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La Chiesa non può non fare politica (by Nitoglia)

Domenica, 23 Settembre 2012

«È tutto un mondo che occorre rifare, sin dalle fondamenta, trasformandolo da selvatico in umano e da umano in divino, cioè secondo il Cuore di Dio» (Pio XII, 10 febbraio 1952). «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere (…), il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale che è quello della creazione divina» (E. Gilson).

Luomo è un «animale politico»«La legge, per essere vera e buona, non solo deve essere promulgata dall’autorità (‘Auctoritas facit legem’), ma deve essere conforme alla ragionevolezza e al bene (‘Veritas facit legem’)» (R. Pizzorni).

Introduzione- Il libretto «Sovversione & Restaurazione» (Milano, Edizioni Centro Studio Jeanne d’Arc, 2012) è un manuale di base per la formazione del militante, che oggi si trova a dover combattere contro la Sovversione e per la Restaurazione.

- La «Sovversione» è il ribaltamento, il rovesciamento e lo sconvolgimento dell’ordine individuale, familiare e sociale. La «Restaurazione» è il riportare l’ordine perduto e quindi consiste nel ripristinare l’ordine individuale, familiare e sociale. Per poter restaurare l’ordine nella Società civile occorre prima averlo in sé («nessuno dà quel che non ha»), poi nella famiglia e infine lo si può portare nello Stato, che è un insieme di famiglie unite al fine di conseguire il benessere comune temporale subordinatamente a quello spirituale. L’ordine è la sottomissione dell’anima a Dio e la padronanza dell’anima sul corpo ed i suoi istinti. La «Sovversione» è lo scardinamento di quest’ordine. La vita spirituale consiste nel ristabilire quest’ordine nell’animo del singolo uomo; la vita politica consiste nel riportarlo nella Società civile. Per cui l’uomo non deve e non può fermarsi alla sola vita spirituale individuale, non può non fare politica, essendo per natura e quindi per volontà di Dio un animale sociale e politico. Il liberalismo e il cattolicesimo-liberale vorrebbero rinchiudere la religione in sagrestia e farne una questione puramente individuale e così anche alcuni sacerdoti falsi mistici o pseudo-spiritualisti, disincarnati e modernizzanti. La dottrina cattolica, invece, parla di Regno sociale di Gesù Cristo e non di solo Regno individuale.

- La «Sovversione» è nata col peccato di Adamo, ma, a partire dalla Cristianità, ossia dall’epoca in cui lo spirito del Vangelo informava le leggi della Società, essa ha conosciuto varie tappe: l’Umanesimo e il Rinascimento (1400-1500), che hanno cercato di rimpiazzare il Vangelo con la Cabala o l’esoterismo ebraico a livello delle élite intellettuali o Accademie culturali; poi è venuto il Protestantesimo (1517), che ha immesso il soggettivismo e il relativismo nella Religione rendendola una pura esperienza soggettiva e sentimentale, essenzialmente antigerarchica e sovvertitrice dell’ordine voluto da Gesù quando ha fondato la Sua Chiesa su una persona che è il Papa, il quale è in terra il Re del Corpo Mistico; infine è venuta la Rivoluzione francese (1789), che ha portato il disordine nella Società, nella scienza e nell’azione Politica. Il Comunismo (1917) ha peggiorato il disordine della Rivoluzione francese – cercando di distruggere la proprietà privata, la famiglia e la religione – ed ha conosciuto il suo vertice con il 1968 sposando il freudismo, che ha portato il disordine in interiore homine eccitando al parossismo il fomite del peccato con le tre Concupiscenze e i sette Vizi capitali, rendendo così l’uomo un animale selvaggio ed impulsivo. Oggi ci troviamo nell’ultima fase della Sovversione, il Mondialismo, che a partire dall’11 settembre 2011 cerca di impadronirsi del mondo intero e di edificare un unico Tempio e una sola Repubblica universale per rendere schiava la quasi totalità dell’umanità sotto il giogo di Israele e dell’America, i due Stati dominati dai principali agenti della Sovversione: il giudaismo e la massoneria.

- Come non è corretto ridurre alla sola massoneria l’agente principale della «Sovversione» tralasciando il giudaismo post-biblico, che ha perseguitato Gesù, gli Apostoli e i primi cristiani, è del pari inesatto ridurre i motori della Sovversione personale a due soltanto: «orgoglio e sensualità», mentre la Sacra Scrittura ci parla anche di un terzo motore: l’avarizia e la vana curiosità, che è l’attaccamento disordinato ai beni terreni e il frivolo desiderio di sapere ciò che avviene nel mondo («Concupiscenza degli occhi»). «L’a-Giudaismo» e «l’a-Avarizia» (alfa privativo) sono le due deficienze del libro «Rivoluzione e Controrivoluzione» di Plinio Correa D’oliveira (San Paolo del Brasile, 1949) cui ho cercato di porre rimedio in «Sovversione & Restaurazione».

- Secondo la dottrina cattolica (definita «di Fede divina» ed infallibilmente dal Concilio di Trento, sessione 5, DB 788, 792 e 815 ss.) il Peccato originale di Adamo ha lasciato nell’uomo la privazione della Grazia santificante, l’offuscamento dello spirito e lo sconvolgimento dell’armonia del suo essere, facendogli sperimentare la ribellione dei sensi allo spirito e l’insubordinazione dello spirito a Dio (confronta S. Th., II-II, qq. 164-165). Il Fomite del peccato o l’inclinazione disordinata al male non è invincibile e peccaminosa in sé; lo diviene solo se la libera volontà umana la fa passare dalla potenza all’atto del peccato. In breve la concupiscenza non è peccato, ma inclina ad esso (confronta Concilio di Trento, DB 792; S. Th., I-II, q. 82, a. 2). Le Concupiscenze sono tre secondo la Rivelazione (1a Jo., II, 16): «Tutto ciò che è nel mondo, la Concupiscenza della carne, la Concupiscenza degli occhi e la Superbia della vita, non viene dal Padre».

- La «Concupiscenza degli occhi» tende a fare delle ricchezze e delle vanità di questa vita il Fine ultimo. La triplice Concupiscenza è la fonte del male e della sovversione personale; da essa hanno origine i sette Vizi capitali, cattive tendenze che ci spingono al peccato attuale e sono «capo» o fonte di innumerevoli disordini. Se dalla Concupiscenza della Superbia nascono tre Vizi capitali (orgoglio, invidia e collera) e dalla Concupiscenza della Sensualità nascono altri tre Vizi capitali (lussuria, golosità e pigrizia), non bisogna dimenticare che dalla Concupiscenza degli Occhi (avarizia e curiosità) nasce l’attaccamento disordinato a questa vita come se fosse quella eterna (S. Th., I-II, q. 84, aa. 3-4; De Malo, q. 8, a. 1): essa tende a farci scambiare il mezzo per il fine (S. Th., II-II, q. 118; De Malo, q. 113), è una specie d’idolatria, è «il culto del vitello d’oro; non si vive più che per il denaro. Non si dà nulla o quasi nulla ai poveri e alle opere buone: capitalizzare, ecco lo scopo supremo a cui incessantemente si mira. (…). La civiltà moderna ha sviluppato una forma parossistica dell’amore insaziabile delle ricchezze, la plutocrazia, per acquistare quell’autorità dominatrice che viene dalle ricchezze, onde comanda ai Sovrani, ai Governi e ai popoli. Questa signoria dell’oro degenera spesso in intollerabile tirannia» (A. Tanquerey, Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, Roma-Parigi, Desclée, 1924, pagine 556-557).

- L’errore, che mutila la fonte della «Sovversione personale», lo si ritrova, come ho anticipato sopra, in Plinio Correa D’oliveira (Rivoluzione e Controrivoluzione, San Paolo del Brasile, 1949, traduzione italiana Piacenza, Cristianità, 1977) assieme alla mutilazione del motore della «Sovversione sociale» in quanto salta a pié pari il Giudaismo talmudico per parlare solo en passant di Massoneria. Non a caso i teoconservatori italo-americani si rifanno a quest’opera del pensatore brasiliano succitato per spostare la «Restaurazione» dell’ordine personale, familiare e sociale dal piano filosofico, spirituale e politico a quello crematistico o affaristico e latifondistico.

- La «Sovversione» è il disordine che l’uomo sperimenta in sé dopo il peccato originale, dietro la spinta delle tre Concupiscenze (orgoglio, avarizia e lussuria); la «Restaurazione» è il cercare di ritornare all’ordine turbato dalle tre Concupiscenze nell’individuo, nella famiglia e nella Società civile.

- La Restaurazione comporta la Gerarchia. Non bisogna cadere nel vizio del fariseismo calvinista e liberista, il quale scambia gerarchia per prepotenza, sfruttamento ed oppressione del debole. Gerarchia significa che vi è una differenza accidentale tra gli uomini (chi è più buono chi meno, chi più intelligente chi meno, chi più lavoratore chi meno), la quale fa sì che il migliore sia più in alto e comandi, senza disprezzare e maltrattare chi si trova più in basso ed obbedisce. San Paolo a sua volta insegna: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Né l’occhio può dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; né la testa ai piedi (…). Anzi quelle membra che sembrano più umili sono le più necessarie (…). Dio ha composto il corpo affinché non vi fosse disunione in esso, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro sta bene, tutte le altre gioiscono con lui» (1 Cor., XII, 4-20).

- È importante che il militante si abitui a vivere bene, rispettando la Legge divina e naturale, poiché «bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finisce per pensare male se si vive male». Non si può restaurare la Società se abbiamo il disordine o la Sovversione in noi (‘si agisce come si è, il modo di agire segue il modo di essere’). I consigli pratici per restaurare se stessi, la famiglia e la Società civile sono i seguenti:

1°) riforma te stesso (monastica), poi la tua famiglia (economia) e quindi la Società (politica);

2°) ritorna al buon senso, al realismo che conforma il pensare alla realtà e possibilmente studia la filosofia perenne di San Tommaso che ha elevato a scienza il senso comune e la retta ragione che ogni uomo normale possiede;

3°) vinci l’ozio, che è il «padre dei vizi», e incoraggia lo sforzo fisico, intellettuale e morale;

4°) ricorri a Dio onnipotente, che solo può debellare il Leviatano mondialista che attualmente schiaccia gli uomini come schiavi.

- Tuttavia, nel presente articolo «Consegne ai militanti», occorre completare il discorso fatto in «Sovversione & Restaurazione», con alcune considerazioni per i militanti, che si trovano a far «politica» (cioè a vivere la Virtù di Prudenza nella Società civile) direttamente, applicando alla vita quotidiana e concreta i princìpi studiati nel primo libro. Tale integrazione ad uso soprattutto, ma non esclusivo, del militante laico riguarda:

1°) la teoria e specialmente la pratica della Restaurazione del Regno sociale di Cristo, evitando i due errori per eccesso e per difetto dell’Angelismo super-spiritualista e del Liberalismo laicista. Come l’uomo è un composto di anima e corpo e non è solo spirito o sola materia così egli non è ordinato solo allo stato laicale (laicismo liberale) o iper-clericale (super-spiritualismo angelista), ma le due sfere si integrano nella cooperazione subordinata di corpo ad anima e di laicato a sacerdozio. 2°) Il non mischiare il piano della verità e dei princìpi perenni ed immutabili con i casi pratici (piano del mutevole agire umano) per annacquare i primi abbassandoli dal livello immutabile della verità teoretica alla contingenza della vita pratica.

3°) La verità che l’uomo è una creatura, la quale dice rapporto al Creatore; inoltre l’uomo è un animale sociale, non un «Individuo assoluto» (idealismo) né un animale sacerdotale per natura (si confonderebbe la natura e la grazia), evitando così i due errori dell’individualismo liberale e idealistico, che porta all’anarchia e l’errore dell’angelismo iper-spiritualista, che renderebbe il mondo un convento (pan-vocazionismo), confondendo i Precetti con i Consigli.

