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Il buonismo contro le identità (by de Benoist)

Giovedì, 28 Aprile 2011

In Italia si dibatte spesso sull’immigrazione, meno spesso sul comunitarismo, dibattito invece estremamente diffuso in Francia, dove finisce col confondersi con un altro dibattito: integrare gli immigrati significa assimilarli? A destra e a sinistra, all’estrema destra e all’estrema sinistra, e beninteso al centro, in Francia si denuncia oggi il comunitarismo etnico come una minaccia: nel discorso pubblico è la figura da respingere, la causa delegittimante. Ma pochi precisano che cosa intendano con comunitarismo. Il non definirlo favorisce l’unanimità. Ma in politica l’unanimità è generalmente sospetta. Proviamo a vederci più chiaro.Denunciare il comunitarismo etnico è per la verità del tutto naturale per i fautori del repubblicanismo (o nazional-repubblicanismo) alla francese. Dalla rivoluzione del 1789, essi hanno ereditato l’idea che la nazione sia un tutt’uno indivisibile, da dirigere da un centro onnipotente, equidistante da ogni sua parte. Repubblicanismo è qui sinonimo di giacobinismo, che affonda le radici nella tendenza, già dell’Ancien Régime, a centralizzare un potere la cui sovranità era anche considerata, dopo Jean Bodin, una e indivisibile. Questo modo di concepire la vita politica esclude la sovranità condivisa (o ripartita) e il principio di sussidiarietà (o di competenza sufficiente). Facendo della «neutralità» la principale caratteristica della dimensione pubblica, si esclude anche il pubblico riconoscimento di identità regionali, lingue e costumi particolari, modi di vita e valori condivisi tipici di una parte soltanto dei cittadini.Squalificate da un’unica istanza sovrastante, nel migliore dei casi tali differenze si riversano sulla sfera privata, sono cioè indotte alla discrezione, anzi all’invisibilità. In tale ottica, integrare gli immigrati è necessariamente sinonimo d’assimilazione, come la nazionalità è sinonimo di cittadinanza. La Repubblica «procedurale» non vuol riconoscere le comunità; riconosce solo gli individui e li integra, assimilandoli, perciò rifiuta di «differenziare» (distinguere) i cittadini secondo criteri etnici e religiosi: l’individuo sconta l’assimilazione con l’oblio delle radici. Il concetto di comunità è vecchio quanto la filosofia politica. Risale almeno ad Aristotele. Ancor oggi, nel Nord America, i principali avversari del liberalismo (Charles Taylor, Michael Sandel) si dicono comunitaristi. Tradizionalmente, gli avversari della filosofia dei Lumi aderiscono a una concezione del fatto sociale come comunità più che come società. La dicotomia comunità/società è stata studiata da vari autori, a partire da Ferdinand Tönnies. La comunità ha carattere organico, olistico. È un tutto, la cui portata eccede quella delle parti: solidarietà e aiuto reciproco vi si sviluppano dal concetto di bene comune, non distribuito ugualmente fra tutti, ma di cui si gode subito, prima della spartizione. Invece la società si definisce fondamentalmente come somma d’individui: risulta dalla volontà razionale e si ordina attorno all’idea di contratto, perché i componenti della società decidono di vivere insieme, non per comuni valori, ma per reciproci interessi.Storicamente, la filosofia dei Lumi ha soprattutto attaccato le comunità organiche, denunciandone il modo di vita come intriso di «superstizioni» e «pregiudizi», per sostituirvi la società degli individui. L’idea centrale era che l’individuo non esiste sulla base delle appartenenze, ma indipendentemente da loro, visione astratta d’un soggetto «disimpegnato», anteriore ai fini, che è anche la base dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Portata da una versione profana dell’ideologia dello Stesso, s’è così formata la teoria moderna che definisce l’umanità come sradicamento o strappo da ogni tradizione.La denuncia attuale del comunitarismo, che mescola critica delle minoranze etniche e critica del principio anti-individualista comunitario, si pone in diretta derivazione da questa filosofia, principale matrice dell’ideologia individualistica liberale e il cui argomentare, ieri usato contro i popoli minoritari della Francia (e contro ogni tipo di rivolta popolare), è oggi usato di nuovo, in pratica senza cambiamenti, contro le minoranze frutto dell’immigrazione. La denuncia «repubblicana» del comunitarismo riduce l’appartenenza del cittadino all’adesione a principi astratti. Equivale al «patriottismo della Costituzione» auspicato da Jürgen Habermas sulla base della sua teoria della ragione «comunicativa». Sotto l’apparenza della denuncia di gruppi autocentrici, si afferma così l’etnocentrismo nazionale. Ne sono simboli il persistente rifiuto francese di firmare la Carta di difesa delle lingue nazionali o minoritarie e la negazione dell’esistenza del popolo corso.La politica è detta l’arte del possibile. Ordinata solo attorno a principi astratti o pie intenzioni, la politica «ideale» è un’antipolitica. La grande dote del politico è il realismo. Da questo punto di vista, la denuncia del comunitarismo deriva dall’accecamento volontario. Si agisce come se le comunità non ci fossero o si decide di non vederle, mentre esistono e la loro esistenza è lampante. La stessa preoccupazione di realismo dovrebbe far constatare che il modello dell’assimilazione individuale non funziona più, innanzitutto perché oggi i rapporti sociali si costruiscono fuori dallo Stato, poi perché l’attuale immigrazione, per carattere e ampiezza, non è più compatibile col modello nazional-repubblicano d’integrazione.Le comunità esistono. Perché non riconoscerle? a. de benoist (Traduzione di Maurizio Cabona) Tratto da Il Giornale del 6 maggio 2009.

La cultura di destra, clandestina ma viva (by Veneziani)

