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A Carnevale, ci spogliamo tutte, perchè?

Domenica, 26 Febbraio 2012

Su Twitter seguo con divertimento quello che scrive una ragazza con una grande ironia. Qualche giorno fa ha pubblicato una cosa che, nel momento in cui l’ho letta, mi sono accorta di pensare anche io. «Ma perché le ragazze con la scusa del Carnevale si spogliano tutte nude?». Carnevale è finito (tranne a Milano, dove quello ambrosiano «prolunga» i festeggiamenti fino a sabato), e molte cose mi fanno pensare che la mia «amica» virtuale abbia ragione.C’è una ragione «dotta» prima di tutto: l’ha ben spiegato qualche giorno fa Armando Torno sul Corriere, quando ha raccontato la scomparsa delle maschere tradizionali. Nessuna delle mie amiche, a Carnevale, ha pensato per un solo minuto di vestirsi da Colombina, con quel castigato vestitone da servetta veneziana, reso ancora più severo dal grembiule e dalla cuffietta in testa. Per par condicio devo riconoscere che nessun uomo ha manifestato l’intenzione di agghindarsi da Arlecchino o da Balanzone: quello del 2012 è stato il grottesco Carnevale del comandante Schettino. Ma c’è qualcosa di più.Nella rincorsa all’abito giusto per la festa di Carnevale, nessuna cerca più l’abito da strega, ma quello da strega sexy. La gonna di Biancaneve si accorcia, il vestito da Morticia Addams diventa fasciantissimo, in un crescendo di sensualità.Sulla rete proliferano siti che vendono o noleggiano abiti dove il Carnevale è solo il pretesto per osare quello che nella vita di tutti i giorni appare sconveniente e nessuno potrà scambiarmi per moralista se vi confesso che io stessa ho acquistato un abito che alla fine non ho mai indossato, ma che ho rivenduto a un’amica entusiasta di poterlo riciclare. «Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero», diceva Oscar Wilde e allora mi chiedo se noi ragazze impegnate, evolute, demoralizzate davanti a una Belén quasi nuda sul palco di Sanremo (una delusione generazionale: se sei bella non puoi che tendere al velinismo e se sei solo carina al proto velinismo?), ecco proprio noi approfittiamo di una situazione fuori dalla norma per vestire un abito che tutto sommato non ci dispiace.La questione, in fondo, è la stessa di Belén: è vero che non è stata costretta dagli autori a far svolazzare la gonna, è vero che lei gioca consapevole e fa la donna oggetto perché così le piace, ma il rischio è che alla fine non si fa che aderire a un codice precostituito e sinceramente un po’noioso se adottato in tempi di libertà.Non saremmo forse addirittura più consapevoli del nostro potere di seduzione se riuscissimo ad esercitarlo (ben) vestite, senza ammiccamenti en-travesti ? Il prossimo Carnevale vestiamoci da Colombine, che ne dite? Anche perché alla fine, con il suo vestitone, teneva in pugno sia Pantalone che Arlecchino. m. proeitti 27esimaoracorriere.it

Le 10 parole più usate dalla donne

Lunedì, 19 Dicembre 2011

LE 10 PAROLE PIU’ USATE DALLE DONNE1) BENE: questa è la parola che usan…o le donne per terminare una discussione quando hanno ragione e tu devi stare zitto.2) 5 MINUTI: se la donna si sta vestendo significa mezz’ora.5 minuti valgono 5 minuti solo se stai guardando la partita o giocare alla Playstation prima di uscire o di fare qualsiasi altra cosa insieme.3) NIENTE: La calma prima della tempesta. Vuol dire qualcosa…. e dovresti stare all’erta. Discussioni che cominciano con niente normalmente finiscono in “BENE” (vedi punto 1).4) FAI PURE: è una sfida, non un permesso.Non lo fare.5) SOSPIRONE: è come una parola, un’affermazione non verbale, spesso fraintesa dagli uomini. Un sospirone significa che lei pensa che sei un idiota e si chiede perché sta perdendo il suo tempo con te a discutere di “NIENTE” (vedi punto 3 per il significato di questa parola).6) OK: questa è una delle parole più pericolose che una donna può dire a un uomo. Significa che ha bisogno di pensare a lungo prima di decidere come e quando fartela pagare.7) GRAZIE: una donna ti ringrazia: non fare domande o non svenire, vuole solo ringraziarti (a meno che non dica ‘grazie mille’ che il più delle volte può essere PURO sarcasmo e non ti sta ringraziando.)8) COME VUOI: è il modo della donna per dirti “vai a cagare”!9) NON TI PREOCCUPARE FACCIO IO: un’altra affermazione pericolosa. Significa che una donna ha chiesto a un uomo di fare qualcosa svariate volte, ma adesso lo sta facendo lei.Questo porterà l’uomo a chiedere: ‘Cosa c’è che non va?’Per la riposta della donna fai riferimento al punto 3.10) CHI E’?: questa è solo una semplice domanda.. ricorda però che ogni volta che una donna ti chiede ‘chi è’ in realtà ti vorrebbe chiedere: ‘CHI E’ QUELLA PUTTANA E COSA VUOLE DA TE?’ Quindi occhio a come rispondi… via sara

Estinzione dell’Occidente e istruzione femminile…

Martedì, 6 Dicembre 2011

«ti auguro una morte lunga e dolorosa», mi scrive Alessio. «Coglione di merda!», mi definisce Francesco. «Dimostri di essere proprio un deficiente totale!!!», scrive qualcuno che si firma “Iscritto PD”. «Sei un poveretto che di libri sicuramente non ne legge e di figli sicuramente non ne ha», mi fa sapere Erika, con la kappa. Angela mi considera «un’idiota», con l’apostrofo. Marta mi dà dell’impotente e Marco del lassativo: «Fai cagare». Decine di messaggi iniziano o finiscono con la stessa parola, «Vergogna», differenziandosi solo per il numero di punti esclamativi. E poi ovviamente sarei fascista, razzista, sessista e, forse un po’ meno ovviamente, «ignorante all’ennesima potenza», «pezzente», «laido figuro», «mentecatto troglodita». Ma cosa ho fatto per meritare cento mail di insulti e la riprovazione di tutti i social network? Ho semplicemente dato un’informazione, ovvero che c’è una relazione diretta fra estinzione dell’Occidente e istruzione superiore femminile. Che laddove le facoltà si affollano si svuotano le culle, che più lauree significano meno matrimoni e meno bambini. Ne hanno scritto tre ricercatori della Harvard Kennedy School of Government: Ina Ganguli, Ricardo Hausman e Martina Viarengo. Mentecatti trogloditi pure loro? Lo ha affermato pubblicamente David Willetts, il ministro inglese dell’Università e della Scienza. Anche lui, che fra l’altro ha studiato a Oxford mica a Fisciano, ignorante all’ennesima potenza? Mi domando come mai la realtà venga subito scambiata per provocazione. Secondo Marcella (anche stavolta tralascio per pietà il cognome), il mio articolo denunciava «un desiderio profondo di istituzionalizzazione della violenza sessuale, un progetto che Berlusconi, di cui lei e il suo padrone siete stati tra i più viscidi servi, aveva osato intraprendere». È sempre colpa di Berlusconi e quindi, di riflesso, di Belpietro, che da questa mail apprendo essere il mio padrone (la prossima volta che mi telefona gli rispondo «Sì, buana») Schiere di laureate e laureande si sono dichiarate offesissime, ipotizzando che col mio articolo volessi imporre l’analfabetismo femminile per difendere il mio privilegio di maschio laureato. (A criticarlo anche Selvaggia Lucarelli, sempre su Libero. Clicca per leggere l’articolo). Mi tocca deluderle: non sono laureato. Di più: non ho mai frequentato l’università. Ancora di più: non ho mai nemmeno messo piede in un liceo. Ciò non mi ha impedito di leggere alcune migliaia di libri e di scriverne otto (il nono è in gestazione) pubblicati presso i più prestigiosi editori italiani. Io sono felice che le donne leggano e sarei felicissimo se leggessero Roberto Volpi. Chi è costui? È lo statistico che ha creato, presso il ministero del Lavoro, il Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, è l’autore di un tot di libri fra i quali La fine della famiglia (Mondadori), è un pozzo di scienza demografica che oggi sarebbe come minimo sottosegretario se il governo Monti fosse davvero tecnico come millanta di essere. È lui il vero ispiratore dell’articolo tanto contestato. Volpi mi ha concesso di leggere in anteprima il suo prossimo libro, Il sesso spuntato. Il crepuscolo della riproduzione sessuale in Occidente, da cui traggo il seguente virgolettato: «Il decennio che dai venti porta ai trent’anni, il decennio d’oro delle donne per concepire dei figli, è diventato un decennio poco utilizzato e che tende ad esserlo sempre meno per questa funzione. Quando le coppie arrivano alla scelta del figlio la donna nella grande maggioranza ha già alle spalle il periodo fecondo per eccellenza». Volpi fa lo scienziato, io invece faccio il giornalista e ho bisogno di sintesi per cui gli ho subito telefonato: «Questo rimandare la riproduzione discende per caso dal fatto che sempre più donne bruciano il loro decennio d’oro fra università, post-università, master ed Erasmus?». Risposta (sintetizzata): «Sì». Insisto: «La causa principale del crollo demografico non potrebbe essere invece la mancanza di sostegni alla maternità, di asili nido, bonus bebè eccetera?». Risposta (non sintetizzata): «No. Le politiche nataliste degli Stati nordeuropei sono riuscite a recuperare appena due o tre decimi di punto nei tassi di fecondità, che rimangono sotto la soglia di sostituzione». Questa è la realtà dell’estinzione prossima ventura: la si può guardare in faccia oppure mi si può augurare una morte lunga e dolorosa. Chissà quale dei due atteggiamenti è il più proficuo. (Leggi anche l’articolo di Nicolas Farrell: mia moglie è una marziana, casalinga, colta con 5 figli). c.longoni libero

