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La tecno-casta

Mercoledì, 31 Ottobre 2012

La casta. Intesa come ‘gruppo chiuso’ di persone che pretendono il godimento esclusivo di determinati diritti, ma anche di esercitare determinati poteri sulla base di una presunzione di potere superiore o diverso (senza regole, se non le proprie) rispetto agli altri poteri. C’è la casta degli intoccabili, dei potenti aggrappati alla poltrona, la casta dell’immoralità pubblica e privata e della corruzione, del potere fine a se stesso che viola quotidianamente le regole più elementari della democrazia e dello stato di diritto. Casta, oppure élite auto-referenziale. Oppure oligarchia. Parentopoli e tangentopoli.Ma esiste anche un’altra casta, definibile come ‘tecno-casta’: è quella del governo Monti, dei professori, dei tecnici, della troika Fmi/Ue/Bce, la casta degli esperti, di coloro che si credono esperti o che vengono definiti come esperti, con i cittadini costretti a delegare loro il ‘potere’ non più in nome della democrazia liberale e rappresentativa ma dello ‘stato di necessità’ neoliberista (la crisi, l’Europa, Angela Merkel e le sue ossessioni) o meglio ancora (e il richiamo è ovviamente a Giorgio Agamben) dello ‘stato di eccezione’ (eccezione rispetto alle regole della democrazia, allo stato di diritto, alla sovranità popolare, alla cittadinanza, alle libertà sociali e politiche). ‘Stato di eccezione’ ormai divenuto la pericolosissima regola, la normalità, la quasi-banalità del male neoliberista, la perversa ‘norma-base’ di una nuova Costituzione materiale che ha sostituito la Costituzione sostanziale, ovvero quella delle libertà e dei diritti (e questa volta in nome di un’economia di mercato ormai unica ‘dimensione di senso’, unica ‘grande narrazione’ o totalitaria ‘biopolitica’ della postmodernità). E se è vero che l’antipolitica tende a portare alla dittatura o al populismo (forma mascherata di dittatura), è altrettanto vero che uno ‘stato d’eccezione’ diventato norma(lità) porta all’assolutismo dello stesso ‘stato d’eccezione’ e alla ‘democrazia sempre sospesa’. Tecno-casta, allora: ‘gruppo chiuso’ di uomini che pretendono di avere/essere il sapere e la conoscenza e quindi di dover avere/essere il potere, esercitando, in nome di questa presunzione una azione politico-tecnica sull’intero paese. Tecno-casta: Monti, Fornero, Profumo, Passera, un militare come ministro della Difesa – e il presidente Napolitiano che la sostiene, essendone di fatto il ‘padre’ politico e l’ispiratore. Tecno-casta che riforma pensioni e lavoro, ma non il mondo della finanza. Tecno-casta che conferma la spesa (in crescita per di più) per i caccia F35 – spesa assolutamente inutile, incostituzionale e immorale. Tecno-casta che invoca norme anticorruzione senza avere il coraggio di ripristinare il reato di falso in bilancio. Che invoca austerità per tutti e taglia salari e stipendi, ma che permette (e non trova scandaloso che) al figlio del ministro Cancellieri – Piergiorgio Peluso – venga data una liquidazione di 3,6 milioni di euro per appena quattordici mesi di lavoro come direttore generale di Fondiaria Sai (scatenando le giuste rimostranze di Massimo Gramellini, su La Stampa). Una tecno-casta – e di più e peggio – che difende Gianni De Gennaro (non avendogli imposto le dimissioni dal governo), pur se condannato in Cassazione per i fatti di Genova 2001.Anche il ‘potere’ dei tecnici, degli esperti, dei professori è dunque casta, è oligarchia auto-referenziale, è élite auto-nominatasi tale, è potere allo stato puro. Tecno-casta che è casta non solo in sé ma per sé, auto-riproducendosi, auto-validandosi, auto-legittimandosi (ancora lo ‘stato d’eccezione’, grazie al quale accresce il suo potere e la sua legittimazione). E’ potere quindi a-democratico – come ogni potere tecnico – che però si pone come obiettivo (Mario Monti) di cambiare il modo di vivere degli italiani. Introducendo una forma nuova ed esplicita di ‘biopolitica’ (intesa come ‘governo della vita’ di una popolazione), ma soprattutto di ‘disciplina’ (intesa come imposizione di determinati comportamenti funzionali) – nei sensi dati da Foucault a questi due concetti; e di cambiarlo – il modo di vivere – ovviamente secondo il ‘volere’ pedagogico della stessa casta: ancora neoliberismo, ancora riduzione dei diritti civili e sociali, competizione di tutti contro tutti, flessibilità da accrescere in nome della competitività e avendo di fatto come benchmarck i lavoratori della Foxconn cinese, tutto in nome degli obiettivi di una ‘nuova divisione internazionale del lavoro e della rendita’, ovvero: riduzione dei salari e del costo del lavoro, impoverimento collettivo, ampliamento delle disuguaglianze sociali e reddituali, de-qualificazione della scuola, della cultura e