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Il minotauro finanziario

Giovedì, 3 Maggio 2012

Il Minotauro era un essere mostruoso, metà toro e metà uomo che si celava minaccioso in un enorme labirinto costruito dagli uomini dove divorava giovani vittime sacrificali offerte per placare il suo istinto bestiale.Il mito greco racconta il terrore dell’incognito contrapposto alla sete di conoscenza, la bestialità contro l’intelligenza, il sacrificio di vittime umane contro l’anelito di libertà dai servaggi.
Anche la finanza moderna è di costruzione umana come il labirinto di Creta realizzato da Dedalo. Essa ha preso le sembianze del labirinto in cui circolano numerosi Minotauri mostruosi. Si celano e si proteggono all’interno di quella vasta ed impenetrabile costruzione umana che è l’economia finanziaria. Branca che, invece, fu inizialmente creata come strumento per favorire lo sviluppo economico.
La finanza moderna da ancella è diventata tiranna.L’originale costruzione si è rinchiusa in un labirinto di parole, di prassi, norme e oscuri rituali officiati dai soggetti – nuovi sacerdoti del labirinto – che costituiscono i moderni mercati finanziari, con il loro linguaggio, le loro regole, la loro organizzazione.Le banche MinotauroQuesta finanza trasformatasi in Minotauro si è sviluppata grandemente sul solco del processo di sviluppo del sistema bancario che man mano ha teso a tradire o a latitare alla sua funzione originaria di propulsore dell’economia.Il sistema bancario è un istituto prezioso per lo sviluppo economico e sociale, tanto da meritare una speciale tutela pubblica. Raccoglie il risparmio e fornisce credito, tutela e dà fiducia ai risparmiatori, incentiva e finanzia lo sviluppo delle imprese.
Ma il mondo delle banche è bicefalo, vi è la testa della banca vera – quella detta commerciale – e quella della banca falsa, la banca d’affari.Le banche commerciali raccolgono il risparmio e concedono prestiti oltre tutta una serie di servizi utili, mentre le banche di affari sono società che fanno affari finanziari, creano prodotti finanziari e speculano.La visione liberistica ha spazzato via le regole che separavano questi due diversi mestieri, la banca vera e quella d’affari, dunque consentendo la creazione di conglomerati che facendo insieme sia il mestiere della banca commerciale che quella d’affari, hanno creato un permanete conflitto di interesse in seno a queste nuove banche tuttofare.
Questo conflitto non risolto ha innescato una degenerazione inarrestabile e pericolosa di cui sopportiamo tutt’ora le conseguenze, ad esempio, con il proliferare inarrestabile della finanza derivata.
Con una mano le banche emettono titoli derivati, che poi collocano tra gli investitori con l’altra mano. Titoli che spesso si sono rivelati di dubbia qualità.Occorre oggi un serio e generale dibattito se esiste o meno di una commistione, incestuosa e parassitaria del sistema bancario e come poterla risolvere.
E’ importante considerare ciò per comprendere razionalmente l’urlo del “Minotauro finanziario-bancario”, come mai ha prodotto molte vittime, come mai gli è stata data la possibilità mostruosa, favorita e supportata dalla normativa, di creare cartolarizzazioni e prodotti finanziari derivati à gogo.
Cartolarizzazioni costruite su un debito alimentato e concesso dapprima senza alcun ritegno né raziocinio di prudenza.Ed occorre anche domandarsi perché si son lasciate non sorvegliate o si sono eliminate le regole, tanto da poter collocare questi prodotti finanziari con bei voti di rating nei portafogli dei risparmiatori di tutto il mondo.
Allora, il Minotauro, l’uomo-toro, la bestia umanoide della banca e della finanza moderna, viene o no di fatto protetta e fatta crescere in un crescente labirinto normativo che, lungi dal disinnescarne le sue pretese ed i suoi danni sociali, lo protegge e ne consente e favorisce la perpetuazione del rito di immolazione di vittime?
Le urla del Minotauro suonano anche con le parole e le frasi “spread”, “i mercati apprezzano, penalizzano, pretendono, vogliono, sanzionano”, “contagio”.La finanza derivataE’ percezione diffusa che gli argini tra l’economia reale e la finanza si sono rotti, poiché la nuova finanza derivata ha potuto infestare come una gramigna il campo di grano del mercato reale, di chi lavora, suda e produce beni e servizi, la vera ricchezza.
Ma se questa è cosa se non compresa almeno sentita dai più, se dunque il killer dell’economia è stato identificato, perché si continua a stare alla finestra lasciandolo operare sostanzialmente indisturbato?
Perchè, sotto la spinta della “deregolamentazione” che ha annullato le barriere che salvaguardavano la finanza buona da quella cattiva ed infestante, è man mano cresciuta una pseudo-regolamentazione assai più complessa, leguleia e palesemente inefficace a controllare e sanzionare i fenomeni degenerativi ma presentata come salvifica?
E’ come se le norme che sono state realizzate con lo scopo apparente di porre rimedi alla crisi in realtà stiano di fatto favorendo la stessa logica che ha sospinto alla deregolamentazione del sistema finanziario, ovvero la complessità protegge i minotauri quasi alla stessa stregua della deregulation.Così, alternando la “tabula rasa” della deregolamentazione con una successiva voluminosa e farraginosa costruzione di norme complesse che dovrebbero, ma non sono affatto efficaci a rimediare ai guasti finanziari, si continua ancora comunque a fertilizzare il terreno della finanza spregiudicata.Solo a titolo di esempio, la legge di riforma dei mercati finanziari americana fatta approvare dal Presidente Obama è di “sole”, si fa per dire, 2300 pagine, la dimensione di una sorta di enciclopedia che solo descrive la strada di futuro cambiamento, tutta ancora da realizzare, in uno scenario di molti anni. Quando invece si è trattato di soccorrere le banche, con appena tre paginette si sono messi sul piatto delle banche 700 miliardi di dollari di soldi pubblici, quelli del piano di salvataggio straordinario di Bush junior denominato Tarp – Troubled asset relief program, ovvero un miliardo a parola. Nuove norme e nuove autorità ed organizzazioni anch’esse intrecciate labirinticamente lasciano ancora quasi onnipotenti alcuni oligopoli privati come quelli delle agenzie di rating, come pure lasciano che si sviluppino i nuovi oligopoli delle Borse Valori come nuove società marcato, e lasciano anche svilupparsi nuovi soggetti speculatori tendenzialmente oligopolisti che operano sui mercati con le tecniche del trading ad alta frequenza (HFT).
Gli HFT sono pochi operatori borsistici al mondo che possiedono e sviluppano tecnologie che consentono di inondare il mercato di ordini di acquisto e di vendita con i loro computer e software super-potenti, alla velocità del millisecondo (il tempo di click di un mouse di computer è in media di 80 millisecondi). Tali operatori movimentano fin’oltre la metà delle operazioni di borsa (oltre il 70’% negli USA) suscitando preoccupazioni circa il buon ordine dei mercati in numerosi analisti.
Eppur si muovono sostanzialmente indisturbati.E che dire quando, durante una crisi finanziaria ma soprattutto economica di attuali ed epocali dimensioni, lo “spread” fra titoli di debito sovrano viene declinato come la temperatura altalenante, ma sempre elevatissima, che rappresenterebbe lo stato di febbre del paese oggetto delle attenzioni della finanza speculativa, come quasi fosse un moribondo?
Non è anche questo un urlo del Minotauro bancario-finanziario moderno? Il riecheggiare e l’amplificarsi dell’urlo “spread” in formato pillola mass-mediatica, può rendere una intera società ansiogena ed atterrita.
Oppure l’urlo del “credit crunch”, la rarefazione del credito che costringe recentemente la Banca Centrale Europea – BCE a foraggiare le banche di ben 1 trilione di euro al tasso assai basso dell’1% di interesse e che di questa gran massa di soldi pochissimo arrivi all’economia reale delle imprese e delle famiglie Comunicazione parziale e analfabetismo finanziario diffuso Gravissimo è l’analfabetismo finanziario oggi diffuso, ma ancor più grave è lasciare che questo analfabetismo si perpetui. Come una volta l’analfabeta era chi non sapeva né leggere né scrivere ed era un cittadino debole, manipolabile e sfruttabile, oggi è altrettanto debole, manipolabile e sfruttabile chi è un analfabeta finanziario.
L’analfabetismo finanziario consente ai guru, alla moderna casta sacerdotale dei banchieri e professoroni che veglia e vaticina sui mercati finanziari moderni, di lanciare affermazioni che suonano apodittiche e che rimbalzano e si esaltano e si moltiplicano sui media.
L’alimentazione della paura del deficit e dello “spread” alla stregua delle mitiche urla furiose del Minotauro, rendono la più parte della società che rimane analfabeta di economia e finanza, atterrita ed allucinata, ed in un certo senso anche disponibile al tributo umano di lacrime e sangue ed anche alla insensibile rinuncia di pezzi di quelli che una volta erano diritti inviolabili della democrazia, pena l’altro tradimento verso lo Stato. I CDS I mercati dei CDS sono una sorta di mercato di derivati finanziario pseudo-assicurativi e sono prodotti tutt’altro che trasparenti. Chi sta indagando analiticamente quale effetto provocano i Credit default-swap, i CDS, sui titoli che dovrebbero assicurare?
Perché un mercato così importante rimane oscuro e non regolamentato, dominato da pochi soggetti, dove le contrattazioni sono Out The Counter – OTC?
I mercati OTC sono, appunto, mercati non regolamentati dove gli operatori si scambiano direttamente e bilateralmente tra loro molteplici tipologie di strumenti finanziari senza che operi un controllore che sovraintenda. Oltre al mercato dei CDS, un altro mercato OTC di primaria importanza è il mercato interbancario che è una sorta di iper-mercato della liquidità, dove le banche si prestano vicendevolmente denaro. Proprio il mercato interbancario fu al centro della crisi della liquidità delle banche e della loro reputazione di solvibilità nell’agosto 2007, data di inizio della crisi finanziaria ed economica nella quale ancora siamo immersi.  Un prodotto pseudo-assicurativo particolare il CDS, perché – esemplificando – è come se un vicino di casa potesse – acquistando un CDS-casa-incendio – assicurare la vostra casa contro il rischio di incendio e beneficiare del rimborso nel caso la casa andasse a fuoco. Ma non viene il sospetto che, di fatto, si crea – in assenza di regolamentazione – il rischio di proliferazione di vicini di casa piromani?
Un mercato, quello dei CDS, ad alta volatilità e ad alta leva speculativa. Nel caso della Grecia perfino gli speculatori hanno mostrato preoccupazione per l’enorme dimensione dei contratti CDS costruiti sul debito.
L’innesco mediatico rinforzato dalla leva speculativa dei CDS sulla crisi di altri debito sovrani non viene affatto risolta con il semplice annuncio di una loro possibile regolamentazione. Ovvero, nel concreto, la dinamite finanziaria dei CDS non viene disinnescata se non da normative cogenti e non da fumosi annunci di regole che ancora non trovano concretizzazione.
Chi ignora cosa sia un CDS come può valutare la situazione della moderna finanza che pur ha impatto sociale generalizzato, impattando sui bilanci degli Stati?  Come accettare questo analfabetismo finanziario dato che l’influenza della finanza è arrivata ad esigere anche i suoi tributi di pezzi di democrazia. L’incidenza sulle basi democratiche diventa sfacciata osservando il caso di sviluppo della crisi in Grecia, dove Stato Greco e la società civile greca viene impattata da regole e vincoli direttamente dettati dall’Europa. Ed anche l’Italia ha ricevuto i suoi “compitini” da svolgere a casa, quando si è vista destinataria di una lettera di raccomandazioni europee da osservare. Lascia anche perplessi l’imposizione subitanea e sotto l’incudine della grande paura dello “spread” con il varo del Governo tecnico di emergenza presieduto da Monti. Mifid
 La Mifid – Markets in Financial Instruments Directive – è una normativa europea di regolamentazione finanziaria e viene presentata come una utile risposta all’esigenza di creare un terreno competitivo uniforme tra tutti gli intermediari finanziari europei, e che tuteli gli investitori.
La realtà è, invece, che in base a questa normativa fortemente promossa dal sistema bancario, le banche stesse è come se si fossero costrette da sole a misurare secondo scale di propensione al rischio, qualunque risparmiatore-investitore loro cliente. Ciascun cliente-investitore deve avere – secondo Mifid – un associato profilo di rischio. Basta che un prodotto finanziario sia qualificato come rischioso ad un certo livello – e tale livello viene calcolato dal giudizio di rating – che allora possa essere consigliato dalle banche e dunque acquistato da chi viene misurato adatto a quel rischio. Nella logica maggior rischio maggior rendimento associato. Ma non è affatto detto! Non viene neppure il dubbio che le misure sono opinabili o solo delle stime – il rating è un giudizio che non ha valore se non quella di una opinione – che può creare le condizioni di nuovi inciampi. Lo ricordano dolorosamente coloro che hanno investito in Parmalat, Cirio, Argentina e che erano tutti titoli che avevano avuto valutazioni di rating a basso rischio. Non fu certo sufficiente la tutela che ci fosse supposto “il bollino blu” di un rating di investment grade, ovvero di una valutazione a basso rischio. Oggi la banca è legittimata dalla Mifid a consigliare prodotti pur che abbiano rating compatibili al profilo di rischio degli investitori.
Ma il rating è un indicatore sufficiente? Pare di no, per quanto accaduto ed allora quel sistema basato sul rating eppur rimane. Via di uscita Per affrontare il Minotauro del sistema bancario e finanziario moderno ed il suo labirinto di parole e concetti non intuitivi, occorre procedere alla identificazione del loro linguaggio e delle logiche che seguono. Sarebbe necessaria un’opera vasta di confronto dialettico e di individuazione e trasmissione dell’esperienza, predisponendo nuovo fili rossi di Arianna, stesi per dare soluzione ragionevole e razionale all’involucro labirintico dove ci cela, e viene protetto, i novelli Minotauri bancari e finanziari.
Un indice di questo percorso deve dare innanzitutto e presto trovare soluzioni:

