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Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale

Mercoledì, 10 Ottobre 2012

1. Esistono valori morali oggettivi in grado di unire gli uomini e di procurare ad essi pace e felicità? Quali sono? Come riconoscerli? Come attuarli nella vita delle persone e delle comunità? Questi interrogativi di sempre intorno al bene e al male oggi sono più urgenti che mai, nella misura in cui gli uomini hanno preso maggiormente coscienza di formare una sola comunità mondiale. I grandi problemi che si pongono agli esseri umani hanno ormai una dimensione internazionale, planetaria, poiché lo sviluppo delle tecniche di comunicazione favorisce una crescente interazione tra le persone, le società e le culture. Un avvenimento locale può avere una risonanza planetaria quasi immediata. Emerge così la consapevolezza di una solidarietà globale, che trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Questa si traduce in una responsabilità planetaria. Così il problema dell’equilibrio ecologico, della protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima è divenuta una preoccupazione pressante, che interpella tutta l’umanità e la cui soluzione va ampiamente oltre gli ambiti nazionali. Anche le minacce che il terrorismo, il crimine organizzato e le nuove forme di violenza e di oppressione fanno pesare sulle società hanno una dimensione planetaria. I rapidi sviluppi delle biotecnologie, che a volte minacciano la stessa identità dell’essere umano (manipolazioni genetiche, clonazioni…), reclamano urgentemente una riflessione etica e politica di ampiezza universale. In tale contesto, la ricerca di valori etici comuni conosce un ritorno di attualità (…)

La interessanti riflessione sulla legge naturale nel documento omonimo della Commissione teologica internazionale del Vaticano:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20090520_legge-naturale_it.html

 

