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Io, Eco, e i talebani del web

Giovedì, 19 Maggio 2011

Circa vent’anni fa, quando stavo iniziando a usare il computer e lo introducevo all’università facendo organizzare corsi di addestramento ai linguaggi di programmazione, ero in contatto con uno dei primi studiosi di problemi informatici e pianificavamo insieme alcune iniziative a livello accademico. Un giorno in un dibattito mi sono trovato a fare quello che, da studioso serio, farei nei confronti dei “Promessi sposi”, della coltivazione intensiva delle patate o del metodo Montessori: ho mostrato alcuni punti critici del nostro comune oggetto d’interesse – così come, utente dell’automobile qual sono, e persino talora appassionato lettore di “Quattroruote”, sono sempre pronto a indicare tutti i casi in cui l’automobile costituisce un rischio (emissioni venefiche, eccessiva velocità, ingorghi, impigrimento). Non l’avessi mai fatto: quella persona, che credevo studioso equilibrato, mi si è scagliata contro accusandomi di cieca insensibilità al progresso e odio degli strumenti elettronici.Ogni innovazione crea i propri equilibrati fedeli (io sono un equilibrato utente del computer – ne ho otto, in luoghi diversi – e di Internet, che consulto giornalmente) ma crea anche i propri “talebani”, che avvicinano il nuovo ritrovato come cosa sacra e intoccabile, pena il ritorno alla penna d’oca.
La scorsa Bustina ho raccontato di come nel giro di tre giorni fossero apparse su Internet quattro notizie false, che mi riguardavano, e come questo dovesse metterci in guardia nei confronti di uno strumento che, essendo nelle mani di chiunque, è ricco di inesattezze o addirittura di bufale messe in circolazione proprio per minare la fiducia nello strumento stesso.Non l’avessi mai fatto. Invece di apprezzare questa esortazione critica a non prendere mai nulla per oro colato sono stato criticato da varie parti come apocalittico, luddista, misoneista, intristito nel suo rifiuto delle magnifiche sorti (e progressive). Mi è stato obiettato che tutte le false notizie di cui parlavo erano apparse su giornali o agenzie di stampa e solo dopo erano state diffuse da Internet. Come a dire che, se su un quotidiano apparisse la notizia che Bin Laden è vivo e vegeto nel Guatemala, perché lo ha rivelato un montanaro boliviano coltivatore di coca, la responsabilità della diffusione di questa falsa notizia non sarebbe del giornale ma del montanaro. Io le notizie di quei quattro falsi le ho ricevute da Internet, perché non mi era capitato di avere tra le mani le fonti giornalistiche in questione, alcune delle quali magari erano arrivate a poche migliaia di persone mentre, una volta amplificate su Internet, hanno raggiunto persino me. Che la stampa dia spesso notizie false è storia vecchia, tanto che già Oscar Wilde, in uno dei suoi paradossi, lamentava il declino della pubblica moralità dicendo che ormai persino i giornali davano notizie vere. Ma con Internet abbiamo una mutazione quantitativa impressionante e ci sono casi in cui la quantità si trasforma in qualità.C’è però una cosa consolante sulla quale vale la pena di discutere, e in ragione della quale continuo a usare Internet come fonte di informazione: ed è che la smentita che appare sui giornali finisce in corpo minore nelle pagine interne, quando la notizia falsa aveva campeggiato in prima pagina; al contrario una bufala apparsa su Internet ha buone possibilità di essere contestata, con pari e talora maggiore evidenza. Non tanto la mia Bustina (a stampa), quanto le critiche che le sono state rivolte on line, sono servite a informare moltissimi che quelle quattro notizie erano false.Ma proprio da questo deriva la virtuosa necessità di continuare a esercitare una critica del Web, così come si esercita una critica della politica, o si falsificano ipotesi errate nella ricerca scientifica – e di insegnarlo specie ai più giovani. Non capisco perché il libero esercizio di questa doverosa attività trovi qualcuno disposto a scandalizzarsi.  u. eco espresso