Venerdì, 22 Aprile 2011

Chi ha ucciso la cultura di destra? Le piste al vaglio degli inquirenti sono quattro: la sinistra, Berlu­sconi, Fini, il suicidio. O per dir meglio, le ipotesi finora avanzate sono le seguenti: a) l’egemonia culturale della sinistra con la sua cappa ideologico-mafiosa le avrebbe negato gli spazi di libertà e visibilità fino a soffocarla; b) l’egemonia sottoculturale del ber­lusconismo in tv e in politica l’avrebbe per metà corrotta e per metà emarginata; c) l’insipienza della destra politica avrebbe de­molito ogni ragione culturale e ideale della destra, fino all’epilo­go indecente finiano; d) la cultu­ra di destra è evaporata per la sua stessa inconsistenza.La riapertura del caso, dopo an­ni di silenzio, è dovuta alla ripubblicazione di un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra (già Garzanti, ora Notte­tempo), uscito negli anni Set­tanta. È già un brutto indizio che si regredisca ai feroci e cupi anni Settanta con un trattato di criminologia culturale. Jesi, che morì precocemente nel 1980, convoca in un tribunale ideologico grandi autori, da Eliade a Kerényi, da Evola a Spengler, fino a Pirandello e D’Annunzio, arrivando perfi­no a Carducci e a De Amicis, so­cialista patriottico qui accusa­to di razzismo. Per Jesi la cultu­ra di destra è connotata dal raz­zismo e dall’antidemocrazia, dalle «idee senza parole», dalla mitologia irrazionalistica e dal culto della morte. Jesi liquida la cultura di destra come «una pappa omogeneizzata» (se c’è una cosa che ripugna alla cultu­ra di destra è la pappa omoge­neizzata) che esige valori non discutibili con la maiuscola: «Tradizione e Cultura, Giusti­zia e Libertà, Rivoluzione». È curioso notare che eccetto la Tradizione, quei valori sono di­chia­rati indiscutibili e maiusco­li a sinistra; Giustizia e Libertà è pure il nome di un movimento antifascista di ieri e di oggi.Nella prefazione alla nuova edizione, che ignora i numerosi saggi sul tema usciti nel frattem­po negli ultimi 32 anni, Andrea Cavalletti sostiene che la cultu­ra di destra è «caratterizzata, in buona o in cattiva fede, dal vuo­to ». Ora, a parte l’assurdo di de­dicare centinaia di pagine al «vuoto», ne avessero dalle sue parti di «vuoti» come quei gigan­ti del pensiero e della letteratu­ra prima citati… E conclude allu­dendo, come è ovvio, a Berlu­sconi: la cultura di destra ama la relazione tra «la moltitudine e il vate» e perciò si ritrova nel pre­sente: «un simile benefattore è il tipo politico dei nostri giorni», «il linguaggio delle idee senza parole è la dominante di quan­to oggi si stampa e si dice» (ma che dice? Oggi dominano le pa­role senza idee e la stampa non è certo in mano alla cultura di destra) e la cultura di destra è egemone perché «ciò che la ca­ratterizza è la produzione del vuoto dal vuoto» (ma crede che Evola e Spengler siano i precur­sori di Lele Mora e Fede?). Con un livello così misero, capite il disagio nel discutere sulla cultu­ra di destra. E capite perché ne­ghino ancora, al più grande filo­sofo italiano del ’900, Giovanni Gentile, una via a Firenze dove fu ucciso dopo aver predicato la concordia in piena guerra civi­le. Ma torno alla domanda inizia­le su chi ha ucciso la cultura di destra. Sono plausibili tutte le piste indicate ma a patto di chia­rirle meglio.Certo, la cultura dominante di sinistra, dopo un periodo di dialogo e apertura, si è reincatti­vita e condanna la cultura di de­stra alla morte civile. Sono lon­tani i tempi in cui un editore co­me Laterza pubblicava, facen­do 15 ristampe, un saggio sulla cultura della destra di un auto­re di destra. In seguito, inaspri­to il clima, lo stesso editore ha declinato l’invito a integrare quel testo con i dialoghi dell’au­t­ore con Dahrendorf e con Bob­bio. Oggi dialogano solo se ti di­chiari antiberlusconiano. Ma la cultura di sinistra era egemone e faziosa già ai tempi in cui fiori­va la cultura di destra; dunque l’ipotesi è fondata ma non ba­sta.Certo, la sottocultura televisi­va, il frivolo e il banale domi­nanti hanno reso straniera la cultura di destra, la fanno senti­re a disagio, fuori posto. Ma quella sottocultura imperversa­va dai tempi della Carrà e dei quiz, di Giovannona coscialun­ga e affini; e allora non c’era an­cora il berlusconismo. Insom­ma pure questa ipotesi è fonda­ta ma non basta.Anche l’insipienza della de­stra politica è storia vecchia, Fi­ni l’ha portata al suo gradino ul­timo e più infame, ma sarebbe troppo ritenere che le sue piro­ette abbiano cancellato la cul­tura di destra. Quella cultura non viveva all’ombra di un par­tito; per la stessa ragione non può essere uccisa dalla politi­ca.All’evaporazione, infine, non credo; piuttosto è vera la ra­refazione dei talenti, anche per il clima di cui sopra, tra nemici di fuori, ignoranti di dentro e il nulla che tutto pervade. Nel ge­nerale degrado della cultura, anche quella di destra spari­sce. Della cultura di sinistra so­pravvive la cappa di potere, l’as­setto mafioso e intollerante, non certo l’elaborazione di idee. Non mancano pulsioni autodistruttive, nella cultura di destra, derivate da pessimismo endogeno e sconforto esoge­no. Ma la cultura di destra ha dismesso i panni della cultura militante, panni vecchi e fuori tempo, ed è tornata al Padre. Si è fatta invisibile e celeste, me­no legata alla storia e alla lotta, più essenziale ed esistenziale, liberata dalle categorie ideolo­giche. Quegli autori citati, no­nostante alcuni brutti risvolti, restano grandi ed è meglio che non siano sporcati nella conte­sa politica e siano lasciati alla loro grandiosa solitudine.Al termine delle indagini sommarie, si può dire: la cultu­ra di destra non è stata uccisa e vive sotto falso nome; o forse fal­so era il nome di «destra» che le fu affibbiato. Per metà non la ve­diamo perché abbiamo perso gli occhi della mente, accecati dal livore presente e dalla nullo­crazia. Per metà non si fa vede­re lei, perché si è spostata su pia­ni diversi, impolitici. È passata alla clandestinità e non ha per­messo di soggiorno.  m. veneziani giornale

La femminilizzazione dell’Occidente (by de Benoist)

Sabato, 16 Aprile 2011

Sul Giornale di sabato scorso, il mio articolo sulla femminilizzazione della società (ripubblicato su questo sito con il titolo La femminilizzazione delle élite, n.d.r.) ha toccato un nervo scoperto. Lo testimonia l’appassionato dibattito che ne è seguito, con le critiche di Caterina Soffici e con i contributi, fini e pertinenti, ma anche complementari, di Claudio Risé, Domizia Carafòli, Sandro Bondi e Giordano Bruno Guerri. Sono sensibile alle loro osservazioni, che mostrano come essi abbiano colto l’importanza dell’argomento. Nel mio articolo, tentavo di mostrare che vari aspetti sociali, ma anche simbolici della femminilizzazione della società possono rientrare in una prospettiva ermeneutica (e per nulla “tradizionalista”), che aiuti a capire la realtà della nostraepoca. Scrivendo che, in una coppia, la “Legge” è rappresentata dal padre – cui dunque tocca tagliare il cordone ombelicale fra madre e figlio, consentendo a quest’ultimo di liberarsi dal narcisismo infantile per divenire adulto – non mi riferivo però ad autori “machisti”, ma allo psicoanalista Jacques Lacan, che nessuno ha mai accusato di volere chiudere le donne in un gineceo.Il femminismo di Caterina Soffici (Il Giornale, 21 settembre) non mi urta. Ma ci sono due tipi di femminismo: egualitario e identitario. Il primo pone l’emancipazione delle donne nel loro diventare “uomini come gli altri”. L’intercambiabilità dei ruoli maschile e femminile si traduce allora surrettiziamente in un allineamento al modello maschile. Il femminismo identitario pone invece l’emancipazione delle donne nella promozione del ruolo, dei valori e dell’immaginario simbolico femminili, mostrando che non sono inferiori in nulla al ruolo, ai valori e all’immaginario simbolico maschili. Infatti sono entrambi indispensabili tanto alla famiglia quanto alla società.Il femminismo identitario è ben rappresentato, per esempio, da Luce Irigaray (Speculum, Feltrinelli, 1975; Ethique de la différence sexuelle, 1984; Io. Tu. Noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri, 1992) e Irène Théry (La distinction de sexe, 2007). Il femminismo egualitario ha come alfiere Simone de Beauvoir, le cui tesi (“Donna non si nasce, si diventa”) hanno ispirato la sociologa Shere Hite, citata da Caterina Soffici. Annunciando che la femminilità non deve nulla alla natura, alla biologia o agli ormoni, quest’ultima riprende, nel suo campo, l’Illuminismo, che fa dell’individuo alla nascita una tabula rasa, teoria abortita in Unione Sovietica nella pseudobiologia di Trofim Lysenko.Ma quest’opinione è contraddetta da centinaia di lavori sperimentali pubblicati negli ultimi anni, che mostrano invece le basi organiche degli orientamenti e dei comportamenti sessuali, concludendo che anche l’organizzazione funzionale del cervello è sessuata (il che spiega perché i due sessi non siano egualmente colpiti dalle malattie fisiche e mentali, che autismo e dislessia siano più frequenti negli uomini e la depressione nelle donne, che prestazioni verbali e riconoscimento spaziale non siano gli stessi, che la stessa medicina non abbia sempre lo stesso effetto nei due sessi, che essi non reagiscono egualmente al dolore, ecc.).Caterina Soffici confonde il sesso, che è attributo delle persone, col genere, che è modalità dei rapporti sociali. E trascura una delle frasi-chiave del mio articolo: “Certo, dopo la dolorosa cultura stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ormai essa provoca l’eccesso opposto”. Vi esprimevo il mio rifiuto della cultura rigida tipica dell’ordine maschile, per esempio quello degli anni Trenta (o del borghese secolo XIX). Una società ordinata solo secondo valori maschili è tanto squilibrata, dunque inaccettabile, quanto una società ordinata solo secondo valori femminili.Qual è il fondo del problema? L’indifferenziazione crescente dei ruoli sociali maschili e femminili, che comporta oggi tanti problemi nella vita delle coppie e nelle relazioni fra sessi. L’indifferenziazione s’iscrive in un movimento di cui è portatrice la modernità, che tende a sopprimere le differenze, di qualsiasi natura, a vantaggio di un modello omogeneo. Tale omogeneità risponde in primo luogo alle esigenze del capitale, cui occorre trasformare l’esistenza quotidiana in un
immenso mercato, dove desideri e bisogni si somiglino vieppiù. La modernità non ha promosso l’eguaglianza come rispetto delle differenze, ma come similitudine, cioè come logica dello Stesso.A distinguere dalla famiglia animale la famiglia umana è il suo riferirsi a un sistema simbolico di parentela. Freud ha ricordato che la vita umana è impossibile senza mediazione d’un certo numero di regole. Da parte sua, Irène Théry mostra che, nella sua costruzione, l’individuo deve riferirsi a modelli e idealtipi maschili-femminili differenziati. La scomparsa della differenza produce narcisisti, infantili e insicuri di loro stessi (“creature ibride”, scrive Domizia Carafòli). Ciò contravviene alle aspirazioni degli uomini, per lo più attratti dalla femminilità, e delle donne, per lo più attratte dalla virilità. Il problema dunque non è la “perdita di virilità”, ma la “perdita di virilità” che procede di pari passo con la “perdita di femminilità”. Molto giustamente Sandro Bondi nota: “La femminilizzazione della nostra società s’accompagna a un altro processo di segno contrario, che conduce alla rinuncia della femminilità da parte delle donne”.La replica di Caterina Soffici si conclude sull’Islam. C’entra qualcosa? La condizione femminile è forse uguale in ogni Paese musulmano? Il disprezzo della donna è forse essenzialmente musulmano? Basta leggare i Padri della Chiesa, a cominciare da Tertulliano, per ricredersi. a. de benoist giornale 24.12.2008