Giuristi pro-life all’ONU: l’aborto non è un diritto

Martedì, 11 Ottobre 2011
Non esiste il diritto internazionale all’aborto. Nei trattati delel Nazioni Unite non c’è. C’è solo nelle parole del Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon e nelle voglie della potente lobby neomalthusiana internazionale che sul punto gli dà corda. Per questo oggi, 6 ottobre, al Dag Hammarskjold Auditorium del Palazzo di Vetro, a New York, viene presentato un documento di capitale importanza che riafferma e proclama il diritto alla vita di ogni essere umano in qualsiasi parte del mondo sia destinato a nascere così come sancito proprio dall’organismo che li riunisce tutti.Sintetico, preciso, militante, il documento è stato ideato per rispondere pan per focaccia alla “cultura di morte” che oramai si è impossessata in maniera esplicita anche dei vertici degli organismi internazionali, anzitutto le Nazioni Unite. Si chiama San José Articles (perché a San José, in Costa Rica, è attiva l’Inter-American Commission on Human Rights che, con il gemello Inter-American Court of Human Rights, opera virtuosamente per il diritto alla vita) e senza esitazioni afferma l’umanità scientificamente attestata del concepito, sottolinea che pure i bambini non ancora nati sono già coperti dai trattati dell’ONU garanti dei diritti umani proprio perché esseri umani, sfida apertamente gli organismi che sostengono che l’aborto è un diritto internazionale a darne prova a norma di legge e invita altresì i governi a utilizzare positivamente i documenti dell’ONU per il fine esattamente contrario, vale a dire proteggere la vita umana nascente da chi cerca di adulterarli con l’aborto.Uno dei cavalli di battaglia strategici di tutto il mondo pro-life è infatti il potere (ancora) rispondere a chi sostiene quel che oggi sostiene apertamente Ban Ki-Moon che nessun documento delle Nazioni Unite presenta l’aborto come un diritto della persona da sostenere e da promuovere, una conquista sociale, una ricetta per il bene comune o un grimaldello per scardinare le legislazioni nazionali vigenti. Chi dà retta a queste sirene, sbaglia, dicono i firmatari dei San José Articles, e compie abusi enormi in nome delle (troppe) carte prodotte dall’ONU laddove dette carte, per farraginose e magari volutamente confuse che siano, non li autorizzano affatto a farlo. Talora ciò avviene per ignoranza (anche ai vertici delle istituzioni giuridiche e politiche di certi Paesi), talaltra per malizia di certe organizzazioni non-governative ispiratrici e complici, ma è così che alcuni governi finiscono per ribaltare le proprie legislazioni onde accogliere un “diritto all’aborto” che sarebbe intimato dall’ONU ma che in verità così proprio non è. Certo, l’assenza di tale esplicito “diritto” nei documenti dell’ONU non evita che l’aborto venga comunque smerciato sottobanco da troppi comprimari attraverso l’interpretazione inclusiva di linguaggi intenzionalmente ambigui (“salute riproduttiva”, “diritti sessuali”), ma se non altro l’assenza di quella provvisione permette di ritorcere palmo a palmo l’arma della neolingua di orwelliana memoria contro i suoi stessi fabbricatori.Nessun “colpo di Stato” interpretativo di alcun Segretario Generale – questo è ciò che sostengono oggi i pro-lifer proprio in casa di Ban Ki-Moon – può dunque manipolare i documenti pubblici internazionali voluti dal concerto delle nazioni del mondo.I San Jose Articles sono del resto il fior da fiore della filosofia, della giurisprudenza e della politica pro-life. Al loro testo ha messo mano in primis Robert P. George, docente di diritto nell’Università di Princeton, “padre” di quella Dichiarazione di Manhattan che oramai è un importantissimo movimento internazionale, “filosofo di riferimento” della galassia antiabortista e già consigliere per la bioetica di George W. Bush jr.. In Italia lo si conosce per il suo recente Il diritto naturale nell’età del pluralismo (trad. it., Lindau, Torino 2011). Nell’opera di stesura dei San José Articles lo hanno quindi coadiuvato l’ambasciatore Grover Joseph Rees III, nonché Paolo G. Carozza e O. Carter Snead, entrambi docenti alla Law School dell’Università Notre Dame di South Bend, nell’Indiana, il primo tra l’altro già presidente dell’Inter-American Commission on Human Rights di San José in Costa Rica. Quindi l’opera di cesellamento del documento è passata attraverso il rigore di una trentina di esperti tra diritto internazionale, sanità e amministrazione pubblica di tutto il mondo, fra i quali  David Alton della Camera dei Lord, Nicholas Windsor (il rampollo della famiglia reale britannica noto per essersi convertito al cattolicesimo e avere così messo costituzionalmente fine a qualsiasi sogno di salire al trono potesse mai accarezzare), il noto filosofo giusnaturalista John Finnis docente a Oxford, il Superiore Generale dei Knights of Columbus Carl Anderson e Giuseppe Banegiano, italiano, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.Nelle prossime settimane i San Jose Articles verranno presentati ufficialmente in sedi politiche e istituzionali a Londra, Madrid, Santiago del Cile, Buenos Aires, San José di Costa Rica, Calgary in Canada, Washington, Manila, Strasburgo (una delle sedi di lavoro del Parlamento Europeo) e pure Roma.Probabilmente si tratta della mozione che più apertamente di ogni altro testo finora varato a livello internazionale dal mondo pro-life sfida sul loro stesso terreno e attraverso i loro stessi strumenti di azione (i documenti da esse prodotti) le organizzazioni internazionali statutariamente nate e impegnate nella difesa della pace nel mondo e nella tutela dei diritti umani per tutti. Ovvero: se l’ONU volesse confutarne i contenuti, si sconfesserebbe da sé. m. respinti labussolaquotidiana La traduzione italiana completa dei San José Articles