4°) In politica la verità e i princìpi non vanno confusi col campo dell’azione prudenziale, ma bisogna applicare i princìpi immutabili ai casi pratici diversi e mutevoli. Per principio lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa, questo principio è immutabile anche se va applicato alle varie epoche con discrezione, buon senso e prudenza soprannaturale, tenendo conto delle circostanze in cui ci si trova a vivere.

Prologo- San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (1904) ci ricorda che:

1°) Non bisogna confondere e mischiare i princìpi con la pratica, la verità con le esigenze della vita, altrimenti si cade nella evoluzione perpetua della verità, come voleva Maurice Blondel «veritas est adaequatio intellectus et vitae», infatti siccome le esigenze della vita umana sono contingenti, concrete e storiche, l’intelletto si deve adeguare ad esse che mutano costantemente. La verità non è più ancorata nella stabilità e immutabilità dell’essere, ma nella fluttuazione e nel moto perpetuo del divenire. Equivale ad ancorare la nave sui flutti mobili delle onde e non sul fondale stabile del mare.

2°) Il catto-liberalismo o il social-modernismo, invece, confondono volutamente e scientificamente principì e pratica, così formulano delle «mezze verità» che sono più pericolose dell’errore manifesto, poiché esse sono nascoste e segrete, come il modernismo qualificato come «foedus clandestinum» o «setta segreta» da San Pio X (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910). Tali mezze verità vengono applicate non solo alla filosofia, al dogma e alla morale, ma anche alla dottrina sociale e politica della Chiesa e soprattutto alla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa.

3°) Certamente bisogna calare il principio nella pratica con Prudenza, ma la Prudenza non è la Fede, il dogma, la verità o l’essere; essa è la recta ratio agibilium, ci dice come dobbiamo fare per agire hic et nunc virtuosamente alla luce dei princìpi immutabili, senza confondere essere e agire, verità e prudenzialità. Invece per il catto-liberalismo o il social-modernismo a-dogmatico il Principio o il Valore massimo, assoluto e universale è: «Non bisogna esagerare nella affermazione della verità, occorre sfumarla e renderla accettabile all’uomo moderno». Ora, è vero che non si deve cadere nel rigorismo disumano e fanatico di chi annulla i casi pratici e vede solo i princìpi, ma, se la vita è fatta da casi pratici e contingenti, questi vanno risolti alla luce dei princìpi immutabili e perenni.

- Mons. Antonio De Castro Mayer nella sua «Lettera pastorale sul Regno sociale di Gesù Cristo» (1978) ci ricorda che:

1°) L’uomo è un’unione di anima, corpo e socievolezza, contro l’angelismo super-spiritualista e contro il materialismo laicista di destra (liberalismo) e di sinistra (socialismo).

2°) L’Autorità viene da Dio e non dall’uomo o dal popolo, che usurperebbe, così, il posto del Creatore.

3°) Aderire al falso e fare il male non è vera libertà, ma è un difetto contro-natura di essa, poiché l’anima umana è naturalmente fornita di intelletto per conoscere il vero e rifiutare il falso, e, di volontà per amare il bene e fuggire il male.

4°) Siccome Dio è la Perfezione stessa sussistente, non può fare il male, che sarebbe un’imperfezione. Quindi neppure Dio può concedere la libertà alle false religioni, il diritto alla libertà di errore, che sono contro natura e intrinsecamente perversi.

5°) L’ordine cronologico da seguire per «instaurare tutto in Cristo» è innanzitutto la conversione personale («nemo dat quod non habet»), poi quella della famiglia, quindi del villaggio ed infine dello Stato. Se s’inverte l’ordine, come ha fatto Charles Maurras («politique d’abord»), e si parte dallo Stato, senza prima aver formato veri cristiani, famiglie e villaggi sinceramente cristiani, si ha un tetto senza casa e senza fondamenta; un mobile roso dai tarli, un braccio ingessato, ma ammalato internamente di cancrena, che prima o poi esploderà e farà disintegrare l’ingessatura; un’ossatura giuridica di Stato che ha un’apparenza cristiana, ma senza anima e senza sostanza. Leone XIII (Immoratle Dei, 1885) e San Pio X (Notre charge apostolique, 1910) ci ricordano che «la Cristianità è esistita, non bisogna inventarne una nuova, ma instaurarla e restaurarla incessantemente contro gli assalti dell’empietà» (San Pio X) e che il Vangelo «prima ha penetrato gli animi dei cittadini, delle famiglie e dell’esercito romano sino ad arrivare, infine, anche al Palazzo imperiale» (Leone XIII).

- Sant’Agostino ha affrontato per primo, meglio di tutti ed in maniera sistematica il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, che poi sarà ripreso da tutti gli altri Padri e dagli Scolastici.

1°) Lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima, la materia alla forma, la potenza all’atto, il divenire all’essere. In breve Sant’Agostino, assieme a tutti i Padri ecclesiastici, ha insegnato la dottrina sistematica e quasi totalmente definitivamente ultimata della cooperazione gerarchica tra Stato e Chiesa.

2°) La Chiesa «non può non fare politica» (San Pio X), che non è partitica ma è la virtù di Prudenza applicata alla Società civile, essendo l’uomo un «animale sociale per natura» (Aristotele e San Tommaso).

Il Liberalismo-laicista e l’Angelismo-iperclericalista

- Il liberalismo laicista vuole dissacrare e dissolvere la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale (che rimanda al Creatore) e socievole (che riporta alla Polis e quindi alla «Politica») dell’uomo. Per cui l’uomo e la Società non dipenderebbero da Dio (secolarizzazione e desacralizzazione) e l’uomo non sarebbe un animale sociale e politico (individualismo anarco-liberale).

- L’angelismo iper-spiritualista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista» («o vocati o quasi dannati»), negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che equivarrebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale, i Comandamenti con i Consigli, come fanno le sette e i regimi assolutistici.

Attualità del problema San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (12 marzo 1904) spiega che il mezzo con cui gli eterodossi s’infiltrano nella Chiesa consiste nell’applicare una regola d’azione prudenziale ai princìpi o al dogma, confondendo il piano teoretico o della verità con quello pratico o dell’agire umano. Ora, continua Papa Sarto, la Prudenza è una virtù morale, che aiuta ad applicare i princìpi al caso pratico e a risolvere quest’ultimo alla luce del principio, senza svilire il principio rendendolo valido solo se praticamente utile. Quindi trasporre confondendoli la Prudenza o la pratica al livello dei princìpi ed abbassare il principio dal livello teorico a quello pratico ha conseguenze disastrose: dal punto di vista teoretico, annacqua il principio ed erode il dogma; dal punto di vista pratico, può degenerare sia in lassismo che in rigorismo come vedremo oltre.

- Il cattolicesimo liberale fa proprio ciò riguardo alla dottrina sui rapporti tra Stato e Chiesa. Con la scusa di maggior prudenza e discrezione esso obietta che la dottrina dell’unione gerarchizzata tra potere temporale e spirituale non è «prudenziale» o «pastorale» al tempo presente. Il liberalismo cattolico o modernismo sociale non nega teoreticamente ed esplicitamente il principio della collaborazione tra Stato e Chiesa, ma dice che praticamente o prudenzialmente oggi esso non è più opportuno e utile, ma dannoso e indiscreto.

- Per confutare tale errore bisogna ben distinguere la teoria o il principio, che non muta (2+2=4), dalla pratica (ho 4 mele, le posso mangiare tutte assieme o è più prudente mangiarne 1 il mattino, 1 a pranzo, 1 la sera e l’altra metterla da parte in caso di necessità?). Attenzione! Distinguere per unire e non per contrapporre. Infatti la pratica segue la teoria ed è l’applicazione al caso concreto e contingente del principio universale ed immutabile. Se confondo pratica o prudenza (mangiare 4 mele assieme potrebbe essere indigesto) con il principio (2+2=4), vanifico l’immutabilità di quest’ultimo (e do luogo all’evoluzione della verità, del dogma, alla «Tradizione vivente» …).

- Occorre altresì evitare l’errore per eccesso di chi non riesce a calare in pratica il principio e diventa un ideologo settario, fanatico, spietato, senza misericordia. Il modernismo politico, al contrario, pecca per difetto di buon senso naturale, di Fede e di Speranza soprannaturali e di fronte al mondo moderno, che è capace di capire, ma si oppone alla verità rinuncia per principio ai princìpi.

- Quanto alla dottrina sociale cattolica sulla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, il principio è sempre valido, bisogna saperlo applicare in pratica, ma non mischiare e confondere teoria e pratica per giungere a vanificare o edulcorare il principio. Si cadrebbe nell’utilitarismo liberale o «comodismo» americanista, condannati da Leone XIII nella lettera Testem benevolentiae del 1889 (primato dell’utile sul vero e amore smodato della comodità). Quindi, pur senza rinnegare esplicitamente il principio, il modernismo politico lo ritiene teoricamente e praticamente inattuabile, non più possibile, neppure a lungo termine e vi rinunzia se non de jure almeno de facto. Per cui l’unica strada percorribile è quella delle concessioni, del dialogo con la modernità, cedendo ai suoi falsi princìpi, i quali stranamente e incoerentemente vengono ritenuti come princìpi moderni, mentre quelli della filosofia perenne, della teologia scolastica, del Magistero tradizionale sono reputati, storicamente e non teoreticamente, reperti archeologici sorpassati, grazie alla mentalità storicistica, che calando il principio nella sua epoca storica e rendendolo un fatto cronologico e contingente e non più un principio immutabile, relativizza tutto.

- Anche nel campo sociale la verità o i princìpi non rientrano nel campo dell’azione e dell’agire prudenziale. Bisogna applicare con prudenza il principio immutabile di verità teoretica al caso pratico non solo individuale ma comune, sociale e politico. Tuttavia non bisogna mischiare teoria e pratica, principio ed azione, dogma e prudenza. La verità appartiene all’ordine dell’essere e la prudenza a quello dell’agire. Ora «agere sequitur esse, modus agendi sequitur modum essendi, sed agere non est esse» (l’agire segue l’essere, il modo di agire segue il modo di essere, ma l’azione non è l’essere). Il modo di agire o l’atto umano pratico può essere incompleto, imperfetto ed anche cattivo ossia falso, ma una verità teoretica non può essere, per definizione, incompleta, imperfetta e falsa, perché sarebbe la contraddizione stessa sussistente come «il cerchio quadrato» per il principio di identità e non-contraddizione (vero = vero, falso = falso, vero ? falso). La verità è la conformità dell’intelletto alla realtà («adaequatio rei et intellectus»), l’idea è vera se corrisponde all’essere non all’azione, è falsa se non vi corrisponde, in quest’ultimo caso non ho un concetto imperfetto, ma semplicemente falso o erroneo; invece l’atto umano può essere «meno perfetto di ciò che dovrebbe essere» (imperfezione o «actus remissus») o cattivo leggermente (peccato veniale) oppure cattivo gravemente (peccato mortale). Bisogna comprendere e compatire la fragilità pratica dell’uomo, senza giustificarla ed approvarla, ma, se si traspone la prudenza dell’agire nell’ordine dell’essere o della verità mediante mezze-verità o termini equivoci, ambigui, sfumati, imprecisi, i quali volutamente non sono esplicitamente erronei, è ancora più pericoloso per la sana ragione e la purezza della Fede. Coloro che di fronte all’errore, invece di condannarlo, smascherarlo o disapprovarlo apertamente, cercano un accomodamento, un compromesso teoretico tra verità e falsità, negano implicitamente il principio per sé noto di identità e non-contraddizione, sotto apparenza di apostolato, discrezionalità, pastoralità, prudenzialità e sono più pericolosi di chi professa apertamente l’errore, come insegna Sant’Ignazio da Loyola nelle Regole sul discernimento degli spiriti dei suoi Esercizi spirituali. Infatti il diavolo quando tenta apertamente al male in quanto male è meno pericoloso di quando si presenta sotto apparenza di angelo di luce e cerca di «spingere al male sub specie boni», insinuando al tentato di pensare che forse sta facendo il bene. Le mezze-verità, la vaghezza, l’imprecisione, l’indecisione, il pressappochismo o l’indefinibilità dottrinale sono la «quinta colonna» o il nemico che si presenta da amico, il cavallo di Troia, il lupo vestito da agnello che penetra – grazie al suo camuffamento – nel cuore della Chiesa e la vuole cambiare dal di dentro, come dice il «Programma dei Modernisti» (1906) attribuito ad Antonio Fogazzaro ed Ernesto Buonaiuti.