Dai venerati maestri ai guru ultranarcisisti

Domenica, 15 Maggio 2011

«Può esistere un Salone del Libro senza Umberto Eco?» chiede il direttore della manifestazione, Ernesto Ferrero, alla platea più scelta del Lingotto. «Noooooooooo», intona la platea della nuovissima sala Oval, aspiranti scrittori, studenti e professoresse democratiche. Il tema della lectio magistralis del professore è «Libertà e coercizione dello scrittore», ma il direttore della kermesse scommette che si parlerà più delle coercizioni che della libertà. Intanto si prenota già per il 2012, se non succederà nulla di particolare. «Nel 2012 ci sarà la fine del mondo» butta lì Eco. Però, come diceva il poeta Jerzy Lec, «non aspettatevi troppo dalla fine del mondo». Sicuri che è meglio tenersi Eco con le sue coercizioni?Terminato il fuori programma dell’incipit, il guru prende a leggere il suo intervento – scritto per l’occasione? riciclato da una precedente lectio? – sprofondando nel più erudito narcisismo. Risolini, sbadigli, zero applausi. Il pubblico ascolta, educato e distante. Più o meno stessa situazione con Erri De Luca, Piergiorgio Odifreddi, Franco Cordero. Dall’uscita anti premier di quest’ultimo, che su Repubblica ha anticipato il suo intervento accostando il governo Berlusconi al periodo hitleriano, si è dissociato persino lo stesso Ferrero: «Caro Cordero, il salone è luogo del dialogo, non dell’invettiva», ha detto. Una presa di distanza della direzione dall’intervento di un ospite di cui, da queste parti, non ricordano precedenti. (Segue una barocca dissertazione di Cordero che parte da Leopardi, Manzoni e Gioberti).La 24ª edizione del Salone torinese che si conclude domani ha già battuto il record di guru del pensiero, la maggior parte dei quali trasposti in vetrina direttamente dalle colonne di Repubblica, la testata più rappresentata alla kermesse, oggi consacrata nel dialogo tra Gustavo Zagrebelsky ed Ezio Mauro. Per questo è il posto giusto per chiedersi che cosa c’è dopo i venerati maestri? Che cosa diventano i maestri dopo essere stati venerati abbastanza? Diventano guru egoriferiti. Cristallizzati nel loro narcisismo, nel culto della personalità: la loro. Il pubblico e le platee di giovani? Inermi, silenti, paralizzati dall’intellettualismo che promana dal palco. Niente comunicazione. Coinvolgimento rasoterra. Vibrazioni non ne passano. Al massimo una tecnica di scrittura, di analisi, di critica. Oppure un certo piacere nel sentirsi parlare, oracoleggiando, come nel caso di Scalfari. «Ho scritto sei romanzi» sbuffa Eco, «ma tutti ricordano Il nome della rosa, maledizione. Non voglio farmi dire bravo» sottolinea prima di declamare il suo lipogramma, un testo scritto per gioco tutto con la «a», intitolato La mamma. E qui l’applauso è d’obbligo. Niente più. Anche le domande le anticipa lui stesso. E marzullescamente si risponde.Nella stessa sala Erri De Luca ha da poco terminato la sua relazione «Sulla traccia di un alfabeto antico», un’ora di «passeggiata nella sacra scrittura» quando, interrogato dal pubblico, è costretto a dire che questi studi non li fa da storico e linguista. Né soprattutto da credente. «Perché io escludo la divinità dalla mia vita – dice proprio così – ma non la escludo dalla vita degli altri». Com’è buono lei direbbe il ragionier Fracchia nei panni del pubblico in sala, messo in confusione dalla prosopopea del guru che esclude l’interferenza divina forse perché divino è egli stesso. Che cosa poi possa conciliare simil impegno sui sacri testi