- alla deregolamentazione bancaria, che ha portato all’odierno sistema delle banche polipo-morfe tuttofare;
al sistema delle cartolarizzazioni, che ha costruito le montagne di prodotti finanziari derivati, inquinatori di tutti i portafogli del mondo;
- alla privatizzazione delle borse in aziende mercato, che hanno logiche e funzionamenti privatistici di massimizzazione dei profitti e che invece storicamente sono state meri luoghi di scambio sotto una tutela paritaria di tutti i partecipanti e non luogo di oligopolio tecnologico di pochissimi attraverso le tecniche del trading HFT;
- a Basilea 2 e Basilea 3, normative nata nel più blasonato e privatissimo salotto della più antica organizzazione bancaria mondiale, la Banca dei regolamenti internazionali – BIS che ha, appunto, sede a Basilea – e successivamente recepita dal sistema bancario mondiale e quindi penetrato nelle normative dei vari paesi;
- alla Mifid, normativa europea che viene presentata al “popolo bruto” come sistema di protezione dei consumatori di prodotti finanziari, ma che si viene manifestando come importante sistema di protezione della responsabilità delle stesse banche rispetto alle responsabilità di una consulenza agli investitori;
- al sistema oligopolistico del rating, un sistema di valutazione del merito creditizio da parte di un oligopolio di tre agenzie private – standard and Poor’s, Moody’s, Fitch che valutano ed assegnano rating su tutto quanto possa essere compra/venduto sui mercati finanziari;
- al sistema degli strumenti finanziari OTC e ai mercati non regolamentati dove questi strumenti vengono scambiati, vista la loro scarsissima trasparenza e il loro dinamitardo effetto leva;
- ai credit default swap – CDS che vengono creati e compravenduti su mercati OTC fuori da opportune regole e controlli e che influenzano fortissimamente la percezione di rischio dei titoli che assicurano.

Vi sono numerosi altri punti che rendono il labirinto moderno della finanza una trappola. Ma se il labirinto è stata una costruzione umana, c’è da sperare ora che si moltiplichino ed emergano, come nel mito greco, nuovi Tesei concordi nel debellare l’analfabetismo finanziario, l’ignoranza ed il servaggio che ne deriva.
E’ buona e sana responsabilità dei singoli, di ogni uomo pensante e raziocinante, non lasciarsi andare allo sbigottimento, ma che ciascuno possa credere nelle proprie capacità di imparare il nuovo linguaggio e di riconoscere in se stesso l’anelito di libertà e coraggio che furono le qualità del mitico Teseo. Superando le proprie paure, ma anche aiutato da un filo di Arianna che consenta di entrare e poi uscire dal labirinto complicato dei tecnicismi e della cultura e del gergo bancario-finanziario per costruirsi una idea personale, razionale ed indipendente dell’effettivo pericolo sociale del mostro bancario-finanziario, che pur camminando da umano ha testa e ferocia di un toro impazzito.  Ed il toro è effettivamente nella simbologia borsistica quello di un listino di titoli in crescita, mentre a contrario l’orso che si accolla l’iconografia dei titoli che calano di valore. Comunque, entrambi animali noti per la loro forza bestiale e distruttiva non per la loro intelligenza creatrice. Son sempre più numerosi i cittadini che osservano che il sistema attuale che sopporta il gran peso della finaziarizzazione bancaria, stia scontando tutti i vizi di una precedente crescita drogata e di uno scenario infausto di sacrifici lacrime e sangue che comunque non risolvono gli appetiti finanziari. La missione del cittadino, uomo razionale e moderno, è quella di sconfiggere le sue ignoranze e paure, e nel contempo quella di comprendere verità sgradevoli: ciò fa la differenza tra moderni uomini liberi e moderni schiavi. a. scarano micromega