Il femminino cristiano

Venerdì, 7 Ottobre 2011

Ad un’analisi comparata il Cristianesimo si presenta, insieme alle altre “Religioni del Libro”, come il sistema spirituale più fortemente improntato alla “mascolinizzazione della Divinità”: le sue basi si fondano su un rigido monoteismo maschile (derivato dall’Ebraismo), la Rivelazione avviene per mezzo di un Messia uomo e la presenza divina nel contingente si esplica attraverso un “pneuma”, lo Spirito Santo, che ha anch’esso, pur nella sua indifferenziazione sessuale, connotazioni prettamente maschili sia all’interno della sfera grammatico-semantica sia nell’immaginario popolare.Insomma, lungo tutto l’arco storico dello sviluppo cristiano il femminino sacro appare, dal punto di vista prettamente teologico, completamente assente.Né c’è da stupirsene: in fondo il Cristianesimo deriva dalla religione di un popolo come quello ebraico la cui cultura sociale si connota come assolutamente androcentrica, con una rigida separazione tra uomo e donna e, soprattutto, con una forte gerarchizzazione dei ruoli, tale per cui la sfera del Sacro viene vissuta come rigorosamente limitata, dal punto di vista della funzione cultuale, alla parte maschile, sia in ambito sacerdotale prima della distruzione del Tempio (il levitismo risulta propriamente destinato alla sfera solare-mascolina), sia, dopo la diaspora, in ambito di studio e insegnamento (il rabbinato è esclusivamente maschile sia nell’Israelitismo tradizionale che in quello classico, mentre l’Israelitismo riformato che, in alcune sue accezioni accoglie la componente femminile  sia nelle Bar Sheva che nella struttura rabbinica non è, in fondo, che una costruzione moderna, databile al XIX secolo, in cui l’inserzione delle donne nella funziona sacrale risulta, più che altro, una concessione alle mutate condizioni sociali).Come se questo non bastasse, la riflessione proto-teologica e la propagazione della fede cristiana avvengono, inizialmente, ad opera di Paolo di Tarso, proveniente dalla tradizione farisaica e quindi evidentemente legato ad un’ottica di separazione delle funzioni tale per cui giunge a ricordare alle donne che nell’assemblea liturgica devono tenere il velo e “devono tacere” (1 Corinti 14:34), rimanendo sottomesse al marito (pur in un’ottica di sostanziale pari dignità)[1]. C’è addirittura chi è arrivato ad accusare Paolo di evidente misogenia, in particolare per la sua volontaria scelta celibataria, in netta contrapposizione con la consuetudine rabbinica[2].In realtà, tratti di misogenia (o, comunque, di esclusione femminile) sono rinvenibili lungo tutto l’arco storico cristiano, indipendentemente dalla suddivisione in diverse Denominazioni.Così, pur essendo le donne, fin dall’inizio della Chiesa paleocristiana, membri importanti del movimento, gran parte delle informazioni sul loro lavoro viene trascurato all’interno del Nuovo Testamento, evidentemente scritto e interpretato da uomini. In età patristica, gli uffici di insegnante e ministro sacramentale sono riservati agli uomini nella maggior parte delle Chiese d’Oriente e Occidente: Tertulliano, il grande padre latino del II secolo, scrive che “Non è permesso ad una donna parlare in chiesa. Né può insegnare, battezzare, fare offerte, né rivendicare per sé alcuna funzione propria di un uomo, meno di tutti l’ufficio sacerdotale[3], mentre Origene (185-254 d.C.), dichiara che “anche se è concesso alla donna di mostrare il segno della profezia, tuttavia non le è permesso di parlare in un’assemblea[4].Come naturale sviluppo di questa concezione, sia nella Chiesa cattolica che in quella ortodossa orientale, il sacerdozio e i ministeri ad esso legati (Vescovo, Patriarca, Papa) vengono limitati agli uomini: il primo Consiglio di Orange (441) arrivò, infine, a proibire in toto anche l’ordinazione delle donne al diaconato.E’ vero che con l’istituzione del monachesimo cristiano altri ruoli influenti si resero disponibili per le donne (a partire dal V secolo, i conventi cristiani fornirono l’opportunità ad alcune di sfuggire dalla vita strettamente matrimoniale, acquisendo alfabetizzazione e cultura e giocando un ruolo religiosamente più attivo), ma la posizione femminile, nonostante gli apporti teologici di figure come Santa Caterina da Siena e Santa Teresa d’Avila (in seguito dichiarate Dottori della Chiesa Cattolica Romana), rimase comunque defilata e, in fin dei conti, sempre sottomessa.Le cose non cambiarono con la Riforma, anzi, con l’abolizione luterana dei conventi femminili, visti come “luoghi di schiavitù”, si tolse alle donne anche l’unica possibilità di partecipazione attiva alla vita ecclesiastica, mentre la posizione tradizionale di supremazia maschile e di ambito sacrale riservato unicamente alle componente virile (almeno fino al XX secolo e con eccezioni all’interno di alcuni gruppi come i Quaccheri e i Movimenti pentecostali), rimase inalterata: John Knox (1510-1572)  giunse a negare alle donne il diritto di governare anche in ambito civile[5], il teologo battista John Gill (1690-1771) commentò 1 Corinzi affermando che, sulla base di Genesi 3:16. “la ragione per cui le donne non devono parlare in chiesa, o predicare e insegnare pubblicamente, o essere interessate nella funzione ministeriale è perché questo è un atto di potere e autorità, di regola e di governo e quindi contrario a quella soggezione che Dio nella sua legge impone alle donne rispetto agli uomini[6] e John Wesley (1703-1791), fondatore del Metodismo, pure permettendo che le donne potessero parlare pubblicamente nelle riunioni della Chiesa se “sotto uno straordinario impulso dello Spirito[7], sostanzialmente confermò la leadership maschile.Dopo questa brevissima disamina (che, per altro, tace i numerosissimi commenti di autorevoli guide di tutte le Chiese cristiane sulla “diabolicità” femminile, causa prima di cacce alle streghe protrattesi fino al XVIII secolo), potrebbe sembrare impossibile che, in nuce, nascoste da innumerevoli tentativi di negazione, esistano, alla base del Cristianesimo, parallele all’idea di una divinità mascolina, anche consistenti tracce di culto del femminino sacro.Se, però, sgombriamo la mente da ogni sovrastruttura, non risulta difficile vedere come vi siano diverse divinità femminili che possono vantare il titolo di “dea cristiana”: Maria, la madre di Gesù, è la prima figura che viene in mente, ma c’è anche Maria Maddalena, la “Dea dei Vangeli” che la Chiesa ha rifiutato di riconoscere come moglie di Cristo e, probabilmente, co-Messia (e va notato che vi sono addirittura teorie, in realtà poco provate, riguardo al fatto che, “Maria”, cioè in ebraico “Miriam”, potrebbe non essere un nome, ma un titolo delle sacerdotesse della Dea a Siloe[8]) e sussiste il fatto, quantomeno strano, che il termine ebraico per “Spirito Santo”, “Ruah”, sia femminile…È così impossibile pensare allo Spirito Santo come una dea cristiana e non un membro di una misteriosa invisibile Trinità tutta maschile? O, più provocatoriamente, non è possibile ipotizzare, parallelamente alla Trinità maschile, una Trinità femminile di Dio-madre (simboleggiata da Maria), Dio-figlia (Maria Maddalena) e Dio-spirito (Ruah)?In fondo, lo Spirito Santo compare al battesimo di Gesù in forma di colomba, cioè dell’animale che è stato a lungo un simbolo della Dea nel Vicino Oriente antico e che mai prima di quel momento viene utilizzato per simboleggiare un Essere divino maschio.Altrove, d’altra pare, si è già analizzato come l’idea di una divinità femminile non fosse, in realtà, così aliena alla cultura ebraica il cui il Cristianesimo si forma. Possiamo aggiungere che nel Vecchio Testamento, una “dea Sophia” è più volte menzionata nei Proverbi, nel Cantico dei Cantici e nel Siracide e se anche nel Cristianesimo greco-romano, probabilmente a causa dei pericoli dello gnosticismo, le immagini bibliche di un Dio al femminile vennero presto soppresse, nelle parti in cui si parla di Ruah troviamo che è proprio questo “spirito” che all’inizio della creazione crea vita abbondante nelle acque, che in seguito rende il grembo di Maria fecondo e che, in tutta la Bibbia ha il compito di prendersi cura dei fedeli, di consolarli e di guarirli, incarnando tutti gli aspetti che, atavicamente, sono propri della Dea Madre.