della ricerca e incentivi invece ai lavori a bassa professionalità (per cui: meno iscritti ai licei, meglio le scuole professionali), de-motivazione sociale e produzione di rassegnazione morale, ‘uccisione’ della speranza e della partecipazione, svuotamento della democrazia e della sovranità popolare (l’agenda Monti come le Tavole della Legge, la casta degli esperti che ha sempre ragione mentre gli altri hanno sempre torto, le riforme fatte che “non devono essere toccate” – come dicono all’unisono Napolitano e Monti, indifferenti al fatto che siano state riforme palesemente sbagliate, e comincia ad accorgersene perfino il Fondo monetario, quindi da correggere in fretta). Dunque, il potere tecnico e dei tecnici come ulteriore casta di potere. Perché appunto non esiste solo la casta dei corrotti e del malaffare, degli inamovibili e dei troppi conflitti di interesse; ma esiste la casta degli esperti e dei tecnici che credono di conoscere e di sapere la verità (come teologi della religione neoliberista), facendoci credere che la loro conoscenza sia ‘la’ conoscenza e ‘la sola’ conoscenza possibile e vera. Tecno-casta, allora, sottoprodotto persino della tecno-crazia. Perché la scienza – e qui si ripropone la vecchia distinzione tra scienza e tecnica – vive nel principio di falsificabilità, mentre la tecnica (la tecnica come apparato, come potere degli esperti, come sapere auto-referenziale), vive della propria verità, della propria razionalità, tale anche se contraddetta dalla realtà. Sosteneva il filosofo Karl Popper che se nessun numero di ‘prove’, ancorché elevatissimo, può confermare e giustificare la validità di una affermazione o di una proposizione scientifica, un solo esempio contrario basta a dimostrane invece la falsità; e se quindi le asserzioni di base della teoria sono contraddette dall’esperienza, la teoria deve essere abbandonata. Questa ‘logica della scoperta scientifica’, che procede per ‘congetture e confutazioni’, viene invece contraddetta – come qui si sostiene – dalla tecnica e dagli esperti, per i quali la realtà deve assumere sempre una ‘forma tecnica’ e se una teoria (come il neoliberismo) contraddice la realtà e l’esperienza dei fatti dimostra che quella teoria (sempre il neoliberismo) è falsa, non è la teoria ad essere sbagliata ma è la realtà a non voler corrispondere alla teoria (o all’ideologia: il meccanismo di relazione tra verità e falsità è analogo). Il neoliberismo non supera – non ha superato e non supererà mai – il test della falsificabilità (così come, per Popper non lo superavano il marxismo e la psicanalisi che pure, per molti aspetti si consideravano ‘scientifiche’): eppure continua ad essere replicato in tutti i modi, è la ‘coazione a ripetere’ dei tecnici, che pensano di risolvere i problemi creati dalla tecnica o da una ricetta economica con ‘più tecnica’ e non con una tecnica o una ricetta ‘diversa’. E anche il potere della tecno-casta può dunque essere ‘osceno’. Nel senso che non ha pudore, è amorale se non immorale (spese militari sì, sostegno dei redditi no; riforma delle pensioni sì, riforma della finanza no), perché contrari al senso del pudore politico e morale non sono solo il bunga-bunga, Formigoni e Batman, ma anche l’abolizione dell’articolo 18. E mentre si discute nuovamente e giustamente di ‘questione morale’ sotto il peso dell’ennesima tangentopoli, è anche questo governo che pone, con i suoi comportamenti immorali e socialmente ingiusti (qualcuno ricorda ancora cosa significhi ‘giustizia sociale’?) una nuova ‘questione morale’. Ridefinita da un ‘sapere tecnico ed economico’ presunto ma presuntuoso (voler cambiare il modo di vivere delle persone, con le buone o con le cattive), un sapere fatto in realtà di poca conoscenza e di molta ideologia. Per correggere l’errore neoliberista (che troppi ancora non vedono, comportandosi come Hoover nel 1929 dopo il Grande Crollo), per uscire dalla ‘coazione a ripetere’ degli esperti, per ritrovare una capacità di progetto politico (e ancora poca cosa sono le crescenti riserve dei partiti a Monti, spesso giocate in una solo diversa ‘logica di casta’), serve allora passare dagli ‘esperti a pensiero unico’, al ‘potere dell’immaginazione’ (e diceva Einstein: “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, mentre l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso e facendo nascere l’evoluzione”), anche a costo di recuperare il vecchio slogan del Sessantotto, il più difficile, ma certamente il più affascinante – e oggi il più necessario. Quell’immaginazione che ci è stata ‘rubata’ dal post-sessantotto, dalla rete, da Berlusconi e dal suo ‘modello veline’, dalla globalizzazione e ora dalla tecno-casta di Monti (e/o di Barroso, della troika e della Goldman Sachs). lelio demichelis micromega (28 ottobre 2012)

