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Ma la Madonna non è ecumenica

Giovedì, 18 Luglio 2013

Gaude Maria Virgo, cunctas hæreses sola interemisti in universo mundo. Rallegrati, Vergine Maria: tu solo hai distrutto tutte le eresie nel mondo intero. Questo si leggeva, sino al Concilio Vaticano II, nelBreviarium Romanum. La Madonna era celebrata come debellatrice di ogni errore dottrinale, come custode e garante indiscussa della Fede cattolica.

Poi certi termini sono caduti in disuso, ritenuti ormai superati e poco adatti al mondo contemporaneo. E negli ultimi decenni la Madonna è diventata semplicemente Maria, l’umile ragazza di Nazareth, più o meno illibata, servizievole, buona moglie e madre di famiglia e niente più. È il mito della “ferialità” della Vergine Santissima. Sia chiaro, la Madonna è stata anche tutto questo, ma non può assolutamente essere ridotta a ciò. Secoli e secoli di Teologia cristiana hanno fatto sì che davvero de Maria numquam satis, con buona pace dei modernisti. Di Maria Santissima non diremo mai abbastanza. Di qui i dogmi e i privilegi mariani riconosciuti dalla Chiesa nel corso della storia: la Verginità perpetua, la Maternità divina, l’Immacolata concezione, l’Assunzione, senza dimenticare la proclamazione della sua Regalità e in attesa del riconoscimento dogmatico di Maria come Mediatrice di tutte le grazie e Corredentrice.
La Madonna, già nel protovangelo (cf. Gen 3,15) ha visto delineata la missione affidatagli da Dio. Ipsa conteret caput tuum: è Maria Santissima che, cooperando all’opera della Redenzione in maniera tutta speciale, schiaccia il capo dell’infernale nemico. Proprio Lei assicura la vittoria sul demonio ad ogni singolo cristiano che le è devoto e alla Chiesa, di cui è Madre. La storia lo dimostra in modo inequivocabile. E testimonia pure come gli interventi della Madonna siano stati tutt’altro che feriali e dimessi. Anzi, potremmo dire, forse banalizzando un po’, che Nostra Signora è stata, è e sarà sempre tutt’altro che politicamente corretta. Basti prendere ad esempio alcuni episodi.
Chi ha assicurato la vittoria della Cristianità sul nemico islamico che minacciava di invadere l’Europa e persino la Basilica di San Pietro? A Lepanto (1571), così come a Vienna (1683), è stata proprio la Madonna a proteggere e guidare l’esercito cristiano. I Papi delle due battaglie hanno visto il suo materno intervento nelle vittorie conseguite. Infatti, dopo Lepanto san Pio V istituì la festa della Madonna del Rosario (la vittoria era stata ottenuta con questa potentissima ed efficacissima preghiera) e inserì nelle litanie lauretane l’invocazione Auxilium christianorum, ora pro nobis; dopo Vienna, invece, il beato Innocenzo XI riconobbe l’intervento della Madonna e istituì la festa del Santissimo Nome di Maria, che tanto era stato invocato dai buoni soldati cristiani. A quanto pare, dunque, la Vergine Maria non gradisce l’islamizzazione europea e non si è mai mostrata favorevole, ovviamente facendo la volontà del Figlio suo, verso il dialogo interreligioso così come lo si intende oggi. Che debba essere accusata di islamofobia e intolleranza?
Poi vi sono altri eventi. Forse non tutti conoscono uno splendido intervento mariano nella Guerra dei Trent’anni, che vide opporsi cattolici e protestanti. Nel 1620, l’esercito cattolico ottenne una vittoria epocale nella battaglia della Montagna Bianca. In questo modo, il dilagare della rivoluzione protestante venne frenato. Il successo si ebbe grazie ad una tavoletta raffigurante la Madonna e trovata in Boemia da un padre carmelitano scalzo. Dopo essere stata portata in trionfo in tutta Europa, oggi questa immaginetta si trova a Roma, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria. Anche questo fatto, che i modernisti evitano di ricordare, sta con ogni evidenza a sottolineare che la Madonna non è ecumenica. E forse proprio per questo oggi verrebbe scomunicata. Così come verrebbe seriamente redarguita da certe autorità ecclesiastiche per quel che si è permessa di fare con Alfonso Ratisbonne, il 20 gennaio 1842. Mentre visitava la chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, a Roma, il Ratisbonne, che era ebreo, ebbe la visione della Madonna, che in pratica lo portò a convertirsi al Cattolicesimo e addirittura a farsi sacerdote. La Madre di Dio ha quindi confermato che solo in Cristo c’è Salvezza e che pertanto anche gli ebrei devono convertirsi a Lui. La comunità ebraica di oggi griderebbe allo scandalo, purtroppo insieme a molti cattolici, e sosterrebbe che la Vergine Maria è antigiudaica e, forse, persino un po’ antisemita.
Non bisogna poi dimenticare i miracoli mariani avvenuti durante l’invasione giacobina dell’Italia alla fine del Settecento. Numerosi dipinti della Madonna, anche davanti allo stesso Napoleone, girarono gli occhi e piansero. La Vergine dunque non era contenta della Rivoluzione francese, né degli ideali da essa scaturiti. Una Madonna rivelatasi antimoderna, quindi, e contro quei presunti “diritti” dell’uomo voluti dalla massoneria…
Prima di queste vicende, ce n’è anche un’altra che merita di essere menzionata: l’apparizione della Madonna di Guadalupe, in Messico, nel 1531, quindi nell’epoca dei conquistadores spagnoli. La Vergine apparve ad un azteco convertito al Cristianesimo, san Juan Diego. Anche qui non si può non intravedere la benedizione che la Madonna diede all’opera di evangelizzazione delle Americhe portata avanti soprattutto dalla Spagna. Eppure oggi c’è chi ancora parla di imposizione della Fede con la forza, di colonialismo becero e quant’altro. Come in tutte le opere umane, ci sono luci e ombre. Ma l’aver condotto a Cristo un intero Continente è stato davvero un capolavoro della grazia divina, confermato, per l’appunto, dall’apparizione mariana tanto cara ai messicani e non solo.
Infine, ma l’elenco sarebbe ancora molto lungo, non si può non parlare di Fatima. Innanzi tutto perché a Fatima, nel 1917, la Madonna ha messo in guardia l’umanità dal comunismo, con buona pace di quei tanti cattolici che, ieri come oggi, cercano un dialogo con le forze di sinistra. In secondo luogo perché proprio a Fatima la Vergine, oltre a esortare alla penitenza per la conversione dei peccatori (altro concetto risibile per i modernisti), ha profetizzato la crisi di fede che sarebbe avvenuta nella Chiesa e di cui siamo oggi testimoni diretti. Accanto a questo ha promesso il Trionfo del suo Cuore Immacolato. Un Trionfo che, si deve pensare, non sarà solo nei cuori dei suoi devoti, ma anche su tutta la società. Un Trionfo che porterà finalmente al cosiddetto Regno di Maria, un regno in cui la regalità sociale di Cristo sarà pienamente attuata, sempre con buona pace di chi ora straparla di laicità positiva e di libertà religiosa.
D’altronde, alcuni prodromi li si è visti, per un po’, nelle vicende politiche del Portogallo. Nel 1931, dopo un periodo di grande caos e anticlericalismo diffuso, l’episcopato portoghese, rispondendo all’invito della Vergine, consacrò la Nazione al suo Cuore Immacolato. E il Portogallo non solo fu preservato dalle guerre, ma nel 1933 vide diventare capo del governo il prof. Antonio de Oliveira Salazar, fervente cattolico e amico di suor Lucia, la veggente superstite di Fatima. Con Salazar si ebbe un ritorno all’ordine sociale cattolico, aumentò il numero di matrimoni in chiesa e crebbero le vocazioni religiose. Tra l’altro, fatto che farà storcere il naso a molti, la stessa suor Lucia ebbe da Dio l’incarico di esortare i vescovi portoghesi a sostenere Salazar alle elezioni del 1945. Pur rilevando alcuni limiti, la Veggente fece sapere che «Salazar è la persona che Dio ha scelto per continuare a governare la nostra patria, è a lui che saranno accordate la luce e la grazia per condurre il nostro popolo per le strade della pace e della prosperità». Dal che si evince l’approvazione dall’Alto, almeno relativa, di un governo di destra corporativa, certo non corrispondente ai canoni democratici prevalenti. E Salazar si recava a visitare suor Lucia, le telefonava e implorava le sue preghiere quando si trovava schiacciato da pesanti preoccupazioni.
Che aggiungere dopo questo breve excursus? Come scriveva Plinio Corrêa de Oliveira, Maria è «la patrona di quanti lottano contro la Rivoluzione. La mediazione universale e onnipotente della Madre di Dio è la più grande ragione di speranza dei contro-rivoluzionari. E a Fatima Ella ha già dato loro la certezza della vittoria». Dovremo passare attraverso i castighi, ma alla fine il Cuore Immacolato di Maria trionferà. E per diventare davvero i soldati e gli apostoli della guerra contro satana, affrettando così la preannunciata primavera, dobbiamo consacrarci alla Madonna, farci suoi schiavi, diventare suoi cavalieri. Cor Jesu, adveniat Regnum tuum! Adveniat per Mariam! f. catani

