Articolo taggato ‘effedieffe’

E questi sarebbero “tecnici”? di cosa? (by Blondet)

Mercoledì, 11 Aprile 2012

La famosa riforma del mercato del lavoro fa ridere e piangere: è peggio di prima, quando l’articolo 18 esercitava tutta la sua forza bruta. I fancazzisti sono più o meno illicenziabili come prima; nella faccenda si torna ad inserire il giudice del lavoro – l’attore che bisognava lasciar fuori – che può decidere «il reintegro». E d’accordo, si può trovare la scusa che la riforma è fallita perchè la ministra tecnica non è riuscita a superare la fortissima resistenza dei sindacati e delle sinistre che in Parlamento sostengono il governo tecnico con le destre.Vabbè. Ma che dire del pasticcio tragicomico degli «esodati»? L’orribile nome spetta a quei poveracci che si sono licenziati (o sono stati invitati all’«esodo») contando di andare in pensione con le vecchie norme – effettivamente vigenti fino al 31 dicembre 2011. Poi, la «riforma delle pensioni» li ha lasciati a metà del guado, senza salario e senza pensione. Anche per 5 anni. E quanti sono? Sessantamila, dice il governo, che non ne sa bene il numero; 350 mila, secondo altre fonti. Sono comunque un bel numero, vittime di una violazione fondamentale del diritto e della pura e semplice civiltà. Apparentemente, i tecnici non sapevano della loro esistenza.

L’IMU: il capolavoro dei tecnici. Hanno voluto fare insieme una patrimoniale, un atto di punizione storica contro gli italiani che mettono i soldi nel mattone – specie in seconde case – invece che in Borsa (come insegna Goldman Sachs), e magari, chissà, un incentivo allo smobilizzo di quei capitali immobili per mobilizzarli a vantaggio del dinamismo economico. 

Sono riusciti:

1) A stroncare definitivamente la domanda immobiliare, già in agonia per il crollo dei mutui concessi dalle banche (-44%), tassando dieci volte più di prima valori immobiliari che sono caduti, stante la crisi, del 30%. Ed è inutile ricordare quanto l’immobiliare sia un volano trascinatore dell’economia reale per decine di settori, dall’industria dei mobili agli elettrodomestici agli attrezzi elettrici e idraulici.

2) Hanno stroncato l’agricoltura, applicando l’IMU sui fabbricati rurali vasti (perciò ipertassati) come fossero seconde case, colpite esosamente e punitivamente. Ciò che, secondo le associazioni di categoria, «rappresenta una doppia tassazione, essendo i fabbricati strumentali all’attività agricola già tassati quando vengono pagate l’IRPEFe l’ICI sui terreni». Risultato: «Effetti devastanti; l’applicazione dell’IMU potrebbe accelerare la dismissione del settore agricolo». Grazie, competentissimi tecnici.

3) Hanno praticamente sparato alla testa delle 41 mila famiglie che abitano in alloggi di cooperative a proprietà indivisa: gente che vive in case popolari, per lo più. Povera. E che ora deve pagare per l’alloggetto l’IMU punitiva come «seconda casa», anzichè come prima casa. Deve pagare il doppio circa dei normali proprietari di prima casa. Prima, con l’ICI, ognuna di queste famiglie, per 70 mq, pagava 45 euro l’anno. Adesso pagherà 665 euro: un aggravio fiscale di più del 1.350%, sulla fascia più debole dela popolazione. Da cui il fisco estrarrà 500 mila euro l’anno. La nuova IMU confezionata dai tecnici è «paradossale e iniqua», ha detto Luciano Caffini, presidente di Legacoop Abitanti, perchè non riconosce lo status di abitazione principale per questi alloggi, che vengono assegnati proprio a condizione di non possedere un altro alloggio».

I tecnici hanno dimenticato di coordinare le loro «riforme» col diritto, e anche con la logica. Sembrano sopresi dall’esistenza di edifici agricoli che non sono «seconde case», e dall’esistenza di 41 mila famiglie che vivono in cooperative indivise. Alla Bocconi, o a Harvard, non hanno imparato nulla delle cooperative indivise, nè degli spazi che servono all’agricoltura. Hanno imparato «case histories» di Wall Street, e tutto sui CDS ed altri derivati. Hanno vissuto nell’illusione che la realtà esterna fosse lineare come le loro lezioni, e si potesse applicare l’IMU di loro invenzione in modo semplice e lineare. Come ignoravano l’esistenza dei lavoratori che hanno fatto l’esodo dal lavoro, fidando nelle leggi dello Stato, oggi «esodati» senza posto. I tecnici farfugliano: «Le aziende potrebbero riprenderseli…». Non sanno di cosa parlano.

