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La verità vi prego sui Palestinesi

Sabato, 17 Dicembre 2011

Il candidato repubblicano Newt Gingrich in un’intervista con Jewish Channel ha dichiarato: “I palestinesi non esistono e il processo di pace in Medio Oriente è un’illusione. Dobbiamo ricordarci che non è mai esistito uno Stato di Palestina perché all’origine la Palestina era parte dell’Impero Ottomano. Credo anche che i palestinesi siano stati inventati perché in effetti erano parte della grande comunità araba”. Dal partito democratico statunitense fino a Ramallah la dichiarazione di Gingich ha provocato irruenti proteste. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua lo sospetta addirittura “di ignoranza storica e di superficialità politica”. Neanche la replica del suo portavoce, R.C. Hammond, è servita a calmare gli animi: “Gingrich si riferiva al fatto che questo conflitto è frutto di decenni di storia. Noi sosteniamo una pace negoziata fra Israele e palestinesi che includerà necessariamente i confini di uno Stato palestinese, ma per comprendere meglio cosa viene proposto e negoziato dobbiamo conoscere una Storia lunga e complessa, ed è proprio questo che Gingrich tentava di fare nell’intervista televisiva”. Quelle di Gingrich, però, sono altro che rozze farneticazioni. Il concetto di nazionalità etnica come base dell’identità politica era tipicamente europeo. Un concetto difficile da declinare in arabo. La sua nascita risale alla fine del XVIII e agli inizi del XIX secolo, e si collega alla Rivoluzione francese, alle guerre napoleoniche e al romanticismo. Nel caso della nazione palestinese, a supporto della tesi di Gingrich, arriva la spiegazione del professor Bernard Lewis, uno dei massimi studiosi del Levante e professore emerito di Studi sul Vicino Oriente alla Princeton University. “Dalla fine dello Stato di Israele nell’antichità all’inizio del dominio britannico, l’area ora designata con il nome Palestina non era una nazione e non aveva frontiere, solo confini amministrativi” scrive Lewis in un articolo pubblicato sull’americano Commentary Magazine nel gennaio del 1975.In Palestine: On the History and Geography of a Name, editato all’International History Reviw, spiega invece come “ Migliaia di anni prima che i Romani inventassero la Palestina, la terra era conosciuta come Canaan. Il nome Falastin che gli arabi oggi usano per Palestina non è un nome arabo. È la pronuncia araba di ciò che i Greco-Romani chiamavano Palestina derivato da Peleshet: nome che iniziò ad essere usato nel tredicesimo secolo A.C., a causa di un movimento migratorio di genti chiamate “gente del mare”, provenienti dall’area del Mare Egeo e delle Isole Greche e si insediarono sulla costa del Sud della terra di Canaan. Nel primo secolo D.C. i Romani annientarono lo stato indipendente della Giudea. Dopo la rivolta fallita di Bar Kokhba nel Secondo Secolo D.C., l’Imperatore Romano Adriano determinò di spazzare via l’identità di Israele-Giuda-Giudea. Perciò egli prese il nome Palestina e lo impose alla Terra di Israele. Nello stesso tempo egli cambiò il nome di Gerusalemme in Aelia Capitolina”. Mentre il mondo prova a bocciare Gingrich in Storia, il vice ministro degli esteri israeliano Danny Ayalon ha diffuso su YouTube un filmato di cinque minuti  intitolato La verità sulla questione dei profughi – terzo video dopo quello sulla Cisgiordania e Il processo di pace – in cui spiega in parole semplici alcuni dei più complessi nodi del conflitto israelo-arabo-palestinese. Nel video Ayalon chiede chi sono i profughi, del perché dopo più di sessant’anni è ancora una questione aperta, come è incominciata la tragica e obliata storia di più di 850.000 ebrei delle antiche comunità ebraiche cacciati dalla conquista islamica nei Paesi arabi. Al contrario, continua il vice di Lieberman, 160.000 arabi accettarono l’offerta di Israele di restare ed oggi vi sono più di un milione di cittadini arabo-israeliani che vivono in Israele con pieni diritti di cittadinanza.Uno status invece negato dai vicini arabi che ai profughi palestinesi riservano una serie di leggi discriminatorie: divieto di ottenere la cittadinanza (ad eccezione della Giordania), impossibilità di accedere a molte professioni, limitazioni al possesso di terreni, restrizioni di movimento, diniego di istruzione e assistenza sanitaria. Un’altra stoccata viene scagliata contro l’Onu: “Mentre tutti i profughi del mondo vengono assistiti dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR), un’agenzia separata, l’UNRWA, venne creata specificamente per i palestinesi. Come mai i profughi palestinesi non possono condividere la stessa agenzia con i profughi di Bosnia, del Congo o del Darfur, tanto per citarne alcuni?”. La risposta secondo il vice ministro israeliano è: “Mentre l’agenzia centrale delle Nazioni Unite aiuta i profughi a reinserirsi, l’agenzia Onu per i profughi palestinesi contribuisce a perpetuare il loro status, applicando criteri atipici. Ad esempio, i profughi perdono il loro status di profugo quando ricevono la cittadinanza di un paese riconosciuto, i profughi palestinesi no; i profughi non possono trasmettere il loro status da una generazione all’altra, i profughi palestinesi sì; i profughi vengono incoraggiati a reinserirsi in altri paesi o ad integrarsi nei paesi che li ospitano, cosa che l’UNRWA evita di fare. Le Nazioni Unite spendono per ogni singolo profugo palestinese circa tre volte più di quanto spendono per un profugo non palestinese, e impiegano uno staff oltre trenta volte più numeroso. Insomma, per tutto il XX secolo le Nazioni Unite hanno trovato soluzioni durevoli per decine di milioni di profughi, mentre l’agenzia per i profughi palestinesi non ha trovato soluzione per un solo profugo”.c.pistilli loccidentale