È, dunque, possibile ipotizzare che la tradizione patriarcale dominante abbia solamente prevalso su altre tradizioni, portando ad una visione della donna come destinatario passivo della creazione di Dio e di Maria come prototipo dell’umanità redenta, in una totale eclisse della concezione di Dio come madre.Così i Cristiani di tutto il mondo si sono abituati a pensare il “Padre Nostro” come preghiera per eccellenza, non rendendosi conto che essa affronta solo il lato maschile della Divinità e rifiutando di ammettere la possibilità che il Signore avesse una moglie, come apparirebbe logico pensare, ad esempio leggendo nella Genesi che Dio Padre, in alcuni passi, si rivolge chiaramente a qualche compagno, ad esempio con espressioni quali “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza[9]“. In un numero notevole di tradizioni religiose il pensare (come, comunque, hanno fatto alcuni mistici ebraici) ad una sessualizzazione della creazione non comporterebbe alcun problema, ma se davvero dobbiamo ritenere, proprio sulla base del versetto della Genesi citato, che esista una similitudine profonda tra Divinità e esseri umani, è proprio sulla base della sessualizzazione umana che non risulterebbe poi così scandaloso interpretare l’atto creativo come un atto sessuale tra una divinità maschile fecondante e una divinità femminile fecondata, che, conseguentemente, formerebbero una prima coppia divina.Ma torniamo al testo evangelico propriamente detto. Nel tentativo di svelare il mistero delle “Marie” del Nuovo Testamento, è importante notare, anzitutto, che i Vangeli sono nati in un secondo tempo, come registrazione di una storia orale: anche senza addentrarci nello specifico cronologico, è un fatto che gli studi più recenti[10] confermino quanto sia improbabile che qualcuno degli scrittori del Nuovo Testamento in realtà conoscesse il Gesù storico dal momento che le prime testimonianze evangeliche, le Epistole di Paolo, furono scritte intorno al 51-57 d.C. e gli altri libri vennero probabilmente redatti alla fine del I secolo. Molti dei racconti biblici su Maria madre di Dio e Maria Maddalena furono, dunque, scritti 50 anni o più dopo la morte di Gesù e se a ciò si aggiunge che tutti gli studiosi concordano sul fatto che evidentemente l’attuale Bibbia ha subito aggiunte, eliminazioni e modifiche di traduzione nel corso dei secoli e che, in realtà, i suoi testi come li conosciamo oggi non possono dirsi interamente compilati fino al IV secolo d.C., non è difficile comprendere come si possa essere ingenerato un passaggio tra piano simbolico e piano letterale, con una modifica anche sostanziale dei significati. Diventa, allora, fondamentale cercare di re-inserire i racconti evangelici nel loro contesto storico-culturale per formulare ipotesi sulla visione protocristiana.Proprio sulla base di documenti storici altri, non legati direttamente al dato religioso, veniamo a scoprire che Erode Antipa divenne signore del Paese attraverso l’antico rito dello “Sposalizio Sacro” con l’Alto Regina Marianna, una sacerdotessa della Triplice Dea Mari-Anna-Ishtar, che era popolarmente adorata al tempo di Cristo e che aveva come santuario le tre torri del tempio o “Magdala”[11]. Non è forse una informazione che ci mette una “pulce nell’orecchio”? Non viene forse naturale riflettere su ciò che sappiamo realmente (o su quanto poco sappiamo) delle “Marie” del Nuovo Testamento?È nel tentativo di riempire i numerosi “buchi” delle nostre conoscenze in materia che, nel tempo, sono state sviluppate una serie teorie, seppur non sempre basate su prove circostanziali, riguardo a queste enigmatiche figure.Una delle più ardite (e inquietanti) tra esse riguarda la possibilità che Maria madre di Dio e Maria Maddalena fossero la stessa persona[12]. La presenza, piuttosto insistita, di una visione della divinità come madre e sposa allo stesso tempo all’interno della teologia delle religioni precristiane mediorientali può, teoricamente, permettere una indagine in questo senso né osta l’apparente contraddizione nella visione teologica più strettamente dogmatica tra verginità della madre di Dio e concezione popolare della Maddalena come peccatrice redenta, nel momento in cui, negli stessi corpi teologici, troviamo più volte il titolo di “vergine” conferito a dee sessualmente attive o a loro rappresentanti simboliche (ad esempio, a Babilonia, le prostitute sacre del Tempio sono spesso chiamate “vergini” con chiaro riferimento ad una verginità morale sebbene non fisica)[13]. Va, inoltre, notato come l’unione rituale di una sacerdotessa del tempio e di un re “disposto a morire per il suo popolo”, abbia come risultato, all’interno del mondo mesopotamico (da cui, è il caso di ricordarlo, gli Ebrei derivano) i cosiddetti “nati da vergine” o “figli divini”[14], esattamente con gli stessi termini con cui Cristo viene identificato. Su queste basi, è ipotizzabile, quantomeno a livello di possibilità e sulla scorta di risultanze storico-sociali coeve (ad esempio il matrimonio con Giuseppe, che negli apocrifi viene indicato come un vecchio che sposa una bambina, così come d’uso proprio per le bambine dedicate nei templi per preservarne la purezza fino all’età adulta), che Maria madre di Dio fosse stata dedicata a un tempio della Dea quando era piccola, divenendo una sacerdotessa atta al matrimonio ierogamico. Nel momento in cui un numero piuttosto notevole di prove indica, come vedremo, la possibilità che la Maddalena fosse una sacerdotessa del Tempio, potremmo anche arrivare a pensare ad una identità tra le due figure, identità che, comunque, rimane non provabile storicamente.Molto più provabile è, invece, appunto, la qualifica sacerdotale della Maddalena. Quattro elementi evangelici possono essere interpretatiti senza forzature in questo senso.Il primo è proprio il suo titolo di “Maddalena”, quasi identico a “Magdala”, che si è osservato in precedenza essere il nome della triplice torre del tempio della dea Mari-Anna-Ishtar, cosicché letteralmente, “Maria di Magdala” significherebbe “Maria del Tempio della Dea”, cosa che, di per sé, non contrasta neppure con la tradizione cristiana che vuole Maria come originaria della città di “Migdal”, nota come “il villaggio di colombe”, perché Migdal era il luogo in cui venivano allevate le colombe sacre proprio per il tempio della dea[15].In secondo luogo, Maria viene popolarmente conosciuta come una prostituta, così come le sacerdotesse della dea erano definite “prostitute sacre”, o, in forma più alta, “hierodulae”. Queste prostitute erano considerate malvagie dai leader ebraici del tempo (non tanto su base sessuofobica ma come rappresentanti di una divinità altra ed eretica rispetto a Geova) e numerosi commentari rabbinici le additano al disprezzo pubblico[16], il che spiegherebbe perché l’associarsi di Gesù ad una donna di questo tipo provocherebbe il biasimo dei suoi discepoli.In terzo luogo, Maria Maddalena è identificata in Marco e Luca come la donna posseduta da sette demoni che Gesù scaccia da lei. Ebbene, i “sette demoni” erano da sempre parte di un rituale simbolico del tempio della dea conosciuto come “la discesa di Inanna”, una delle cerimonie più antiche a noi note, registrata anche nell’Epopea di Gilgamesh e spesso praticata nel tempio di Gerusalemme di Mari-Anna-Ishtar[17].Infine, forse l’elemento più interessante in questo senso è l’unzione di Gesù con olio sacro da parte