Il decalogo UE di Cameron

Sabato, 2 Aprile 2011

Per una volta gli inglesi sembrano disposti a sentirsi europei, a patto che il Vecchio continente si metta in testa di crescere economicamente seguendo un po’ dei consigli di Londra. In fondo è questo il senso della lettera che ieri David Cameron, primo ministro del Regno Unito, ha inviato agli altri 26 leader europei. “Let’s choose growth”, “scegliamo la crescita”, è il titolo inequivocabile di un vero e proprio appello, una sorta di pendant sviluppista rispetto al Patto per l’euro franco-tedesco approvato dal Consiglio europeo lo scorso 25 marzo, più orientato – quest’ultimo – alla promozione di rigore fiscale e competitività. Completamento del mercato unico, apertura al commercio mondiale, riduzione dei costi per chi vuole fare impresa e nuove forme di finanziamento per l’innovazione: più che un manifesto ideologico, quello di Cameron è un decalogo che sprizza pragmatismo. Ma che parte da una previsione piuttosto plumbea: “Potremmo non essere disposti ad ammetterlo, ma molte delle tesi che abbiamo a lungo fatto nostre, il risultato di decenni di progresso, sono in pericolo”, inizia così la lettera. Fine delle concessioni fatte alla retorica. Segue una tabella piuttosto esplicita: se la tendenza attuale non sarà invertita, presto le economie europee non saranno più annoverabili tra le potenze mondiali. L’Italia, oggi al decimo posto degli stati più ricchi, dal 2020 potrebbe già scomparire dalla classifica, rimpiazzata dal Messico. Nel 2050 anche la Francia sarà fuori dalla top ten, mentre la Germania sarà scesa dall’attuale quinto posto al nono. Non è solo l’effetto dell’avanzata dei paesi emergenti: “L’Europa in questa recessione ha visto cancellati quattro anni di crescita annuale – osserva Cameron – e ora i nostri tassi di crescita sono la metà di quelli pre crisi”. “La decadenza relativa dei nostri paesi rispetto a quelli emergenti c’è, se non altro per ragioni demografiche – dice al Foglio Giorgio Arfaras, direttore del Centro Einaudi – la ricetta liberista del premier inglese, muovendosi sul lato dell’offerta, non contempla maggiore spesa pubblica e propone di compensare tale perdita di ricchezza grazie a più produttività e più libertà economica”. Insomma, Cina e India correranno pure, ma allo stesso tempo è vero che l’Ue può fare meglio del misero punto e mezzo di crescita annua che è previsto per i prossimi dieci anni. Come? “Con uno sforzo, concertato a livello europeo, per liberare l’impresa”, scrive un Cameron insolitamente aperturista nei confronti delle istituzioni di Bruxelles, al punto da citare pure Michel Barnier, il commissario al Mercato interno, a sostegno del suo primo suggerimento: completare il mercato unico, dando “priorità ad aree come quella dei servizi e dell’energia”, modernizzando “in particolare tutto ciò che riguarda l’era digitale”. L’implementazione “senza se e senza ma” della direttiva sui servizi entro il 2011, affiancata a una deregolamentazione delle attività online, farebbe da volano: se oggi l’esistenza del mercato unico aggiunge annualmente 600 miliardi di euro alla ricchezza del continente, con queste riforme si potrebbe arrivare a 800 miliardi. L’Europa dovrebbe poi puntare a divenire “il motore del commercio mondiale”. Innanzitutto spingendo per la chiusura degli accordi di Doha sulla liberalizzazione multilaterale degli scambi. In seconda battuta, siglando quanto prima accordi di libero scambio sul modello di quello stretto con la Corea del sud in questi mesi. Cameron, come partner prioritari, suggerisce Canada, India e Singapore. “Un atteggiamento più aggressivo in questo campo è auspicabile – spiega al Foglio Kurt Hübner, direttore dell’Istituto di studi europei all’Università canadese di Vancouver – gli accordi bilaterali ormai devono mirare ad abbattere le barriere non tariffarie: regole sugli investimenti esteri, ostacoli alla partecipazione alle gare pubbliche, problemi connessi ai diritti di proprietà intellettuale”. Un “accordo ambizioso” con il Canada,  spiega l’economista che per Routledge sta per pubblicare un volume sull’argomento, legherebbe l’Ue a “un’economia che si sta rafforzando molto, con abbondanti risorse naturali e un accesso privilegiato al mercato statunitense”. Seguirebbero milioni di posti di lavoro. Oltre al protezionismo, a frenare l’occupazione c’è anche l’eccessiva difficoltà che i cittadini incontrano per fare business: “Quando aprire un’attività in Brasile costa in media 593 euro, 641 euro in India e 644 euro negli Stati Uniti, perché fare la stessa cosa in Europa costa 2.285 euro?”, si chiede retoricamente Cameron. Una semplificazione non basta: meglio, per esempio, “consentire alle piccole imprese di non sottostare alle regolamentazioni europee”. La capacità europea d’innovare, infine, è molto ridotta: dal 1975 a oggi, il 70 per cento delle società più innovative è nato negli Stati Uniti. “Per questo, con la proposta di istituire un fondo di venture capital a livello continentale – nota Arfaras – Cameron indica la via che perfino alcuni economisti americani come David Goldman, oggi, chiedono di percorrere con maggiore convinzione”. Questa volta con i piedi per terra, piantati nel rigore sui conti pubblici.   © – FOGLIO QUOTIDIANO di Marco Valerio Lo Prete

