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Lo spread del sospetto

Martedì, 7 Gennaio 2014

Tutto ha inizio il 27 dicembre. Mercati rarefatti, pochi scambi, e nelle sale operative delle principali banche incollati ai terminali un manipolo di giovanotti annoiati che non vedono l’ora di imbarcarsi con il primo volo per Aspen, Gstaad, Dubai.

Improvvisamente avvengono due fatti inconsueti. Un operatore (chissà da dove) sbaglia un ordine sul computer ed i tassi sui titoli pubblici tedeschi hanno un’impennata improvvisa.

Secondo alcuni grafici, quelli sui Bund decennali arrivano a sfiorare il 4%. Di riflesso, per qualche minuto, lo spread con i titoli italiani si riduce a 5 punti-base; per poi salire subito a 53 punti-base e poi stazionare intorno ai 200; fino a scendere, l’altro ieri, sotto la quota «simbolo».

Contemporaneamente, le principali piattaforme sulle quali vengono scambiati i titoli pubblici di mezzo mondo, sempre il 27 dicembre, si accordano per modificare il titolo tedesco preso a riferimento (in termine tecnico, Benchmark).

Di colpo, a livello globale viene adottato come un Bund con scadenza il 15 agosto 2023. Rende il 2% e viene scambiato ad 1,95.

Piccolo particolare. Il nuovo titolo tedesco adottato come punto di riferimento ha tassi di 20 centesimi più alti di quello precedente. Il precedente titolo pubblico tedesco preso a riferimento quotava 1,71. L’unica piattaforma che il 27 dicembre non fa il passaggio è proprio quella italiana, il Mercato telematico dei titoli di Stato (Mts), che si adegua qualche giorno più tardi.

I grafici dicono che da quel giorno, proprio perché è cambiato il Bund sul quale calcolarlo, lo spread con i Btp decennali italiani ha iniziato a scendere; e con loro quelli spagnoli. Solo che lo spread con i titoli emessi da Madrid è sceso più rapidamente.

Il motivo di questo calo è chiaro. Lo spread è la differenza tra i tassi d’interesse tra i titoli tedeschi e quelli del resto del mondo. E se il titolo preso come punto di riferimento ha tassi più alti, lo spread si riduce se i tassi degli altri titoli restano fermi.

Ed è quel che è successo e che ha favorito il calo degli ultimi giorni. Con un particolare. Il nuovo titolo tedesco ha tassi superiori del 10% rispetto al vecchio. Ma lo spread italiano non è diminuito del 10%; non ancora, almeno.

A favorire la discesa, poi, è anche la forte liquidità sul mercato, innescata dalla politica monetaria delle principali banche centrali, a partire da quella europea. Non a caso, Matteo Renzi attribuisce a Mario Draghi il merito principale del calo dello spread.

Ma il merito, il presidente della Bce, lo dovrebbe anche dividere con quell’oscuro operatore che ha sbagliato l’ordine sul computer il 27 dicembre; e la contemporanea decisione delle piattaforme telematiche di cambiare il titolo tedesco preso come punto di riferimento.

I tecnici del ministero dell’Economia e della Banca d’Italia escludono che le tre cause alla base della riduzione dello spread (errore di un operatore, cambio del Benchmark, liquidità nel sistema) possano aver avuto un’unica regia. «Sarebbe argomento da intrigo internazionale», dicono. «Ma la Spectre non esiste: non su un mercato interconnesso come l’attuale». Ed aggiungono. «Noi fotografiamo gli andamenti. E gli andamenti ci dicono che questi elementi tecnici sono alla base della riduzione dello spread». Chi parla è gente abituata a veder scambiare, in una giornata di «fiacca», 8,5 miliardi di euro di titoli pubblici sui mercati telematici.

E, con la prudenza che è loro propria, stanno segnalando da qualche giorno una tendenza al rialzo dei tassi sia tedeschi sia americani. Un fenomeno, al momento, appena percepibile; ma in atto. Mentre, al momento, restano fermi quelli italiani.

Insomma, nonostante i legittimi commenti soddisfatti del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia sulla riduzione dello spread, il calo del differenziale fra i tassi d’interesse sui titoli pubblici è stato determinato più da componenti tecniche che da componenti politiche. f. ravoni il giornale

TEMIS: tre coincidenze sono una prova

La macchina cieca dei mercati (by Gallino)

Giovedì, 27 Giugno 2013

Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.

Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.

Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.

In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?

In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.

È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari. di Luciano Gallino, da Repubblica, 26 giugno 2013 via micromega

Luttwak: l’Italia o esce dall’euro o muore

Mercoledì, 12 Giugno 2013

Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie»nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo for­se di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?
«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse ».

L’Italia è in un vicolo cieco?
«No. Può scegliere».

Cosa?
«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato.

Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 34 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.
«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?
«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?
«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili.

Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.
«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

 

O noi o loro?
«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario.
Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?
«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?
«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

 

Cioè?
«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito.

Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima ».

Non le piace l’Europa, confessi.
«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».Vittorio Macioce per “Il Giornale

 

Finanza al servizio dell’economia, in Argentina è legge

Lunedì, 17 Dicembre 2012

Due o tre cosette sull’Argentina e sui media italiani.

Da qualche giorno circola in rete (e sulla stampa mainstream) una enorme eccitazione sull’Argentina e sul suo immediato destino economico. Andrà in default dinuovo? E’ vero che sta per saltare il sistema? Tutta questa improvvisa fibrillazione è relativa a un debito del governo argentino che si riferisce a eventi avvenuti nel 2003 dovuti alla denuncia di un fondo d’investimenti che non ha riconosciuto le modalità di restituzione argentine.

Nella foto: Una donna cammina in una strada di Buenos Aires. Questa foto è stata scattata il 18 maggio 2102 (Associated Press/Natacha Pisarenko)

Ma perché in Italia se la prendono tanto per un debito (minimo, davvero minimo, di cifra irrilevante) acceso da un lontano paese sudamericano, circadieci anni fa? Una nazione che non fa parte dell’euro, i cui problemi non possono avere nessun impatto né tecnico né economico con la nostra situazione? A questo bisogna aggiungere l’enorme diffusione in Italia, sia sulla stampa ufficiale di regime che sui siti on line, delle notizie sulle manifestazioni popolari contro il governo in carica, descrivendo l’Argentina come un paese che sta di nuovo sull’orlo del collasso economico..

Chi segue questo blog ricorderà il post nel quale raccontavo una storia, che allora avevo definito “la guerra tra le due Cristine”, annunciando lo scontro difine novembre che avrebbe raggiunto la sua punta massima a metàdicembre, visto che il Fondo Monetario Internazionale aveva dato al paese sudamericano la scadenza del 17 dicembre come ultima data per mettersi in linea con i parametri richiesti dai creditori istituzionali.
E, negli ultimi giorni, così, all’improvviso, dovunque si è parlato dell’Argentina e diverse persone si sono rivolte a me chiedendo la mia opinione.
Da cui il motivo di questo post.

“False flag”.

E’ un termine inglese che letteralmente vuol dire “falsa bandiera”, ma che nell’usuale linguaggio della comunicazione sta a indicare, piuttosto, quellache io chiamo “arma di distrazione di massa”. Tutto questa eccitazione sui problemi economici dell’Argentina sono, per l’appunto, a mio parere, una “falsa bandiera”.

E’ il risultato di questa bulimìa ossessiva, fortemente voluta dagli oligarchi bocconiani, nell’imporre alla gente l’obbligo di parlare continuamente e costantemente di economia e di monete e di teorie, cercando di sottrarre ildibattito (riuscendoci in pieno) alla Politica, al confronto/scontro tra due interpretazioni del mondo, del mercato, dell’economia e della società che sono opposte e antagoniste. In Argentina è accaduto qualcosa negli ultimi giorni. Sì, è vero. Ma non ha nulla a che vedere con ciò di cui tutti parlano. Sì,laggiù, qualcosa è accaduto. E anche di molto grosso. E sta accadendo proprio in queste ore. Ma non riguarda quel debituccio, non riguarda i soldinudi e crudi, non riguarda provvedimenti di ragioneria economica e dicontabilità fiscale.

Riguarda l’economia, questo sì. Ma viene dal mondo della Politica intesa nellasua forma più pura e migliore. E sta avendo un impatto poderoso non soltanto in tutto il Sudamerica, ma anche e soprattutto in Usa dove, non appena è arrivata la notizia, i repubblicani si sono subito scontrati con Obama e hanno interrotto la trattativa sulle manovre economiche rimandando il prossimo incontro di qualche giorno. Ma di tutto ciò, in Italia neppure una parola, neppure un rigo, neppure un accenno, che io sappia.

Non è certo casuale.

Di che si tratta, quindi?

