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Sesso droga e Bunga Bunga

Venerdì, 12 Novembre 2010

Altro che assistente sfigata di un oscuro senatore di periferia. Altro che sconosciuta centralinista della Regione Emilia Romagna. Perla Genovesi, la ragazza parmense di 32 anni, già portaborse del senatore Enrico Pianetta di Forza Italia, fermata nel 2007 e poi arrestata nel luglio scorso con l’accusa di traffico di stupefacenti insieme a un gruppo di siciliani, era entrata davvero nel cuore del potere berlusconiano. Questa giovane dalla doppia vita a cavallo tra i politici romani che oggi occupano le poltrone più importanti del Governo e i narcotrafficanti siciliani era arrivata a parlare con Villa San Martino. Il Fatto Quotidiano ha visionato i tabulati telefonici della ragazza nei quattro anni che hanno segnato la sua ascesa dall’Emilia alla Capitale e ha scoperto ben 48 contatti (in entrata e in uscita, tra telefonate e messaggi sms) con il telefono di Arcore. Nello stesso periodo Perla Genovesi aveva contatti e collaborava con i narcotrafficanti Vito Faugiana e Paolo Messina, arrestati con lei nel luglio scorso. Una circostanza che dimostra ancora una volta la permeabilità dei vertici del Pdl da parte di personaggi, spesso di sesso femminile, legati alla criminalità organizzata. Dopo Barbara Montereale, l’amica di Patrizia D’Addario fidanzata con un rampollo del clan Parisi di Bari, dopo il caso Ruby e la pubblicazione da parte di Oggi delle foto di Lele Mora, indagato per favoreggiamento della prostituzione, che recapita in villa pacchi di ragazze al premier, le telefonate ad Arcore di una ragazza in rapporti con narcotrafficanti siciliani ripropone il problema della ricattabilità e della possibile infiltrazione da parte della criminalità dei vertici del Pdl. Non solo il premier ma, come dimostra questo caso, anche il suo entourage e i suoi uomini più fidati sono a rischio per le loro spericolate frequentazioni. Quando hanno visto i 48 contatti con Arcore, inizialmente gli investigatori hanno pensato al Cavaliere. Era naturale accoppiare l’utenza 039 6013… di Arcore, intestata all’Immobiliare Idra (società proprietaria di gran parte delle ville di Berlusconi) al padrone di casa. Quel numero era stato rinvenuto tanti anni fa nella memoria del cellulare di Marcello Dell’Utri come recapito riservato per contattare l’amico Silvio. In realtà, esaminando alcune telefonate intercettate sull’utenza di Perla Genovesi, si è scoperto che quando chiamava quel numero la ragazza cercava non Silvio ma Sandro. Il 16 aprile 2005, al centralinista che risponde “Villa San Martino”, infatti, secondo i Carabinieri, “Perla chiede del Dott. Giuseppe Villa che però non c’è. E chiede anche di tale Bondi ma non c’è neanche quest’ultimo”. Questo è l’unico contatto con Arcore segnalato dai Carabinieri nella loro informativa nella quale si annotano anche 13 contatti con l’attuale ministro della difesa Ignazio La Russa, “tutte attinenti al suo compito ufficiale e prive di interesse investigativo”. I contatti con Arcore tracciati dai tabulati cominciano nel 2003. Sono molte le telefonate in partenza dalla magione del Cavaliere: il 19 settembre del 2003 alle 13 e 32, per esempio, il telefono di Arcore chiama il cellulare di Perla Genovesi e la conversazione dura 8 minuti. Il giorno dopo c’è un’altra chiamata più breve sempre in partenza dalla villa e poi ancora il 3 ottobre, il 27 ottobre, il 9 novembre, il 25 dicembre, il primo marzo del 2004 e così via. Sono in tutto undici le chiamate in uscita mentre molte di più sono le volte che è Perla a chiamare il suo ignoto interlocutore di Arcore. Una volta, forse per sbaglio e per un solo secondo, Perla chiama anche alle 6 di mattina. Non è possibile sapere (a parte l’unico caso citato nell’informativa dei Carabinieri visionata dal Fatto) chi e cosa cercasse la ragazza parmense ad Arcore. Fin quando non saranno rese pubbliche le trascrizioni delle conversazioni (e non solo i tabulati che indicano solo il chiamante e il chiamato oltre alla durata della conversazione) si possono fare solo dei ragionamenti basati sulle altre telefonate che precedono e seguono quelle di Villa San Martino.
A leggere i tabulati, probabilmente era proprio Sandro Bondi, nominato nel 2005 coordinatore del partito Forza Italia, o qualche altro personaggio dell’entourage del Cavaliere, l’interlocutore misterioso della ragazza, che ha sempre detto di non essere mai andata ad Arcore. Perla Genovesi ha riferito solo in via indiretta i racconti dei festini nella villa di Silvio Berlusconi ai quali avrebbe partecipato la sua amica Nadia Macrì ma ha sempre aggiunto di non essere mai stata coinvolta in prima persona in quelle feste e di avere partecipato ad incontri con altri politici a Roma e a Palermo. Nei tabulati della ragazza ci sono invece tantissime telefonate che, secondo gli investigatori, sono riferibili alle utenze di Sandro Bondi. Nei tabulati risultano 37 contatti tra Bondi e Perla Genovesi tra il 19 settembre del 2003 e il 2 ottobre di quell’anno. Poi l’apparecchio telefonico di Bondi cambia sim e comincia a usarne una intestata a Forza Italia, probabilmente concessa in uso al politico di Fivizzano. Perla Genovesi intrattiene ben 570 contatti telefonici nel periodo monitorato, dal settembre del 2003 al settembre del 2007, con questa scheda di Forza Italia probabilmente in uso a Bondi. Nello stesso periodo ci sono un centinaio di contatti con utenze riferibili all’attuale ministro del Pdl Renato Brunetta, al quale poi Perla Genovesi presenterà Nadia Macrì. m. lillo fatto quotidiano