4) Fanno pagare anche gli anziani in casa di riposo. Se hanno un appartamento, è «seconda casa» per l’IMU. Giù tasse. I poveretti dovrebbero venderli, gli appartamenti. Ma come? Nessuno compra, perchè non si fanno mutui.

5) Hanno fatto pagare l’IMU alla Chiesa, ma non alle fondazioni bancarie. Perchè sono, dicono i tecnici, «associazioni benefiche». Che gestiscono banche (scrive Sechi su Il Tempo) «possiedono quote determinanti delle grandi banche, e partecipano agli utili, di cui solo una quota viene ridistribuita in opere di bene. E possiedono un enorme patrimonio immobiliare su cui non pagheranno un euro». Al contrario della Chiesa.

Favori alle banche, sì, i tecnici le sanno fare. È la loro specialità. In questo sono competenti. Su tutto il resto, sono bambini che scoprono solo adesso il duro, complicato mondo reale. Sulle energie rinnovabili, se dare o no i sussidi, distinguere i furbi dai seri produttori, i tecnici non sanno che fare.Sui pagamenti in ritardo delle pubbliche amministrazioni ai fornitori, che stanno devastando aziende e inducendo suicidi di imprenditori, non fanno nulla.Sulla famosa «crescita», nulla di nulla; nessuna idea, solo annunci.Per il resto solo tasse, niente tagli alla spesa pubblica.È l’obiezione, più o meno rispettosa, che si fa al governo dei tecnici. Sempre meno rispettosa, perchè diventa sempre più chiaro che i «tecnici» non solo non hanno il coraggio di intaccare le potentissime caste dei parassiti pubblici, nè le banche nè i partiti, ma non sanno nemmeno come fare. Tecnicamente, non sanno dove sono gli sprechi; non hanno idee precise sulle sacche di mal-amministrazione. L’abolizione dell’articolo 18, hanno detto, «non si può applicare agli statali, perchè sono stati assunti con concorsi». I sacri, truccati concorsi: intoccabili.Ed anche senza concorsi: Il Fatto ha rivelato che proprio all’Agenzia delle Entrate, la Grande Moralizzatrice del popolo evasore, su 1.143 alti funzionari, 767 occupano poltrone a cui non hanno diritto, che hanno preso senza concorso. La «legalità» che Befera impone ai contribuenti, non la impone ai suoi dirigenti: «Sono necessari per assicurare l’operatività delle strutture». La lotta anti-evasione ha la priorità su tutto, il che significa: il fine giustifica i mezzi, principio che regge anche la pirateria e la bande di rapinatori. È l’alto senso giuridico del «tecnico» Befera.«Il numero attuale degli occupati nelle pubbliche Amministrazioni risulta essere abnormemente elevato», scrive il benemerito professor Alessandro Mela. «Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato vi sarebbe unrapporto con il totale sulla forza lavoro del 13.72%. Questi rapporti contrastano visibilmente con il 9.6% della Germania oppure con il 10.7% della Slovacchia. Si tenga presente, per esempio, che 320.000 persone appartenenti ai Corpi di Polizia sono giusto il doppio del numero in ruolo analogo riscontrabile in Russiache ha 143 milioni di abitanti».La pubblica istruzione ha un addetto ogni 5 studenti… «I 515.000 dipendenti delle regioni e di varie autonomie locali sono quasi tre volte più numerosi dei dipendenti in ruolo analogo nei Länder della Germania, che ha ben 81.772,000 abitanti».Si potrebbe tagliare lì, non vi pare? Ma i tecnici non lo fanno. Più tasse, questo lo sanno fare.Tagli agli scandalosi, ripugnanti «rimborsi elettorali» ai partiti criminali, rimborsi che superano di dieci volte le spese realmente sostenute? Che producono i Lusi e i Belsito? Tesorieri in Porsche Cayenne e ville seicentesche? E i Rutelli e i Trota? No, questo i tecnici non lo sanno fare.Risultato finale: il debito pubblico, sotto il governo Monti, il governo tecnico messo lì per ridurre il debito, è aumentato.Leggo da Franco Bechis: «Dal 15 novembre del 2011 al 31 marzo 2012 sono scaduti titoli di Stato di varia natura per 152.940 miliardi di euro. Monti ne ha rinnovati in quantità maggiore dello scaduto: 188.288 miliardi di euro. È grazie a quella differenza, di circa 35,3 miliardi di euro che è aumentato il debito pubblico italiano».La spesa pubblica aumenta automaticamente, se non si intacca l’immane casta parassitaria pubblica. Si è visto con «l’ultimo governo Berlusconi (2008-2011)», quando il debito aumentava fino a superare i 6 miliardi al mese. Ma sotto il governo Monti la cifra è addirittura raddoppiata arrivando a quasi 15,5 miliardi di euro al mese. Ovviamente anche gli interessi che si pagano sul debito, sono aumentati: 5,18 miliardi in più.Complimenti. Avevamo proprio bisogno dei «tecnici». Chissà se non erano tecnici, che casini avrebbero fatto… Tecnici che ignorano la realtà. Tecnici che non possono sostituire, con la loro«scienza» bocconiana e la loro visione teorica della realtà, quello che manca in Italia: lo Stato amministrativo, gli alti dirigenti veramente competenti del loro settore. Ne abbiamo sono strapagati; il capo della Polizia prende 4 volte più del capo dell’FBI, lo sappiamo. Sono strapagati, ma non competenti; sono una casta arrivata lì senza meriti, senza studi, senza scuole, e senza concorso. Inamovibili.Chi ci salverà? m. blondet effedieffe via rischiocalcolato