Quando i pedofili sono ebrei ortodossi (by Introvigne)

Martedì, 13 Dicembre 2011

85 indagati e 117 bambini molestati in tre anni scoperti da una delle più grandi operazioni anti-pedofilia della storia criminale americana, che ha colpito a Brooklyn una comunità religiosa, accusata di preferire una «gestione interna» della crisi senza coinvolgere le autorità secolari. La solita parrocchia cattolica? No: questa volta si tratta della comunità ebrea ortodossa, numerosa e spesso anche decisiva elettoralmente a New York e dintorni.Non si può non notare anzitutto il curioso e provinciale atteggiamento della grande stampa italiana, che ha dedicato alla notizia solo qualche trafiletto. Non è difficile immaginare che cosa sarebbe successo se a Brooklyn fossero stati fermati 85 preti cattolici accusati di pedofilia. La disparità di trattamento è così clamorosa da richiedere un commento.La nostra stampa laicista nasconde il caso di Brooklyn perché mette in dubbio il dogma anticattolico secondo cui la pedofilia è più diffusa tra il clero cattolico che altrove, e lo è per colpa del celibato. I sociologi sanno da anni che non è così. Intendiamoci: ha ragione il Papa quando afferma che i sacerdoti pedofili esistono e che le loro azioni criminali e disgustose devono essere occasione di vergogna e penitenza per la Chiesa – e per tanti vescovi colpevolmente poco vigilanti. Ma sapere quanti sono i preti pedofili e se ci sono più pedofili fra i preti o altrove non è irrilevante.Si deve ricordare qui il lavoro svolto nel 2011 con il suo terzo rapporto sul tema dall’autorevole John Jay College di New York , riepilogando e aggiornando i dati quantitativi, che a sette anni dal suo primo rapporto del 2004 – di cui si troverà una sintesi nel mio libro «Preti pedofili» (San Paolo, Cinisello Balsamo [Milano] 2010) – rimangono ancora poco conosciuti, specie in Italia. Lo studio del 2004 riferiva che nell’arco dei cinquantadue anni dal 1950 al 2002 4.392 sacerdoti americani su circa 109.000 che avevano esercitato il ministero, cioè il 4%, erano stati accusati di rapporti sessuali con minori. Accusati, naturalmente, non significa condannati: a una condanna penale si era arrivati in meno di metà dei casi, in qualche caso forse per l’abilità degli avvocati o la prescrizione ma in altri perché gli accusati erano effettivamente innocenti.Ma il rapporto del 2011 dice soprattutto – e giova rileggerlo oggi dopo il caso di Brooklyn – che l’impressione che i media danno secondo cui i preti cattolici sono una categoria «a rischio» per quanto riguarda la pedofilia è falsa. Dopo avere osservato che nessun’altra istituzione ha aperto i suoi archivi e favorito ricerche così precise come quelle che negli Stati Uniti hanno interessato la Chiesa Cattolica, il rapporto passa in rassegna le comunità protestanti, i Testimoni di Geova, i mormoni, gli ebrei, e ancora le scuole pubbliche, le società sportive giovanili, i boy scout e conclude che – benché i dati limitati non permettano conclusioni certe – tutti gli elementi parziali che emergono sembrano indicare almeno che in tutti questi ambienti il rischio di abusi di minori non è più basso rispetto alle parrocchie e alle scuole cattoliche. Se poi si passa a un dato di carattere generale, si nota che negli Stati Uniti 246 minori ogni centomila sono vittima di abusi sessuali. Non è possibile sapere quanti minori «vengono in contatto» con preti cattolici, ma se prendiamo come riferimento i cresimati possiamo concludere che vittime di abusi in ambienti cattolici sono quindici minori ogni centomila. Detto in altre parole, le parrocchie e le scuole cattoliche purtroppo ospitano anche loro dei «pedofili» ma sono un ambiente sedici volte più sicuro rispetto alla società in genere.Vorrei anche sottolineare che sarebbe sbagliato criminalizzare dopo l’episodio di Brooklyn tutto l’ebraismo ortodosso. Lo stanno facendo certi ambienti liberal di New York, che hanno da rimproverare agli ebrei ortodossi soprattutto l’opposizione alla legge che introduce il matrimonio omosessuale nello Stato della Grande Mela. Se gli imputati saranno condannati potremo concluderne che ci sono più pedofili a New York tra gli ebrei ortodossi che tra i preti cattolici. Ma meno che tra i maestri di scuola pubblica o gli allenatori di squadre sportive giovanili. L’esplosione della pedofilia coinvolge tragicamente anche le comunità religiose – Chiesa Cattolica compresa, e il Papa invita a non sottovalutare mai quello che è comunque un gravissimo scandalo – ma non viene dalla religione. Viene dall’atteggiamento distorto nei confronti della sessualità nato con la rivoluzione sessuale degli anni 1960 e amplificato dalla pornografia via Internet e dal relativismo che distrugge i valori morali tradizionali. Non si tratta di spostare il linciaggio morale dai preti cattolici agli ebrei ortodossi,  le cui comunità anzi spesso testimoniano una convinta e lodevole adesione ai «principi non negoziabili» in materia morale. Ma di far notare che i preti non sono più a rischio pedofilia di altri, che il celibato non c’entra – ovviamente gli ebrei ortodossi si sposano, rabbini compresi – e che la furia anticattolica troppo spesso impedisce di vedere la dimensione globale del dramma pedofilia. m. introvigne labussolaquotidiana