Milano, “bamba e veline”

Giovedì, 29 Luglio 2010

belen-coronaDa bere o da tirare? Il cambio degli stili letto con la lente degli ultimi scandali ambientati nel nightclubbing, racconta della trasformazione da polis collettiva a capitale dell’individualismo. L’happy hour come occasione per arricchire l’agenda è stato soppiantato dalla mondanità scandita dalla cocaina. Ma la crisi circoscrive il fenomeno al corso Como di calciatori e paparazzi. «Milano sta attraversando una fase di transizione. Dopo la crisi economica, dovrà decidere se ritornare a quella polis collettiva degli anni ’70 oppure continare a cavalcare l’onda del berlusconismo e dell’individualismo, insomma, del “sono solo cazzi vostri”». Carlo Antonelli, direttore editoriale di Rolling Stones, autore del libro Discoinferno, storia del ballo in Italia, fotografa così la Milano del 2010, stretta tra le discoteche “provinciali” di corso Como e l’aspirazione a “quell’ozio creativo” che ha ridato slancio a città come Berlino o New York. Il capoluogo lombardo, finito un’altra volta sulle pagine dei quotidiani nazionali per l’ennesimo scandalo di “bamba e veline”, s’interroga in questi giorni sul futuro della propria movida. In un tempo non troppo lontano, le notti meneghine, erano il fiore all’occhiello della milanesità operosa, creativa e modaiola. Un fascino smarrito negli ultimi vent’anni colpevole una crisi economica che ha colpito i settori della comunicazione e della pubblicità, con migliaia di persone disoccupate condannate a mantenere quel tipo di status, simile ormai a un fortino sotto assedio. Da ricordare, che da Milano partì la passione per l’aperitivo, per l’happy hour, proseguimento “alcolico” dell’orario di lavoro, per aumentare le pubbliche relazioni e allungare le proprie agende. Raccontano le ultime ricerche dell’Istituto Mario Negri che quotidianamente nella capitale finanziaria italiana, si consumano circa 10mila dosi di cocaina al giorno. Ma il trend sembra sempre ormai circoscritto a un determinato tipo di mondo, separato da altre realtà. E adesso? La recessione, insieme a un abbassamento dei prezzi, saprà consegnare a Milano il fascino delle altri capitali europee?
Le vicende di corso Como, con l’Hollywood e il The Club finiti nell’occhio del ciclone insieme a personaggi del mondo dello spettacolo come le “strafighe” Elisabetta Canalis o Belen Rodriguez, non hanno smosso più di tanto l’opinione dei milanesi. Storie note all’ombra della Madonnina. Perchè in quel crocicchio vie, non lontane dai nuovi palazzi della regione Lombardia, la concentrazione di spaccio e di “appeal televisivo” è sempre stata altissima: dal trono di Corona e Lele Mora, fino alle feste degli studenti bocconiani che arrivano “da fuori”. In mezzo, pure un’altra Milano. Una striscia sottile di locali di nicchia che sono cresciuti e affermati all’ombra di queste discoteche costose dove modelle senza lavoro si prostituiscono e gli spacciatori ingrassano il proprio portafoglio. È crudo, ma terribilmente reale la confessione di Karima, modella francese arrivata in Italia per fare la modella, poi arrivata a prostituirsi per vivere. Lei, 26 anni, ha raccontato al pm Frank Di Maio, del giro del The Club, dove i vip consumano cocaina ai tavoli, tutelati dai privè messi a disposizione dai titolari. Ha spiegato chi c’era con lei e come funzionavano i meccanismi di copertura. Poco distante da corso Como, neanche 500 