Fonte: Il Settimanale di Padre Pio via libertaepersona

Una “superstizione” ecumenista?

Venerdì, 5 Settembre 2008

L’idea di redenzione evolutiva, per cui l’umanità matura col progresso della sua scienza e si rende sempre più autonoma da Dio, costituisce il programma dello gnosticismo, intento ad imporre la sua pedagogia per allargare il suo potere a servizio della controchiesa massonica, arrivata nell’era moderna a scalare ogni potere, anche in Vaticano, in vista del piano mondialista.
Siamo di fronte al «conflitto metafisico» la cui realtà sembra del tutto rifiutata dal pensiero moderno.
Eppure si tratta della vera guerra del mondo, della questione essenziale per ogni coscienza e civiltà: il confronto tra verità divina e idee umane, tra vero e virtuale, riassunto nello scontro tra fede e gnosi.
Questo e nessun altro fu, è e sarà sempre il cruciale dilemma del mondo umano: da una parte, la Fede rivelata della Legge naturale e divina come unico termine di discernimento tra bene e male, tra vero e falso; via fondamentale per ogni valido giudizio.
Dall’altra parte, il pensiero gnostico che mira a bandire dalle menti proprio la fede nella Verità divina, la cui unicità è ritenuta causa principale dei conflitti.
Perciò il programma per ottenere la pace nel mondo dovrebbe centrarsi nella omologazione ecumenista d’ogni fede nel senso di una «religiosità globale».
Cosa ha accelerato questo processo nei nostri tempi?

Ormai è impossibile nascondersi che fu proprio il papato conciliare, da quello di Giovanni XXIII all’attuale a portare avanti l’idea ecumenista col Vaticano II che, relativizzando la Verità della Chiesa, presentata come verità tra altre, neutralizzò la nozione stessa della fede fondata in verità assolute.
Non ci sarebbero più leggi, morali o fedi infallibilmente immutabili; è l’idea gnostica, così riciclata in modo implicito, proprio dal neo ecumenismo collegiale salvificante del Vaticano II.
Basta leggere il pensiero espresso nella «Redemptor hominis», di Giovanni Paolo II e poi negli scritti di Joseph Ratzinger (Vedi Sì sì no no, anno 34, numeri 10,11,12).
Tali pensieri erano già nella nuova teologia alla base del Vaticano II; della salvezza collettiva, che relativizza la responsabilità personale e perciò la naturale antecedenza dei doveri, insegnati dalla vera Chiesa, sui diritti umani dichiarati dagli illuministi e oggi anche da clericali giunti in alto loco.
Essi causarono un evidente «rovesciamento religioso» secondo la descrizione del filosofo Augusto Del Noce: «Il processo di scristianizzazione, portando, negli anni sessanta, in rapida accelerazione ad un silenzioso, ma completo rovesciamento dal primato del religioso alla secolarizzazione».
Fu il revisionismo ecumenista, incredibilmente operato dall’interno della Chiesa e in nome della stessa autorità cattolica.
Il confronto tra Fede e Gnosticismo si è allora definito a favore di quest’ultimo a causa delle idee della nuova classe conciliare che ha rifiutato la Metafisica senza che le conseguenze di tale eccidio virtuale del pensiero cattolico fosse percepito, suscitando adeguate reazioni.