Mons. Antonio De Castro Mayer- Nella sua Lettera pastorale sulla Regalità sociale di Cristo del 1978, il vescovo brasiliano († 25 aprile 1991) distingue benissimo la verità dall’azione pratica, e scrive che «il liberalismo ossia l’indifferentismo relativistico in materia religiosa e il separatismo sociale dall’elemento soprannaturale è la causa dell’apostasia delle Nazioni». Il Liberalismo laicista, infatti, propugna per principio la separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato, poiché conformemente alla sua filosofia soggettivistico-relativistica una religione vale l’altra e conseguentemente lo Stato deve essere indifferente verso la vera religione. Inoltre concepisce idealisticamente l’Individuo come un Assoluto, un Fine e nega la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che invece è in relazione orizzontale con gli altri e verticale con Dio. Da questi principi «teoretici» (indifferentismo, soggettivismo, individualismo) e «pratici» (immanentismo e separatismo) segue necessariamente la separazione dello Stato dalla Chiesa o l’apostasia politica, sociale e nazionale, che è più grave di quella individuale, come uccidere 1.000 persone è più grave che ucciderne una sola. In breve è il contro-regno di Cristo, la contro-chiesa o la «sinagoga di Satana» (Apocalisse, II, 9). La dottrina cattolica insegna la cooperazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, per santificare non solo l’individuo, che per natura è socievole e relativo alla sua Causa, ma anche per sacralizzare la Società civile, unione di più famiglie, composte da vari uomini, socievoli, creati e dipendenti da Dio. Invece il liberalismo laicista vuole dissacrare la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale e socievole dell’uomo, e l’angelismo iper-clericalista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista», negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che sarebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale poiché la vocazione al sacerdozio è essenzialmente soprannaturale: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», insegna Gesù nel Vangelo. Mentre il modernismo erra a scapito del soprannaturale o per difetto, l’iper-clericalismo angelista sbaglia per eccesso a scapito della natura, «sed Gratia non tollit natura, supponit et perficit eam», insegna San Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 8 ad 2) . Ecco la causa dell’apostasia dell’ora presente: il laicismo-liberale e l’angelismo iper-spiritualista, il naturalismo (Razionalismo, Illuminismo, Materialismo, Immanentismo) e lo spiritualismo esagerato (Platonismo/Cartesianismo/Idealismo/Ontologismo da Malebranche a Rosmini).

- «In principio erat Auctoritas et Auctoritas erat a Deo», recita l’adagio scolastico. Infatti per la Rivelazione «non c’è Autorità se non derivante da Dio». Invece per il liberalismo l’autorità deriva dall’Uomo che è Fine ultimo di se stesso («non est auctoritas nisi ab homine et a populo»). Il liberalismo è l’incarnazione della «città di satana» descritta da Sant’Agostino nel De civitate Dei: «La città di Dio composta da coloro che per amore del Creatore riconoscono se stessi quali creature finite e la città di satana, composta da coloro che per amor disordinato di sé, disprezzano Dio». La Rivoluzione moderna, il laicismo liberale, contrappone Dio e uomo, come due persone non solo distinte ma contrarie, una autonoma dall’altra. L’uomo moderno e contemporaneo grida come Lucifero «Non serviam!» e come il serpente dell’Eden insinua: «Eritis sicut Deus». La Chiesa, che è l’ordine o il contrario della Rivoluzione, la quale è il «disordine stesso sussistente per partecipazione», armonizza Dio («l’Ordine stesso sussistente») e l’uomo come Padre e figlio, distinti, non contrari né contrapposti, ma in relazione di conoscenza amorosa altruistica, reciproca e in convivenza pacifica mediante la Grazia santificante. Per la Chiesa lo Stato, il quale naturalmente è un insieme di uomini e di famiglie, deve dare a Dio il culto ufficiale e pubblico, poiché lo Stato è per natura creatura di Dio. Invece il Laicismo o la modernità antropocentrica e rivoluzionaria nega che Dio è Creatore dell’uomo e a fortiori della Società civile, polis o civitas. Quindi mentre la Chiesa ha una concezione eminentemente politica o sociale, data la natura socievole dell’uomo, creato da Dio; il laicismo rivoltoso e sovversivo odia la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che lo mette in relazione con gli altri nello Stato e in relazione con Dio nella Chiesa, la quale è una Società perfetta giuridica e soprannaturale, un «Corpo mistico». Ma la dottrina a-sociale e liberale – come insegna Pio XII – «è contro natura» poiché vuole «obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo ad aderire all’errore e al male o a considerarli indifferenti», mentre l’intelletto è fatto per aderire al vero e confutare il falso e la volontà per amare il bene e ripudiare il male. Nell’adesione all’errore o al male non solo non vi è nessuna perfezione o arricchimento della natura umana, ma solo degradazione dell’intelligenza e della volontà, le quali sono le due facoltà nobili dell’anima razionale e spirituale dell’uomo». Lo Stato, che è un insieme di famiglie, le quali si uniscono per ottenere più facilmente il proprio fine prossimo (benessere materiale) ed ultimo (vivere virtuosamente per unirsi a Dio), non ha il diritto di deformare l’intelligenza e la volontà dell’anima umana, ma al contrario deve aiutare l’uomo a conoscere la verità e a praticare la virtù. Tutto ciò lo si consegue tramite la cooperazione tra politica e religione, Stato e Chiesa. Chi li vuol separare pecca o per difetto (laicismo liberale: individualismo a-sociale) o per eccesso (super-spiritualismo angelistico: l’uomo è solo anima, il corpo è malvagio e così la società o la polis sono un male da evitare per ottenere il proprio Fine che è il Cielo solamente tramite la religione, la quale non ha nessuna valenza sociale). Ma l’uomo non è un angelo, è composto di anima e corpo, è fatto per vivere in Società civile (Stato) e religiosa (Chiesa), le quali non devono prescindere l’una dall’altra (errore per eccesso: angelismo platonico/cartesiano) o combattersi (errore per difetto: laicismo liberal-rivoluzionario), ma cooperare subordinatamente come il corpo e l’anima.

- Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero, (fatto per conoscere il vero e amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto, per evitare un male maggiore, mai volere per principio. Ciò insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica.

- Una delle finalità della Chiesa oltre la conversione delle singole anime è la dilatazione del Regno di Dio su tutta la terra. Questo Regno è «principalmente spirituale, ma secondariamente anche di ordine politico o temporale» (Pio XI, Quas primas, 1925). Quindi la libertà religiosa è contro la finalità della Chiesa come Cristo l’ha voluta, non solo è contro-natura ma anche contro la Rivelazione. L’apostasia delle Nazioni da Dio, che era stata propugnata dai laicisti e dagli anti-cristiani, purtroppo oggi ha invaso le menti anche degli uomini di Chiesa e perfino di alcuni «pseudo-tradizionalisti» (vedi Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965). L’ideale o la meta apostolica alla quale tutti (laici e chierici) siamo chiamati è la instaurazione del regno di Dio già sulla terra, pur se imperfettamente, per ottenerlo perfettamente in Paradiso. Quindi prima dobbiamo convertirci veramente e vivere abitualmente in Grazia di Dio e poi potremo portare Cristo nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e nella Società civile. Questo è l’ordine da seguire per «instaurare omnia in Christo» (San Pio X) «nemo dat quod non habet», se non si è cristiani interiormente e veramente non si può restaurare la Cristianità; «politique d’abord» (Charles Maurras) significa iniziare a costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta: se si conquista il potere del Governo e si fanno leggi cristiane, ma il Governante non lo è e neppure i cittadini, la «restaurazione» è solo esteriore e superficiale e quindi dura come un fuoco di paglia. La Polis è un insieme di famiglie e di uomini; prima viene l’individuo che unito ad altri forma una famiglia, la quale assieme ad altre famiglie formano un villaggio e più villaggi uno Stato. La Civitas o Polis sarà cristiana e ordinata nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono ordinati e cristiani. Solo poi lo Stato ha il dovere di mantenere l’ordine e proteggere la vita virtuosa. Ma non si può cominciare con la fine, sarebbe una contradictio in terminis o un «contro-senso»: «il principio = il principio, la fine = la fine, il principio ? la fine». Aristotele (Politica) e San Tommaso (De regimine principum) insegnano che «la politica è la virtù di prudenza applicata alla Società», mentre la «prudenza individuale» si chiama «monastica» e quella «familiare» si dice «economia». Leone XIII insegna che i primi e veri cristiani «prima fecero in pochissimo tempo penetrare il Cristianesimo nelle loro famiglie, poi nell’esercito, nel senato ed infine perfino nel palazzo dell’Imperatore». Non si è cominciato dal Palazzo imperiale, ma dal singolo cristiano.

SantAgostino  Secondo Sant’Agostino il governante o Principe deve amministrare la res publica come un’attività volta al bene comune, ossia a far conseguire ai cittadini il bene morale ed a far loro evitare il male. L’origine – come rivela San Paolo (Rom., XIII, 1) – del potere è divina. Il governo, quindi, è buono se rispetta la sua natura, ossia: la Causa efficiente da cui trae l’Autorità, che è Dio, e la sua causa finale, che è il bene comune temporale subordinato a quello morale o spirituale. Altrimenti se non riconosce Dio come sua Causa efficiente e non ha di mira il vivere virtuosamente (naturale e soprannaturale) il governo è cattivo, anzi è paragonabile ad «una banda di ladroni». Il buon governante deve, secondo Sant’Agostino e tutti i Padri greci e latini, mettersi al servizio del bene e deve promuovere socialmente o assieme alla Società civile o Stato la Religione divina. L’obbedienza all’Autorità civile, tuttavia, è condizionata a mantenersi nella finalità morale (vivere virtuoso) e nella dipendenza da Dio (causalità efficiente). Altrimenti, l’Autorità diventa tirannia ed è lecito resisterle a certe determinate condizioni (specialmente di non rendere la situazione posteriore peggiore di quella anteriore). Secondo l’Ipponate il governante cristiano non solo deve provvedere alla pace interna ed esterna della Società civile, ma anche di quella spirituale, cioè lo Stato deve favorire la Chiesa nella sua missione di espandere il Regno di Dio in tutto il mondo. Certamente la Chiesa e lo Stato non possono costringere a fare il bene, che non sarebbe più libero e meritorio, ma debbono proibire di fare il male. Anzi, per difendere la Fede si può chiedere anche l’intervento di chi porta la spada. Infatti, se il Principe deve punire i crimini civili, perché mai gli si dovrebbe impedire di reprimere anche i crimini spirituali (l’eresia e lo scisma)? Siccome l’eresia e lo scisma sono un male, anzi il massimo dei mali, chi porta la spada non può non servirsene per reprimerli. Sant’Agostino confuta con 1.000 anni di anticipo l’obiezione dei catto-liberali secondo i quali l’uomo come singolo individuo è religioso, ma come cittadino facente parte di uno Stato deve essere neutrale in materia religiosa. L’Ipponate infatti afferma che il Principe serve Dio in due modi: come uomo, vivendo la Fede informata dalla Carità e come Governante facendo leggi conformi a quella divina-naturale, facendole rispettare e punendo i loro trasgressori.