con un dogma tanto negazionista resta domanda irrisolta. Sarà presunzione o protervia? Si resta in zona anche dalle parti di Piergiorgio Odifreddi, il guru del far di conto. Il quale, presentando il suo Caro Papa ti scrivo, ha confessato papale papale che da bambino sognava esattamente di diventare Papa. Nel 1959 in tv c’erano due personaggi, Mike Bongiorno e un altro signore vestito di pizzo e gioielli che avanzava su un trono regale. Lui voleva essere il secondo e poco dopo entrò in seminario, poi ne uscì perché si accorse che la strada era lunga e prima di percorrerla avrebbe dovuto sopportare anni di ordini e comandi altrui. Però un po’ il pallino gli è rimasto e quando, di recente, ha letto Introduzione al cristianesimo scritto da Ratzinger nel 1968, ha pensato bene di rivolgersi direttamente a lui perché, ha detto senza ridere, lo considera «un suo degno avversario».Ambisce invece a entrare nell’empireo dei grandi filosofi, da Platone a La Rochefoucauld, il fondatore di Repubblica ossequiato da una platea in cui, oltre a moglie e figlie, spiccavano Piero Fassino e Alberto Asor Rosa, bramosi di ascoltarlo sull’ultimo lavoro Scuote l’anima mia Eros. «Voi siete la mia famiglia, anzi un campione della mia famiglia» ha concesso Scalfari dopo un po’ che discettava di Giove, Mercurio e Saturno. «Sotto sotto vi aspettate che parli dell’attualità \ ma siete stati audaci perché il mio libro parla d’altro». Però, dài e dài, «nella caverna degli istinti il protagonista è Eros che si esprime attraverso l’amore di sé, l’amore dell’altro e l’amore degli altri. Quando l’amore di sé varca i limiti fisiologici diventa patologico» ha preparato il terreno, flautate, Scalfari. «E gli esiti sono la megalomania, l’egolatria, il narcisismo» ha garantito dal suo pulpito. «Non a caso Silvio ha fondato il partito dell’amore. Vuol essere amato e cooptare chi lo ama. Se io stesso gli telefonassi dicendogli che m’interessa ciò che fa ci proverebbe anche con me. Come ha fatto con Scilipoti» ha concluso il guru più venerato di tutti davanti alla sua famiglia, finalmente appagata perché Eros era precipitato nel presente. Che sorpresa. m. caverzan ilgiornale

Dio non c’è più, la TV invece sì (by Eco)

Martedì, 28 Dicembre 2010

L’altra mattina a Madrid ero a colazione col mio re. Non vorrei essere frainteso: pur essendo di fieri sentimenti repubblicani, due anni fa sono stato nominato duca del Regno di Redonda (col titolo di Duque de l’Isla del Dia de Antes) e questa dignità ducale condivido con Pedro Almodóvar, Susan Byatt, Francis Ford Coppola, Arturo Perez-Reverte, Fernando Savater, Pietro Citati, Claudio Magris, Ray Bradbury e alcuni altri, tutti in qualche modo uniti dalla comune qualità di essere simpatici al re. Dunque, l’isola di Redonda sta nelle Indie Occidentali, misura trenta chilometri quadrati (un fazzoletto) è del tutto disabitata e ritengo che nessuno dei suoi monarchi vi abbia mai messo piede. L’aveva acquistata nel 1865 un banchiere, Matthew Dowdy Shiell, che aveva chiesto alla regina Vittoria di costituirla in regno autonomo, ciò che la graziosa maestà aveva fatto senza problemi perché non vi vedeva alcuna minaccia per l’impero coloniale britannico. Nel corso dei decenni l’isola era passata sotto vari monarchi, alcuni dei quali avevano venduto il titolo più volte, provocando risse di pretendenti (e se volete sapere tutta la storia pluridinastica cercate Redonda su Wikipedia), e nel 1997 l’ultimo re aveva abdicato a favore di un famoso scrittore spagnolo, Javier Marias (ampiamente tradotto anche in Italia) il quale ha cominciato a nominare duchi a destra e a manca.  