Si tratta dell’approvazione di una Legge dello stato che il senato dellarepubblica argentina ha votato in maggioranza (voto trasversale) in data 28 novembre 2012 con 43 voti a favore e 19 contrari, diventando “immediatamente operativa con applicazione retroattiva al 1 settembre”. Hanno tecnicamente 30 giorni per renderla applicabile. E la Legge parla molto chiaro: definisce “illegale e immorale” qualunque forma di speculazione finanziaria sui mercati internazionali basata sui derivati; abolisce la possibilità tecnica delle speculazioni finanziarie in borsa perché sottrae a tutte le banche, a tutte le istituzioni finanziarie operanti nel territorio nazionale, lapropria autonomia sul mercato. Dal 30 novembre del 2012, il parlamento e il governo argentino si riappropriano della propria economia che individua “legalmente” nella finanza “il braccio operativo dell’economia di cui deve essere subalterna” e impone alla finanza di essere sottoposta al totale controllo dello stato centrale in ogni sua attività.

Così titolava La Naciòn, il più importante quotidiano argentino (moderato conservatore) nel dare la notizia che in Italia non mi pare sia stata né diffusa né diramata.

LA CAMARA DE SENADORES CONVIRTIO EN LEY LA REFORMA DE LAREGULACION DEL MERCADO DE CAPITALES

Estado con más poder para proteger el ahorro

Da oggi lo Stato si fa garante presso i cittadini, di cautelare i risparmi personali ma si fa soprattutto garante del fatto che le imprese, le società, le industrie, le finanziarie internazionali operanti in Argentina intervengano in borsa e sui mercati dei capitali “con l’unico ed esclusivo intento di trarre profitto da un’attività che però deve avere immediatamente, come riflesso economico, l’apertura di crediti agevolati alle medie e piccole imprese, l’allargamento degli investimenti in industrie nazionali e l’assunzione di nuovo personale per andare all’attacco della disoccupazione giovanile che il governo considera la priorità assoluta in campo politico, economico, sociale”.

Questo è avvenuto.

Per la prima volta in questo nuovo millennio, una nazione capitalista occidentale si assume la responsabilità politica (fotografate per bene questa parola) di imbavagliare la finanza, di metterle le briglia sul collo e di fondare il principio, basato sull’applicazione dello Stato di Diritto, che identifica nello stato centrale, nel governo e nel parlamento, l’arbitro e il garante dell’economia;  il vero padrone della finanza non è più il “mercato libero” (l’idea di Zingales, Giannino, Monti, Passera, Draghi, ecc.) bensì il governatore della banca centrale insieme al ministro dell’economia, dell’industria e dello sviluppo. “O la finanza capisce che i soldi servono per sviluppare l’economia allargando il mercato del lavoro, gli investimenti, dando credito alle imprese a interesse minimo e abbattendo la disoccupazione, oppure possono anche andare a investire in Europa, in Italia e in Spagna, se è questo che vogliono. Là li accoglieranno a braccia aperte”. Così hadichiarato la presidente Kirchner, nel commentare la più grande vittoria politica ottenuta da un governo sudamericano nel combattere il neo-colonialismo dei colossi della finanza al servizio dell’oligarchia planetaria del privilegio. Chi vuole investire nella finanza speculativa lo fa attraverso  “banche speciali” che dovranno esporre un avvertimento alla clientela, nel quale si specifica che non esiste nessuna garanzia internazionale su quell’investimento. Le banche correnti devono occuparsi di investire i soldi dei correntisti nell’economia reale, quella delle merci, e non quella della carta straccia; lo Stato garantisce ogni tipo di risparmio e ogni forma diinvestimento, purchè si riferisca all’economia reale.

La borsa di Buenos Aires (e questa è un’altra bella notizia) ha reagito molto bene; anche quella brasiliana (che si appresta in brevissimo tempo a varare identica legge) grazie alla quale vengono aboliti i principi basilari dell’idea liberista che sta strozzando il pianeta, ovverossia l’egemonia della finanza sul mercato.

Di tutto ciò, in Italia non si è parlato.

Ma non basta, c’è dell’altro.

Ieri, 30 novembre, per tutta la giornata, in Argentina si sono svolti convegni, manifestazioni e discussioni relativi a un’altra legge che va alla votazione allafine della prossima settimana e che riguarda il secondo pilastro dellademocrazia e della ripresa economica: la legge sul conflitto di interesse e una nuova legiferazione nel campo della libertà di stampa, dell’informazione e delle comunicazioni. Verranno prese misure specifiche per impedire che possano essere eletti in parlamento soggetti politici legati al mondo dell’informazione, e soprattutto viene impedito a società finanziarie, banche d’affari private e grossi colossi finanziari internazionali di poter aggirare l’ostacolo diventando editori. Chi si occupa di informazione lo fa costituendosi come “editore puro” attraverso il rischio di una impresa privata. Il tutto per impedire che la finanza, in maniera subdola (come avviene in Italia ad es.) usi il proprio gigantesco potere per esercitare pressioni sull’opinione pubblica al fine di salvaguardare interessi finanziari e non il diritto alla libertà dell’informazione.

Anche su questo punto, nessuna notizia in merito.

Sono entrambi due pericolosissimi precedenti.

E’ la dimostrazione che esistono strade diverse percorribili, opposte a quelle volute dalla BCE e dal governo italiano, dal PD dal PDL dall’Udc. A questo ci potete aggiungere la decisione ufficiale presa dal presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, il quale ha bocciato la richiesta avanzata dalle compagnie petrolifere locali per nuove trivellazioni, destinando i 300 milioni di dollari (per loro una grossa cifra) del budget che le lobby del petrolio erano riusciti a garantirsi e spostando tale cifra per la salvaguardia del territorio idro-geologico dando vita a tre giganteschi parchi naturali, all’interno dei quali verranno fatti investimenti nel settore dell’agricoltura biologica a chilometro zero.

Qui di seguito, in un post scriptum, in copia e incolla, c’è un articolo apparso sul settimanale Pagina ½, la pubblicazione più radicale e colta diffusa in Argentina. E’ un esempio di giornalismo che in Italia non esiste più. Dà lanotizia sulla legge della divisione tra banche d’affari e banche speculative, senza nessun commento, senza fornire nessuna opinione, raccontando in che cosa consiste la Legge, come funziona, come si è svolta la votazione, i nomi degli attori e delle fazioni in campo. L’articolo è quello originale ed è scritto dunque in spagnolo, ma è di facilissima comprensione anche per chi non conosce la lingua.

Sono modalità completamente diverse da quelle seguite in Italia dove ladisinformazione, il narcisismo e l’opinionismo lobbista si sono ormai sostituiti alla spiegazione dei fatti reali e oggettivi; e così i lettori, spaesati, confusi, finiscono per non essere mai messi al corrente su ciò che accade in verità, perché vengono spinti a seguire delle tesi già preconfezionate che finiscono tutte con lo stesso identico refrain: non c’è alternativa, non si può farediversamente.

Non è vero. Non è così.

Non esiste nessun campo dell’attività umana in cui non esistano alternative. E’ una diabolica idea quella di presentare soluzioni come se fossero le uniche a disposizione.

Per ritornare in Europa, mentre l’Italia è scivolata nel consueto imbuto popolato da pecore mediatiche al pascolo, seguendo le vicende delle cosiddette primarie, in Europa si scatenava un furibondo scontro (in Germania) relativo a Unicredit e MPS (la più antica banca italiana, Monte dei Paschi di Siena) anche perché il tutto era relativo alla stessa persona, Alessandro Profumo, già presidente di Unicredit e attualmente presidente diMPS. Accusato, denunciato e sentenziato di evasione fiscale in Europa per lacifra di 3,5 miliardi di euro, Unicredit e Profumo (in quanto mente operativa della questione) se la stanno vedendo con le banche europee per un gigantesco conflitto di interessi. Mentre all’Unicredit si chiedono i soldi da pagare e Profumo è stato identificato come un evasore che non rispetta laLegge, Mario Monti, a nome del governo italiano, si è presentato da Mario Draghi chiedendo il consenso a “sforare” dai dispositivi sanciti dal Fiscal Compact per far avere –sempre allo stesso Profumo- un nuovo gettito di 3 miliardi di euro provenienti dalle casse dello stato italiano, dopo i 24 che ha già ricevuto negli ultimi cinque anni. Essendo il titolo della banca considerato in borsa “spazzatura” (il titolo che tre anni fa valeva 2 euro in borsa, oggi vale 0,17 euro in borsa) non è ammissibile neppure per Draghi una cosa del genere. Rischiosissima. Infatti, i greci –giustamente dal loro punto di vista- hanno immediatamente protestato pretendendo una proroga del loro debito. E’ andata a finire come ben sappiamo. Non si sa se Unicredit pagherà o meno ciò che ha rubato e MPS avrà i suoi soldi da investire in nuovi derivati speculativi a rischio sempre più alto, l’unica possibilità rimasta di poter mettere un buco alla voragine di una banca tecnicamente già fallita da un pezzo. Tutta la gestione dei rapporti tra istituzioni e banche, tra governo e banche, tra BCE e banche, portata avanti da Mario Monti e dal PD dal PDL e dall’Udc finiranno per aumentare nel mese di dicembre il disavanzo pubblico portandolo a un ulteriore aumento e raggiungendo la cifra di 2000 miliardi dieuro.