Bankitalia, che sprechi!

Lunedì, 17 Settembre 2012
Gli oltre 7mila dipendenti sono pagati mediamente 109mila euro l’anno. I dirigenti costano agli italiani  3,1 milioni di euro l’anno. Visco si mette in tasca 757mila euro.  Si continuano a chiedere sacrifici agli italiani, ma c’è chi spende e spande senza problemi. Un caso su tutti: la Banca d’Italia che disperde ogni anno cifre mostruose sotto gli occhi distratti del governo. Nonostante il suo ruolo sia sempre più ridotto in favore della Bce, il carrozzone di via Nazionale, mantiene un esercito di dipendenti, 7 mila, che costano 819 milioni, e spende per la sua amministrazione qualcosa come 420 milioni di euro.  Il Fatto quotidiano è andato a spulciare le voci del Bilancio di palazzo Koch e sul sito ha pubblicato le cifre degli sprechi, che gridanno davvero vendetta. Un plotone di giardinieri armati di semi, piante ornamentali e annaffiatoi pronti a sparare sul mercato una micidiale raffica di fiori. Fiori per sette milioni di euro. Tanto costa la manutenzione delle piante e dei giardini nelle sedi di rappresentanza e nel parco sportivo del Tuscolano a Frascati, quartier generale dell’istituto con campi da tennis, calcio e piscina. Non mancano progetti per l’orto didattico e la raccolta delle olive made in Bankitalia. Poi ci sono i videocitofoni e campanelli nuovi di zecca da 15 milioni di euro appena acquistati.  Senza contare le poltrone d’oro. A cominciare da quella su cui è seduto il direttorio di nomina governativa che controlla l’autorità bancaria che costa in organi collegiali e periferici 3,1 milioni di euro l’anno in compensi. Ma non si tratta di centinaia di persone ma poche decine: i 13 consiglieri superiori prendono 371mila euro, i cinque componenti del collegio sindacale 137mila. Ed ecco la punta: al governatore Ignazio Visco vanno 757.714 euro, al direttore generale Fabrizio Saccomanni vanno 593mila euro, i quattro vice-direttori (oggi tre, perché il 12 luglio Anna Maria Tarantola ha lasciato l’incarico per assumere la presidenza della Rai) hanno emolumenti da 441mila euro. Non stanno meno male i 7.315 dipendenti con 2mila tra funzionari e dirigenti che costa mediante agli italiani 109.300 euro ciascuno. Non solo. Prima che Draghi lasciasse via Nazionale per andare in Europa, racconta Thomas Mackinson sul sito del Fatto, ha preferito esser certo a Roma, capissero bene quando dall’Eurotower parla di spread e fiscal compact. Così la Banca d’Italia ha affidato a un’agenzia un programma di formazione di inglese da 620mila euro, che per dei corsi di lingua non sono noccioline, soprattutto perché i bandi di assunzione dell’ente richiedono espressamente una conoscenza avanzata dell’inglese. Prima dell’assunzione, non dopo. Senza contare che da anni sette consulenti-traduttori sono a libro paga dell’ente al costo di mezzo milione di euro. E qui si apre il capitolo consulenze, un dossier sempre corposo e soprattutto costoso visto che al 30 agosto i consulenti esterni a libro paga di Bankitalia sono già 112 e totalizzano incarichi per due milioni e mezzo di euro. Ma a gravare sui conti dell’istituto, fa notare il Fatto, sono anche i costi legati alla manutenzione di un patrimonio immobiliare sterminato che la Banca d’Italia ha collezionato dai tempi della sua nascita a oggi: il patrimonio per fini istituzionali ha raggiunto una consistenza pari 4,2 miliardi. Poi ci sono 20 filiali regionali e provinciali, 25 sportelli e 18 centri per la vigilanza, trattamento del contante, tesoreria dello Stato. Più tre sedi distaccate a New York, Londra e Tokyo. Il budget per la manutenzione di questo patrimonio, stando agli affidamenti in corso, ha un budget 30 milioni di euro. Gli edifici del centro storico della Capitale ne impegneranno altri 14,6. Solo per mettere telecamere e citofoni al complesso di via Nazionale 91, Tuscolana e del Centro Donato Menichella a Frascati si stanno per spendere in progettazione, installazione e mantenimento 15 milioni (oltre Iva). Poi c’è l’area di via Tuscolano 417, quartier generale dell’istituto, che ha in corso affidamenti per 21 milioni. Per gli edifici romani e per il “Centro Donato Menichella” di Frascati, che ospita buona parte delle strutture di elaborazione dati, è in arrivo una green revolution: è in corso di affidamento una gara per la manutenzione del verde e il noleggio di piante ornamentali, fioriere, composizioni di fiori recisi e aiuole per sette milioni di euro. Solo gli interventi di manutenzione dell’ex Cinema Quirinale, portone di rappresentanza della Banca, costano 3 milioni di euro. La settimana scorsa al Senato è passato un emendamento per avviare una spendin review anche in Bankitalia: si taglieranno le auto blu, le ferie, i buoni pasto e le consulenze. Ma a guardere le cifre pubblicate dal Fatto sembra veramente una goccia nell’oceano. Libero

