri schemi e rischia di scandalizzarci. Infatti egli fu lunico uomo politico assieme a Valera, il presidente dellIrlanda, ad inviare un telegramma di condoglianze allammiraglio Doenitz per la morte del Cancelliere Adolf Hitler (32), senza paura di essere chiamato nazi. Comunismo e colonialismo Quanto al colonialismo, vedremo Salazar, negli anni Sessanta, in rotta con l’Inghilterra, l’America e la Francia, che scioccamente si piegarono ai venti della storia provenienti dall’Africa e ne furono sciroccate. Salazar attribuiva questa caduta di stile, soprattutto nell’Inghilterra che aveva ceduto l’India, alla «mancanza di formazione dottrinale, alle verità incomplete’, allidee troppo vaghe, allubriacatura di parole e al sentimentalismo indefinito, che sorreggevano gli Stati e che non potevano non produrre che contraddizioni» (33). Uno dei pericoli che minacciavano l’Europa e la civiltà del mondo intero era, per Salazar, il comunismo sovietico, che aveva rimpiazzato l’egemonia germanica e che stupidamente era stato tenuto in vita, finanziato e rafforzato dagli USA. La natura del bolscevismo lo portava inevitabilmente al desiderio di dominio mondiale, per cui la prima vittima sarebbe stata l’Europa, la quale si era battuta per opporsi al nazionalsocialismo mentre aveva supportato un pericolo ben più grande: quello dell’orso sovietico (34). Secondo Salazar e Franco «era poco significativa la vittoria di una guerra, se si perdono i principi speculativi e morali che soli possono fondare una civiltà» (35). Il comunismo e la sovversione in genere non la si vince solo con le bombe, ma con una dottrina superiore e contraria all’errore materialista, che crei condizioni di vita avverse al proselitismo del comunismo (36). Il Giappone era stato rimpiazzato dagli USA, che, data la sua concezione liberale e libertaria della società, non poteva competere adeguatamente colla disciplina ferrea del comunismo, sino a che questi sarebbe crollato ab intrinseco per la deficienza innaturale del suo sistema economico, produttore di povertà, cosa che si è avverata nella fine degli anni Ottanta, ossia circa venti anni dopo la morte di Salazar. Il solo anti-comunismo negativo americano e delle democrazie europee, senza proporre un’alternativa dottrinale e pratica positiva, non avrebbe potuto sconfiggere il marxismo; infatti non basta essere negativamente contro qualcosa, ma occorre anche essere positivamente per una determinata alternativa. L’altro pericolo era la rinunzia alle colonie in Africa, che – secondo Salazar – era la continuazione dell’Europa. Mentre l’URSS e gli USA premevano per la decolonizzazione, non per motivi umanitari, i quali erano solo sbandierati pubblicamente ed esteriormente, ma realmente e in segreto per abbattere quel che restava della potenza europea, la quale non sarebbe stata più competitiva con i due blocchi (americano e russo) senza le colonie in Africa e in India. Purtroppo la Francia, l’Inghilterra, il Belgio rinunciarono, ubriacate dal democraticismo americanista, alle loro colonie e ciò decretò il declino economico, politico e militare del Vecchio (ma saggio) Continente. Anche se il comunismo non riuscirà ad impiantarsi in Africa, avrà vinto, perché vi avrà portato il disordine (37). È la stessa lezione che ha imparato e messo in pratica l’America oggi in Medio Oriente. La guerra guerreggiata con l’Iraq è stata persa, come quella con l’Afganisthan, invece è riuscita – come guerra psicologica o ideologica – a vincere mettendo il caos e il disordine almeno in Iraq e spera di esportarlo nel mondo arabo intero, partendo dall’Iran, Siria, Libano e Palestina. Tuttavia una grave incognita si erge di fronte al giudeo-americanismo dello Stato d’Israele: la Turchia di Kemal Ataturk (1881-1938), armata sino ai denti dagli USA e da Israele, con 80 milioni di abitanti ed uno degli eserciti più potenti del mondo, è appena passata, con Recep Erdogan, nel campo avverso. Salazar aveva anche intravisto il pericolo dell’islamismo. Nel luglio del 1959 il Negus Neghesti a Lisbona incontra Salazar e dichiara: «LEtiopia, che è stata fin dal IV secolo il bastione della civiltà cristiana nel continente africano, ha preso su di sé la missione di difendere la Fede e i destini del cristianesimo (…). È nella crociata contro lislàm che Etiopia e Portogallo hanno realizzato lepopea della loro storia comune» (38). Salazar riprende il discorso del Negus nel 1962 e afferma che «il controllo dellAfrica del Nord da parte dellEuropa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…). Se lEuropa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta dideali, ‘il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso’» (39). La dottrina colonialista classica di Salazar Il colonialismo salazariano, difeso sino alla fine, non si poggiava su fondamenta di razzismo biologico-materialista darwiniano. Tuttavia esso non negava la constatazione di buon senso che dal fatto storico (contra factum non valet argumentum) della superiorità, senza disprezzo o orgoglio, della civiltà europea su quella africana, ne seguiva il compito dell’Europa di educare l’Africa, facendola prosperare poco a poco (40). Egli ammette l’esistenza di alcune élites nord-africane, ma dubita della loro sufficienza a governare un Paese senza l’aiuto dell’Europa. Infatti, «esse non hanno abbastanzaelementi indigenisu cui appoggiarsi. Ora uno Stato non è costituito solo da dirigenti, ma ha bisogno di ingegneri, economisti, agronomi, veterinari, medici, insegnanti, capi dazienda, operai specializzati» (41). In mancanza di questo corpo intermedio tra capi e sudditi, dove andrà l’Africa? Verso la sua rovina, vittima della sovversione marxista o dei neo-colonialisti apolidi e dei trust affaristici. L’Europa greco-romana, grazie al Cristianesimo, ha perfezionato la sua missione civilizzatrice universale, che deve essere messa gratuitamente e generosamente a disposizione degli altri Paesi. Ma l’Europa stava attraversando una profonda crisi dottrinale e morale e quindi non avrebbe potuto dare ad altri ciò che non aveva saputo mantenere per se stessa (nemo dat quod non habet). Quindi la crisi del colonialismo classico o civilizzatore era inevitabile e al suo posto si sarebbe infiltrata o la sovversione comunista e l’odio di razza allincontrario ossia verso i bianchi o il neo-colonialismo super-capitalista, che avrebbe soltanto sfruttato le ricchezze naturali dell’Africa, lasciando gli africani in balia di se stessi. Purtroppo, costatava Salazar, «lEuropa si vergogna di professare la sua alta missione educatrice e civilizzatrice cui Dio lha chiamata» (42). Così oggi gli uomini di Chiesa si vergognano di professare la superiorità, la unicità e la verità della sola Chiesa romana. Salazar e il problema etnico Salazar non aveva paura di affermare il politicamente scorretto. «Noi crediamo che vi siano delle etnie o razze in senso lato, decadenti, arretrate, che hanno bisogno del nostro aiuto per essere chiamate alla civiltà. Si tratta di un compito di formazione ed educazione umana, che deve essere svolto con umanità» (43). Qualcuno lo chiamerà nazista e razzista, ma non è così: come un padre che ha un figlio meno dotato gli riserva un’educazione più lunga e attenta, così le nazioni civili per dono di Dio debbono portare la civiltà ai popoli più bisognosi sotto pena di mantenere costoro nello stato di inferiorità ed inciviltà nel quale versano, come non si può lasciare un bambino poco dotato in balìa di se stesso illudendosi che se la caverà da solo quando non ne ha le capacità, ma richiede l’aiuto amorevole di un educatore. Tutto ciò è buon senso, non è razzismo biologico e disprezzo. Ma oggi il buon senso non va di moda e si preferisce vivere di slogan piuttosto che di verità. Salazar col suo buon senso latino e con l’attaccamento al reale era solito dire: «Non si governano angeli nel Cielo, ma uomini sulla terra, che sono come sono, con tutti i loro limiti e non come qualche utopista o sottospecie di idealista vorrebbe che fossero» (44). Salazar rifiuta lammodernamento e laggiornamento «Alle forze supercapitalistiche internazionali che promettono lo sviluppo di un Portogallo liberale e democratico, egli risponde: ‘Il capitale e la tecnologia non li si inventa, li si importa o li si crea. Quanto a me, preferirei andare un popiù lentamente, nel quadro di una vita modesta, invece di rischiare di sottomettere il Paese a forme di colonizzazione selvagge e straniere’» (45). Aveva visto giusto. La crisi economico-finanziaria che attanaglia oggi, dopo il boom degli anni passati, l’America, la Gran Bretagna e l’Europa è il frutto di un’affaristica, che ha voluto tutto e subito, a suon di debiti. Ha creato una ricchezza virtuale e non reale, che sta per finire sommersa in un mare di cambiali. Salazar ha rifiutato anche la s-politicizzazione dello Stato a favore della tecnocrazia. La tecnologia non è superiore alla virtù della prudenza politica o sociale, poiché «senza la polis non esisterebbe la tècne e non potrebbe lavorare» (46). Verso la fine della sua vita egli rispose ad un cronista che gli aveva chiesto se non fosse pentito di aver tenuto il Portogallo lontano «dal progresso, dalla modernità e dal liberalismo», E le pare poco? Questa frase da sola commenta e racchiude tutta la grandezza di Salazar. Per questi motivi nel 1961 l’America e l’Inghilterra lo boicotteranno, lasceranno che il Portogallo perda le sue colonie, e cercheranno di rovesciarlo politicamente, senza riuscirvi. Il 6 settembre del 1968 Salazar è colpito da una semi-paralisi e rimette il suo mandato nelle mani del presidente della repubblica ammiraglio Thomaz, muore il 27 luglio del 1970 alle nove del mattino. È stato l’uomo politico più silenzioso d’Europa, ha avuto le Confessioni di Sant’Agostino sempre fra le mani durante il corso della sua vita politica e ha saputo leggere nei fatti storici (intus legere) per vedere quale direzione prendesse la vita del suo Paese. Lo ha governato con la saggezza del filosofo e dell’uomo d’azione, del contemplativo e del guerriero (47), abituato a guardare le cose in faccia; egli non ammetteva in politica né ignavia, né codardia né il sogno utopistico ad occhi aperti. Ha combattuto sino alla fine e Dio gli ha risparmiato di vedere lo scempio delle rivoluzione socialista del 1974 impadronirsi del Portogallo. Don Curzio Nitoglia effedieffe.com1) J. Ploncard D’Assac, Salazar, Milano, Edizioni del Borghese, 1968, pagina 19.2) Ibidem, pagina 203) Ibidem, pagina 24. Salazar non ha restaurato la monarchia in Portogallo. Franco lo ha fatto in Spagna, ma è stato proprio il re Juan Carlos a consegnare la nazione iberica alle forze del male.Come si vede non è la monarchia ad essere buona e indefettibile in sé e il re non è per se stesso infallibile ed impeccabile; anche un’altra forma di governo può essere buona, se legifera bene. Contra factum, non valet argumentum4) Ibidem, pagina 26.5) Ibidem, pagina 29.6) Ibidem, pagina 145.7) Ibidem, pagina 30.8) Ugo Bellocchi (a cura di), Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, Città del Vaticano, LEV, 2000, volume VIII: Benedetto XV (1914-1922), Epistola Celeberrima evenisse, pagina 308.9) Ibidem, pagina 35.10) Ibidem, pagina 37.11) Ibidem, pagina 38.12) Ibidem, pagine 39-41.13) Ibidem, pagina 76.14) Ibidem, pagine 77 e 79.15) Ibidem, pagina 141.16) Ibidem, pagine 96-97.17) Ibidem, pagine 101.18) Ibidem, pagine 102.19) Ibidem, pagina 135.20) Citato in J. Ploncard D’Assac, ibidem, pagina 139.21) Ibidem, pagina 149.22) Ibidem, pagina 152.23) Ibidem, pagina 155.24) Ibidem, pagina 171.25) Ibidem, pagina 172.26) Ibidem, pagina 174.27) Ibidem, pagina 175.28) Ivi.29) Ibidem, pagina 176.30) Ibidem, pagina 190.31) Confronta pagina 252.32) Ibidem, pagina 202.33) Ibidem, pagina 213.34) Confronta pagina 221.35) Confronta pagina 238.36)  Confronta pagina 242.37)  Confronta pagina 225.38) Ibidem, pagina 281.39) Ibidem, pagina 305.40) Ibidem, pagina 232.41) Ibidem, pagina 311.42) Confronta pagina 261.43) Ibidem, pagina 264.44) Ibidem, pagina 269.45) Ibidem, pagina 270.46) Ibidem, pagina 274.47) Salazar l’8 settembre del 1936 aveva dato l’ordine, come ministro della Guerra, di bombardare con l’aviazione due navi da guerra portoghesi, che si erano ammutinate e volevano raggiungere i rossi spagnoli a Valenza: «Le navi della Marina portoghese possono essere affondate, ma non possono issare unaltra bandiera che non sia quella del Portogallo. Dallatteggiamento del Portogallo dipende, in larga misura, lesito della guerra civile spagnola» (J. Ploncard D’Assac, opera citata, pagina 149).

