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Dossieraggio: quando è nata la macchina del fango (by D’avanzo)

Venerdì, 15 Ottobre 2010

MOLTO opportunamente Maurizio Belpietro, direttore del giornale della famiglia Berlusconi dal 2001 al 2007, ricorda l’affaire Telekom Serbia dalle colonne del quotidiano che dirige ora. Muove a ragion veduta perché, se la politica si fa scandalo mediatico, character assassination dell’avversario politico con dossier cucinati nella macchina del fango pilotata dal tycoon-premier, torna utile nominare quel “caso” che può essere definito il più assordante dossieraggio criminale della recente storia d’Italia.  Naturalmente, Belpietro evoca quello scandalo non per chiarire, ma per confondere. Non per confutare, ma per distrarre. Elimina ogni punto di riferimento della storia, nello sforzo di annullare ogni certezza. Nella convinzione che, quando si contrappone a un’affermazione intransigente (e documentata) un’affermazione altrettanto radicale (anche se falsa), nasce un contesto ingarbugliato che annulla ogni opposizione sollecitando nell’opinione pubblica soltanto l’indifferenza per come stanno davvero le cose. Per ottenere il suo scopo, il già direttore del giornale della famiglia Berlusconi deve insudiciare le acque. Cita un’ordinanza del gip di Torino per dire che è stata Repubblica a creare il “caso Telekom” peraltro “con documenti non significativi” e non il Giornale: e dunque chi crea gli scandali e con quale attendibilità? C’è un imbroglio. È questo: gli affari “Telekom Serbia” sono due, non uno. Il primo, nato da un’inchiesta di Repubblica, dà conto di “un caso di corruzione internazionale”, come adombrano nel 2001 a Belgrado autorevoli fonti del governo del “dopo Milosevic”. I fatti. 1997. Telecom Italia, allora nelle mani dello Stato, rileva il 29 per cento di Telekom Serbia per quasi 900 miliardi di lire. L’affare, avviato durante il governo del centro-destra (1994), viene condotto dal governo del centro-sinistra in modo confuso e peggio concluso. Slobodan Milosevic, leader e dittatore serbo, commenta “Quei mafiosi di italiani…” quando sa che è stato necessario pagare il 3 per cento a due mediatori (Gianni Vitali e Srdja Dimitrijevic). Non è l’unica stravaganza di quella trattativa. I consulenti di parte serba (NatWest e Weil Gotshal & Manges) sono liquidati dagli italiani, con parcelle miliardarie, per un impegno o inesistente (Natwest) o di poche ore (Weil Gotshal & Manges). Sono mediazioni miliardarie che non trovano una ragione accettabile. Altra stravaganza, la segregazione del “Closing memorandum”. Confonde ancora di più l’assoluta indifferenza del governo (azionista di riferimento del monopolista della telefonia italiana) dinanzi a un affare che di fatto “salva” Milosevic dalla spallata dell’opposizione. È un’opacità che sollecita un interrogativo: i miliardi ottenuti dai mediatori, italiani e non, furono poi da loro incassati o furono “girati” ai manager o ai politici che favorirono un’operazione economicamente disastrosa (l’Italia ci ha perso in cinque anni circa 800 miliardi di lire) e politicamente assai critica (l’affare permise allo Jul di Mira Markovic, il partito della signora Milosevic, e ai socialdemocratici di Slobo di vincere le elezioni a dispetto delle manifestazioni organizzate, notte dopo notte, dall’opposizione)? Questi i fatti e le domande dell’inchiesta di Repubblica, con il centro-sinistra al governo. Il giudice di Torino, Francesco Gianfrotta, nella sua ordinanza, vi accenna in modo asettico. Nessuna delle informazioni raccolte da Repubblica è contraddetta o ridimensionata. Anzi, scrive il giudice: “L’avvio dell’indagine penale  -  doverosa, dal momento che le notizie di stampa contenevano una notizia di reato  -  dovette, peraltro, fin dall’inizio misurarsi con difficoltà tutt’altro che modeste. I giornalisti non rivelarono le loro fonti, produssero alcuni documenti in loro possesso, ma il tenore di questi ultimi, oltre che il merito delle dichiarazioni da loro rese, offrivano, solo in modo generico, piste investigative che si profilavano, fin dall’inizio, lunghe e laboriose”. Il giornalismo aveva fatto il suo lavoro, ora  -  annota il giudice  -  toccava al pubblico ministero fare il proprio. Un lavoro che molto presto fa i conti, come scrive il giudice subito dopo, con “spunti investigativi intenzionalmente depistanti”. E’ quel che Belpietro nasconde nei suoi ricordi. Scrive Belpietro: “Tutto cominciò da Repubblica e non dal Giornale che il giudice neppure menziona”. Il vuoto di memoria pare calcolato. Il giudice evoca se non il Giornale, il suo giornalismo. A proposito degli “spunti investigativi intenzionalmente depistanti”, osserva il giudice, “ci si riferisce alle dichiarazioni di Marini Igor Aldo. La loro inattendibilità, palese ed assoluta, giustificò l’apertura di altro procedimento” (nota 9, pag. 3 dell’ordinanza n.18486/01). Si parla delle rivelazioni di quell’Igor Marini, finto consulente finanziario e finto conte, autentico facchino dell’ortomercato di Brescia, che tennero banco, per trentadue volte consecutive e a caratteri di scatola, dalla prima pagina del Giornale di Belpietro accusando di corruzione, nell’ordine: Romano Prodi (allora presidente della commissione europea); Piero Fassino (allora leader dell’opposizione); Lamberto Dini (colpevole di aver guidato nel 1995 il governo del dopo Berlusconi) e via via Veltroni, Rutelli (altri possibili e futuri leader dell’opposizione) e Mastella (un altro “traditore”, all’epoca). Trentadue volte in prima pagina perché, disse Belpietro, è “una sporca storia a cui nessuno vuole credere”. Dunque, mettiamo in ordine le cose. Si scorgono, come in questi mesi, anche nel “caso Telekom” opportunamente sollevato da Belpietro, due modi di intendere il giornalismo: da un lato, un’informazione che vive di notizie e non rinuncia al suo impegno anche quando deve maneggiare le condotte di un’area politica cui guarda con attenzione e interesse (si comprende che a Belpietro appaia “un regolamento tra compagni”: egli conosce solo regolamenti di conti e vendette); dall’altro, una comunicazione che diventa strumento brutale di una macchina politica che scatena contro i suoi antagonisti  -  e anche contro i dissidenti del suo campo  -  campagne di diffamazione distruttive. Un’inchiesta di Repubblica su un affare opaco determina un’inchiesta penale “doverosa” e un’indagine “lunga e laboriosa” della magistratura. Trentadue prime pagine del Giornale raccolgono, al contrario, il racconto di un signore che provoca una seconda inchiesta penale, ma per calunnia che si conclude in poche settimane (Igor Marini sarà condannato a cinque anni di carcere) negli stessi giorni in cui un’altra inchiesta di Repubblica svela il secondo “caso Telekom”. È l’affare che Belpietro preferisce dimenticare. È la cospirazione che il centro-destra (maggioranza) organizza nella commissione d’inchiesta parlamentare su Telekom Serbia contro i leader dell’opposizione. Quel signore, Igor Marini (chi lo ha ingaggiato? e a quale prezzo? Mica avrà accettato di patire anni di carcere così per il gusto di fare un’esperienza?) è il burattino del complotto (in coda affiorerà anche il nome del burattinaio). Il Giornale  -  forse Belpietro se ne ricorda  -  lo incontra addirittura quasi otto mesi prima che egli appaia ufficialmente in commissione. Al quotidiano del capo del governo sarà presentato per intero il brogliaccio delle frottole che Marini mostrerà nei mesi a seguire. Per accusare Prodi Fassino Dini, il falso “conte” si serve di un racconto di cartapesta che vuole 120 milioni di dollari muoversi dalla banca Paribas di Montecarlo verso i conti di “Mortadella” (Prodi), “Cicogna” (Fassino) e “Ranocchio” (Dini). Quei soldi non esistono e i fondi sono solo un inganno telematico. La storia non è originale, è la copia carbone del canovaccio di una truffa di qualche anno prima ai danni della stessa Paribas.Per sostenerla ruotano intorno alla commissione parlamentare una “corte dei miracoli”, convocata non per caso o accidentalmente: calunniatori, redattori di lettere anonime che sono uomini dell’intelligence, una compagnia di massoni, carabinieri infedeli, poliziotti corrotti, truffatori, spie presunte, avanzi del piduismo. Come Francesco Pazienza. Repubblica pubblica, nella seconda inchiesta su Telekom, una sua lettera in cui si legge: “Comunque, se dobbiamo mettere assieme il dossier completo, io so sia come fare e come e dove andare. D’altronde il solo fatto che il Bolognese (Prodi, ndr), abbia avuto rapporti con un personaggio simile  -  se esce fuori  -  è la fine per lui, basta pomparlo un po’ sui giornali e il gioco è bello che fatto”. È inutile dire che il “personaggio simile”  -  ricattato da Pazienza  -  sarà intervistato e utilizzato dal giornale del capo del governo. Quel che si mosse nell’autunno del 2003, raccontata da Repubblica, fu la madre delle operazioni lavorate dalla macchina del fango, capace di trasformare il parlamento nella cassa di risonanza di un complotto che vedeva, spalla a spalla, la politica e cioè la maggioranza controllata dal capo del governo e l’informazione direttamente controllata dal tycoon-premier. La scena è così esplicita, nelle sue connessioni e responsabilità, che anche un politico prudente come Piero Fassino alza il dito e accusa: ” Il burattinaio di Igor Marini è a palazzo Chigi”. Silvio Berlusconi lo querela per calunnia pretendendo un risarcimento di 15 milioni di euro. Fassino rinuncia all’immunità parlamentare per affrontare il procedimento per calunnia. Viene prosciolto il 30 gennaio del 2004. Oggi, come ieri, non c’è chi ignori il nome del mandante. Nessuna meraviglia che gli esecutori materiali dei delitti mediatici, consumati per suo conto, alzino un po’ di polvere per proteggere il Capo e il dossieraggio che sono chiamati a firmare.  G. d’avanzo repubblica