Qui in Italia ci portano via i soldi per darli a banchieri evasori che gestiscono banche già fallite, mentre in Argentina c’è chi ha messo legalmente il bavaglio alle banche, le ha ammanettate e le ha sottoposte a una rigida, attenta regolamentazione sotto la custodia, tutela e attenzione della classe politica al governo in rappresentanza delle istituzioni collettive.

Una bella differenza.

La guerra, quindi, prosegue.

Ed è sempre la stessa, quella tra oligarchi della finanza e i loro oppositori.

Da noi, ci fanno credere che il problema sia se vince Renzi o se vince Bersani oppure se Berlusconi si candiderà oppure no.

Sapete che vi dico? (con il cuore in mano). Se a questo punto c’è qualcuno che pensa possa essere così, allora vuol dire che ce li meritiamo tutti. Questa è la loro forza.

C’è ancora qualcuno che dà loro credito.

Non lamentiamoci, dunque, se le banche non lo danno a noi, il credito. Perché mai dovrebbero?

Buona domenica a tutti.

Ecco l’articolo, a firma Sebastian Premici, celebre giornalista e intellettuale argentino (…)

sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

Le fragili basi teoriche dell’austerità (by Forges Davanzati)

Mercoledì, 31 Ottobre 2012

I sacrifici chiesti agli italiani dal governo dei tecnici non sono un “male necessario”: aggravano l’indebitamento pubblico, riducono la domanda interna, incentivano processi di ‘finanziarizzazione’. Insomma, allontanano quella ripresa economica in nome della quale sono portati avanti.

di Guglielmo Forges Davanzati

La manovra fiscale contenuta nella Legge di Stabilità, considerata nel suo complesso, costituisce un ulteriore segnale rilevante della volontà – da parte del Governo – di perseguire lungo la linea delle politiche di austerità. L’Ufficio Studi della CGIL stima, a riguardo, un incremento della tassazione a carico di un contribuente medio di circa 125 euro annui, con significativi effetti redistributivi a danno delle famiglie più povere, soprattutto a ragione dell’aumento dell’IVA. In quanto imposta diretta, l’IVA viene, infatti, pagata nello stesso ammontare da percettori di redditi elevati e da percettori di redditi bassi, ovvero è un’imposta “regressiva”. Al di là degli interessi materiali che sono alla base di queste scelte, occorre chiedersi se esse trovano una motivazione razionale (o quantomeno ragionevole) sul piano teorico. Giacché, se così fosse, e se ne dimostrasse la piena validità, i sacrifici che queste scelte comportano sarebbero legittimati sul piano scientifico e giustificati sul piano politico. Le politiche di austerità vengono motivate fondamentalmente con due argomenti.

a) E’ necessario ridurre la spesa pubblica e aumentare l’imposizione fiscale dal momento che, solo così facendo, si riduce il rapporto debito pubblico/PIL. Si tratta di un argomento falso, sia sul piano propriamente teorico, sia sul piano empirico. La riduzione della spesa pubblica (e/o l’aumento della tassazione), riducendo la domanda, riduce l’occupazione e, per conseguenza, il PIL, potendo determinare un aumento del rapporto debito pubblico/PIL. In più, soprattutto per le imprese di piccole dimensioni che vendono su mercati locali (è il caso della gran parte delle imprese meridionali), la contrazione dei consumi derivante dalla minore spesa pubblica e dalla maggiore tassazione può determinarne il fallimento, con conseguente aumento della disoccupazione, conseguente calo della produzione e della base imponibile. L’evidenza disponibile mostra infatti che il rapporto debito pubblico/PIL, in Italia, è aumentato dal 107% del 2007 a oltre il 120% della prima metà del 2012. In altri termini, quanto meno lo Stato spende, tanto più si indebita. Vi è di più. Probabilmente anche in virtù dell’annuncio del Governatore della Banca Centrale Europea di intervenire in misura “illimitata” sui mercati finanziari (e dell’effettivo intervento della BCE sui ‘mercati secondari’), la speculazione sui titoli del debito pubblico si è considerevolmente ridotta, così che si può legittimamente affermare che non vi è nessuna ragione per la quale reiterare politiche di rigore finanziario.

b) Si ritiene che l’aumento della spesa pubblica, e ancor più un significativo intervento diretto dello Stato nella produzione di beni e servizi, agisce negativamente sulle aspettative imprenditoriali e conseguentemente sugli investimenti privati. Le aspettative imprenditoriali sarebbero influenzate negativamente dall’intervento pubblico, dal momento che l’operatore pubblico – in questa visione – sottrae quote di mercato alle imprese private. A ciò si aggiunge che l’aumento della spesa pubblica oggi comporta minori consumi oggi, dal momento che – in condizioni di perfetta capacità previsionale – i consumatori sanno che subiranno domani un aumento della tassazione. Da queste considerazioni, si fa discendere l’idea che quanto maggiore è la spesa pubblica tanto minore è il tasso di crescita. Ciò anche a ragione del fatto che si ritiene assiomaticamente che l’operatore privato è sempre più efficiente dell’operatore pubblico.

Si tratta di una tesi – quest’ultima – che si presta a numerose obiezioni.

1) Non è sempre e necessariamente vero che le imprese private sono più efficienti delle imprese pubbliche. L’esperienza delle privatizzazioni, almeno con riferimento al caso italiano, mostra inequivocabilmente che il solo effetto che si è registrato è stato un aumento delle tariffe, a parità di qualità del servizio offerto (o spesso con qualità peggiore).

2) E’ molto opinabile l’idea secondo la quale le decisioni di investimento, da parte delle imprese private, dipendono esclusivamente dall’ammontare (e dalla dinamica) della spesa pubblica. Si può argomentare, per contro, che le decisioni di investimento sono assunte sulla base ciò che Keynes definiva gli ‘spiriti animali’ degli imprenditori, e, dunque, da aspettative che maturano in condizioni di incertezza e che non rispondono a criteri di pura razionalità economica. Vi è di più. Per almeno due ragioni, il nesso di causalità fra spesa pubblica e investimenti privati può viaggiare semmai nella direzione opposta rispetto a quella suggerita dai teorici dell’austerità. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in quanto riduce i mercati di sbocco interni, riduce i profitti monetari. La riduzione dei profitti riduce gli investimenti e il tasso di crescita. In secondo luogo, la riduzione dei profitti, conseguente alla riduzione della spesa pubblica, influisce negativamente sulle scelte del sistema bancario in ordine al finanziamento degli investimenti. Si genera, in tal modo, una spirale viziosa per la quale tanto meno lo Stato spende, tanto minori sono i profitti e gli investimenti e tanto più le banche sono indotte a reagire restringendo l’erogazione di credito. A ciò fa seguito minore crescita economica e, per le ragioni individuate sopra, maggiore indebitamento pubblico in rapporto al PIL. Si badi che, dopo oltre due anni di misure di contenimento della spesa e di aumento della pressione fiscale, il loro palese fallimento è decretato non solo da un numero crescente di autorevoli commentatori, ma anche, dai maggiori centri di ricerca internazionali.

In più, come messo in rilievo dall’Ufficio Studi di Mediobanca, la riduzione della domanda e il contestuale aumento dei rendimenti dei titoli del debito pubblico costituiscono un potente incentivo al disinvestimento e, per converso, un potente incentivo alla ‘finanziarizzazione’. Si consideri, infatti, che, nel 2011, il costo del debito a carico delle imprese è aumentato dal 5,6% al 6% mentre i tassi sui BTP decennali sono passati dal 3,4% al 4,9% e che il rendimento netto del capitale realizzato dalle imprese italiane (pari al 5,8% del capitale investito) è risultato insufficiente a remunerare il capitale proprio e di terzi.

In quest’ottica, i sacrifici chiesti agli italiani (o, meglio, ai lavoratori, ai pensionati e al ‘ceto medio’) non solo non trovano alcuna giustificazione, ma sono controproducenti ai fini della ripresa della crescita economica del Paese, sia perché non contribuiscono a ridurre l’indebitamento pubblico, sia perché riducono la domanda interna accrescendo la disoccupazione e riducendo i salari, sia perché incentivano processi di ‘finanziarizzazione’. Il fatto che queste misure ci vengono chieste “dall’Europa” – come viene spesso puntualizzato da esponenti del Governo – non contribuisce a motivarne la necessità: contribuisce semmai a diffondere la convinzione che l’impoverimento di gran parte del Paese dipenda proprio dall’essere parte dell’Unione Monetaria Europea. micromega online (29 ottobre 2012)

Incompetenti o in malafede? il fallimento del governo Monti

Lunedì, 30 Luglio 2012

Non prendiamoci in giro e parliamoci chiaro: il governo Monti è un disastro totale. E lo dico sulla base dei dati, come si dovrebbe cercare di fare. Solo La 7 di Mentana lo difende a spada tratta, come Fede faceva con Berlusconi, con buona pace dell’obiettività giornalistica. Ci sono dati che non si possono nascondere e di questo parlerò. Il resto è mera propaganda e faziosità giornalistica, quel male incurabile che ha tenuto in piedi B. per quasi 20 anni.