La UE e il diritto gay alla famiglia

Martedì, 4 Ottobre 2011

Benedetto XVI, nel suo discorso tenuto a Ratisbona nel settembre del 2006, ha tessuto uno splendido elogio della ragione, quella ragione che fonda la civiltà occidentale. O forse dovrei dire “fondava”, viste le reazioni che questo chiaro discorso ha suscitato non solo in oriente, ma anche in occidente, basandosi su una citazione e trascurando completamente il senso del discorso.Dovrei dire “fondava” anche perché ho l’impressione che ciò che permette di confrontarsi sul terreno della ragione, la logica di fondamento aristotelico e il metodo scientifico, stanno diventando sempre più due ospiti ingombranti ed indesiderati proprio in quel mondo occidentale che su di essi è stato costruito.Un esempio recente? Il 28 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato una “risoluzione” (nientepopòdimenoche) “sui diritti umani, l’orientamento sessuale e l’identità di genere nel quadro delle Nazioni Unite”.E cosa ha “risolto” il Parlamento europeo? Ad esempio “si rammarica che nell’Unione europea i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender, ivi inclusi il diritto all’integrità fisica, alla vita privata e alla famiglia” eccetera eccetera “non siano ancora sempre pienamente rispettati”. Dunque esisterebbe un “diritto di lesbiche, gay, bisessuali e transgender” alla famiglia. Per accettare il quale bisogna necessariamente tacitare la ragione, che ha individuato delle condizioni fondanti la famiglia che le coppie “lesbiche, gay, bisessuali e transessuali” non soddisfano.Non solo. La stessa “risoluzione” “chiede [...] la depsichiatrizzazione del percorso transessuale, transgenere, la libera scelta del personale di cura, la semplificazione del cambiamento d’identità e una copertura da parte della previdenza sociale”. Siamo arrivati a questo: le decisioni “scientifiche” vengono prese dal parlamento a votazione. Il processo plurisecolare di stabilizzazione di un metodo scientifico come valido per descrivere (e misurare) la realtà può tranquillamente andare in pensione: basta un voto parlamentare e voilà: la terra diventa piatta, il ciclo dell’acqua è abolito (e l’acqua diventa un “bene limitato”), il genere e il sesso non c’entrano nulla l’uno con l’altro. Non contento, il Parlamento europeo “invita la Commissione e l’Organizzazione mondiale della sanità a depennare i disturbi dell’identità di genere dall’elenco dei disturbi mentali e comportamentali e a garantire una riclassificazione non patologizzante in sede di negoziati relativi all’11a versione della classificazione internazionale delle malattie (ICD-11)”. Cioè si stabilisce il completo asservimento del mondo scientifico al potere politico dominante.Infine “ribadisce la sua richiesta che la Commissione elabori una tabella di marcia globale contro l’omofobia, la transfobia e le discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere”, ossia la mobilitazione della polizia contro il pensiero dissimile. E chi pensa che la ragione si afferma e si rafforza con il confronto e il dialogo è bell’e servito.La ragione non abita più in Europa. Speriamo abbia traslocato altrove, altrimenti è un dramma, altro che riscaldamento globale.Tanto per restare in argomento, segnaliamo che il filosofo polacco Tomasz Terlikowski è stato denunciato dal candidato Ann Grodzk per averlo chiamato “uomo”.  Ann Grodzk è transessuale, ossia un uomo che si è volontariamente evirato e si è fatto impiantare due masse siliconiche. Ora: ogni persona dotata di ragione può rendersi conto del fatto che queste due operazioni non bastano per cambiare sesso: il sesso resta lo stesso, anche se si aggiunge o si toglie qualcosa dal proprio corpo. Eppure queste operazioni vengono chiamate “cambiamento di sesso”. Così il signor (pardon: signora) Grodzk è convinto di aver cambiato sesso, e vuole essere chiamato “donna”. E già questo è un bello schiaffo alla ragione. Ma il signor (signora) Grodzk ha pure denunciato il filosofo perché l’essere stato definito “uomo” l’avrebbe “offesa”. Qualche anno fa la questione sarebbe stata rubricata come un semplice caso di permalosità, e avrebbe fatto dubitare parecchio sull’equilibrio mentale del signore (ops…). Ma adesso, se qualcuno, utilizzando la ragione, dice cose sgradevoli per qualcuno, viene denunciato. Con l’approvazione del Parlamento europeo.A questa ultima assurdità dell’Europarlamento si sommano altre sciocchezze che laasciano sconcertati. Viene da chiedersi ad esempio: ma con la crisi che, dicono, ci minaccia, è proprio necessario che il parlamento europeo dichiari (oltre al diritto GLBTQ alla famiglia) come diritto umano il “diritto alla vacanza”? Che l’Unione Europea spenda tre milioni di euro (3.000.000) per convincerci a nutrirci di insetti (Guardate questo video: http://www.tvn24.pl/-1,1717786,0,1,karaluchy-w-zupie–swierszcze-w-masle-unia-zacheca,wiadomosc.html)? Con la crisi, in atto o prossima che sia, è ragionevole che l’Europa spenda ogni anno più di 800.000.000 (questo è l’ammontare delle spese “amministrative”: in realtà il costo annuo dell’UE è di 133,8 miliardi di euro) per permettere a questi burocrati di imporre ad un intero continente ogni fesseria che viene loro in mente?Qualcuno potrebbe scandalizzarsi per queste parole. Per molti, un cattolico dovrebbe essere euroentusiasta: i padri dell’Unione Europea non sono forse tre cattolici (De Gasperi, Schumann e Adenauer)? Anche questa è una convinzione da rivedere, forse diffusa per convincere i cattolici a digerire matrimoni GLBTQ e insetti fritti. Se consideriamo infatti il Trattato di Roma (25 marzo 1957) e la nascita della Comunità Economica Europea (1° gennaio 1958), l’atto fondativo della futura Unione Europea, non possiamo fare a meno di osservare che a quell’epoca De Gasperi era già morto (19 agosto 1954). Inoltre  i rapporti tra De Gasperi e Adenauer risultano da un punto di vista archivistico poco consistenti, e nelle Memorie di Adenauer i riferimenti a De Gasperi e all’Italia sono praticamente nulli. In ogni caso non si possono confondere gli ideali iniziali con certe realizzazioni. E comunque se si deve scegliere tra l’Unione Europea e la ragione, è bene scegliere per quest’ultima. Non importa se è fuori moda: si può sempre sperare in un revival… r.marchesini labussolaquotidiana