Lo shopping di Pasquetta e la fine della famiglia

Giovedì, 5 Aprile 2012

“Lunedì di Pasqua aperto”: così recita uno striscione ben visibile affisso su alcuni dei tanti, troppi, “centri commerciali” che deturpano il panorama delle nostre città, condizionandone persino la loro stessa concezione. Il pensiero corre immediatamente a quelle povere disgraziate di cassiere, commesse eccetera costrette a lavorare anche in un giorno che dovrebbe essere trascorso in serenità, a casa o all’aperto, con le persone care.“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”? Pura archeologia, ormai, perché quelle sventurate non potranno scegliere con chi passare la “Pasquetta”: saranno costrette a lavorare da un meccanismo infernale che sta mettendo il giogo a tutti quanti.Per quale necessità, infatti, un “centro commerciale” deve rimanere aperto in una giornata che tradizionalmente viene vissuta coi familiari e/o gli amici nella classica “gita fuori porta”, e, per chi è credente e praticante, anche alla funzione del Lunedì dell’Angelo?La brama di fare soldi dei proprietari dei negozi – secondo la riduttiva ed abusata interpretazione economicista – non basta a spiegare quest’ennesima novità negativa. Di soldi ne fanno già abbastanza. C’è dell’altro.Nemmeno ci si avvicina alla verità se si pensa alla “competizione” tra attività volte al “profitto”. In regime “liberale”, in fondo, tutte fanno “cartello” e trovano un accordo, col beneplacito delle “autorità”, per i vari turni di apertura nelle festività.Queste “autorità” sono davvero dei fenomeni di doppiezza e perfidia. In campagna elettorale non ce n’è una che non ponga “al centro” del suo “programma” – poi regolarmente obliato appena arraffata la poltrona – il mitico ed universalmente condiviso “sostegno alla famiglia”.Vorrei proprio capire com’è possibile “sostenere” una famiglia sbalestrandone i membri da una parte all’altra, tutti in turni di lavoro i più folli ed arbitrari, senza alcun rispetto per le feste comandate né pietà per quello che, a parole, sempre più inquietanti nella loro vacuità, affermano essere il “fondamento della società umana”: la famiglia.Si badi bene poi che queste “autorità” ricevono il sistematico e convinto appoggio della locale Curia. Ma da quelle stanze, al riparo dalle delizie riservate alla “gente normale”, non arriva nemmeno un timido mugolio contro questa situazione, che vede sempre più i due elementi di base della famiglia, il maschio e la femmina, ridotti a trottole che ad un ritmo forsennato sono dominate da un’unica preoccupazione: “sbarcare il lunario”, accettando ogni tipo di condizione lavorativa, compresa quella riguardante orari e turni.Questi “uomini di religione” sono ancor più responsabili, perché hanno (o almeno dovrebbero avere) un riferimento chiaro ed inequivoco sul famoso “senso della vita”. Pertanto dovrebbero disporre di tutti gli strumenti necessari per “indicare la via”, fornendo “illuminati” consigli alle “autorità” sulle “cose del mondo”, tra le quali rientra a pieno titolo – tanto occupa la vita delle persone – la sfera del lavoro. Il loro silenzio pesa dunque come un macigno. Talmente sono invischiati nel “mondo moderno”, avendone accettato la logica e l’abitudine ad accompagnarsi ai “potenti”, che pure loro non concepiscono alcuna forma di resistenza, né incarnano un “carattere” in grado di affermare “sì sì, no no”. Sono un puro orpello folcloristico, ma dalle loro bocche non esce più una “parola di verità”. Mi chiedo se anche loro ci credano o no, a questo punto, all’Inferno…Il resto della combriccola va come deve andare quando non vi è più una guida. Gli uni – i padroni di queste imprese commerciali sempre più enormi, anonime e perciò disumane – sono addirittura convinti di svolgere una “opera buona”, dando lavoro anche nei giorni di festa, mentre gli schiavi, costretti ai ceppi, per non impazzire, pian piano introiettano una qualche “ragione” per questa ennesima riduzione degli spazi e dei tempi da dedicare ad altro che non sia il proverbiale “tirare la carretta”.La massa beota che si riversa in questi templi dell’acquisto indotto anche il giorno di “Pasquetta” fa il resto: talmente abbrutita da non desiderare più altro che pascolare in mezzo a merci d’ogni sorta per dare fondo a quei tre soldi che illusoriamente “possiedono”.Ed il tutto – va ripetuto perché è la cosa più vergognosa – con la ‘benedizione’ dei religiosi, che col loro silenzio-assenso si rendono complici di un altro passo verso la dissoluzione della famiglia.In una situazione del genere, come faccia a non andare in frantumi un matrimonio è un mistero. Infatti i divorzi sono all’ordine del giorno ed è evidente che tra le cause vi sono da considerare anche dei ritmi di lavoro, compresi questi orari “liberalizzati”, i quali fan sì che questi due poveretti, marito e moglie, non riescano più ad incontrarsi, poiché vi sono solo e sempre delle “cose da fare”. Compreso il figlio, o i figli, che non si sa più dove “parcheggiare”, a questo punto persino nei giorni di vacanza dalla scuola (un altro enorme ingranaggio che tritura la personalità umana, e che predispone l’individuo all’introiezione del modello imperante che lo attende da adulto).Ma è subito pronta la caritatevole soluzione: più “scuole dell’infanzia”, più “asili nido”!Ora, chi afferma questa cosa, peggio che mai se indossa abiti religiosi, o è un deficiente che non sa quel che dice o un connivente con un sistema perverso, anche se a parole afferma di “sostenere la famiglia”.Non si fanno certo i figli per piazzarli in un “nido”! Mi sbaglio?Se questa povera creatura che non desidera altro che la vicinanza alla mamma – e meno al babbo, che subentrerà soprattutto in una seconda fase – viene scaricata a destra e a manca, in mani perlopiù estranee (la “tata”!), quali entusiasmanti risultati ci si può attendere? Sarà, come minimo, un essere con degli scompensi a livello emozionale.Ma che importa, tanto da adulti – e a volte sin da adolescenti – dobbiamo dare da mangiare ad avidi e incompetenti (perché inadeguati) “strizzacervelli”, no? E a tutta la schiera di “specialisti” che, concependo l’essere umano come una macchina, non trovano mai il bandolo della matassa dei malesseri che esso sperimenta nel corso della sua esistenza. “Ciechi che guidano altri ciechi”…Più l’uomo si fissa sulla “libertà” e più si stringe la corda al collo. Per questa fisima del tutto moderna (da cui il “liberismo”, il “liberalismo”, fino alle “liberalizzazioni”), non si riesce più a concepire alcun “Ordine”, che è vero perché è conforme alle cose “così come sono”: da qui la fine di ogni “ordine” relativo, anche nell’ambito del calendario e degli orari.L’obiezione scettica, e perciò “modernissima” nel suo dubitare e relativizzare ogni cosa, è subito pronta: e qual è “l’ordine naturale delle cose”? Il problema è che l’uomo moderno non si ascolta più, non dà più attenzione a quelli che sono i suoi reali (e universali) bisogni, preso com’è dal vortice della necessità (indotta con mille artifici da chi ha interesse a tenere masse di uomini sotto controllo per far andare le loro vite ‘in fumo’) e dalla convinzione – comprensibile per non vivere in una costante lacerazione interiore – che comunque “va bene anche così”.Se invece i padroni dei “centri commerciali” (assieme a tutti gli altri “padroni”, essi stessi spesso vittime del sistema di cui s’illudono d’avere il controllo) non venissero accontentati su tutta la linea non credo sarebbe un gran dramma. Solo che in questo “mondo moderno” – che ha dichiarato “tanti saluti” a Dio, fa come se non ci fosse, né esistesse un motivo per cui siamo qui – sembra che tutto vada in una unica direzione, verso il basso, o verso la dissoluzione, il che è lo stesso, cambiando solo la prospettiva.L’uomo non mira ad “elevarsi”, coltivando anche le relazioni familiari in un contesto sano e tranquillo; non fa sì che la sua esistenza sia orientata ad un post mortem il più felice possibile; non ha più nessuno che lo difenda da tutte le “forze contrarie”, incoraggiando e, perché no, imponendo uno stile di vita virtuoso, in linea coi dettami e le indicazioni fornite da quella che si afferma essere (sempre più solo quando c’è da far polemica con altre religioni) la propria tradizione “di origine divina”.Questa dovrebbe essere la funzione di “autorità” degne di questo nome. Ma quelle che quest’uomo dei “tempi ultimi” è in grado di darsi, non sanno far altro che creargli ostacoli e rendergli la vita impossibile, quando invece tutto sarebbe ‘apparecchiato’ per rendercela facile.Forse, per ogni “lunedì di Pasqua aperto” c’è qualche famiglia che ‘chiude’… e. galoppini europeanphoenix.com

Se non cresce il PIL, che cresca il ben-essere (by Leozappa)

Martedì, 3 Aprile 2012
Una medaglia è il premio per chi sale sul podio alle Olimpiadi. Una medaglia è il premio dei militari e delle Forze dell´ordine che si sono distinti nel loro servizio. Quelle degli sportivi, dei militari e dei poliziotti sono attività che richiedono un impegno personale che va ben oltre l´ordinario, tanto che si parla comunemente di sacrificio. Eppure per queste attività la ricompensa non è costituita dal denaro, ma da un oggetto che ha un valore solo simbolico. La medaglia è il segno dell´onore che la società tributa a chi si è distinto. È significativo che proprio le attività che impongono sacrifici, anche fisici, abbiano un sistema premiale del tutto estraneo alla sfera economica.Quello degli onori è un meccanismo motivazionale che mette in crisi il main-stream della società di mercato basato sull´homo oeconomicus, che agisce solo razionalmente alla ricerca dell´utile/profitto. La tradizione millenaria e l´emozione corale che caratterizza le premiazioni dimostra che l´onore è radicato nella psicologia sociale dell´essere umano. L´onore riesce ad incentivare comportamenti virtuosi che, spesso, vanno anche oltre il dovere statuito legalmente. Esso si alimenta nella considerazione sociale. La medaglia è il pubblico riconoscimento che una comunità riserva a chi l´ha meritoriamente servita. La gratifica economica non va oltre la sfera intersoggettiva: è un corrispettivo attribuito a una prestazione eccezionale da parte di chi ne ha tratto vantaggio.La medaglia, invece, viene conferita in cerimonie corali perché rappresenta l´omaggio che la collettività tributa a chi ha reso un servizio nell´interesse generale. La forza incentivante che continua ad avere, anche nella disincantata società del XXI secolo, il meccanismo degli onori meriterebbe la sua generale adozione nei settori che riconoscono il valore del merito e della condotta virtuosa. Penso, in primis, al settore della formazione, di ogni ordine e grado. Poco importa che il premio per il miglior studente porti alla memoria esperienze non edificanti della storia recente del nostro Paese. I giovani hanno bisogno di incentivi e, se si vuole una scuola di eccellenza, l´eccellenza deve essere pubblicamente riconosciuta. Serve a gratificare chi ha meritato e, aristotelicamente, a stimolare negli altri l´emulazione. Così nel mondo delle professioni. L´esercizio di una professione richiede comportamenti virtuosi. I codici deontologici non bastano. Occorre andare oltre la logica punitiva. Oggi solo l´anzianità viene formalmente riconosciuta dal sistema ordinistico. Si tratta di un omaggio doveroso, ma privo di ricadute virtuose. L´istituzione di premi per i professionisti che, nella loro attività, hanno reso benefici (anche) alla collettività consentirebbe di riscoprire le finalità sociali della professione, offrendo esempi comportamentali che frenino la deriva mercantile che un demagogico richiamo ai modelli europei sta imponendo anche nel nostro Paese. Economisti, come Luigino Bruni, hanno già indagato la validità del sistema premiale (L´Ethos del mercato). Peraltro, è un sistema che appartiene alla storia italiana. Fu teorizzato da Giacinto Dragonetti che, nel Settecento, diede alle stampe il libello Delle virtù e dei premi. Filosofi, come Kwame Anthony Appiah, hanno invece esplorato il ruolo dell´onore nella società occidentale e orientale, mostrandone i limiti ma anche la forza performante: può attivare comportamenti virtuosi, altrimenti non ottenibili legalmente (Il codice d´onore). Valga per tutti l´esempio dei militari, il cui eroismo spesso non ha altra motivazione che il senso dell´onore proprio e della patria. Mi rendo conto che potrebbero essere considerazioni in-attuali. Ma anche il mondo delle imprese ha riscoperto l´importanza della credibilità sociale. “Etica & impresa”, “Impresa e cultura”, “Bilancio sociale”: sono tutti premi che promuovono il ruolo sociale delle imprese onorandole. Non hanno equivalenti nel sistema delle professioni intellettuali e in quello della formazione, scolastica e universitaria. Si potrebbe partire da qui. Perché promuovere comportamenti virtuosi forse non aumenta il Pil, ma migliora sicuramente il ben-essere delle persone. a.m. leozappa formiche