Per valutare il governo Monti, dopo quasi 9 mesi di mandato, mi si consenta una metafora: se chiamo un tecnico per ripararmi un tubo che perde acqua e dopo il suo costosissimo intervento il tubo non solo continua a perdere, ma il buco si è trasformato in una voragine, devo prendere atto che il tecnico è un incompetente. ovvero incapace, a causa dell’impreparazione o dell’inesperienza, a svolgere bene la propria attività. A meno che, mi si consenta il dubbio malizioso, la voragine non sia stata volutamente creata per spillarmi un altro po’ di quattrini ed allora in questo caso il tecnico è in malafede: valutate voi. Fuor di metafora: a Novembre 2011, il governo tecnico di Mario Monti è stato “chiamato” con un mandato preciso: ridurre lo spread, ridurre il debito pubblico e generare crescita. Ora possiamo tirare le somme.

A Novembre 2011 lo spread era sui 550 punti, ora si aggira sui 520, ma l’obiettivo era farlo scendere sotto i 200 punti. A fine 2011 il debito pubblico era al 120,1% e nel primo trimestre del 2012 ha raggiunto il 123,3%, secondo solo alla Grecia (132,4%). Insomma si è passati da 1.897 miliardi di euro nel dicembre 2011, a 1.966 miliardi di euro di debito pubblico di oggi. Infine, il paese non cresce ed è in piena recessione, con un PIL in picchiata libera e che scenderà del 2% nel 2012. Insomma il buco si è trasformato in voragine nonostante l’intervento, pagato da tutti noi, sia stato costosissimo. Dunque posso affermare, senza paura di essere smentito, che il governo tecnico ha chiaramente fallito dimostrandosi incompetente. Oppure è in malafede: ovvero ha creato appositamente la voragine per imporre un costo ancora più salato, cosa che porterà la svendita dell’Italia alle banche e alle multinazionali, ridurrà ancora di più lo stato sociale, privatizzerà la sanità e l’istruzione e aprirà la via ai licenziamenti di massa. Insomma valutate voi.

Ma vediamolo il costo che sinora abbiamo pagato. È stata reintrodotta l’Ici (pardon l’Imu, più cara ed iniqua che mai); la disoccupazione giovanile è ai massimi storici (mentre quella tedesca è ai minimi storici); le pensioni d’oro (circa 100mila in Italia) non sono state nemmeno sfiorate; i corrotti, malfattori e delinquenti potranno continuare ad essere eletti in parlamento sino al 2018 (e lo chiamano decreto anti-corruzione. Non è solo un problema morale, si badi bene, ma la corruzione costa all’Italia, secondo la Corte dei Conti, circa 60 miliardi di euro l’anno); le accise sulla benzina, la più facile ed ingiusta delle tasse, sono aumentate; si va in pensione qualche anno dopo, ritardando così l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e obbligando le aziende a tenersi operai di più 65 anni, stanchi e demotivati.

Ma non solo. È stato modificato lo statuto dei lavoratori, dando così maggiore libertà di licenziare alle aziende, con l’idea che aumentando le possibilità di licenziare si aumenti la possibilità di assumere. Ma ancora. Ci si sarebbe aspettato da questo governo di professori un forte piano di investimenti su scuola ed Università pubblica (come hanno fatto la Francia e la Germania), ed invece concorsi bloccati e scippo di 200 milioni di euro che dalla scuola pubblica sono stati dirottati sulla scuola privata. Poi c’è il dramma degli esodati: centinaia di migliaia di famiglie senza stipendio e pensione, senza diritti e senza futuro. Un disastro umano e sociale, creato dalla Fornero e da Monti.

Il governo dei tecnici, per ridurre le spese dello Stato, ha varato la spending review, una vera e propria finanziaria: la terza in 9 mesi. In nome dei risparmi quel poco che restava della sanità pubblica sarà smantellato, creando uno Stato ancora più disuguale ed ingiusto che esaspera le differenze sociali ed economiche indebolendo, ancor di più, il diritto alla salute. Spariranno quasi 18 mila posti letto e nuove misure per introdurre ticket sono al vaglio. In nome della spending review lo Stato licenzierà decina di migliaia di impiegati e chiuderà migliaia di piccole scuole elementari e medie. Si deve risparmiare: va bene, ci sta. Però nel frattempo le spese militari non sono state ridotte, il nuovo direttore generale della Rai (solo per citare il caso più recente) percepirà uno stipendio di quasi 54mila euro al mese (quasi 2000 euro al giorno), il numero dei parlamentari non è diminuito e la tassazione dei grandi patrimoni non è stata manco ipotizzata.

Inoltre gli scudati, ovvero coloro che hanno riportato i soldi in Italia pagando una irrisoria tassa del 5%, non verranno tassati e i grossi capitali esportati in Svizzera per sfuggire al fisco non vengono toccati (diversamente da quanto fatto da altri paesi europei). Vengono però tassati, oltre ai pensionati e agli operai, le piccole imprese e i piccoli commercianti, costretti così a chiudere bottega: sono circa 35 le imprese che ogni giorno chiudono, ovvero mille al mese, per un totale di 6.321 fallimenti da gennaio a giugno di quest’anno. In tempi di crisi il governo Monti si ostina a voler fare la TAV, un’opera inutile e dannosa che dirotterà i soldi pubblici (miliardi di euro) nella mani di pochi, i soliti noti. Nessuna tassa sulle speculazioni finanziarie e sugli immensi patrimoni dei super ricchi. Questo più o meno il quadro della situazione dopo 9 mesi di mandato: per Mentana è un successo, per me un disastro. Giudicate voi. Ma soprattutto chiediamoci: il governo Monti è incapace o in malafede? m. ragnedda notizie.tiscali via ariannaeditrice

 