Sentiamo l’illustre filosofo, padre Cornelio Fabro: «La crisi attuale della teologia, e di riverbero della Chiesa post-conciliare, è di natura metafisica: è l’oscuramento, se non il rifiuto esplicito, della presenza dell’assoluto nell’orizzonte della coscienza dell’uomo contemporaneo: una crisi che si è trasferita nei teologi per una ‘collisione di simpatia’, come direbbe Kierkegaard. E senza il riferimento all’assoluto nessun valore può resistere, privo del riferimento metafisico il soggetto stesso non riesce a costituirsi in centro operativo responsabile ed è travolto dal gioco irrazionale delle passioni e delle forze della storia. [...] Senza metafisica non c’è teologia, non c’è senso e consistenza di teologia, poiché senza il fondamento assoluto il discorso teologico è travolto nella precarietà del discorso delle cosiddette ‘scienze umane’, nell’insignificanza dell’impressione, del sentimento, del gioco semantico, dell’enfasi vuota. Senza l’assoluto della metafisica viene a mancare all’uomo il fondamento della pietas, l’animo si indurisce nell’orgoglio del transeunte e la volontà si corrompe nella suggestione degli istinti: la rivolta come contestazione permanente o il suicidio» («L’avventura della teologia
progressista», Rusconi, 1974).

Quale sarebbe il fine di questo eccidio-suicidio dell’Idea cattolica?
Il potere, che da molto manipola la coscienza dell’uomo contemporaneo, ha uno scopo ben definito: instaurare una sinarchia globale.
Si vedrà poi da dove procede questo pensiero sinarchico.
Ora vediamo le idee usate per operare tale metamorfosi.

Si tratta di idee fondate su alcuni valori elevati a termini assoluti: valori contingenti e beni relativi presi come princìpi trascendenti.
E’ la confusione sui valori di unità, pluralismo e religiosità sviluppata dal Vaticano II.
«Unità» è senza dubbio un bene per le società, per le famiglie, ecc., ma che può anche divenire un male nell’unione per delinquere o per combattere la politica legata alla visione cristiana del bene e del fine della vita umana.
Questo male diviene estremo, se predicato da autorità religiose in nome del Cristianesimo, perché l’Unità di fede è nota imprescindibile della Chiesa, è articolo del Credo cattolico, è segno perenne della divinità della Chiesa e principio immutabile della Fede.
L’idea di restaurarla con l’operazione ecumenista è perciò contraria alla fede della Chiesa; l’unità religiosa può solo venire dall’accettazione della Verità.
E infatti Gesù Cristo insegna che il bene da Lui portato implica divisioni: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Matteo 10, 34-36).
«Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione» (Lucac 12, 51).
In seguito Gesù insegna anche ad interpretare i segni dei tempi, che per i capi del Vaticano II indicano l’opposto: la bontà, la simpatia e la fraternità consistono nel cercare l’unione di tutta l’umanità, non fondata sulla Verità portata da Cristo, bensì neutralizzandola.

Così, già nel proemio del decreto su l’«ecumenismo» del Vaticano II, «Unitatis redintegratio», si dice:
a) Promuovere il ristabilimento dell’unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del… Vaticano II.
b) Il Signore dei secoli …, in questi ultimi tempi ha incominciato a effondere con maggiore abbondanza nei Cristiani tra loro separati l’interiore ravvedimento e il desiderio dell’unione. [...] anche tra i nostri fratelli separati è sorto, per grazia dello Spirito Santo, un movimento ogni giorno più ampio per il ristabilimento dell’unità di tutti i Cristiani.
L’unità di cui si tratta è quindi da sovraporre alla verità di fede, che deve essere asservita a questa nuova «divina esigenza».
E si noti che a questo scopo avanza la nuova teologia che si fonda sulla salvezza comunitaria in seguito ad una redenzione universale che rende «cristiani anonimi» l’intera umanità.
In tal modo, il Giudizio particolare sulla responsabilità di ogni coscienza sparisce.

«Pluralismo» è l’altro termine di moda che, se in alcuni campi può essere ritenuto un valore, in altri comporta solo errori e confusioni.
Dato che la molteplicità, la varietà e la diversità sono ricchezze del Creato, si tende ad inglobare le loro accezioni nel nome di certa vita sociale e politica, senza, tuttavia, distinguere tra mezzo e obiettivo.
Per esempio, il pluralismo, vantaggioso nell’elezione di un governo, risulta del tutto nocivo se applicato alle sue decisioni, che risultano valide se sono frutto di una direzione univoca e non impedite dallo stesso pluralismo.
Parimenti contraddittorio sarebbe un pluralismo scientifico che va oltre la ricerca, perché la sua ragion d’essere consiste nel giungere ad una conclusione finale prestabilita; in caso contrario non è considerata valida.
Con tale idea, sarebbe come avanzare variazioni sul teorema di Pitagora o sulla legge della gravità: leggi matematiche e fisiche che possono essere dedotte, mai inventate.
Se tanto è vero per la scienza, perché non dovrebbe esserlo per quanto riguarda la vita umana?
Di certo la sua orgine e fine non possono essere dedotti dalle scienze esatte, ma non per questo sono verità meno uniche.
Se la scienza barcolla in mezzo ad un pluralismo di ipotesi sull’origine della vita umana, sarebbe assurdo volerne dedurre la pluralità di cause e fini.
Eppure, oggi la cultura occidentale si compiace nel proclamarsi pluralista per quel che riguarda l’idea sull’uomo e sulla sua anima, che può essere come quella animale o che può reincarnarsi dopo la morte del corpo.
Tutto ciò va a discapito dell’anima individuale e immortale.
Non importa; l’importante sarebbe discuterne insieme, rispettando il pluralismo di idee e senza la pretesa di conoscere l’unica risposta rivelata.