metri in linea d’aria, esiste infatti un altro microsistema, quello dell’Isola, nuovo quartiere emergente nel capoluogo lombardo. Qui locali come il Frida o il Nord Est, hanno saputo negli anni attrarre i giovani professionisti milanesi, dai giornalisti ai designer, dagli attori agli scrittori emergenti. Un universo di persone che non guadagna cifre stratosferiche a fine mese, ma che ha comunque voglia di divertirsi. Per questo motivo, invece dell’Hollywood, il grosso della movida ha iniziato a spostarsi verso zone più a buon mercato. Come il Rattazzo in corso di Porta Ticinese o il Frizzi e Lazzi in via Torricelli. Da queste parti, una pinta costa tre euro, quasi un miraggio rispetto ai 40 euro di entrate per le discoteche con l’aggiunta di un cocktail a dieci cadauno. È in fondo questa “la polis collettiva” che ricorda la vita notturna di altre città europee. Berlino e Barcellona sembrano ormai una mecca, anche se di soldi ne circolano comunque pochi. Come a Williasmbourg, quartiere di New York, tra i più celebrati negli ultimi anni, dove la Brooklyn Brewery è ormai un punto di riferimento fisso, preferito spesso al patinato Marquees nel cuore di Manhattan.
Del resto, la Milano degli anni ’70 e ‘80 la si può cogliere assai bene nei racconti di Primo Moroni, attento conoscitore dei mutamenti sociali del città. Da Porta Chica a Brera, di quel periodo è rimasto in parte ben poco. Ma al fianco della passione per veline e calciatori, hanno ricominciato a macinare consenso locali completamente differenti. Persino la realtà delle discoteche è mutata. Tra i posti più noti c’era una volta il Rolling Stones, le cui immagini scorrono in alcuni film dell’epoca con Mauro Di Francesco e Diego Abatantuono. Lo scorso anno ha chiuso i battenti, per lasciare il posto a nuove forme di divertimento. Al Santa Tecla, finito ultimamente nel ciclone per un’inchiesta sull’ndrangheta, sono decollate le serate a tema del Club Haus ’80, tra Lambada, Big Babol e paninari. Un marchio di produzione che rimanda proprio alla vita di quegli anni, forse più spensierati sul mercato del lavoro e più accessibili alla maggior parte dei milanesi. Altro posto simile è Le Trottoir, altro locale a buon mercato in porta Ticinese. In fin dei conti, a ben guardare la geografia notturna del capoluogo lombardo, non si può non notare che parte una massiccia presenza di “escort” e “calciatori”, via corso Como è sempre stata inflazionata da un certo tipo di personaggi. Come Milko Pennisi, il consigliere comunale del Pdl arrestato per tangenti negli scorsi mesi. O come Barbara Berlusconi, figlia del premier, beccata dal paparazzo Bicio in un atteggiamenti equivoci con un ragazzo. Difficile poi non ricordare che l’ultima festa di Noemi Letizia, la giovane napoletana amica del Cavaliere, finita in uno scandalo senza fine nello scorso anno, si svolse proprio al The Club, tra una selva di labbra siliconate, bicipiti scolpiti e vodka lemon. Toccherà ai posteri capire se Milano preferirà il “ricco botox” o una chiacchierata informale tra due nuovi spiantati, oziosi, creativi milanesi. (A. DA ROLD, RIFORMISTA)

Piccioni per portare ai detenuti droga e cellulari – video

Giovedì, 26 Giugno 2008

quando leggiamo . vediamo – queste notizie ci convinciamo sempre più di avere ragione. tra tradizione e progresso, da tempo, abbiamo optato per la prima assecondando l’intuizione che non siamo il centro dell’universo.