Imputato: il diritto alla vita

Lunedì, 17 Novembre 2008

Una potente lobby internazionale ha scelto come strategia le iniziative giudiziarie per imporre ai singoli Paesi la legalizzazione di aborto, eutanasia ed unioni omosessuali. Dall’America Latina all’Europa sempre più spesso i giudici scavalcano governi e parlamenti su questo tema. Un orizzonte da tenere presente nel dibattito italiano sul "fine vita".
«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.

La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.
Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul "fine vita" (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul "testamento biologico", come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.
Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo del giudici che – con il pretesto dell’interpretazione – di fatto ridisegnano la legge a modo toro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.

La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa "invasione di campo" un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?

Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: "Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi". In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.

Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole "promuovere" a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.

Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni "corrette" ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina – che ancora sono le più favorevoli alla vita – ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento ("Bringing Rights to Bear", fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.

Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia "mascherata" per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute (scaricabile dal sito dell’istituto www.c-fam.org) dal titolo "Rights by Stealth". Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.

La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il "partito della morte".

 di Riccardo Cascioli

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Perchè Zapatero è così attratto dai diritti degli scimpanzé

Mercoledì, 23 Luglio 2008

Il fatto che il governo spagnolo abbia recentemente stabilito che anche gli scimpanzé devono godere di alcuni diritti umani apre una questione talmente complicata che forse si potrebbe iniziare a illustrare partendo da un episodio, purtroppo solo romanzesco, che si trova in un libro funambolico di Raymond Queneau, "I fiori blu". Uno dei protagonisti è il Duca D’Auge, terribile signorotto medievale, con un’idea fissa: rompere le scatole ai preti andando a dipingere e inventando, per la prima volta nella storia dell’umanità, dei disegni rupestri per provare una volta per tutte, in barba alla Genesi, l’esistenza degli uomini preadamiti. "I Preadamiti – dice il Duca D’Auge all’abate Riphinte – avevano la purezza dei bambini, e naturalmente disegnavano come bambini. (…) Le persone che hanno fatto questi disegni, queste pitture, queste persone hanno vissuto prima del peccato originale, erano come quei fanciulli di cui Gesù parla nel Vangelo. Sono i Preadamiti, allora, gli autori di questi disegni, prova della loro esistenza. Vivevano in queste caverne per trovar riparo dagli sconvolgimenti che agitavano la terra, allor sì giovane". Un genio del male. Il Duca D’Auge riscrive la storia per un suo capriccio polemico, per togliersi uno sfizio. Bene.

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Ecco cosa significa vivere in Cina – foto

Venerdì, 9 Maggio 2008

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Olimpiadi NO, diritti umani SI! per questo slogan la Cina lo condanna a 5 anni

Lunedì, 24 Marzo 2008

Olimpiadi No, diritti umani Si: per questo slogan un giovane è stato condannato in Cina a 5 anni di carcere.