Mille anni fa abbandonammo l’euro e fummo felici

Domenica, 17 Giugno 2012

il denaro d’argento di Carlo Magno aveva conquistato l’Europa, insieme al suo potere. Anche più dell’euro attuale: era arrivato perfino in Gran Bretagna. Tutto funzionava bene, finché il sistema non entrò in crisi: le diverse nazioni cominciarono a intraprendere percorsi economici diversi, come Firenze, Venezia e Genova, e allora coniarono monete proprie. Il denaro di Carlo Magno non era considerato abbastanza affidabile, e venne man mano lasciato da parte.L’altra volta che abbiamo rinunciato all’euro è stato mille anni fa e non se n’è accorto nessuno. Anzi, alla fin fine è andata pure meglio, visto che quell’euro lì (che ovviamente non si chiamava euro) era una schifezza di gran lunga peggiore di quello attuale ed è stato sostituito da belle monetone d’argento che erano una libidine.Mettiamola così: dopo la fine dell’impero romano la moneta è andata in soffitta. Nel Medioevo non ce n’era granché bisogno, bastava il baratto. E poi in quel giardino dei semplici che era la società di quel tempo i compiti erano molto chiari: si era divisi in tre. Al vertice stavano gli “oratores” (i monaci) che con le loro preghiere combattevano contro il diavolo, subito sotto c’erano i “bellatores” (i nobili) che con le loro spade combattevano contro i nemici della Chiesa e quindi si allargava l’enorme e indistinta massa dei “laboratores” (tutti gli altri) che con il loro lavoro avevano il compito di mantenere gli altri due gruppi, troppo impegnati a muovere la bocca o a mulinare la spada. Non c’era certo bisogno di denaro: chi produceva un tot di grano sapeva che doveva darne una parte consistente al proprio signore, tenerne da parte una quantità per seminare l’anno successivo e quel che gli avanzava, se gli avanzava, poteva usarlo per sfamare sé e la propria famiglia.Qualcuno che usava i soldi in realtà c’era: i grandi mercanti. Ma per i loro bisogni al tempo piuttosto limitati bastavano e avanzavano i mancusi arabi e gli iperperi bizantini, monete d’oro che avevano una circolazione scarsa nel numero, ma estesa nello spazio, in tutta l’Europa occidentale. Non è difficile ritrovare qualcuna di queste monete orientali negli scavi archeologici dell’Europa settentrionale.Poi arriva Carlo Magno e cambia tutto. Stabilisce che il Sacro romano impero debba avere una moneta degna del suo illustre predecessore, e decide di coniare il denaro. Usa l’argento (1,7 grammi a moneta, a 950 millesimi) e lo battezza con il medesimo nome che usavano i romani. Incidentalmente si ricorderà che con un libbra d’argento si coniavano 240 denari e quindi la gente comincerà a usare dire «una lira» anziché «240 denari» più meno nello stesso modo in cui noi, oggi, diciamo «100 chilometri» invece di «100.000 metri».Carlo Magno comanda su un’impero vastissimo e il suo denaro d’argento, nel IX secolo, diventa di fatto una moneta unica europea, un euro dei suoi tempi. Anzi, a nord ha pure più successo dell’euro attuale perché riesce ad attraversare la Manica per essere usato nell’Inghilterra meridionale (dove giusto pochi anni prima Offa, re di Mercia, aveva coniato una monetina con un nome pure quello destinato al successo: il penny). A sud, invece, la moneta unica carolingia si ferma alla Toscana. L’Italia meridionale fa parte delle zone d’influenza degli arabi e dell’impero bizantino e lì il denaro non penetra. Roma sta in mezzo e, secondo i periodi, utilizza bisanti e mancusi, oppure denari, a fasi alterne.Il sistema funziona senza intoppi per un po’. Ma poi ognuno va per i fatti suoi. Il Sacro romano impero si frantuma e le varie zecche si regolano come credono i vari signori a cui sono sottoposte. C’è bisogno di quattrini per finanziare una guerra? Il sistema è semplice: si abbassa il contenuto di argento fino nelle monete, si lucra su quello, e il gioco è fatto. In questo modo con una lira si conieranno più di 240 monete. Inizia così un’inflazione che uno storico come Carlo Maria Cipolla, ha considerato secolare: con una lira, moneta fantasma perché semplice unità di conto, ai tempi di Carlo Magno si comprava una collina con annesso boschetto, nell’Italia di fine Novecento con una lira non si comprava più nulla. La moneta era tornata a essere fantasma, solo che ora il suo valore era talmente ridotto da obbligare a utilizzarne soltanto i multipli.Ma torniamo all’euro carolingio: all’inizio del X secolo, entra in una fase di secolare decadenza che lo porterà a scomparire. Attorno all’anno Mille in Italia funzionano soprattutto quattro zecche: Pavia, Milano,Verona e Lucca. La maggior parte delle monete in circolazione nell’Italia settentrionale viene coniata in una di queste città. Solo che dopo il disallineamento succede che una lira, poniamo, lucchese abbia un valore diverso dalla lira pavese. E quindi bisogna tenerne conto. Sappiamo che nel 1164 il denaro pavese contiene 0,2 grammi di argento fino; mentre 150 anni prima ne conteneva ancora un grammo. Le monetine del XI e XII secolo contengono sempre più rame e sempre meno argento, quindi diventano scure, tanto che le chiamano “bruni” o “brunetti”. Sono dischetti piccoli, scuri e brutti, tanto comuni che persino oggi, nel mercato numismatico, sono valutati pochissimo. Un migliaio d’anni più tardi gli effetti di quell’inflazione si fanno sentire ancora.Nel frattempo però succede che Genova e Venezia diventino potenze commerciali internazionali. Il brutto e svilito euro carolingio non basta più a soddisfare le esigenze di quelle transazioni. Liguri e veneti se la cavano usando sempre di più le belle monete bizantine, ma arriva il momento in cui devono fare da soli. Genova inizia a battere moneta propria nel 1138, anno in cui re Corrado glielo concede; a Venezia fino al 1183 circola soprattutto denaro veronese, ma da quell’anno comincia a coniare denari in proprio.È arrivato il momento della svolta: in un momento imprecisato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo Genova e Venezia si mettono a coniare una nuova e bella moneta di buon argento a 965 millesimi, pesante 2,2 grammi. La chiameranno grosso e avrà presto un enorme successo, tanto da diventare il mezzo di scambio sui mercati internazionali. Via via seguono gli altri: dopo il 1230 anche tutte le zecche toscane battono grossi. La coniazione del grosso avviene in una congiuntura favorevole: al bisogno di una buona moneta si affianca la disponibilità d’argento grazie ai pagamenti in barre di metallo prezioso dei cavalieri franchi giunti a Venezia in attesa di imbarcarsi per la IV crociata (che nel 1204 invece di andare a Gerusalemme finirà per conquistare e saccheggiare Costantinopoli, ma questa è un’altra storia).Nel 1252 Genova prima e Firenze poi, a distanza di pochi mesi, cominano a produrre una moneta d’oro: il genovino e il fiorino. Entrambe le monete pesano tre grammi e mezzo, hanno un titolo di oltre 950 millesimi e segnano la fine di un’epoca: quella del monometallismo argenteo, inaugurata da Carlo Magno mezzo millennio prima. L’euro carolingio finisce così definitivamente in soffitta. a. marzo magno linkiesta
 