La BCE non sa gestire i rischi – bocciatura dalla Corte dei Conti UE

Mercoledì, 6 Giugno 2012

La Banca Centrale Europea presenta lacune e difetti nell’analisi e nella gestione dei rischi. In tempi normali, quest’analisi della Corte dei Conti dell’Unione Europea – contenuta in un rapporto datato 27 marzo 2012 ma reso noto solo lunedì scorso – sarebbe apparsa una questione per pochi tecnici addetti ai lavori. In tempi di crisi, di massicce operazione di liquidità da 1.000 miliardi di euro (Ltro), di programmi di acquisti di bond di paesi in difficoltà (Smp, con un’esposizione di almeno 200 miliardi di euro su titoli di paesi a rischio) fa tutto un altro effetto. Il rapporto, firmato dal presidente della Corte Vítor Manuel da Silva Caldeira, è intitolato «Relazione sull’audit della gestione dei rischi della Banca centrale europea per l’esercizio finanziario 2010». La Bce ha risposto, precisando alcune migliorie nel frattempo intervenute, dichiarando però di «accogliere» quattro delle sette raccomandazioni della Corte, ammettendo così la fondatezza dei relativi rilievi.«Alla Bce – recita il rapporto di 38 pagine – vi è una netta separazione tra la gestione dei rischi finanziari e la gestione di quelli operativi, che accresce il rischio che la visione delle esposizioni riguardanti l’intera Bce possa non essere completa». La Corte lamenta che «non è stato istituito alcun organo unico, indipendente, come un Direttore rischi o un Comitato per la gestione globale dei rischi. Al momento dell’audit, il membro del Comitato esecutivo incaricato della gestione dei rischi aveva anche una serie di altre aree di responsabilità, mentre un Direttore rischi (come invece fa, ricorda la Corte, la Bank of Canada, ndr) si concentrerebbe esclusivamente sulla gestione dei rischi». Ed è proprio direttore o di un comitato unico sui rischi, afferma la Corte, che urge alla Bce. Secondo il rapporto, «l’assenza di una funzione di gestione dei rischi gerarchicamente indipendente accresce il rischio che le tematiche concernenti la gestione dei rischi non ricevano sufficiente priorità».Rilievi cui l’Eurotower replica affermando che «questa struttura organizzativa è comune tra le banche centrali e le organizzazioni affini» e che «l’attuale struttura organizzativa per la gestione dei rischi presso la Bce offre un quadro efficiente per la ripartizione dei compiti sotto la responsabilità collegiale del Comitato esecutivo per la gestione complessiva dei rischi della Banca». La Banca Centrale dà in sostanza ragione, invece, alla Corte dei Conti su un altro rilievo importante: «dall’audit – si legge nel rapporto – è emerso che non vi è integrazione tra la valutazione annuale dei rischi operativi ed il ciclo di programmazione strategica e finanziaria della Bce», una grave lacuna che la Corte chiede di colmare.Ci sono anche aspetti che riguardano la trasparenza. Così, lamenta il rapporto, «i conti annuali della Bce contengono solo succinte informazioni su certe questioni di gestione dei rischi invece di riportare un quadro d’insieme del processo di gestione dei rischi nell’organizzazione, i rischi cui essa fa fronte e l’approccio seguito dai dirigenti riguardo a detti rischi». Non è finita: «Le verifiche ed i colloqui operati dagli auditor della Corte – prosegue il rapporto – hanno confermato che il reporting della performance viene effettuato periodicamente ed è trasmesso ai dirigenti in modo tempestivo. Tuttavia, è stato notato che, ai fini del reporting della performance interno alla Bce, gli standard Gips (Global Investment Performance Standards, un insieme di principii etici standard applicabili a tutto il settore, creati e gestiti dall’Istituto degli analisti finanziari abilitati, Cfa ndr) ritenute essere la migliore pratica, non sono stati pienamente rispettati». La Bce conferma il rilievo, spiegando però che non rispetta il Gips «in quanto non interamente applicabile alle proprie attività di banca centrale».Non mancano problemi sulla consapevolezza, da parte del personale, del quadro di gestione dei rischi operativi. «L’indagine del 2009 – scrive infatti la Corte – ha mostrato che circa il 40 % di coloro che avevano risposto affermava di non aver ricevuto sufficienti informazioni in merito all’Orm (gestione rischi operativi, ndr); il 56 % non sapeva chi era stato nominato Coordinatore rischi per la propria Area operativa ed il 45 % non sapeva dove trovare informazioni sull’Orm sull’Intranet (la rete informatica interna, ndr). In base al sondaggio del 2010, il 40 % del personale continuava a non sapere dove trovare informazioni sull’Orm». Il rapporto, inoltre lamenta che «vi è un elevato tasso di avvicendamento del personale, che provoca una perdita di continuità in una funzione importante, accrescendo il rischio che il quadro Orm non venga adeguatamente attuato alla Bce». Molte, troppe lacune, che, avverte la Corte dei Conti, vanno sanate in fretta: «le misure per far fronte ai rischi operativi medio-alti – avverte – dovrebbero essere adottate velocemente», una raccomandazione che la Bce dichiara, significativamente, di «accogliere». In un momento come questo non c’è spazio per errori di valutazione, e soprattutto di gestione, dei rischi sempre più elevati che la Bce si trova a correre. La posta in gioco è ormai troppo alta. g. del re linkiesta

E’ Draghi ad aver affossato Berlusconi

Giovedì, 17 Novembre 2011

Sorpresa: ad affondare il governo di Silvio Berlusconi è stata anche la Bce di Mario Draghi. Proprio al culmine delle tensioni sui titoli di Stato italiani quando il Cavaliere era indeciso se dimettersi o meno la Banca centrale europea non è intervenuta a difesa dei Btp. Lo si intuisce dal consueto rapporto settimanale Bce sulla “situazione contabile dell’eurosistema” diffuso ogni martedì. Quello del 15 novembre segnala che nella settimana chiusa l’11 novembre l’acquisto di titoli di Stato di paesi europei in difficoltà è ammontato a 3,8 miliardi di euro. E’ una delle cifre settimanali più basse impegnate dalla Bce dall’inizio dell’agosto scorso, quando scoppiarono le tensioni sul debito pubblico italiano e spagnolo. La settimana precedente, che si era chiusa al 4 novembre, aveva fatto registrare riacquisti Bce per 9,5 miliardi di euro, cifra quasi tripla della settimana più drammatica per il governo uscente. Quei 3,8 miliardi per altro sono stati impegnati in gran parte con interventi Bce nelle giornate del 10 e dell’11 novembre, dopo che Mario Monti era già stato nominato senatore a vita e ormai candidato premier. Eppure il grande attacco ai titoli di Stato italiani è avvenuto con Berlusconi ancora non dimissionario, nelle giornate del 7 e dell’ 8 novembre, quando lo spread è salito ben oltre quota 500. Draghi o meno, il mancato intervento dell’eurosistema è la prova di come il resto di Europa avesse già deciso il destino di Berlusconi. http://fbechis.blogspot.com/