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Miccichè? sarà candidato in Colombia!

Venerdì, 22 Febbraio 2008

La battutaccia è girata per i tavoli del ristorante Fortunato al Pantheon durante il party di Lino Jannuzzi. Alla domanda: Che farà Miccichè?, la replica più arguta era questa: Credo che verrà candidato in Colombia, per gli italiani all’estero…

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Tutti a sniffare in Vaticano

Martedì, 15 Gennaio 2008

Un terzo in più di cause per i magistrati del Papa: boom di reati in Vaticano nel 2007. Collocata nel centro di una metropoli come Roma, la Città del Vaticano, dati alla mano, non può essere considerata un’isola felice dove non succede mai nulla di male. Almeno a giudicare dall’accresciuto volume degli affari giudiziari. I procedimenti civili del Giudice unico, infatti, hanno avuto un forte incremento rispetto alla media degli ultimi otto anni (cioè 264,8 casi) fino ad arrivare ai 388 del 2007, mentre i procedimenti penali del Tribunale sono aumentati dai 180,2 di media del periodo 1998-2006 ai 223 del 2007.

In totale, nell’ultimo anno, la magistratura pontificia ha dovuto fare fronte a ben 472 procedimenti penali e 582 cause civili, spesso per incidenti stradali avvenuti all’interno delle Mura Leonine. Nella sua relazione per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario, Nicola Picardi, promotore di giustizia vaticano, ha tracciato il bilancio degli ultimi dodici mesi evidenziando che si è passati in un anno da 1.150 a 1.500 cause.

«Le percentuali non possono essere calcolate in base alla popolazione del Vaticano che attualmente è pari a 492 abitanti ma bisogna necessariamente tener conto dei 18 milioni di pellegrini e turisti – spiega – se si dovessero raffrontare effettivamente i 492 abitanti con il carico complessivo dei procedimenti civili (582) e penali (472) registrato nel 2007, il rapporto cittadini/cause, per il civile, è di 118%, mentre per il penale di 95,9%». Cifre da delinquenza-record.

La questione più sorprendente, poi, è quella della droga. «Lo Stato della Città del Vaticano è impegnato a perseguire penalmente la detenzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti – afferma Picardi – però sconta la grave lacuna, nel suo ordinamento legislativo, dovuta alla mancanza di un articolo di legge che punisca tale reato. È necessario che venga emanata dalle autorità vaticane almeno una legge speciale in materia».

In assenza di norme «ad hoc», pochi mesi fa si è dovuto rinviare a giudizio un dipendente del Governatorato, trovato in possesso di 87 grammi di cocaina, applicando la «legge sulle fonti del diritto», che peraltro prevede per il colpevole soltanto «la pena dell’ammenda fino a 9 mila lire e l’arresto fino a sei mesi».

Una sanzione, evidenzia Picardi, del tutto inadeguata alla gravità del reato e non in linea con la legislazione degli altri stati ma quella sentenza ha scongiurato che il Vaticano diventasse una «zona franca» per carenza legislativa, nella quale potesse essere liberalizzato lo spaccio. Al momento i cittadini vaticani sono 527, a cui vanno però sottratti i 287 diplomatici e membri delle Rappresentanze pontificie all’estero, che godono della cittadinanza vaticana, ma ovviamente non risiedono nello Stato.

E aggiungendo i 252 residenti, ma non cittadini si ottiene la cifra di 492 persone che abitano effettivamente nella Città del Vaticano. Oltre ad invocare alcune migliorie al Codice penale in uso Oltretevere, il promotore di giustizia auspica che gli organi giudiziari e di polizia del Vaticano si aprano alla cooperazione internazionale (per esempio con l’adesione della Gendarmeria all’Interpol) affinché i procedimenti di tipo penale o civile siano snelliti nella burocrazia e velocizzati nei tempi.