Il pensiero mitico non è inferiore a quello scientifico

Giovedì, 31 Marzo 2011

Ma che cos’è, esattamente, la ragione? È lecito identificarla senz’altro con il pensiero scientifico? E che cos’è il mito? In quale rapporto reciproco stanno il pensiero mitico e il pensiero scientifico? Sono queste, oggi, domande imprescindibili, bombardati come siamo da massicci messaggi pseudo-culturali che tendono a presentare la ragione scientifica come la ragione, e ogni altra forma di ragione e ogni altra forma di conoscenza della realtà come saperi di serie b, se non addirittura come pseudo-saperi, irrazionali e, perciò stesso, antiscientifici. In realtà, la ragione scientifica è solo una delle forme in cui si esprime la ragione umana; non solo non è l’unica, ma non può neanche pretendere di essere la pietra di paragone di ogni altro approccio nei confronti della realtà. Di più: ciò che noi occidentali moderni definiamo come scienza, è solo una particolare versione della scienza, diversa da quella che l’Occidente ha perseguito per oltre duemila anni e diversissima da quella in cui hanno creduto antiche civiltà come l’indiana, la cinese, e molte altre (cfr. i nostri precedenti articoli La scienza moderna è una degenerazione del vero concetto di scienza e Luigi Fantappié e l’altra idea della scienza). La scienza moderna, da Galilei in poi, è anti-finalistica, materialistica, riduzionistica e meccanicistica: l’immagine dell’universo che ci presenta è quella, parziale e deformante, che in esso non vede altro se non l’opera del caso; un grande, impersonale meccanismo senza senso e senza scopo, che getta gli enti nel mondo e poi li annulla, per ricominciare di nuovo.Esistono altri modi di usare la ragione ed esistono altre forme di organizzazione dell’esperienza, da quella estetica a quella religiosa, da quella filosofica a quella mitica; e ciascuna di esse ha la sua dignità, la sua coerenza, la sua intrinseca bellezza ed armonia; nessuna di esse è qualche cosa d’irrazionale, ma adopera la ragione non in senso esclusivamente logico-matematico, bensì in una accezione più ampia e comprensiva.In clima positivistico si è affermata la teoria secondo la quale la ragione scientifica (nel senso galileiano, cioè logico-matematico) sarebbe intrinsecamente più “veridica” delle altre forme del Logos, in quanto basata sulla legge di causa-effetto. Ma, dopo la scoperta delle peculiarità della fisica sub-atomica – a cominciare dal principio di indeterminazione di Heisenberg -, gli scienziati stessi hanno dovuto constatare che tale legge non può essere posta, in senso assoluto, a fondamento della spiegazione della realtà; neppure della sola realtà materiale. Tuttavia, mentre alcuni scienziati moderni cominciavano a divenire più cauti circa la portata e la radicale validità della ragione scientifica, altri hanno compiuto una vera fuga in avanti, sostenendo di essere a un passo dal comprendere “la mente di Dio” e dall’individuare la legge unificata che tiene insieme le forze dell’Universo (cfr. il nostro articolo Ma è sempre la stessa arroganza la molla dello scientismo). In questo senso, poco importa se la speculazione degli scienziati erettisi a filosofi vada in una direzione tendenzialmente ateistica, come nel caso di Stephen Hawking, oppure tendenzialmente teistica, come in quello di Paul Davies; ciò che conta è la hybris, ossia la dismisura di una scienza che pretende di travalicare dall’ordine di riflessione che le è proprio – quello della materia – per giungere al perché ultimo della realtà, al cuore del problema ontologico.A ciò si aggiunga il fatto che tutta una pletora di divulgatori scientifici più o meno informati, più o meno intellettualmente onesti, si sono impegnati in una sistematica crociata di tipo scientista, banalizzando e ridicolizzando ogni forma di approccio non scientifico alla realtà e avvalorando il quadro, distorto e presuntuoso, di una scienza come sapere assoluto e definitivo, al di fuori del quale non c’è verità e neanche un minimo di serietà. I giovani, specialmente, vengono letteralmente sommersi da una quantità di pubblicazioni e di programmi televisivi il cui sottinteso è sempre il medesimo: solo il Logos logico-matematico è il vero Logos; solo la scienza è in grado di spiegare adeguatamente la realtà intorno a noi; solo la scienza è capace di portare la società verso il progresso e verso il benessere, materiale e spirituale. Consapevolmente o meno, questi divulgatori si sono posti al servizio di una nuova religione materialistica, che pretende di liquidare i vecchi dei in nome di una ragione infallibile e divinizzata.Il pensiero mitico, che storicamente precede quello scientifico, non è affatto una forma “primitiva” e “immatura” del Logos; è, piuttosto, una forma di pensiero radicalmente diversa, basata su diversi presupposti e su una diversa percezione della realtà. I suoi elementi di base sono differenti da quelli della scienza, non però inferiori; e, fra tutti, il più importante è il concetto di tempo: ciclico ed eternamente presente quello del mito; lineare e scandito in passato, presente e futuro, quello della scienza. Ad esempio, in una cerimonia sacra l’evento mitico che ne costituisce il nucleo non è semplicemente ricordato, bensì viene attualizzato, cioè reso presente in una dimensione assoluta. Si pensi ai miti di fondazione della polis antica, oppure ai culti misterici collegati alla dimensione dionisiaca della religiosità antica; ma si pensi anche (senza entrare nel merito del valore di verità, in senso storico, degli uni o dell’altro) al mistero cristiano per eccellenza, l’eucarestia.La scienza, invece, pretende di collocare ciascun evento in un tempo storico ben preciso; e, così facendo, colpisce al cuore l’essenza stessa della concezione mitica del mondo, perché l’evento storicizzato non è più suscettibile di rivivere nel presente; esso è consegnato alla storia, al passato, per sempre. I legami che lo collegano al nostro mondo vengono recisi e, con essi, vengono recisi i legami spirituali che lo rendono vitale e vivificatore. Al tempo stesso, però, la visione meccanicistica della scienza moderna distrugge i legami di coesione e armonia che tengono insieme il mondo, nei suoi elementi spirituali non meno che in quelli materiali. Che senso ha parlare di Axis mundi, Asse del mondo, in un contesto puramente materialistico e riduzionistico; e che senso ha sostenere che ciascuno di noi coopera, o meno, al suo mantenimento, se si nega che i nostri pensieri e le nostre azioni abbiano un’influenza potente e diretta sull’insieme della realtà, oltre che sulla sfera immediata del nostro ambito specifico?È opinione abbastanza diffusa, sia tra i dispregiatori che tra i sostenitori della validità del pensiero mitico, che la distruzione di esso abbia avuto inizio, in sostanza, con l’avvento della Rivoluzione scientifica moderna e cioè con Francesco Bacone, Galilei, Cartesio e, più tardi, Newton. In realtà, questo non è affatto vero; essa ha avuto inizio già nell’antica Grecia, ad opera di una schiera di logografi, mitografi e studiosi di genealogie – quali Ecateo, Ferecide, Ellanico e numerosi altri – i quali, sforzandosi di contestualizzare cronologicamente, ossia di storicizzare, i fatti del mito, ne hanno decretato l’inevitabile dissoluzione.Ne è convinto, fra l’altro, Kurt Hübner, epistemologo tedesco nato a Praga nel 1921 e libero docente presso l’Università di Kiel, uno di quegli studiosi di filosofia della scienza che, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, hanno criticato la concezione neopositivistica ed affermato la pari dignità, rispetto alla scienza, delle forme di pensiero extra scientifiche, a cominciare, appunto, dal mito. Meno famoso di Carnap, Popper, Lakatos, Sneed-Stegmüller, Kuhn e Feyerabend, egli è stato tuttavia un validissimo precursore; e i suoi testi si raccomandano per la chiarezza espositiva, non meno che per l’ammirevole lucidità concettuale.Il vasto pubblico italiano lo conosce soprattutto per la traduzione del suo libro La verità del mito (Milano, Feltrinelli, 1990). Noi desideriamo invece riportare – a conclusione delle riflessioni sin qui svolte – il passaggio conclusivo di un’altra sua opera notevole, anche se meno conosciuta: Critica della ragione scientifica (titolo originale: Kritik der wissenschaftlichen Vernunft, Friburgo-Monaco, 1978; traduzione italiana di Marco Buzzoni ed Evandro Agazzi, Milano, Franco Angeli Editore, 1982, pp. 319-321). “In quale modo, ci dovremo ora chiedere, noi possiamo compiere una scelta tra gli elementi a priori del mito e quelli della scienza? Come possiamo deciderci tra le rappresentazioni mitiche della causalità, della qualità, della sostanza, del tempo ecc. da una parte, e le corrispondenti rappresentazioni scientifiche dall’altra?“È proprio il tipo di rappresentazione scientifico, in quanto cioè la scienza stessa ne diviene oggetto, che induce a comprendere che qui si tratta in entrambi i casi di qualcosa che soltanto rende possibile l’esperienza e che, quindi, non può essere assolutamente giudicato tramite l’esperienza. In nessun luogo noi afferriamo qualcosa come la realtà in sé quale tertium comparationis, poiché essa è sempre già considerata miticamente o scientificamente, appunto perché esiste tanto l’esperienza scientifica quanto quella mitica. La stessa cosa vale però per la ragione. Entrambe, esperienza e ragione – e con ciò i criteri per la verità e la realtà – sono già condeterminate, tra l’altro, da particolari rappresentazioni causali e temporali. Nulla sarebbe quindi più falso che attribuire al mito, come spesso accade, l’irrazionalità, cui la scienza si contrappone come qualcosa di razionale. Anche il mito ha la sua razionalità, che opera nel quadro del suo proprio concetto di esperienza e di ragione, quale è dato intuitivamente e categorialmente nel modo che abbiamo mostrato. (Che in esso questa razionalità non si assolutizzata, come nella tecnica, è un’altra questione.) Esso ha dunque anche, in modo corrispondente, il suo particolare tipo di armonizzazione dei sistemi che gli sono immanenti, come ordinamento di tutti i fenomeni nel contesto complessivo, ed ha anche la ‘logica’ del suo ‘alfabeto’ e delle sue figure fondamentali. La luminosa chiarezza dell’antichità greca, se questo paragone è consentito, rende questo in parte addirittura afferrabile sensibilmente, da tutto ciò però segue che l’esperienza mitica e quella scientifica, la ragione mitica e quella scientifica, sono in certo senso incommensurabili. In certo senso significa: possiamo sì confrontarli, come appunto è qui accaduto, possiamo comprenderli in quanto alternative; ma non possediamo alcun criterio, che si estenda ad entrambi, sulla cui base potremmo valutarli. Ogni valutazione partirebbe sempre già dal punto di vista mitico o scientifico.“Non siamo dunque qui assolutamente in grado di prendere una decisione? Ma è stata tuttavia presa una decisione già da millenni, si risponderà a questa domanda. Certo, soltanto che non la si dovrebbe fare troppo facile con le ragioni di questo gigantesco mutamento, e non si dovrebbe vedere ogni cosa dal nostro punto di vista. Con i concetti generalizzati di esperienza, ragione, verità e realtà, come si è dimostrato, non si compie qui molta strada. Perciò dobbiamo rappresentarci anche il passaggio dal mito alla scienza come una mutazione (…), e quindi come storia di sistemi. Facendo ciò non dobbiamo certamente perdere di vista il fatto che in tal modo possiamo afferrare questo evento soltanto entro certi limiti. Come infatti l’uomo mitico non poteva concepire il suo mondo di dei al pari di una moderna teoria, in quanto a priori dell’esperienza del mondo, così non gli era possibile pensare consapevolmente entro quei binari che il tipo di pensiero della storia dei pensieri attribuisce agli attori storici. Noi perciò, in una certa misura inevitabilmente, vediamo il mito con una sorta di considerazione dall’esterno; ma considerate dal suo punto di vista, altrettanto inevitabilmente, le cose si raffigurano diversamente. Qui si apre un vuoto, del quale in ogni caso sappiamo che esso non può mai essere colmato senza interruzioni. Ciò che è incommensurabile non può essere mediato in modo completo.“È dunque proprio la prospettiva scientifica che, da un lato, non può contestare completamente al mito la legittimità e che, da un altro lato, considera il suo tramonto storico come razionalmente concepibile nel suo significato, cioè in quanto condizionato nel senso della storia dei sistemi. Noi non possiamo certamente, e neppure vogliamo tornare semplicemente al mito, poiché è impossibile reintrodurci in un mondo che non conosceva la nostra esperienza organizzata in modo completamente diverso attraverso la scienza, e che quindi non aveva neppure le nostre particolari esperienze. Eppure la domanda circa la verità nella scienza, che oggi è esplosa così violentemente, proprio perché include quella circa la verità nel mito, potrebbe condurre a considerare di nuovo più seriamente ciò che è mitico e, con esso, il numinoso e l’arte. Poiché, come è stato osservato (…), il numinoso e l’arte hanno appunto in esso la loro radice comune. Non vi è comunque alcuna ragione teoricamente cogente di supporre che tutto il mondo in un lontano futuro debba relegare il tipo di considerazione mitica in quanto tale, cioè sciolto dalle particolari condizioni storiche del mito greco, nel regno delle fiabe, a meno che, per così dire, non si voglia perdere il lume della ragione.“Nondimeno nessuno può oggi prevedere se e in qual modo ciò che è mitico, in un ulteriore ampio cambiamento di orizzonte, possa realmente di nuovo essere universalmente vissuto e sperimentato. Possiamo però certamente affermare questo: è importante identificare una mera possibilità di questo tipo, e venire a sapere di essa, in quel momento in cui è meno riconoscibile che in passato la grandezza, ma più di quanto sia accaduto sinora gli aspetti problematici del mondo unilateralmente tecnico-scientifico in cui viviamo.” f. lamendola centro studi la runa