La crociera sul Britannia prima del governo tecnico

Mercoledì, 9 Novembre 2011

Il 2 giugno del 1992 il direttore del Tesoro, Mario Draghi, sale sulla passerella del Royal Yacht “Britannia”, il panfilo della Regina Elisabetta ormeggiato nel porto di Civitavecchia. Draghi ha con sé l’invito ricevuto dai British Invisibles, che non sono i protagonisti di un romanzo complottista bensì i rappresentanti di un influente gruppo di pressione della City londinese, “invisibles” nel senso che si occupano di transazioni che non riguardano merci ma servizi finanziari.I Warburg, i Barings, i Barclays, ma anche i rappresentanti di Goldman Sachs, finanzieri e banchieri del capitalismo che funziona, o funzionava, sono venuti a spiegare a un gruppo di imprenditori e boiardi di Stato italiani come fare le privatizzazioni.Per il nostro Paese ci sono il già citato Draghi, il presidente di Bankitalia Ciampi, Beniamino Andreatta, Mario Baldassarri, i vertici di Iri, Eni, Ina, Comit, delle grandi partecipate che di lì a poco sarebbero state “svendute”, così si dice, senza grande acume proprio da coloro che nell’ultimo scorcio della Prima Repubblica le avevano trasformate nei “gioielli di famiglia”. Allora come oggi l’Europa tuonava contro l’Italia incapace di far fronte al debito pubblico, gli imponeva regole draconiane per entrare nell’euro, gli speculatori s’interessavano al nostro Paese, ed una classe politica in fase calante stava per essere travolta dal sol della magistratura.Per gli invitati saliti sul Britannia fu un bagno di realismo: il capitalismo transnazionale, la tecno-finanza, i corsari della “deregulation” gettavano nel grande gioco la nostra piccola economia chiusa in se stessa, che durante la Guerra Fredda era prosperata all’ombra di Mamma Stato in modo neanche troppo miserabile viste le imprese di Mattei. Dopo aver assistito alle esercitazioni militari di una fregata inglese, con tanto di lancio di paracadutisti, Mario Draghi tenne una breve relazione sottocoperta spiegando agli astanti onori ed oneri delle privatizzazioni, con un certo malcelato scetticismo – lui che di quella elite sovrastatuale è sempre stato l’alfiere – sulle reali capacità dell’Italia di svecchiare il suo sistema industriale.Probabilmente Draghi aveva già intuito che la cura sarebbe stata peggiore del male, che privatizzare senza un chiaro quadro di cosa significasse la parola liberalizzazione nella patria del consociativismo avrebbe provocato conseguenze drammatiche sui nostri conti pubblici, con le riserve della Banca d’Italia prosciugate e il prelievo forzoso nei conti correnti degli italiani ordinato di lì a qualche mese dal governo Amato. Quello sul Britannia fu un incontro relativamente breve, una gita fino all’Argentario con chef d’altobordo, gamberetti e costolette d’agnello, come racconta uno dei giornalisti del Corriere invitato al seminario. Gli “Invisibles” strinsero relazioni e offrirono delle testimonianze sulla rivoluzione liberista operata da Reagan e dalla Thatcher nel mondo anglosassone, trasferita successivamente nel nostro Paese con il “miracolo economico” alla Telecom. Lo stato in cui oggi versano Poste Ferrovie e Autostrade fa capire che razza padrina abbia prosperato in Italia sulle ceneri del vecchio capitalismo familiare e ministeriale. Così, quando sentite parlare di governi tecnici o delle larghe intese non fidatevi, non si tratta di Ragion di Stato. C’è puzza di bruciato. La democrazia italiana sotto tutela. r.santoro l’occidentale