Conclusione

La Chiesa non può non fare «politica»

- L’Uomo È Un Animale naturalmente Socievole. Da ciò la necessità di insegnare, oggi più che mai, la dottrina sociale della Chiesa e di non rinchiudersi nelle sacrestie, come volevano i cattolici liberali, mascherando tale cedimento al cattolicesimo liberale sotto un eccessivo spiritualismo o angelismo disincarnato, il cui motto è «non bisogna fare politica!». Invece la realtà, e quindi la verità, è che l’uomo è composto di anima e di corpo, che è un animale razionale e anche sociale ossia politico, fatto per vivere in Societas o in Polis, e non è un angelo, un ente disincarnato o un monaco, che vive isolato. I monaci sono casi «eccezionali» ed «eroici» che confermano la regola.

- Il Pericolo Dell’Angelismo O Dello Spiritualismo Esagerato.

L’errore dei conservatori e di alcuni «pseudo-tradizionalisti» cattolici attuali è quello di eliminare l’elemento sociale dalla natura umana, che invece è stata creata da Dio naturalmente socievole (Aristotele, Politica, VI; San Tommaso D’Aquino, De regimine principum, lib. I, cap. 14) e di voler rendere l’uomo un singolo individuo (come il liberalismo individualista) senza spazio sociale e politico, per indirizzarlo, con una spinta puramente naturale (anche se viene dal prete, che resta sempre un uomo anche se consacrato e non è Dio, ma solo uno strumento di Dio per aiutare i fedeli a fare la Volontà di Dio, che non necessariamente è quella del sacerdote) verso una vita consacrata alla quale invece chiama solo Dio e nella quale si persevera solo con l’aiuto di Dio: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», ci ha detto Gesù nel Vangelo. La vocazione è un consiglio e non un precetto e non si può obbligare a seguire un consiglio sotto pena di peccato.

- Occorre contestare, confutare e contrastare il laicismo, in teoria e in pratica, rovesciare tale modo di vita sovversivo e rivoluzionario, fare la storia piuttosto che subirla passivamente e tentare di creare le condizioni di un vivere sociale, che faciliti quello spirituale. «La Grazia presuppone la natura, la perfeziona e non la distrugge» (San Tommaso), così la Fede presuppone l’umanità civilizzata, la perfeziona, la mantiene in vita e non la deve distruggere; parimenti la vocazione sacra presuppone la vita familiare, sociale e politica, la perfeziona e non la deve annientare. Se non vi fosse una società familiare non vi potrebbe essere un «chiamato» e se la Società civile invece di aiutare l’individuo e la famiglia a cogliere il proprio Fine li ostacolasse, i «vocati» sarebbero molto di meno. È per questo che occorre «dare a Cesare quel che è di Cesare (obbedienza alle leggi temporali conformi a quella naturale) e a Dio quel che è di Dio (l’adorazione)».Don Curzio Nitoglia doncurzionitoglia.com