Tale pluralismo è l’esatto contrario della Religione, che trasmette la Parola di Dio sulla realtà umana, rispondendo pertanto in modo univoco sulla nostra origine, stato attuale e fine eterno.
Si può pensare che la confusione e l’ignoranza pluralistica su queste realtà non cambi il comportamento della vita personale e sociale?
Nella Gaudium et Spes (GS) si legge:
44 a) «… la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dallo sviluppo del genere umano».
b) «L’esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell’uomo e si aprono nuove vie verso la Verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa; essa infatti,  fin dagli inizi della sua storia, imparò ad esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei vari popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: allo scopo, cioè, di adattare, quand
conveniva, il Vangelo sia alla capacità di tutti sia alle esigenze dei sapienti. [...] viene promosso uno scambio vitale tra la Chiesa e le varie culture dei popoli. Allo scopo di accrescere tale scambio [... essa] ha bisogno particolare dell’aiuto di coloro che, vivendo nel mondo, sono esperti nelle varie istituzioni e discipline e ne capiscono la mentalità, si tratti di credenti o di non credenti
».

L’interscambio culturale con gli «esperti» non religiosi non si è mai configurato quale necessità religiosa; al contrario, esso è stato un modo per banalizzare o sovvertire il messaggio evangelico.
Per il Cristianesimo, in effetti, una cultura che non si fondi nella Verità soprannaturale è priva della visione generale che deve illuminare l’uomo nel concerto delle verità naturali.
Il fedele, pertanto, sa di trovare nel Vangelo la pienezza sovrabbondante della conoscenza che illumina il fine ultimo dell’uomo.
Lo studio delle lingue, dei costumi, della storia, può spiegare i dettagli della vita dei popoli, non la loro ragione d’essere e, men che mai, il senso della Parola eterna.
Solo la Parola divina, dunque, può chiarire il fine della vita, ma ciò in genere non interessa agli «esperti non credenti», che misconoscono perciò la questione principale: la ragione ultima di una vera cultura.
Questo documento del Vaticano II riflette il tentativo di combinare il temporale con l’eterno, la sociologia con la religione, l’umano col divino, la verità con l’errore.
Si finisce così per giustificare e promuovere ogni manifestazione umana, dall’erotismo all’idolatria.
Se il «patrimonio proprio a tale comunità umana» include tutto, allora il pluralismo religioso, dalle vacche sacre al dio pitone, non è solo tollerabile, ma addirittura desiderabile, per cui la catechesi sulla religione esclusiva e sulla distruzione degli idoli sono un delitto contro l’umanità.
Simili idee prosperarono dopo il Vaticano II, causando l’avanzata di nuovi paganesimi e la diffusione delle sétte, tutte con gli stessi diritti della religione cristiana.

«Religiosità» è il valore di cui più abusa il neoecumenismo.
Quale popolo, in quale tempo ha mai smesso di aspirare al contatto con Dio attraverso una rivelazione divina, una spiegazione che rispondesse alle domande di sempre: da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo; conoscenze che la creatura può avere solo dal suo Creatore?
Quale sarebbe il principio di conoscenza della Verità e del Bene, da cui deriva il bene umano, se non la rivelazione divina?
E’ un fatto che, nella sua negazione e abbandono gli uomini sono portati ad inventare, con la gnosi, rivelazioni e creare religioni proprie.
L’apertura dell’illuminismo rivoluzionario alla «libertà religiosa» fu mezzo per neutralizzare ogni singola fede con la «religiosità globale».

La religiosità è sempre stata presente in tutte le società umane, non meno oggi: quando essa non è endemica, è importata; quando non è tradizionale, è moderna; quando non è frutto del credere è prodotto gnostico; quando non manifesta un culto divino, cade nel satanico.
Basterebbe considerare il corso degli eventi umani nel complesso sviluppo delle civiltà per verificare come, per i popoli, la storia sia sempre stata considerata nel suo carattere soprannaturale.
Il pensiero può accertarlo nella filosofia della storia, quando considera i fatti per arrivare alla comprensione dell’uomo e della sua coscienza.
Già Plutarco diceva: «Viaggiando potrai trovare città senza mura e senza lettere, senza re e senza case, senza ricchezze e senza l’uso della moneta, prive di teatri e di ginnasi. Ma una città senza templi e senza dei, che non pratichi né preghiere, né giuramenti, né divinazione, né sacrifici per impetrare i beni e deprecare i mali, nessuno l’ha mai vista, né mai la vedrà» (Adv. Col. 31).

La nuova evangelizzazione, vedendo il bene della cultura pagana e feticista in se stessa, spinge a conviverci.
Il giorno 8 maggio 1989, mentre il gran sacerdote del Lago Togo invocava le «potenze dell’acqua, del fuoco, dei venti e del tuono», venerate dagli stregoni locali, Giovanni Paolo II era presente in rispettoso silenzio, pronto a ricevere gli arcani influssi della natura.
Egli si premurò, inoltre, di inviare anche i pellerossa ad Assisi, dove essi portarono la pipa della pace e dove non mancarono nemmeno gli adoratori della Trimurti di Brahma, Siva e Vishnù – le tre eterne energie della natura – divinità invocate e adorate davanti all’altare di Santa Maria nella stessa occasione.

Ciò era già stato giustificato dalla Dichiarazione Nostra aetate, 2b, del Vaticano II: «Nell’Induismo, gli uomini scrutano il mistero divino e lo esprimono con la inesauribile fecondità dei miti e con i penetranti tentativi della filosofia; essi cercano la liberazione dalle angosce della nostra condizione sia attraverso forme di vita ascetica, sia nella meditazione profonda, sia nel rifugio in Dio con amore e confidenza. Nel Buddismo, secondo le sue varie scuole, viene riconosciuta la radicale insufficienza di questo mondo mutevole e si insegna una via per la quale gli uomini, con cuore devoto e confidente, acquistare lo stato di liberazione perfetta o di pervenire allo stato di illuminazione suprema per mezzo dei propri sforzi e con l’aiuto venuto dall’alto. Ugualmente anche le altre religioni che si trovano nel mondo intero si sforzano di superare in vari modi, l’inquietudine del cuore umano proponendo delle vie, cioè dottrine, precetti di vita e riti sacri».