Il duello Draghi Tremonti per il dopo Berlusconi

Martedì, 12 Ottobre 2010

Si scontrano spesso con parole dure, che però giungono ovattate all’opinione pubblica ma fanno fibrillare i banchieri, le due prime donne dell’economia italiana: Mario Draghi e Giulio Tremonti. L’ultima contesa si è svolta in terra straniera a Washington, la penultima a Cernobbio sul lago di Como. Il ministro ha spesso rimproverato al governatore della Banca d’Italia l’eccessivo pessimismo sullo stato del paese fino a proclamare dopo una sua relazione annuale: «Basta con i catastrofismi». Il banchiere non si è mai adattato all’ottimismo troppo esibito del suo dirimpettaio di Via XX Settembre. In queste ore sono tornati a litigare sul modello tedesco, «austerità e crescita», che Mario Draghi vorrebbe importare in Italia e che Tremonti giudicò alcune settimane fa «una roba da bambini», ma soprattutto sulla minaccia del ritorno in campo dei “bankers”, i banchieri d’affari, che Tremonti rivede pericolosamente sulla scena con le loro cene a base di champagne e i loro magnifici bonus mentre il governatore non ne sente la minaccia. Questa volta il dissidio è poca cosa. I due se le son date di santa ragione in altre occasioni. Sono coetanei, solo che uno, Tremonti, è nato al Nord, a Sondrio, ha studiato giurisprudenza, è stato visiting professor a Oxford e commercialista di fama internazionale, dopo un breve innamoramento per i liberali si è accasato con i socialisti, collaborando persino con il manifesto con lo pseudonimo di “lombard” che preannunciava la futura amicizia con i leghisti, prima di diventare editorialista del Corriere della sera, infine, dopo una breve sosta con Mario Segni, è passato con Berlusconi. L’altro, Mario Draghi, è nato a Roma, ha un curriculum di studi di economia eccellente, suo relatore di laurea è stato Federico Caffè e suo mentore al Mit di Boston Franco Modigliani, prima della Banca d’Italia ha lavorato alla Goldman Sachs guadagnandosi per questo in diretta tv, davanti a un esterrefatto Luca Giurato, una valanga di insulti da un irrefrenabile Francesco Cossiga. In comune hanno il carattere introverso e buone camicie. Solo che Tremonti ha imparato a comunicare con il grande pubblico delle tv mentre Draghi parla solo attraverso relazioni ufficiali. Draghi è un tecnico che la politica tenta di circuire, Tremonti è ormai, come facevamo notare tre giorni fa, un “totus politicus”. Se l’Italia fosse un paese normale i due dovrebbero nascondere i loro dissidi. Fa un po’ paura un paese, infatti, in cui il ministro dell’Economia e il capo della Banca centrale si detestano e non perdono l’occasione per smentirsi reciprocamente. Invece non fanno mistero delle differenze e dei contrasti. Li ha divisi persino Bruno Vespa che ha apparecchiato una tavola estiva per far dialogare Berlusconi con Draghi, dimenticando di invitare Tremonti che se la prese a male.
I nomi di Tremonti e di Draghi sono i più gettonati nel dibattito sul cosiddetto governo tecnico. La sinistra non ha mai taciuto il suo favore per il governatore e per l’idea di proporgli lo stesso cursus honorum di Carlo Azelio Ciampi. Tremonti non ha mai mancato l’occasione per respingere questo esecutivo degli ottimati dichiarando che l’Europa avrebbe considerato insopportabile un governo privo di un mandato politico. I più maliziosi sostengono che questa prospettiva abbia acuito la loro rivalità anche se nessuno dei due è sembrato cedere finora alle lusinghe del dopo-Berlusconi. Tuttavia Tremonti e Draghi sono i due cavalli di razza di ogni ragionamento su quel che può accadere nel caso in cui il premier fosse disarcionato. La soluzione Draghi sarebbe la cesura più forte rispetto la progetto politico berlusconiano. Il governatore gode di grande considerazione anche fuori dal paese, rassicurerebbe i mercati, e la sua costante polemica contro un’austerità senza crescita lo indica come l’interprete ideale di una stagione di rilancio dell’economia. Il ministro si è ritagliato una giusta fama di controllore dei conti pubblici, ha l’appoggio della Lega e da qualche anno dialoga con reciproca soddisfazione con alcuni leader del centrosinistra. La soluzione Draghi rappresenterebbe la fase di decantazione della politica affidata alle cure di un esperto timoniere delle bizzarrie dell’economia. La soluzione Tremonti interverrebbe nel cuore della crisi del vecchio sistema politico affidandogli il compito di traghettare il centrodestra, ovvero quel che ne sarà, in un’altra stagione. Draghi sarebbe l’uomo dell’emergenza economica se si ripresentasse il rischio Grecia, Tremonti quello dell’emergenza politica se il castello berlusconiano venisse preso d’assalto. Tutti e due dovrebbero riflettere, in attesa del prossimo conflitto che li vedrà contrapposti, sul fatto che, come ha detto Bersani, «Berlusconi è un osso duro». p. caldarola riformista

Il governissimo di Berlusconi Casini e Draghi (by Giornale)