Ecco come creare lavoro (by Gallino)

Martedì, 22 Maggio 2012
Le preoccupazioni espresse dal ministro Passera circa le conseguenze nefaste della disoccupazione di massa dovrebbero far riflettere molti nel governo, in Parlamento e nei partiti. Di là dai numeri, la disoccupazione comporta povertà, perdita della casa, criminalità, denutrizione, abbandoni scolastici, antagonismo etnico, famiglie spezzate e altri problemi sociali. Ne parlava in questi termini già vent’anni fa un economista che si è battuto a lungo per dimostrare che la disoccupazione è un male assai peggiore del deficit (era William Vickrey, premio Nobel 1996). Sentirle riecheggiare ora nelle dichiarazioni di un ministro di primo piano fa pensare se non sia giunto il momento di attribuire alla creazione diretta di occupazione un peso, nella politica economica e sociale, non minore di quello attribuito finora al deficit e al debito pubblico.Ho richiamato mesi fa su queste stesse colonne quali caratteristiche dovrebbe avere la creazione diretta di occupazione. Lo Stato assume direttamente, tramite un’apposita agenzia, il maggior numero di disoccupati e di precari, che però vengono gestiti dal punto di vista operativo da enti locali. Gli assunti dovrebbero venire occupati in programmi di pubblica utilità diffusi sul territorio e ad alta intensità di lavoro. C’è solo da scegliere, dagli acquedotti che perdono il 40 per cento dell’acqua che distribuiscono alle scuole per metà fuori norme di sicurezza, dal riassetto idrogeologico del territorio alla tutela dei beni culturali. Il salario offerto dovrebbe aggirarsi sul salario medio o poco al disotto, cui andrebbe aggiunto il costo dei contributi sociali per sanità e previdenza. In totale, circa 25.000 euro l’anno a testa. Volendo cominciare con un numero capace di incidere positivamente sulla situazione, bisognerebbe ipotizzare l’assunzione di almeno un milione di persone, per un costo totale di 25 miliardi l’anno. Non molto, a fronte dei 7 milioni di persone disoccupate o maloccupate indicate dal ministro Passera, ma comunque un miglioramento.Dinanzi a una proposta del genere si affollano le obiezioni. Mi soffermerò su alcune delle più ovvie: nessun Paese ha mai attuato interventi statali di simile scala; il loro costo sarebbe insostenibile; ce lo vieta l’Europa.
Interventi del genere, su scala assai maggiore, sono stati effettuati negli Usa durante il New Deal. Con una disoccupazione che sfiorava il 25 per cento, tra il 1933 e il 1943 tre agenzie statali – la Civil Works Administration, la Federal Emergency Relief Administration e la Works Progress Administration – diedero lavoro a parecchi milioni di persone al mese. E non per scavare buche che altri poi riempivano. Quegli occupati costruirono o ristrutturarono 400.000 chilometri di strade, 4.000 chilometri di fognature, 40.000 scuole, 1000 aeroporti, e piantato un miliardo di alberi. Centinaia di migliaia di disoccupati furono avviati al lavoro nel volgere di tre mesi dalla creazione di dette agenzie. Da notare che gli Stati Uniti contavano allora 125 milioni di abitanti, poco più del doppio dell’Italia di oggi. C’è qualche lezione da imparare guardando a quel periodo.Affermare che il costo della creazione diretta di un milione di posti di lavoro sarebbe insostenibile è privo di senso ove non si proceda a stendere un piano economico che tenga conto di almeno tre elementi. I primi due si contrastano a vicenda. Infatti, da un lato occorre considerare che vi sarebbero spese aggiuntive: i servizi per l’impiego, ad esempio, andrebbero potenziati per metterli in grado di gestire i progetti locali. D’altro lato, si potrebbe scoprire che molti neo-occupati costano meno di 25.000 euro l’anno, perché vi sarebbero aziende disposte volentieri a pagarne la metà o un terzo, così come recuperi di fondi potrebbero venire dalla cessazione del sussidio di disoccupazione per i neo-assunti, o dai cassintegrati che a fronte della conservazione del posto nell’azienda d’origine scelgono liberamente di lavorare a 1.200 euro al mese invece che stare a casa con 750. Ma l’elemento da considerare è che l’occupazione non è un costo: è un fattore che crea ricchezza. Come scriveva un altro economista, J. M. Keynes, che vedeva nella disoccupazione il peggiore dei mali: “L’insieme della forza lavoro dei disoccupati è disponibile per accrescere la ricchezza nazionale”.Quanto all’obiezione che sarebbe l’Europa, cioè la Ue, a vietarci di creare occupazione in modo diretto, essa è mezza vera, ma un rimedio ci sarebbe, e mezza falsa. Il divieto di creare occupazione appare insito non tanto nella lettera, quanto nel dispositivo di rientro dal debito pubblico previsto dal Trattato di stabilità firmato dal governo italiano e da 24 altri governi Ue a Bruxelles nel marzo scorso (anche noto come “Patto fiscale”). Il Trattato dovrebbe entrare in vigore, previa approvazione dei rispettivi parlamenti, il 1° gennaio 2013. L’articolo 4 prevede che un Paese avente disavanzi eccessivi – ossia con un debito che supera il 60 per cento del Pil – operi “una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all’anno”. Poiché il debito dell’Italia supera il 120 per cento del Pil, pari a oltre 1.900 miliardi, essa dovrebbe ridurre il suo debito giusto della metà, cioè 950 miliardi. Si tratta quindi di ridurre il debito di 1/20° di tale somma, vale a dire 45 miliardi l’anno. Quanto basta per assicurare al nostro Paese non solo un ventennio di recessione, bensì di miseria nera, impedendo di destinare alla creazione di occupazione un solo euro. Resta soltanto da sperare che qualcuno in Parlamento si renda conto di quale trattato capestro il governo italiano ha firmato, e si adoperi per impedirne l’approvazione. Come forse faranno i francesi dopo la vittoria di Hollande.D’altra parte, chi volesse insistere sulla necessità di creare occupazione per evitare guai nel prossimo futuro, potrebbe trovare appoggio proprio nel Trattato istitutivo della Ue (che il citato Patto fiscale, secondo alcuni giuristi, calpesta in diversi modi). La versione consolidata di esso, del 2008, contiene infatti una “Dichiarazione concernente l’Italia”, la n. 4 9, che recita testualmente: “Le parti contraenti… ritengono che le istituzioni della Comunità debbano considerare, ai fini dell’applicazione del trattato, lo sforzo che l’economia italiana dovrà sostenere nei prossimi anni, e l’opportunità di evitare che insorgano pericolose tensioni, in particolare per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti o il livello dell’occupazione, tensioni che potrebbero compromettere l’applicazione del trattato in Italia”. Se il ministro Passera crede davvero che sia a rischio la tenuta economica e sociale del Paese, ci sono due o tre cose di cui dovrebbe discutere con i suoi colleghi e il presidente del Consiglio.
di Luciano Gallino, da Repubblica, 15 maggio 2012