10 Premi Nobel contro il pareggio di bilancio in Costituzione (ma nessuno ne parla!)

Mercoledì, 21 Marzo 2012

Il 6 marzo, la Camera ha approvato in seconda lettura, il disegno di legge che introduce il vincolo del pareggio di bilancio nella Costituzione italiana. La nuova normativa prevede l’equilibrio tra entrate e uscite anno per anno, contraddicendo così uno degli elementi cardini dell’economia keynesiana, ovvero il raggiungimento dell’equilibrio in un intero ciclo economico. Fa un passo avanti decisivo, quindi, la costruzione di quella “Europa tedesca” voluta dal nuovo patto fiscale, promosso dalla cancelliera Merkel, sulla base di una errata analisi della crisi europea, tutta concentrata sull’ipotesi che essa sia dovuta alla “prodigalità” dei paesi periferici (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Abbiamo invece visto che tale ipotesi è contraddetta dai fatti, come si ostinano a sottolineare molti economisti. Il testo tuttavia presenta alcuni alleggerimenti al fine di tenere conto del ciclo economico. Come si può leggere sul sito della Camera: In particolare, le novelle all’art. 81 della Costituzione, che detta regole sulla finanza pubblica e sulla formazione del bilancio, sanciscono il principio del “pareggio di bilancio”, in base al quale lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle diverse fasi – avverse o favorevoli – del ciclo economico. Si prevede tuttavia una eventuale deroga alla regola generale del pareggio, stabilendo che possa consentirsi il ricorso all’indebitamento solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e al verificarsi di eventi eccezionali, che possono consistere in gravi recessioni economiche; crisi finanziarie e gravi calamità naturali. Per circoscrivere e rendere effettivamente straordinario il ricorso a tale deroga, si dispone che il ricorso all’indebitamento connesso ad eventi eccezionali sia autorizzato con deliberazioni conformi delle due Camere sulla base di una procedura aggravata, che prevede un voto a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti. Viene comunque a cadere la possibilità di un fine tuning del ciclo economico attraverso la spesa pubblica che gli economisti keynesiani americani hanno spesso sollecitato nel dopoguerra. Si deve inoltre tenere conto che l’Italia, in quanto membro dell’Eurozona, non ha più alcuna possibilità di intervento sulla politica monetaria, quindi sul tasso di interesse e sul controllo della base monetaria, altro strumento principe del fine tuning. La modifica va poi letta nel contesto europeo del “fiscal compact”, che obbligherà il nostro paese al rientro dal debito fino a raggiungere la ratio del 60% sul Pil e l’impossibilità di produrre deficit oltre lo 0,5%. Ciò che il premier britannico David Cameron, pur sostenitore dell’austerity, ha definito “proibire Keynes per legge” Nulla viene inoltre detto rispetto all’obiettivo finale dell’intervento pubblico teorizzato nella macroeconomia keynesiana, ovvero la piena occupazione. Anche gli Stati Uniti, nel 2010, si sono trovati di fronte ad una proposta simile, avanzata dai Repubblicani. La proposta avveniva in un quadro in cui l’Amministrazione Obama procedeva a stimoli economici che hanno portato allo sfondamento del “tetto” del debito pubblico, che ha raggiunto il 100% sul Pil, il più alto debito pubblico della storia del Paese dalla seconda guerra mondiale. Nonostante questo quadro la proposta è stata rigettata dall’Amministrazione progressista ed è stata oggetto di un duro e circostanziato dibattito. Tra gli altri, quattro premi Nobel, affiancanti da altri economisti di prestigio, scrissero un appello contro il pareggio di bilancio nel quale si affermava:

Una modifica [costituzionale] che introduce il pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi di fronte alla recessione. In una recessione economica le entrate fiscali cadono mentre alcune uscite, come ad esempio l’indennità di disoccupazione, aumentano … Mantenere il bilancio in pareggio ogni anno aggraverebbe le recessioni. [...]

Induce inoltre a manovre contabili dubbie (come la vendita di terreni pubblici e altre attività, contando i proventi come entrate a riduzione del disavanzo), e altri trucchi di bilancio. Le controversie sul significato di pareggio di bilancio probabilmente finirebbero nei tribunali, con una politica economica che finirebbe sotto il controllo della magistratura. [...] Anche durante le espansioniun vincolo di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché l’aumento dei rendimenti derivanti da investimenti, anche quelli interamente pagati con entrate aggiuntive, sarebbe considerati incostituzionali, se non compensati da altre riduzioni di spesa. L’appello, firmato tra gli altri dai Nobel Kenneth Arrow, Peter Diamond, Eric Maskin, Robert Solow mette in evidenza gli effetti perversi del vincolo del pareggio di bilancio, sia in un periodo di recessione che di espansione. Come il caso italiano, anche quello americano prevedeva alcune scappatoie, ma i Nobel sottolineavano che le procedure rafforzate “sono ricette per la paralisi.” Come si è già detto, di vincolo di bilancio non si è più parlato negli USA per l’opposizione ferma del Presidente Obama, del Partito Democratico e di larga parte degli economisti. L’Europa invece ha ormai imboccato una strada opposta, legandosi progressivamente le mani proprio nel momento in cui è necessaria una politica economica coraggiosa ed espansiva. E lo ha fatto con un vincolo costituzionale imposto ai paesi membri che avrà conseguenze sull’azione di qualsiasi governo futuro.

Tratto da http://keynesblog.com/2012/03/07/pareggio-di-bilancio-in-costituzione-litalia-proibisce-keynes-per-legge-gli-usa-no/

L’appello dei premi Nobel al Presidente Obama contro il pareggio di bilancio in Costituzione.

Cari presidente Obama, presidente Boehner, capogruppo della minoranza Pelosi, capogruppo della maggioranza Reid, capogruppo della minoranza al Senato McConnell,

noi sottoscritti economisti sollecitiamo che venga respinta qualunque proposta volta ad emendare la Costituzione degli Stati Uniti inserendo un vincolo in materia di pareggio del bilancio. Vero è che il Paese è alle prese con gravi problemi sul fronte dei conti pubblici, problemi che vanno affrontati con misure che comincino a dispiegare i loro effetti una volta che l’economia sia forte abbastanza da poterle assorbire, ma inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, cosa che avverrebbe nel caso fosse approvato un emendamento sul pareggio del bilancio, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose.

1. Un emendamento sul pareggio di bilancio avrebbe effetti perversi in caso di recessione. Nei momenti di difficoltà economica diminuisce il gettito fiscale e aumentano alcune spese tra cui i sussidi di disoccupazione. Questi ammortizzatori sociali fanno aumentare il deficit, ma limitano la contrazione del reddito disponibile e del potere di acquisto. Chiudere ogni anno il bilancio in pareggio aggraverebbe le eventuali recessioni.

2. A differenza delle costituzioni di molti stati che consentono di ricorrere al credito per finanziare la spesa in conto capitale, il bilancio federale non prevede alcuna differenza tra investimenti e spesa corrente. Le aziende private e le famiglie ricorrono continuamente al credito per finanziare le loro spese. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio impedirebbe al governo federale di ricorrere al credito per finanziare il costo delle infrastrutture, dell’istruzione, della ricerca e sviluppo, della tutela dell’ambiente e di altri investimenti vitali per il futuro benessere della nazione.