Le stragi dei cristiani scritte nel Corano (by Nirenstein)

Mercoledì, 5 Gennaio 2011

tumblr_lejora5IQ31qzclizo1_500Come fermeremo le uccisioni di cristiani nel mondo islamico, come si evita la prossima strage in Irak, in Turchia, nelle Filippine, in Nigeria, ovunque alberghino gruppi islamisti? Prima di tutto, chiamandole per nome e cognome: non si tratta di «intolleranza religiosa» ideologica, non di casuali «gruppi di fondamentalisti» né di «alcuni terroristi». Se si guarda la carta geografica, è ormai maculata da stragi espulsioni, rapimenti, chiese vandalizzate… È il mondo islamista nella sua vasta, massiccia terribilità che colpisce i cristiani, e la responsabilità è di chi per opportunismo o per paura di rappresaglie sui cristiani ha ritenuto che col silenzio avrebbe pacificato gli aggressori. Il fatto che appena il Papa ha protestato chiamando il mondo islamico «mondo islamico» il Mufti di Al Azhar abbia esclamato «ingerenza», la dice lunga sul paradosso dell’atteggiamento dell’islam istituzionale: che sarà mai qualche morto, taccia il secolare nemico romano. Se lo si chiede al teologo e professor padre Peter Madros, oggi al Patriarcato di Gerusalemme, per tanti anni direttore della scuola dei Freres a Betlemme, un sacerdote che ha combattuto la decimazione dei cristiani a Betlemme senza fare sconti anche agli israeliani, pure egli mi indica chiaro, per capire, il testo del Corano: «Dopo pagine sulla concordia che deve vigere, pur nella sottomissione dei cristiani e degli ebrei che (versetto 9/29) devono comunque pagare la Gizia (la tassa per i non musulmani, ndr) se non abbracciano l’Islam, c’è un altro verso rivelatore (5/51): non lasciatevi dominare né dagli ebrei né dai cristiani». Il nodo è tutto qui:il mondo islamista è determinato a costruire un mondo in cui i due comprimari siano tenuti in stato di sottomissione culturale, religiosa, politica. Ed è invece accaduto negli ultimi sette secoli che il mondo occidentale abbia preso il sopravvento, dichiarando così, nell’interpretazione bigotta di vaste organizzazioni e persino di Stati interi, come l’Iran, una guerra contro l’Islam che deve ancora essere vinta. Naturalmente non tutti la pensano così, ma le bombe fanno rumore, mentre la buona volontà non si sente. Nel 1919 la rivoluzione egiziana portava per egida una bandiera verde con la mezzaluna e la croce. Sia i musulmani che i cristiani erano parte di una rivoluzione nazionalista contro il colonialismo britannico. Ma le elite dei nostri decenni, spaventate anche dall’omicidio di Sadat che aveva concluso la pace con Israele, hanno lasciato spazio a un processo di islamizzazione strisciante che pacificasse i gruppi più aggressivi, come la Fratellanza Musulmana. I libri di testo nelle scuole rappresentano oggi l’Egitto come un Paese solo islamico e includono testi anticristiani. Il trapianto di organi fra musulmani e cristiani è proibito per una decisione del sindacato dei dottori, che come altri è dominato dalla Fratellanza Musulmana. Il governo recentemente ha bloccato la costruzione di una scala in una chiesa copta, e i copti, continuamente aggrediti (8 furono uccisi un anno fa) non esistono in politica benché siano il 10 per cento della popolazione. Mubarak, che così facendo tiene a bada la Fratellanza tanto che l’ha emarginata alle ultime elezioni, fa come l’Arabia Saudita, lo Yemen, la Siria, la Giordania e più lontano il Pakistan: crede di domare il domatore, che invece viene messo in grado di sguinzagliare il suo odio a piacimento, mettendo a repentaglio anche la sua leadership.  Le televisioni iraniane, libanesi, turche… hanno accusato i “sionisti” della strage di Capodanno. Ma sì, perché non cercare di colpire almeno un po’ gli ebrei anche in questa occasione? È nello stile della casa: dal pogrom Farhud di Bagdad nel 1941 in cui furono uccisi 180 ebrei, e poi in Libia (130 morti), e poi in Turchia (tre attacchi alle sinagoghe dall’86 a oggi, 47 morti) a tutte le violenze che hanno causato la fuga di quasi tutti gli ebrei, il mondo islamico ha fatto fuggire da 600mila a un milione di ebrei. Profughi irriconosciuti dall’Onu, come i cristiani fuggiti dallo stesso mondo in cui ormai la popolazione cristiana, una volta quella originale, è ridotta al 6 per cento. f. nirenstein corriere.it  TEMIS: questo tipo di articolo serve solo ad alimentare polemiche perchè anche i testi sacri dei cristiani legittimerebbero persecuzioni degli ebrei e viceversa