Salazar, filosofo della politica

Sabato, 22 Ottobre 2011

«Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione! (…). Ma quasi dappertutto gli uomini sembrano oggi inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi tentano di fuggirli. Li si sente sfasati, incapaci di reagire contro le forze così potentemente scatenate» (Salazar).  Prologo Jacques Ploncard D’Assac, che è stato per molti anni il confidente di Salazar, ne ha scritto una biografia (Salazar, Parigi, Editions de la Table Ronde, 1967; traduzione italiana, Milano, Le Edizioni del Borghese, 1968), nella quale traccia anche le linee del pensiero filosofico politico dello statista portoghese. Nel presente articolo mi baso sullo scritto del celeberrimo controrivoluzionario francese (autore, tra tanti altri libri, anche di Doctrines du Nationalisme, 1959; LEtat corporatif, 1960; LEglise occupée, 1975; Le secret des Francs-Maçons, 1979; Apologia della reazione, Milano, Edizioni del Borghese, 1970, in cui riassume in un capitolo la figura di monsignor Umberto Benigni e la dottrina del Sodalitium Pianum da lui fondato per combattere il modernismo e i modernisti).Vita Salazar nacque il 28 aprile del 1889 a Vimeiro e il suo completo nome era Antonio de Oliveira Salazar. Nel 1900 entrò in Seminario e vi restò sino al 1909, quando, diciannovenne, lo lasciò per intraprendere gli studi di giurisprudenza all’Università di Coimbra. Nel 1910 il Portogallo è attraversato da una ondata di rivolta, dopo l’assassinio del re Manuel II da parte di due massoni il 1° febbraio del 1908 e il 5 ottobre del 1910 viene proclamata la repubblica filo-massonica e anti-cristiana. Questi avvenimenti spingono il nostro giovane studente di legge ad occuparsi attentamente delle vicende politiche e a leggerle alla luce dell’insegnamento del sistema tomistico e del Magistero ecclesiastico, che aveva ricevuto in Seminario. Filosofia politica tomistica conosciuta e vissuta Salazar sin dall’inizio scrive che «il problema nazionale èinnanzituttoun problema di educazione e poco importa cambiare regime o partito se non si inizia innanzitutto a cambiare gli uomini. Occorrono dei veri uomini ed è necessario educarli» (1). La sua filosofia politica è assai diversa da quella di Charles Maurras. Per questo bisogna occuparsi innanzitutto della politica (politique dabord), mentre il portoghese aveva capito che prima bisogna occuparsi dell’uomo: se non c’è il vero uomo, animale razionale e libero, fornito di intelligenza retta per conoscere il vero e rifiutare il falso e di libera volontà per fare il bene e fuggire il male, se questo uomo, che è anche animale socievole, non è educato ad essere padrone del suo corpo, dei suoi sentimenti e delle sue passioni e a realizzare la sua finalità nella società nella quale vive, a nulla vale la struttura politica o la forma di governo. Onde innanzitutto la formazione del singolo uomo, della famiglia di cui fa parte e poi si potrà organizzare correttamente la società civile, che è un insieme di famiglie. Come non si può edificare una casa se non si mettono i singoli mattoni uno sull’altro, così non si può organizzare lo Stato, la societas o la polis, se prima non si educa l’uomo e le famiglie che la costituiscono. Per Salazar «sono le idee che governano e dirigono i popoli, e sono i veri e i grandi uomini che hanno le vere e le grandi idee» (2), ma per avere i veri grandi uomini, che realizzano la loro natura di animali intelligenti, liberi e socievoli, bisogna educarli, formarli; quindi è necessario approntare un serio metodo di educazione integrale dell’uomo, nel suo fisico, nella sua sensibilità, nella sua razionalità libera e responsabile, chiamata a realizzarsi in società con altri uomini. Per tutta la sua vita politica (1926-1970) Salazar cercherà di formare veri uomini, vere famiglie e una vera società, nazione o patria. Se Salazar non è maurrassiano, non ha voluto neppure la creazione in Portogallo di una Democrazia Cristiana sul tipo del Sillon francese, ma ha lavorato per l’inserimento dei principi cattolici nella vita sociale e politica del suo Paese, contrariamente allo spirito cattolico-liberale. Egli è la prova provata che si può essere integralmente cattolici, senza essere maurrassiani. Fedeltà al Magistero  Il peccato di Monarchia, ossia il ritenere che l’unica forma possibile di governo sia quella monarchica, come pensavano i nemici di Leone XIII in Francia nel 1892 e poi i maurrassiani nel 1926, non ha mai sfiorato l’intelligenza, formata al tomismo e alle direttive del supremo Magistero pontificio, di Salazar: «La forma di governo è secondaria. Quello che conta sono gli uomini» (3). Nel 1918 si laurea e viene nominato professore di Scienza delle Dottrine Economiche presso l’Università di Coimbra. Egli inizia l’insegnamento nell’idea direttrice di tutta la sua vita: «Vuole essere formatore duomini, crede nella virtù dellinsegnamento, lo fa passare avanti allazione politica e gli subordina lavvenire della rinascita politica del suo Paese» (4). Secondo il Nostro, la «sola azione dei partiti politici non può risolvere i grandi problemi che ci assediano (…). La soluzione dei quali - soleva dire - si trova molto più in ciascuno di noi che nel colore politico dei ministri. Io lavoro a fare dei miei allievi degli uomini nel più alto significato del termine e dei buoni portoghesi (…). Il problema nazionale è quello delleducazione e dello sviluppo integrale e armonioso di tutte le facoltà dellindividuo e non della sola intelligenza» (5). Certamente la politica, come virtù di prudenza sociale, è importante per Salazar, ma viene solo dopo aver formato l’uomo, come la societas o la polis si forma solo dopo che varie famiglie si sono unite assieme in vista di un fine e sotto un’autorità. Salazar viene candidato dal Centro Cattolico al Parlamento, è eletto e il 2 settembre del 1921 partecipa per la prima e l’ultima volta ad una seduta parlamentare. Ne rimane scioccato. Infatti un ministro portoghese del partito conservatore, il quale faceva parte della maggioranza, dopo avere appreso che in Francia avevano vinto le elezioni i progressisti, gli dice: «Non possiamo far nulla. È il momento delle sinistre!». Egli vede – in quell’istante – tutta la inutilità e la vacuità della vita parlamentare. Il governo aveva la maggioranza, ma si sentiva impotente a governare perché in un Paese straniero avevano vinto le sinistre. «Ilnostro avvenire dipende solo danoi’, commenta Salazar, il presente è ancoranostro’», e la sera stessa rassegna le dimissioni da deputato (6). Apprezzava la politica come prudenza sociale, ma non la partitica parlamentaristica e il democraticismo rousseauiano (7). Le tre forme di governo Nel 1922 affronta il problema della forma politica da dare al Portogallo come filosofo della politica e non come parlamentare. Egli si rifà all’insegnamento che il 18 dicembre 1919 Benedetto XV nella Epistola al cardinale patriarca di Lisbona Celeberrima evenisse aveva impartito ai portoghesi riprendendo l’enciclica che Leone XIII, nel 1892 aveva scritto ai francesi (Au milieu des sollicitudes). Papa Giacomo Dalla Chiesa esortava i cattolici portoghesi a sottomettersi alle autorità della repubblica, poiché tutte le forme di governo in sé sono lecite; ciò che le rende buone o cattive sono le leggi che esse fanno. Ora la monarchia in Portogallo è stata rovesciata sin dal 1909 e non ha serie possibilità di vittoria. Quindi i cattolici debbono fare in modo che la repubblica portoghese abbia un parlamento che legiferi conformemente al diritto divino-naturale: «Che i fedeli obbediscano alle autorità, qualunque sia lordinamento dello Stato. Da esse dipende il bene comune, che è la suprema legge dello Stato (…). È dovere del cristiano la fedele sottomissione al potere costituito’, come ha insegnato egregiamente Leone XIII nellenciclica Au milieu des sollicitudesdel 16 febbraio 1892 (…). La Chiesa ha recentemente rinnovato scambievoli rapporti con la repubblica portoghese, i cattolici di costì, a loro volta, si sottomettano con buona volontà al potere civile come ora è costituito» (8). La politica del Riavvicinamento in Portogallo ebbe buon esito, poiché i cattolici portoghesi obbedirono al Papa e il loro pensatore era Salazar; in Italia la politica della Riconciliazione del 1929 ebbe buon esito, poiché era capo del governo un uomo – Benito Mussolini – che non aveva i pregiudizi della scuola liberal-risorgimentale di assoluta separazione tra Stato e Chiesa, come dichiararono sia lui che Pio XI; solo in Francia il Ralliement fallì, poiché il gallicanesimo non accettò i consigli del Papa e si aggravò sotto Pio XI nel 1926 con Maurras, che era ateo e teneva per la separazione tra Stato e Chiesa, tra la politica e la morale. L’essenziale per la Chiesa e per Salazar è che la repubblica riconosca che «lautorità viene da Dio» (San Paolo) in maniera remota e dal popolo solo come canale, il quale designa un nome e gli trasmette, come un canale, la potestas quae est nisi a Deo come fonte. Inoltre la repubblica non mutui il democraticismo egualitarista e contrattualista da Rousseau, ma accetti la gerarchia naturale come mezzo necessario all’uomo, che vive in società, per raggiungere il bene comune temporale subordinato a quello spirituale (9). Altro tema importante di filosofia politica, toccato in quell’anno da Salazar, è quello della legittimità del potere. Essa si basa sulla finalità del potere, che deve far leggi conformi al fine della società; una legge difforme da quella divina e naturale «non est lex sed corruptio legis». Governo de facto costituito e legittimo  Salazar si domanda, e risponde conformemente alla dottrina cattolica, sublimata in San Tommaso d’Aquino, nella seconda scolastica spagnola e portoghese (Giovanni da San Tommaso) e nel recente Magistero ecclesiastico (da Gregorio XVI a Pio XII): il governo «semplicemente costituito», che non sia ancora legittimo, deve essere obbedito? Ora, costituito equivale a «eletto, fondato, messo assieme, stabilito o presente» (N. Zingarelli). Se esso non vìola la legge divina e naturale, gli si deve obbedienza e, se legifera non per il bene comune o in vista del fine della società, la rivolta è lecita solo a condizione che sia l’extrema ratio, che si sia certi della riuscita del colpo di Stato e che la situazione posteriore non sia eguale o peggiore a quella del governo rovesciato (vedi Tirannide e tirannicidio, in questo stesso sito). Il governo portoghese non obbligava i sudditi a vìolare la legge divina e poteva da «legalmente costituito» diventare «moralmente legittimo» per modum facti; occorreva perciò – Salazar – entrare nell’agone politico e rendere il parlamento socialmente o politicamente buono, che facesse, cioè, delle leggi conformi a quella divino-naturale e corrispondenti al fine della società civile. Per Salazar la politica del Riavvicinamento era lecita ed anche lodevole, anche perché «è necessario subordinare le preferenze e le attività politiche alla difesa della religione (…). I cattolici, quindi, devono obbedire ai poteri costituiti ea fortoria quelli legittimi» (10) in tutto ciò che non è contrario alla legge di Dio. Ora la forma di governo repubblicana non è cattiva in sé. Quindi si può e si deve sostenere la repubblica portoghese al governo sin dal 1910 e cercare di renderla sempre più conforme al Regno Sociale di Cristo. Per Salazar, «è più urgente e importante conquistare in seno al regime presente o costituito le libertà fondamentali della Chiesa e delle anime che sostituire un regime (repubblica) ad un altro (monarchia) (…). Ciò che conta è linteresse della nazione e della Chiesa, il bene comune temporale e spirituale. La trasformazione in meglio della repubblica portoghese sarà interna, col divieto dei partiti e lorganizzazione corporativa, (…) superando lindividualismo partitico del parlamentarismo democratico con lordine corporativo» (11). Democrazia aristotelico-tomistica  Come si vede, la democrazia secondo Salazar è quella classica di Aristotele e di San Tommaso e non quella moderna di Jean Jacques Rousseau. La politica è la prudenza sociale e non la partitica, che porta la divisione nella società invece di unirla in vista del bene comune. Oggi, purtroppo, si tende a confondere politica con partitica o democrazia parlamentare: Nulla di più falso. L’uomo, naturalmente è animale sociale; nulla di più «innaturale astratto e finto dell’‘uomo isolato’» o dellindividualismo liberale, come pure del collettivismo o pan-statismo totalitario». Come si vede, la concezione politica di Salazar è la filosofia sociale; della Chiesa, dei Padri ecclesiastici e degli Scolastici, specialmente di San Tommaso d’Aquino. La sua prassi politica e governativa deriva e segue come conclusione pratica da questa filosofia sociale. Salazar è stato paragonato a Solone, a Mèntore (il saggio consigliere di Ulisse nell’Odissea) o a Platone, egli è «più un filosofo che un dittatore, uno di quei saggi dellantica Grecia che vegliavano sulla sorte degli uomini come protettori e moderatori, o che scrivevano le leggi» (Gabriel Boissy, La Tribune des Nations, 30 aprile 1936). Senza dubbio egli è un pensatore, un contemplativo completato dall’uomo d’azione. La questione operaia: né liberismo né socialismo  La questione operaia, agitata dal social-comunismo, era risolta da Salazar secondo i principii dati da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum del 1891 e ripresi da Pio XI nella Quadragesimo anno nel 1931: «E errato credere che solo loperaio lavori e produca; che