Lavitola, donne e dossier

Venerdì, 1 Ottobre 2010

Lavitola, chi era costui? Mezza Italia da una settimana si fa questa domanda. Lavitola, indicato dai finiani come il faccendiere che ha brigato per produrre dossier sulla casa di Montecarlo abitata da Giancarlo Tulliani, è l’uomo del momento. Difficile catalogarlo: direttore ed editore dell’”Avanti”, imprenditore ittico, nato a Salerno ma residente in Basilicata, iscritto a una Loggia massonica di Napoli (come ha scoperto due anni fa “La voce delle voci”) con numero progressivo 13.462, grande amico di Fabrizio Cicchitto e di Sergio De Gregorio, di sicuro in poco più di un anno è riuscito a diventare “il preferito” di Silvio Berlusconi. “Nel cuore del premier”, racconta una fonte vicina a Palazzo Chigi, “Lavitola ha sostituito Giampaolo Tarantini in tutto e per tutto.  Insieme passano molte serate a Tor Crescenza”, il castello affittato dal presidente del Consiglio, posto fantastico lontano dal centro di Roma e da occhi indiscreti. Valter si vanta della sua amicizia, ma non è un mitomane: è talmente vicino al premier che qualche mese fa alcuni imprenditori friulani, conoscendo la sua passione per la caccia, prima di invitarlo a una battuta si sono premuniti di comprare dei cervi dalla vicina Slovenia, in modo da fargli trovare prede adeguate al suo nuovo rango di favorito del sultano. Nel cerchio ristretto di Silvio il nome circolava da tempo, accompagnato spesso da smorfie che dissimulano invidia e, soprattutto, preoccupazione. Gianni Letta, Paolo Bonaiuti, Niccolò Ghedini e Valentino Valentini non lo amano troppo, ma Berlusconi, si sa, fa di testa sua. Così il nome di Lavitola spunta per la prima volta a fine giugno, quando il capo del governo è in Brasile in visita di Stato. I giornali locali lo identificano come il “rappresentante della presidenza del Consiglio per Brasile e Panama”, e come organizzatore di un festino in onore del Cavaliere. Protagoniste assolute sette ballerine di lap dance. Due mesi e mezzo di silenzio, poi la nuova ribalta a causa delle accuse di Italo Bocchino, (pare) supportate da prove raccolte da un investigatore privato che per conto dei finiani ha fatto una controinchiesta sul campo.  Nessuno sa se il capo di Futuro e Libertà ha in mano documenti schiaccianti sulle attività di dossieraggio di Valter, che ha già annunciato querela. “L’espresso” ha però contattato due autorevoli fonti vicine al Cavaliere, che fanno notare come Lavitola, per sua stessa ammissione, negli ultimi mesi ha viaggiato tra Brasile, Santa Lucia e Panama. Proprio lo staterello dell’istmo sarebbe lo snodo fondamentale della presunta connection. “In Centroamerica Berlusconi e Lavitola arrivano il 30 giugno, il giorno dopo la festa nell’albergo di San Paolo: il premier doveva inaugurare i lavori d’ampliamento del Canale”, un affare miliardario dove sono riusciti a entrare anche le italiane Impregilo e Finmeccanica. “Sia Lavitola che Berlusconi conoscono bene il presidente di Panama Ricardo Martinelli”, raccontano all’unisono le fonti, che chiedono di rimanere anonime. “Martinelli è un imprenditore italo-panamense che ha fatto i soldi nella grande distribuzione, un conservatore che ha buoni rapporti con il governo della vicina isola di Santa Lucia”. Impossibile dire oggi, chiosano le fonti, “se Lavitola abbia chiesto a Martinelli di fare pressioni sul governo del paradiso fiscale per scrivere la lettera che incastrerebbe Giancarlo Tulliani e Gianfranco Fini, ma nella storia non s’è mai visto un documento così insolito”. Come è insolito il comportamento tenuto negli ultimi giorni da Lavitola e dal ministro Francis, autore della nota sull’effettivo beneficiario (che sarebbe Tulliani) delle due società (la Timara e la Printemps) che hanno comprato la casa di Montecarlo: entrambi, parlando di una e-mail di James Walfenzao (il gestore delle società) che avrebbe dato il via all’inchiesta, si sono ingarbugliati sulle date in cui ne sarebbero venuti in possesso. Lavitola prima ha dichiarato di averla avuta a giugno, poi si è corretto e ha parlato di agosto, mentre Francis ha spiegato di avere iniziato l’inchiesta, grazie anche all’e-mail, tra marzo e giugno. Nella missiva, ha scritto proprio Lavitola sull’”Avanti”, Walfenzao avrebbe scritto di essere preoccupato per “uno scontro tra Fini e Berlusconi basato sulla proprietà di un immobile”: peccato che il caso sia scoppiato molto più tardi, il 28 luglio. L’imprenditore, nonostante le voci e le contraddizioni, è tranquillo. Il giorno successivo le accuse di Bocchino, è andato a caccia, in seguito è stato ricevuto dall’amico Silvio a Palazzo Grazioli. Chi lo conosce da tempo non si aspettava da lui una scalata al potere così repentina.  Nato nel 1966, figlio di uno psicologo che fu anche perito del boss Raffaele Cutolo (Valter racconta che il padre definiva il camorrista “un vero e proprio pazzo”), laureato in scienze politiche alla Sapienza, iscritto ai Giovani socialisti e chiamato da De Michelis “Valterino”, Lavitola riesce nel 1996 a comprarsi la testata “Avanti” (senza L) insieme a De Gregorio. Un colpaccio: il giornale, quasi clandestino, prende circa 2,5 milioni di contributi statali l’anno. All’inizio ci scrivono socialisti e pezzi da novanta come Brunetta, Boniver e Cicchitto, ma “dopo un po’” ricorda Giuliano Cazzola “Lavitola ha mandato via tutto il comitato direttivo. Un tipo strano, voleva comandare lui”.  La sua chance politica se la gioca nelle Europee 2004, quando è primo dei non eletti per Forza Italia al Sud, mentre nel 2009 non riesce a farsi mettere in lista. Poco male, Lavitola ha mille risorse. Oltre alle attività di import-export in Sudamerica e a quelle di editore, il rampante che vanta l’amicizia di Bettino Craxi è stato negli anni amministratore e socio di 14 società, che spaziano dall’immobiliare all’agricoltura (La Beccaccia), dalla silvicoltura al tessile: nel 2003 l’imprenditore ha messo in piedi un consorzio per partecipare alla gara del ministero della Difesa per la fornitura di vestiti e stivali dell’esercito. L’ultima avventura è di giugno, poco prima della partenza per il Brasile: Lavitola ha fondato una società di consulenza, la VL Consulting, di cui è socio unico e amministratore. Ora, è “difficile accettare che Valterino sia il centro di un complotto che fa traballare un governo e un partito”. spiega l’ex sottosegretario socialista Mauro De Bue, che ben conosce Lavitola. “Non so neppure se i suoi rapporti con i Servizi di cui si è sempre vantato corrispondano a verità. Ma se fosse così, è proprio il caso di affermare: siamo proprio caduti in basso”. (e. fittipladi, l’espresso)