Il diritto dei neonazisti ad esistere

Sabato, 13 Novembre 2010

il chirurgo ebreo che si è rifiutato di operare un neonazista andrebbe radiato . è venuto meno al giuramento di ippocrate e come tale non è più degno di esercitare la sua professione. poco importa che sia ebreo (musulmano, cristiano, etc), un medico deve operare il paziente che è stato assegnato alle sue cure, anche se sul suo petto ha scoperto una svastica (o un altro segno che considera sacrilego o offensivo per il suo credo). il chirurgo tedesco ha giustificato la sua decisione come obiezione di coscienza in quanto ebreo. ma qual è la (sua) coscienza nel nome della quale ha rifiutato di prestare la sua opera? è aberrante anche ipotizzare che un medico possa rifiutarsi di salvare un uomo perchè non crede alle opinioni che quest’ultimo professa, per quanto aberranti possano essere (e quella del neonazista indubbiamente lo è). l’obiezione di conoscienza consente al medico di astenersi dalle pratiche ritiene immorali: l’aborto, l’eutanasia, etc. Seguendo il ragionamento del medico, dovremmeo concludere che per un medico ebreo curare un (neo)nazista sia immorale. ma allora qual è la differenza tra un ebreo e un nazista? temis

Con il Sinodo su Israele

Martedì, 26 Ottobre 2010

La Bibbia non va utilizzata politicamente. Il monito con il quale si è concluso il Sinodo dei Vescovi della Chiesa cattolica ha ottenuto il biasimo dello Stato di Israele che ha accusato il Sinodo di essersi fatto strumentalizzare dalla minoranza di prelati che opera nei paesi musulmani. Si è così parlato di anti-ebraismo e anti-sionismo. Eppure basta legge il saggio “L’invenzione del popolo ebraico” di Shlomo Sand, ordinario di storia contemporanea a Tel Aviv (edito da Rizzoli), per capire le ragioni del Sinodo. Si tratta di un saggio la cui lettura consigliamo caldamente a tutti i sodali perchè non ci potrà essere pace in medioriente senza verità. temis è a favore del diritto all’esistenza dello stato di Israele, ma è anche a favore del programma due popoli, due stati. temis