Le lungaggini colpiscono, soprattutto, le procedure che richiedono collaborazione con le magistrature di altri Paesi. «In assenza di accordi bilaterali, l’iter si dilata in modo inaccettabile – lamenta Picardi – abbiamo 15 procedure molto delicate che durano da 3163 giorni». Comunque, il numero dei reati denunciati alle autorità giudiziarie vaticane nel 2007 ha registrato appunto una clamorosa sproporzione di rapporto rispetto al numero della popolazione vaticana residente.

«Normalmente il numero della cause va rapportato con il numero della popolazione: per esempio in Italia ci sono 57 milioni di abitanti con un 7% di procedimenti civili e un 4,3% di procedimenti penali. In Vaticano, rispettivamente, 118% e 95% perché è un’enclave composta dai cittadini ma anche da pellegrini e visitatori della Basilica e dei Musei Vaticani».

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Mamma Coca e i VIP (Serena Grandi, la Versace, Calissano, Pantani…)

Mercoledì, 28 Novembre 2007

…Il 1985 a Babilonia è quasi emergenza-immigrati. E tutti con accuse di droga.
A giugno arrestano Dario Argento, che ha appena finito le riprese del suo bellissimo "Phenomena". Insieme a lui, la Finanza si porta via anche l’ex moglie Daria Nicolodi (madre di Asia Argento). L’accusa? Detenzione "di 23 grammi di hashish" recita il comunicato delle Fiamme Gialle "di ottima qualità" quasi fosse un’aggravante la possibilità di fumarsi roba buona. A casa della Nicolodi ne trovano altrettanti. Metà per uno non fa male a nessuno. Dario e Daria, invece, li chiudono in gattabuia. Lui a Regina Coeli, l’altra a Rebibbia.

"Phenomena" esce quello stesso inverno e ha un grande e meritato successo, lanciando l’ex bambina di "C’era una volta in America" Jennifer Connelly, trasformatasi in soli tre anni da bimbetta acerba in una meravigliosa e sensuale ragazza che nel film parla con gli insetti. E con gli Argentos la cosa finisce là.

Va per le lunghe invece, perché si parla di traffico; l’arresto di Paola Senatore assieme con altre cinque persone tra cui il suo convivente, il ventottenne Claudio Campiglia.
La Senatore è mora, fisico notevole, sguardo torbido. È la prima fotomodella, attrice soft-porno anche d’autore (per esempio "Salon Kitty" e "Action" di Tinto Brass) fin quindi star dell’hard. Dopo l’arresto, Paola viene rinviata a giudizio con l’accusa di aver organizzato a Roma e dintorni una rete di distribuzione di eroina e cocaina. E il reato più grave: associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti. Ma non basta. Tra le accuse, alla protagonista de "La dottoressa preferisce i marinai" e ai suoi coimputati c’è anche quella di violenza carnale ai danni della sua bambinaia, una ragazza slava. Rinvio a giudizio, condanna eccetera…

Babilonia chiama Terra. Terra rispondete. Come quando Gianni Morandi, nel 1986 rischiò – per fortuna solo pochissimo – di fare una fine alla Enzo Tortora. Una "pentita" già in carcere a Roma lo indicò come consumatore di droga. Lui ed Eleonora Giorgi. Notizie pubblicate da un quotidiano che si beccò una querela dal cantante, furibondo come non mai. Persino il Questore di Roma indice una conferenza stampa in cui riguardo a Morandi e alla Giorgi parla di un «equivoco essendosi rivelate inconsistenti le accuse di detenzione di droga che erano state ipotizzate».

Ci vuole altro che la prima pentita che canta, per strappar via da Morandi la storica e meritatissima maschera di Mister bravo ragazzo… per farlo, per immaginarsi un Morandi cattivissimo, ma solo per scherzo, bisognerà aspettare l’imitazione di Fiorello, vent’anni dopo.
Dalla prima denuncia per uso e spaccio a carico di una delle sorelle Berté, Olivia, di anni ce ne vorranno solo altri dieci per arrivare alla tragica scomparsa della più brava della famiglia, Mia Martini. L’abbiamo salutata nel 1995, era una delle due o tre voci più belle di tutta la canzone italiana, appena arrochita dalla cocaina che la uccide, in una domenica sera che sembrava uscita da una delle sue canzoni. Un’overdose, da sola in casa, nel punto più alto della sua carriera. Una vetta vissuta in solitudine.