3. Un emendamento che introducesse il vincolo del pareggio di bilancio incoraggerebbe il Congresso ad approvare provvedimenti privi di copertura finanziaria delegando gli stati, gli enti locali e le aziende private trovare le risorse finanziarie al posto del governo federale. Inoltre favorirebbe dubbie manovre finanziarie (quali la vendita di terreni demaniali e di altri beni pubblici contabilizzando i ricavi come introiti destinati alla riduzione del deficit) e altri espedienti contabili. Le controversie derivanti dall’interpretazione del concetto di pareggio di bilancio finirebbero probabilmente dinanzi ai tribunali con il risultato di affidare alla magistratura il compito di decidere la politica economica. E altrettanto si verificherebbe in caso di controversie riguardanti il modo in cui rimettere in equilibrio un bilancio dissestato nei casi in cui il Congresso non disponesse dei voti necessari per approvare tagli dolorosi.

4. Quasi sempre le proposte di introduzione per via costituzionale del vincolo di pareggio di bilancio prevedono delle scappatoie, ma in tempo di pace sono necessarie in entrambi i rami del Congresso maggioranze molto ampie per approvare un bilancio non in ordine o per innalzare il tetto del debito. Sono disposizioni che tendono a paralizzare l’attività dell’esecutivo.

5. Un tetto di spesa, previsto da alcune delle proposte di emendamento, limiterebbe ulteriormente la capacita’ del Congresso di contrastare eventuali recessioni vuoi con gli ammortizzatori gia’ previsti vuoi con apposite modifiche della politica in materia di bilancio. Anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica perche’ gli incrementi degli investimenti ad elevata remunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo. Un tetto vincolante di spesa comporterebbe la necessita’, in caso di spese di emergenza (per esempio in caso di disastri naturali), di tagliare altri capitoli del bilancio mettendo in pericolo il finanziamento dei programmi non di emergenza.

6. Per pareggiare il bilancio non è necessario un emendamento costituzionale. Il bilancio non solo si chiuse in pareggio, ma fece registrare un avanzo e una riduzione del debito per quattro anni consecutivi dopo l’approvazione da parte del Congresso negli anni ’90 di alcuni provvedimenti che riducevano la crescita della spesa pubblica e incrementavano le entrate. Lo si fece con l’attuale Costituzione e senza modificarla e lo si può fare ancora. Nessun altro Paese importante ostacola la propria economia con il vincolo di pareggio di bilancio. Non c’è alcuna necessità di mettere al Paese una camicia di forza economica. Lasciamo che presidente e Congresso adottino le politiche monetarie, economiche e di bilancio idonee a far fronte ai bisogni e alle priorità, così come saggiamente previsto dai nostri padri costituenti.

7. Nell’attuale fase dell’economia è pericoloso tentare di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole.

Firmato:

KENNETH ARROWpremio Nobel per l’economia 1972
PETER DIAMOND,  premio Nobel per l’economia 2010
WILLIAM SHARPEpremio Nobel per l’economia 1990
CHARLES SCHULTZEconsigliere economico di J.F. Kennedy e Lindon Johnson, animatore della Great Society Agenda 
ALAN BLINDERdirettore del Centro per le ricerche economiche della Princeton University
ERIC MASKINpremio Nobel per l’economia 2007
ROBERT SOLOWpremio Nobel per l’economia 1987
LAURA TYSONex direttrice del National Economic Council
 
http://www.senzasoste.it/economia/l-appello-dei-premi-nobel-contro-il-pareggio-di-bilancio
via scienzeumanegiudici
 

Dio è meglio del PIL per uscire dalla crisi (by Socci)

Lunedì, 19 Marzo 2012

Monopolizzano la scena ormai da mesi: la “signora crescita” e il “signor Pil”. E inseguiamo tutti drammaticamente il loro matrimonio. Anche in queste ore sono al centro delle trattative fra partiti, governo e sindacati. La politica italiana si è perfino suicidata sull’altare di questa nuova divinità statistica da cui sembra dipendere il nostro futuro. Se però alzassimo lo sguardo dalla cronaca dovremmo chiederci: chi è questo “signor Pil”? I manuali dicono che è il «valore di beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo Paese in un intervallo di tempo». Ma fu proprio l’inventore del Pil, Simon Kuznets, ad affermare che «il benessere di un Paese non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale».Lo ha ricordato ieri Marco Girardo, in un bell’articolo su Avvenire, aggiungendo che ormai da decenni economisti e pensatori mettono in discussione questo parametro: da Nordhaus a Tobin, da Amartya Sen a Stiglitz e Fitoussi. Girardo ha riproposto anche un bell’intervento di Bob Kennedy, che già nel 1968, tre mesi prima di essere ammazzato nella campagna presidenziale che lo avrebbe portato alla Casa Bianca, formulò così il nuovo sogno americano: «Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani».Non è una discussione astratta. Infatti con l’esplosione e lo strapotere della finanza – che nei primi anni Ottanta valeva l’80 per cento del Pil mondiale e oggi è il 400 per cento di esso – questo “erroneo” Pil è diventata la forca a cui si impiccano i sistemi economici, il benessere dei popoli e la sovranità degli stati. Oggi la ricchezza finanziaria non è più al servizio dell’economia reale e del benessere generale, ma conta più dell’economia reale e se la divora, la determina e la sconvolge (e con essa la vita di masse enormi di persone). Anche perché ha imposto una globalizzazione selvaggia che ha messo ko la politica e gli stati e che sta terremotando tutto. La crescita del Pil o la sua decrescita decide il destino dei popoli, è diventata quasi questione di vita o di morte e tutti – a cominciare dalla politica, ridotta a vassalla dei mercati finanziari – stanno appesi a quei numerini.Dunque le distorsioni e gli errori che erano insiti nell’originaria definizione del Pil rischiano di diventare giudizi sommari e sentenze di condanna per i popoli. Per questo, l’estate scorsa, nel pieno della tempesta finanziaria che ha investito l’Italia, un grande pensatore come Zygmunt Bauman, denunciando «un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo», descriveva così l’assurdità della situazione: «C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca».Nessuno ovviamente può pensare che non si debba cercare la crescita del Pil (l’idea della decrescita è un suicidio). Il problema è cosa vuol dire questa “crescita” e come viene calcolata oggi. Qui sta l’assurdo. Bauman faceva un esempio: «Se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito». Con questa assurda logica – per esempio – fare una guerra diventa una scelta salutare perché incrementa il Pil, mentre avere in un Paese cento Madre Teresa di Calcutta che soccorrono i diseredati è irrilevante.Un esempio italiano: avere una solidità delle famiglie o una rete di volontariato che permettano di far fronte alla crisi non è minimamente calcolato nel Pil. Eppure proprio noi, in questi anni, abbiamo visto che una simile ricchezza, non misurabile con passaggio di denaro, ha attutito dei drammi sociali che potevano essere dirompenti. Ciò significa che ci sono fattori umani, non calcolabili nel Pil, che hanno un enorme peso nelle condizioni di vita di una società e anche nel rilancio della stessa economia. Perché danno una coesione sociale che il mercato non può produrre, ma senza la quale non c’è neppure il mercato. Ecco perché Benedetto XVI nella sua straordinaria enciclica sociale, “Caritas in Veritate”, uscita nel 2009, nel pieno della crisi mondiale, ha spiegato che «lo sviluppo economico, sociale e politico, ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano di fare spazio al principio di gratuità», alla «logica del dono».Ovviamente il Papa non prospetta “l’economia del regalo”. Il “dono” è tutto ciò che è “gratuito”, non calcolabile e che non si può produrre: l’intelligenza dell’uomo, l’amore, la fraternità, l’etica, l’arte, l’unità di una famiglia, la carità, l’educazione, la creatività, la lealtà e la fiducia, l’inventiva, la storia e la cultura di un popolo, la sua fede religiosa, la sua laboriosità, la sua speranza. Se vogliamo guardare alla nostra storia, sono proprio questi fattori che spiegano come poté verificarsi, nel dopoguerra, quel “miracolo economico” italiano che stupì il mondo. Tutti oggi parlano di crescita (e siamo sotto lo zero), ma come fu possibile in Italia, dal 1951 al 1958, avere una crescita media del 5,5 per cento annuo e dal 1958 al 1963 addirittura del 6,3 per cento annuo?Non c’erano né Monti, né la Fornero al governo. Chiediamoci come fu possibile che un Paese sottosviluppato e devastato dalla guerra balzasse, in pochi anni, alla vetta dei Paesi più sviluppati del mondo. Dal 1952 al 1970 il reddito medio degli italiani crebbe più del 130 per cento, quattro volte più di Francia e Inghilterra, rispettivamente al 30 e al 32 per cento (se assumiamo che fosse 100 il reddito medio del 1952, nel 1970  noi eravamo a 234,1). È vero che avemmo il Piano Marshall, ma anche gli altri lo ebbero. Inoltre noi non avevamo né materie prime, né capitali, né fonti energetiche. Eravamo usciti distrutti e perdenti da una dittatura e da una guerra e avevamo il più forte Pc d’occidente che ci rendeva molto fragili. Quale fu dunque la nostra forza?È – in forme storiche diverse – la stessa che produsse i momenti più alti della nostra storia, la Firenze di Dante o il Rinascimento che ha illuminato il mondo, l’Europa dei monaci, degli ospedali e delle università: il cristianesimo. Pure la moderna scienza economica ha le fondamenta nel pensiero cristiano, dalla scuola francescana del XIV secolo alla scuola di Salamanca del XVI. Noi c’illudiamo che il nostro Pil torni a crescere se imiteremo la Cina. Ma la Cina – anzi la Cindia – non fa che fabbricare, in un sistema semi-schiavistico (quindi a prezzi stracciati), secondo un “know how” del capitalismo che è occidentale. Scienza, tecnologia ed economia sono occidentali. L’Oriente copia.Proprio l’Accademia delle scienze sociali di Pechino, richiesta dal regime di «spiegare il successo, anzi la superiorità dell’Occidente su tutto il mondo», nel 2002, scrisse nel suo rapporto: «Abbiamo studiato tutto ciò che è stato possibile dal punto di vista storico, politico, economico e culturale». Scartate la superiorità delle armi, poi del sistema politico, si concentrarono sul sistema economico: «negli ultimi venti anni» scrissero «abbiamo compreso che il cuore della vostra cultura è la vostra religione: il cristianesimo. Questa è la ragione per cui l’Occidente è stato così potente. Il fondamento morale cristiano della vita sociale e culturale è ciò che ha reso possibile la comparsa del capitalismo e poi la riuscita transizione alla vita democratica. Non abbiamo alcun dubbio».
Loro lo sanno. Noi non più.di Antonio Socci www.antoniosocci.com