La destra troppo avanti emarginata e scippata (by Veneziani)

Domenica, 2 Ottobre 2011

Giorgio Pisanò, Gianna Preda, Angelo Manna… li citavo giorni fa a proposito della scomparsa di Enzo Erra. Sarebbe tutta da scrivere, ma è un’impresa difficile, la Spoon River dei precursori dimenticati, spesso maledetti o emarginati in vita, che hanno avuto postuma ragione ma per interposta persona. Citavo Pisanò non in veste di politico missino ma di giornalista – rilanciò il Candido alla morte di Guareschi – anzi di inviato postumo nei luoghi dolorosi della guerra civile. Pisanò fu tra i primi a compiere l’arduo e meticoloso lavoro di tirare fuori dall’oblio e dalla damnatio memoriae storie e tragedie dell’ultima guerra.Fu un lavoro aspro che rimase in un circuito nostalgico. Poi, dopo tanti anni, arrivò da sinistra Giampaolo Pansa e riportò alla luce le storie dei vinti, con grande e meritato successo editoriale. Citavo poi Gianna Preda, firma di punta del Borghese negli anni sessanta, mordace e aggressiva nel suo giornalismo d’assalto.Era lei la Camilla Cederna della destra, anzi la Fallaci degli anni sessanta quando l’Oriana era ancora di sinistra. Poi arrivò la Fallaci dopo l’11 settembre e si sentì nuovamente il linguaggio del vecchio Borghese, inclusa l’esortazione a ritrovare la rabbia e l’orgoglio di un occidente vile, arreso al nemico; ma con ben altra accoglienza. Si legga di Gianna Preda (Predassi era il suo vero cognome) la vivace autobiografia, Fiori per Io, o si ritrovino le sue interviste che mettevano in crisi i governi o i suoi dialoghi con i lettori.Citavo poi Angelo Manna, giornalista del Mattino e deputato missino, che fu il primo a raccontare negli scritti e nelle tv private napoletane l’altra faccia del Risorgimento e il sud violentato e tradito. Se Carlo Alianello (o Silvio Vitale) scriveva l’epopea del sud preunitario, Manna trasmetteva a livello popolare l’orgoglio meridionalista contro la Malaunità. Poi, molti anni dopo, arrivò da sinistra Pino Aprile con il suo efficace Terroni e conquistò il successo editoriale e l’attenzione dei media negata al “reazionario” Manna. Penso a Nino Tripodi, intellettuale e politico missino, direttore del Secolo d’Italia, che ricostruì il percorso dei voltagabbana dal fascismo all’antifascismo, ma solo di recente (penso ad esempio al lodevole I redenti di Mirella Serri) sono stati portati alla luce quegli «intellettuali sotto due bandiere».E a proposito di fascismo, penso al meticoloso lavoro storico-giornalistico di Giorgio Pini e Duilio Susmel su Mussolini, usato poi da Renzo De Felice. O Roberto Mieville che descrisse in Criminal fascist camp quel che solo oggi si riscopre grazie ad Arrigo Petacco col suo Quelli che dissero No: gli italiani che dopo l’8 settembre preferirono il campo di concentramento alla resa.
Citavo pure Alfredo Cattabiani (e con lui Mario Marcolla), che prima con le edizioni dell’Albero, poi con Borla, infine soprattutto con Rusconi, scoprì e tradusse interi filoni di pensiero ed autori che poi sarebbero diventati alimento di base per l’Adelphi di Calasso: Guénon, Florenskij e Zolla, Cristina Campo e Simone Weil, Ceronetti e Quinzio, Severino e Jünger, Alce Nero e Comaraswamy, oltre a Eliade, Tolkien e altri autori. Adelphi sterilizzò del catalogo Rusconi il filone cattolico-tradizionale, quello ispirato da Del Noce risalendo fino a de Maistre, e riprese l’altro filone tradizionale spiritualista, mai riconoscendo il ruolo dei precursori.La Rusconi destò invece la preoccupata attenzione di Pasolini che agli inizi degli anni settanta denunciò la nascita editoriale di una destra colta e raffinata. E Walter Pedullà auspicava un cordone sanitario per isolare quella cultura; non i picchiatori, ma gli scrittori e i libri della destra. La stessa cosa accadde con le edizioni Volpe e con Claudio Quarantotto che pubblicò per le edizioni del Borghese opere e scritti di Jünger e Cioran, Spengler e Mishima, poi sdoganati altrove con successo.Vi dicevo di Enzo Erra paragonato a Giorgio Bocca. Proseguendo nella vite parallele penso a Mario Tedeschi, uscito come Eugenio Scalfari da Roma fascista, e poi direttore come lui di un settimanale di successo, Il Borghese, che col suo fondatore Leo Longanesi fu una splendida rivista di élite, ma con Tedeschi superò le centomila copie e negli anni sessanta vendeva più del suo dirimpettaio di sinistra, L’Espresso di Scalfari. Poi Tedeschi, dopo la parentesi parlamentare missina, finì ai margini del giornalismo; mentre Scalfari, dopo la parentesi parlamentare socialista, fu venerato fondatore de La Repubblica.O Giano Accame, lucido giornalista e intellettuale, vissuto ai margini del giornalismo e della cultura. E Fausto Gianfranceschi, scrittore e giornalista di valore. O Piero Buscaroli, fior di giornalista storico e musicologo, per anni costretto allo pseudonimo sul nostro Giornale che, grazie a Montanelli, lo ospitava negli anni di piombo però sotto falso nome (Piero Santerno).O talenti precocemente stroncati dal destino, come Rodolfo Quadrelli o Adriano Romualdi. Vorrei ricordare il frizzante Adriano Bolzoni, autore prolifico di sceneggiature e di reportage storico-giornalistici, dimenticato come Luciano Cirri, salace critico televisivo prima di Sergio Saviane e di Aldo Grasso. Cirri fondò con Castellacci e Pingitore il cabaret “di destra”, Il Giardino dei supplizi e il Bragaglino, divenuto poi Bagaglino, nato da una costola del Borghese e de Lo Specchio di Giorgio Nelson Page.E Giancarlo Fusco o Nino Longobardi, personaggi estrosi e briosi osservatori dei costumi, ma irregolari e dalla parte sbagliata.… m. veneziani ilgiornale