Le 3 critiche di Campi alla destra di Fini

Giovedì, 10 Febbraio 2011

Cosa non convince delle recen­ti posizioni di Gianfranco Fi­ni? L’eccesso di tatticismo, la personalizzazione del suo scontro con Silvio Berlusconi e la sua apparen­te rinuncia al progetto, sul quale s’era impegnato negli ultimi tre an­ni, teso a costruire un centrodestra alternativo a quello leghista-berlusconiano. Proviamo a ragionare su queste diverse questioni, che in re­altà sono tra di loro strettamente intrecciate. La cosa peggiore che possa capitare ad un leader politi­co è dare l’impressione di non ave­re un’idea direttiva, una stella pola­re che orienta il suo cammino, in­somma una visione strategica e di lungo periodo. Fini è stato a lungo accusato di essere un politico a suo agio soprattutto con le meccaniche del Palazzo. È stato accusato di muoversi in funzione delle contingenze e delle convenienze. E questo è sempre stato considerato il suo più grande limite. Da quando ha assunto la funzione di Presidente della Camera ha però inaugurato un nuovo corso – politico e per­sonale. S’è buttato con corag­gio e determinazione in una battaglia politico-intellettuale d’innovazione. Entro un qua­dro asfittico e tutto orientato al giorno per giorno, dominato dalle risse e dalle polemiche, ha scelto di ragionare sui gran­di temi che oggi decidono la vi­ta di una nazione: l’immigra­zione, la bioetica, le regole del­la democrazia, l’etica pubbli­ca, la legalità, la coesione socia­le, lo sviluppo economico, il fu­turo dei giovani, l’innovazione tecnologica. Su queste basi s’è costruito un’immagine pubblica, se non da statista, da politico che guarda al futuro, che non si li­mita a scrutare l’orizzonte, ma cerca di battere nuove strade. Pur venendo da una militanza politica storicamente nel se­gno della marginalità e dell’irri­levanza, ha dimostrato di sa­per interloquire con ogni setto­re della società, di essere un in­terlocutore politico credibile e affidabile anche per chi non condivideva le sue pregresse posizioni. Ha suscitato interes­se e attenzioni crescenti in mol­ti ambienti. Ha suscitato non poche attese e speranze. Ciò che è accaduto negli ulti­mi tempi è stato però una sorta di ritorno alle origini. Le sue scelte ultime sono parse detta­te da un sovrappiù di politici­smo vecchia maniera. Il suo orizzonte è tornato ad essere quello politico tradizionale. Perché ciò è accaduto? Molto ha contato la piega presa dal suo confronto con Berlusconi. Nei confronti di quest’ultimo, per mesi ha con­dotto una polemica senza sconti, che ha contribuito a mettere a nudo le contraddizio­ni del modello politico berlusconiano. Del Cavaliere ha cri­ticato la concezione cesaristica e carismatica della democra­zia, la mancanza di un autenti­co senso dello Stato, l’enfasi propagandistica, la propensio­ne populistica, le inadempien­ze sul piano dell’azione di go­verno, la confusione tra interes­si privati e b ene pubblico, la subordinazione alle parole d’or­dine della Lega, la conduzione padronale del Pdl, gli attacchi reiterati alla magistratura, la lo­gica da scontro frontale con gli avversari politici. Berlusconi, colpito nel vivo da queste critiche, lo ha ripaga­to con l’espulsione di fatto dal Pdl e con una sequela di violen­ti attacchi personali, diretti e per interposta persona, culmi­nati nella campagna di stampa sulla vicenda della casa di Montecarlo e nella richiesta di dimissioni dalla carica di Presi­dente della Camera. Ne è segui­ta, da parte di Fini, la decisione di dare vita ad un nuovo parti­to e di proporsi agli occhi degli italiani, in coerenza con le posi­zioni maturate negli ultimi due-tre anni, come l’alfiere di una destra nuova, diversa per stile e contenuti da quella berlusconiana. Ma da politica e culturale la contesa, ad un certo punto, ha assunto una valenza personali­stica Agli insulti e alle accuse del mondo berlusconiano, su tutte quella di “tradimento”, quello finiano ha preso a rispondere con lo stesso stile e spesso con le stesse argomen­tazioni, facendo venire meno la differenza tra le rispettive proposte politiche. Fini stesso ha dato l’impressione in più oc­casioni di voler chiudere con il Cavaliere una partita privata, a qualunque prezzo e con ogni mezzo. Alcuni dei suoi uomini hanno preso ad assecondare gli stereotipi dell’ antiberlusconismo più becero. S’è così pro­dotta una drammatizzazione che politicamente non ha pro­dotto nulla e che, soprattutto, ha fatto perdere strada facen­do le ragioni autentiche che avevano portato alla separazio­ne tra i due leader. Ragioni riassumibili, come detto, nel progetto finiano teso alla nascita – nella prospettiva comunque ineluttabile del dopo-Berlusconi – di un nuovo e diverso centrodestra, più con­sentaneo con l’esperienza de­gli altri Paesi europei. Era que­sta la sua scelta strategica: una scommessa certamente impe­gnativa, ma proprio per questo da coltivare guardando al lun­go periodo e non all’immedia­to. Una scelta necessaria per salvaguardare l’impianto bipo­lare della democrazia italiana e, al tempo stesso, per evitare la frantumazione e la dispersio­ne del blocco sociale ed eletto­rale che in questi anni si è ag­gregato intorno alla leadership eccentrica e irripetibile di Ber­lusconi. Ma quest’idea strategica -l’unica peraltro credibile consi­derata la storia personale di Fi­ni e il suo storico elettorato di riferimento – ha finito per esse­re sacrificata, almeno all’appa­renza, alla battaglia personale contro il Cavaliere e alla deriva tatticista che l’ha accompagna­ta. Da qui gli ondeggiamenti degli ultimi tempi: dapprima la scelta (in larga parte necessi­tata) di dare vita ad un Terzo Polo, subito dopo la disponibi­lità a dare vita ad una “grande alleanza” con la sinistra in fun­zione antiberluscomana. Ondeggiamenti che hanno confu­so i seguaci della prima ora, in­dispettito in molti casi l’eletto­rato, creato sconcerto tra gli stessi osservatori e determinato la mancanza di tensione e la confusione programmatica che sembrano caratterizzare l’appuntamento del prossimo fine settimana, quando a Milano vedrà ufficialmente la luce Futuro e Libertà. Appuntamento che a questo punto diventa decisivo per il futuro politico di Fini e della sua creatura politica. In quella sede dovrà infatti chiarire, una volta per tutte, se hanno ragione i      suoi critici, quando lo definiscono un tattico pronto a cambiare idea ad ogni occasione; se la sua sferzante critica al berlusconismo nasconde solo uno spirito di vendetta personale o è animata da più serie ragioni politiche; se, infine, vuole accreditarsi come il leader potenziale del futuro centrodestra italiano o se ha deciso, cosa peraltro legittima se questa è la sua decisione, di dare vita all’ennesimo ircocervo politico. a. campi il mattino