L’epoca delle rivolte borghesi (by Zizek)

Sabato, 17 Marzo 2012

Come ha fatto Bill Gates a diventare l’uomo più ricco d’America? La sua ricchezza non ha nulla a che fare con la produzione di software di qualità a prezzi inferiori a quelli della concorrenza o con uno “sfruttamento” più efficace dei suoi dipendenti (la Microsoft paga uno stipendio relativamente alto ai lavoratori intellettuali).
Il software della Microsoft continua a essere comprato da milioni di persone perché è riuscito a imporsi come uno standard quasi universale, monopolizzando in pratica il settore, quasi una personificazione di quello che Marx chiamava “intelletto generale”, riferendosi al sapere collettivo in tutte le sue forme, dalla scienza al know how pratico. Bill Gates ha di fatto privatizzato parte dell’intelletto generale ed è diventato ricco intascando i profitti.La possibilità di privatizzare l’intelletto generale non era stata prevista da Marx nei suoi scritti sul capitalismo (soprattutto perché ne aveva trascurato la dimensione sociale). Eppure è proprio questo il nocciolo delle dispute odierne sulla proprietà intellettuale: mano a mano che nel capitalismo postindustriale il ruolo dell’intelletto generale – basato sul sapere collettivo e la cooperazione sociale – continua a crescere, la ricchezza si accumula in modo del tutto sproporzionato rispetto al lavoro speso per la sua produzione. Il risultato non è, come sembrava aspettarsi Marx, l’autodissoluzione del capitalismo, ma la graduale trasformazione del profitto generato dallo sfruttamento del lavoro in una rendita ottenuta grazie alla privatizzazione della conoscenza.Lo stesso è vero per le risorse naturali, il cui sfruttamento è una delle maggiori fonti di rendita del mondo. C’è una lotta permanente su chi debba aggiudicarsi questa rendita, se i cittadini del terzo mondo o le grandi multinazionali occidentali. Paradossalmente, spiegando la differenza tra il lavoro (che nell’uso produce plus­valore) e altre merci (che consumano il loro valore nell’uso), Marx parla proprio del petrolio come esempio di una merce “ordinaria”, il cui consumo diminuisce al crescere del prezzo. Oggi qualunque tentativo di collegare l’aumento e la diminuzione del prezzo del petrolio alla crescita o al calo dei costi di produzione o al costo della manodopera utilizzata non avrebbe senso: i costi di produzione sono trascurabili rispetto al prezzo che paghiamo per il petrolio, un prezzo che in realtà è la rendita di cui i proprietari della risorsa possono disporre grazie alla sua limitata disponibilità.Una conseguenza dell’aumento di produttività causato dall’impatto, in crescita esponenziale, della conoscenza collettiva è il cambiamento nel ruolo della disoccupazione. È il successo stesso del capitalismo (maggiore efficienza, crescita della produttività) a generare disoccupazione, rendendo inutile un numero sempre maggiore di lavoratori: quella che dovrebbe essere una benedizione – serve meno lavoro usurante – diventa una maledizione. O, per dirla in termini diversi, l’opportunità di essere sfruttati in un lavoro a lungo termine oggi viene percepita come un privilegio.Il mercato mondiale, come ha osservato Fredric Jameson, è “uno spazio in cui tutti un tempo sono stati lavoratori produttivi e in cui il lavoro ha cominciato dappertutto a essere troppo costoso per il sistema”. Nel processo di globalizzazione capitalistica che stiamo vivendo, la categoria dei disoccupati non è più confinata a quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”. Comprende anche, come osserva Jameson, “quelle sterminate popolazioni di tutto il mondo che sono state deliberatamente escluse dai progetti modernizzatori del capitalismo del mondo sviluppato e messe da parte come casi disperati”: i cosiddetti stati falliti (Congo, Somalia), vittime della carestie o di disastri ecologici, quelli intrappolati in lotte etniche pseudoarcaiche, al centro delle attenzioni di filantropi e ong, oppure bersagli della guerra al terrore.La categoria dei disoccupati si è quindi ampliata fino a comprendere una gamma enorme di persone, dai temporaneamente disoccupati ai non più occupabili e permanentemente disoccupati, fino agli abitanti dei ghetti e degli slum (tutti quelli che Marx tendeva a liquidare definendoli “lumpenproletariat”) e a intere popolazioni escluse dal processo capitalistico globale, come gli spazi vuoti nelle mappe antiche.Alcuni sostengono che questa nuova forma di capitalismo offre nuove possibilità di emancipazione. Questa almeno è la tesi di Moltitudine, di Michael Hardt e Antonio Negri, che cercano di radicalizzare la tesi di Marx secondo cui basterebbe tagliare la testa al capitalismo per ottenere il socialismo. Marx, a loro giudizio, subiva un condizionamento storico: pensava in termini di lavoro industriale centralizzato, automatizzato e gerarchicamente organizzato, quindi per lui l’intelletto generale era qualcosa di simile a un’agenzia centrale di pianificazione.Solo oggi, con l’affermarsi del “lavoro immateriale”, secondo gli autori è diventato “oggettivamente possibile” un capovolgimento rivoluzionario. Questo lavoro immateriale si estende tra due poli, dal lavoro intellettuale (la produzione di idee, testi, programmi per computer eccetera) al lavoro di cura (come quello svolto da medici, babysitter e assistenti di volo). Oggi il lavoro immateriale è egemonico nel senso in cui Marx affermava che, nel capitalismo dell’ottocento, era egemonica la grande produzione industriale: non s’impone con la forza dei numeri ma svolgendo il ruolo centrale, strutturale ed emblematico. Quello che emerge è un dominio ampio e nuovo, definito “comune”: il sapere condiviso e nuove forme di comunicazione e cooperazione. I prodotti del lavoro immateriale non sono oggetti ma nuove relazioni sociali o interpersonali; la produzione immateriale è biopolitica, è la produzione della vita sociale.Hardt e Negri descrivono il processo che gli ideologi dell’attuale capitalismo postmoderno celebrano come il passaggio dalla produzione materiale a quella simbolica, dalla logica centralistico-gerarchica a quella dell’auto-organizzazione e della cooperazione multicentrica. La differenza è che Hardt e Negri sono fedeli a Marx: cercano di dimostrare che aveva ragione, che l’emergere dell’intelletto generale a lungo termine è incompatibile con il capitalismo. Gli ideologi del capitalismo postmoderno sostengono esattamente il contrario: la teoria (e la pratica) marxista, affermano, rimane nei limiti della logica gerarchica del controllo statale centralizzato, quindi non può misurarsi con gli effetti sociali della rivoluzione dell’informazione.Ci sono buone ragioni empiriche a supporto di questa tesi: quello che di fatto ha condannato i regimi comunisti è stata la loro incapacità di adattarsi alla nuova logica sociale. Cercarono di governarla, di farne l’ennesimo progetto di pianificazione statale centralizzata su larga scala. Il paradosso è che ciò che Hardt e Negri celebrano come un’opportunità per superare il capitalismo viene celebrato dagli ideologi della rivoluzione dell’informazione come l’ascesa di un nuovo capitalismo “senza attriti”. L’analisi di Hardt e Negri ha alcuni punti deboli che ci aiutano a capire come il capitalismo sia riuscito a sopravvivere a quella che (nei classici termini marxisti) avrebbe dovuto essere una nuova organizzazione della produzione che lo rendeva obsoleto. I due studiosi sottovalutano la portata del successo del capitalismo di oggi nel privatizzare l’intelletto generale, così come il fatto che gli stessi operai, più della borghesia, stanno diventando superflui (sono sempre di più i lavoratori che si trovano a essere non solo temporaneamente disoccupati, ma strutturalmente non occupabili).Se idealmente il vecchio capitalismo presupponeva un imprenditore pronto a investire denaro (suo o preso in prestito) nella produzione che egli stesso organizzava e dirigeva per incassare un profitto, oggi si sta affermando un nuovo modello: non più l’imprenditore che possiede l’impresa, ma il manager esperto (o un consiglio di manager presieduto da un amministratore delegato) che dirige un’impresa in mano alle banche (a loro volta guidate da manager che non ne sono proprietari) o a singoli investitori. In questo nuovo tipo ideale di capitalismo, la vecchia borghesia, diventata non funzionale, acquista una nuova funzionalità in quanto management salariato: gli esponenti della nuova borghesia percepiscono un salario, e anche se possiedono parte della loro impresa, ricevono azioni come integrazione del loro compenso (“premi” per il loro “successo”).Questa nuova borghesia continua ad appropriarsi del plusvalore, ma nella forma (mistificata) di quello che è stato definito “plus-salario”: sono pagati molto più del salario minimo proletario (un punto di riferimento puramente mitico, il cui unico esempio reale nell’odierna economia globale è il salario degli operai sfruttati nelle fabbriche in Cina o in Indonesia), ed è questa differenza rispetto ai proletari comuni a determinare il loro status. La borghesia in senso classico tende quindi a scomparire: i capitalisti ricompaiono come un sottoinsieme di lavoratori salariati, manager abilitati a guadagnare di più in virtù della loro competenza (ed è per questo motivo che la “valutazione” pseudoscientifica diventa cruciale: legittima le disparità). La categoria dei lavoratori che guadagnano un plus-salario non si limita certo ai manager, ma si estende a ogni genere di esperti, amministratori, dipendenti pubblici, medici, avvocati, giornalisti, intellettuali e artisti. Il “plus” assume due forme: più soldi (per i manager e simili), ma anche meno lavoro e più tempo libero (per alcuni intellettuali, ma anche per amministratori statali eccetera).Il processo valutativo usato per decidere quali lavoratori debbano ricevere un plus-salario è un meccanismo arbitrario del potere e dell’ideologia, senza nessun serio rapporto con la vera competenza. Il plus-salario non esiste per ragioni economiche, ma per motivi politici: serve per mantenere una “classe media” in funzione della stabilità sociale. L’arbitrarietà della gerarchia sociale non è un errore, ma il vero punto della questione, e l’arbitrarietà della valutazione svolge un ruolo analogo all’arbitrarietà del successo di mercato. La violenza minaccia di esplodere non quando c’è troppa contingenza nello spazio sociale, ma quando si cerca di eliminarla.In La marque du sacré Jean-Pierre Dupuy definisce la gerarchia come una delle quattro procedure (“dispositivi simbolici”) utilizzate per rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).Malgrado le apparenze, questi meccanismi non contestano o minacciano la gerarchia, ma la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”. Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.A questo fenomeno è collegata l’impasse in cui si trova la Cina di oggi: l’obiettivo ideale delle riforme di Deng Xiaoping era introdurre il capitalismo senza la borghesia (perché sarebbe diventata la nuova classe dirigente). Ma ora i leader cinesi fanno i conti con la dolorosa scoperta che il capitalismo senza la solida gerarchia resa possibile dall’esistenza di una borghesia genera un’instabilità permanente. E allora che strada prenderà la Cina? Gli ex comunisti si stanno dimostrando i manager più efficienti del capitalismo perché la loro inimicizia storica nei confronti della borghesia in quanto classe si adatta perfettamente alla tendenza del capitalismo attuale di diventare un capitalismo manageriale senza borghesia – in entrambi i casi, come disse Stalin molto tempo fa, “i quadri decidono tutto” (una differenza interessante tra la Cina e la Russia di oggi: in Russia i professori universitari sono sottopagati in modo ridicolo – in realtà fanno già parte del proletariato – mentre in Cina hanno un confortevole plus-salario che garantisce la loro docilità).L’idea del plus-salario getta nuova luce anche sulle persistenti proteste “anticapitalistiche”. In tempi di crisi, i primi candidati a stringere la cinghia sono i livelli più bassi della borghesia salariata: la protesta politica è l’unica strada possibile se vogliono evitare di unirsi al proletariato. Anche se le loro proteste a parole sono rivolte contro la logica brutale del mercato, di fatto protestano per la graduale erosione della loro posizione economica politicamente privilegiata.Nella Rivolta di Atlante, Ayn Rand immagina uno sciopero di capitalisti “creativi”, una fantasia che trova la sua realizzazione perversa negli scioperi di oggi, molti dei quali hanno come protagonista una borghesia salariata mossa dal timore di perdere i suoi plus-salari. Queste non sono proteste proletarie, ma contro la minaccia di essere ridotti allo status di proletari. Chi osa scioperare oggi, quando avere un lavoro stabile è di per sé un privilegio? Non gli operai malpagati in (quello che rimane delle) fabbriche tessili o posti simili, ma quei lavoratori privilegiati che hanno posti garantiti: insegnanti, operatori del trasporto pubblico, poliziotti. Questo spiega anche l’ondata di proteste degli studenti: la loro motivazione principale è presumibilmente la paura che in futuro l’istruzione superiore non garantisca più un plus-salario.Allo stesso tempo è chiaro che l’enorme ondata di proteste dell’anno scorso, dalla primavera araba all’Europa occidentale, da Occupy Wall street alla Cina, dalla Spagna alla Grecia, non dovrebbe essere liquidata semplicemente come una rivolta della borghesia salariata. Ogni caso va considerato a sé. Le proteste studentesche contro la riforma dell’università in Gran Bretagna erano chiaramente diverse dagli scontri di agosto, che sono stati una sagra consumista di distruzione, una vera esplosione degli esclusi.Si potrebbe sostenere che la sollevazione in Egitto sia cominciata in parte come rivolta della borghesia salariata (con i giovani istruiti che manifestavano per la loro mancanza di prospettive), ma questo è stato solo un aspetto di una più ampia ribellione contro un regime oppressivo. D’altra parte, la protesta non ha comportato una vera mobilitazione degli operai e dei contadini poveri, e la vittoria elettorale degli islamisti rende evidente la limitata base sociale dell’originale protesta laica. La Grecia è un caso speciale: negli ultimi decenni si è creata una nuova borghesia salariata (soprattutto nella pachidermica amministrazione statale) grazie agli aiuti finanziari dell’Unione europea, e le proteste sono state motivate in larga misura dalla minaccia che tutto questo possa finire.Alla proletarizzazione della piccola borghesia salariata si accompagna all’estremo opposto la remunerazione irrazionalmente alta dei top manager e dei grandi banchieri (irrazionale perché tende a essere inversamente proporzionale al successo di un’azienda). Invece di sottoporre queste tendenze a una critica moralistica, dovremmo leggerle come segnali del fatto che il sistema capitalistico non è più capace di garantire una stabilità autoregolamentata. Rischia, in altre parole, di sfuggire al controllo. s. zizek internazionale