Il negazionismo circola nel web

Domenica, 17 Ottobre 2010

Dai forum dei movimenti neonazisti a quelli, più o meno ufficiali, di Forza Nuova, passando per privati profili di Facebook e blog a tema. I negazionisti italiani e, soprattutto, i loro simpatizzanti, sfruttano il web per far circolare le loro assurde tesi che mirano a diffondere la convinzione che il piano di sterminio degli ebrei, disposto dal regime nazista, non sia mai esistito. Non sempre si nascondono dietro all’anonimato e, talvolta, firmano i loro interventi con nome e cognome. Alcuni di loro sono disposti ad ammettere che i nazisti hanno fatto delle vittime, ma certamente non nelle “camere a gas”, di cui negano l’esistenza. I loro siti sono spesso registrati all’estero, con l’intento di bypassare le eventuali restrizioni sui contenuti imposte da alcune piattaforme di blogging. Contenuti che sono costantemente monitorati dalla polizia postale che, alcune volte, riesce a contestare loro la violazione della legge Mancino. Una lista di queste pagine web era già finita al centro di un’indagine promossa dal Comitato di indagine conoscitiva sull’Antisemitismo, presieduto dalla deputata Fiamma Nirenstein, e oggetto di minacce sugli stessi siti. Il forum neonazista Stormfront, nella sua versione italiana, ospita spesso interventi in difesa dei negazionisti, con attacchi agli esponenti delle comunità ebraiche italiane e a quei politici che si battono per la difesa della verità storica. Sito registrato in America, espone in homepage una croce celtica e la scritta, in inglese, “orgoglio bianco mondiale”. Il suo fondatore, Don Black, è un ex leader del Ku Klux Klan. Alcuni thread sono dedicati al tema della Shoah, definita “una fandonia” oppure “un complotto ebreo”, ma anche “la colonna portante di un castello di menzogne, una colonna di cartapesta, che può e deve essere abbattuta”. I commentatori abituali, che arrivano anche a negare la veridicità dei fatti narrati da Anna Frank nel suo diario (“i fatti da lei narrati non sono una prova del piano di sterminio”), sono protagonisti di insulti contro “i truffatori ebrei” ma anche contro i media controllati, a loro dire, dalla lobby ebraica. Su questo forum circolavano, nel 2008, le canzoni dei 99 Fosse, il gruppo che irrideva la Shoah, ridicolizzando il tema dei morti nei campi di concentramento con parodie di canzoni famose. Anche i simpatizzanti e i militanti del movimento di estrema destra Forza Nuova hanno una loro tribuna virtuale, dalla quale vengono lanciati insulti antisemiti. La strategia è la stessa dei revisionisti: negare le cifre dello sterminio e minare la credibilità delle certezze acquisite dalla ricerca storica ufficiale. “Tutti i tabù sono caduti tranne questo, ma è solo questione di tempo, perché l’opprimente Diga Liberticida è infiltrata da mille rivoli di verità”, scrive un utente a proposito dell’Olocausto, riguardo al quale, viene sostenuto più volte, non esistono documenti che testimonino l’ordine di sterminio fisico degli ebrei. E’ questo, uno dei punti cardine della lezione tenuta da Claudio Moffa 1 all’università di Teramo, alla fine di settembre (il docente viene citato ad esempio dai militanti forzanovisti). E poco importano i racconti dei testimoni, sopravvissuti alla Shoah, e le verità ricostruite dagli storici: i negazionisti non sono disposti ad ammettere che le loro tesi non possono trovare alcuna credibile conferma storiografica. Sempre dal forum riconducibile a Forza Nuova, partono attacchi antisemiti agli esponenti delle comunità ebraiche, mentre si accusa Roma di non “saper tenere a bada la manesca, fanatica tribù di Giuda. Ora questa Roma alla vaccinara antifascista ne teme la vendetta”. Stesso tenore nei commenti sul forum dedicato a Benito Mussolini, i cui utenti inneggiano al presidente iraniano Ahmadinejad, per aver negato l’Olocausto. Tra i siti registrati all’estero, c’è “Vho”, che fa capo alla Castle Hill Publishers, casa editrice di Germar Rudolf, colonna portante della storiografia revisionistica. Negli anni Novanta è stato condannato a 14 mesi di carcere, mentre successivamente la magistratura fece confiscare un suo testo negazionista. Fuggito in Inghilterra, dove ha fondato la sua casa editrice, nel 1999, in seguito alle pressioni esercitate dalla Germania, si è rifugiato in America. Nel 2006, dopo che gli Stati Uniti hanno respinto la sua richiesta di asilo politico, è stato rispedito in Germania, dove ha scontato una condanna a due anni e sei mesi di carcere. Il sito, registrato negli Usa, raccoglie una serie di link a testi di negazionisti, tra i quali figura l’italiano Carlo Mattogno. E’ tradotto in cinque lingue e, come è immaginabile, si batte per una pseudo-libertà di ricerca “scientifica non conformista”, e per contrastare le leggi che, in alcuni Paesi europei, prevedono l’arresto dei negazionisti. Tra le sue finalità, c’è “l’assistenza finanziaria ai revisionisti che, a causa del proprio operato, vengano sottoposti a processi giudiziari, ad aggressioni fisiche o a calunnie, o che vengano vittimizzati o perseguitati in altra maniera”. “Il momento, per i revisionisti, non è allegro – si legge nella pagina principale -  non solo la ricerca storica e scientifica non conformista – quando si tratta di ‘Shoah’ – è  penalmente perseguita nella maggior parte dei Paesi europei, ma addirittura Ernst Zündel e Germar Rudolf, dopo essere stati subdolamente deportati dagli Stati Uniti, sono stati recentemente condannati in Germania. Tutto questo solo per aver scritto e pubblicato libri e articoli critici della versione ufficiale dell”Olocausto’. Dunque anche l’Unione Europea (come la vecchia Unione Sovietica) ha i propri prigionieri politici”. Le vignette antisemite di Holywar, articolazione web di un “Movimento di Resistenza Popolare L’Alternativa Cristiana”, sono spesso fatte circolare tramite Facebook, e vengono continuamente aggiornate, anche seguendo le evoluzioni dell’attualità politica italiana (il che lascia presupporre che sia curato da mani italiane). Quasi sempre si tratta di attacchi a singoli esponenti politici: oltre al sindaco di Roma, Gianni Alemanno (ritratto spesso con Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana), si insultano “l’ebreo Mario Draghi”, ma anche Gianfranco Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il fratello di lei, Giancarlo, (definiti “i soliti arroganti ebrei”). Vengono riportati testi che dimostrerebbero le “falsificazioni fotografiche” relative alla Shoah. Anche qui si sostiene che “il diario di Anna Frank sia stato un falso clamoroso”. Il sito è intestato a nome del norvegese Alfred Olsen, cattolico tradizionalista. Nel 2000 fece discutere, perché mise in rete i cognomi di 9.800 famiglie ebree italiane. Quella lista c’è ancora oggi, su una pagina dominata dalla stella di David e della locandina di un Dvd antisemita (acquistabile online).  La nascita della fondazione dell’associazione AAArgh (acronimo che sta per Associazione degli Anziani Amatori di Racconti di Guerra e di HOlocausto) risale al 1996, e la sua pagina web è tradotta in 22 lingue, tra le quali figura anche l’ebraico. Oltre a testi revisionistici europei, ci sono molti interventi contro chi propone, in Italia, di introdurre leggi che puniscano le teorie dei negazionisti.
Variopinto il panorama dei blog personali, anche se pochi pubblicano materiale con costanza. Da quelli che ripropongono i testi dell’italiano Carlo Mattogno (che, viene scritto, è a capo della “ditta di olo-demolizioni”) a siti dedicati ai negazionisti arrestati. Come “Olotruffa”, aperto per celebrare, si legge nella sua homepage,  quei negazionisti “discriminati, perseguitati, condannati, deportati ed internati per anni nei lager olo-sterminazionisti per lo psicoreato di ‘leso olocausto’”. Anche Andrea Carancini, su un blog che porta il suo nome, si occupa di negazionismo sul web dal 2008, dando notizia degli storici arrestati, in Europa, e traducendo testi di revisionisti stranieri. Tutti siti, questi, che vengono monitorati dalla polizia postale che, in alcuni casi, riesce ad applicare la legge Mancino, che permette di perseguire l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici religiosi o nazionali. Così, nell’aprile del 2009, la magistratura ha individuato e denunciato per propaganda di idee fondate sulla superiorità e sull’odio razziale, un pensionato 61enne, curatore di “Thule-Toscana”, in cui si sosteneva, tra le altre cose, che nei lager nazisti si svolgessero attività ricreative (una delle teorie che accomuna quasi tutti i negazionisti). La sua pagina web è stata sequestrata dalla Procura di Arezzo, città nella quale aveva sede il provider della pagina. Lo scorso mese di marzo, invece, è stato individuato il referente italiano del Ku Klux Klan, che, oltre a predicare la superiorità della razza bianca, insultava ebrei ed omosessuali. M. pasqua repubblica