Il capitalismo di Stato sostituirà quello del libero mercato (by Hobsbawm)

Sabato, 12 Maggio 2012

La notizia della morte del capitalismo è per lo meno prematura, il sistema economico sociale che da alcune centinaia di anni regge il mondo non è neanche malato, e basta guardare la Cina per convincersene e per leggere il futuro. In Oriente masse di contadini entrano nell’universo del lavoro salariato, lasciano il mondo rurale e diventano proletari. È nato un fenomeno nuovo, inedito nella storia: il capitalismo di Stato, dove alla vecchia borghesia illuminata, creativa, anche se rapace – come la descriveva Marx nel “Manifesto comunista” – sono subentrate istituzioni pubbliche. Insomma, non siamo all’apocalisse e nessuna rivoluzione è dietro la porta, semplicemente il capitalismo sta cambiando pelle. Eric Hobsbawm scende con una specie di montacarichi dalla ripida scala della sua casa di Highgate a Londra, non lontano dal luogo in cui riposa il suo grande maestro e ispiratore Karl Marx, appunto. Ha subito un’operazione per cui cammina male. Ha 95 anni, ma mentre il corpo mostra i segni dell’età, la testa di questo signore considerato il massimo storico contemporaneo, è quella di un giovane. Sta scrivendo un saggio su Tony Judt, un intellettuale britannico morto prematuramente, due anni fa. Parla alla Bbc, è attivo più che mai. E non ha mai smesso di essere marxista.E se per questa intervista con “l’Espresso”, una delle rarissime che rilascia, si è fatto mandare le domande via mail, e se comincia seguendo il canovaccio concordato, dopo pochi minuti passa a un serrato e spontaneo dialogo con l’interlocutore. “Mi ha chiesto se sia possibile il capitalismo senza le crisi”, inizia: “No. A partire da Marx sappiamo che il capitalismo opera attraverso crisi appunto, e ristrutturazioni. Il problema è che non possiamo sapere quanto sia grave quella attuale, perché ci siamo ancora in mezzo”.La crisi in corso è differente da quelle precedenti?
“Sì. Perché è legata a uno spostamento del centro di gravità del Pianeta: dai vecchi Paesi capitalisti verso nazioni emergenti. Dall’Atlantico verso l’Oceano Indiano e il Pacifico. Se negli anni Trenta tutto il mondo era in crisi, ad eccezione dell’Urss, oggi la situazione è diversa. L’impatto è differente in Europa rispetto ai Paesi del Bric: Brasile, Russia, Cina, India. Altra differenza, rispetto al passato: nonostante la gravità della crisi, l’economia mondiale continua a crescere. Però solo nelle aree fuori dall’Occidente”.Cambieranno i rapporti di forza, anche militari e politici?
“Intanto stanno cambiando quelli economici. Le grandi accumulazioni dei capitali da investire sono oggi quelle dello Stato e delle imprese pubbliche in Cina. E così mentre nei Paesi del vecchio capitalismo la sfida è mantenere gli standard del benessere esistenti – ma io credo che queste nazioni siano in un rapido declino – per i nuovi Paesi, quelli emergenti, il problema è come mantenere il ritmo di crescita senza creare problemi sociali giganteschi. È chiaro, ad esempio, che la Cina si è data a una specie di capitalismo in cui l’insistenza di stampo occidentale sul Welfare è completamente assente: sostituita invece dall’ingresso velocissimo di masse di contadini nel mondo del lavoro salariato. È un fenomeno che ha avuto effetti positivi. Rimane la questione, se questo sia un meccanismo che possa operare a lungo”.Quello che sta dicendo porta alla questione del capitalismo di Stato. Il capitalismo come l’abbiamo conosciuto significava scommessa personale, creatività, individualismo, capacità di invenzione da parte dei borghesi. Può lo Stato essere altrettanto creativo?
“L’”Economist” alcune settimane fa si è occupato del capitalismo di Stato. La loro tesi è che potrebbe essere ottimo nella creazione delle infrastrutture e per quanto riguarda gli investimenti massicci, ma meno buono nella sfera della creatività. Ma c’è dell’altro: non è scontato che il capitalismo possa funzionare senza istituzioni come il Welfare. E il Welfare è di regola gestito dallo Stato. Penso quindi che il capitalismo di Stato ha un grande futuro”.E l’innovazione?
“L’innovazione è orientata verso il consumatore. Ma il capitalismo del Ventunesimo secolo non deve pensare necessariamente al consumatore. E poi: lo Stato funziona bene quando si tratta dell’innovazione nell’ambito militare. Infine: il capitalismo di Stato non è legato al dovere di una crescita senza limiti, e questo è un vantaggio. Detto questo, il capitalismo di Stato significa la fine dell’economia liberale come l’abbiamo conosciuta negli ultimi quattro decenni. Ma è la conseguenza della sconfitta storica di quello che io chiamo “la teologia del libero mercato”, la credenza, davvero religiosa, per cui il mercato appunto si regola da sé e non ha bisogno di alcun intervento esterno”.Per generazioni la parola capitalismo faceva rima con libertà, democrazia, con l’idea che le persone forgiano il proprio destino.
“Ne siamo sicuri? Secondo me non è affatto evidente associare i valori che lei ha menzionato con determinate politiche. Il capitalismo di mercato puro non è obbligatoriamente legato alla democrazia. Il mercato non funziona nel modo in cui lo teorizzavano i liberisti: da Hayek a Friedmann. Abbiamo semplificato troppo”.Cosa vuol dire?
“Ho scritto tempo fa che abbiamo vissuto con l’idea di due vie alternative: il capitalismo di qua il socialismo di là. Ma è un’idea stramba. Marx non l’ha mai avuta. Spiegava invece che questo sistema, il capitalismo, un giorno sarebbe stato superato. Se guardiamo la realtà: gli Usa, l’Olanda, la Gran Bretagna, la Svizzera, il Giappone, possiamo arrivare alla conclusione che non si tratta di un sistema unico e coerente. Ci sono tante varianti del capitalismo”.Intanto la finanza prevale. C’è chi dice che il capitalismo potrebbe fare a meno della borghesia. È un’intuizione giusta?
“È emersa con forza un’élite globale composta di persone che decidono tutto nel campo dell’economia, e che si conoscono tra di loro e lavorano insieme. Ma la borghesia non è scomparsa: esiste in Germania, forse in Italia, meno negli Usa e in Gran Bretagna. È cambiato invece il modo in cui si accede a farne parte”.Vale a dire?
“L’informazione è oggi un fattore di produzione”.Non è una novità. Già i Rothschild diventarono ricchi perché per primi seppero della sconfitta di Napoleone a Waterloo, cosa che ha permesso loro di sbancare la Borsa…
“Intendo una cosa diversa. Oggi fai soldi perché controlli l’informazione. E questo è un argomento forte nelle mani dei reazionari che dicono di combattere le élites colte. Sono le persone che leggono i libri e che hanno vari gradi di istruzone universitaria, a trovare gli impieghi redditizi. Gli istruiti sono identificati ormai con i ricchi, con gli sfruttatori, e questo è un problema politico vero”.Oggi si fanno soldi senza produrre beni materiali, con derivati, con speculazioni in Borsa.
“Però si continua a fare denaro anche, e soprattutto, producendo beni materiali. È cambiato solo il modo con cui viene prodotto quello che Marx chiamava il valore aggiunto (la parte del lavoro dell’operaio di cui si appropria il padrone, ndr.) Oggi lo producono non più gli operai ma i consumatori. Quando lei compra un biglietto aereo on line, lei con il suo lavoro gratuito paga per l’automazione del servizio. È quindi lei a creare il plusvalore che fa il profitto dei padroni. È uno sviluppo caratteristico della società digitalizzata”.Chi è oggi il padrone? Una volta c’era la lotta di classe.
“Il vecchio proletariato ha subito un processo di outsourcing; dagli antichi Paesi verso i nuovi. È là che dovrebbe esserci la lotta di classe. Però i cinesi non sanno cosa sia. Seriamente: forse invece ce l’hanno la lotta di classe, ma non la vediamo ancora. Aggiungo: la finanza è una condizione necessaria perché il capitalismo vada avanti, ma non è indispensabile. Non si può dire che il motore che muove la Cina sia solo la voglia di profitto”.È una tesi sorprendente, la può spiegare?
“Il meccanismo che sta dietro all’economia cinese è il desiderio di restaurare l’importanza di una cultura e di una civiltà. È l’opposto di ciò che succede in Francia. Il più grande successo francese degli ultimi decenni è stato Asterix. E non è un caso. Asterix è il ritorno al villaggio celtico isolato che resiste all’urto del resto del mondo, un villaggio che perde ma sopravvive. I francesi stanno perdendo, e lo sanno”.Intanto in Occidente abbiamo i banchieri centrali che ci dicono cosa fare. Si parla di conti, numeri, ma non dei desideri degli umani e del loro futuro. Si può andare avanti così?
“A lungo termine, no. Ma sono convinto che il vero problema sia un altro: l’asimmetria della globalizzazione. Certe cose sono globalizzate, altre super-globalizzate, altre non sono state globalizzate. E una delle cose che non lo sono state è la politica. Le istituzioni che decidono di politica sono gli Stati territoriali. Rimane quindi aperta la questione come trattare problemi globali, senza uno Stato globale, senza un’unità globale. E questo riguarda non solo l’economia, ma anche la più grande sfida dell’esistente, quella ambientale. Uno degli aspetti della nostra vita che Marx non ha visto è l’esaurimento delle risorse naturali. E non intendo l’oro o il petrolio. Prendiamo l’acqua. Se i cinesi dovessero usare la metà dell’acqua pro capite utilizzata dagli americani non ce ne sarebbe abbastanza nel mondo. Sono sfide dove le soluzioni locali sono inutili, se non a livello simbolico”.C’è un rimedio?
“Sì, a patto che si capisca che l’economia non è fine a se stessa, ma riguarda gli esseri umani. Lo si vede osservando l’andamento della crisi in atto. Secondo le antiquate credenze della sinistra la crisi dovrebbe produrre rivoluzioni. Che non si vedono (se non qualche protesta degli indignati). E siccome non sappiamo neanche quali sono i problemi che stanno per sorgere, non possiamo nemmeno sapere quali saranno le soluzioni”.Può fare qualche previsione comunque?
“È estremamente poco probabile che la Cina diventi una democrazia parlamentare. È poco probabile che i militari perdano tutto il loro potere nella maggior parte degli Stati islamici”.Lei ha sostenuto la necessità di arrivare a una specie di economia mista, tra pubblico e privato.
“Guardi la storia. L’Urss ha tentato di eliminare il settore privato: ed è stata una sonora sconfitta. Dall’altro lato, il tentativo ultraliberista è pure miseramente fallito. La questione non è quindi come sarà il mix del pubblico con il privato, ma quale è l’oggetto di questo mix. O meglio qual è lo scopo di tutto ciò. E lo scopo non può essere la crescita dell’economia e basta. Non è vero che il benessere è legato all’aumento del prodotto totale mondiale”.Lo scopo dell’economia è la felicità?
“Certo”.Intanto crescono le diseguaglianze.
“E sono destinate ad aumentare ancora: sicuramente all’interno dei singoli Stati, probabilmente tra alcuni Paesi e altri. Noi abbiamo un obbligo morale nel cercare di costruire una società con più uguaglianza. Un Paese dove c’è più equità è probabilmente un Paese migliore, ma quale sia il grado di uguaglianza che una nazione può reggere non è affatto chiaro”.Cosa rimane di Marx? Lei, in tutta questa conversazione non ha mai parlato né di socialismo né di comunismo…
“Il fatto è che neanche Marx ha parlato molto né di socialismo né di comunismo, ma neanche di capitalismo. Scriveva della società borghese. Rimane la visione, la sua analisi della società. Resta la comprensione del fatto che il capitalismo opera generando le crisi. E poi, Marx ha fatto alcune previsioni giuste a medio termine. La principale: che i lavoratori devono organizzarsi in quanto partito di classe”.In Occidente si parla sempre meno di politica e sempre più di tecnica. Perché?
“Perché la sinistra non ha più niente da dire, non ha un programma da proporre. Quel che ne rimane rappresenta gli interessi della classe media istruita, e non sono certo centrali nella società”. colloquio con Eric Hobsbawm di Wlodek Goldkorn, da L’Espresso via micromega