Ecco tutta la storia, che naturalmente sa un poco di follia patafisica, ma insomma, diventare duca non è cosa da tutti i giorni. Il punto tuttavia non è questo: è che nel corso della nostra conversazione Marias ha detto una cosa sulla quale vale la pena di riflettere. Si discuteva sul fatto evidente che oggi la gente è disposta a fare carte false pur di apparire su un teleschermo, anche solo come l’imbecille che fa ciao ciao dietro all’intervistato.  Recentemente in Italia il fratello di una ragazza barbaramente assassinata, avendo dolorosamente sfiorato gli onori della cronaca, è andato da Lele Mora a chiedere un ingaggio televisivo per poter fare fruttare quella sua tragica notorietà, e sappiamo di chi, pur di apparire alla ribalta della cronaca, è disposto a dichiararsi cornuto, impotente o truffatore, né è ignoto agli psicologi criminali che ciò che muove il serial killer è il desiderio di essere scoperto e diventare celebre.  Perché questa follia, ci si domandava? Marias ha avanzato l’ipotesi che quanto accade oggi dipenda dal fatto che gli uomini non credano più in Dio. Un tempo gli uomini erano persuasi che ogni loro azione avesse almeno uno Spettatore, che conosceva tutti i loro gesti (e i loro pensieri), poteva comprenderli o all’occorrenza condannarli. Si poteva essere un reietto, un buono a nulla, uno “sfigato” ignorato dai propri simili, che un minuto dopo la sua scomparsa sarebbe stato dimenticato da tutti, ma si nutriva la persuasione che almeno Uno sapesse tutto di noi.  “Dio sa che cosa ho sofferto”, si diceva la nonna inferma e abbandonata ai nipoti, “Dio sa che sono innocente”, si consolava chi era stato condannato ingiustamente, “Dio sa quanto ho fatto per te”, diceva la madre al figlio sconoscente, “Dio sa quanto ti amo”, gridava l’amante abbandonato, “Solo Dio sa quante ne ho passate”, lamentava lo sciagurato delle cui sventure non importava niente a nessuno. Dio era sempre invocato come l’occhio a cui nulla sfuggiva e il cui sguardo dava senso anche alla vita più grigia e insensata.  Scomparso, rimosso questo Testimone onniveggente, che cosa rimane? L’occhio della società, l’occhio degli altri, a cui bisogna mostrarsi per non sprofondare nel buco nero dell’anonimato, nel vortice della dimenticanza, anche a costo di scegliere il ruolo dello scemo del paese che si mette in mutande e balla sul tavolo dell’osteria. L’apparizione sullo schermo è l’unico succedaneo della trascendenza, e ne è un succedaneo tutto sommato gratificante: ci si vede (e ci vedono) in un aldilà, ma in compenso in quell’aldilà tutti ci vedono qua, e mentre qua ci siamo anche noi – pensate che vantaggio, godere di tutti i vantaggi dell’immortalità (sia pure assai rapida e transeunte) e avere nel contempo la possibilità di essere festeggiati a casa nostra (in terra) per la nostra assunzione nell’Empireo.  Il guaio è che in questi casi si equivoca sul doppio significato del “riconoscimento”. Tutti aspiriamo vengano “riconosciuti” i nostri meriti, o i nostri sacrifici, o qualsiasi altra nostra bella qualità; ma quando, dopo essere apparsi sullo schermo, qualcuno ci vede al bar e ci dice “l’ho vista ieri in televisione” semplicemente “riconosce te”, ovvero la tua faccia – il che è cosa assai diversa. u. eco espresso

La critica applaude, la rete stronca

Domenica, 28 Novembre 2010

Gli antipatizzanti di Umberto Eco, che non hanno digerito le lenzuolate di encomi in mondovisione per il suo Cimitero di Praga (unica voce fuori dal coro, l’Osservatore Romano) e si rodono a vederlo svettare nella lista dei best-seller, possono trovare conforto nelle recensioni dei lettori su Internetbookshop (www.ibs.it). “Finalmente ho finito di leggerlo – si sfoga per esempio Giorgio G. – è una sensazione di sollievo. Dopo una prima parte abbastanza accettabile, almeno per quanto riguarda la spedizione dei Mille, il lunghissimo periodo parigino ha destato in me un moto di repulsione. È mai possibile che