Per i cristiani, poiché la vita non nasce dalla materia inerte, ma dallo spirito che la genera, anche la vita sociale è ordinata a quanto la trascende.
Perché parlarne?
Perché se l’idea ecumenista considera questa realtà umana, è per assimilare la «religiosità» alla verità religiosa, l’immanente al trascendente, il sentimento interno delle coscienze alla legge in essa incisa, la buona volontà alla fede.
L’idea ecumenista parifica la Rivelazione con la coscienza, come già aveva visto San Pio X nel modernismo: ogni coscienza rielabora la sua rivelazione e la sua propria fede.
In tal modo la verità soprannaturale, la Fede vera, proverrebbero da sentimenti umani e non da Dio, secondo la dottrina modernista condannata dalla Pascendi di San Pio X.
Da questo brulicare di idee d’ogni sorta, di tale pluralismo, senza esclusione nemmeno del satanismo, si evidenzia oggi l’evolversi della nuova cultura con i suoi fermenti corrosivi di qualsiasi civiltà.
La sua pozione magica, a cui si ricorre alla stregua di droghe che cancellano ogni problema; è la superstiziosa democrazia dell’unità nel pluralismo, non di opinioni, ma di «verità religiose»!

Cercare prima quel che unisce, tralasciando quanto separa, è la frase che riflette l’idea esposta ripetutamente da Giovanni XXIII, dai suoi successori e dagli adepti del Vaticano II, che pur sembrando logica e anche prudente sul piano civile, è del tutto vaneggiante sul piano religioso.
Si provi infatti a estrapolare dai dogmi fondanti della Chiesa di Cristo, dalla sua missione e dal potere del Suo Vicario, soltanto quel che unisce, tralasciando quel che separa dalle altre religioni.
Non rimarrebbe proprio nulla per legarle fra loro, perché quel che distingue il Cristianesimo da tutte le altre religioni è la stessa persona divina di Gesù Cristo.
Chi e cos’altro è essenziale per la Fede?

Questa sottile confusione è divenuta il primo comandamento conciliare: cercare prima di tutto quel che unisce, tralasciando quanto separa; proprio su tale processo di «riciclaggio» dell’essenziale della Fede, secondo il sortilegio ecumenista, si fonda la pastorale conciliare.
E’ un processo davvero strano iniziato da Giovanni XXIII per invertire la condanna del Sillabo di Pio IX: «che il Romano Pontefice possa e debba riconciliarsi e andare d’accordo con il progresso, con il liberalismo e con la civiltà moderna»…
Si dette l’avvio, invece, a una dissimulata mutazione che aprì la Chiesa cattolica al mondo, alle sue religioni e alle sue logge, per liberarla dalla sua natura dogmatica e dal suo passato esclusivista.
Prevalse così l’umanitarismo modernista teso a conciliare la Chiesa col progresso dei tempi.
Quel che avvenne nel mondo, però, fu il truce fallimento delle ideologie legate a tale illuminismo utopico, causa della crisi del mondo contemporaneo.

E’ una crisi profonda che raggiunge ogni campo e livello: dalla famiglia allo Stato, dalla giustizia alla politica.
Dove non vi sono guerre inique ci sono violenza e corruzione sfrenate.
Si convive con l’immoralità e col delitto.
Mai fu più necessaria l’autorità tra gli uomini e mai essa fu così avvilita; mai i suoi mezzi furono più potenti e mai essa fu tanto fuorviata.

Nella prova dei fatti, l’attuale umanitarismo, volendo sostituire l’ordine natu¬rale e divino col nuovo ordine, si è dimostrato deleterio: oggi non si può ricorrere più ad alcun potere umano per frenare disordini nazionali e massacri internazionali.
Il pensiero, sviato dalla fede nell’esistenza del Vero e del Bene, vale a dire di Dio, perdendo sempre più il suo discernimento tra bene e male, sprofonda nel disordine mentale e morale.
E l’umanità, dopo aver vissuto il disprezzo dell’autorità e dell’ordine fondate su princìpi divini, non è più libera, rispetto al passato, ma avviata al decadimento, peraltro umanamente irreversibile; il rapporto tra bene umano, ordine sociale e fede in Dio, prevalente in passato, sembra, infatti, smarrito nelle coscienze.
Dobbiamo esaminare questa decadenza nel rapporto delle cause e degli effetti in campo religioso, altrimenti tutto quanto riguarda la verità della Fede rischia d’essere ridotto solo ad un gioco di parole ed a mero esercizio d’aspetto filosofico.

La rottura dell’Ordine divino può far sorgere un nuovo ordine?

Questo rifiuto, spregio o accantonamento della stessa ricerca della Verità, legata all’Essere, da parte delle coscienze, è la causa dei grandi mali delle società.
Eppure ciò è implicito nell’idea ecumenista, che assimila tutte le religioni, come se fossero tutte verità parimenti buone e rivelate dalle coscienze, secondo il concetto modernista: «La verità non è più immutabile dell’uomo stesso, giacché essa si evolve in lui, con lui e per lui», già condannato da San Pio X (Lamentabili, 58).
Alla luce dell’insegnamento divino, che conduce a riconoscere la verità e a praticare il bene che da essa deriva, si può capire che una dottrina protesa a giustificare la confusione nell’errore e perciò il male, è falsa alla luce del Vangelo e della logica, nonché nefasta sia per i singoli sia per i popoli, soprattutto se viene presentata da autorità religiose.
L’attentato alla Verità è quindi, non solo contro Dio, ma contro l’uomo e la sua società, perché siamo davanti a false «verità» che ne condizionano la storia.
Alla verità sulla caduta originale è anteposta l’antireligione gnostica che sorge per avversare la Rivelazione sul disegno della «salvezza» umana: il «complotto originale» contro la Parola divina, descritto nel libro della Genesi, ovvero la tentazione di edificare la vita e superare i mali terreni con soluzioni autonome dalla verità divina.
Ciò significa contraddirla, come hanno fatto Adamo ed Eva in paradiso, ascoltando il sussurro d’essere come déi, di «conoscere» il bene e il male.
Ma non meno lo si fa oggi col liberalismo religioso conciliato col mondo.