Cossiga top secret

Domenica, 28 Settembre 2008

Punto primo: le operazioni coperte della Cia e il rischio che ci siano fughe di notizie. Punto secondo: l’aiuto americano al governo italiano per uscire dalla bufera dello scandalo Eni-Petromin. Due argomenti sorprendenti che segnano solo l’inizio di un summit chiave per la storia d’Italia. E aprono uno spiraglio sul mistero della grande tangente petrolifera che alla fine degli anni Settanta rischiò di far saltare i fragili equilibri politici nati all’indomani della morte di Aldo Moro. ‘L’espresso’ è riuscito a ottenere copia di alcuni files provenienti dagli archivi del Dipartimento di Stato di Washington, protetti finora dal segreto. Si tratta del carteggio sul vertice tenuto il 24 gennaio 1980 tra l’allora premier Francesco Cossiga e il numero uno della diplomazia statunitense Cyrus Vance.

Siamo in un momento critico: la rivoluzione islamica a Teheran ha aperto la crisi degli ostaggi, i sovietici hanno invaso l’Afghanistan, Nato e Patto di Varsavia sono ai ferri corti sui missili nucleari in Europa. La posizione italiana è determinante, scrivono gli americani, e soprattutto il ruolo che può giocare Cossiga, che guida però una coalizione molto fragile. "Nonostante una larga maggioranza politica, uno scandalo di tangenti petrolifere ha aperto una battaglia nella leadership del Psi", scrive l’ambasciatore a Roma Richard Gardner nel dicembre 1979. Gardner teme che il Pci intenda sfruttare la maximazzetta per logorare il governo "con una serie di sconfitte umilianti in Parlamento che possono portare la situazione fuori controllo".

È una vicenda ormai leggendaria. L’Eni firma un contratto con l’ente saudita per circa 100 milioni di barili di greggio. Ma questa intesa fa piovere anche bustarelle: decine di miliardi di lire, che si ritiene furono divise tra i partiti della maggioranza e i referenti arabi. Agli occhi degli Usa la questione è doppiamente destabilizzante. Oltre al danno politico, c’è un problema concreto. Riferisce sempre l’ambasciatore: "Sulla scia dello scandalo dei pagamenti illeciti che sarebbero andati ai politici italiani, i sauditi la scorsa settimana hanno cancellato il contratto che doveva coprire quasi il 5 per cento del fabbisogno energetico italiano. Il governo di Roma ci potrebbe chiedere di usare la nostra influenza su Ryad per ripristinare le forniture e potrebbe legarlo al sostegno sull’Iran". Lo scenario è chiaro: esiste il rischio che la bufera permetta al Pci di creare un governo di solidarietà nazionale. E Gardner ricorda la linea decisa alla vigilia dell’intesa raggiunta da Moro con Enrico Berlinguer, nelle settimane precedenti il sequestro: "Noi non attenuiamo la posizione del 12 gennaio 1978 che ci oppone all’ingresso dei comunisti nell’esecutivo di un paese della Nato".

Con queste premesse si arriva alla visita di Cossiga negli Usa. E al vertice con Vance riportato nel dossier finora segreto. Un incontro che si apre discutendo di spionaggio. "Il segretario di Stato ha detto che diverse leggi hanno limitato le operazioni di intelligence e le attività coperte. Stiamo rivedendo tutte le regole per prendere atto delle nostre necessità e il presidente Carter mi ha detto l’altra notte che le porterà al Congresso. Uno dei problemi è che l’attuale procedura… rende le fughe di notizie molto più probabili. Ma in molti anni abbiamo avuto un’unica fuga di notizie, quindi questo rischio potrebbe essere esagerato". A cosa si riferiscono? Una discussione accademica con un appassionato di 007 come Cossiga? O c’è il timore che possano trapelare informazioni su un’azione coperta che riguarda l’Italia? L’ipotesi Gladio, operazione decisa e gestita in ambito Nato e non americano, sembra da escludere. E diventa ovvio pensare a qualche vicenda legata alla lotta al terrorismo, italiano e internazionale.

Ma il premier democristiano cambia argomento. "Cossiga ringrazia Vance per l’intervento sui sauditi. La situazione era molto complicata e delicata. Un serio problema interno sia per l’Italia, sia per i sauditi. Gli italiani sono stati molto attenti nel trattarlo per non indebolire il governo saudita e far nascere sospetti su di loro in altre nazioni. Cossiga dice di non avere risposto né alle domande del Parlamento, né a quelle della magistratura non per proteggere gli italiani ma per prevenire speculazioni sui sauditi".

(continua…)

Il dossier sui soldi dei DS – Tavaroli accusa Tronchetti

Martedì, 22 Luglio 2008

GIULIANO Tavaroli dice: "Quando Pirelli acquisisce Telecom Italia, agosto 2001, Marco Tronchetti Provera mi annuncia: "Lei verrà con me a Roma". Poi mi chiama Carlo Buora. Lo incontro a Milano in trasferimento dalla montagna al mare – ero in vacanza con i miei – e quello mi dice che non se ne fa più nulla. Mi spiega: "Contrordine, lei resterà in Pirelli, Enrico Bondi (all’epoca, amministratore delegato) vuole con sé in Telecom un altro. Naturalmente ne parlo con Tronchetti Provera che mi rassicura: "Lei si occuperà delle mie cose romane". Le sue "cose romane" erano i suoi guai romani. E c’erano guai dappertutto, in quel momento".