uno scrittore colto e preparato si lasci andare a scrivere simili fandonie (anche se lui dichiara che tutti gli avvenimenti sono accaduti realmente)? Fandonie che sfociano nel cattivo gusto più becero, come la descrizione della ‘messa nera’? Avevo apprezzato alcuni dei libri di Eco, ma questo mi ha proprio dissuaso dal comprarne altri, se mai ne scriverà” (voto: 2 su 5 punti complessivi, quindi insufficiente). Riccardo confessa: “È la prima volta che non riesco a finire un romanzo di Eco. Peccato, perché l’inizio sembrava interessante… Se non si è proprio lettori onnivori, lo sconsiglio” (2/5). Guglielmo parla di “operazioni di montaggio da inserire, magari un gradino più in su, nella stessa categoria di Dan Brown”. Ancora più drastico uno che si firma, nientemeno, Alexandre Dumas: “Ennesima riproposta, noiosa e stiracchiata all’inverosimile, di una storia presentata da Eco nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi nel quale, fra tanta confusione di fatti e situazioni, collegava lo sterminio degli ebrei a una scena del Cagliostro di Dumas” (voto 1). Naturalmente ci sono anche gli entusiasti come Enrico (“Formidabile!”, 5/5) o Roberto (“Grazie, professore! Un capolavoro!”), ma non bastano a risollevare la media, che resta bassina: 3,21. Molto al di sotto del suo diretto competitore Giorgio Faletti (Appunti di un venditore di donne, Baldini Castoldi Dalai) che sia pur presso un’audience forse meno esigente raccoglie un autentico plebiscito: 4,4. Un bello smacco per la Bompiani, con gran giubilo di Alessandro Dalai. Più diviso il pubblico di un’altra star delle classifiche, Niccolò Ammaniti (Io e te, Einaudi). Non tutti sono d’accordo con Antonio D’Orrico che su Sette ha sparato la consueta iperbole: “Mi fa schifo tanto è bravo”, paragonandolo a Manzoni. Accanto all’orgasmo dei fan più acritici, “Un gioiellino che ti cattura dalla prima all’ultima pagina. Grazie AMMA!” (Mikarlo), “Letto in meno di due ore… stupendo e commovente” (Ianì Valastro), spuntano parecchie voci dissonanti. Come uno che si nasconde dietro il nickname Saxsoul: “E così anche Ammaniti, dopo aver scritto una serie di romanzi di qualità, si è ridotto a fare le marchette per il periodo di Natale”. O il perfido Maurizio, che pur lodando il libro mette il dito su una castroneria indegna del figlio di uno psicoanalista: “I bambini delle elementari non si stendono sul lettino per le psicoterapie, ma giocano con il terapeuta”. O il più spietato di tutti, tale Rupert: “Racconto stiracchiato fino a diventare libretto, caratteri giganteschi, spaziatura che un tir ci può fare inversione di marcia in una sola manovra, prezzo (10 euro) del tutto immotivato. La quarta di copertina, inspiegabilmente, parla della irruzione di una ‘sconosciuta’ nella cantina dove il protagonista Lorenzo si è rifugiato: salvo poi scoprire che si tratta della sorellastra del protagonista (quindi tanto sconosciuta non è, ma di certo fa più Hitchcock parlare di ‘sconosciuta’ al posto di sorellastra). Nell’ultima pagina del libro, quattro righe di nota esplicativa di cui non si sentiva assolutamente la mancanza: ma evidentemente Ammaniti ritiene così stupido (e giustamente) un lettore che sgancia dieci euro per questo suo nuovo libro, da sentirsi in obbligo di spiegare anche l’evidenza. ‘Io e te’, ovvero ‘You and me’, come le tariffe promozionali per i cellulari. E infatti, più telefonato di così…”. In ogni caso, l’ex ragazzo prodigio riesce a portare a casa un eccellente 4 di media. Ben più misera la pagella del meno giovane Andrea De Carlo (Leielui, Bompiani) che non raggiunge la sufficienza (2,47 su 5), sommerso da un diluvio di giudizi negativi e a volte ingenerosi, come il seguente di tale Sonim: “Questo sarebbe un libro per cui spendere venti euro? me l’hanno prestato