Mercoledì, 14 Luglio 2010

«Ci ha dato la lista dei ministri del governo di larghe intese», scherzavano ieri pomeriggio nel Pd dopo un lungo colloquio tra il loro capogruppo Dario Franceschini e il leader Udc Pierferdinando Casini. I maligni hanno prontamente ribattezzato il colloquio a quattr’occhi «patto della panchina», alludendo ai calciatori cui tocca guardar giocare gli altri (i due erano per l’appunto seduti su una panchina del cortile di Montecitorio). Casini, comunque, è il primo a sapere che ben difficilmente la sua proposta di governo di «responsabilità nazionale» andrà in porto: «A Berlusconi – racconta un ben informato casiniano – piacerebbe, ma non avrà il coraggio: dovrebbe aprire una crisi per dar vita ad una nuova compagine di governo e una nuova maggioranza, ma ha paura di non uscirne». Il premier sa che il Quirinale (che anche ieri ha invocato «scelte dilungo termine che esigono condivisione») sarebbe disponibile ad avallare l’operazione, spiegano le stesse fonti centriste, ma non si fida: «Ha paura, una volta aperta la crisi, che alla fine Napolitano, Fini e Casini gli levino il pallino di mano». Dunque il progetto «chiavi in mano» cucinato da Casini, avallato da importanti pezzi di establishment economico, editoriale (Corriere della Sera in testa) ed ecclesiastico e imbandito da Bruno Vespa nell’ormai celebre cena di Piazza di Spagna, alla significativa presenza di Geronzi, Draghi, Bertone e Letta, non pare destinato a vedere la luce. Punto centrale di quel progetto era uno: fuori Giulio Tremonti (non a caso attorno a quel tavolo sedevano molti dei suoi principali avversari), dentro il Governatore. «La proposta di Pier a Berlusconi era questa: “Tu fai il premier, sei l’immagine forte del governo, vai ai vertici internazionali, dai la linea. Io mi prendo il ministero degli Esteri. E Draghi va all’Economia e gestisce la crisi”. Berlusconi ha detto “ci penserò”, ma Tremonti ha scatenato l’iradiddio della Lega per bloccare l’ipotesi». Che dunque, ammettono in casa Udc, «non andrà in porto». Anche il Pd, peraltro, ha subito alzato le barricate, respingendo gli appelli di Casini: «La pregiudiziale nei confronti di Berlusconi non è superabile», ha scandito Enrico Letta, accusando Casini di «offrire un paracadute al premier». Casini, per ripicca, si è divertito a stanare gli amici Pd: «Se avessi detto “Tremonti premier” avrebbero detto sì». Toccando un nervo scoperto, giacché da tempo un pezzo del Pd coltiva il sogno di una spaccatura nella maggioranza che porti il ministro dell’Economia a pilotare un governo senza Berlusconi ma con la Lega, cui dare una sorta di appoggio esterno. Ma in casa Udc non si sono perse tutte le speranze, e un casiniano doc spiega: «Ora Berlusconi farà la manovra di Tremonti, ma tra due mesi si renderà conto che non basta affatto e che andranno fatti interventi assai più profondi e costosi. E allora capirà che la nostra proposta può tornargli utile, se non indispensabile». (l. cesaretti giornale)

2 – TREMONTI E L’INVITO MANCATO DI VESPA
Dal “Corriere della Sera”

ono passati ormai sei giorni dalla cena a casa di Vespa, ma c’è chi non l’ha digerita pur non avendovi partecipato. Anzi, proprio perché non è stato invitato. Pare infatti che Giulio Tremonti si sia molto irritato per la mancata cooptazione alla tavola che avrebbe conosciuto un nuovo e più insistente corteggiamento del leader udc Casini da parte di Silvio Berlusconi. Non solo perché i commensali erano tanti e illustri, dal cardinal Tarcisio Bertone alla figlia dello stesso Cavaliere, Marina Berlusconi, ma perché quella cena al momento è ancora al centro dello scenario politico di questa mezza estate. E sembra che sia ancora più irritato per il fatto che nella dimora di Trinità dei Monti sia giunto anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi. Insomma, esponenti di spicco anche del settore che gli compete, quello economico. E lui no. Nonostante l’assidua frequentazione del salotto di Porta a Porta. Il ministro se ne lamenta ancora oggi con chi gli sta vicino. Un vero malumore, tanto che ha preso il telefono per farlo conoscere a persone autorevoli negli ambienti politici, come Gianni Letta, e negli ambienti economici, come Cesare Geronzi, anche lui a tavola giovedì scorso. Tutti a casa Vespa per fare onore al cinquantesimo della sua attività giornalistica, ma anche, come si è venuto a sapere, per una chiacchierata che ha spaziato su diversi temi, importanti, della politica italiana. (r. zuc.)

Perchè Draghi alla cena di Vespa? (by Polito)