La vera storia della crisi greca

Sabato, 5 Maggio 2012

Durante la recente discussione svoltasi nei Parlamenti di numerosi stati-membri dell’area dell’Euro circa l’approvazione del nuovo piano di aiuti di 130 miliardi di Euro alla Grecia, alcuni deputati si sono chiesti se la Grecia fosse pronta a partecipare al progetto della moneta unica, l’euro. Dalla metà degli anni Novanta, la Grecia ha fatto degli sforzi formidabili per riuscire a soddisfare i criteri della convergenza. Ha utilizzato tutti i mezzi disponibili: politica fiscale, politica monetaria, politica dei redditi, vaste privatizzazioni di banche ed imprese pubbliche. Qualunque sia il modo con cui si misura la performance fiscale (a livello del saldo di cassa o della contabilità nazionale), il deficit pubblico è calato di dieci punti percentuali, dal 12,5% del Pil nel 1993, al 2,5% nel 1999, l’anno dei dati economici con i quali si è decisa l’ammissione della Grecia nella zona dell’Euro, in occasione del Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira, tenutosi nel mese di giugno del 2000. Simili sviluppi positivi, si sono osservati anche per gli altri criteri di convergenza nominale richiesti (inflazione, tassi di interesse a lungo termine, debito pubblico, tasso di cambio). È opportuno ricordare a questo punto, che la decisione di ammissione è stata presa in seguito ad un accuratissimo controllo delle performances dell’economia greca da parte della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Comitato Economico e Finanziario, con i loro relativi pareri. Anzi, è degno di nota il fatto che, malgrado la restrittiva politica fiscale e monetaria di quel periodo, indispensabili per ridurre il disavanzo pubblico e l’inflazione, il ritmo di crescita del Pil era iniziato a migliorare. Da negativo nel 1993, era salito al 4%, alla fine degli anni Novanta, per mantenersi a questi livelli fino al 2007. Si è osservato un aumento degli investimenti privati e del flusso di capitali dall’estero verso la Grecia, grazie al calo dell’inflazione e degli interessi, che avevano raggiunto percentuali al di sotto del 10%, dopo venti anni in cui superavano questa cifra.Due sono i motivi addotti da quanti sostengono che la Grecia non doveva far parte dell’Unione Economica e Monetaria d’Europa. Il primo motivo, che è anche quello maggiormente noto, è che la Grecia ha contraffatto i dati economici per riuscire ad accedere all’Uem.Il governo neo-eletto di Nuova Democrazia nelle elezioni del 2004, quattro anni dopo l’approvazione dei dati relativi all’adesione della Grecia, ha avuto un’ispirazione politica estremamente infelice, cambiando il modo con cui venivano iscritte le spese per la difesa, allo scopo di alleggerire il loro peso nel bilancio, durante il suo mandato. Tuttavia, il cambiamento ha avuto l’effetto di aumentare i deficit pubblici negli anni precedenti al 2004, con un conseguente periodo di intensa contestazione e diffamazione della Grecia. L’asserzione che la Grecia fosse entrata a far parte dell’area dell’Euro con dati falsificati, si leggeva sulle prime pagine di numerose testate giornalistiche in tutto il mondo. Purtroppo, questa asserzione è stata adottata anche da molti uomini politici dell’area dell’euro ed è ripetuta ancora oggi. Questa accusa, tuttavia, dimostra quanta disinformazione ed eventualmente quanta ipocrisia ci sia in queste dichiarazioni. Anche con il cambiamento della metodologia, e secondo i dati revisionati, il disavanzo pubblico in quell’anno cruciale (1999), aveva raggiunto il 3.1% del Pil, contro il precedente 2.5%. Più precisamente, aveva raggiunto il 3.07%, secondo Eurostat.Questo deficit resta inferiore al corrispondente deficit revisionato di altri stati membri, la cui valutazione è stata effettuata con i dati statistici relativi all’anno 1997, affinché costituissero la «prima ondata» degli stati-membri, creatori dell’Euro nel 1999. Dal sito web di Eurostat, risulta che molti altri stati-membri erano stati ammessi nell’area dell’euro con un deficit pubblico superiore al 3.1% del Pil, senza che ciò fosse oggetto di continui riferimenti, anche se questi paesi presentano oggi problemi simili a quelli della Grecia.La responsabilità di quanto su esposto, certamente pesa sul governo dell’epoca in Grecia, di Nuova Democrazia. Tuttavia, è una responsabilità che pesa anche sull’amministrazione di Eurostat e sulla Commissione Europea, che hanno adottato i dati fiscali inviati dall’allora governo greco e non hanno convocato ufficialmente la Banca di Grecia e neanche il governo precedente per esprimere il loro parere. Anzi, è del tutto incoerente quanto avvenuto successivamente, il 2006: Eurostat ha ritenuto che il metodo corretto di iscrizione delle spese sulla difesa fosse quello di iscriverle in base alla consegna del materiale, cioè quello applicato dalla Grecia prima del 2004. Tuttavia, Eurostat, pur dovendo, non ha provveduto alla correzione retrospettiva di questi dati: il 3,07% del Pil quale disavanzo pubblico per la Grecia nel 1999 si è mantenuto, mentre invece si sarebbe dovuta applicare la nuova decisione. Questa irrilevante discrepanza di 0.07% del Pil, rispetto ai limiti posti dal Trattato, adottato senza molta riflessione dalle amministrazioni dell’area dell’Euro, non consente di apprezzare l’enorme sforzo di adeguamento economico.Ricordiamo a questo proposito che anche recentemente si è diffusa una campagna di diffamazione contro la Grecia, per un’abituale operazione di swap valutario avvenuta tra il Ministero greco delle Finanze e la banca Goldman Sachs, alla fine del 2001, di quelle che in quel periodo erano fatte a centinaia da tutti gli stati-membri, come semplici operazioni di gestione del disavanzo pubblico. Ancora una volta, si è detto che la Grecia aveva contraffatto i dati per accedere all’euro: il nuovo titolo a caratteri cubitali sulla prima pagina dei giornali, adottato però anche da numerosi politici. Ma hanno tutti dimenticato che questa operazione finanziaria ha avuto luogo ben due anni dopo il 1999, anno i cui dati sono stati valutati per decidere l’adesione della Grecia all’Euro, e un anno intero dopo l’ammissione della Grecia nell’Euro, approvata dal Consiglio Europeo di Santa Maria da Feira!Il secondo motivo addotto a giustificazione dell’errore commesso di aver accettato il paese nell’Unione economica e monetaria europea, è costituito dagli sprechi statali ed i suoi eccessivi deficit. Le performances economiche della Grecia dopo il 2003, in particolare durante la seconda metà del decennio del 2000, purtroppo non hanno seguito quelle degli otto anni precedenti. Nel 2006, il governo dell’epoca ha iniziato a perdere il controllo delle spese e delle entrate pubbliche, per raggiungere il culmine, negli anni 2008 e 2009, quando il deficit pubblico è salito vertiginosamente, superando il 10% del Pil.Il crollo della Lehman Brothers e la rivalutazione dei rischi finanziari da parte dei mercati, ha comportato l’aumento degli interessi sui prestiti della Grecia, che costituiva l’anello debole dell’area Euro. Così è scoppiata la crisi greca del deficit pubblico. La mancata adozione di misure urgenti e severe di stabilizzazione da parte di due governi greci consecutivi e l’esitazione della zona Euro ad intervenire, hanno provocato la chiusura dei mercati finanziari per la Grecia, per poi arrivare al suo salvataggio, dopo numerosi tentennamenti, con l’intervento della “troika” (Fmi, Ue, Bce), un salvataggio soggetto ad una severa applicazione delle misure di risanamento dell’equilibrio finanziario e della competitività.Gli effettivi sprechi rappresentano il motivo esclusivo di questi sviluppi? La principale causa della crisi, in Grecia come negli altri stati-membri periferici dell’area dell’Euro, è stata principalmente provocata dagli enormi disavanzi in continua crescita delle partite correnti di questi paesi, dalla perdita di competitività e, soprattutto, dai differenti livelli di sviluppo tra Nord e Sud, e non tanto dall’incapacità gestionale dei loro leaders. Il Sud acquista dal Nord prodotti industriali di alta qualità ed elevato livello tecnologico. Il Nord, invece, acquista dal Sud una quantità molto minore di prodotti. In media, nel periodo tra il 2000 ed il 2007, il disavanzo delle partite correnti della Grecia era pari al 8,4% del Pil, e del Portogallo del 9,4%, mentre le eccedenze della Germania erano del 3,2% del Pil, e dell’Olanda 5,4%. Per coprire questi disavanzi delle partite correnti in continua crescita, i Paesi periferici sono stati costretti ad indebitarsi sempre più. Il risultato è stato l’aumento del loro debito.Il ritardo nel funzionamento dell’amministrazione statale e delle istituzioni ancora una volta ha costituito il pretesto, per ribadire che la Grecia, e forse anche altri stati-membri periferici, non avrebbero dovuto diventare membri dell’Unione economica e monetaria. Questa Uem, tuttavia, non è un club di Paesi evoluti con interessi comuni, contrapposti a quelli dei Paesi in ritardo. Si tratta di una fase evolutiva dell’Unione, per facilitare la cooperazione economica tra i suoi membri, per creare rapporti che possano rafforzare gli sforzi comuni volti allo sviluppo, per ottenere la graduale convergenza delle loro economie e per sfruttare nel modo migliore le opportunità fornite dall’abolizione dei confini e dagli obiettivi condivisi. È un piano comune per raggiungere il progresso che quindi, deve includere nella sua pianificazione, i più potenti con le loro capacità, ma anche i più deboli, con le loro debolezze; deve prendere in considerazione gli squilibri e valutare il fatto che i paesi evoluti non sono solo soggetti ad oneri, anzi, ne traggono notevoli benefici, grazie ai loro servizi finanziari e le loro esportazioni.L’implementazione delle misure di stabilizzazione in Grecia, a maggio del 2010, ha comportato un miglioramento significativo dei risultati finanziari e della competitività, ma ha contribuito anche a creare una recessione economica profonda e di lunga durata, ad aumentare vertiginosamente la disoccupazione che ha raggiunto il 20%, incrementando la povertà e la miseria di parte del popolo greco. Non è solo la Grecia responsabile di questo risultato. La combinazione della politica economica imposta dal primo piano di aiuti non era la più adeguata e quindi le performances attese non sono realistiche, finanche per quei paesi dotati di economie molto più potenti di quella greca. Si ha la sensazione che le condizioni imposte dovessero costituire un esempio da evitare per gli altri Paesi, punendo in modo esemplare la Grecia. La recessione, inizialmente prevista dal Fme per il periodo 2009-2012 al -7,5%, attualmente si calcola sia a -18%, fatto questo che non consente il raggiungimento degli altri obiettivi, generando anche intense agitazioni sociali.La Grecia ha costituito il pretesto della crisi dell’Euro, non ne è stata, tuttavia, la causa. La sua causa va ricercata nel fatto che la zona dell’euro è un’unione monetaria a tutti gli effetti, ma non è una vera e propria unione economica e fiscale di stati-membri con differenti caratteristiche strutturali: quelle dei Paesi maturi dell’Europa del Nord, e quelle delle economie meno mature del Sud europeo. La crisi attuale è solo in parte crisi di debito pubblico, e ciò interessa principalmente la Grecia ed il Portogallo. Per il resto, si tratta di crisi del settore privato e del sistema bancario di numerosi stati-membri, e anche crisi del controllo e della sorveglianza da parte delle autorità monetarie dell’area euro. L’Unione europea non ha ancora ideato un contesto complessivo di governance economica, un nuovo modo per affrontare gli squilibri tra il nucleo centrale sviluppato e la sua periferia meno evoluta; non si è occupata sistematicamente di promuovere realmente la crescita economica. Se ciò non avrà luogo, allora ci saranno nuove crisi in futuro.Il fiscal compact che, secondo le leaderships dei paesi dell’euro, sarà in grado di assicurare la stabilità delle loro economie, non riuscirà a raggiungere questo risultato, senza altre misure che favoriscano la crescita e la convergenza effettiva e per finire, senza un progresso adeguato verso l’integrazione economica e politica dell’Unione.
di Kostas Simitis e Yannis Stournaras*, da il Sole 24 ore * Kostas Simitis è stato primo ministro greco e leader del partito socialista (Pasok) dal 1996 al 2004, Yannis Stournaras è direttore della Fondazione per la ricerca economica e industriale di Atene via micromega (2 maggio 2012)