Israele stato razzista

Martedì, 12 Ottobre 2010

Israele stato razzista. E’ doloroso ammetterlo, ma come altrimenti giudicare una nazione che per legge che richiede ai “non ebrei” di giurare fedeltà allo stato in quanto “ebraico” e (poi) “democratico” per ottenerne la cittadinanza? capiamo il dramma di israele, ma questa scelta rischia di isolarlo ancora di più. è evidente infatti che si tratta di una opzione ideologica perchè non sarà certo un giuramento a trattenere il fanatismo di chi è disposto a morire pur di uccidere gli ebrei. temis  «Giuro d’essere fedele allo Stato d’Israele in quanto Stato ebraico e democratico, e di rispettarne le leggi». Tre anni fa Yariv Levin, deputato Likud, presentò una nuova la legge sulla cittadinanza: non basta giurare fedeltà a Israele, diceva, bisogna giurarla anche alla sua «ebraicità». Poiché un israeliano su 5 è arabo, la proposta parve provocatoria: fu stoppata in commissione e il governo, chiamato a discuterne, per cinque volte accampò scuse. Finché la leggina non finì dimenticata. Tre mesi fa, d’improvviso, Bibi Netanyahu ha accolto la richiesta del suo alleato Lieberman, l’estrema destra determinante nell’eventuale voto sul congelamento delle colonie, e ha rispolverato il giuramento. Rivisto e corretto, ieri mattina è stato presentato al consiglio dei ministri ed è diventato legge, 22 a favore, 8 contrari: tutti i palestinesi che sposano arabi israeliani, tutti i non ebrei che sposano israeliani, tutti gli stranieri che vogliono restare qui, tutti quanti dovranno promettere fedeltà eterna allo Stato, ebraico prim’ancora che democratico. Non giuri, non sei. Lo slogan è passato. E se il Parlamento lo ratificherà, migliaia di palestinesi dovranno adeguarsi. L’ultradestra religiosa dello Shas vorrebbe anche la possibilità di revocare la cittadinanza a chi sostenga organizzazioni terroristiche come Hamas, laddove il sostegno appare un concetto molto elastico: si cita perfino il caso della deputata araba che in maggio partecipò alla Freedom Flotilla, per rompere il blocco di Gaza. Su Netanyahu piovono critiche: dagli alleati laburisti, «qui si sconfina pericolosamente nel fascismo » ; dal presidente dlla Knesset, Reuven Rivlin, «diamo armi ai nemici del sionismo»; da tre ministri del Likud che temono nuove tensioni con gli arabi («che c’importa se arabi o gentili dicono di sentirsi fedeli ai nostri valori?»). Le statistiche, ogni anno, dicono che metà dei nuovi cittadini israeliani sono palestinesi. E siccome il governo esclude dall’ obbligo di giuramento gli ebrei della diaspora, che acquistano la cittadinanza con la «legge del ritorno», l’accusa di razzismo è dietro l’angolo: «Si crea uno status di cittadini di seconda classe», protesta Ahmed Tibi, deputato arabo. «E’ molto meno di quanto esigono in Olanda o Danimarca – ribatte Aviad Hacohen, opinionista di destra -: noi non chiediamo d’imparare l’ebraico o di studiare la nostra storia». Il premier difende la scelta: «Questo principio è l’essenza del sionismo. Nessuno ci faccia prediche sulla democrazia: non ci sono in Medio Oriente altre democrazie, né al mondo altri stati ebraici. Questa è la particolarità d’Israele: essere la casa nazionale del popolo ebraico. Chi vuole farne parte, deve riconoscerla». Chi già ne fa parte, non sempre si riconosce. Un gruppo di scrittori, d’artisti, d’intellettuali ieri ha manifestato a Tel Aviv, davanti alla casa di Ben Gurion: «Non vogliamo essere cittadini d’uno Stato che forza le coscienze individuali – commenta Sefi Rachlevsky, scrittrice -, lo punisce se ha opinioni diverse da quelle della maggioranza, tradisce i principi che l’hanno fondato 62 anni fa». Bibi, si sa, ha pronte altre sorprese: per esempio, una legge che renda obbligatorio il referendum popolare, prima che sia firmata qualsiasi cessione di territori nel Golan o a Gerusalemme. «Uno scudo per le tempeste prossime venture», dicono gli sherpa del premier. «Un altro regalo a Lieberman » , scuotono la testa davanti alla casa di Ben Gurion. Francesco Battistini per il “Corriere della Sera