Il fallimento della destra riformista (by Campi)

Mercoledì, 12 Gennaio 2011

Come giudicare la decisione di Gianni Alemanno di azzerare la giunta romana? Chi gli vuole bene e lo apprezza, magari in ragione della comune e pregressa militanza nella destra missina, l’ha considerata coraggiosa e responsabile, degna di un vero capo. Chi lo detesta e ne diffida, magari proprio in ragione dei suoi trascorsi politici, l’ha invece ritenuta avventata e dettata dalla disperazione, un puro escamotage. Per evitare di schierarci in modo troppo netto e pregiudiziale, diciamo che si è trattato di una scelta azzardata ma inevitabile, di un gesto che denota al tempo stesso lucidità (dunque la consapevolezza di aver toccato il fondo del discredito agli occhi dei cittadini) e preoccupazione (per uno scontro elettorale, nel 2013, che sondaggi alla mano potrebbe vedere il centrodestra soccombente dopo appena cinque anni alla guida della Capitale) . Di un cambio di passo nella gestione della città, assai carente soprattutto sul piano dell’ordinaria amministrazione, si parlava in effetti da tempo. Ma lo scandalo detto di Parentopoli, i feroci contrasti interni al centrodestra (sempre più diviso sul territorio in correnti e potentati) e, infine, la perdita crescente di consenso del primo cittadino, certificata dall’annuale rilevazione del Sole 24 Ore, hanno fatto precipitare la situazione, rendendo inutili i piccoli aggiustamenti di poltrone ai quali si stava pensando. Al maquillage estetico s’è dunque preferito, almeno sulla carta, un intervento radicale. Resta da capire se alle buone intenzione seguiranno i fatti. Un’idea, da alcuni ventilata in queste ore, potrebbe essere quella di allargare l’attuale maggioranza al Campidoglio, modificandone gli equilibri interni: ma l’Udc si è già chiamata fuori, mentre l’eventuale ingresso in giunta della Destra di Storace, pur con tutta la buona volontà, difficilmente potrebbe essere considerato un fattore politicamente qualificante o innovativo. Molto rumore ha fatto la notizia – lanciata da Repubblica – di un probabile ingresso in giunta, con l’incarico di vicesindaco, di Guido Bertolaso. Alemanno l’ha ampiamente smentita, considerandola una pura fantasia giornalistica. L’arrivo dell’uomo della Protezione civile, specialista in calamità e situazioni d’emergenza, sarebbe in effetti la certificazione, simbolica prima ancora che politica, di un colossale fallimento. Più che un’operazione d’affiancamento all’insegna della berlusconiana “cultura del fare”, che potrebbe peraltro preludere a un cambio di staffetta alla guida del Campidoglio quando i romani andranno nuovamente alle urne, si tratterebbe, nella percezione dell’opinione pubblica, di un commissariamento vero e proprio: imposto dai vertici nazionali del Pdl con la promessa per Alemanno di un suo ritorno da protagonista nel grande gioco della politica nazionale. Ed è proprio questo il problema: quali sono le reali intenzioni e ambizioni dell’attuale sindaco? Vuole davvero continuare nel suo prestigioso ma difficile incarico o ha la segreta intenzione di gettare la spugna alla prima occasione utile? Alcuni sostengono che la vittoria del 2008 lo abbia colto quasi di sorpresa: cercava una vetrina che ne accrescesse la popolarità e il prestigio agli occhi degli italiani, si è ritrovato suo malgrado a fare l’amministratore della città più difficile e cinica al mondo. Non aveva un programma per Roma o un’idea di governo da realizzare, salvo le parole d’ordine sulla sicurezza utilizzate durante la campagna elettorale, tantomeno avevano uomini d’esperienza e di qualità che potessero affiancarlo in un’impresa tanto complicata. E i risultati si sono visti in questi tre anni, nel corso dei quali – va detto per onestà – si è trovato ad affrontare una situazione finanziaria in effetti assai difficile, che ha negativamente condizionato molte delle sue scelte. Il suo timore – vera questa ipotesi – è di restare escluso da incarichi di governo e ruoli politici nazionali nel caso, quest’anno o il prossimo, si dovesse andare al voto anticipato. Inoltre, dopo la traumatica fuoriuscita di Fini dal Pdl chi se non Alemanno può ambire a rappresentare, con una qualche solidità culturale e una qualche capacità progettuale, la destra del centrodestra, sino a proporsi come vice o addirittura successore di Berlusconi? Ma come si possono coltivare sogni da leader politico o da capo del governo se tutti i giorni ci si deve occupare del traffico, delle periferie e delle buche per terra? In realtà, se non fosse impaziente o mal consigliato, Alemanno dovrebbe convincersi che il suo futuro politico è legato non agli accordi sottobanco firmati con qualche maggiorente del Pdl o alle lusinghe e promesse che Berlusconi privatamente gli ha fatto (a lui come a decine di altri aspiranti capi del centrodestra), bensì proprio al buongoverno – se ne sarà capace – della Capitale: che non è una prigione politica dorata, come forse egli teme, ma un trampolino di lancio per lui unica nonché un’occasione storica imperdibile per la componente politica che egli rappresenta. A oggi, come sostengono tutti gli osservatori, i risultati ottenuti alla guida della città non sono granché incoraggianti. Ma la risolutezza con cui ha aperto la crisi gli offre l’occasione per una reale inversione di rotta: per liberarsi dai troppi condizionamenti che ha dovuto sin qui subire dai suoi stessi alleati, per ritrovare un’intesa e un dialogo con i cittadini romani delusi dalle troppe promesse mancate, per scegliersi – non solo tra gli assessori, ma anche tra i dirigenti e gli amministratori alla guida delle municipalizzate – uomini migliori di quelli ai quali sin qui si è affidato, per imporre nuove regole di condotta nel governo della cosa pubblica e per stroncare così il malcostume, per elaborare infine un progetto organico di governo che sia all’altezza di una città come Roma e che vada oltre trovate ad effetto come l’abbattimento di Tor Bella Monaca o del muro di Meyer all’Ara Pacis. Saprà e vorrà farlo, puntando così a governare Roma per due mandati, o tirerà a campare per un paio di anni ancora dopo essersi messo d’accordo alla meglio con tutti i maggiorenti, nazionali e locali, del Pdl? Giovedì verrà presentata la nuova giunta capitolina e verrà anche illustrato il “cronoprogramma” (che orribile termine!) al quale essa si atterrà per l’immediato futuro. E sarà facile capire, già in quest’occasione, se sta per iniziare una nuova fase, finalmente all’altezza delle aspettative che l’elezione di Alemanno aveva suscitato anche al di là della sua area politica di provenienza, o se si sta soltanto consumando la fine di un’avventura nata per caso. a. campi il riformista