Siamo più umanitari. E meno umani (by De Benoist)

Domenica, 19 Giugno 2011

Tocqueville osservava che «raramente nei secoli democratici gli uomini si sacrificano l’uno per l’altro», mentre «mostrano una generica compassione per ogni essere umano» (La democrazia in America). Osservazione giustissima, ma è incerto se tale tendenza si possa attribuire alla democrazia e alla «parificazione delle condizioni» che per Tocqueville le è connessa. Qui meglio invocare il ruolo della borghesia, il cui avvento ha emarginato sia valori aristocratici, sia valori popolari, sostituendoli con ciò che ancora Tocqueville chiamava passioni «debilitanti»: ascesa dell’egoismo, ansia di benessere, desiderio di sicurezza.Il fatto è che negli ultimi decenni le passioni «debilitanti» sono cresciute, favorite dalla moda dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Anche l’egoismo è presente, camuffato da umanitarismo, avvolto in un discorso che gronda piagnisteo, ottimismo, frasi fatte e buone intenzioni. Michel Maffesoli evoca nella République des bons sentiments (Editions du Rocher, 2008) la «dittatura» di questi ultimi, che «ogni giorno si riversano come un niagara d’acqua tiepida sulle masse». Constatato che l’ideologia dei diritti dell’uomo si declina ormai in ogni tipo di devozione; che con sempre maggior fervore si gonfiano ectoplasmi rimbombanti sotto le stesse parole; che da questo humus fioriscono i nuovi benpensanti, Maffesoli chiede: «Oseremo dire che questo moralismo è l’origine del rimbecillimento contemporaneo?».Rimbecillimento di varie fonti. Una è l’incultura, crescente anch’essa, estesa a ogni livello e ambiente. Nella ragione commerciale, la pulsione di morte è sempre attiva, ma qui si tratta soprattutto di morte dello spirito. I ragazzi del maggio ’68 erano in media più colti dei genitori, oggi è l’opposto. La crisi dell’istituzione scolastica è così nota che non vale ricordarla: da tempo la scuola non educa più e stenta sempre più a istruire. S’è diffusa l’idea che in fondo non serva imparare ciò che è senza uso pratico immediato e la sete di sapere s’è subito spenta. Nessuna curiosità, nessun interesse per ciò che è accaduto «quando io non ero ancora nato».Perché sapere, del resto, se c’è Internet? Il neomoralismo è onnipresente. Nella campagna presidenziale del 1974, Valéry Giscard d’Estaing disse in tv: «Signor Mitterrand, lei non ha il monopolio del cuore!». Da allora tutti gareggiano nell’esibire il «cuore». Nell’ansia d’essere «quanto più vicini» alle «esigenze dei cittadini», gli uomini politici sanno che il loro marchio dipende dalla capacità di sembrar sensibili a ogni tipo di disgrazia personale, delle quali in realtà s’infischiano totalmente. Alla minima catastrofe che abbia un’eco mediatica, i politici si precipitano ormai a esprimere «emozione».Di colpo gli elettori li prendono come testimoni di qualsiasi difficoltà che capiti loro. Per Myriam Revault d’Allonnes, «negli studi tv il pubblico parla di problemi personali e ai candidati chiede empatia per preoccupazioni e miserie, sebbene extrapolitiche [...]. Ognuno espone lamentele personali e lo spazio pubblico non è più il luogo dove cristallizzare l’opinione, cioè l’attenzione dei cittadini che si mobiliti su problemi giudicati essenziali per la comunità. È il luogo dove le singole esperienze si sommano e l’individualismo di massa trionfa».L’invasione del campo politico a opera della compassione rivela anche che la sfera pubblica è sommersa dal privato. La generalizzazione dei buoni sentimenti accompagna e aggrava il ripiegamento sulla sfera personale. La vita politica passa così dalla parte di una «società civile» chiamata a partecipare alla «governance» attraverso «domande cittadine» senza più il minimo rapporto con l’esercizio politico della cittadinanza.L’attualità si concentra sui grandi eventi emotivi (morte di Lady Di, liberazione d’Ingrid Betancourt), trattando lacrimosamente ogni dramma del pianeta. Il minimo incidente della vita quotidiana (tempesta, treno guasto, incidente stradale, violenza a scuola, ecc.) è pretesto per irruzioni di «unità di sostegno», che permettano ai «coinvolti» di non cadere in «depressione», di «elaborare il lutto» e «rialzarsi» in tempo minimo.La parola d’ordine generale è compassione. Dal Telethon alle «marce per l’Alzheimer» sono innumerevoli le manifestazioni di «solidarietà» che sfociano regolarmente in sagre festose, un modo economico per avere una buona coscienza. Ci si diverte a un concerto rock? Lo si fa per i malati di Aids. Anche buone cause come rispetto della natura e degli animali finiscono così travolte dall’idiozia. I polli in batteria e gli animali d’allevamento sono trattati come cose da un’industria agro-alimentare dove la produttività è la regola, ma gli animali da compagnia, a partire da cani e gatti, sono oggetto d’attenzioni e agghindati (gioielli, profumi, perfino psicoterapia) in un modo che la dice lunga, più che sui loro bisogni reali, sui loro padroni.Non si compra più nemmeno un golf senza trovarci un’etichetta a garanzia che diritti dell’uomo (e del bambino) sono stati rispettati fabbricandolo. Beninteso, l’uomo compassionevole non è necessariamente uomo che compatisce, come la moralina non è la morale e la sensibilità affettata non è sensibilità. Per avere amore (agapè) verso tutti, alla fine non se ne ha verso nessuno: ciò che si acquista in intensità si perde in estensione. Si cade allora nella posa vantaggiosa o nella petizione di principio. Nell’alibi e nella buona coscienza.L’amore indifferenziato deriva surrettiziamente dalla preoccupazione di sé. Deriva da una forma d’«altruismo» che è solo egoismo camuffato. Maffesoli nota ancora: «Meno umanità c’è, più umanitarismo benpensante spinge la canzonetta di un umanismo meschino e sclerotizzato». Nel Saggio sulla rivoluzione, Hannah Arendt faceva una critica devastante della «politica della pietà», mostrando soprattutto che essa era il contrario di una politica sociale, anzi, semplicemente di una politica. Per Myriam Revault d’Allonnes, «con la politica della pietà il concetto di popolo cambia profondamente accezione e, per la Arendt, addirittura si snatura. Il popolo cittadino – quello che partecipa all’agire insieme, al potere in comune – diventa il popolo sofferente, quello degli infelici e delle vittime». Tale «popolo» non cerca più dimostrarsi come potenza politicamente sovrana, ma gareggia in vittimismo piagnone. Con la politica della pietà, è la politica che fa pietà. a. de benoist Tratto da Il Giornale del 7 dicembre 2008.