e nonostante ciò mi vergognavo nell’approfittare dell’ingenuità di chi l’ha acquistato. Definirlo bellissimo, coinvolgente, commovente, il migliore di Andrea, significa aver capito zero della letteratura che ci circonda e di quanto De Carlo ha composto fino al 2002, anno del suo ultimo libro decente I veri nomi. Mi insospettisce il ritmo di autori troppo prolifici (tipo 3 libri in 4 anni) a meno che non si tratti di Philip Roth o King (che pure qualche granchio lo prendono), perché le storie che propongono sono troppo raffazzonate e compilate in fretta. In questo caso allungate pure di almeno 200 pagine inutili, giusto per garantire il prezzo pieno di copertina. Consiglio ad Andrea De Carlo un amaro esame di coscienza al di là delle vendite e un riposo rigenerante per le idee con un arrivederci almeno al 2013. Questo libro vende e venderà perché titolo, copertina e sinossi richiamano il pubblico degli adolescenti o dei consumatori avidi di film sentimentali di serie b che cercano storie rassicuranti e calde in vista dell’inverno. Chi vuole leggere un autore italiano con una bella storia da raccontare, si rivolga a Piperno o Veronesi”. Mah, io non ne sarei tanto sicuro. Dì la verità, Sonim, non è che per caso sei amico di uno dei due citati? O peggio, non sarai tu stesso un loro pseudonimo? Peraltro, se andiamo a vedere le pagelle, XY di Veronesi (Fandango) riesce a racimolare un magro 3,2 e il bravo Piperno (Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori) lo supera di poco con una media del 3,4: “Non ho aspettato cinque anni il tuo nuovo libro per poi ritrovarmi a leggere una sorta di compitino”, scrive un certo Slapsy che si professa suo ammiratore.
Più che una grande rete, il Web è un gigantesco mattatoio che non risparmia neppure gli animali sacri.  Ma è anche un sismografo che registra gusti e sbalzi d’umore del pubblico ben più fedelmente delle classifiche di vendita. La domanda è: in che misura possiamo e dobbiamo affidarci a questo strumento, per capire se un libro merita di essere comprato e letto? I recensori online sono per lo più anonimi o schermati da un nickname.
Come si fa a distinguere i lettori autentici da quelli fasulli? Chi ci garantisce che certi commenti non siano dettati dall’editore, o dall’autore, o dai suoi rivali? Come possiamo smascherare le zie premurose, gli amanti delusi o le ex mogli vendicative? Nel suo seguitissimo blog Pierre Assouline, critico letterario di Le Monde, parlava giorni fa di “morte della prescrizione, nascita della raccomandazione e agonia del critico”. Lo spunto, un’inchiesta del sito Nonfiction.fr che ha cercato di far luce su chi orienti oggi le scelte dei francesi in libreria: al primo posto resta l’inserto letterario per eccellenza, Le Monde des livres, seguito dal settimanale Télérama e da alcune trasmissioni radio del mattino. Ma cresce l’influenza di blog, siti multimediali e librerie online come Amazon. La “raccomandazione” numerica, il clic del mouse, il passaparola elettronico sta soppiantando la “prescrizione” del critico tradizionale. Calma però, avverte Assouline: è troppo presto per annunciare la Rivoluzione Culturale, espressione peraltro che fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia un po’ di memoria. Ve li immaginate gli intellettuali col cappello dell’asino mandati a zappare la terra, e le Guardie Rosse degli uffici marketing che arringano le folle dei lettori imbestialiti al grido di “morte alle élite, viva la democrazia letteraria”? Se l’unica alternativa alle conventicole accademico-editoriali è il populismo del click, stiamo davvero freschi. Certo, finché nelle pagine culturali i romanzi di Eco o di Ammaniti raccolgono solo applausi, è inutile poi lamentarsi che il mercato abbia ammazzato una critica già defunta. r. chiaberge fatto quotidiano