Democrazia del profitto e valore della bellezza (by Rossi)

Sabato, 17 Marzo 2012

La più grande ristrutturazione storica del debito statale è avvenuta in Grecia in una situazione ancora non del tutto chiara. Il cosiddetto salvataggio, che non elimina tuttavia le dichiarazioni di default, è stato condotto con lo scopo dichiarato di tutelare, nei limiti del possibile, i creditori ben più che i cittadini greci. Creditori che, anche attraverso la speculazione ampiamente adottata con le assicurazioni stipulate sul default greco, mediante quei singolari derivati chiamati credit default swaps, per il momento, pur nei tagli all’ammontare dei crediti, hanno goduto di una sorta di sgangherata par condicio creditorum. E questa, ai danni di una cittadinanza, in pericolo di caduta oltre che economica, di democrazia. Questa operazione, creata dalle derive del capitalismo finanziario globale, è ben diversa dalla impostazione ideologica e culturale adottata dal presidente Roosevelt con il New Deal, che aveva in precedenza indicato come principio fondamentale per risolvere la crisi della grande depressione, progetti che venissero dal basso e non dall’alto, e che prestassero «fiducia una volta di più nell’uomo dimenticato in fondo alla piramide economica»Le politiche di austerity prima, e di vaga quanto incerta crescita poi, costituiscono da tempo in Occidente uno “stato di eccezione”, con grave pericolo della democrazia e dei diritti dell’uomo storico, ripresi nella Dichiarazione del 1948 e frutto della profonda cultura europea.The forgotten man, cioè l’uomo dimenticato, è sempre più dimenticato in ragione anche di una crescita basata soltanto ed esclusivamente sulle quantità del Pil, il quale può sì avere un suo riflesso nel rapporto tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, ma all’interno del singolo Paese, ricco o povero che sia, il Pil non conta più, se non in rapporto al benessere e al profilo soggettivo della ricchezza individuale, per cui quella dell’uno non dà la stessa felicità che l’identica ricchezza dà all’altro.Globalizzazione, Pil, crescita esclusivamente economica, spinta all’educazione alle sole culture tecnologiche o scientifiche, ma con scarso pensiero critico, sono state recentemente bollate e aspramente criticate da Martha C. Nussbaum, anche nell’articolo apparso sull’ultimo numero della rivista Il Mulino dal titolo “Educare per il profitto o per la libertà?”. Conclude significativamente la Nussbaum che “produrre crescita economica non significa produrre democrazia, né garantire una popolazione sana, occupata, istruita”. La creazione di élite competenti in tecnologie e affari ha sottovalutato l’importanza di educare alle scienze umane e alle arti per evitare l’ottusità morale che, eliminando i valori creati dalle scienze umane, ha soppresso uno degli aspetti principali della democrazia, quello della partecipazione critica dei cittadini alle scelte politiche. È così che l’”uomo dimenticato” si allontana sempre più dalla politica costellata di luoghi comuni e di interessi lobbystici, con governanti che impongono modelli e schemi di attività sociali, con presunzione e arroganza ora vergognosamente scandalosa, ora sobria, ma sempre aliena dal considerare al centro della democrazia the forgotten man.Eppure le disuguaglianze sempre più gravi create dalla cultura dell’economia finanziaria invece che dalla cultura delle scienze umane, delle arti (non del mercato dell’arte) e del pensiero critico, non vengono rimosse secondo una ricetta che già in altri momenti di crisi avevano convinto dei grandi illuministi come Condorcet. Questi era del parere che, per risolvere le inuguaglianze create dalla libertà dei commerci, fosse necessario garantire la parità di istruzione dei cittadini. Egli stesso, poi, fin da allora, sottolineava che è la ricchezza che domina la politica e che dunque la politica in realtà è appannaggio dei ricchi. L’invito di Martha Nussbaum a investire oltre che nelle competenze tecniche e scientifiche anche, e ora soprattutto, in quelle umanistiche e artistiche, che potrebbero sparire perché non producono profitto, rimane inascoltato. Ciò comporta il rischio di soffocare, nella mancata coscienza dei diritti umani e di quelli dei cittadini a scegliersi liberamente il loro governo, anche la grande tradizione della democrazia europea e dei diritti umani che fanno parte della sua storia. Cioè quei diritti sociali dell’uomo storico europeo alla salute, alla dignità del lavoro e all’abitazione, all’uguaglianza dei punti di partenza, insomma a tutto il processo di welfare che finora ha in qualche modo fatto sì che nei Paesi europei la pur dilagante povertà sia meno grave che altrove. Risultano allora inquietanti le dichiarazioni di chi è ai vertici delle istituzioni europee, che hanno accompagnato la crisi e che pretenderebbero ora di risolverla, che il welfare europeo è finito.Non è invece tempo di investire nella democrazia, nel pensiero critico e nella cultura della bellezza delle arti, grande patrimonio europeo e in modo particolare italiano? Sarà forse questa una strada per riproporre all’uomo dimenticato che anche la Bellezza, come nei miti dell’antica Grecia, produce ordine e giustizia, cioè elimina le disuguaglianze. La giustizia di Afrodite nella ricostruzione del mito greco fatta da James Hillman può essere un viatico da non trascurare poiché, come egli conclude, “quando Lei trionfa in tutta la sua sublimità, allora la sconfinata confusa chiarezza del cosmo stesso è in perfetto ordine, e anche la giustizia trionfa”. g. rossi ilo sole24 ore