della Maddalena, un evento che (stranamente) viene registrato in tutti e quattro i Vangeli del Nuovo Testamento a indicarne la sua pregnanza di significato: l’unzione della testa del Gesù con olio (come descritta in Marco 14:3-4) è un simbolo inconfondibile delle “Nozze Sacre”, la più importante cerimonia eseguita dalle sacerdotesse del tempio della dea madre.L’immagine più comune, al di fuori del dogma cattolico, relativa alla Maddalena, è comunque quella di “sposa di Cristo” e non vi è di che stupirsi: molti dei Vangeli gnostici (venerati, in fase iniziale, dalla Chiesa cristiana e poi estromessi dal cannone) ritraggono Maria Maddalena come “discepolo più amato di Cristo“, riferendo che Gesù spesso la baciava sulla bocca e che arrivò a chiamarla “donna che sa tutto“, tanto che alcuni discepoli andarono da lei per conoscere gli insegnamenti di Cristo dopo la morte di quest’ultimo[18]. Nei Vangeli, la Maddalena è raffigurata seduta ai piedi di Gesù ad ascoltare i suoi insegnamenti (Luca 10:38-42) e come colei che unge con olio i piedi del Cristo asciugandoli con i suoi capelli (Giovanni 11:2, 12:3) e se tre dei Vangeli riportano che era ai piedi della croce, tutti e quattro i Vangeli affermano che era presente alla tomba di Gesù e il Vangelo di Giovanni sottolinea che dopo la risurrezione Cristo apparve a Maria Maddalena per prima: statisticamente Maria Maddalena è menzionata nel Nuovo Testamento di gran lunga più spesso che Maria madre di Dio.Margaret Starbird[19] ha dimostrato con numerose prove che, sulla base di questi dati, Maria Maddalena fosse a lungo (almeno fino al XIV o XV secolo) percepita da molti Cristiani come sposa di Cristo e madre di suo figlio e, soprattutto, come essa fosse una principessa di Betania, della linea genealogica di Beniamino (e la nobiltà di sangue era una dei requisiti essenziali per divenire sacerdotessa del tempio).Ciò fa sì che anche dal punto di vista politico una “ierogamia” tra una principessa-sacerdotessa della dea e un discendente della linea davidica avrebbe avuto senso. Da tempo molti studiosi hanno ampiamente documentato[20] il fatto che Gesù fosse sostenuto dai gruppi nazionalisti che volevano rovesciare i Romani e mettere un “figlio di Davide” sul trono di Gerusalemme (e, infatti, vi sono consistenti elementi per ritenere che Egli fu crocifisso non per bestemmia, cosa che sarebbe stata assurda da parte dei Romani, ma per sedizione, come dimostrano sia il tipo di punizione comminata, tipica per gli insorti, sia il “titulus crucis”) e se davvero una fazione forte di zeloti avesse voluto Gesù sul trono, di certo avrebbe visto di buon occhio che fosse sposato con una moglie “adatta”. In quest’ottica la Starbird suggerisce che le nozze di Cana fossero, in realtà, la storia simbolica del matrimonio ierogamico di Gesù con Maria di Betania: potrebbe non essere casuale che “Cana” sia la radice di “zelota” in ebraico (“Cananaios”)  e la trasformazione dell’acqua in vino potrebbe rappresentare la nuova alleanza per il popolo di Gerusalemme tra stirpe di David e seguaci del culto della dea[21]. D’altra parte, la ierogamia, una cerimonia per rinnovare la terra, era, a volte, seguita dalla morte simbolica del Redentore/re/sposo, chiamato a sacrificare il proprio sangue per il popolo e ciò era particolarmente presente proprio nel culto di Ishtar, in cui lo sposo della dea, veniva unto (una pratica pre-ierogamica già attestata nell’Epopea di Gilgamesh), sacrificato simbolicamente, scendeva agli inferi, riceveva le lamentazioni della sposa (vicariamente la sacerdotessa di Ishtar) e risorgeva a nuova vita per la salvezza dei fedeli. In questo quadro, avrebbe un forte significato anche il fatto che il Cristo preconizzi il proprio sacrificio proprio nel momento nell’unzione da parte di Maria (Marco 14:8-9)[22].Di fatto, vi sono forti evidenze di un culto congiunto di Maria Maddalena e della Madonna (e non è senza significato il fatto che la Maddalena fosse sempre dipinta a destra della Madonna, segnalandone, così una importanza maggiore) almeno fino alla campagne contro gli Albigesi e vi è addirittura chi pensa che Notre Dame fosse dedicata a lei e non alla Madre di Dio[23].Che senso avrebbe avuto un culto così diffuso e prolungato nel tempo (l’ultimo tempio dedicato alla Maddalena, nel sud della Francia, fu distrutto solo nel 1781) se Maria di Magdala fosse stata “solo” una santa come altre, una seguace di Cristo come moltissime presenti nella schiera di discepoli che accompagnava Gesù?  Non possiamo, piuttosto, pensare ad una tradizione sotterranea, combattuta dalla Chiesa ufficiale, che vedeva nella Maddalena una co-redentrice, il lato femminino della redenzione e la sposa ierogamica di Cristo?Una ulteriore traccia di questo culto, costretto dalla Chiesa alla clandestinità, è presente nella devozione alla Madonna Nera, che ha prosperato in numerose aree d’Europa. Perché una Madonna nera? Molte speculazioni sono state fatte a tale proposito ma quelle che appaiono più verosimili hanno base scritturale: la sposa del Cantico dei Cantici dice: “Sono nera ma bella, o figlie di Gerusalemme” (Cantico dei Cantici 1:5), mentre, riguardo ai principi caduti di Gerusalemme, troviamo “Ora il loro aspetto è più nero di fuliggine, sono riconosciuti per le strade” (Lamentazioni 4:8): insomma, ancora una volta abbiamo a che fare con uno sposalizio e con la nobiltà davidica… Se poi teniamo conto che numerosi studi[24] hanno teso a collegare le “Vergini nere” al culto di Iside (spesso rappresentata come “nera” perché in lutto per la morte del dio Osiride), molto popolare al tempo di Cristo, di nuovo ci troviamo a fare i conti con aspetti del culto della dea e del “femminino sacro” che, scacciati dalla “porta” del Cristianesimo, sembrano essere rientrati dalla “finestra”, attraverso allusioni, dissimulazioni, tracce rimaste nonostante gli sforzi censori della Chiesa ufficiale.Intendiamoci, sempre e solo di tracce si parla (e spesso tracce diversamente interpretabili) e, conseguentemente, di possibilità, ipotesi di ricerca, labili indizi.Eppure, tali indizi esistono e apparirebbe assurdo non tenerne conto solo in virtù di una forzata “mascolinizzazione del Divino” che sembra contrastare con la visione religiosa di tutti gli altri popoli antichi, inclusi quelli dai quali proprio il Cristianesimo ha avuto origine.Note[1] Ef. 2, 25-33[2] K.M. Rogers, The Troublesome Helpmate, University of Washington Press 1966, pp. 48 ss.[3] Tertuliano, De Virginibus Velandis, Cap.91.[4] Origene,  Fragmenta ex Commentariis in Epistulam I ad Corinthios, II.16.[5] J. Knox, Il Primo Squillo di Tromba Contro il Mostruoso Governo delle Donne, Unicopli 2003, passim.[6] J. Gill, An Exposition of the New Testament, Vol.II, Cap.6.[7] J. Wesley, Notes on the New Testament, Vol.2.[8] R.E. Friedman, The Hidden Face of God, HarperOne, 1996, pp. 63 ss.[9] Gen. 1:26.[10] Da Loisy a Kirby a Kirsop Lake, etc.[11] K. Hassel, The Formation of the Christian Gospel, Michigan State University Press 1999, pp. 119 s[12] Come si ipotizza, ad esempio, in R. Klunbach, The Virgin Prostitute, Elman Publisher 1994, passim.[13] J. Bronson, The Roots of the Mystery, Routger Press 1997, passim[14] Ivi.[15] A.C. Williman, Mary of Magdala, BSSB Publishing 1990, passim.[16] G. Davis, Ishtar, Benson&Bridget 1993, pp. 71-72.[17] Ivi, pp. 83 ss.[18] L. Picknett, Maria Maddalena. La Dea Occulta del Cristianesimo, L’età dell’Acquario 2005, passim.[19] M. Starbird, The Woman with the Alabaster Jar, Inner Tradition 2001, passim.[20] Fin dai tempi di S.G.F. Brandon, Jesus and the Zealots, Manchester University Press 1967, passim.[21] B. Underwierd, The Christian Goddess, Eerdeman 2006, pp. 119 ss.[22] M. Starbird, Citato, pp. 94 ss.[23] G. Coubiard, Notre Dame, Maupass 1994, passim.[24] Barnes, Mitula, Prozniewski , etc.  centrostudilarune