le altre classi vivano del suo sforzo da parassite. Vi è una gerarchia nel lavoro: lavoro di invenzione, di organizzazione, di direzione e di esecuzione (…). Vi è una ineguaglianza naturale (…). Vi è una ricchezza-egoismo’, destinata al consumo e allappagamento dei bisogni creati artificialmente dalla società consumistica (crematistica, affaristica o pecuniativa); e vi è una ricchezza-sacrificio’, che esige la previdenza, il risparmio e lo spirito di sacrificio (economia o prudenza familiare’)» (12). Salazar evita gli scogli del socialismo e del liberismo, fondandosi sopra la dottrina sociale della Chiesa. Nel 1926, di fronte al pericolo di un colpo di Stato comunista il generale Carmona, prende il potere e nomina Salazar ministro delle Finanze, della Guerra, poi degli Interni, infine presidente del Consiglio, senza parlamentarismo, in uno Stato nazionale corporativo ossia in una dittatura pro tempore. Salazar, prima di essere uno statista e uomo di governo, è un filosofo della politica; egli era solito dire: «Guai ai popoli i cui governi non possono definire i principii superiori, una dottrina economica ed anche una filosofia, ai quali obbedisce la loro amministrazione pubblica» (13). Occorre «volgere le spalle al liberalismo, che ha smembrato lindividuo dalla sua famiglia e dalla società, (…) per volgersi verso uno Stato corporativo e sociale in rapporto stretto con la costituzione naturale della Società civile: le famiglie, le parrocchie, i Comuni, le corporazioni, che formano la Nazione» (14). La dottrina economica, prima che dall’Università e dal Magistero ecclesiastico, Salazar l’ha appresa da sua madre. Egli lo confessò riguardo al «miracolo del risanamento economico portoghese»: «lho imparato da mia madre. Amministro lo Stato come un albergo, con decisione e spirito di economia» (15). Il liberismo, invece, confonde l’economia o prudenza domestica con l’affaristica o arte di arricchirsi, che fa della ricchezza il fine e non un mezzo. Salazar, Mussolini e Hitler Salazar ebbe dei contatti sia col fascismo che col nazionalsocialismo, dei punti in comune e delle divergenze. I punti comuni erano: il rafforzamento dell’autorità, la guerra al democraticismo parlamentarista rousseauiano, il patriottismo o amore di coloro che ci hanno dato la vita e la terra che abitiamo, l’ordine e lo Stato sociale che eviti l’individualismo liberale e il collettivismo socialista. Le divergenze consistevano nel no salazariano al cesarismo o statolatria pagana, verso la quale inclinavano il fascismo-movimento e il nazionalsocialismo. Lo Stato per Salazar deve essere forte, non violento né onnipotente o Assoluto. Egli riconosceva l’azione moralizzatrice del fascismo-regime (16). Per quanto riguarda Hitler, il filosofo e statista portoghese ammetteva, senza paura di essere accusato di nazismo: «LEuropa gli deve il grande servizio di aver fatto indietreggiare, con sorprendente energia, le frontiere del comunismo (…). Mussolini ha creato, come Hitler, una grande forza popolare, ma è stato forse più prudente, più latino, come è del resto naturale, nella sua opera di rinnovamento» (17). Tuttavia Salazar, data la posizione geo-politica del suo Paese, che si affaccia sull’Oceano Atlantico e ha a nord l’Inghilterra, la quale era padrona dei mari, che soli potevano far giungere il Portogallo sino alle sue Colonie in Africa e in India, mantenne sino all’inizio degli anni sessanta, senza paura di essere tacciato di opportunismo, una stretta collaborazione con l’Inghilterra, malgrado ideologicamente fosse più vicino all’Italia e alla Germania che non al Regno Unito (18). Ciò che lo preoccupava era l’interesse della sua patria e non ciò che gli uomini potessero dire di lui, in bene o in male. Salazar e Franco Salazar nel 1935 dovette affrontare il problema della rivoluzione comunista in Spagna e la reazione del generalissimo Francisco Franco (1892-1975). Egli si schierò apertamente ed immediatamente col Caudillo, anche se Inghilterra, Francia e USA gli erano ostili. Anzi, siccome la Spagna repubblicana aveva cercato, tramite la Massoneria internazionale, di infiltrarsi in Portogallo per rovesciare il legittimo governo, Salazar colse l’occasione per sciogliere la Massoneria a nove anni dalla di lui presa del potere (19). La Massoneria lo condannò a morte. Léon de Poncins (Le Pourtogal renait) lo scrive a chiare lettere. Egli si trovava a Lisbona nel maggio del 1935 e costatava che «la Polizia ha arrestato, in questi giorni, a Oporto, un noto terrorista, Quin Marinheiro, scappato allestero nel 1921 e ora rientrato in Portogallo per organizzare attentati contro il presidente della repubblica Carmona, il primo ministro Salazar e contro Cabral, autore della legge contro la Massoneria» (20). Il 13 luglio del 1936 viene assassinato, probabilmente da Dolores Ibarruri, il leader monarchico s»pagnolo Calvo Sotelo. Il terrore dilaga in tutta la Spagna. Franco si solleva contro la giudeo-massoneria e il bolscevismo anticristiano in una vera e propria crociata. Salazar dichiara: «se sarà necessario, imiteremo leroica gioventù dItalia e di Germania. Lotteremo con le armi in pugno» (21) e fonda la Legione portoghese, un corpo di volontari atti a combattere «con lidea e con la spada, con il libro e col moschetto». Egli «si rende sempre più conto che la guerra civile di Spagna è solamente un pretesto che già prepara il grande scontro finale: la crociata delle democrazie contro i fascismi» (22). Domenica 4 luglio del 1937 una bomba viene fatta esplodere a tre metri da Salazar che resta incolume e si reca tranquillamente a Messa e poi si mette al lavoro commentando: «Dio non ha permesso che io muoia, quindi torno a lavorare. Siamo indistruttibili perché la Provvidenza ha deciso così». Le cause del malessere che agita i popoli Salazar cerca le cause di tanto malessere che agita l’Europa e il suo Portogallo. Constata «un perturbamento mentale e morale dellEuropa (…). Mentre le forze al servizio dellordine agiscono disperse, vi è unintesa, tacita o formale, fra gli elementi che si dedicano al disordine (…). La posta di questa battaglia è la stessa civiltà europea» (23). Tale agitazione prelude alle attività del «partito della guerra, che cerca uno scontro globale fra democrazie e fascismi’. Ora le democrazie non preparano mai le guerre se non quando le hanno già dichiarate. Quindi si comincerà col cercare il pretesto per dichiarare la guerra (…). Dietro la Francia cè lInghilterra; dietro lInghilterra ci sono gli USA, e dovunque ci sono le Internazionali della crociatadelle democrazie» (24). Salazar, pur essendo geo-politicamente vicino all’Inghilterra, vedeva chiaro e lontano. Con la scusa della lotta alle dittature fasciste si stava preparando l’asse Mosca-Londra-Washington, che avrebbe portato ad un nuovo ordine mondiale, nel quale l’Europa, cacciata dalle sue colonie in Africa, avrebbe avuto sempre meno peso a vantaggio dell’URSS e degli USA. Versaglia e il pan-germanesimo Salazar vedeva nel Trattato di Versaglia la causa di tanti mali che hanno incendiato l’Europa e non può non constatare la cecità dei Paesi europei (Francia e Inghilterra) che hanno contribuito alla futura implosione europea. Infatti secondo Salazar «è insensato supporre che la Germania avrebbe potuto indefinitivamente rassegnarsi a vivere sotto una tutela, che ledeva la sua coscienza nazionale, col risultato di privare lEuropa delle straordinarie capacità organizzative, lavorative di decine di milioni di uomini egregiamente equipaggiati e qualificati» (…). La politica delle democrazie europee si è lasciata «incautamente intrappolare nellavversione contro il sistema politico del III Reich, innalzandogli intorno barriere ideologiche contro ogni logica nel momento in cui le ‘grandi democraziesi vantavano di ottenere la collaborazione sovietica. La Germania, dal canto suo, ha commesso qualche esagerazione e sentendosi perseguitata ha creato un imponente apparato militare che la porterà verso la guerra» (25). Nonostante ciò, la realpolitik spingeva Salazar, come pure Franco, a restare neutrale in caso di guerra mondiale e sempre filo-inglese geo-politicamente, anche se non ideologicamente. La vittoria di Franco sui rossi siglata definitivamente a Burgos il 1° aprile del 1939 era vista da Salazar come «La prima battaglia della seconda guerra mondiale», che scoppierà il 1° settembre dello stesso anno. Infatti la congiura contro la pace delle democrazie plutocratiche liberiste e socialiste non poteva tollerare che «l»Europa stesse cambiando. Ampi settori dellopinione pubblica consideravano la democrazia come il regno del denaro. Un diffuso antigiudaismo popolare esprimeva questa presa di coscienza. LEuropa, dopo la fondazione dellImpero italiano in Africa del nord, scivolava verso i fascismi, che rimettevano in causa i principii della Rivoluzione Francese, del liberalismo e del democraticismo» (26). La stessa vittoria in Spagna di Franco con l’aiuto di Italia e Germania, la dittatura portoghese, lo svilupparsi di movimenti fascisti in Inghilterra, America, Europa orientale non potevano essere lasciati liberi di continuare. Si cercò una canna fumante (come si è fatto in Iraq nel 2003), la si trovò a Danzica, dove si scatenò la guerra delloro contro il sangue, della neo-barbarie sovietico-americana contro la vecchia Europa. «Il 22 maggio del 1939 Stalin proclama: ‘i nostri sforzi sono tesi a facilitare lo scoppio del conflitto mondiale’» (27). Poi si dirà che la colpa era stata solo di Hitler e di Mussolini, che sarebbero il male assoluto. E qualche sprovveduto ancor oggi ci crede, come crede che la colpa della guerra che infiamma il Medio-Oriente sia stata solo di Saddam, di Al-Qeida, di Hezbollah e di Hamas. Penso sia lecito chiedere ed avere la libertà di ricerca storica senza pregiudizi anche nello studio della figura di Hitler come di quella di Saddam, senza dover essere tacciati di filo-nazismo o baathismo. Poi gli storici di professione descriveranno ombre e luci di questi personaggi, senza dover essere linciati moralmente e accusati di filo-fascismo, come capitò a Renzo De Felice, per aver studiato oggettivamente la figura di Mussolini, senza pregiudizi ideologici. Giudaismo, americanismo e bolscevismo L’allora ambasciatore statunitense in Inghilterra, Joseph Kennedy, padre del futuro presidente americano, aveva scritto: «Chamberlain mi dice: ‘LAmerica e lebraismo internazionale hanno spinto con la forza lInghilterra in guerra’» (28). E la storia continua. Salazar è cosciente di questa contraddizione, ma realisticamente sentenzia che, se «‘moralmenteil Portogallo è legato allEuropa fintanto che essa continua ad essere ilcervello e il cuore del mondo’, ‘geo-politicamentesi trova affacciato sullAtlantico, dirimpettaio dellInghilterra, che domina i mari, i quali debbono esser varcati dal Portogallo per raggiungere le sue Colonie in Africa e in India» (29). Tuttavia l’Inghilterra non tarderà (cedendo l’India, così come la Francia l’Algeria e il Belgio il Congo), a deluderlo lasciando che le colonie portoghesi cadessero in mano dei rivoltosi utopisti, senza batter ciglio. La crisi dellEuropa «Crisi europea, crisi dello spirito – avverte Salazar – crisi dello spirito, crisi della civiltà. In seno allEuropa è nata la civiltà greco-latina e cristiana. Nella probabile futura rovina dellEuropa si troverà posto ancora per la verità, lonore, la Giustizia?». La Russia comunista aveva cominciato a spargere i suoi errori, pur se adattati alle circostanze, nel mondo e particolarmente in Europa sin dagli anni Venti-Trenta (si pensi alla Scuola di Francoforte). Nel 1968 Salazar vedrà l’esplosione parossistica di tali errori, che hanno fatto piazza pulita dei valori sui quali l’Europa si è fondata ed è cresciuta, ed esclamò: «La guerra passata è stata un male, ma vi sono per i popoli dei mali più grandi, perché superano la morte e la povertà, e sono il disonore e il nichilismo’» (30). Certamente il Sessantotto e il Concilio Vaticano II sono stati ben peggiori della Seconda Guerra Mondiale. La frase di Salazar riportata in cima all’articolo: «Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione!» è più attuale e valida che mai non solo per le nazioni ma anche in ambito ecclesiale, ove, se è lecito adottare l’adagio quando non ci sono i cavalli, si fan trottare gli asini, mai dovrebbe valere gli asini avanti e i cavalli dietro. Purtroppo, invece, si vede che pure questo secondo proverbio comincia a prendere piede in ambiente cattolico anche tradizionale. E Salazar continua: «Gli uomini sembrano inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi sono tentati di fuggirli». Se ieri il pericolo più apparente era il comunismo e gli Stati non era capaci di contrapporgli una dottrina positiva, superiore e contraria; oggi lo è il giudaismo, anche in campo religioso. Esso è entrato persino nella mentalità degli uomini di Chiesa, anche dei più alti, con la shoah e Nostra aetate, e, se qualcuno tenta di porvi rimedio, è scacciato e tacciato di anti-s(c)emitismo. Non si può fuggire il problema politico, sociale, economico e soprattutto teologico posto dal giudaismo nel primo dopo-guerra e durante il Vaticano II sino a Benedetto XVI, occorre affrontarlo e reagire con pari forza a poteri così scatenati. Contra malitiam, militia!. Purtroppo gli uomini di valore non sono messi in grado di servire la Chiesa e la verità, anzi ne sono impediti da mezzi uomini, che professano mezze verità (agere sequitur esse). Mao Tse Tung lo aveva pianificato: «Fa delluomo una mezza