A questo punto si può ben capire il fine della religiosità ecumenista: abbattere i termini essenziali della «religiosità naturale», dell’anelito d’ogni anima umana per la verità che la trascende, della percezione della sua perdita per la mancanza originale; della lotta perenne che il male muove al bene, ossia del bisogno, per affrontare tale lotta, dell’unica legge rivelata e secondo la quale si sarà giudicati.

Attenzione!
La religiosità ecumenista si distingue dalla religiosità cattolica non perché cancella l’anelito «trascendente» dell’uomo, ma perché ne inverte il senso: non più quanto viene da Dio, ma quanto s’immagina di Dio.
In tale soggettivismo tutte le religioni sono considerate alla pari.

Sentiamo cosa Karol Wojtyla, invitato da Paolo VI, predicava in un ritiro in Vaticano: «Dio di maestà infinita! Il trappista o il certosino confessa questo Dio con tutta una vita di silenzio… E il monaco buddista si concentra nella contemplazione che purifica il suo spirito orientandolo verso il Nirvana: ma solo verso il Nirvana?… La Chiesa del Dio vivente riunisce giustamente in essa coloro che in qualche modo partecipano a questa trascendenza, ad un tempo ammirevole e fondamentale dello spirito umano» (1).
Lo stesso senso di religiosità fu dato dal Vaticano II nella Gaudium et Spes.
Lo stesso Wojtyla riconosce che il buddismo è «un sistema ateo», la cui religiosità è rivolta al Nirvana, mai al Dio personale: una religiosità che tralascia la religione, la verità di Dio, e concentra la devozione nel Dalai Lama.
E’ come se la religiosità cattolica fosse diretta al Papa e non a Chi lui rappresenta; una riduzione «religiosa» all’umano, preferita a quanto Dio rivela di Sé e della natura umana.

Quest’operazione ecumenista si svolge riducendo la verità sulla perdita originale della grazia divina ad una leggenda, in base alla scoperta che l’uomo evolve in ogni senso e diviene sempre più adulto, capace di ricuperare da sé la «bontà originale», al punto di poter elaborare la verità del pragmatismo, «verum est faciendum».
La fede ecumenista ammassa ogni verità religiosa per costruire la pace, unico termine su cui l’uomo sarebbe giudicato dalla dea della storia!

L’assalto moderno della «gnosi» è contro la «verità» stessa

Per capire la portata di quest’iniziativa rivediamo il giudizio basilare del Cristianesimo sulla priorità della verità.
Vediamolo, seguendo l’equazione scritta dal giudice Carlo Alberto Agnoli, per poi verificare come la verità legata all’Essere fu ridotta ad una praxis.

L’equazione si svolge secondo la logica relazione: Vero = Bene = giustizia = diritto = libertà e di contro: errore = male = ingiustizia = torto = schiavitù.
«Gesù ha detto: ‘La verità vi farà liberi’ (Giovanniv 8.32) e ha proclamato Se stesso Verità incarnata (Giovanni 14.6), indicando il peccatore, cioè l’operatore di errore, quindi di male, come servo del peccato (Giovanni 8.34). Per vincere l’errore e il male, e raggiungere la vera pace, Gesù insegna a seguire la Verità che conduce al bene, a ‘fare la verità’ (qui autem  facit veritatem venit ad lucem – Giovanni 3.21) e a santificarsi e consacrarsi nella Verità (Giovanni 17,17-19)».
La separazione tra vero e falso, tra bene e male, alla luce della verità rivelata, è la ragione della Religione e d’ogni retta legge, mentre la libertà di scelta anche del falso, come vuole il pensiero gnostico, conduce al male e perciò è contraria al vero diritto: è già male e conflitto.
In conclusione, l’affermazione che non c’è pace senza giustizia è incompleta se priva della sua premessa: non c’è diritto né giustizia e nemmeno una libertà, degna di questo nome, senza la verità.
Quindi, il detto giusto, ma censurato, è quindi: non c’è pace senza verità.

Per la coscienza umana, illuminata dalla Parola di Dio, la deviazione dal Vero è colpa conseguente alla scelta fatta fin dall’inizio della storia; è la verità religiosa, ma pure psicologica del Peccato originale, causa dell’alienazione umana.
L’uomo, col progresso delle scienze, vuole spiegarsi da sé, secondo le visioni di una gnosi antica e di un illuminismo moderno, il cui ultimo e più rifinito ritrovato è appunto il sortilegio ecumenista per la pace.

Perché gnosi?
Perché l’idea ecumenista di mettere insieme le religioni, come se fossero tutte parimenti vere e rivelate, insinua nei credenti la possibilità della creazione gnostica di una super religione.
Perché sortilegio?
Perché non essendo una religiosità ordinata alla Verità, pretende di estrarre dal cappello un magico artificio per ottenere la pace.
Perché ultima?
Perché è il sentimento che causa la recisione terminale d’ogni respiro trascendente, fondato sulla Verità = Essere.
Così, ora, una generazione che si ritiene finalmente «adulta» ritorna alla domanda: quid est veritas?

Il movimento dei cristiani maggiorenni vuole una nuova esegesi biblica, secondo la maturazione dei tempi, prodotti di una religiosità immanente.
Tale religiosità ha elaborato una dottrina riguardo alla verità chiaramente esposta in un articolo pubblicato alla fine del tempo di Paolo VI, per spiegarla finalmente.

Questa dottrina peregrina non può sorprendere se si considera che l’Osservatore Romano, organo ufficioso del Vaticano e, perciò, giornale del Papa, ha pubblicato in prima pagina (3 marzo 1977), nel luogo destinato ai suoi editoriali, un articolo di Raniero Cantalamessa [che ha una posizione importante in Vaticano e nella TV italiana] il quale, inspiegabilmente, non ha avuto nel mondo la ripercussione dovuta alla sua estrema gravità. Tra le incredibili affermazioni dell’articolo c’era quella per cui l’antico criterio di verità obiettiva (verum est ens) è stata sostituita, con l’avvento dello storicismo, dal verum est factum, sostituito, a sua volta, col passaggio dall’Iluminismo al marxismo e al pensiero tecnologico moderno, dal verum est faciendum, per cui «la verità che conta è cosa fare, cioè la praxis».