Suore, le prime donne emancipate (by Camilleri)

Mercoledì, 20 Aprile 2011

Elisabetta-Canalis-sexy-suoraFurono le suore i battistrada dell’emancipazione femminile. In Italia, nell’Ottocento. Paradossalmente, proprio a causa della politica laicista risorgimentale. L’abolizione degli ordini religiosi contemplativi e la privazione della personalità giuridica per quelli «socialmente utili» cagionò – altro paradosso – l’aumento esponenziale delle vocazioni femminili: ben 185 nuove famiglie religiose. Le nuove superiore generali erano costrette a intestarsi e gestire un patrimonio (cosa che alle donne laiche italiane fu concessa solo nel 1919) e a viaggiare continuamente per dirigere le varie case.A quest’ultimo punto ostavano le disposizioni ecclesiastiche, ferme al Concilio di Trento (che per le comunità femminili prescriveva la clausura). Ma la brutale separazione tra Chiesa e Stato aveva praticamente distrutto il vecchio modello, che prevedeva un patrimonio di fondazione e la dote per le aspiranti suore. Adesso le suore dovevano mantenersi col loro lavoro. Da qui la necessità di farle studiare. Da infermiere, da maestre. Addirittura laurearle mandandole a Genova, l’unica università che accettasse donne. A Genova infatti andavano a studiare le milanesi «marcelline», e in abito civile: le marcelline furono le prime a creare scuole superiori per donne, licei femminili.L’apripista fu la nobile bergamasca Teresa Eustochio Verzeri (1801-1852), che fu poi beatificata. Nel 1830 fondò le Figlie del Sacro Cuore di Gesù e nel 1847 andò a chiedere al papa, il b. Pio IX, l’inaudito permesso di amministrare personalmente e direttamente, quale superiora generale, i beni della sua opera. «Le suore furono fra le prime donne a prepararsi con studi professionali», scrive Lucetta Scaraffia nel saggio Il contributo dei cattolici all’unificazione (in I cattolici che hanno fatto l’Italia, a cura di Lucetta Scaraffia, Lindau). «Anche le prime scuole per infermiere sono state istituite da suore per altre suore». Le suore «si trovavano a dirigere orfanotrofi, scuole, ospedali, e quindi a viaggiare spesso, conducendo una vita molto più emancipata e impegnativa di quella offerta alle donne laiche loro contemporanee». Per tutto il XIX secolo «le fondatrici delle congregazioni religiose hanno amministrato patrimoni ingenti, in forte anticipo sul mondo laico». Questa emancipazione femminile «si è imposta a causa dell’espropriazione dei beni ecclesiastici, un provvedimento che, secondo molti, avrebbe distrutto la Chiesa, ma che in realtà ha aperto alle donne nuove possibilità di realizzazione».Di più: «Per una donna di bassa condizione entrare in una congregazione significava un vero e proprio investimento culturale e sociale», cosa negata nel mondo laico. Si pensi, per esempio, a Maria Domenica Mazzarello, un’analfabeta che parlava solo il dialetto. «Scoperta» da don Bosco, divenne la fondatrice delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ramo femminile dei salesiani. O alla patrona degli emigranti, Francesca Cabrini, che prese il diploma di maestra proprio in una delle scuole della Verzeri. r.camilleri giornale.it

Ravot, la fidanzata di Berlusconi

Mercoledì, 6 Aprile 2011

cristina-ravotNon si sa se sia lei la fidanzata di Silvio Berlusconi, ma il premier deve volerle comunque molto bene, visto che le ha regalato un lussuosissimo appartamento nel cuore della Capitale. Per Cristina Ravot, la cantante sassarese di 37 anni, il Cavaliere ha speso ben un milione e settecentocinquantamila euro per una casa di grande metratura, composta da quattro camere, cucina, due bagni. Il palazzo affaccia proprio sulla statua di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori.Lei, diplomata in pianoforte al Conservatorio, studi a Boston e spesso a villa Certosa per allietare le serate del premier insieme al musicista neo-melodico Mariano Apicella; la mattina del 12 giugno 2008 si è presentata nello studio romano del notaio Igor Genghini e ha comprato da una certa Maria Teresa Rigacci l’appartamento al secondo piano di una palazzina d’epoca a piazza Campo de’ Fiori, con cortile interno a via dei Baullari. E che si tratti di un regalo lo si capisce non solo dalla cifra milionaria, ma anche dal fatto che il pagamento è avvenuto tramite quattro assegni circolari non trasferibili emessi dalla Filiale di Segrate della banca Monte dei Paschi di Siena, quella dove ha il conto Berlusconi.Il primo di trecentocinquantamila euro è datato 6 marzo 2008, mentre gli altri tre, del valore di un milione e quattrocentomila euro, sono stati consegnati quella mattina in mano alla venditrice. Due assegni circolari da cinquecentomila euro ciascuno e uno da quattrocento. Da allora la cantante sassarese vive in una delle piazze più belle di Roma e ha trasferito lì la sua residenza.E di fronte a un simile regalo è difficile pensare che Cristina Ravot sia solo un’amica per il Cavaliere. Anzi, da quando si è scatenato il “toto fidanzata” il suo nome è quello più gettonato. Senza contare poi le ultime rivelazioni di Lele Mora, che in un’intervista ha svelato alcuni dettagli sulla misteriosa ragazza di Silvio. L’agente dei vip ha detto che Berlusconi è fidanzato da più di due anni (la casa è stata comprata nel 2008), che la fortunata è sarda (Cristina è di Sassari), ha studiato (la Ravot è volata fino a Boston per aumentare il suo livello culturale) ed è bionda (certo la cantante non è mora).Ciò che non torna, però, è l’età della giovane (per Mora la fidanzata di Silvio ha tra i 25 e i 28 anni mentre la pianista ne ha dieci in più). «L’abbiamo vista in pochissimi», giura Mora, il quale alla domanda se per caso si trattasse della Ravot risponde: «Non dico niente».Ma come si sono conosciuti Cristina e il premier? Galeotto fu Mariano Apicella. È stato proprio il cantante napoletano tanto caro al Cavaliere a introdurre la pianista alle feste di Silvio. E lei non si è fatta sfuggire l’occasione: sembra che abbia conquistato il presidente del Consiglio proprio con la sua voce melodiosa, dedicandogli una canzone. Nel 2009 la sassarese, che per la musica ha una passione, viene inserita tra i big del Festival di Sanremo. L’allora direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, però, si oppone e l’esibizione della Ravot sfuma.Non va in porto neppure il tentativo di candidare Cristina alle Europee, dopo che Veronica Lario, al tempo ancora moglie di Berlusconi, parla delle candidature come «ciarpame senza pudore». Dispiaciuto il premier. Per Silvio lei è «una professoressa di musica», una che «canta e che ha del talento», «l’unica che avevamo per la Sardegna, un candidato presentabile e mi dispiace proprio che alla fine sia rimasta fuori». La pianista ha comunque partecipato a trasmissioni televisive in Rai e a Mediaset. Rita Cavallaro per “Libero”

La femmilizzazione del mondo (by De Benoist)