I passi di Israele verso la pace

Mercoledì, 6 Ottobre 2010

Dieci anni sono passati dal fallimento dei negoziati di Camp David, dalla V, segno di vittoria, disegnata dalle dita di Arafat al rientro in patria, dalla passeggiata di Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee, dall’inizio della lunga stagione degli attentati suicidi, della controffensiva israeliana contro le infrastrutture del terrore. E’ stata senza alcun dubbio,  la fase più sanguinosa del conflitto israelo palestinese – oltre mille morti israeliani, oltre 3000 palestinesi, battezzata come  la “Seconda Intifada”, che come spesso accade nell’era delle guerre non convenzionali, non ha né una data di inizio unanimemente accettata né tantomeno una data certa finale. Dieci anni dopo, i due leader  duellanti  sono entrambi usciti di scena. Ariel Sharon, a causa di un ictus che lo ha sprofondato nella regno tra la vita e la morte. Yasser Arafat, ucciso da una malattia mai ufficialmente diagnosticata, fatto che continua ad alimentare la teoria del complotto, tanto popolare nel mondo arabo. E’ significativo che il decennale dell’Intifada non sia stato ricordato, con cerimonie ufficiali, né a Gerusalemme né a Ramallah. Solo a Gaza, Hamas ne ha issato la bandiera. Il leader del movimento islamico, al Zahar, ne ha approfittato per fare una rivelazione, di un certo peso,  purtroppo quasi ignorata dalla stampa italiana. Secondo al Zahar, Arafat chiese ad Hamas di lanciare attacchi nel cuore di Israele quando si reputò insoddisfatto dell’esito dei negoziati di Camp David. Finora, l’opinione prevalente era che il rais avesse usato a questo scopo il solo braccio militare di Fatah, le Brigate al Aqsa. Se la rivelazione fosse  vera, confermerebbe che Arafat, lungi dal lanciare l’Intifada con lo scopo di ottenere maggiori concessioni da Israele, nel 2000 aveva preso la decisione strategica di distruggere il nemico col terrorismo, gettando in qualche modo la maschera.  Dopo 3 anni in cui Israele non conosce attentati suicidi, la seconda intifada può dirsi terminata, anche se la minaccia posta  da Hamas a Gaza ne costituisce in qualche modo una continuazione. Chi l’ha vinta? La risposta è scontata: Israele. Sul piano militare, con il colpo inflitto alle organizzazioni terroristiche. Ma non solo. La gente ha mostrato una grande capacità di tenuta. Se i registi dell’Intifada pensavano di buttare gli ebrei al mare con il terrore, sono  stati clamorosamente smentiti dai fatti. Nella città sotto attacco terroristico, la vita non si è fermata. Sia pure tra eccezionali misure di sicurezza, il Paese ha continuato a funzionare. L’economia, dopo un iniziale tonfo, ha ripreso a correre. Diametralmente opposto il quadro nei Territori palestinesi. L’arma del terrorismo si è rivelata distruttrice per chi l’ha impugnata. L’Intifada ha cancellato con un tratto di penna rosso sangue il boom economico nei Territori del dopo accordi di Oslo. Nella vita quotidiana dei palestinesi è entrata l’umiliante esperienza dei check point.  La barriera costruita in Cisgiordania per fermare i kamikaze infligge loro grandi sofferenze. L’impatto sulle prospettive di pace della stagione sanguinosa del 2000-2005 è profondo. Gli israeliani hanno perso fiducia nella possibilità di un accordo. Separati ora anche fisicamente dai palestinesi, hanno declassato la soluzione del conflitto al quinto posto delle loro priorità, dopo l’educazione, la criminalità, la sicurezza e la povertà. Sul piano politico, l’ondata di terrore ha definitivamente cambiato l’equilibrio delle forze. Nei Territori Palestinesi, si è creata una frattura insanabile, Gaza sotto controllo di Hamas e la Cisgiordania di Abu Mazne e Salam Fayyad. In Israele, l’Indifada ha prodotto un travaso di voti da sinistra, regista degli accordi di Oslo e la destra che vi si era opposta. Al contempo però ha infranto per sempre il sogno della Grande Israele. Ha fatto emergere lo spettro di uno stato binazionale. Ha mostrato i limiti dell’uso della forza e l’importanza di salvaguardare la legittimità internazionale. Questi elementi spiegano  la rivoluzione ideologica che ha portato, ognuno con i suoi tempi e le sue modalità, Sharon, Olmert, Tzippi Livni e Netanyahu ad abbracciare la formula “due stati per due popoli”, dopo averla a lungo combattuta. Leggere la mappa geopolitica di Israele con vecchi schemi, come fanno in molti in Europa, non consente di cogliere i segnali di una crescente volontà israeliana di trovare una via d’uscita. Negli ultimi 5 anni,  Sharon si è ritirato da Gaza, Olmert ha offerto di porre i luoghi santi di Gerusalemme sotto una autorità internazionale. Netanyahu ha congelato per 10 mesi, fatto senza precedenti, gli insediamenti, alcuni dei quali sono città di decine di migliaia di abitanti. Una marcia di avvicinamento verso un’intesa possibile che deve essere favorita da concessioni anche dall’altra parte, quella palestinese. La difficoltà di Abu Mazen sono note, una per tutte, il suo potere non si estende alla Striscia di Gaza. Ma è giunto il momento che il mondo arabo, preoccupato più di Israele delle mire egemoniche iraniane, esca dalla sua ambiguità e dia un contributo realistico a trovare un compromesso su i due nodi più intricati, Gerusalemme e rifugiati. L’Europa, in prima fila nel porre pressioni su Israele, bene farebbe a applicarla anche in questa direzione. c. pagliara l’occidentale