Il Paese dei laureati al parcheggio (by Eco)

Venerdì, 15 Ottobre 2010

LA CLASSICA laurea quadriennale italiana, con una tesi finale che talora (anche se non sempre) poteva tener testa alle tesi di PhD di altre università, era un unicum italiano. Negli altri paesi in genere c’è un primo corso triennale alla fine del quale si prende, come in Francia, una license o come nei paesi anglosassoni un BA, o baccellierato. Poi si può fare quello che in America si chiama master (ma non è esattamente quello che è ora un nostro master) e, per chi ha una vocazione alla ricerca, il PhD alla fine del quale, e solamente alla fine del quale, si viene nominati Dottore (lasciamo da parte i dottorati francesi di vari cicli perché c’è da perderci la testa). Essere Dottore, in America, è così importante, che in certe situazioni formali, per onorare uno studioso, non lo si chiama “Professor” Smith bensì “Doctor” Smith. Il Professor può essere anche un laico assunto a contratto, il Doctor ha conseguito il massimo titolo accademico. Non vi dico i guai quando un nostro laureato andava a proseguire i suoi studi all’estero. La laurea italiana con la sua tesi di dimensioni mostruose valeva un PhD americano? Di solito si diceva di no. Valeva solo un BA? Era un’ingiustizia. Si poteva equipararla a un Master? Era da discutere.
Ecco perché non era assurdo che, con la riforma Berlinguer, si tentasse una equiparazione dei titoli e dei periodi di studio. La riforma era partita inoltre dalla persuasione che in Italia il numero degli studenti iscritti che non si laureavano fosse alto perché la laurea quadriennale, con il fantasma della imponente tesi finale, incoraggiava gli abbandoni o quei fuori corso chiamati “studenti in sonno”. Ora si scopre che gli studenti italiani tardano anche a terminare il triennio. È una iattura, di cui andranno meglio analizzate le cause, ma di cui non è responsabile il sistema 3+2.  Veniamo alla seconda iattura. Su questo stesso numero di Alfabeta Gigi Roggero mi fa dire (ma onestamente aggiunge “grosso modo”) che ci volevano più laureati anche se meno preparati. Non credo di aver mai detto così, avrò detto che ci volevano più laureati anche se con un anno di meno, ed è cosa molto diversa. Infatti quando si discuteva della 3+2 ero convinto (come lo sono ancora) che in tre anni ci si possa preparare molto bene, e meglio di quanto non avvenga in un triennio americano che, per poter ricuperare su una high school disastrosa, di non solito non insegna più di quanto non faccia (o non facesse) un nostro buon liceo (e l’aspetto positivo di un BA non è nella profondità degli insegnamenti, ma nel fatto che i ragazzi vivono in college, con frequenza obbligatoria, con la possibilità di avvicinare i professori quando lo desiderano). Come in tre anni ci si possa preparare in modo eccellente lo spiego subito, partendo dalla mia personale esperienza di studente di filosofia negli anni cinquanta. All’epoca, per la laurea quadriennale, occorreva dare diciotto esami. I nostri professori (che, detto incidentalmente, erano personaggi della taratura di Abbagnano, Bobbio, Pareyson eccetera) si erano messi tutti d’accordo in modo che alla fine dei quattro anni, tra un esame e l’altro, si riuscisse a portare (oltre ai corsi monografici) quasi tutti i classici della filosofia, da Platone a Heidegger. A seconda del quadriennio in cui capitavi poteva accaderti di saltare, che so, Hegel, ma quando ti eri scozzonato su Aristotele, Spinoza o Kant (tutte e tre le critiche) eri poi in grado di leggere da solo il resto.  