Coniugando nel tempo passato i verbi menzionati, l’articolista domandava: «Se la Tradizione aveva un suo ruolo quando il primato era della verità – e, indirettamente, del passato – che senso potrebbe avere ora che questo primato fu attribuito alla praxis e quindi al futuro?».
E, con una sincerità e un coraggio che dovrebbero servire di lezione agli ingenui o timidi che cercano di ridimensionare ogni eccesso «progressista», da un lato, e tradizionalista, dall’altro, aggiunge: «Questa – lo si voglia o no ammettere – è la vera, profonda ragione della crisi della Tradizione nella Chiesa e nella teologia».
E, per non lasciar dubbi circa la scelta della Chiesa postconciliare, diceva, un po’ avanti, che «in questa situazione, due sono i pericoli (e le tendenze realmente in atto!)»: «Il primo è il rifiuto globale del nuovo principio di verità con la praxis, e il conseguente ritorno nostalgico al concetto di Tradizione come tradizionalismo. E’ il caso di monsignor Lefebvre, ed è significativo che in lui la componente tradizionalista e antiprogressista vada pari passo con la componente antimarxista. Si noti che il  pericolo non sta nel fatto che i cattolici accolgano il nuovo principio di verità, ma che lo rifiutino. D’altronde, essendo significativo che il tradizionalismo di monsignor Lefebvre sia accompagnato dal suo antimarxismo, proprio perché lui non accetta il nuovo criterio di verità, segue che per quanti lo  accettano, come è il caso di chi segue l’ortodossia postconciliare, non c’è più posto per l’antimarxismo» (Lenildo Tabosa Pessoa, prologo del libro «Monsignor Marcel Lefebvre: Rebelde ou Católico?» del magistrato Ricardo Henry M. Dip, O Expresso, Sao Paulo, 1977).

Il riferimento del bene per la società moderna non sarebbe più la verità, dunque, ma una praxis, tipico dello gnosticismo, che elabora il modo del pensare e dell’agire in base a una propria dottrina, in maniera opposta a quella della fede della Chiesa di Cristo.
La contraddizione di voler conciliare religioni con verità opposte, ma ugualmente vere, traspare dalla idea di un Dio che si compiace di rivelare sofismi sulle questioni centrali della vita, seminando confusioni insanabili tra gli uomini, causa di guerre e rivoluzioni infinite.
E’ la bestemmia ecumenista che si completa con la soluzione avanzata dal pensiero gnostico corrente.

Poiché è storicamente impossibile eliminare l’anelito religioso, il nemico dell’uomo ha bisogno di suscitare tra i popoli una religiosità sincretica in cui ognuno conserva la fede dettata dalla propria coscienza e nega il princìpio dell’unica verità religiosa!
La fede ecumenista, indifferente ad ogni credo, ritiene tacitamente che la verità religiosa, specialmente quella cristiana, sia di disturbo!
La società laica dovrebbe essere, quindi, non solo indifferente, ma perfino avversare come nociva qualunque legge che alluda alla verità sull’anima umana, sulla sua caduta e redenzione e sulla vita dopo la morte.
Simili inezie non dovrebbero mai interessare l’ordinamento civile; è da queste superstizioni del Dio cristiano che il «dio buono» della gnosi ecumenista vuole salvare!
Su di esse ogni cittadino è libero di pensare come gli pare e piace, purché non invochi l’esistenza di una verità rivelata che condizioni la vita in questo mondo!
Qualora lo faccia e parli di una religione vera, discriminante perciò delle altre, diviene reo di «razzismo religioso» e per lui si profila il giudizio, che in Europa rischia di tradursi a breve, in mandato di cattura europeo!

La super religione ecumenista, prodotto di un pensiero gnostico che mira ad una religiosità immanente, è la grande matrigna di queste «persecuzioni» alla rovescia.
La religione tradizionale, infatti, deve essere per forza di cose alienata dal «nuovo ordine», favorito dalla «nuova evangelizzazione» del Vaticano II nonché dalle iniziative dei suoi profeti, che abbracciano la nuova messa di Paolo VI e il suo discorso all’ONU, le riunione delle religioni di Assisi di Giovanni Paolo II e il suo sostegno all’URI (United Religions Initiative).
Il cattolico deve stare in guardia di fronte a tali iniziative e alle loro pastorali invertite, che si riferiscono ai valori cristiani, ma sviano le coscienze dai princìpi immutabili che li rendono vitali.
Alla luce di ciò il nuovo ordine potrebbe essere meglio denominato: l’altro «ordine».
Accettare il pluralismo religioso significa anche seguire altre voci, secondo quel che disse Gesù (Giovanni 5, 43): «Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. Come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?».

La «super religione ecumenista» può essere una superstizione?

Prima di tutto si deve ricordare che, siccome il principio della religione è il contatto, la comunicazione, il legame che il Creatore stabilisce con la sua creatura – la verità nel senso di Dio all’uomo -, tale iniziativa ecumenista non c’entra con la religione, ma col suo contrario.
Cominciamo per definire cosa s’intende per superstizione, dal latino superstitio «star fuori o al di
sopra»; «atto di attribuire a certe cose o a certe pratiche un potere che non possono avere» (Jolivet,  «Vocabulaire de la Philosophie»).
Il termine nella Volgata traduce la credenza religiosa verso divinità malamente conosciute; per i Padri latini è una contraffazione della vera religione.
Insomma, credulità d’aspetto religioso che, per timore di realtà invisibili e nell’ignoranza di veri princìpi, induce i suoi seguaci a false pratiche e doveri, con l’illusione di domare mali ignoti per raggiungere chimerici traguardi.
Una religione simulata, che deforma la religione (S.T. II-II, q. 92, a. 1).
Sotto il nome di superstizione va compreso il culto al vero Dio, ma in maniera errata (culto indebito); vero nelle sue aspirazioni e falso nelle sue applicazioni; basato sul significato falso di un segno o sulla falsa intenzione di chi compie l’atto di religione, per esempio: onorare Dio con le cerimonie del Vecchio Testamento, ecc.
«Il culto falso del vero Dio, il cui disordine è grave ex genere suo (confronta Sant’Agostino, «Contra mendacium», capitolo 3), è ingiurioso a Dio, che non si può adorare con la falsità e la menzogna, ed è di danno alla religione, perché la si rende sospetta di errore. Il Codice canonico (canono 1.251) riconosce agli ordinari locali il dovere di vigilare, affinché il culto divino, in tutte le sue varie mani¬festazioni, si conservi puro da qualsiasi superstizione» (EC. V. XI,  pagine 1.574-76).