"Gasparri (il ministro delle Telecomunicazioni) non gli piaceva e Tronchetti non piaceva a Gasparri. In estate, al festival dell’Unità di Rimini, Massimo D’Alema lo attacca a testa bassa…
Ho già detto che una concezione moderna della sicurezza (che è reputazione, soprattutto) deve fronteggiare anche – o soprattutto – quella roba lì, gli attacchi politici, le ostilità di parte, i pregiudizi, i veleni. Deve saper leggere e anticipare le iniziative avverse, condizionare le mosse dei rivali o ridurli al silenzio. E’ un lavoro che si nutre di conoscenza. Conoscenza dell’avversario, delle sue ragioni più autentiche e nascoste, ma è anche "sapere" e dunque capacità di adattarsi a quella "emergenza" o sventandola o ridimensionandola. In gergo, le chiamiamo "analisi del rischio" e "analisi di scenario". In quell’avvio di gestione della Telecom, ne avevamo bisogno come dell’aria. Il momento intorno a noi era sconfortante. Non c’era stato soltanto l’11 settembre, c’erano ancora le macerie dello sgonfiamento della bolla speculativa, la catastrofe dei bond argentini".

(Tavaroli qui svela – e nemmeno troppo velatamente – il lavoro di spionaggio a cui, sostiene, "nessuna azienda rinuncia". Lo riduce a raccolta di informazioni, a "mappatura" – diciamo così – dei caratteri, delle opinioni, delle forze e delle debolezze dei potenti, vecchi e nuovi, che, di volta in volta, Tronchetti deve fronteggiare, rassicurare, tenere alla larga. La "conoscenza", come la definisce, è soltanto il punto di partenza del suo lavoro. Per questi giocatori, per questo gioco, è la mossa d’apertura, il livello minimo richiesto per poter entrare in campo. La differenza vera la fa il "sapere", la combinazione di competenze multiple che rende possibili scambi, pratiche, compatibili assunzioni di rischi, la creazione di qualche minacciosa favola da diffondere. Tavaroli adopera un altro vocabolario, un’altra sintassi. Parla di "analisi delle forze in campo", di "amici/nemici" ma, in soldoni, non è che l’esito sia diverso. Sempre di spionaggio si parla. La scena pare questa. Marco Tronchetti Provera, arrivato in Telecom, è consapevole di essere uno "straniero" nella geografia del potere. Le leve del comando – i primi governi Berlusconi hanno un peso politico debole, frammentato, privi di una strategia di lungo periodo, stretti intorno a un uomo solo interessato esclusivamente al proprio destino personale e imprenditoriale – sono custodite e sostenute da uno schema "antico" che Tavaroli, come ambasciatore di Tronchetti, ha incontrato nel giro delle sette chiese romane. "Un network eversivo", lo definisce. Ne indica qualche nome: Letta, Bisignani, Cossiga, Scaroni, Elia Valori, Pollari, Speciale, Corigliano. E’ un’area di potere che costringe un estraneo come Tronchetti in un disequilibrio informativo che lo condanna a subire, sopportare; a essere condizionato. Essere consapevoli di quell’asimmetricità è il punto di partenza. Sapere è allora il terreno della risposta. Come affrontare l’avversario? Come rendergli conveniente venire a patti o rinunciare a ogni ostilità? Come guadagnare un margine di inviolabilità? E’ un confronto sotterraneo e senza esclusione di colpi. A sentire Tavaroli – che va ripetuto non è un testimone neutro, ma il principale indagato dell’affaire – è questo il mestiere che Marco Tronchetti Provera gli affida).

"Di volta in volta bisogna adattare le proprie iniziative all’avversario. D’Alema, per esempio. Penso di contattare Lucia Annunziata, allora direttore dell’agenzia Apcom. Ha buoni rapporti con D’Alema. Scelgo lei come canale per entrare in contatto con il presidente dei Ds. Con Lucia si parla anche di futuro. Lei mi prospetta l’acquisizione dell’agenzia, me ne mostra i vantaggi e le opportunità. Non era una cattiva idea, in fondo. Non avevamo in pancia contenuti e ne avevamo bisogno. Peraltro, saremmo entrati in contatto con il mondo Associated Press, il meglio. L’affare poi si fece, come si sa. Comunque, l’incontro D’Alema/Tronchetti si organizzò e Lucia divenne consulente della Telecom.

Racconto un altro episodio dello stesso tipo. Un giorno mi chiama Buora. Nel suo ufficio ci sono tutti quelli che contano e sembrano sull’orlo di una crisi di nervi. Buora mi dice che Giulio Tremonti (ministro dell’Economia), soffia ai banchieri, in ogni occasione, che Telecom è prossima al fallimento. La voce diffusa in ambienti qualificati da una fonte così autorevole è per noi una sciagura. Mi metto al lavoro. Tra Tremonti e Tronchetti non ci sono rapporti. Ho come la sensazione che Tremonti, da sempre consulente dei maggiori imprenditori italiani, diventato ministro, stia scaricando sui suoi antichi assistiti una ruggine velenosa. Decido di mettermi in contatto con il capo della sua segreteria, un ufficiale della Guardia di Finanza, Marco Milanese, che poi lascerà le Fiamme Gialle per lavorare direttamente nello studio di Tremonti. Contattare Milanese, proprio lui e non altri, è un modo per dire a Tremonti: conosco i tuoi metodi, conosco il tuo sistema, chi lo agisce e interpreta, da dove possono venirti le informazioni – vere o false – che possono danneggiare la mia azienda. Non c’è bisogno di molte parole. Quelle cose lì, si capiscono al volo nel nostro mondo. I due – Tronchetti e Tremonti – si incontrano. I problemi si risolvono. Nessuno parlerà più di fallimento con i banchieri.

Altro episodio. Il Dottore (Tronchetti) mi chiede di dare uno sguardo a Finsiel, allora amministrata da suo cugino Nino Tronchetti Provera. Perché non si vince una gara, perché si perde sempre? Gli appronto una rete di relazioni e qualche "analisi". Ancora. La Kroll, la maggiore agenzia d’investigazione del mondo, riceve da Gianni Letta (sottosegretario alla presidenza del Consiglio) l’incarico di rintracciare il tesoro segreto di Calisto Tanzi (Parmalat). Nell’autunno del 2004, l’uomo in Italia della Kroll, un belga d’origine italiana che si chiama Nunzio Rizzi, incontra Gianni Letta e gli chiede "se il governo ha nulla in contrario che l’agenzia organizzi un’azione di discredito contro Marco Tronchetti Provera". Sorprendentemente, invece di metterlo alla porta, Letta (ha anche la delega ai servizi segreti) prende tempo: "Le farò sapere!". Letta avverte Tronchetti. Che, allarmatissimo, mi spedisce a Roma in tutta fretta. E’ il mio primo incontro con Gianni Letta. Mi tiene lì per quaranta minuti. Beviamo un caffè. Mi dice: noi abbiamo un amico in comune, "il nostro Marco" (Mancini). Letta mi spiega le intenzioni di Rizzi. Organizzo una contro-operazione di discredito ai danni della Kroll. Il 6 novembre 2004, faccio pubblicare che c’è "un mandato d’arresto per l’uomo della Kroll, Nunzio Rizzi". La notizia è del tutto falsa, ma alla Kroll capiscono che gli è andata male. E noi, in Telecom, capiamo il senso di quella storia: hanno mandato a dire a Tronchetti che non si fidano di lui, che la sua reputazione può essere sporcata se gli ambienti politici non fanno barriera e quindi è meglio andare d’accordo".