Martedì, 22 Marzo 2011

Dice il pediatra Aldo Naouri: «La società ha adottato integralmente, senza limiti e contro-poteri, valori femminili». Lo testimoniano il primato dell’economia sulla politica, dei consumi sulla produzione, della discussione sulla decisione; il declino dell’autorità rispetto al «dialogo», ma anche l’ansia di proteggere il bambino (sopravvalutandone la parola); la pubblicità dell’intimità e le confessioni da tv-verità; la moda dell’umanitario e della carità mediatica; l’accento costante su problemi sessuali, riproduttivi e sanitari; l’ossessione di apparire e piacere e della cura di sé (ma anche il ridurre il corteggiamento maschile a manipolazione e molestie); la femminilizzazione di certe professioni (insegnanti, magistrati, psicologi, operatori sociali); l’importanza dei lavori nella comunicazione e nei servizi, la diffusione di forme tondeggianti nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro); la voga dell’ideologia vittimista; la moltiplicazione dei consulenti familiari; lo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà; la nuova concezione della giustizia che la rende non più mezzo per giudicare equamente, ma per risarcire il dolore delle vittime (onde «elaborino il lutto» e «si rifacciano una vita»); la moda ecologica e delle «medicine alternative»; la generalizzazione dei valori del mercato; la deificazione della coppia e dei suoi problemi; il gusto per la «trasparenza» e per il «mischiarsi», senza dimenticare i telefonini come surrogato del cordone ombelicale; infine la globalizzazione stessa, che tende a instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).Certo, dopo la dolorosa «cultura rigida» stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ma ormai essa provoca l’eccesso opposto. Oltre a significare perdita di virilità, porta a cancellare simbolicamente il ruolo del Padre e a rendere i ruoli sociali maschili indistinti da quelli femminili. La generalizzazione del salariato e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi agli uomini manchi il tempo per i figli. A poco a poco, il padre s’è ridotto al ruolo economico e amministrativo. Trasformato in «papà», si muta in semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore di volontà materne, mezzo assistente sociale e mezzo attendente che aiuta in cucina, cambia i pannolini e spinge il carrello della spesa.Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime innanzitutto il mondo di affetti e bisogni, il padre ha il compito di tagliare il legame fra madre e figlio. Figura terza, che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica, permettendone l’innesto socio-storico, ponendolo in un mondo e in una durata, assicura «la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere» (Philippe Forget). Ponte tra sfera familiare privata e sfera pubblica, limite del desiderio davanti alla Legge, si rivela indispensabile per costruire il Sé. Ma oggi i padri tendono a divenire «madri qualsiasi». «Anche loro vogliono essere latori dell’Amore e non solo della Legge» (Eric Zemmour). Senza padre, però, il figlio stenta ad accedere al mondo simbolico. Cercando un benessere immediato che non si misuri con la Legge, trova con naturalezza un modo d’essere nella dipendenza dalla merce.Altra caratteristica della modernità tardiva è che la funzione maschile e quella femminile sono indistinte. I genitori sono soggetti fluttuanti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’interferenza dei punti di riferimento. I sessi sono complementar-antagonisti: s’attirano combattendosi. L’indifferenziazione sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni. Confondendo identità sessuali (ce ne sono due) e orientamenti sessuali (ce ne sono tanti), la rivendicazione d’eguaglianza fra genitori (che toglie al figlio i mezzi per dare un nome ai genitori e che nega importanza alla filiazione nella sua costruzione psichica) significa chiedere allo Stato di legiferare per convalidare i costumi, per legalizzare una pulsione o per garantire istituzionalmente il desiderio. Non è questo il suo ruolo.Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia ha proceduto di pari passo con la sua invasione a opera dell’«apparato terapeutico» di tecnici ed esperti, consiglieri e psicologi. Col pretesto di razionalizzare la vita quotidiana, tale «colonizzazione del vissuto» ha rafforzato la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e controllo disciplinare dello Stato. In una società ritenuta sempre in debito verso gli individui, oscillante fra memoria e compassione, lo Stato-Provvidenza, dedito alla lacrimosa gestione delle miserie sociali tramite chierici sanitari e securitari, s’è mutato in Stato materno e maternalista, igienista, distributore di messaggi di «sostegno» a una società coltivata in serra.Ma tutto ciò è evidentemente l’esteriorità del fatto sociale, dietro il quale si dissimula la realtà di ineguaglianze salariali e donne picchiate. Radiata dal discorso pubblico, la durezza torna con tanta più forza dietro le quinte e la violenza sociale risalta sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élite e il posto preso dalla donna nel mondo del lavoro non l’hanno resa più affettuosa, tollerante, attenta all’altro, ma solo più ipocrita. La sfera del lavoro dipendente obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui fine è il continuo lucro. Si sa, il capitalismo ha sempre incoraggiato le donne a lavorare: per ridurre i salari degli uomini.Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che s’osservano anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava spesso l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Oggi, nei Paesi occidentali, la patologia più comune sembra essere un narcisismo diffuso, che si traduce nell’infantilizzare chi ne è colpito, in un’esistenza da immaturi, in un’ansia orientata alla depressione. Ogni individuo si crede oggetto e fine di tutto; la ricerca dello stesso prevale sul senso della differenza sessuale; il rapporto col tempo si limita all’immediato. Il narcisismo genera un fantasma d’auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, dove passato e futuro sono parimenti appiattiti su un perpetuo presente e dove ognuno si pensa come oggetto di desiderio e pretende di sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Società senza «padri», società senza «ripari»! a . de benoist centrostudilaruna.it

La parità di sessi per legge è contro la teoria liberale

Domenica, 13 Marzo 2011

Laddove la cultura civile si mostra sonnolente, interviene, come una scure gelida, la legge. Accade così per le quote rosa. Non c’è dubbio che il nostro paese, mediterraneo, mammocentrico, familistico, e un tantino bigotto, segni dei ritardi sul tema dell’emancipazione femminile: poche donne nei posti chiave della politica, dell’imprenditoria, delle professioni; poche donne là fuori a dimostrare ciò che valgono, blindate come sono nelle routine domestiche. Non c’è dubbio tuttavia che imporre per legge – per quanto graduale possa esserne l’attuazione – la parità tra i sessi, ci lascia in bocca un retrogusto un po’ “bolscevico”, che ci insospettisce. In effetti imporre per legge un valore sociale sa già di dogma tecnocratico; non foss’ altro perché obbliga una scelta che altrimenti sarebbe libera. Invece che un’intervento impositivo ex-post, ci piacerebbe vedere un intervento costruttivo ex-ante. La forza della teoria liberale infatti si basa sull’emancipazione dal concetto di uguaglianza. L’uguaglianza di per sé è qualche cosa da cui rifuggire perché nemica del merito, della volontà intima, in una parola, della libertà individuale. La storia ci ha insegnato che ogni tentativo di istituzionalizzazione dell’uguaglianza ha degenerato nella dittatura; la società aperta e democratica ci ha insegnato che ciò che conta non è l’uguaglianza ma l’uguaglianza di opportunità. Tenendo ben saldo questo principio – evitando di cedere al fascino della sociologia scolastica preconfezionata a Bruxelles – si deve agire sui protocolli del nostro stato sociale cercando di attivare politiche di redistribuzione dei compiti tra uomo e donna e di agevolazione del lavoro femminile. Lo stato sociale dovrebbe attivare una serie di meccanismi correttivi che puntino ad emancipare il gentilsesso, ma che siano in grado di costruire attorno a questa emancipazione un senso civico ed un destino condiviso. Solo in questo modo lo Stato e le istituzioni che lo rappresentano, si smarcano dall’immagine del Leviatano tiranno e divengono costruttori di civiltà. Queste politiche dovrebbero agire in tre direzioni principali : sostegni alle aziende che assumono le donne; pacchetti pater familas per incentivare la partecipazione domestica maschile, e infine servizi statali e agevolazioni economiche alle madri lavoratrici. In questo modo il sesso non sarà più materia discriminatoria: i consigli di amministrazione verranno scelti in base al merito, la gestione della famiglia verrà decisa in base ad un’equa ripartizione delle fatiche, e la questione – d’interesse puramente algebrico – di quanti posti di comando siano o meno occupati da donne, verrà dimenticata. La differenza tra i “regimi intellettuali- tecnocratici” e quelli liberali sta proprio in questo : i primi intervengono direttamente sul fine, i secondi discutono sul metodo per raggiungere tale fine. La differenza? La libertà della società civile. m. saccone l’occidentale