La superstizione è quindi una gnosi umana, nata dalla contraffazione di un vero principio, che è quello per cui ogni effetto ha la sua causa, e non si può risolvere nessuna questione senza risalire a questa causa.
Sarebbe la guerra una realtà tanto oscura da non poter essere inquadrata come effetto di una causa intrinseca alla natura umana?
O potrebbe qualcuno affermare che la guerra è un male tanto ignoto da richiedere un tocco magico  perché si raggiunga lo scopo della pace?

Tale domanda racchiude un sofisma poiché, se da una parte nessuno può negare che la storia umana sia piena di guerre, anche di religione, dall’altro si può negare, nel piano dei fatti, che la scienza umana conosca la causa profonda della guerra.
Oggi, nella cosiddetta era del progresso, siamo all’orlo di uno spaventoso conflitto di civiltà in cui da una parte si sbandiera lo slogan: «fate l’amore e non la guerra», e dall’altro si grida alla morte di questo stesso edonismo occidentale.

Da una parte ci sono ragazze che rivendicano l’uso del chador, mentre dall’altra, si vuole la libertà d’esibire l’ombelico.
Forse queste enormi disparità confermano l’analisi di Samuel Huntington («The clash of civilizations»), secondo la quale gravi conflitti esplodono come mai prima nei crocevia territoriali dove ragioni religiose e culturali, represse al livello politico, spingono alla disperata difesa dell’identità di popoli minacciati d’essere assorbiti da altri più forti; il peggior male per i popoli.
Eppure, l’utopia ecumenista mira proprio all’omologazione nel campo più caro ad ogni comunità, che è la propria tradizione religiosa; non intende distruggerla, ma, come se fosse una malattia, neutralizzarla in nome del progresso e in vista di un’ipotetica convivenza in terra.
La fede religiosa e la credulità superstiziosa si distinguono, perché la prima ha per principio la sete della verità divina, mentre la seconda si nutre dei cascami di illusioni per affrontare invisibili paure e angosce umane.
L’espediente di riunire religioni in vista del pericolo di gravi conflitti non dimostra la visione delle  cause di questi, ma l’utopia di una umanità che s’illude d’evolvere per se stessa verso un «bene» immaginario.
Infatti, i capi religiosi che si presentano in tali riunioni non rappresentano fazioni belligeranti, ma al contrario, sono invasati da un’idea di «bene» per cui vale ogni compromesso; proprio quanto i veri credenti respingono.
Perciò tale trovata pacifista-ecumenista non può giustificarsi adducendo ragioni legate alle cause dei conflitti, ma deve coprire il suo ricorso sincretista con i fumi di una nuova mistica, di una praxis religiosa che scansi un male ignoto, proprio come fanno le superstizioni.

Tutto ciò ha il senso inverso del principio religioso della comunicazione di Dio all’uomo, e così  confonde la fede con idee umane su Dio e sulla rivelazione; si passa dalla Parola trascendente alle idee immanenti; significa non solo confusione sulla predicazione cristiana, ma negazione della sua necessità.
Sì perché la Religione insegna che l’essere umano, per non rimanere alla mercede del falso e del male, ha bisogno della Parola rivelata, che è una e ha un solo Principio del vero e del bene.
In tal modo, essendo il Cristianesimo la religione del Dio incarnato per salvare gli uomini dai loro errori, come potrebbe una sua «variazione ecumenista» produrre questi effetti ignorandoLo e confondendo la sua Fede?
In rapporto al bisogno di vero e di bene tale ammucchiata di sentimenti religiosi nulla aggiunge, ma offusca il discernimento tra bene e male, che porta al disordine e mai alla pace.
Quindi, l’idea ecumenista che accomuna diverse religioni per ottenere la pace dell’umanità si presenta come una vera superstizione che induce nei suoi seguaci pratiche false con l’occhio fisso in chimerici traguardi; non solo svia dal principio divino ignorando il suo rapporto di causa-effetto con l’ordine sociale, ma invertendo il senso religioso, di Dio all’uomo, si svela una contraffazione della fede legata al bene personale e sociale.

Si dirà, però: può essere superstizione un ideale condiviso da tante persone e da importanti capi religiosi?
La risposta è alla stregua della precedente considerazione sul principio sopra ricordato: il senso delle idee che vanno dagli uomini, anche di tutta l’umanità, a Dio, non è quello religioso.
I veri princìpi religiosi non dipendono dal consenso umano.
D’esempio è la Rivelazione divina: principio per conoscere la Verità e il Bene che, interpretata nel senso dell’uomo che pensa Dio è improponibile.
Perciò una religione democratica, forte solo del numero di aderenti, una fede priva del principio divino, è falsa, non è niente più che un’altra pseudo rivelazione gnostica e superstiziosa, che non porta ma devia dalla pace, dal bene umano e dall’ordine sociale.
Tale è la «fede del Vaticano II», e allora, non sarà proprio il suo ricorso a questo «sortilegio ecumenista» a specchiare la parte decisiva che ha nel fatto scatenante dell’epocale mutazione nella Chiesa cattolica?
Cioè che il Papa cattolico, il katéchon, che frenava l’avanzata dell’iniquità contro la Cittadella di Dio, è stato «tolto di mezzo»?

Importanti e documentati studi, a cui i Papi cattolici si sono riferiti, svelano il piano finalizzato a mutare il Cristianesimo con i loro termini espliciti: ottenere un papa secondo le nostre idee, per convocare un concilio che consacri la sinarchia ecumenista.
Per arrivare ad insediare tale nuovo papa dovevano, però, prima sopprimere quello tradizionale col suo seguito.
Non è forse qui il profondo legame della storia occulta, che ancora non si vuol conoscere, con il Terzo Segreto di Fatima, che ancora non si vuol capire?

Arai Daniele


1) Karol Woityla, «Le signe de contradiction», edizioni Fayard, 1979, pagine 31-32.