In difesa di Ciarrapico

Martedì, 5 Ottobre 2010

E se avesse detto che dietro Fini ci sono “gli gnomi di Wall street” o le “tonache vaticane” o ”gli occhi a mandorla” o “la falce e martello”, Ciarrapico sarebbe stato costretto a scusarsi? secondo noi no. Ieri il Corsera ha dedicato ben due pagine alla protesta delle comunità ebraiche per le dichiarazioni di Ciarrapico. Lo scandalo nello scandalo: la mancata protesta dei colleghi senatori. Ma se Berlusconi aveva subito preso le distanze! non basta il presidente del consiglio e del partito di Ciarrapico? cosa si pretendeva che il Parlamento intero si sollevasse per una metafora e/o sineddoche? vogliamo essere chiari. Nelle parole di Ciarrapico c’era un indubbio disprezzo sia per Fini che per gli Ebrei/Israeliani. Ma non capiamo perchè questo disprezzo non deve sollevare scandalo se rivolto verso Fini, mentre lo è – e grandemente – verso gli Ebrei/Israeliani. Ormai l’uso politico della tragedia dell’Olocausto è diventato un abuso. E a ns avviso, il rischio che gli ebrei/israeliani corrono è altissimo. se continuano con questo atteggiamento oltranzista causeranno un rigetto, che li isolerà e aggraverà la loro già non facile situazione. e sarebbe un vero peccato.  temis

Ebrei, estremisti come i musulmani – brutta pagina a Milano su Cattelan

Giovedì, 16 Settembre 2010

211829870-35e42d9d-debf-4066-9e95-b6e000f2efa3Comune di Milano e comunità ebraica censurano i manifesti per la mostra di Cattelan con Hitler inginocchiato. E’ una pagine nera della democrazia italiana. Peggiore di quella che si è consumata in americana con il reverendo piromane o in Olanda con le vignette di Maometto. Perchè qui il giudizio di inopportunità che ha motivato la censura della amministrazione morattiana viene reso dai rappresentanti di una comunità religiosa e civile che – a parole – si riconosce nei valori della libertà dell’Occidente. Che differenza c’è tra gli ebrei che ottengono al censura di questo manifesto e gli islamici che bloccano la satira su Maometto? Nessuna: ambedue pretendono che la libertà dell’artista sia limitata dal rispetto dei valori di cui pretendono di essere custori. E non ci si dica che i primi non ricorrono alla violenza e i secondi no. Molto probabilmente anche i secondi potrebbero fare a meno di scatenare le piazze se godessero della moral suasion dei primi.  Quanto alla Moratti & C. hanno avuto una condotta irreponsabile che non solo tradisce tutti i principi che fondano da secoli la città ambrosiana, ma hanno creato un pericolosissimo precedente in quanto da oggi ogni religione avrà il diritto allo stesso trattamento riservato alla comunità ebraica. temis