“Servizio allo Stato” e burocrazia (by J. Evola)

Mercoledì, 15 Giugno 2011

Un segno caratteristico della decadenza dell’idea di Stato nel mondo moderno è la perdita del significato di ciò che, in un’accezione superiore, è servizio allo Stato. Dove lo Stato di presenta come l’incarnazione di una idea e di un potere, in esso hanno funzione essenziale classi politiche definite da un ideale di lealismo, classi che nel servire lo Stato sentono un alto onore e che su tale base vanno a partecipare dell’autorità, della dignità e del prestigio inerenti all’idea centrale, tanto da differenziarsi dalla massa dei semplici, «privati» cittadini. Negli Stati tradizionali tali classi furono soprattutto la nobiltà, l’esercito, la diplomazia e, infine, ciò che oggi si chiama burocrazia. Su quest’ultima vogliamo svolgere qualche breve considerazione.Quale si è definita nel mondo democratico moderno dell’ultimo secolo, la burocrazia non è più che una caricatura, una immagine materializzata, sbiadita e sfasata di ciò a cui dovrebbe corrispondere la sua idea. Anche a prescindere dall’immediato presente, nel quale la figura dello «statale» è divenuta quella squallida di un essere in lotta perenne col problema economico, tanto da esser ormai l’oggetto preferito di una specie di ludibrio e di amara ironia, anche a prescindere da ciò, il sistema stesso presenta tratti deprecabili.Negli Stati democratici attuali si tratta di burocrazie prive di autorità e di prestigio, prive di una tradizione nel senso migliore, con personale pletorico, grigio, mal retribuito, specializzato in pratiche lente, svogliate, pedanti e farraginose. L’orrore per la responsabilità diretta e il servilismo di fronte al «superiore» qui sono altri tratti caratteristici; in alto, un altro tratto ancora lo è una vuota ufficiosità.In genere, il funzionario statale medio oggi ben poco differisce dal tipo generale del moderno «venditore di lavoro»; effettivamente negli ultimi tempi gli «statali» hanno assunto proprio la figura di una «categoria di lavoratori» che segue le altre sulla via delle rivendicazioni sociali e salariali a base di agitazioni e perfino di scioperi –cose assolutamente inconcepibili in uno Stato vero e tradizionale, inconcepibili quanto un esercito che ad un dato momento si mettesse in sciopero per imporre allo Stato, inteso come un «datore di lavoro» sui generis, le sue esigenze. In pratica, oggi si diviene impiegati dello Stato quando non si è capaci di iniziativa e non si ha nessuna migliore prospettiva, in vista di uno stipendio modesto sì, ma «sicuro» e continuo: quindi in uno spirito più che piccolo borghese e utilitario.E se nella bassa democrazia la distinzione fra chi serve lo Stato e un qualsiasi lavoratore o impiegato privato a questa stregua è dunque quasi inesistente, nelle alte sfere il burocrate si confonde col tipo del politicante insignificante e del «gerarchino». Abbiamo «onorevoli» e «persone influenti» investite del potere governativo, ma il più spesso senza la controparte di una vera e specifica competenza, le quali nei rimpasti ministeriali afferrano e si scambiano i portafogli dell’uno o dell’altro ministero, affrettandosi a chiamare a sé amici o compagni di partito, avendo in vista meno il servire lo Stato o il Capo dello Stato, quanto il trar profitto dalla propria situazione.Questo è il quadro triste che oggi presente tutto ciò che burocrazia. Possono influirvi ragioni tecniche, lo smisurato accrescersi delle strutture e delle superstrutture amministrative e dei «poteri pubblici»: ma il punto fondamentale è una caduta di livello, la perdita di una tradizione, l’estinguersi di una sensibilità, tutti fenomeni paralleli a quello del tramonto del principio di una vera autorità e sovranità.Ci sovviene del caso di un funzionario, che apparteneva a nobile famiglia, il quale presentò le sue dimissioni allorché la monarchia del suo paese crollò. Gli fu chiesto con stupore: «Come mai potevate fare il funzionario, voi che, ricco a milioni, non avevate bisogno di uno stipendio?». Lo stupore di chi si sentì fare una simile domanda non fu minore di quello di chi gliela aveva rivolta: perché egli non poteva concepire onore maggiore di quello di servire lo Stato e il sovrano. E, dal lato pratico, in ciò non si trattava di una «umiltà», ma dell’acquisto di un prestigio, di un «rango», di un onore. Ma oggi chi, più dello stesso mondo burocratico, si stupirebbe e riderebbe se, mettiamo, in questo spirito il figlio di un qualche grosso capitalista ambisse a diventare…uno «statale»?Negli Stati tradizionali lo spirito antiburocratico, militare del servire lo Stato ebbe quasi un simbolo nell’uniforme che, come i soldati, i funzionari indossavano (si noti il desiderio di riprendere tale idea, nel fascismo). E di contro allo stile dell’alto funzionario che fa servire il suo posto alle sue individuali utilità, vi era, in essi, il disinteresse di una impersonalità attiva. Nella lingua francese l’espressione: «On ne fait pas pour le Roi de Prussie» vuol dire presso a poco: non lo si fa quando non ci viene un soldo in tasca. È un riferimento a quel che, per contro, fu lo stile di puro, disinteressato lealismo che costituì il clima nella Prussia federiciana. Ma anche nel primo self-government britannico le funzioni più alte erano onorarie e affidate a chi godesse di una indipendenza economica, appunto per garantire la purità e l’impersonalità della funzione, e, non meno, il corrispondente prestigio.Come si è accennato, la burocrazia in senso deteriore si è formata parallelamente alla democrazia, mentre gli Stati dell’Europa centrale, per esser stati gli ultimi a conservare tratti tradizionali, conservano anche molto dello stile del puro, antiburocratico «servire lo Stato».Mutare le cose, specie in Italia, oggi è impresa disperata. Vi sono gravissime difficoltà tecniche, anche finanziarie. Ma la difficoltà massima è ciò che deriva dalla caduta generale di livello, dallo spirito borghese, dallo spirito materialista e tornacontista, dalla carenza di una idea di vera autorità e sovranità. J. evola su centrostudilaruna