Mia è morta, ma Babilonia è piena di gente. Come Lilli Carati, un percorso artistico simile a quello della Senatore. Anche lei bella, mora, dai lunghi capelli ondulati. Magra e slanciata. Sensuale, ma non curvilinea. Una Barbara Bouchet in versione mediterranea. Attrice prima soltanto sexy, poi legata al regista Pasquale Festa Campanile e, dopo la sua morte, star del cinema hard-core. Finché Ileana Caravati, questo il suo vero nome, incontra nel 1988 sulla sua strada un posto di blocco a Mesenzana, vicino Luino, provincia di Varese. Lei è a bordo di una Fiat 128. Sta con due uomini. I carabinieri li fermano, e nelle mutandine di Lilli trovano quattro grammi di eroina. Ecco perché stavolta le portava!, sghignazzano sulla stampa. La rilasciano dopo qualche giorno, ma intanto a Babilonia le hanno già intitolato una piazza.

Non che gli anni ’90 siano rose e fiori. Nel ’92, i finanzieri arrivano fino a Patty Pravo. Per i giornalisti La ragazza del Piper diventa subito la ragazza di Rebibbia. Resta in isolamento per quindici giorni, dopo che nel suo appartamento nel centro di Roma, nella lussuosa via del Gambero, le trovano quindici grammi di hashish. L’accusano anche di andare a Verona per farei rifornimento di droga. Pazza idea.
«Ma che senso ha andare fino a Verona per acquistare roba che, vivendo a Roma, potrei trovare dovunque?» ribatte lei, con logica impietosa.

Quindici grammi. Patty dice di non ricordare dove, da chi e quando li ha comprati. Per questa volta le credono e la fanno uscire, dopodiché, anche se azzoppata – non è la prima volta che la tirano dentro a storie di droga – la cantante rialza la testa e torna a essere un’icona non allineata di stile e indipendenza. Artistica, morale e sentimentale. Altro che bambola da far girare.

A metà decennio, proprio nel 1995, ecco che ci risiamo. Altre due storie dì droga, quasi in contemporanea. una, la più semplice, è protagonista l’attrice Lorenza Guerrieri. Curriculum più che altro teatrale, con qualche film degno di nota che l’ha resa un volto familiare. Titoli come "Requiescant" di Carlo Lizzani, un western d’autore del 1967 curiosamente interpretato dal gruppo Pasolini al completo (i due Citti, Davoli eccetera…), Pier Paolo in testa. "Rosolino Paternò, soldato", di Nanni Loy con Manfredi e Jason Robards. "Una vita scellerata", del ’90, di Giacomo Battiato, accanto nientemeno che a Max Von Sydow, Ben Kingsley e Sophie Ward.

All’epoca cinquantunenne, la Guerrieri viene fermata per caso dai carabinieri della mitica compagnia Parioli, che ne hanno viste tante e ancor più ne vedranno. Si tratta di un controllo, siamo a piazza Bologna, verso l’ora di pranzo. Lei è nervosa, il che per qualsiasi poliziotto che fa quel lavoro sulla strada equivale a un invito a nozze. Perquisizione della Golf di Lorenza: 40-dosi-40 di cocaina, oltre a 800 dollari e 200.000 delle vecchie lire. Dopo tre giorni al fresco la rimettono fuori e tanti saluti. Ci si vede al processo.

Molto più complessa la vicenda di Gioia Scola, che si scoprirà poi, dai verbali d’arresto, chiamarsi in realtà Tibiletti. In quel periodo la si vede molto in giro, anche per la sua spericolata vita sentimentale, che la lega a diversi nomi altisonanti. È bella, tenebrosa, provocante. In realtà, il pubblico la conosce poco perché i suoi film non sono esattamente roba da walk of fame. Il migliore è "Goodbye & Amen", del 1978, diretto da Damiano Damiani e con Tony Musante, poi arrivano il terribile "Sensi" (1986) di Gabriele Lavia, con la Guerritore mangiauomini nelle toilette di un autogrill, "Yuppies 2" di Enrico Oldoini (1986), e due anni dopo "Sotto il vestito niente 2", opera prima – e unica: ci sarà un perché – di Dario Piana.