(Tavaroli chiarisce che dal suo orizzonte di lavoro – e intende la rete di rapporti e liaison che possono rendere trasparenti o protette le intenzioni di Tronchetti – nessuno è escluso. Nemmeno la magistratura).

"Era più o meno il settembre del 2001. Mi chiama Armando Spataro, allora membro del Consiglio superiore della magistratura. Mi dice: "Il tuo capo ha risolto i problemi di Berlusconi". Era accaduto che Pirelli Real Estate avesse rilevato Edilnord di Berlusconi che navigava in cattive acque. Per Pirelli era un affare, per Spataro un favore. Nel 2003 Armando ritorna a Milano come procuratore aggiunto. Ho l’idea di farlo incontrare con Tronchetti. Organizzo il meeting. Ma, quel giorno, commetto un errore grave. Invece di andare via, come facevo sempre, rimango nella stanza e sono testimone della loro conversazione. Che non va per nulla bene. Quasi al termine, Tronchetti chiarisce che magistratura e politica devono reciprocamente rispettarsi e che il lavoro dei giudici non può pregiudicare le responsabilità della politica. E’ più o meno una banalità, ma detta in quel momento suonò alle orecchie di Armando come una difesa pregiudiziale di Berlusconi e una censura per le iniziative della magistratura. Spataro ne ricava la convinzione di avere di fronte un uomo piegato agli interessi di Berlusconi. Nessuno gli ha tolto più quell’idea dalla testa.

Questo era il mio lavoro: creare una rete di protezione personale intorno a Tronchetti e di sicurezza per l’azienda, rimuovere le inimicizie preconcette, le ostilità, il malanimo, le presunte incompatibilità. Non è sempre affare per deboli di stomaco. Ecco che cosa intendo quando dico che il perimetro della security si era di molto allargato. Ecco che cosa intendeva Marco Tronchetti Provera quando mi diceva: "Le abbiamo chiesto troppo". Se avevo bisogno di informazioni sugli antagonisti mi rivolgevo a Emanuele Cipriani (investigatore privato della Polis d’Istinto). Che me le procurava. Sono pronto ad ammettere che ci sono state – ma questi sono affari di Cipriani – indagini illegali. Ammetto che bisognerà spiegare le intrusioni informatiche ai danni di Massimo Mucchetti e Vittorio Colao (vicedirettore del Corriere e amministratore delegato di Rcs). Ma non ci sono state intercettazioni abusive né ricatti. Nell’indagine della procura di Milano, non ce n’è traccia. Il mio lavoro non si è mai arricchito di quella roba lì. Le cose andavano così. Fino a quando sono stato in Pirelli, sono stato più o meno un "centro di servizi". Tronchetti Provera, da Telecom, aveva bisogno di informazioni. Mi chiamava e io provvedevo a raccoglierle. Nessuno si dovrebbe meravigliare. Le aziende vivono di informazioni fino alla raffinatezza delle "analisi predittive". E non esitano a sporcarsi le mani. Un esempio? Per quel che so, l’"Operazione Quattro Gatti", lo sganciamento di Mastella dal centro-destra organizzato nel 1998 da Cossiga, fu finanziato per intero dai gestori della telefonia: Sentinelli (Tim), Novari (3), Pompei (Wind), con il sostegno della Ericsson.

Quando arrivo in Telecom, il lavoro cambia. Agisco "di iniziativa" sulle analisi tipiche della sicurezza. Attenzione, però, il "sistema Tavaroli" non era e non è mai stato il "sistema Cipriani"".

(Tavaroli non ammette che l’uno integrava l’altro, che l’uno sosteneva l’altro e mai parla del ruolo di Marco Mancini, il capo del controspionaggio. Lo ripetiamo ancora: questa è soltanto la verità di un indagato).

"E’ a questo punto che arrivano i primi segnali dal "network eversivo". Si fanno sotto quelli che io chiamo "i massoni". Cominciano a scorgere, avvertendole come una minaccia, tutte le potenzialità di quel lavoro, della mia presenza a Telecom, del mio legame con Marco Mancini in ascesa nel Sismi, delle opportunità di integrazione in un unico "nastro" delle informazioni in possesso per motivi istituzionali di una grande azienda di telecomunicazioni e di un servizio segreto. Lo avevate capito anche voi a Repubblica, ma immaginavate che Telecom fosse il centro del "sistema" e non solo un segmento, il più fragile. Arriva il primo segnale e non faccio fatica a "leggerlo". Le manovre compromettenti (è sospettato di essere coinvolto in un traffico d’armi) di Slaedine Jnifen, fratello di Afef (la moglie di Tronchetti) con uno dei figli di Gheddafi mi sono segnalate prima da Nicolò Pollari. Mi dice: i servizi libici minacciano di ucciderlo. Poi da Luigi Bisignani che aveva avuto l’informazione dalla Guardia di Finanza. Capii la musica. Anche Afef parve a rischio".

(Tavaroli non dice né vuole dire se il dossier raccolto anche sulla moglie di Tronchetti sia stato una sua personale iniziativa o un’operazione commissionata da altri o addirittura concordata con il presidente della Telecom).

"E’ un fatto che Afef si porta dietro tutte le amicizie romane del primo marito, Marco Squatriti (Andreotti, Bisignani, Letta). Ricordo che, quando Squatriti finisce in carcere, il primo che gli va a fare visita, come avvocato anche se non era il suo avvocato, è Cesare Previti. L’uomo deve essere finito al centro di una faccenda molto seria. Perché nessuno s’incuriosisce al finale della storia di Italsanità (era la società dell’Iri che aveva affittato dai privati 28 immobili da destinare a residenze per anziani, impegnandosi a pagare affitti per 1.000 miliardi in nove anni, di cui 572 a Squatriti, titolare degli 11 contratti più consistenti)? Sono stati rimborsati a Squatriti un centinaio di miliardi di lire. Oggi Squatriti non ha più un soldo. Dove sono finiti i denari? E, soprattutto, di chi erano? Forse per tenersi buono questo giro, il Dottore ingaggia Maurizio Costanzo (P2, tessera Roma 152), tutt’uno con Previti, Squatriti, Gianfranco Rossi (il faccendiere romano, arrestato nel giugno 1994, è l’intestatario del conto corrente "coperto" FF 2927 presso la Trade Development Bank di Ginevra, conto sul quale sono affluiti 2 milioni e 200 mila dollari fornitigli da Bisignani e parte della maxitangente pagata dall’Enimont ai partiti di governo), Luigi Bisignani (P2, tessera Roma 203).

Tronchetti retribuisce Costanzo con 3 milioni di euro all’anno soltanto, in definitiva, per costruire l’immagine di Afef. Ma, in realtà, Tronchetti vuole tenerlo buono e, nel contempo, alla larga. Costanzo non aveva nemmeno il numero diretto del suo cellulare. Si ripetono i segnali negativi.