Martedì, 13 Luglio 2010

Un maligno potrebbe dire che ha provocato più sconquassi nel centrodestra un invito accettato da Casini che tanti rifiutati da Bersani. Ma quel maligno si fermerebbe alla superficie della tempesta scatenata nella maggioranza dalla cena chez Vespa. E che si concentra su due nomi: quello di un assente eccellente e quello di un ospite a sorpresa, ben più a sorpresa di Casini. Un maligno potrebbe dire che ha provocato più sconquassi nel centrodestra un invito accettato da Casini che tanti rifiutati da Bersani. Ma quel maligno si fermerebbe alla superficie della tempesta scatenata nella maggioranza dalla cena chez Vespa. E che si concentra su due nomi: quello di un assente eccellente e quello di un ospite a sorpresa, ben più a sorpresa di Casini. L’assente eccellente è, ovviamente, il ministro del Tesoro. Che sia stato invitato oppure no, di certo non c’era. Forse perché condivide con l’amico Calderoli il vanto di non aver mai cenato con un romano. E infatti l’ultima cena in cui è stato segnalato era con Brancher, per festeggiarne la nomina a ministro. In ogni caso, Tremonti si è sentito il convitato di pietra della serata. Al semplice apprenderne lo svolgimento, ha dato giù di matto. Con Letta e con Silvio: «Se entra l’Udc, esco io». Questo spiega perché Bossi e la Lega, nonostante Casini avesse subito negato e comunque declinato la proposta indecente di entrare nel governo, hanno imbracciato il fucile e sparato a palle incatenate. L’hanno fatto perché hanno annusato un trappolone anti-Giulio, con il premier intenzionato ad aprire un altro forno per non scottarsi a quello gestito dal suo super-ministro. E che pur di farlo, udite udite, se ne va a cena con Mario Draghi. Mario Draghi è infatti il vero invitato a sorpresa, più ancora del cardinal Bertone, della cui dimestichezza con il padrone di casa si può capire. Vedere il rivale attovagliato con cotanta compagnia ha mandato fuori dai gangheri il ministro. E qui, per una volta, bisogna condividerne lo stupore. Che ci faceva, infatti, il Governatore della Banca d’Italia, a una cena così? Si possono fare tre diverse ipotesi per spiegare la singolare presenza di Draghi. La prima è che abbia condiviso con Vespa un tale percorso personale (che so, corsi post-laurea allo Mit o frequentazioni in Goldman Sachs) da farlo accorrere alla celebrazione dei 50 anni di professione del Bruno nazionale. Ma non pare. La seconda ipotesi è che Draghi non abbia compreso che non di evento privato si trattava ma di incontro altamente pubblico, i cui retroscena erano stati accuratamente preparati per la stampa. E in questo caso ci troveremmo di fronte a un caso di ingenuità politica clamorosa, visto che a quella cena si è parlato anche di governi di larghe intese (quantomeno ne ha parlato Casini) e cioè dell’ipotesi politica per la quale viene regolarmente speso proprio il nome del Governatore della Banca d’Italia, e che dunque astenersi dal partecipare a un tale dibattito sarebbe stato doveroso.
La terza ipotesi è che invece Draghi avesse capito tutto – valore politico dell’incontro, scelta dei commensali, e persino il suo portato anti-Tremonti – e che ciò nonostante abbia deciso lo stesso di andare nella speranza di rendere così il premier più caloroso nei confronti della candidatura italiana alla presidenza della Bce. Ma è un’ ipotesi che non prendiamo nemmeno in considerazione. Stimiamo infatti Draghi, siamo da sempre suoi fan; e, come mezzo mondo, lo siamo proprio perché lui non è «quel genere» di banchiere centrale, e non è così «italiano» da prestarsi a quella che gli anglosassoni chiamano con disprezzo «economia di relazione» e noi «politica da salotto». Propendiamo dunque per la seconda ipotesi: un caso di ingenuità politica. Alquanto grave, in ogni modo. Perché nella migliore delle ipotesi il Governatore ha finito per fare da copertura e garanzia a una manovra politica tentata dal premier. Che sia riuscita o no, non conta molto. Fosse successo a un suo predecessore, non avremmo avuto pietà. Trattandosi di Draghi, ci limitiamo a un «tu quoque». (a. polito riformista)

Scandalosa Banca d’Italia

Venerdì, 9 Luglio 2010

O il governo riuscirà a dimostrare l’effetto del gran caldo sul senatore dell’Idv, Elio Lannutti, oppure i dati clamorosi su Bankitalia contenuti nell’interpellanza, che ha appena depositato in Senato, avranno un effetto deflagrante in un clima di sacrifici per tutti ma evidentemente non per palazzo Koch. Sì, perché, Lannutti insieme a tanti conflittini di interesse e regalini di banchieri a funzionari di via Nazionale, sostiene che «taluni semplici ispettori nel 2008 hanno guadagnato ben 580.881 euro». Un’enormità se si considera che il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, guadagna 450mila euro all’anno e che il suo predecessore, ossia l’uomo di Alvito, Antonio Fazio, al culmine del suo potere nel 2005 dichiarava al Fisco 711mila euro. Non solo. Secondo il senatore dipietrista a via Nazionale «risulterebbe uno stipendio di 527mila euro di un funzionario di prima nel 2006, che è stato promosso anche direttore». E se non bastasse che «si stia attuando un’altra ristrutturazione delle filiali di Banca d’Italia in seguito alla quale, per incentivare l’esodo dei dipendenti, si daranno ai dirigenti per buona uscita oltre 400mila euro, corrispondenti a oltre 6 anni di pensione anticipata». Tutto ciò, senza contare il conflitto di interessi che si sarebbe generato con «la brusca rimozione» di Giuseppe Boccuzzi dalla titolarità del Servizio rapporti esterni e affari generali di vigilanza «che ha comportato l’inspiegabile nomina del dottor Luigi Donato». Il punto, secondo l’interpellanza, è che la consorte di Donato, Olina Capolino, «sostituisce di fatto (e da tempo) il Capo del servizio di consulenza legale» occupandosi di delicatissime questioni di vigilanza e tra queste «delle questioni relative al servizio di cui il marito è titolare e responsabile ».Un fiume in piena, Lannutti, che scende nei particolari degli stipendi di 653 dirigenti e i 1.450 funzionari che beneficiano di altre voci che creano una «enorme differenza salariale» con le altre categorie della pubblica amministrazione. Infine, taluni sindacalisti interni che «sarebbe passati all’incasso»: 150mila euro per promozione con trasferimento e ritorno (altri 150mila euro). Franco Adriano per “Italia Oggi

Draghi: perchè non si dimette l’uomo che deve vigiliare sulle banche?

Mercoledì, 4 Marzo 2009

Draghi non si dimette. anzi, il tema non è nemmeno all’ordine del giorno e non compare sui giornali. come mai nessuno richiede le dimissioni del governatore della banca d’italia, ossia dell’istituto che dovrebbe vigilare e garantire la stabilità del sistema bancario?