donna e della donna un mezzo uomo. Così governerai facilmente su mezze cose». In ambiente ecclesiale si è fatto dei monsignori dei mezzi mon-signorini e così la sinagoga di satana (Apocalisse, II, 9) riesce a governare su mezze cose, ossia su un ibrido di giudeo-cristianesimo. Mala tempora currunt, sed bona tempora veniant. Pio XII lo aveva intuito: «E tutto un mondo che occorre rifare sin dalle fondamenta». La restaurazione della Messa tradizionale è un bene, ma non basta; non fuggiamo la realtà e non rifuggiamoci nelle illusioni. È necessario un cambiamento totale di rotta, in campo dogmatico, morale, ascetico, disciplinare e metafisico. Salazar non si faceva illusioni sulla lotta naturalmente impari, ma ha voluto continuare a dire la verità, anche se come una voce che parla al deserto, poiché soprannaturalmente «con laiuto di Dio non si sa mai sin dove possono giungere gli echi di una voce» (31). Salazar essendo un grande uomo, rompe i nostri schemi e rischia di scandalizzarci. Infatti egli fu lunico uomo politico assieme a Valera, il presidente dellIrlanda, ad inviare un telegramma di condoglianze allammiraglio Doenitz per la morte del Cancelliere Adolf Hitler (32), senza paura di essere chiamato nazi. Comunismo e colonialismo Quanto al colonialismo, vedremo Salazar, negli anni Sessanta, in rotta con l’Inghilterra, l’America e la Francia, che scioccamente si piegarono ai venti della storia provenienti dall’Africa e ne furono sciroccate. Salazar attribuiva questa caduta di stile, soprattutto nell’Inghilterra che aveva ceduto l’India, alla «mancanza di formazione dottrinale, alle verità incomplete’, allidee troppo vaghe, allubriacatura di parole e al sentimentalismo indefinito, che sorreggevano gli Stati e che non potevano non produrre che contraddizioni» (33). Uno dei pericoli che minacciavano l’Europa e la civiltà del mondo intero era, per Salazar, il comunismo sovietico, che aveva rimpiazzato l’egemonia germanica e che stupidamente era stato tenuto in vita, finanziato e rafforzato dagli USA. La natura del bolscevismo lo portava inevitabilmente al desiderio di dominio mondiale, per cui la prima vittima sarebbe stata l’Europa, la quale si era battuta per opporsi al nazionalsocialismo mentre aveva supportato un pericolo ben più grande: quello dell’orso sovietico (34). Secondo Salazar e Franco «era poco significativa la vittoria di una guerra, se si perdono i principi speculativi e morali che soli possono fondare una civiltà» (35). Il comunismo e la sovversione in genere non la si vince solo con le bombe, ma con una dottrina superiore e contraria all’errore materialista, che crei condizioni di vita avverse al proselitismo del comunismo (36). Il Giappone era stato rimpiazzato dagli USA, che, data la sua concezione liberale e libertaria della società, non poteva competere adeguatamente colla disciplina ferrea del comunismo, sino a che questi sarebbe crollato ab intrinseco per la deficienza innaturale del suo sistema economico, produttore di povertà, cosa che si è avverata nella fine degli anni Ottanta, ossia circa venti anni dopo la morte di Salazar. Il solo anti-comunismo negativo americano e delle democrazie europee, senza proporre un’alternativa dottrinale e pratica positiva, non avrebbe potuto sconfiggere il marxismo; infatti non basta essere negativamente contro qualcosa, ma occorre anche essere positivamente per una determinata alternativa. L’altro pericolo era la rinunzia alle colonie in Africa, che – secondo Salazar – era la continuazione dell’Europa. Mentre l’URSS e gli USA premevano per la decolonizzazione, non per motivi umanitari, i quali erano solo sbandierati pubblicamente ed esteriormente, ma realmente e in segreto per abbattere quel che restava della potenza europea, la quale non sarebbe stata più competitiva con i due blocchi (americano e russo) senza le colonie in Africa e in India. Purtroppo la Francia, l’Inghilterra, il Belgio rinunciarono, ubriacate dal democraticismo americanista, alle loro colonie e ciò decretò il declino economico, politico e militare del Vecchio (ma saggio) Continente. Anche se il comunismo non riuscirà ad impiantarsi in Africa, avrà vinto, perché vi avrà portato il disordine (37). È la stessa lezione che ha imparato e messo in pratica l’America oggi in Medio Oriente. La guerra guerreggiata con l’Iraq è stata persa, come quella con l’Afganisthan, invece è riuscita – come guerra psicologica o ideologica – a vincere mettendo il caos e il disordine almeno in Iraq e spera di esportarlo nel mondo arabo intero, partendo dall’Iran, Siria, Libano e Palestina. Tuttavia una grave incognita si erge di fronte al giudeo-americanismo dello Stato d’Israele: la Turchia di Kemal Ataturk (1881-1938), armata sino ai denti dagli USA e da Israele, con 80 milioni di abitanti ed uno degli eserciti più potenti del mondo, è appena passata, con Recep Erdogan, nel campo avverso. Salazar aveva anche intravisto il pericolo dell’islamismo. Nel luglio del 1959 il Negus Neghesti a Lisbona incontra Salazar e dichiara: «LEtiopia, che è stata fin dal IV secolo il bastione della civiltà cristiana nel continente africano, ha preso su di sé la missione di difendere la Fede e i destini del cristianesimo (…). È nella crociata contro lislàm che Etiopia e Portogallo hanno realizzato lepopea della loro storia comune» (38). Salazar riprende il discorso del Negus nel 1962 e afferma che «il controllo dellAfrica del Nord da parte dellEuropa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…). Se lEuropa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta dideali, ‘il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso’» (39). La dottrina colonialista classica di Salazar Il colonialismo salazariano, difeso sino alla fine, non si poggiava su fondamenta di razzismo biologico-materialista darwiniano. Tuttavia esso non negava la constatazione di buon senso che dal fatto storico (contra factum non valet argumentum) della superiorità, senza disprezzo o orgoglio, della civiltà europea su quella africana, ne seguiva il compito dell’Europa di educare l’Africa, facendola prosperare poco a poco (40). Egli ammette l’esistenza di alcune élites nord-africane, ma dubita della loro sufficienza a governare un Paese senza l’aiuto dell’Europa. Infatti, «esse non hanno abbastanzaelementi indigenisu cui appoggiarsi. Ora uno Stato non è costituito solo da dirigenti, ma ha bisogno di ingegneri, economisti, agronomi, veterinari, medici, insegnanti, capi dazienda, operai specializzati» (41). In mancanza di questo corpo intermedio tra capi e sudditi, dove andrà l’Africa? Verso la sua rovina, vittima della sovversione marxista o dei neo-colonialisti apolidi e dei trust affaristici. L’Europa greco-romana, grazie al Cristianesimo, ha perfezionato la sua missione civilizzatrice universale, che deve essere messa gratuitamente e generosamente a disposizione degli altri Paesi. Ma l’Europa stava attraversando una profonda crisi dottrinale e morale e quindi non avrebbe potuto dare ad altri ciò che non aveva saputo mantenere per se stessa (nemo dat quod non habet). Quindi la crisi del colonialismo classico o civilizzatore era inevitabile e al suo posto si sarebbe infiltrata o la sovversione comunista e l’odio di razza allincontrario ossia verso i bianchi o il neo-colonialismo super-capitalista, che avrebbe soltanto sfruttato le ricchezze naturali dell’Africa, lasciando gli africani in balia di se stessi. Purtroppo, costatava Salazar, «lEuropa si vergogna di professare la sua alta missione educatrice e civilizzatrice cui Dio lha chiamata» (42). Così oggi gli uomini di Chiesa si vergognano di professare la superiorità, la unicità e la verità della sola Chiesa romana. Salazar e il problema etnico Salazar non aveva paura di affermare il politicamente scorretto. «Noi crediamo che vi siano delle etnie o razze in senso lato, decadenti, arretrate, che hanno bisogno del nostro aiuto per essere chiamate alla civiltà. Si tratta di un compito di formazione ed educazione umana, che deve essere svolto con umanità» (43). Qualcuno lo chiamerà nazista e razzista, ma non è così: come un padre che ha un figlio meno dotato gli riserva un’educazione più lunga e attenta, così le nazioni civili per dono di Dio debbono portare la civiltà ai popoli più bisognosi sotto pena di mantenere costoro nello stato di inferiorità ed inciviltà nel quale versano, come non si può lasciare un bambino poco dotato in balìa di se stesso illudendosi che se la caverà da solo quando non ne ha le capacità, ma richiede l’aiuto amorevole di un educatore. Tutto ciò è buon senso, non è razzismo biologico e disprezzo. Ma oggi il buon senso non va di moda e si preferisce vivere di slogan piuttosto che di verità. Salazar col suo buon senso latino e con l’attaccamento al reale era solito dire: «Non si governano angeli nel Cielo, ma uomini sulla terra, che sono come sono, con tutti i loro limiti e non come qualche utopista o sottospecie di idealista vorrebbe che fossero» (44). Salazar rifiuta lammodernamento e laggiornamento «Alle forze supercapitalistiche internazionali che promettono lo sviluppo di un Portogallo liberale e democratico, egli risponde: ‘Il capitale e la tecnologia non li si inventa, li si importa o li si crea. Quanto a me, preferirei andare un popiù lentamente, nel quadro di una vita modesta, invece di rischiare di sottomettere il Paese a forme di colonizzazione selvagge e straniere’» (45). Aveva visto giusto. La crisi economico-finanziaria che attanaglia oggi, dopo il boom degli anni passati, l’America, la Gran Bretagna e l’Europa è il frutto di un’affaristica, che ha voluto tutto e subito, a suon di debiti. Ha creato una ricchezza virtuale e non reale, che sta per finire sommersa in un mare di cambiali. Salazar ha rifiutato anche la s-politicizzazione dello Stato a favore della tecnocrazia. La tecnologia non è superiore alla virtù della prudenza politica o sociale, poiché «senza la polis non esisterebbe la tècne e non potrebbe lavorare» (46). Verso la fine della sua vita egli rispose ad un cronista che gli aveva chiesto se non fosse pentito di aver tenuto il Portogallo lontano «dal progresso, dalla modernità e dal liberalismo», E le pare poco? Questa frase da sola commenta e racchiude tutta la grandezza di Salazar. Per questi motivi nel 1961 l’America e l’Inghilterra lo boicotteranno, lasceranno che il Portogallo perda le sue colonie, e cercheranno di rovesciarlo politicamente, senza riuscirvi. Il 6 settembre del 1968 Salazar è colpito da una semi-paralisi e rimette il suo mandato nelle mani del presidente della repubblica ammiraglio Thomaz, muore il 27 luglio del 1970 alle nove del mattino. È stato l’uomo politico più silenzioso d’Europa, ha avuto le Confessioni di Sant’Agostino sempre fra le mani durante il corso della sua vita politica e ha saputo leggere nei fatti storici (intus legere) per vedere quale direzione prendesse la vita del suo Paese. Lo ha governato con la saggezza del filosofo e dell’uomo d’azione, del contemplativo e del guerriero (47), abituato a guardare le cose in faccia; egli non ammetteva in politica né ignavia, né codardia né il sogno utopistico ad occhi aperti. Ha combattuto sino alla fine e Dio gli ha risparmiato di vedere lo scempio delle rivoluzione socialista del 1974 impadronirsi del Portogallo. Don Curzio Nitoglia effedieffe.com1) J. Ploncard D’Assac, Salazar, Milano, Edizioni del Borghese, 1968, pagina 19.2) Ibidem, pagina 203) Ibidem, pagina 24. Salazar non ha restaurato la monarchia in Portogallo. Franco lo ha fatto in Spagna, ma è stato proprio il re Juan Carlos a consegnare la nazione iberica alle forze del male.Come si vede non è la monarchia ad essere buona e indefettibile in sé e il re non è per se stesso infallibile ed impeccabile; anche un’altra forma di governo può essere buona, se legifera bene. Contra factum, non valet argumentum4) Ibidem, pagina 26.5) Ibidem, pagina 29.6) Ibidem, pagina 145.7) Ibidem, pagina 30.8) Ugo Bellocchi (a cura di), Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, Città del Vaticano, LEV, 2000, volume VIII: Benedetto XV (1914-1922), Epistola Celeberrima evenisse, pagina 308.9) Ibidem, pagina 35.10) Ibidem, pagina 37.11) Ibidem, pagina 38.12) Ibidem, pagine 39-41.13) Ibidem, pagina 76.14) Ibidem, pagine 77 e 79.15) Ibidem, pagina 141.16) Ibidem, pagine 96-97.17) Ibidem, pagine 101.18) Ibidem, pagine 102.19) Ibidem, pagina 135.20) Citato in J. Ploncard D’Assac, ibidem, pagina 139.21) Ibidem, pagina 149.22) Ibidem, pagina 152.23) Ibidem, pagina 155.24) Ibidem, pagina 171.25) Ibidem, pagina 172.26) Ibidem, pagina 174.27) Ibidem, pagina 175.28) Ivi.29) Ibidem, pagina 176.30) Ibidem, pagina 190.31) Confronta pagina 252.32) Ibidem, pagina 202.33) Ibidem, pagina 213.34) Confronta pagina 221.35) Confronta pagina 238.36)  Confronta pagina 242.37)  Confronta pagina 225.38) Ibidem, pagina 281.39) Ibidem, pagina 305.40) Ibidem, pagina 232.41) Ibidem, pagina 311.42) Confronta pagina 261.43) Ibidem, pagina 264.44) Ibidem, pagina 269.45) Ibidem, pagina 270.46) Ibidem, pagina 274.47) Salazar l’8 settembre del 1936 aveva dato l’ordine, come ministro della Guerra, di bombardare con l’aviazione due navi da guerra portoghesi, che si erano ammutinate e volevano raggiungere i rossi spagnoli a Valenza: «Le navi della Marina portoghese possono essere affondate, ma non possono issare unaltra bandiera che non sia quella del Portogallo. Dallatteggiamento del Portogallo dipende, in larga misura, lesito della guerra civile spagnola» (J. Ploncard D’Assac, opera citata, pagina 149).