Salvatore Cirafici, capo della sicurezza di Wind, un massone, mi racconta che è stato interpellato da un giornalista del Giornale che sta preparando un articolo contro di me, ispirato da Luigi Bisignani. Che ci fossero fibrillazioni in corso, lo deduco anche da altri episodi. Poco dopo il Natale del 2002, diciamo nel gennaio del 2003, Berlusconi convoca Pollari a Palazzo Chigi e gli chiede a brutto muso: "Chi è questo Tavaroli?", "E’ vero che Mancini è un comunista"? Pollari replica, difende Mancini e comunica che sta per nominarlo capo della 1° Divisione. Berlusconi abbozza. Non poteva dire di no a Pollari. Come non glielo ha potuto dire poi, con il governo successivo, Romano Prodi, che ha sempre difeso il direttore del Sismi.

La faccio breve, nel 2004 fonti della Guardia di Finanza fanno sapere in Telecom che "Tavaroli, da punto di forza, è diventato un punto di debolezza". A maggio mi convoca Tronchetti e, alla presenza di Buora, mi consiglia di accettare una aspettativa di tre mesi per far calare il polverone su di me e la società. Accetto, non ho alternative. Per tre mesi, il telefono si fa muto. Non mi chiama più nessuno, se si esclude Adamo Bove (il dirigente della security governance della Telecom precipitato il 21 luglio 2006 da un cavalcavia della tangenziale di Napoli: suicidio o istigazione al suicidio?). Vado in Romania. Mi richiamano in Italia dopo l’attentato al Tube di Londra del 7 luglio 2005. Tronchetti chiede a Letta se può darmi una consulenza antiterrorismo. Letta si dice d’accordo "nell’interesse del Paese". A fine anno, il Dottore mi dice: devi rientrare.

Nel gennaio 2006, quando sono pronto a rientrare, Cipriani si fa abbindolare dai carabinieri di Firenze che non hanno mai smesso di blandirlo: "Vuota il sacco e le tue responsabilità saranno ridotte al minimo…".

Quello ci casca e trovano il dvd con i file illegali, peraltro già in possesso di Emilio Ricci, avvocato, romano, comunista, amico mio, di Pollari, di D’Alema. Cipriani consegna la password ai pm. In tempo reale la notizia arriva a Tronchetti – penso attraverso l’avvocato Mucciarelli. Il Dottore mi convoca. Mi dice: hanno il dvd; l’hanno aperto; lei non può più tornare in azienda. Io mi mostro preoccupato. Gli dico: su quel dvd ci sono i file di Brancher, e di Cesa, e la faccenda di D’Alema e dell’Oak Fund. Inizialmente, Tronchetti finge di non ricordare. "D’Alema? – dice – e che c’entra, io non so nulla…". Poi, qualche giorno dopo, gli torna la memoria e ammetterà che era stato lui a commissionarmi quel lavoro per verificare se, nell’acquisizione di Colaninno, fossero state pagate tangenti. Qualche mese dopo, in maggio, Tronchetti alla presenza del solito Buora mi chiede le dimissioni. Fu un lavoraccio, l’inchiesta "Oak Fund". Per quel che poi ha scritto Cipriani nel dossier chiamato "Baffino", ora nelle mani della procura di Milano, i soldi hanno viaggiato nella pancia di trecento società in giro per l’Europa per poi approdare a Londra nel conto dell’Oak Fund, a cui erano interessati i fratelli Magnoni (Giorgio, Aldo e Ruggiero, vicepresidente della Lehman Brothers Europe) e dove avevano la firma Nicola Rossi e Piero Fassino.

Queste cose le ho dette anche ai pm che mi hanno interrogato. Loro mi dicevano: non scriviamo i nomi nel verbale, diciamo "esponenti politici…".

Formalmente perché è necessario attendere la sentenza della Corte Costituzionale per sapere se quei dossier raccolti illegalmente sono utilizzabili nel giudizio. Ma, dico io, se mi prendi a verbale non hai più bisogno della Corte Costituzionale, hai il mio verbale che contiene la notizia di reato. E allora?

Sono assolutamente convinto che Tronchetti sapesse in tempo reale quali fossero le intenzioni e le mosse della procura. Credo che egli abbia lasciato esplodere il "caso Rovati" al solo scopo di anticipare il governo e trovare una dignitosa e sdegnata via d’uscita. Con quel che sarebbe successo di lì a un paio di mesi, il governo avrebbe potuto dirgli: non hai l’autorità né la credibilità per governare le reti. Ora Tronchetti Provera lascia dire e scrivere che sono stati Romano Prodi, Giovanni Bazoli e Guido Rossi a sottrargli la Telecom senza dire una parola su quel network di potere, eversivo che io, nel suo interesse e su sua richiesta, ho fronteggiato e da cui sono stato distrutto; quell’area di potere che decide le nomine che contano, che in apparenza non chiede e, invece, ordina con messaggi traversi che è bene cogliere al volo per non dare l’idea che la si stia sfidando. Genio dell’opportunismo qual è, Tronchetti vuole ritornare sulla scena forte della liquidità incassata in uscita dalla Telecom, candido e senza un’ombra. Solo io dovrei pagarne il prezzo, ma gli è capitato il peggiore cliente possibile. Non ho nulla da perdere. Mi hanno già tolto tutto. Devo soltanto dimostrare ai miei cinque figli che il loro papà non è il mascalzone che raccontano, che il loro papà ha concesso soltanto fiducia a chi non la meritava. Per questo ripeto: non accetterò mai di essere il capro espiatorio di questo affare".

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Tavaroli spiava la gente comune. Ecco l’elenco: vedi se ci sei!

Lunedì, 21 Luglio 2008

Tavaroli spiava anche gente comune. Non solo i VIP, ma anche normali utenti che per una ragione o per un’altra interessavano il network dello 007 di Telecom.

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I dossier di Tavaroli

Lunedì, 21 Luglio 2008

Con Tronchetti Provera non vi era mai un oggetto specifico da discutere ma i colloqui avvenivano su richiesta sua o mia…e non duravano mai più di 5 o 10 minuti. Io ho messo al corrente il presidente delle vicende più rilevanti senza per altro fare alcun riferimento alle modalità con cui io ero venuto in possesso delle mie fonti…».

Nell’inchiesta appena conclusa sullo spionaggio illegale di Telecom, la decisione della Procura d’indagare le società Pirelli e Telecom ma non i suoi vertici, l’ex presidente Marco Tronchetti Provera e Carlo Buora, è sembrata voler lasciare con il cerino acceso in mano soltanto l’ex capo della Security, Giuliano Tavaroli.

Eppure, è lo stesso Tavaroli che nei suoi ultimi verbali toglie ogni ambiguità sul ruolo del presidente e dell’amministratore delegato dell’azienda, permettendo così a Tronchetti e Buora di presentarsi nell’ultima settimana del giugno scorso davanti ai magistrati per essere interrogati, in contemporanea, come semplici testimoni. E di rimanerlo, al momento, anche adesso che l’indagine è conclusa e che sul registro degli indagati, per violazione della legge 231 in relazione al reato di corruzione, sono finite come persone giuridiche sia la Pirelli che la Telecom (che ieri hanno annunciato di volersi comunque costituire anche parte civile).

Negli interrogatori resi nell’aprile dello scorso anno, quando ormai l’ex capo della Security è già fuori dal carcere, le domande vertono tutte su questo argomento: sapevano i due vertici dell’azienda di come venivano confezionati i dossier sui quali poi erano edotti a seconda delle necessità? «Ribadisco di non aver consegnato nè all’a.d. Buora nè al presidente Tronchetti i singoli dossier», risponde l’ex capo della Security.