Il culto politico della morte

Martedì, 14 Giugno 2011

Per entrare nel merito della nostra analisi è il caso di rilevare che, al contrario della sinistra, che – compresa la sua componente rivoluzionaria – si è sempre considerata un’articolazione della modernità, stabilendo con quest’ultima un rapporto positivo, tanto da immaginare la nuova società come il necessario prolungamento storico e logico del capitalismo, la destra, in particolare quella estrema e antipluralista, ha sempre vissuto un rapporto sofferto con la modernità.Questa sofferenza l’ha condotta a interrogarsi sul destino dell’uomo, e dunque sulla morte. Che senso aveva la morte, se la vita dell’individuo era un confronto sofferto con la modernità? Esisteva un rapporto fra questa sofferenza del vivere e l’approdo biologico e naturale della vita umana? Che senso aveva la morte, se la vita era esperita in un panorama storico contrassegnato dal materialismo e dall’edonismo borghesi? Queste domande, insieme ad altre, hanno percorso l’atteggiamento della destra pluralista davanti alla morte. Da de Maistre a Barrès, dagli scrittori della Konservative Revolution ai fascisti, soprattutto a quelli che avevano scelto di militare nella Repubblica sociale, passando per la Legione dell’Arcangelo Michele di Codreanu, la cultura della destra estrema ha scrutato la morte quasi con ossessione; un’ossessione per la morte che pone un problema teorico-politico e storiografico decisivo.C’è un primo motivo che ha indotto la cultura politica di questa destra a orientare l’attenzione verso la morte. È un motivo rintracciabile nel ruolo che, all’interno del suo universo ideologico, ha svolto la categoria di “Tradizione”. Ora, la Tradizione, per quanto ci si impegni sul piano politico nel tentativo di farla rivivere, ha sempre attinenza col passato, e dunque con la morte[1]. La Tradizione è fatta di vita, e mai di morte; e nella Tradizione, almeno nel modo con cui il concetto è stato elaborato ideologicamente a destra, è sempre ciò che è morto a fornire una scala di valori a coloro che ancora vivono.Ma c’è un altro motivo che ha indotto la cultura della destra a privilegiare la riflessione sulla morte. Mentre la cultura della sinistra già dall’esperienza del giacobinismo aveva valorizzato la partecipazione delle masse, e dunque di un soggetto collettivo e plurale, alla Storia, la cultura della destra aveva valorizzato la dimensione dell’individuo. Ora, il destino dell’individuo è appunto la morte; viceversa, non è questo il destino dei soggetti collettivi, che si riproducono storicamente, al di là della morte dei singoli individui che li costituiscono. La morte pone termine all’azione dell’individuo nella Storia; la morte degli individui non pone termine all’azione delle masse, le quali comunque si rinnovano, dando vita a un protagonismo che il pensiero politico della sinistra ha sempre considerato immanente alla società borghese. Insomma, muoiono gli individui, ma non le masse, tantomeno il loro protagonismo…Nel Novecento, la politica, almeno nei suoi settori estremi impegnati nell’edificazione di sistemi politici totalitari, ha rivendicato il diritto di esprimere una soluzione alla crisi dell’uomo contemporaneo. Anzi, la politica estrema ha tradito un’esplicita vocazione antropologica, presentandosi come un discorso sull’uomo, ossia sulla necessità di dare vita a una figura di uomo totalmente rinnovata. Qui è appena il caso di accennare che questa vocazione antropologica a sinistra è stata rielaborata privilegiando l’inscrizione della dimensione individuale all’interno del paradigma dei soggetti storici collettivi. A destra, anche quando si è inteso privilegiare soggetti collettivi quali la razza e la nazione, l’obiettivo è rimasto comunque quello della centralità dell’individuo e dei problemi che questo poneva.Da questa centralità che la dimensione individuale riveste nella sua cultura politica, una maggiore predisposizione della destra, rispetto alla sinistra, nei confronti del tema della morte. Se il destino naturale dell’individuo è la morte, allora questa non può essere altro dalla vita esperita; fra vita e morte corre un identico filo di continuità, nel senso che la seconda è il certificato e il sigillo naturale della prima. In altri termini, la morte non può essere altro dalla vita; si muore nell’identico modo in cui si è vissuti: l’atto del morire è poco più che una proiezione definitiva di ciò che è stata la vita precedente e del modo con cui la si è esperita. Per la destra, la vita diventa, allora, un lungo commento alla morte. La sinistra, anche quando, fattasi Stato, ha celebrato la morte nei musei e nei mausolei, non sembra abbia avuto una particolare concezione della morte; o comunque, ne ha avuta una diversa da quella della destra. In quest’assenza/differenza è possibile registrare una vocazione edonistica della sinistra davanti alla modernità: la si accetta, per svilupparla fino alle sue conseguenze storiche, ovvero per superarla, dando vita a sistemi sociali differenti.Laddove l’atteggiamento di sofferenza nei confronti del mondo è dominante, lì la presenza della morte è chiamata a svolgere un ruolo decisivo. A destra, vivendo la modernità come decadenza, ci si predispone con una crepuscolarità che inevitabilmente familiarizza con la riflessione sulla morte. La finitezza del tempo vissuto svolge un ruolo determinante, aprendosi al tema della finitezza della vita. La sinistra pensa la vita come se la morte non ci fosse; la destra pensa la morte come prolungamento della vita. Qui, va da sé, si scontrano due modelli della storia. Almeno quello della destra, presenta un atteggiamento che assolutizza il trascorrere del tempo, scrutandolo come un potenziale, quanto temibile (il più temibile) avversario. La modernità si muove con la pretesa di interpretare il corso della storia: questa era già gravida di modernità, poi originata in seguito a determinate vicende storiche.Per la sinistra, le masse, la classe ecc. non muoiono: sono biologicamente finiti solo gli individui che le compongono, sostituiti inevitabilmente da altri, ma non il soggetto storico collettivo. Per la destra, l’individuo muore; e, anzi, persino i soggetti collettivi cui essa si riferisce – la nazione, la razza ecc. – possono morire, annegati nelle tempeste della modernità.Sofferenza, società moderna quale decadenza, primato dell’individuo sui soggetti collettivi: quale attinenza hanno questi temi con la centralità del problema della morte nella cultura della destra antipluralista?In prima istanza possiamo avanzare due ipotesi. La prima è che l’attenzione della cultura della destra estrema verso la morte deriva dal giudizio sulla società borghese liberale quale società di morti, ovvero intrisa di fenomeni di degenerazione e di decomposizione che lasciano intravvedere la morte prossima di questa società. In altri termini, la destra estrema si confronta con la morte perché considera poco meno che cadaverica la società borghese liberale: l’attenzione per la morte deriva, quindi, dal giudizio sull’avversario.La seconda ipotesi, cui abbiamo appena accennato ma che conviene sviluppare, è che, mentre la cultura di sinistra aveva focalizzato l’attenzione sui soggetti collettivi (le masse, le classi sociali ecc.), la cultura di destra aveva orientato la propria attenzione verso la condizione dell’individuo. Beninteso, non che la destra avesse scartato i soggetti plurali, vista l’attenzione per temi quali la nazione, la razza ecc.; ma la sua scarsa attenzione al problema dei rapporti sociali e di produzione l’aveva condotta a privilegiare il ruolo dell’individuo nella società moderna: la conseguenza era stata l’attenzione per la prospettiva di qualsiasi individuo, appunto la morte.Mentre per la sinistra l’individuo esisteva in quanto membro di una classe sociale, e dunque era “esterno” all’individuo medesimo, la cultura della destra ha rivelato una più specifica attenzione alle qualità dell’individuo (basti pensare, a contrario, alle caratteristiche che l’antisemitismo aveva preteso di individuare nell’ebreo); il suo stesso giudizio sulla modernità borghese liberale tradiva una forte inclinazione antropologica (la società borghese quale sistema della disumanizzazione), che non si ritrova, se non con qualche eccezione, nella cultura di sinistra.C’è infine un terzo aspetto che possiamo così delineare in modo sintetico: anche nelle sue articolazioni segnate da un attivismo ottimistico, come nel caso dell’ideologia fascista, la cultura della destra antipluralista, nazionalrivoluzionaria ecc. è stata contrassegnata da un atteggiamento drammatico, se non tragico nei confronti della “Storia” e della società borghese liberale. Questa visione tragica, presente già in de Maistre, ma affiorante anche in altri pensatori e leaders di questa destra, deriva dal giudizio sulla società borghese quale società moribonda, insistendo sull’avvenuta morte dell’individuo: questi, prima di morire biologicamente, è già morto nello spirito. Ciò che l’ottimismo borghese e socialista non comprende, insomma, è che “l’intera umanità è una tragedia”[2].Anche se si è storicamente concretizzata in regimi totalitari e in numerose sigle e in movimenti politici, svolgendo indubbiamente un ruolo fondamentale nel corso del novecento, l’impressione teorico-politica è che la destra antipluralista fosse mossa dalla convinzione di svolgere un ruolo subalterno, per dire meglio una funzione di polizia e di contenimento di quelli che supponeva fossero gli effetti distruttivi della società borghese sull’individuo. Da tempo la ricerca storica ha sottolineato come la destra estrema si sia spesso proposta sul mercato politico quale soggetto trasversale e di superamento della divisione assiale destra/sinistra[3]. È da chiedersi se quest’atteggiamento trasversale non abbia costituito una forma di rivolta contro il sospetto di agire da forza di contenimento e di rincalzo contro una diffusa visione della Storia che identificava quest’ultima col Progresso: se toccava alla destra il compito di opporsi alla Storia-Progresso, svolgendo una funzione di ostruzione e di resistenza, allora era il caso di respingere il concetto medesimo di “destra”, per cercare di svolgere un ruolo più attivo.In ogni caso, in questa visione di contenimento svolge un ruolo determinante appunto l’attivismo tragico, ispirato dalla sicurezza che la vita è sofferenza; e quest’attivismo tragico ha origine nel sospetto che la partita della storia sia già stata giocata e sia stata vinta dalla cultura politica progressista, col risultato che alla società borghese liberale debba succedere quella dei soviet, non del tutto diversa, nei suoi valori di riferimento materialistici ed edonistici, dalla prima.Al contrario della cultura liberale, quella della destra antipluralista conserva l’idea di storicità, ossia l’intuizione che quella borghese liberale sia una società destinata al superamento; quest’intuizione trova la sua conferma nel giudizio storico sulla società borghese liberale quale sistema sociale attraversato da evidenti fenomeni di degenerazione. Al contrario della cultura socialista che, avendo fatto proprio il concetto di “progresso”, guarda con ottimismo e speranza al futuro, la destra manifesta un oscuro senso di scetticismo: ha il sospetto che proprio il futuro non le appartenga.Da qui la centralità della morte, quale soppressione della possibilità medesima del futuro: nel momento in cui si è morti, per di più sostenendo una titanica prova di forza contro le forze del progresso appoggiate dalla Storia, non c’è più un futuro con cui confrontarsi.Attivismo tragico e immanenza della sofferenza si presentano quindi come una rivolta contro la Storia, una rivolta da parte di una cultura che si considera straniera al supposto corso della Storia. In altri termini, Locke, Smith, Robespierre e Lenin hanno vinto; per cui l’unica soluzione è impegnarsi da una posizione controcorrente, che necessariamente dovrà provocare sofferenza a sé, e molto probabilmente la morte.  Francesco Germinario doppiozero.com  [1] Su questo cfr. le considerazioni di Furio Jesi in Ricetta: metter il passato in scatola, con tante maiuscole. Colloquio con Furio Jesi, in “L’Espresso”, n. 25, 24 giugno 1979, ora in ID., Cultura di destra, Con tre inediti e un’intervista, a cura di A. Cavalletti, Nottetempo, Roma 2011, p. 287. [2] O. Spengler, Albori della storia mondiale, ed. or. 1966, trad. it., Ar, Padova 1996, v. I, p. 44. [3] Z. Sternhell, Né destra né sinistra. L’ideologia fascista in Francia, ed. or. 1983, trad. it., Baldini & Castoldi, Milano 1997.