La riscossa della donna cattolica

Mercoledì, 9 Marzo 2011
Spòsati e sii sottomessa. Il titolo mi capita fra le mani quasi per caso, ed ho un sussulto. Passi per lo “spòsati” che più che un suggerimento è un auspicio, visto che rappresenta il desiderio più o meno espresso di ogni donna, comprese le femministe più convinte e le single impenitenti, è quel “sii sottomessa” che mi lascia un po’ perplessa perché, ne sono sicura, non troverebbe d’accordo praticamente nessuna delle 27 spose che negli ultimi 5 anni ho visto pronunciare il fatidico sì. Penso a Laura, che dopo due mesi di convivenza con suo marito, è riuscita nell’impresa di far capire alla sua dolce metà che – attenzione uomini, potreste sconvolgervi – i panni sporchi non camminano da soli fino al cesto della biancheria da soli, penso a Silvia, che con lo stesso principio ha dovuto, non senza traumi, spiegare al marito che l’insalata, gli affettati e i formaggi non crescono nel frigorifero, o penso a Cristina che con un’operazione strategica che neanche Annibale, ha nominato suo marito “responsabile del bagno”, un riconoscimento non da poco per un uomo che fino ad allora poteva esercitare giurisdizione solo nel garage, così lei ha ottenuto un marito che pulisce il bagno, che tradotto significa che almeno non lo lascia come Waterloo dopo la battaglia, e ne è pure fiero. Ora, cosa avrebbero detto queste mogli eroiche di fronte a  quel “sii sottomessa”?Bisognava capire come mai questa Costanza Miriano, giornalista al Tg3, quindi con orari di lavoro immagino non certo comodissimi, moglie di un uomo normale (lo deduciamo dal fatto che più volte lo paragona ad un cavernicolo), madre di quattro figli di età compresa tra 4 e 11anni e per giunta una bella donna, il che implica un investimento energetico minimo nella cura della persona, potesse dire alle sue sorelle “Sottomettetevi”. E ho deciso di chiederle spiegazioni… «Mia sorella mi dice sempre che sono “sdatta”, che in perugino significa che non sono adatta. Ecco. Io non sono adatta al mio ambiente. Adesso ne ho definitivamente la prova. Vado in giro nel mondo come mister Magoo, senza vedere i pericoli. Non immaginavo minimamente che la parola  sottomissione potesse essere fraintesa, cosa che invece ho cominciato a capire in questi giorni, vedendo le reazioni al mio libro. Se una è totalmente fuori dalla logica del dominio non si può risentire se riceve l’invito alla sottomissione, intesa come stare sotto, cioè alla base. Sostenere, sorreggere, aiutare, essere le fondamenta della coppia, della famiglia. Cosa ci può essere di offensivo?  Non c’è niente di più bello da dire a una donna. E molte, moltissime donne che conosco lo fanno naturalmente, sono rocce salde a cui in tanti si appoggiano. Stare sotto se una esce dalla logica del dominio ha solo una collocazione “spaziale”, diciamo. Essere alla base vuol dire accogliere i malumori con un sorriso, mediare tra i caratteri di tutta la famiglia, consolidare, mettere la pace. Quando una fa così conquista l’uomo con la sua bellezza, e poi i mariti – come dice san Paolo nella lettera agli Efesini – saranno pronti a morire per la moglie. L’uomo non resiste alla donna che ascolta la sua voce».
Nel tuo libro scrivi “Tutti i proclami sul corpo delle donne, usate solo per la loro bellezza, sulle crudeli regole del successo e della società dell’immagine che ci vuole sempre giovani e ci costringe, poverette, alla chirurgia estetica, sul bisogno di riconquistare la nostra autonomia, a noi – quando siamo in fila al supermercato e piove e stanno per finire contemporaneamente il calcio e la lezione di catechismo e una figlia dorme e l’altra deve andare in bagno – ci turbano pochissimo” e poi ancora “nessuna donna in carne e ossa ha mai avuto problemi simili a quelle di cui con tanto zelo si occupano un certo femminismo e molti giornali”, in che senso?«Il femminismo si è preoccupato molto della libertà sessuale, della contraccezione, dell’aborto, che oltre a essere la più grande tragedia contemporanea è anche la più grande tragedia che possa ferire il cuore di una donna. E – a parte che i bisogni profondi del cuore, di una donna e di un uomo, li può saziare solo Dio, e non una rivendicazione sociale o politica – anche da quel punto di vista mi sembra che il femminismo si sia occupato poco di cambiare le regole del mondo del lavoro. Ha combattuto perché ci entrassimo, ma a prezzi altissimi sul piano della vita personale. Non si è preoccupato di renderlo a misura di mamma, di famiglia. Noi possiamo dare un contributo prezioso alla società, siamo brave, ma non è possibile che per farlo dobbiamo abbandonare gli affetti. Di tutto questo i giornali si occupano raramente, anche perché per la gran parte sono popolati di persone che si sono formate nel clima culturale del ’68. Non sono convinta che il nostro paese sia così misogino come si dice, né che le donne siano discriminate, a parte i casi “patologici” di violenze, soprusi. Con le donne che ne sono vittime, se mai dovessero sentirsi offese dalle mie parole, mi scuso. Ma la norma non è come viene dipinta sui giornali. La grande sfida semmai, per come la vedo io, sarebbe quella di migliorare il mondo del lavoro, renderlo più attento ai meriti, e, per quel che riguarda le donne, più flessibile nei tempi; permettere di entrare e uscire dalla vita professionale senza per questo dover ogni volta ripartire dall’incarico di addetta alle fotocopie. Bisognerebbe evitare di costringerci a dormire con la guancia appoggiata sulla scrivania nascoste dietro allo schermo di computer, a rovistare freneticamente tra ciucci e peluche alla ricerca di una penna in fondo alla borsa perché l’ufficio stampa ti chiama mentre sei dalla pediatra e la tachicardia non ti abbandona fino a notte fonda. Bisognerebbe poi, e questo è un sogno, scardinare anche le regole del potere come dominio anche nel mondo del lavoro, ma qui vado fuori tema».Qualcuno potrebbe accusarti di voler cancellare le conquiste del femminismo…«Il femminismo è stata un’importante stagione di fioritura, però ha preso una deriva: ha riportato tutto alla logica della contrapposizione che voleva superare. L’emancipazione femminista è, a ben vedere, solo un ribaltamento di quel desiderio di prevalere. Non comandi tu, adesso comando io. Invece la vera, profonda parità c’è quando, in una logica di servizio, ognuno fa quello che sa fare, nel suo specifico, con lealtà, dedizione, con la gioia di dare, senza stare a misurare troppo chi ha fatto di più. Gli equilibri nella vita, si spera lunga, lunghissima, di una coppia, possono cambiare infinite volte, e si può fare molte volte a turno».Il libro di Costanza Miriano, Vallecchi editore, racconta le donne esattamente per sono, con i loro 10 files aperti contemporaneamente: lavoro, figli, marito, spesa, ceretta, corsi di aggiornamento, cena da preparare, compiti da verificare, telefonate chilometriche con le amiche, varie ed eventuali. Quella quotidianità che ti fa parlare al telefono mentre stai guidando, pranzando, e se ti fermi al semaforo ti dai anche una ritoccata al trucco, quella quotidianità in cui il viaggio in macchina per una donna cattolica è anche tempo prezioso per recitare il Rosario, o almeno qualche decina, e ancora quella quotidianità in cui a tutti i files Costanza Miriano aggiunge la Messa quotidiana, ma come fai?«Certo di tempo ne ho poco, ma quello che rende la vita pesante è l’assenza di senso, non la fatica pratica. E la Messa  – o dovrei dire la ..ssa, perché io ne prendo sempre un pezzo, arrivo in ritardo sempre e ovunque –dà il senso a tutto. Alla vita, alla morte, a ogni azione. I contemporanei soffrono per la mancanza di senso. La Messa è l’Onnipotente che decide di venire a stare con te, proprio con te, creatura infangata e impastata di male, e bisognosa di misericordia. E’ un pieno di tenerezza e di mitezza che noi, almeno io, riusciamo solo vagamente, a intuire, tanto è più grande di noi. Ed è, è proprio il caso di dirlo, la bussola quotidiana!».Il volume è una raccolta di lettere che l’autrice scrive alle figlie, ai colleghi, agli amici, ma soprattutto alle amiche, con le quali condivide un conto salatissimo con le compagnie telefoniche per le ore trascorse a scambiarsi consigli. Nel libro si legge “la mia risposta a qualsiasi problema è una a scelta tra le seguenti: ha ragione lui, sposalo, fate un figlio, obbediscigli, fate un figlio, trasferisciti nella sua città, perdonalo, cerca di capirlo e infine, fate un figlio”. Non pensi matrimonio e figlio a volte possano rendere ancor più complesse relazioni già zoppicanti?
«Certo, né il matrimonio né il figlio vanno scelti come ancora di salvezza di un rapporto che non funziona. In  generale però penso che  fare scelte definitive e radicali, con impegno e serietà, mette in salvo da questa mentalità dominante della dittatura dei sentimenti, delle emozioni, in cui tutto è liquido, fluido, provvisorio. A me sembra che diamo troppa importanza alle sensazioni, all’emotività. Basta un ostacolo che tutto si rimette in discussione. Viviamo spesso in un’eterna adolescenza che esalta il dubbio e l’indefinito come un valore. Così nei momenti di difficoltà sembra naturale mollare, rompere i rapporti, cambiare.  Il matrimonio ci protegge da questa incostanza. Perché le fasi di dubbio arrivano per tutti. C’è sempre un momento in cui il principe azzurro, trasformatosi dopo il bacio in un ranocchio, ti si presenta sotto una luce diversa. Come ho scritto nel libro, ti compare con la scarpa a ciabatta e l’accuratezza nello stile degna del Grande Lebowski, che va a fare la spesa in accappatoio (e anche lui a volte, d’altra parte, ti troverà gradevole come un’insalatina scondita). Ma se si sa andare oltre il momento, si impara non a chiedersi se le cose funzionano, ma come farle funzionare, allora la prospettiva è tutta un’altra».A proposito di funzionamento, molte donne compiono sforzi inenarrabili cercando di far funzionare le cose trasformando il marito in un collaboratore domestico perfetto, invece tu per l’uomo di casa hai in mente un ruolo decisamente diverso….«In molti cadono in questo equivoco: la sottomissione non c’entra niente con la divisione dei compiti. C’entra con il non imporsi, non dare ordini, non volere imprimere il nostro stile alla gestione della famiglia. Io comunque non vorrei un marito colf, un casalingo sensibile e indeciso come ne vedo tanti, ma un uomo solido che sa da che parte la famiglia debba andare».Insomma se ad una prima occhiata il titolo “sposati e sii sottomessa” mi aveva inquietata, di certo leggendo il libro e facendo due chiacchiere con l’autrice si capisce bene che la sottomissione tutto è fuorchè una sorta di rassegnata remissività. Costanza Miriano restituisce smalto alla donna cattolica, da sempre legata ad un’immagine che la vuole ingessata nella camicia di flanella bianca e la gonna blu al ginocchio, il tutto correlato da un’espressione perennemente contrita. Che cosa manca a questa immagine?
«Il trucchetto del diavolo è sempre quello, dal paradiso terrestre in poi: vuole farci credere che accettare di essere creature – questo alla fine è la fede – creature finite ma amate infinitamente, non è vivere in pienezza ma ci tarpa le ali, mortifica la nostra bellezza e la nostra allegria. Come se dovessimo rinunciare davvero a qualcosa. Provare a rinunciare al peccato, questo sì (ma chi ci riesce?). Ma per il resto, non è che perché ho fatto l’ufficio delle letture poi non mi trucco o non metto i tacchi. Per carità, non scherziamo. Io potrei sostenere conversazioni di ore sullo smalto e sulla consistenza degli ombretti neri in crema attualmente in commercio. Che, detto fra noi, sono difficili da trovare. Anzi, ne hai uno da prestarmi?». r. frullone bussola quotidiana