Tavaroli però fa alcune precisazioni. La prima riguarda il suo amico Emanuele Cipriani, l’investigatore privato fiorentino che per un certo periodo, con la società Polis d’Istinto, diventa in pratica il principale fornitore di «spionaggio» e dossier per Telecom, incamerando secondo l’accusa oltre una ventina di milioni di euro in un paio d’anni. «Cipriani – spiega Tavaroli il 7 aprile 2007 – omette soprattutto quando non parla della sua rete di amicizie istituzionali attribuendo tutta l’attività da lui compiuta alle persone di Mancini e mia…Vi invito a verificare i regali di Natale che spediva ogni anno per così comprendere la rete di amicizie ad altissimo livello che Cipriani aveva».

Inoltre, sottolinea Tavaroli, Cipriani «non lavorava solo per Telecom». Non a caso, sono almeno una cinquantina i «clienti» di alto livello (dall’Eni a Prada) che ricorrevano ai servigi della Polis d’Istinto e che gli investigatori rintracciano nelle casseforti di Cipriani. Però su Tronchetti Provera e su Buora, Tavaroli è netto: conoscevano i contenuti ma non i contenitori.

«Per meglio far comprendere la mia attività e l’oggetto dei miei colloqui con il presidente Tronchetti – prosegue Tavaroli – cito altra vicenda relativa ai cattivi rapporti che si erano prodotti nell’agosto 2001 tra Tronchetti e D’Alema. Io mi sono adoperato per risolvere il problema riuscendo, tramite il mio consulente Savina, ad avvicinare la giornalista Lucia Annunziata e tramite quest’ultima l’esponente politico Latorre, vicino a D’Alema, tramite il quale sono riuscito ad organizzare vari incontri tra Tronchetti e D’Alema, nel corso dei quali si sono ristabiliti dei buoni rapporti. Apparirà strano, ma quando Tronchetti voleva incontrare D’Alema si rivolgeva a me. Sono stato io a proporre l’acquisto da parte di Telecom dell’agenzia oggi chiamata Apcom di cui l’Annunziata era direttrice».

Quindi, a domanda risponde di non aver «mai consegnato al presidente il dossier "New Entry"», ovvero quello di cui aveva già parlato in un verbale il dirigente del Sismi Marco Mancini, attribuendolo a fondi esteri dei Ds.

I rapporti di Tavaroli erano comunque ad alto livello. Ecco che, proprio nel periodo in cui Beppe Grillo sbeffeggia la Telecom e i suoi bilanci, si fa avanti il generale Niccolò Pollari, all’epoca capo del Sismi, portando al capo della Security un dossier sulla «presunta inconsistenza finanziaria di Telecom». Pollari, dice Tavaroli, vorrebbe delle «controdeduzioni» per contrastare queste voci. «Portai i documenti a Buora i quali li sottopose a Tronchetti».

Preoccupatissimi i due manager fanno preparare il contro-dossier chiesto da Pollari. «Poi consegnai la controdeduzione al generale che successivamente ebbe modo d’incontrarsi con il presidente Tronchetti. Nel sospetto che le analisi consegnate dal Pollari provenissero da collaboratori del ministro Tremonti, per la nota avversione nei confronti del gruppo dello stesso Tremonti e della Lega, mi adoperai per organizzazre un incontro tra il Ministro e il Presidente». Ecco perchè, conclude Tavaroli, è stata trovata anche «la scheda Tremonti».

Ed è questa la storia dell’inchiesta: accessi illegali a computer, traffici di dossier, di tabulati. Ma quasi mai si trovano tracce di ricatti. Per lo meno non palesi. Rimangono i dossier illegali a testimoniare una potenza oscura coltivata in seno a una società come Telecom. Una valanga quelli scoperti dai magistrati, almeno 5.000 quelli verificati e riferibili a nomi certi. Dossier – si va da Tanzi a Geronzi, da Jucker a Vieri, da Brancher all’arbitro De Santis ad omonimi di D’Ambrosio, Colombo, Berlusconi, Grillo – che dovranno essere distrutti previa convocazione delle parti.

Tavaroli più degli altri coindagati dell’inchiesta, tenta di spiegare i motivi di ogni dossier compromettente, di ogni appunto in agenda. Come quello di un incontro a Roma, nel 2003, tra lui, Gianni Letta, anche all’epoca sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai Servizi avvenuto dopo che un consulente della Kroll (la società d’investigazione americana in guerra con Telecom per il controllo della telefonia brasiliana) aveva telefonato a Letta perchè «chiedeva l’autorizzazione al governo a pubblicare notizie compromettenti sul presidente».

Oppure di quando chiese aiuto a Don Ciotti e all’associazione Libera per «sensibilizzare» i dipendenti Telecom al Sud ai problemi della legalità» dopo aver saputo, da «un pezzo d’intelligence che il presidente Tronchetti era entrato nel mirino di un clan napoletano, «quello dei Ricciardi». Secondo Tavaroli, Sasinini avrebbe anche intercettato la notizia di un dossier «da parte di Romiti su Montezemolo e il conseguente nostro intervento in occasione della nomina a Presidente della Confindustria per fare in modo che Romiti rinunciasse a questo proposito».

In altro verbale del 19 aprile spiegando ruoli e responsabilità di un elenco di nomi che formavano il parco collaboratori della security Tavaroli spiega anche la presenza di strani e noti personaggi: «Luttwak: era un mio consulente presentatomi da Savina che avanzava soldi da Colanninno che lo retribuiva con una cifra pari a circa un milione di euro all’anno. Si propose come consulente sulla vicenda Brasile… Si rivelò utile per poco e quindi non continuammo a retribuirlo».

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Finte spie tentano di incastrare Alemanno con un dossier su Prodi D’Alema Scajola

Venerdì, 11 Luglio 2008

Una truffa da 50 milioni di dollari, mica spiccioli. Obiettivo del raggiro organizzato da sedicenti 007 e pseudo-consulenti del comitato di controllo sui servizi segreti? Gianni Alemanno, oggi sindaco di Roma. Il pm Luca Tescaroli ha chiuso in questi giorni l’inchiesta che vede indagati – e prossimi destinatari di una richiesta di rinvio a giudizio – sei personaggi a vario titolo coinvolti in un’operazione d’«intossicazione politica» finalizzata a piazzare un dossier contenente informazioni devianti su parlamentari di maggioranza e opposizione.

Una storia torbida, venuta alla luce grazie all’intraprendenza dell’attuale sindaco che dopo aver fatto credere di essere interessato al rapporto custodito in una cassetta di sicurezza a Montecarlo, si è rivolto alla procura di Roma. Ideatore dell’iniziativa truffaldina sarebbe, secondo l’autorità giudiziaria, Fausto Bulli, nome noto alle forze dell’ordine per essersi trovato al centro di analoghe spy story. Con lui, uno stuolo di finti agenti segreti, finti poliziotti, finti consulenti di svariate commissioni d’inchiesta. Tutti impegnati a confezionare il «pacco» a Gianni Alemanno per il tramite dell’inconsapevole Giovanna Romeo, già membro della segreteria dell’ex ministro alle politiche agricole nonché assistente al Csm del consigliere Gianfranco Anedda.

«Pacco» costituito dalla vendita di un dossier di oltre 800 pagine, per la modica cifra di 70/80 milioni di dollari (la richiesta poi scenderà a 50) contenente informazioni «inerenti il coinvolgimento di alcune personalità politiche dell’allora maggioranza parlamentare e governativa – si legge nell’avviso di conclusione delle indagini – nelle vicende Parmalat, Cirio, Bond argentini, Unipol, Unicredit, Capitalia, Telecom Serbia, Conto protezione 6060».