Le nuove destre in Europa

Lunedì, 2 Maggio 2011

Lo scorso 5 febbraio la stazione ferroviaria di Luton è in preda al caos. Circa 3.000 sostenitori della English Defense League (EDL) si sono dati appuntamento nella città del Berdfordshire inglese per una street parade anti-islamica. Si affrontano nelle strade con centinaia di manifestanti delle organizzazioni musulmane e del movimento Unite Against Fascism, antagonisti di sinistra e no-global. Luton, governata dai laburisti e fino al 2005 sede della Vauxall Motors (una controllata di GM), ha una popolazione di 185.000 abitanti, a fronte di una comunità islamica di 27.000 persone. E’ il posto perfetto per far capire agli inglesi che il modello multiculturale è franato, che le enclave musulmane rappresentano un pericolo crescente, perché sottraggono ai nativi lavoro, assistenza sanitaria, welfare. Su questi presupposti la EDL ha costruito la sua fortuna, crescendo in pochi anni da centinaia a migliaia di aderenti.Due anni fa, alcuni gruppi islamici avevano contestato una parata militare del Royal Anglian Regiment di ritorno dall’Iraq al grido di “ecco i macellai di Bassora”. E’ stata la molla che ha fatto nascere il gruppo Unites Peoples of Luton, antesignano dell’EDL. Alla manifestazione del 5 in giro circolano molte croci di San Giorgio, si vede gente incappucciata che sventola cartelli dai toni violentemente anti-islamici, belle ragazze bionde e sorridenti, tanti disoccupati, insomma il “popolo” inglese, la working class o ciò che ne resta. Tutta gente convinta di essere stata abbandonata dalla politica, frustrata dai benpensanti della middle class che li considera dei razzisti, impaurita dalla predicazione degli imam che svuota i quartieri bianchi trasformandoli in ghetti separati dal resto della città.I militanti dell’EDL non si sentono dei fascisti, come vengono dipinti dalla stampa. Uno dei leader ha partecipato al rogo del ritratto di Hitler, un altro spiega che l’organizzazione è aperta a gay ed ebrei, ai bianchi come agli afro, perché il problema non è la “razza” ma il fatto che la minoranza musulmana in Gran Bretagna si sente e si comporta già da maggioranza. Il nazionalismo dell’EDL ha dunque dei tratti originali che hanno permesso in poco tempo all’organizzazione di conquistarsi un certo consenso nell’opinione pubblica, a differenza dell’estrema destra e dei gruppi neonazisti, da sempre schiacciati ai margini della democrazia britannica.Gli “intellettuali” dell’EDL si muovono e comunicano su Internet grazie a Facebook e ai social network, organizzano cortei e manifestazioni nelle principali città inglesi, si affidano ai “soldati” del movimento, gli hooligan, abituati allo scontro, anche quello fisico, con gli avversari e la polizia. L’EDL viene considerato un gruppo di proscrizione del più noto British National Party (BNP), il partito dell’ultradestra di Nick Griffin, che sembrava aver ripreso quota dopo anni di purgatorio politico, conquistando due seggi al parlamento europeo. Ma il BNP è stato velocemente ridimensionato dopo l’exploit alle europee, arretrando ulteriormente anche per colpa dei debiti e dei problemi finanziari. L’EDL invece è in netta crescita. In generale, si può dire che l’estrema destra britannica non ha né i numeri né la forza per rappresentare un’alternativa ai partiti tradizionali, eppure le questioni poste in campo dagli “arrabbiati” hanno smosso le acque e costretto i “grandi”  a dare delle risposte.Il primo ministro conservatore David Cameron ha posto nuovi vincoli alle politiche migratorie, dicendo chiaramente che il numero degli immigrati nel Regno Unito è diventato “troppo alto” e che i nuovi arrivati molto spesso “portano disagi”. Una retorica utile a sottrarre voti alla destra nazionalista, cercando il consenso delle classi popolari. Gli scontri di Luton sono quindi un campanello d’allarme per la stabilità della democrazia inglese ma non si può dire che in Gran Bretagna ci sia un revival neofascista. Se mai, il successo di gruppi come l’EDL dimostra che l’islamofobia è la vera questione dirimente nel Paese, come ha denunciato la baronessa Warsi, musulmana e ministro senza portafoglio del governo Cameron.Nel maggio scorso, il centro islamico di Bury Park Road, la più importante istituzione musulmana di Luton, è stato dato alle fiamme. Nel corso dell’anno sono stati sventati altri piani per colpire le moschee arrestando bombaroli e “lupi solitari” pronti ad agire. Contemporaneamente, sotto la spinta della paura di nuovi attacchi terroristici e dell’estremismo islamico, la società inglese è diventata una delle più “controllate” al mondo, prefigurando scenari orwelliani in cui, in cambio di maggiore sicurezza, le autorità sacrificano il diritto inalienabile alla privacy della cittadinanza. La discussione sul “pericolo musulmano” infiamma gli animi e smuove le coscienze, ma la minaccia alle libertà personali e dell’individuo posta da uno stato spione non suscita lo stesso ardore polemico.Dall’altra parte dell’Europa c’è l’Ungheria e qui la musica cambia. Nelle ultime settimane il parlamento, dominato dal partito di maggioranza Fidesz, ha modificato unilateralmente la Costituzione. Se pure indirettamente, si è deciso di vietare l’aborto. I matrimoni gay sono solo fantascienza. In compenso nella nuova carta costituzionale c’è un riferimento diretto alla “Santa Corona d’Ungheria”, il simbolo nazionale dello stato medievale magiaro, usato durante i regimi di Miklos Horthy e Ferenc Szalas alleati della Germania nazista. La carta fa appello al principio di autodeterminazione delle minoranze magiare che vivono nei Paesi confinanti, in Romania, Slovacchia, Croazia, nella Vojvodina serba e in Ucraina. Una forma di revancismo che il primo ministro ungherese, Victor Orban, sa coniugare abilmente con un europeismo spinto, quando accusa Bruxelles di aver rallentato il processo di allargamento della Ue.Così, mentre si fa garante per l’ingresso di Romania e Bulgaria nell’area Schengen, Orban elegge il cristianesimo a religione di stato, l’unica, mentre la Ue va nella direzione opposta. Non è detto che in materia religiosa il relativismo di Bruxelles sia la strada giusta da seguire, ma Sarkozy e la Merkel hanno pesantemente criticato la nuova carta ungherese, accusando Orban di voler limitare la libertà di stampa, mentre i giornali conservatori tedeschi definivano il documento “un corpo alieno nella famiglia delle costituzioni europee”. In Ungheria la nostalgia post-imperiale per il vecchio e cattolicissimo impero asburgico si mescola a rigurgiti particolaristici e tensioni ideologiche che sembrano riprodurre pericolosamente i germi del passato nazista.A fianco del conservatore Fidesz c’è il terzo partito ungherese, il Jobbik. Bollato come “fascista” dalla stampa occidentale, il Jobbik si difende proclamandosi conservatore, pro-cristiano e difensore dei valori e degli interessi della nazione ungherese. Quando il primo ministro Orban ha proposto un curioso disegno di legge per permettere alle madri di famiglia di votare al posto dei loro figli minorenni, i deputati del Jobbik si sono opposti spiegando che questo avrebbe favorito elettoralmente la minoranza Rom, che ha tassi di procreazione più alti.Se la prima