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Il figlio di un immigrato clandestino non ha diritti

Martedì, 12 Febbraio 2008

Il tribunale di Milano ha censurato la posizione del comune che ha negato al figlio di un immigrato non in regola l’accesso all’asilo pubblico. Per il tribunale, a quanto si legge oggi sui giornali, quello del bimbo è un diritto superiore dinanzi al quale il comune non può opporre lo status irregolare del genitore. Non conosciamo gli atti nè il fatto. Riteniamo, però, che la questione possa essere trattata in astratto. Possa e debba essere trattata in quanto riguarda un nodo centrale della ns democrazia. Il figlio di un immigrato clandestino ha dei diritti? chiaramente non parliamo dei diritti (primari) dell’uomo, che spettano a tutti gli esseri viventi. Ci riferiamo piuttosto ai diritti di secondo e terzo grado, come quello ad essere accolti da un asilo pubblico. E’ difficile dare una risposta. Il bimbo non ha nessuna responsabilità, ma al contempo si trova in una situazione di illegalità (derivata) che se non trattata come tale inevitabilmente incrementerà l’immigrazione clandestina. Tolleranza zero? è inevitabile se non si vuole che l’Italia divenga la meta dei traffici umani. Ma il prezzo da pagare è alto, altissimo in quanto concerne la vita di bambino. Nel caso concreto si tratta dell’asilo e forse la posizione del comune di Milano è condivisibile in quanto i genitori, per quanto tra comprensibili difficoltà, potrebbero cercare soluzioni alternative. Ma in altre situazioni? non è certo questa la sede per affrontare i diversi casi, tuttavia ci sembra importante indicare quella che costituisce, secondo noi, l’impostazione più corretta: la regola è che l’immigrato clandestino non ha diritti (di 2° e 3° grado, sia chiaro), ma la regola non è inderogabile e devono essere consentite tutte le eccezioni che risultino oggettivamente giustificare in base ai valori tutelati dalla ns Costituzione.  

L’omoparentalità non ha basi scientifiche

Domenica, 3 Febbraio 2008

Si sente dire che sussisterebbero degli studi scientifici americani che dimostrerebbero che non sussisterebbero differenze tra i bambini allevati da coppie omosessuali e quelli allevati da adulti eterosessuali. Xavier Lacroix, docente alla Università cattolica di Lione, ha verificato la vulgata, andando a verificare i 30 studi indicati in uno dei più recenti e importanti saggi sul tema della omoparentalità - l’articolo di Charlotte Patterson ("Children of Lesbian and gay Parents") – e ha accertato che:

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Sì alle adozioni omosessuali – storica sentenza della Corte dei diritti dell’uomo

Mercoledì, 23 Gennaio 2008

Un’insegnante francese di scuola materna, omosessuale dichiarata e militante, ha vinto la propria battaglia per adottare un bambino. L’ha vinta di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che a Strasburgo ha considerato come una forma di «discriminazione su basi sessuali» la scelta con cui le autorità francesi le avevano impedito appunto l’adozione. Esulta il movimento transalpino di gay e lesbiche, secondo il quale la sentenza di ieri apre la strada alla libertà d’adozione da parte degli omosessuali. C’è invece perplessità in buona parte della società francese, tanto più che le adozioni da parte di single suscitano tradizionalmente qualche dubbio.

La signora E. B. (45 anni) convive dal ’90 in una località della Francia centrorientale con un’amica, di professione psicologa, anche lei militante del movimento omosessuale. La domanda d’adozione è stata formulata dieci anni fa dalla sola signora E. B., ed è stata respinta dalle autorità competenti prima a livello locale e poi a livello nazionale. Così la donna ha presentato un ricorso di fronte alla magistratura europea, considerandosi oggetto di una «discriminazione inconcepiblile». È allora cominciata una battaglia legale tra le autorità francesi e quelle comunitarie, che alla fine hanno emesso la sentenza di ieri con una maggioranza di dieci voti contro sette, condannando la Francia per violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e 8 (diritto al rispetto della vita privata) della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La Corte ha anche stabilito che la donna debba ricevere dallo Stato un indennizzo di 10mila euro per danni morali, oltre a 14.500 euro per le spese.

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