Giovanni Paolo II fece rifiorire la dottrina sociale

Martedì, 26 Aprile 2011

Il 15 maggio 1981 il Papa avrebbe dovuto pronunciare un discorso commemorativo del 90° anniversario dell’enciclica Rerum novarum (1891) con la quale il suo predecessore Leone XIII (1878-1903) aveva trattato la “questione operaia”, sorta in seguito alla rivoluzione industriale e allo smembramento del sistema corporativo, e quindi alla nascita di un capitalismo primitivo che non tutelava i diritti degli operai e li esponeva al rischio di essere fagocitati dalla propaganda marxista. La Rerum novarum rappresentò anche l’inizio del tentativo di organizzare i diversi interventi pontifici in materia sociale in un corpo dottrinale, che poi si chiamerà appunto dottrina sociale della Chiesa.L’attentato subito dal Papa in piazza san Pietro il 13 maggio glielo impedì e il discorso venne letto al suo posto dal segretario di Stato card. Agostino Casaroli (1914-1998). Il fatto di tenere un discorso in questa ricorrenza era già di per sé significativo. Per anni, nel periodo successivo al Concilio Vaticano II (1962-1965) e dopo il Sessantotto, la dottrina sociale era stata oscurata all’interno del mondo cattolico.Il rifiuto della dottrina sociale aveva una sua logica nel ragionamento di chi voleva fare del Concilio Vaticano II una svolta rivoluzionaria che ponesse fine a quella che sprezzantemente negli ambienti progressisti veniva chiamata “Chiesa costantiniana”, dal nome dell’imperatore Costantino (274-337) che permise libertà alla Chiesa dopo i primi tre secoli di persecuzione e in qualche modo cominciò a legare il mondo romano a quello cristiano. Costoro auspicavano una Chiesa disincarnata, “pura” e lontana dagli affari e dalla politica, che dopo aver fatto una radicale “scelta religiosa” non avrebbe avuto più bisogno di una dottrina sociale.Forse i critici della dottrina sociale avevano frainteso e creduto che la dottrina sociale fosse un’ideologia in competizione con le altre dell’epoca, oppure ritenevano che fosse il programma di cui i partiti d’ispirazione cristiana avevano bisogno per presentarsi alle competizioni elettorali. E senz’altro ci furono comportamenti che scandalizzarono riducendo l’immagine della Chiesa a un partito ideologico in conflitto con altri; in parte questi fraintendimenti erano inevitabili come inevitabile è, nella vita di una qualsiasi comunità, la presenza di esempi edificanti e di altri negativi, tuttavia altro dicevano i documenti della dottrina sociale che erano seguiti alla Rerum novarum. La Chiesa aveva colto un mutamento epocale nel corso del XIX secolo, da un punto di vista strutturale con il passaggio da una società agricola a una industriale, e da un punto di vista culturale con la nascita e la diffusione delle ideologie. Con la dottrina sociale, la Chiesa aveva voluto fornire ai fedeli uno strumento per riflettere e giudicare gli avvenimenti di un mondo sempre più “segnato” dalle “cose nuove”. Proprio durante il pontificato di Giovanni Paolo II la dottrina sociale avrebbe finalmente ricevuto una definizione importante, in qualche modo definitiva, nella seconda delle tre encicliche sociali, la Sollicitudo rei socialis (1987): «La dottrina sociale della Chiesa non è una “terza via” tra capitalismo liberista e collettivismo marxista, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte: essa costituisce una categoria a sé. Non è neppure un’ideologia, ma l’accurata formulazione dei risultati di un’attenta riflessione sulle complesse realtà dell’esistenza dell’uomo, nella società e nel contesto internazionale, alla luce della fede e della tradizione ecclesiale. Suo scopo principale è di interpretare tali realtà, esaminandone la conformità o difformità con le linee dell’insegnamento del Vangelo sull’uomo e sulla sua vocazione terrena e insieme trascendente; per orientare, quindi, il comportamento cristiano. Essa appartiene, perciò, non al campo dell’ideologia, ma della teologia e specialmente della teologia morale (Sollicitudo rei socialis, 41)»Dopo il discorso “non pronunciato” del giorno dell’attentato, la ripresa della dottrina sociale sarebbe continuato con la terza enciclica di Giovanni Paolo II, la prima dedicata al tema della dottrina sociale. Il 14 settembre 1981, nel 90° della Rerum novarum, Giovanni Paolo II firmava la Laborem exercens, sul lavoro umano.
Essa contribuisce innanzitutto a ricordare che cosa è la dottrina sociale rispetto all’insegnamento della Chiesa: «La dottrina sociale della Chiesa, infatti, trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura, a cominciare dal Libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli scritti apostolici. Essa appartenne fin dall’inizio all’insegnamento della Chiesa stessa, alla sua concezione dell’uomo e della vita sociale e, specialmente, alla morale sociale elaborata secondo le necessità delle varie epoche. Questo patrimonio tradizionale è poi stato ereditato e sviluppato dall’insegnamento dei Pontefici sulla moderna “questione sociale”, a partire dall’Enciclica Rerum Novarum» (Laborem exercens, 3).L’enciclica ha come tema il lavoro umano, in particolare esaminato attraverso la sua dimensione soggettiva. Distinguendo l’aspetto oggettivo da quello soggettivo del lavoro, il Papa vuole innanzitutto ricordare che la questione più importante è il soggetto che lavora, che appunto è una persona. Da questo punto di vista, l’enciclica sottolinea l’apporto introdotto dal cristianesimo nel mondo antico, diviso in ceti e nel quale era contemplata la schiavitù.
L’enciclica denuncia anche gli errori del primitivo capitalismo, nato in seguito alla diffusione dei principi della Rivoluzione del 1789 in Francia e poi in Europa, nel corso del XIX secolo, con l’instaurarsi degli Stati nazionali e liberali e la soppressione del sistema sociale di tipo corporativo. Il sistema politico di allora favoriva e proteggeva i possessori del capitale, ma non garantiva adeguatamente i lavoratori. Nacque così la “questione operaia”: di fronte a una situazione di oggettiva ingiustizia sociale sorsero movimenti di operai per difendere i propri diritti, ma con il tempo a capo di questi movimenti riuscì a innestarsi il marxismo per mezzo dei partiti socialisti e dopo il 1848 del partito comunista pensato da Marx ed Engels appunto con il Manifesto del 1848. Venne così l’epoca della lotta di classe, del conflitto ideologico fra liberalismo, inteso come ideologia del capitalismo, e marxismo, inteso come ideologia del socialismo e del comunismo.Sarà quindi l’enciclica Centesimus annus a definire con ancora maggiore precisione i contenuti della dottrina sociale. Scritta a cento anni dalla celebre Rerum novarum, nell’anno 1991, che il Papa vorrà “Anno della Dottrina sociale della Chiesa”, e dopo due anni dalla caduta del Muro di Berlino, si tratta di un documento assai articolato che non si limita a enunciare alcuni principi, ma cerca anche di proporre un’analisi della società dopo gli eventi del 1989.La dottrina sociale della Chiesa viene anzitutto inserita nel programma di una nuova evangelizzazione: «La “nuova evangelizzazione”, di cui il mondo moderno ha urgente necessità e su cui ho più volte insistito, deve annoverare tra le sue componenti essenziali l’annuncio della dottrina sociale della Chiesa, idonea tuttora, come ai tempi di Leone XIII, ad indicare la retta via per rispondere alle grandi sfide dell’età contemporanea, mentre cresce il discredito delle ideologie. Come allora, bisogna ripetere che non c’è vera soluzione della “questione sociale” fuori del Vangelo e che, d’altra parte, le “cose nuove” possono trovare in esso il loro spazio di verità e la dovuta impostazione morale» (Centesimus annus, 5)Il fatto è importante. Un certo modo intimistico ed esclusivamente esistenziale di concepire il cristianesimo veniva definitivamente denunciato e superato, senza contrapposizioni, ma nell’ottica, così profondamente evangelica, dell’et et. Il cristianesimo è per la felicità della persona, anzitutto quella eterna, ma questa felicità non può essere raggiunta prescindendo dai rapporti con gli altri, dalla natura sociale della persona e dunque dal tentativo di costruire una società migliore, secondo il piano di Dio, che renda gloria al Signore e aiuti le persone a vivere meglio. L’annuncio della dottrina sociale diventa così essenziale, anche se purtroppo l’esperienza dimostra come sia ancora completamente assente nella vita pastorale delle parrocchie e della maggioranza delle altre strutture organizzate del mondo cattolico.Bisogna anche riconoscere come una grande battaglia culturale sia stata condotta contro la dottrina sociale e soprattutto contro la prospettiva che la fede debba generare una cultura che poi, se riceve il consenso dei popoli, diventa una civiltà. Per decenni, nel post Concilio, l’«ideologia di cristianità», come veniva chiamata soprattutto, in Italia, dalla scuola dossettiana di Bologna, la “pretesa” che dalla fede nasce una cultura che genera una civiltà, è stata considerata il vizio peggiore che un cattolico potesse avere. Se i cristiani non dovevano giudicare la storia e attorno a questi giudizi costruire la loro convivenza (con tutti gli adattamenti dovuti a una società pluralista), la dottrina sociale non aveva ragione di esistere. E così venne abbandonata. Chi si avventurava a pronunciare soltanto questa parola negli anni Settanta del secolo XX veniva additato e guardato con una sorta di commiserazione, quasi fosse un sopravvissuto di un’altra epoca della storia. Per questo il rilancio della dottrina sociale produsse l’effetto di un’autentica liberazione, come se la verità per anni sepolta o vituperata riuscisse finalmente a ritrovare il suo giusto posto.Naturalmente, questo non significa che non siano sorti altri problemi. Oggi, dopo quasi tre decenni dalla “liberazione”, la dottrina sociale è rientrata certamente nel numero delle parole pronunciabili, ma non viene ancora né studiata, né insegnata come pur sarebbe auspicabile. Un grande passo avanti è comunque stato compiuto. m. invernizzi labussolaquotidiana

Se le Brigate Rosse partono dalle moschee: la “dottrina Carlos”

Martedì, 31 Luglio 2007

"L’individuazione delle moschee (insieme agli stadi, paragonati alle banlieue francesi) come «luoghi di aggregazione e di espressione del disagio sociale da cui partono le lotte» da parte dei militanti della cosiddetta Seconda posizione delle Brigate rosse, nelle intercettazioni diffuse dalla Digos di Milano, costituisce un segnale che non va sopravvalutato, ma nemmeno sottovalutato. Vi è infatti una preoccupante identità di analisi fra i brigatisti e alcuni esponenti dell’ultra-fondamentalismo islamico, che s’ispirano apertamente alla «dottrina Carlos», elaborata dal famoso terrorista venezuelano convertito all’islam che sta scontando l’ergastolo in Francia, e che dal carcere scrive libri e intrattiene una fitta corrispondenza con diverse personalità della sinistra internazionale, fra cui il presidente venezuelano Hugo Chavez. Carlos propone l’alleanza in funzione anti-americana e anti-israeliana fra quanto resta del terrorismo anti-imperialista e comunista e il terrorismo islamico che riconosce l’egemonia di Al Qaida.
Senza volere assolutamente paragonare l’ultra-sinistra no global, la cui violenza nella maggior parte dei casi rimane puramente verbale, alle Brigate rosse, né i neo-fondamentalisti come Tariq Ramadan ad Al Qaida, non si può tuttavia fare a meno di riflettere sul fatto che gli sproloqui dei brigatisti e di Carlos trovano una sponda e una possibile legittimazione intellettuale in cattivi maestri. Anche una certa ultra-sinistra, e lo stesso Tariq Ramadan, inneggiano all’incontro fra movimenti di «resistenza anti-imperialista» islamica e movimentismo no global, e nei loro scritti non si trova quella condanna chiara e netta di gruppi terroristi come Hamas o Hezbollah che consentirebbe di interpretarli come semplici opinioni politiche e non come giustificazioni della violenza.
Passando dalla teoria alla pratica, a favore dell’imam El Korchi di Ponte Felcino, presso Perugia, in carcere con gravissime accuse di terrorismo, è sceso in campo in questi giorni il Campo Antimperialista, già noto per avere invitato in Italia esponenti e apologisti della cosiddetta «resistenza irakena» e averli fatti incontrare con militanti dell’ultra-sinistra nostrana. Vantando «ottime ragioni» che forse derivano da rapporti personali, il Campo Antimperialista esalta gli arrestati di Perugia, in puro stile Carlos, come «militanti islamici antimperialisti» vittime di una «sordida persecuzione antislamica» messa in opera da uno «Stato di Polizia» che ha il solo scopo di «terrorizzare l’opinione pubblica». Se si prescinde dal carattere un po’ ridicolo delle tesi – davvero il governo Prodi guida uno «Stato di Polizia» che terrorizza i poveri militanti comunisti e anti-americani? – gli interrogativi sui rischi che si corrono diffondendo così apertamente brandelli di «dottrina Carlos» rimangono. Ai tempi del governo Berlusconi le iniziative del Campo erano almeno frenate non concedendo i visti agli invitati stranieri. Con il governo Prodi il Campo Antimperialista sembra godere di un’ampia licenza di invitare in Italia più o meno chiunque. Ora annuncia un seminario internazionale a Isola Polvese, dal 31 agosto al 2 settembre. Potrà dire quello che vuole, anche dopo la sua assurda difesa dell’imam El Korchi e i durissimi attacchi al ministro Amato, perché le sue iniziative sono sostenute da esponenti dei partiti dell’ultra-sinistra, senza il voto dei quali Prodi (e anche Amato) andrebbero a casa."
(Massimo Introvigne Il Giornale 31 luglio 2007)

Welby può chiedere di cambiare le leggi dello Stato,non la dottrina della Chiesa

Sabato, 23 Dicembre 2006

Le critiche che hanno investito il Vescovato di Roma che ha negato i funerali religiosi a Welby non ci convincono. Welby ha consapevolmente cercato l’eutanasia. Una scelta che è contro i dettami della Chiesa e che, quindi, ha posto Welby al di fuori della stessa. La sua richiesta di funerali religiosi è la richiesta di essere ammesso nell’ambito di una comunità le cui verità, proprio con il suo gesto estremo, ha mostrato di rupudiare. A ciò si aggiunga che il caso umano di Welby è diventato un caso politico (la presenza dell’anestesista che ha praticato l’eutanasia alla conferenza stampa evidenzia il grado di strumentalizzazione politica della vicenda, di per sé rispettabilissima). E come tale doveva essere trattato dall’Arcivescovato. In taluni casi, la Chiesa ha concesso i funerali religiosi ai suicidi. Ma la fine di Welby – per sua stessa volontà – è diventato un caso politico e come tale doveva essere gestito. Ammettere i funerali religiosi avrebbe significato riconoscere la compatibilità dell’eutanasia con l’insegnamento religioso. Ma ciò non potevano essere ed è giusto che non sia. Welby può chiedere allo Stato di cambiare le sue leggi ma non alla Chiesa, che fonda la legittimazione delle sue leggi non sulla autorità, ma sulla verità, che per il principio di non contraddizione non può che essere immutabile.