Pochi giorni dopo il caso della Guerrieri, arrestano la Scola come "punto di riferimento" romano di un’organizzazione di spacciatori che faceva capo al clan camorristico dei Buondonno. I quali, a loro volta, la coca la compravano in Brasile per rivenderla a nomi dello showbiz romano e agli affiliati di altre famiglie. L’inchiesta porta in carcere cinquanta persone, anche note, come Maurizio Mattioli. Vengono rilasciate poi, identificate esclusivamente come consumatori. Stessa cosa avviene con Claudio Amendola e Bruno Giordano. Dopo aver concluso il proprio iter giudiziario, sempre bella e altera, Gioia Scola torna come produttrice. Nel 2001, il suo primo film s’intitola "Malefemmene", con la Mezzogiorno nei panni di un’attricetta che finisce per sbaglio dentro un carcere femminile, a Napoli. Il film non è granché, ma c’è della verità, e si vede tutta.

Nell’ottobre 2005 Giovanna Cavalli, sul "Corriere della Sera", si adopera in quello che il gergo chiama un "pastone" per riassumere i casi più eclatanti degli ultimi anni.

Ora che ne è fuori… «Ero sprofondato nell’abisso. Poi mia figlia Gianina mi ha detto: papà non andare via. Ho ancora bisogno di te, allora ho capito che ero arrivato al fondo. Sono risalito per lei. Ma è stato molto faticoso. Ragazzi, non vi drogate!» Questo è Diego Armando Maradona, pochi giorni fa, dallo studio di Porta a Porta. Oggi el pibe balla con le stelle. E ballando calpesta quella cocaina tirata su per il naso, l’arresto, la morte sfiorata più volte, quei 40 chili di troppo scrollati di dosso.

Altri tiri, altre storie. Di vip e coca. Paolo Calissano adesso è agli arresti domiciliari in una comunità di recupero. A liberarsi di droga, depressione e rimorsi. Donatella Versace ha raccontato a "Vogue" la sua vita d’inferno con la cocaina: «All’inizio mi sono divertita. Avevo trentadue anni. Ma lei ti racconta una bugia al secondo, tu credi di poterla controllare, invece è lei che controlla te». Dieci mesi in una clinica dell’Arizona, disintossicata. Marco Pantani non ha raccontato niente perché la coca l’ha ammazzato il 14 febbraio del 2004 in un residence di Rimini. Fiorello i suoi anni di polvere li vede così: «Era la metà degli anni Novanta, giravo con guardie del corpo. Addetto stampa, segretarie. Avevo fidanzate da rotocalco, e storie; da una botta e via. Non parlavo più con nessuno, tiravo cocaina. Mi sentivo un duro e invece ero un pupazzo» ("Vanity Fair", maggio 2004).

Nel 2003 Serena Grandi fu arrestata per detenzione e spaccio di cocaina. Coinvolto e intercettato nella stessa operazione Cleopatra anche il senatore a vita Emilio Colombo, 83 anni, che ammise di consumarne da un anno e mezzo, per motivi di salute. Mattina di luglio 2001, irruzione di polizia a palazzo Borghese, dimora di Vittorio Cecchi Gori e Valeria Marini: in cassaforte c’era della polvere bianca. Zafferano, disse lui. Cocaina, dissero gli inquirenti. Droga e vip, corsi e ricorsi.

[...] Ancora estate 2001, perquisizione in una villa dell’Elba, i carabinieri trovano hashish, la casa era affittata da Paola Barale e Raz Degan più amici. «Ma con la droga non ho niente a che fare» ribadì lei.

Esistono altre storie di droga. C’è un caso di andata e ritorno dalla capitale dell’assurdo, dell’orrido e dell’incubo che sembra quasi inventato. Una sceneggiatura da fiction di prima serata. Riguarda un’attrice molto conosciuta. Nel prossimo capitolo si parla di lei.
Ancora viva, in ottima salute e più battagliera che mai. A riprova del fatto che Babilonia non è una prigione.
Alla fin fine, buona parte di quelli che ci stanno… be’, forse ci vogliono anche rimanere.

(continua…)