generazione di leader politici del Jobbik era fatta di “combattenti per la libertà” come Gergely Pongratz (i Corvin Koz di Pongratz distrussero una dozzina di carri armati sovietici nella rivolta del ’56 ), le nuove leve sembrano più inclini alle sirene dell’antisemitismo. L’avvocatessa Cristina Morvai, che è il sesto politico più popolare in Ungheria e candidata presidente del Jobbik, durante l’operazione “Piombo Fuso” condotta nel 2009 da Israele contro Gaza, ebbe a dire che “Il solo modo per parlare con gente come voi (gli israeliani, ndr) è comportarsi come fa Hamas. Io spero che riceviate ‘i baci’ di Hamas per ognuna delle vittime che avete provocato”. Gabor Vona, il leader trentenne del Jobbik, ha promesso di indossare l’uniforme della “Guardia Magiara”, una milizia paramilitare di stampo neofascista creata nel 2007, se fosse stato eletto al parlamento ungherese. Gli è stato impedito e lui l’ha descritto come un atto di disobbedienza civile.Le spinte reazionarie della nuova costituzione ungherese, il revancismo e l’idea di una “Grande Ungheria”, la nostalgia asburgica, divengono ancora più preoccupanti se pensiamo che nella vicina Austria i due partiti dell’estrema destra, il Partito della libertà (FPO) e l’Alleanza per il futuro dell’Austria (BZO), assieme, fanno il 30 per cento dell’elettorato. Jorg Haider, il controverso uomo politico morto in un incidente d’auto nel 2008, aveva rapidamente trasformato l’FPO nel secondo partito austriaco, ma poi, preoccupato di dover cedere la leadership al giovane Heinz Christian “HC” Strache, nel 2005 aveva fondato il BZO, dandogli un connotato più “liberale” e meno estremista.Strache invece punta sul nazionalismo duro e puro, descrivendo le donne coperte dal velo come “femmine ninja”. Nel frattempo, i gruppetti neonazi dissacrano le tombe nei cimiteri musulmani. A Braunau, città che diede i natali ad Adolf Hitler, di recente è stata scoperta pubblicamente una svastica per festeggiare il compleanno del fuhrer. Strache, che in passato ha frequentato circoli estremisti, ha ricevuto anche la “benedizione” dal grande burattinaio del neonazismo europeo, quell’Herbert Schweiger, già guardia del corpo di Hitler nelle Waffen SS Panzer Division Leibstandarte, che oggi dalla sua casetta inerpicata sulle Alpi annuncia che è arrivato il momento per l’apparizione di un nuovo fuhrer in Europa. “I giudei di Wall Street sono i veri responsabili della crisi economica attuale – spiega – Oggi viviamo una situazione simile a quella del 1929 quando il 90% delle ricchezze era nelle mani degli ebrei. Hitler aveva la soluzione giusta”. Quando Strache ha vinto le elezioni, l’inglese Nick Griffin si è detto “impressionato” dal risultato, “avete mostrato di saper combinare i principi del nazionalismo con un grande successo elettorale”.Bisogna dire però che il fascismo non è mai stato un fenomeno univoco ma, come ha scritto Roger Scruton, “un amalgama di concezioni disparate”. Per cui non è corretto affermare che in Europa assistiamo a un rigurgito monolitico dei vecchi totalitarismi. Oltre a dover ripensare parole come “xenofobia” e “razzismo” in uno scenario molto diverso da quello degli anni Trenta – legato alla realtà emersa dopo l’11 Settembre, agli enormi fenomeni di mobilità messi in moto dalla globalizzazione, alla delusione per il processo di integrazione europeo e all’insorgere di sentimenti anti-politici nei popoli del vecchio continente – bisogna ammettere che i moderni partiti populisti, anti-islamici e nazionalisti, non sono uguali fra loro.Ciò che abbiamo detto per l’Austria e l’Ungheria non vale per il Freedom Party olandese di Geert Wilders, anti-islamico fino al midollo ma amico dello stato di Israele; il compianto politico conservatore Pym Fortuyn e la scrittrice di origine somala Ayaan Hirsi Ali hanno aspramente criticato l’irredentismo del Vlaams Belang belga; e così via (alle manifestazioni dell’EDL si sventolano le bandiere dello stato ebraico). Ad unire tutte queste forze, se mai, è l’abilità di pescare il consenso delle masse popolari impoverite dalla crisi economica e spaventate dalla immigrazione. Tra questi uomini circola un sentimento anti-egalitario, anti-illuministico, ostile alla democrazia, in cui il culto del leader si mescola all’amore per i simboli patriottici, all’appello verso l’azione ed una vita energica. Ma proprio l’eccesso di leaderismo appare come uno degli elementi di maggiore debolezza di queste formazioni. E’ utile chiedersi se lo straordinario risultato elettorale ottenuto di recente dal partito dei “Veri Finnici” in Finlandia, una formazione di estrazione agraria e cristiana passato da 6 a 36 seggi in parlamento, sopravviverà alla verve del suo leader, Timo Soini. Una domanda che potrebbe valere anche per Geert Wilders o per altri leader europei su cui si sono accesi i riflettori e la curiosità di un elettorato stufo di subire ma impaurito dal cambiamento.Dal 2008, un po’ come negli anni Trenta, l’Europa è stata investita da una profonda crisi economica che stavolta ha finito per mettere in discussione l’esistenza stessa dell’Unione. Come allora, i sistemi democratici occidentali sono attraversati da pulsioni anti-politiche che si rivolgono sia contro l’euro-casta al potere a Bruxelles, sentita (giustamente) come un’entità lontana e opprimente, sia contro i partiti tradizionali delle varie nazioni europee, liberal-conservatori e social-democratici. La sottovalutazione di una serie di temi (percepiti come prioritari dalle classi popolari, dall’immigrazione alla sicurezza) da parte dell’establishment politico, delle elites accademiche, intellettuali e mediatiche, ha favorito l’ascesa di “uomini nuovi”  capaci di parlare al popolo nella sua lingua, orientandolo ideologicamente e manovrandolo attraverso una sapiente quanto semplificata retorica.Il multiculturalismo è tramontato nell’indifferenza delle classi dirigenti europee, incapaci di riformarlo e di ottenere una vera integrazione tra fedi e culture diverse, un fallimento sancito senza versare una lacrima dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dal premier conservatore inglese David Cameron, dal presidente francese Nicolas Sarkozy. La globalizzazione capitalista, con i suoi fenomeni speculativi, di cui a pagare i danni sono sempre stati i più poveri e i non garantiti, non è stata mitigata, favorendo l’avanzata delle “estreme” che oggi si ergono a paladine del vecchio welfare “rubato” ai nativi dagli immigrati. Gli elementi distorsivi del libero mercato che hanno portato al crack del 2008 non sono stati sanati e l’Occidente resta esposto a nuove temibili crisi di rigetto del capitalismo, con la differenza che stavolta potrebbe non esserci la BCE a garantire il salvataggio delle economie in fallimento. La guerriglia scoppiata ad Atene quando Bruxelles ha imposto una cura da cavallo alla Grecia per evitare il default è una conseguenza diretta dei tagli e del rigore che viene richiesto ai popoli europei, mentre a livello centrale si chiudono gli occhi sul problema delle grandi speculazioni finanziare capaci di gettare sul lastrico intere economie.L’islamofobia, infine, non stata un’invenzione degli xenofobi ma un problema generato dal rifiuto dei valori