Destra impura

Sabato, 11 Dicembre 2010

Oggi Alemanno, ieri Fini, l’altro ieri Storace. Erano fascisti, ma onesti (forse perchè non avevano mai governato). Ora, gli scandali dimostrano che anche il mito della purezza della destra (dopo quello della superiorità morale della sinistra) è finito. Poco importa se Fini, Alemanno e Storace abbiamo effettivamente fatto, favorito o non voluto vedere le malefatte che vengono loro, anche indirettamente, attribuite. Ciò che è grave è il malaffare che li circonda o che circonda gli uomini di cui si circondano. temis

Toynbee, profeta del crollo delle civiltà

Domenica, 28 Novembre 2010

Alla fine del 1947 Benedetto Croce liquidò l’opera più celebre di Arnold J. Toynbee con una battuta acida: «non è un libro di storia» e aggiunse che dalla sua lettura «par ci sia da apprendere poco». Il giudizio crociano pesò sulla scarsa fortuna italiana dello storico inglese. La sua opera maggiore, A Study of History, attende ancora di essere tradotta. Solo nel 1974 il compendio della stessa, redatto da D.C. Somervell, fu pubblicato in una collana economica ma non più ristampato. Più volte ristampata in Italia da Garzanti è, invece, l’ultima (e la meno felice) opera dello studioso inglese, Mankind and Mother Earth, tradotta con il fuorviante titolo Il racconto dell’Uomo. Adesso, però, si profila una rinnovata attenzione su questo grande storico. Lo dimostra il volume che un giovane studioso, Luca Castellin, gli ha dedicato. Il saggio, che ha per titolo Ascesa e declino delle civiltà. La teoria delle macro-trasformazioni politiche di A. J. Toynbee (pagg. 294, euro 25), è pubblicato per i tipi di Vita e Pensiero. Esso lascia intendere come certi aspetti della riflessione di Toynbee, soprattutto quelli relativi all’analisi comparata delle nascita e della morte delle civiltà, abbiano mantenuto una sorprendente attualità influenzando, per esempio, la celebre analisi di Samuel Huntington contenuta in quel saggio, Lo scontro delle civiltà (Garzanti), che fu al centro del dibattito geografico e geopolitico negli ultimi due decenni. Toynbee cominciò a interessarsi di studio comparato delle civiltà per caso. Correva l’autunno del 1914 e la prima guerra mondiale era agli inizi. Allora giovane docente a Oxford, egli stava illustrando la Guerra del Peloponneso di Tucidide, quando fu colpito dalla somiglianza fra le esperienze della civiltà del suo tempo e quelle dell’antichità. La narrazione dello storico greco gli parve attuale: la crisi di una civiltà era stata già vissuta e raccontata. Che cosa sarebbe accaduto? All’Occidente sarebbe stato riservato lo stesso destino della civiltà ellenica? E, poi, perché muoiono le civiltà? Nato nel 1899, Toynbee, imbevuto di cultura greca, era cresciuto in un clima di ottimismo tardo vittoriano che concepiva la storia come una sequela di avvenimenti che avevano portato alla supremazia dell’Occidente. Il conflitto mondiale assunse, per lui, il carattere di una guerra intestina che minava quell’edificio di certezze. Di qui la spinta a indagare il passato, a varcare quella «porta della morte» che aveva condotto tante civiltà, una volta fiorenti, alla scomparsa. Di qui, dunque, l’interesse per lo studio della nascita, dello sviluppo, del collasso o del disfacimento delle civiltà. Poco alla volta, mattone su mattone, egli venne edificando una costruzione storiografica gigantesca nella quale – per usare la colorita espressione di uno dei suoi critici più severi, lo storico francese Lucien Febvre – c’era «un’atmosfera di brivido dinanzi all’ampia maestà della storia».
Toynbee fu accusato di aver elaborato una visione deterministica e ciclica della storia. Nulla di più falso. Tutt’altro che deterministica e ciclica è la concezione per la quale ogni civiltà si configura come una risposta a una sfida, come una vittoria dell’uomo sulle condizioni avverse. Quando, nel 1920, ebbe tra le mani la celebre opera di Oswald Spengler Il tramonto dell’Occidente, Toynbee ne ammirò i «lampi di genio» ma ne rifiutò proprio la dimensione deterministica: «Con buona pace di Spengler, sembra che non ci siano ragioni perché un susseguirsi di stimolanti sfide non possa essere controbilanciato da un susseguirsi di repliche vittoriose». Si sarebbe potuto evitare, a suo parere, il tramonto dell’Occidente se questo avesse saputo prendere coscienza dei propri limiti. L’attività di diplomatico che Toynbee svolse – come membro della delegazione britannica, al tavolo delle trattative di pace, all’indomani sia della Prima sia della Seconda guerra mondiale – fu ispirata proprio da questa convinzione e dalla volontà di cercare risposte pragmatiche e innovative per una possibile rigenerazione dell’Occidente. Dopo il Secondo conflitto mondiale, più volte, egli ribadì il rifiuto della visione ciclica della storia tipica del pensiero greco e orientale, contrapponendole una visione lineare e profetica derivata dalla tradizione giudaica e cristiana. In fondo, Toynbee ha sviluppato l’idea secondo la quale la cronologia non è il solo mezzo per guardare la storia perché esistono periodi storici confrontabili indipendentemente dalla loro appartenenza o meno a una medesima serie cronologica. Un’idea semplice che non comporta concessioni al determinismo. Nel 1964, intervistato dal figlio Philip, egli si espresse in termini inequivocabili: «per quanto gli eventi del passato mostrino una regolarità nel succedersi degli avvenimenti, ciò è solo perché non furono controllati dalla scelta e dalla deliberata volontà degli uomini. Credo che gli eventi storici siano in parte pianificati e voluti, in parte non pianificati né voluti, ma causati da forze impersonali, cieche, psicologiche e sociali. Dove queste forze prevalgono, la storia soggiace a una legge naturale nella quale esistono forme e modelli originari. Ma credo che il futuro non sia mai prevedibile. Ci sono sempre abbastanza libera volontà e libera scelta per renderlo imprevedibile». La lezione di Toynbee storico è anche una grande lezione metodologica. Proprio grazie all’approccio comparato, lo studioso inglese rifiutava ogni tipo di storiografia che si proponesse di scrivere dal punto di vista dei vincitori. Fu sempre stato consapevole, Toynbee, che l’ideale di uno storico senza pregiudizi è irrealizzabile. Ha dichiarato: «Non penso che si possa vedere la storia dall’esterno, con l’occhio di Dio». Ha ammesso, poi, che lo studioso, opera selezioni che riflettono pregiudizi ed emozioni. Ed è, questa ammissione, un grande insegnamento di umiltà. f. perfetti ilgiornale

La destra che verrà (by Campi)