Destinatari delle attenzioni dell’organizzazione criminale, Romano Prodi, Massimo D’Alema, Piero Fassino, l’attuale ministro Claudio Scajola e molti altri deputati e senatori, di centrodestra e centrosinistra. L’operazione, congegnata a tavolino con il supporto di elementi vicini a un’intelligence straniera, scatta nei primi mesi del 2007. Quando alla segretaria Giovanna Romeo si presentano, millantando cariche e credenziali inesistenti (dipendenti del Sismi, dirigenti della polizia di stato) gli emissari di questa fantomatica organizzazione.

Chiedono di incontrare Alemanno per illustrare i contenuti del dossier. L’aspirante sindaco si consulta con i suoi collaboratori, e pur sentendo odore di bruciato, accetta di incontrare due di questi sei personaggi. «Onorevole Alemanno – è l’esordio – abbiamo notizie concernenti attività delittuose poste in essere da uomini politici e fatti relativi alla loro vita privata…». Il tutto, se interessa, verrebbe a costare qualche milioncino di dollari. Trattabile.

Alemanno prende tempo, si consulta con il «collega» Marcello De Angelis, e alla fine manda un emissario a vedere le carte. Ma qualcosa s’intoppa. L’incontro salta nel momento in cui Giovanna Romeo bussa in procura con un esposto-denuncia dove sono riassunti i passaggi salienti di quello che il pm Tescaroli definisce una vera e propria «operazione d’intossicazione dell’informazione».

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Di Pietro, 15 anni di segreti e bugie

Lunedì, 30 Giugno 2008

«È riaffiorata la tentazione di costruire un dossier aggiornato sul passato di Di Pietro», spiegava ieri Repubblica, certa che «qualcuno sarebbe già al lavoro collezionando vecchie inchieste da cui peraltro Di Pietro è sempre uscito scagionato». Grazie per il suggerimento, anzitutto: ma abbiamo già dato.
Se Antonio Di Pietro nel 1993 deteneva la fiducia del 94% degli italiani, e ora decisamente di meno, è perché nel mezzo evidentemente qualcosa è successo, qualcosa è stato raccontato, qualcosa è bastato: perlomeno al centrodestra. Se è vero infatti che Walter Veltroni riscopre ogni giorno nuove convergenze col Di Pietro più veemente (persino quello che chiama «magnaccia» il presidente del Consiglio) d’altra parte invece c’è una sola cosa che l’ex magistrato e Silvio Berlusconi hanno in comune: entrambi sono stati indagati, più volte, ed entrambi alla fine ne sono usciti illesi. Giudichi il lettore, o l’elettore, chi la magistratura abbia voluto proteggere.
Sta di fatto che le sentenze che hanno riguardato Di Pietro, diversamente da quelle berlusconiane, rimangono pressoché sconosciute: non sono state infinitamente sezionate e sottotitolate e stampate e ristampate dai soliti fotocopisti di cancelleria, ma sono sentenze lo stesso, anche se Repubblica decide di chiamarle «fango» come ha fatto ieri.
Per fare un esempio: oggi ci sono giornalisti che ancora si chiedono, o chiedono a Di Pietro, perché a suo tempo lasciò la magistratura. Eppure è tutto nero su bianco: e lo è sia nelle sentenze di non luogo a procedere vergate dai gup Roberto Spanò e Anna Di Martino a beneficio di Di Pietro (peraltro in contraddizione tra loro su alcuni episodi) sia nel successivo giudizio di tribunale vergato del presidente Francesco Maddalo il 29 gennaio 1997: una sentenza che superò le precedenti perché fece seguito a un pubblico dibattimento con esibizione di prove e audizione di parti.
Qualcuno lo ricorderà: è il processo in cui Di Pietro dapprima balbettò e poi rifiutò di rispondere alle domande del pubblico ministero. L’ex magistrato oltretutto non presentò appello, sicché la sentenza «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice in gergo.
Per farla breve: il Gup Anna di Martino, che pure fu molto attenta alle ragioni del magistrato, spiegò che se Di Pietro fosse rimasto in magistratura sarebbe andato incontro a pesanti sanzioni disciplinari. Il giudice Francesco Maddalo, nondimeno, parlò di «fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare». Sono le vecchie storie di Gorrini, D’Adamo, i prestiti da 100 milioni frettolosamente restituiti in scatole da scarpe o avvolti in carta di giornale, faccende di Mercedes rivendute a prezzo maggiorato, roba celata nel torbido dimenticatoio di chi ha fondato il suo movimento sulla trasparenza e sulla legalità, anzi sui «valori».
Eppure il Di Pietro che da magistrato si offrì di interrogare Berlusconi dicendo «Io quello lo sfascio» (come raccontato dal suo ex Procuratore Capo) è immortalato in una sentenza che nessun libro, di nessun servo di Procura, ha mai riportato: «Decisiva appare l’intenzione di Di Pietro di intraprendere l’attività politica ovvero di ottenere incarichi pubblici di maggior rilievo» (pagina 167 della succitata sentenza Maddalo). «Altri eventi evidenziano chiaramente questo sempre più marcato orientamento di Di Pietro ad assumere iniziative e posizioni più confacenti ad un esponente politico che a un magistrato Particolarmente arduo è separare una condotta antecedente alle preannunciate dimissioni da una condotta a queste successiva» (pagina 170). «Il desiderio di lasciare l’incarico giudiziario nel momento di massima popolarità non poteva non essere funzionale e strumentale ad un successivo sfruttamento di questa popolarità, proprio in vista di quella progettata attività politica (pagina 177)».

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Ma le liberalizzazioni dell’Antitrust servono veramente?

Giovedì, 12 Giugno 2008

L’Antitrust ha diffuso la sua periodica segnalazione alle istituzioni sulle liberalizzazioni. AGCM indica le liberalizzazioni come l’obiettivo a cui il governo e il parlamento dovrebbero dedicare la prossima legislatura. i giornali si adeguano e da efficentissimi uffici stampa (quali ormai sono diventati riunciando ad esercitare il diritto di critica) ne traggono conclusioni pessimistiche sullo stato comatoso della nostra economia. qui non ci interessa entrare nel dettaglio delle proposte – molte, moltissime più che condivisibili – ma segnalare ai sodali che se è vero che per l’antitrust le liberalizzazioni sono un "obiettivo", per la politica dovrebbero essere un "mezzo": secondo la costituzione, per le istituzioni il fine è il "progresso socio.economico" dei cittadini. tale progresso spesso può essere raggiunto tramite le liberalizzazioni, ma confondere lo strumento con il fine è un rischio altissimo.

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Il satanismo in Italia – dossier

Martedì, 25 Marzo 2008

In Italia è stato lanciato da tempo l’allarme. I pericoli derivanti dall’espansione incontrollata di alcune sette sono diversi, il Rapporto del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, del Febbraio 1998, su: "Sette religiose e nuovi movimenti magici in Italia" sottolinea, tra l’altro, che: "…soprattutto in vista dell’anno giubilare, si è ormai diffuso il timore che singoli o gruppi incontrollati, in preda a qualche sacro delirio ed attribuendo un particolare significato simbolico allo scadere del secondo millennio, possano rendersi responsabili di atti cruenti o comunque di gravi devianze". La complessa e interessante indagine, costituente il Rapporto del Governo Italiano sui Nuovi Movimenti Religiosi, è stata inviata il 29 Aprile 1998, dal Ministro degli Interni, alla Commissione per gli Affari Costituzionali della Camera dei Deputati del Parlamento Italiano.

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