occidentali da parte dei nuovi arrivati, che ha impedito l’integrazione e favorito la nascita di enclave separate dal tessuto urbano, come avviene nelle grandi città del Nord Europa. Sarebbe stupido, in nome di un malinteso ideale laico (laicista), prendersela con milioni di persone di fede musulmana che vivono pregano e lavorano in pace, cercando di entrare nel nostro sistema e di accettarne le regole. Ma dopo gli attentati islamisti di Londra e Madrid non tutte le forze politiche, in particolare a sinistra, hanno saputo riconoscere il pericolo, né hanno posto al vertice dell’agenda la questione della sicurezza, intesa come difesa della democrazia liberale dai suoi nemici. Chi l’ha fatto, invece, spesso ha confuso i sintomi con i rimedi, esagerando nei modi e nei toni la risposta, e mettendo a repentaglio la privacy e le libertà individuali in cambio di una pericolosa “società del controllo”.Come negli anni Trenta, la crisi economica, l’identificazione di una minoranza sociale come unica portatrice di tutti i mali, l’ascesa di leader populisti più amici di se stessi che del proprio popolo, sembra spianare la strada a nuove “dittature democratiche” che sfruttano i meccanismi liberali per imporsi politicamente (elezioni, parlamentarismo, presidenzialismo, eccetera). Una risorgenza su vasta scala del terrorismo islamico in Europa, così come una seconda grave crisi economica, potrebbero generare una escalation di violenza, razzismo e ribellismo sociale in grado di riesumare icone e organizzazioni politiche sconfitte dalla storia ma sempre pronte a tornare sulla scena “in guisa di farsa”. Il tracollo dell’Unione europea non farebbe altro che accelerare questo decorso.In realtà quelli che stiamo evocando sono scenari verosimili ma eccessivamente pessimistici. Le odierne democrazie europee non sono paragonabili alla Repubblica di Weimar. Il moderno liberalismo, pur con tutte le sue debolezze e contraddizioni, possiede una serie di anticorpi in grado di rigettare vecchi mali cronici della storia del nostro continente. Negli anni Venti l’Europa usciva da un conflitto che aveva fatto dieci milioni di morti. La miseria, il revancismo, la violenza organizzata dalle milizie paramilitari che si fecero sponsor dei nuovi tiranni, rendono la “Guardia Magiara” ungherese di oggi, piuttosto che le “Camicie Verdi” della Lega Nord, dei gruppi tutto sommato folcloristici ed apparentemente innocui. C’è anche un altro fattore che non va sottovalutato. Per decenni l’estrema destra europea ha scontato l’opposizione di un “fronte repubblicano” (composto dai partiti tradizionali, liberali e socialisti) che faceva da argine ogni volta in cui le estreme minacciavano la democrazia attraverso il voto. Paradigmatico il caso francese, quando Chirac fu eletto con una percentuale bulgara per sconfiggere il “Napoleone” del Fronte Nazionale, Jean Marie Le Pen. Così l’estrema destra francese è rimasta per molto tempo relegata nell’angolo dell’agone politico. Aveva i numeri ma non la legittimazione democratica per farsi valere.Da quando alla guida partito è arrivata Marine, la figlia del patriarca, anche la “pericolosità” del Fronte si è progressivamente attutita. Nonostante abbia affermato che gli islamici oranti nelle piazze della Repubblica rappresentino una forma di occupazione simile a quella del nazismo, Marine Le Pen è riuscita a imporsi con una strategia più soft, in cui, attorno al core-bussiness del contrasto all’immigrazione, si sviluppano altre battaglie chiave come quella per il welfare ai francesi e un ritorno al protezionismo economico. Se da una parte questa impostazione ha costretto il presidente Sarkozy a rincorrere il Fronte sul tema dell’immigrazione (le recenti polemiche sul Trattato di Schengen con l’Italia), dall’altra ha rimesso in discussione l’utilità del “fronte repubblicano” considerando che, in un contesto in cui le differenze tra l’UMP e il Fronte tendono a scolorire, e nel più completo immobilismo delle sinistre, il “neofascismo” appare come uno spauracchio, un modo per rileggere la storia con gli occhiali di una volta ma senza confrontarsi con il composito mondo delle nuove destre di oggi.Un altro caso di scuola, da questo punto di vista, è proprio l’Italia. La Lega Nord delle origini era un movimento percorso da spinte secessioniste e sovversive, capace di raccogliere consenso e personale politico sia dall’estrema destra che dalla sinistra, cioè da tutti i delusi e i convertiti della politica italiana degli anni settanta. Ancora oggi, la Lega conserva alcuni tratti di quell’estremismo politico, ben visibili nella mole di Mario Borghezio, l’europarlamentare inventore dei “Volontari Verdi”. Borghezio, che ha dichiarato di aver militato nel movimento “Giovane Europa” fondato da Jean Thiriart (riconducibile all’ideologia della “terza posizione” e al nazionalismo rivoluzionario degli “strasseriani”), è stato rieletto alle Europee del 2009 con circa 50.000 preferenze. Ma riflettendoci su, questo leghista hard è stato confinato a Bruxelles per una sorta di contrappasso, mentre in Italia la Lega Nord diventava una forza sempre più “responsabile” e “di governo”, assumendo anch’essa, come il Fronte Nazionale francese, dei tratti meno esasperati, parole d’ordine e classi dirigenti più presentabili (si pensi a Luca Zaia, l’attuale governatore della Regione Veneto). Di questo processo di sdoganamento della Lega va dato atto al premier Silvio Berlusconi, che ha permesso di seguire un percorso del genere anche alla destra e all’estrema destra italiana (da Fini a Storace), riammesse nel gioco democratico e contente di parteciparvi dopo gli anni bui del dissenso e dell’ostracismo della Prima Repubblica.Se il trend dovesse essere quello che abbiamo descritto, se cioè i partiti liberali e conservatori in Europa riuscissero ad assorbire le spinte delle estreme, delle formazioni ultranazionaliste e cristianiste, senza restarne vittima ma anzi sfruttando alcune di queste parole d’ordine in maniera più “morbida” e compatibile con la democrazia, le cose continueranno ad andare come sono sempre andate: una Unione fatta di stati che procedono in ordine sparso ma si compattano davanti all’urto della crisi economica; una generale mancanza di scopi ideali ed un relativismo che impediscono di fare i conti con i valori e le origini della nostra civiltà; l’assimilazione, a metà fra l’impaurito e il coatto, delle comunità immigrate venute a vivere nel vecchio continente. Non è un bel vedere, bisogna ammetterlo.Sic stantibus, la distanza e l’indifferenza della gente verso il ceto politico e i partiti tradizionali rimarranno immutate, con l’effetto di spingere il centrodestra a dire qualcosa “più di destra” e il centrosinistra qualcosa “più di sinistra”,  un fenomeno di cui possiamo scorgere i segni nell’azione di governo dei più grandi Paesi europei. Le vecchie appartenenze ideologiche non sono andate in soffitta e la storia, a differenza di ciò che si pensava fino a pochi anni fa, non è finita. Certo, la tenuta e lo sviluppo della civiltà democratica e liberale in Occidente continua ad essere a rischio, com’è sempre stato, ma non così tanto da crollare come avvenne nella prima metà del XX secolo. r. santoro loccidentale