Giovedì, 21 Ottobre 2010

Andare oltre il berlusconismo. Oltre la destra. Oltre Gianfranco Fini, addirittura. “L’impegno di trasformare la destra, di liberarla per sempre dalla sua matrice ideologica che affonda nel fascismo, supera l’esperienza del presidente della Camera. Servirà più di una generazione per avere anche in Italia la normalità che in Europa produce fisiologicamente i Cameron e i Sarkozy”. Arrivati al passaggio decisivo, con l’addio al Pdl e la nascita di Futuro e Libertà, è questa la sfida senza rete di Fini, il sogno di una destra normale e non più aziendale. Ma non è scritto da nessuna parte che sia l’ex leader di An a godere dei frutti della sua battaglia, che questo futuro coincida con il futuro di Fini, ammette Alessandro Campi, origini calabresi, una cattedra di storia del pensiero politico all’Università di Perugia, direttore della fondazione Farefuturo. L’ideologo del finismo, lo definiscono, il più ascoltato dall’inquilino di Montecitorio. Al punto che, sospettano gli ultrà di Arcore, quello che Campi scrive Fini farà, e quello che Fini afferma Campi ha letto. L’eretico da bruciare, per il custode dell’ortodossia berlusconiana Sandro Bondi, che alla direzione del Pdl in cui Berlusconi e Fini vennero quasi alle mani di fronte alle telecamere, elencò i capi di imputazione: “Cupio dissolvi, mania di autodistruzione, bizantinismi… Tentativo di distruggere la figura umana e politica che giganteggia rispetto a chiunque”, ed è inutile specificare di quale Golia con i tacchi parlasse il ministro-poeta. Fino al verdetto: “Intellettuali come il professor Campi sognano un partito di sapienti. Se prevalessero le sue idee il Pdl non sarebbe più casa mia ma non lo sarebbe più neppure per il popolo”.  Il professore è uomo ironico, il contrario del militante del pensiero, fosse anche il suo. Scriverà un libro per confutare le tesi di Bondi e intanto replica: “In questa concezione sparisce l’individuo, la persona, la società, tutto. Restano solo il popolo e il Capo. Una teoria giacobina”. Si sente a disagio in queste settimane di lotta all’ultimo sangue, tra la conta dei fedelissimi e le case di Montecarlo, “il rischio peggiore è che tutto quello che ha detto Fini negli anni passati appaia effimero e strumentale, che si apra una fase puramente tattica, un tatarellismo di risulta”, con riferimento al colonnello finiano Italo Bocchino che di Pinuccio Tatarella, intelligenza volpina del Msi, fu braccio destro. E invece, pensa Campi, il Cavaliere si è rivelato vulnerabile su un fronte imprevisto, quello dello scontro sulle idee, “sulla rivoluzione modernizzatrice che aveva promesso e non ha fatto, sul partito dei moderati che annunciava e che non ha costruito. Al loro posto, c’è il berlusconismo senescente, il rinserramento nelle logiche padronali e paternalistiche”. E il finismo? Il finismo non esiste, predica Campi, che rifiuta l’etichetta di intellettuale organico: “È una figura che presuppone l’esistenza di un partito e di un sistema definito. Cose che non ci sono”.  In effetti, Futuro e Libertà è ancora una nebulosa, tutta da decifrare. E il suo catalogo dei valori è ancora più ibrido. Basta sfogliare il quotidiano diretto da Flavia Perina, “Il Secolo d’Italia”, senza più la dicitura “organo del Pdl”. Il ricordo dello scomparso Piero Vivarelli, parà della Decima Mas e amico di Fidel Castro, un paginone su Lev Trotsky (“Chiese maggiore democrazia nel partito e gli risero in faccia”: e chissà come si sarebbero sganasciati Gasparri e Quagliariello), un pezzo di Angela Azzaro, già curatrice dell’inserto culturale di “Liberazione” “Queer”, l’ultima pagina con la testatina “Noi libertari”. Un caleidoscopio di ispirazione radical-fasciocomunista. Una bella confusione che va ad aggiungersi al già affollato e trasversalissimo Pantheon di icone pop: Guccini, John Travolta, Andrea Pazienza, Nicole Kidman. Mario Balotelli, il testimonial dei nuovi italiani figli di immigrati, ultracitato da Fini sui diritti di cittadinanza. Paolo Borsellino, al pari di Roberto Saviano il simbolo della legalità, oggetto del contendere nella diaspora dei giovani di destra (lo ostentano sulle magliette i ragazzi di Fabio Granata e i boys di Giorgia Meloni rimasti nel Pdl). Il Dr. House, indicato dal mensile di Farefuturo “Charta minuta” come modello di leadership, “capace di offrire il quadro impietoso di un Paese malato. Poco ottimismo, molta sobrietà, niente infingimenti, tattiche dilatorie o compromessi”. Dr. Gianfranco, I suppose. Eclettismo, tendenza ad acchiappare tutto ciò che si muove e che è à la page, leggerezza. Il finismo come veltronismo di destra, con gli stessi difetti dell’originale, superficialità e approssimazione. Con Sarkò al posto di Bob Kennedy e l’insana passione per Saint-Exupéry che accomuna finiani e veltroniani. “A volte c’è un gusto della provocazione eccessivo, una bulimia di miti”, concorda Campi: “Ma a sinistra dovevano ricostruire l’apparato simbolico dopo il crollo del Muro. E noi dovevamo uscire da una biblioteca asfittica, i soliti Gentile-Spirito-Evola”. E l’attrazione esercitata a sinistra dai finiani ha altre motivazioni: l’intuizione che il consenso si conquista non solo con la forza dei numeri, ma con il progetto, la cara vecchia egemonia culturale, già. Lezione gramsciana smarrita dalla sinistra, che da vent’anni preferisce dilaniarsi su primarie aperte o chiuse e altri misteri dolorosi del politichese. E che invece a sorpresa rispunta a destra, dove il duello tra Berlusconi e Fini è molto più che una semplice guerra di potere tra persone. È il conflitto tra due idee di politica, due visioni del mondo, due – orrore – ideologie. “Il berlusconismo ha bloccato la trasformazione della destra”, accusa Campi: “Abbiamo superato la mistica del Capo che portava il Msi a tifare per i colonnelli greci, e ci siamo ritrovati nel Pdl con “Meno male che Silvio c’è”. Abbiamo riconosciuto che la Costituzione garantiva anche noi e Berlusconi si è messo a delegittimarla. Abbiamo superato il comunismo come nemico reale e lui l’ha ricostruito come nemico immaginario. Noi guardiamo avanti, lui ci porta indietro”. Il manifesto del finismo recita l’opposto: “Fare sintesi tra suggestioni antiche e nuove. Parlare a pezzi di società che non si sono mai riconosciuti nella destra. La coesione sociale e nazionale al posto della guerra civile. La ricomposizione dei conflitti invece del berlusconismo come rivoluzione permanente”.  Imprevedibile che a buttarsi a capofitto nella battaglia culturale sia un politico pragmatico e calcolatore come Fini. Il leader che per caso si trovò a trascinare il vecchio Msi in An e al governo. “Fiuggi fu un’operazione di maquillage, un cambio di sigla, che consentì alla destra neofascista di entrare nel gioco della grande politica da cui era sempre rimasta esclusa”, ricorda Campi. “Per gran parte del gruppo dirigente era il punto di arrivo da cui non bisognava più muoversi. Fini, che era stato il protagonista di quel passaggio opportunistico, capisce che invece An è un punto di partenza. E si comporta di conseguenza, la svolta si è compiuta nei 15 anni successivi. Fino a oggi: la vera Fiuggi Fini l’ha fatta a Mirabello”. Sorprendente che in questo percorso accanto a Fini ci siano i reduci della Nuova destra, la corrente di cui Campi faceva parte che tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta provò a innovare la tradizione degli eredi di Salò. Sessantottini di destra, la conquista dell’immaginario, dai fumetti al rock. Un background prezioso per affrontare oggi l’armata comunicativa del Cavaliere con operazioni di sabotaggio corsaro. “In pochi sono entrati in politica, quasi tutti siamo diventati professori, giornalisti, editori”. Anche perché nel partito c’era poco spazio. Nel ’77 Giorgio Almirante sceglie come segretario dei giovani missini un lungagnone di grande fedeltà e di scarso carisma: Fini. Trent’anni dopo, nel 2007, l’ex prescelto che ormai ha percorso tutti i gradini della carriera (segretario, vice-premier, ministro degli Esteri) convoca gli intellettuali in un albergone accanto a villa Borghese. “La diffidenza reciproca era enorme. Quasi non ci volevo andare, non mi aspettavo nulla…”, racconta Campi. E invece gli ex pensatori di Nuova destra si ritrovano finalmente con un leader e Fini con un gruppo di consiglieri fuori dagli schemi. Parte l’avventura della fondazione Farefuturo. Ora, con Mirabello, si apre una nuova fase. “Il tentativo di costruire un’alternativa a Berlusconi dentro il Pdl è fallito. Bisogna riprovarci dall’esterno. Cercare consensi tra i delusi del berlusconismo, il Sud virtuoso, i cattolici, una fetta di sinistra attenta ai diritti civili, i giovani che trovano in Fini un interlocutore credibile”. Un po’ troppe cose insieme, professor Campi… “Ma ogni leader importante deve muoversi come se rappresentasse tutti”. Per farlo, consiglia l’intellettuale finiano, bisogna abbandonare la tattica, la contabilità delle truppe parlamentari (“Sono in arrivo i deputati numero 36 e 37…”). E chiudere con un’altra eredità negativa della destra: “Il divorzio dalla realtà e dalla storia. L’estetica della sconfitta, per cui chi ha vinto ha sempre torto, ad aver ragione sono sempre i perdenti, siano repubblichini o indiani”. Sarà, ma il dubbio è da tremare: e se gli italiani dopo tutta questa fatica si sentissero interpretati più dal populismo di Berlusconi che dal presidente della Camera? “Non so se Fini vincerà o perderà”, risponde Campi: “Di certo ha ragione. Non sarà lui il Cameron italiano, ma la sua battaglia è necessaria perché domani la destra italiana sia finalmente moderna, come tutte le altre”. Il dubbio, però, si sente, inquieta anche lui. m. damilano, espresso