Di questi diciotto pesantissimi esami, per laurearsi entro il quadriennio (chi andava fuori corso o era studente lavoratore o era incappato nella classica nevrosi da tesi) se ne davano cinque in ciascuno dei primi tre anni, e tre nell’ultimo, per avere tempo da dedicare alla tesi. Nessuno è mai morto di fatica. Ora, se quei quattro anni dovevano formare un esperto in filosofia, c’erano molti esami che con la filosofia non c’entravano, come latino, italiano, o quattro di storia. Visto che all’epoca queste materie si erano già fatte molto bene al liceo, si sarebbero potuti eliminare almeno tre di quegli esami, ed ecco che si sarebbe arrivati a quindici esami di materie filosofiche, liquidabili in tre anni (senza tesi finale), e leggendo ugualmente i classici e non dei riassunti.  Perché non si è fatto così per l’attuale triennio e si è presupposto di avere a che fare con adolescenti sottosviluppati? Perché si è data un’interpretazione restrittiva e fiscale dei “crediti”. I crediti sono un modo di quantificare il lavoro svolto dallo studente, in modo che se si sposta all’estero si sappia a quale livello di studio parificarlo. Si è deciso di calcolare i crediti in base alle ore passate a casa a studiare (una stupidaggine, o una finzione) o al numero di pagine da portare per l’esame. Inoltre, per giustificare il lavoro di molti vecchi e giovani docenti, si sono stabiliti tanti moduli con un numero di ore assai limitato. Ed ecco che, in base ai crediti a cui ha diritto per quel modulo, lo studente non deve studiare più di  -  diciamo  -  cento pagine, al punto da protestare se il docente gli dà un testo di centoventi pagine. Gli editori si sono riciclati facendo libri di testo tisicuzzi, e così lo studente è stato incoraggiato a leggere poco, in fretta, e ad accumulare crediti (che sono misura soltanto quantitativa) a scapito della qualità del suo apprendimento. Mentre, se proprio ci si voleva attenere all’uso europeo dei crediti, bastava legarli al numero e al risultato degli esami; se qualcuno dà due esami in luogo di uno, e col massimo dei voti, non interessa sapere quanto abbia studiato a casa; o ha studiato più degli altri, o è più sveglio, e gli si diano dunque tutti crediti che si è guadagnato, ma non gli si diminuisca il peso del lavoro, perché deve imparare a faticare. Ho persino il sospetto che con criteri così severi forse si laureerebbero più ragazzi, perché si troverebbero di fronte a una sfida e non sarebbero incoraggiati a rigirarsi i pollici. Ma se poi non si laureano in tempo si deve anche ritenere che, tranne ovviamente le eccezioni folgoranti, arrivino già sottosviluppati dalla media superiore, come risulta dai test che denunciano ignoranze abissali  -  e quindi bisognerebbe mettere in discussione anche quanto avviene prima dei diciott’anni. A rendere inoltre risibile il 3+2 c’è poi la storia grottesca del “dottore”. In tutti gli altri paesi si è dottore solo dopo il dottorato di ricerca e dunque dopo almeno otto anni di studio. Con i diplomi precedenti si è solo Mister, Herr o Monsieur. Alcuni di noi avevano sconsigliato di seguire il vecchio andazzo e di definire già dottore chi terminava il biennio della laurea magistrale; ma il legislatore, forse anche sotto la pressione di tutte le mamme e i babbi d’Italia, con il Decreto del 22 ottobre 2004, n.2707 ha infine stabilito: “A coloro che hanno conseguito, in base agli ordinamenti didattici di cui al comma 1, la laurea, la laurea magistrale o specialistica e il dottorato di ricerca, competono, rispettivamente, le qualifiche accademiche di dottore, dottore magistrale e dottore di ricerca”. Spero che il lettore abbia capito: in Italia si diventa dottore tre volte, una volta dopo tre anni, l’altra dopo due e l’altra ancora dopo tre o quattro. A parte i dottorati conferiti dal cameriere o dal posteggiatore. Come faranno all’estero a prendere sul serio i nostri dottori anche se arriveranno con le tasche piene di stupidi crediti? U. eco repubblica 15.10.2010