Crollano i consumi? ecco come stiamo cambiando

Giovedì, 15 Marzo 2012
Il crollo dei consumi è veramente dovuto solo alla crisi? Oppure intervengono anche fattori di cambiamento culturale e sociale negli italiani? “Se spostarsi diventa un lusso” titola la Stampa. “Cibo, bevande, tabacco, spendiamo come nel 1981”, gli fa eco il Corriere della Sera. Ovunque il calo dei consumi degli italiani viene dipinto con le tinte fosche di un evento drammatico. Ma l’argomento merita almeno qualche considerazione più approfondita.A colpire l’immaginario dei lettori è spesso il concetto di recessione. La crisi ci sta trascinando all’indietro di 30 anni, affermano i giornali. Ma l’idea di recessione è legata ad una visione lineare della storia, che a sua volta è una “invenzione” relativamente recente. Nelle culture popolari, tradizionali, rurali, la storia è piuttosto ciclica, scandita dall’eterno ritorno dei giorni, delle stagioni, delle ere geologiche.Il concetto di progresso ha rotto la ciclicità della storia. Un concetto che, pur partorito oramai duemila anni fa dall’etica cristiana e dall’idea di salvezza, ha trovato il suo successo solo in tempi recenti, quando lo sviluppo della tecnicaha permesso all’uomo di affrancarsi dalle leggi naturali. Dunque il fatto di tornare indietro non dovrebbe di per sé spaventarci, ed è più “naturale” di quanto immaginiamo.Certo, si obbietterà, questo “regresso” non è frutto di una maturazione culturale delle persone ma di una crisi che sta riducendo alla povertà una fetta sempre maggiore della popolazione. È vero, e aggiungo che tale crisi non distrugge le ricchezze ma le redistribuisce verso l’alto. Distrugge la classe media, aumenta la concentrazione, arricchisce infinitamente le grandi banche e le corporazioni. E probabilmente – data la natura ciclica del capitalismo – prepara il campo per una nuova crescita. Crea aree immense di mano d’opera a buon mercato; fa piazza pulita per poter ripartire da zero.Ma è altrettanto vero che è nei momenti difficili che si prendono le decisioni più drastiche, che si affrontano quei cambiamenti necessari che gli agi e il benessere ci portavano a rimandare ad un domani indefinito.Analizziamo meglio i dati cui si accennava all’inizio. I consumi di carburanti hanno avuto, nel febbraio 2012, un crollo del 20 per cento rispetto allo stesso mese del 2011. Pur facendo la tara delle nevicate che hanno bloccato a lungo strade e autostrade, degli scioperi dei trasportatori che incidono di diversi punti sui consumi di benzina, il dato resta comunque impressionante.Ma è un male? A parte il sicuro beneficio per l’ambiente, ci sono altri dati che fanno supporre che al calo dei consumi dei carburanti non abbia corrisposto un peggioramento degli stili di vita degli italiani. Ad esempio sta riscontrando un successo crescente il carpooling. Sempre più persone scelgono di condividere la propria auto con altri passeggeri, al tempo stesso risparmiando, inquinando meno, e rendendo più piacevole il viaggio.Negli ultimi due anni gli utenti italiani sono aumentati del 200 per cento, i siti che offrono il servizio si sono moltiplicati (da carpooling.it a roadsharing.it apostinauto.it). Si calcola – dati del sito postoinauto.it – che con le auto condivise il costo medio per la benzina sia di 5 euro per 100 chilometri, e si risparmi fino al 67 per cento sulla benzina e il 50 per cento sul completo costo della trasferta.E che dire del crollo della spesa degli italiani, ripiombati secondo il Corriere al 1981? Anche qui il calo dei consumi alimentari avviene in un contesto di partenza caratterizzato dall’eccesso. Se dalla dieta degli italiani spariscono alcuni cibi sovraconsumati – si pensi al consumo di carne – non può certo essere considerato un dramma.Non sarà che l’improvvisa necessità ha fatto aprire d’un tratto gli occhi agli italiani? Possibile che ad un assottigliarsi dei portafogli stia corrispondendo unarricchimento delle coscienze? A dare adito ad interrogativi di questo genere arriva anche una ricerca del Censis sui “Valori degli italiani” che testimonia il netto calo dell’individualismo ed un ritorno alla ricerca di collettività, di nuove forme di aggregazione sociale.Gli italiani abbandonano un modello basato sulla competizione e cercano di elaborare un senso collettivo. E, udite udite, bocciano il consumismo. Il 57 per cento pensa che “al di là dei concreti problemi di reddito, nella propria famiglia il desiderio di consumare è meno intenso rispetto a qualche anno fa”.Sembra che la crisi stia innescando un meccanismo di reazione – involontario e non calcolato – a quel modello sociale neoliberista che proprio dalla crisi, come da ogni shock, immaginava di trarre il massimo beneficio. Gli italiani – e come loro molti altri cittadini d’Europa e del mondo – sembrano risvegliarsi da quel torpore in cui anni di benessere a buon mercato li aveva fatti precipitare. Che la crisi, una volta tanto, possa rivoltarsi contro il sistema che l’ha generata? a. degl’innocenti ilcambiamento

Sono vent’anni che i ministri economici sono “tecnici”

Venerdì, 9 Marzo 2012

L’ultimo ministro politico-politico al Bilancio (poi trasformato in superministero dell’Economia) è stato il sempre vituperato andreottiano, Paolo Cirino Pomicino (luglio 1989-giugno 1992).  Con buona pace dei Gabibbo dell’Antipolitica, alla guida dell’economia del Paese si sono succeduti, nell’ordine, solo ministri “tecnici”:
Franco Reviglio (giugno 1992-febbraio ’93); Beniamino Andreatta (febbraio 1993-aprile ’93); Luigi Spaventa (aprile 1993-maggio 1994); Giancarlo Pagliarini (maggio 1994-maggio 1995); Rainer Masera (gennaio 1995-gtennaio 1996); Augusto Fantozzi (gennaio 1996-febbraio 1996); Mario Arcelli (febbraio 1996-maggio 1996); Ciampi Azeglio (giugno 1996-maggio 1999); Giuliano Amato (maggio 1999-aprile 2000); Vincenzo Visco (aprile 2000-giugno 2001); Giulio Tremonti (giugno 2001-luglio 2004); Domenico Siniscalco (luglio 2004-settembre 2005); Giulio Tremonti (settembre 2005-maggio 2006); Tommaso Padoa Schioppa (maggio 2006-maggio 2008); Giulio Tremonti (maggio 2008-novembre 2011); Mario Monti (novembre 2011, in carica ad interim). dagoreport

Consumatore, le parole che disincantano il mondo – 1 (by Leozappa)

Mercoledì, 15 Febbraio 2012
E´ entrato nel lessico comune il termine “consumatore”. In origine si parlava dei diritti dei consumatori; oggi spesso capita di sentire persone che si qualificano pubblicamente come consumatori e nel dibattito politico sempre più spesso ci si riferisce ai “cittadini-consumatori” (e non già ai “cittadini”). Consumatore,
è un termine che abbiamo importato dalla burocrazia europea. E´ una parola concettualmente sgradevole, perché definisce una persona per la sua capacità di erodere. Come le termiti! Eppure nessuno sembra accorgersene (salvo Natalino Irti, a cui si devono brillantissime considerazioni sul tema). Devo, però, riconoscere che è un termine onesto. Senza infingimenti, rende evidente la ragione per la quale un soggetto viene preso in considerazione dal sistema: la sua capacità di consumare, erodere beni e servizi: una capacità preziosa e indispensabile per ricreare la domanda che è alla base del processo produttivo. Come è ovvio nei processi economici, si tratta di una parola censuale. Di qui, il grave rischio di porre il cittadino-consumatore al centro dell´azione politica. Non tutti possono essere cittadini-consumatori, perché sono tali solo coloro che hanno capacità di spesa. Pertanto non è indifferente parlare di cittadino o di cittadino consumatore. I diritti dei consumatori attengono alla dimensione economica, quelli del cittadino a quella politica. La prima è naturalmente selettiva, la seconda inclusiva e omnicomprensiva. Omia munda mundis. Ma in un tempo nel quale l´economia governa la politica è, forse, il caso di ricordare come una delle grandi conquiste della modernità è stato il superamento del censo come fonte di legittimazione politica. a.m.leozappa formiche.net