Quando Bossi ce l’aveva duro

Mercoledì, 1 Dicembre 2010

La Lega Nord, l’obbedienza al capo, per cui, dichiarò Matteo Salvini nel 1999 redattore della Padania, si sarebbe anche buttato “di testa dal soffitto della mensa” se il Senatùr glielo avesse chiesto. “Umberto Magno”, di Leonardo Facco, già giornalista della Padania e militante della prima ora, disarticola dall’interno il potere di Umberto Bossi, raccontando le contraddizioni del Carroccio: dagli slogan sulla “Roma Ladrona”, alle lottizzazioni fatte in proprio, in famiglia, che siano quelle dei potenti governatori del Nord o quella più ristretta del Capo, che non ha solo “il Trota” da sistemare. Dallo scandalo della Credieuronord alle propaggini razziste del movimento, Facco racconta “la vera storia dell’imperatore della Padania”. Qui di seguito pubblichiamo (con alcuni tagli dovuti allo spazio in pagina) il capitolo più spinoso, quello dedicato al rapporto del Capo con le donne. BOSSI E LE DONNE “I figli e la famiglia tradizionale!”. Chi di voi ricorda i sermoni che – alla fine degli anni Novanta – Umberto Bossi dispensava per ore da Radio Padania Libera, in cui proponeva la Lega Nord come baluardo dei valori del cattolicesimo? (…) Facciamo un passo indietro e riprendiamo le parole pronunciate da Rosanna Sapori, che nell’intervista rilascia- formista a fine agosto del 2010, ha sottolineato il suo “rapporto bellissimo col capo (…). Una relazione che, a differenza di altre donne all’interno della Lega, non aveva alcuna implicazione sessuale”. (…) Rosanna Sapori: ma… questa affermazione, mi scusi, o è gratuita o la deve giustificare, no? “Ah bè, la giustifichiamo subito! La signora X venne beccata nelle stanze di via Bellerio ancor prima che finisse a ricoprire ruoli istituzionali di primissimo piano. Certo, se vuoi le foto non le ho” (…) “Guardi, a me Bossi era simpatico e tutto, ma fisicamente mi faceva schifo. Comunque, se io fossi stata con Bossi a quest’ora non avrei una tabaccheria, avrei una catena di tabaccherie e sarei presidente della Tim. Ha capito? Lui ci provò con me nel senso che lui ci provava con tutte. Io, fattami l’avance, gli dissi: a parte che non hai più l’età, io so che tu vai con questa tizia, che è veramente brutta, quindi mi sa che a te va bene chiunque..”. E lui? “Lui si girò e mi disse: brutta? Se gli metti il cuscino in faccia non la vedi più!”. (…) Bossi era uno che se le faceva tutte? Maddai… “Diciamo pure che Bossi era un bel dongiovanni e diciamo che le donne che giravano in via Bellerio erano… ehm ehm… diciamolo ehm ehm. Io non stavo con la telecamera per riprenderle ste cose. Allora: la signora Y lo sapevano tutti che era la sua amante e che lui poi iniziò a odiarla e lei cominciò a fare la spia con la moglie del capo.
Quella non sarebbe diventata manco presidente del suo condominio altrimenti. Io ero con Bossi, pre-sen-te (!), quella volta che la signora Y era al mare con la moglie e al telefono lei diceva: “Sono qui con la signora Y, ti saluta tanto!”. Era l’anno prima che Bossi venisse colpito dall’ictus. E Bossi, in tutta risposta: ‘Quella t… di merda’. Io ero lì mentre mi diceva quelle robe. Hai capito? Questa è gente che con i propri voti non sarebbe mai stata eletta”. Capito, si dava da fare insomma. “Attenzione, nondicochecontutteciandavaa letto, bastava anche un… hai capito cosa intendo. (…) Ecco. La signora Z, per esempio, è un’altra che grazie ai rapporti col capo è arrivata nelle stanze del potere. Prima ancora la signora Q, pure lei finita a Roma per incontri ravvicinati di quel tipo. Che andazzo, altro che famiglia tradizionale. “Di alcune altre, invece, potrei sicuramente dirle di no, che con Bossi non ci andavano. Ma perché andavano con altri, anch’essi ai vertici del partito ovviamente. (…) Rosanna Sapori non mi ha meravigliato eccessivamente, per due motivi: primo, io stesso – che nella palazzina attaccata a quella della Segreteria federale del Carroccio ho lavorato per quattro anni – ho ricevuto le stesse informazioni, oggi solamente aggiornate con qualche nuovo nome e confermate da interviste incrociate; secondo, durante la mia militanza nella Lega Nord a Bergamo, mi son sempre chiesto chi fossero quelle ragazze che dopo i comizi, o dopo le cene coi simpatizzanti, salivano in macchina col capo e, a tarda ora, filavano via a tutto gas. (…) Un autorevole giornalista, che di cose Lega se ne intende mi ha anche riferito dell’altro: “Una cosa che mi ha stupito è che, mezz’ora dopo il fattaccio che ha visto Bossi colpito da un ictus, una fonte che io considero seria mi ha detto dove era Bossi e con chi stava”. Un ex parlamentare medico, a proposito di questa enigmatica vicenda, mi ha detto: “Sa, la cosa che mi ha sorpreso è che nell’ospedale dove anch’io lavoro – che si trova a decine di chilometri di distanza da Cittiglio – tutti i dottori parlavano di questo, l’ho appreso da loro”. Di cosa stiamo parlando? Del motivo per cui l’ictus che ha colpito il leader leghista – la notte tra il 10 e l’11 marzo 2004 – avrebbe avuto pesanti conseguenze. Considerate le premesse di cui sopra, non mi ha meravigliato che centinaia di blogger, e non solo, attribuiscano le attuali condizioni di Umberto Bossi a un’avventura amorosa finita male. (…). La leggenda metropolitana la identifica nella nota e brava, artista Luisa Corna, come riportato già nel 2004 sul sito italiano di Indymedia. (…) La diretta interessata, però, ha smentito senza indugio alcuno su Novella 2000 già nel 2005, il cui servizio giornalistico è stato ripreso dall’autorevole Corriere della Sera: “La pupa del Bossi? Ma se neanche lo conosco!”. (…) Ora, quel “ma se neanche lo conosco” è un po’ una forzatura, considerato che nel 2003, la soubrette era madrina dell’elezione di Miss Padania, dove Bossi era non solo presente, ma ha spesso oscurato, in quanto a visibilità, le ragazze in gara. Visitando la pagina Wikipedia della cantante bresciana non c’è alcuna traccia di questa sua comparsata, ma appare la seguente, breve dicitura: “Sempre nel 2004 si avvicina al Carroccio (Lega Nord)”. Per fare chiarezza, ho chiesto un’intervista a Luisa Corna, ma la sua agente mi ha risposto di inviare una mail con le domande. Detto, fatto. (…) Il 19 ottobre, è arrivata la mail con le risposte. (…) “1. Non ho mai presentato Miss Padania; nel 2003 sono stata ospite della serata finale del concorso insieme a Renato Pozzetto. La mia partecipazione è stata canora, e finalizzata ad accrescere la popolarità in ambito musicale che mi aveva attribuito la partecipazione l’anno precedente al Festival di Sanremo. 2. Non sono mai stata ‘in quota’ a nessuna forza politica. 3. Non c’è nessun nesso in quanto non c’è mai stata alcuna frequentazione di nessun genere. 4. Si tratta di insinuazioni prive di alcun fondamento e non ritengo che nessuna persona attendibile (e dunque identificabile e non nascosta dietro un troppo facile anonimato o pseudonimo) possa confermare le circostanze fantasiose da lei riportate. Vorrei poter identificare i miei diffama-tori verso i quali poter iniziare azioni legali a tutela della mia dignità di persona e di donna, come pure della mia immagine professionale. 5. Purtroppo ripropone senza grande originalità uno “script” che per quanto infondato ha facile presa sul pubblico (“il politico e la donna di spettacolo”); più che per la mia carriera queste maldicenze fantasiose e offensive, circolate senza alcuna responsabilità da parte mia, feriscono la mia sensibilità, la mia serenità e reputazione. 6. Che si tratta del frutto della peggior fantasia. 7. Per quanto mi riguarda le idee politiche e le valutazioni dei protagonisti della vita politica appartengono alla sfera personale di ogni singolo individuo.
Cordialmente, Luisa Corna”.  Estratti dal libro di Leonardo Facco “Umberto Magno”, da “il Fatto Quotidiano” via dagospia