Salazar, filosofo della politica

Sabato, 22 Ottobre 2011

«Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione! (…). Ma quasi dappertutto gli uomini sembrano oggi inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi tentano di fuggirli. Li si sente sfasati, incapaci di reagire contro le forze così potentemente scatenate» (Salazar).  Prologo Jacques Ploncard D’Assac, che è stato per molti anni il confidente di Salazar, ne ha scritto una biografia (Salazar, Parigi, Editions de la Table Ronde, 1967; traduzione italiana, Milano, Le Edizioni del Borghese, 1968), nella quale traccia anche le linee del pensiero filosofico politico dello statista portoghese. Nel presente articolo mi baso sullo scritto del celeberrimo controrivoluzionario francese (autore, tra tanti altri libri, anche di Doctrines du Nationalisme, 1959; LEtat corporatif, 1960; LEglise occupée, 1975; Le secret des Francs-Maçons, 1979; Apologia della reazione, Milano, Edizioni del Borghese, 1970, in cui riassume in un capitolo la figura di monsignor Umberto Benigni e la dottrina del Sodalitium Pianum da lui fondato per combattere il modernismo e i modernisti).Vita Salazar nacque il 28 aprile del 1889 a Vimeiro e il suo completo nome era Antonio de Oliveira Salazar. Nel 1900 entrò in Seminario e vi restò sino al 1909, quando, diciannovenne, lo lasciò per intraprendere gli studi di giurisprudenza all’Università di Coimbra. Nel 1910 il Portogallo è attraversato da una ondata di rivolta, dopo l’assassinio del re Manuel II da parte di due massoni il 1° febbraio del 1908 e il 5 ottobre del 1910 viene proclamata la repubblica filo-massonica e anti-cristiana. Questi avvenimenti spingono il nostro giovane studente di legge ad occuparsi attentamente delle vicende politiche e a leggerle alla luce dell’insegnamento del sistema tomistico e del Magistero ecclesiastico, che aveva ricevuto in Seminario. Filosofia politica tomistica conosciuta e vissuta Salazar sin dall’inizio scrive che «il problema nazionale èinnanzituttoun problema di educazione e poco importa cambiare regime o partito se non si inizia innanzitutto a cambiare gli uomini. Occorrono dei veri uomini ed è necessario educarli» (1). La sua filosofia politica è assai diversa da quella di Charles Maurras. Per questo bisogna occuparsi innanzitutto della politica (politique dabord), mentre il portoghese aveva capito che prima bisogna occuparsi dell’uomo: se non c’è il vero uomo, animale razionale e libero, fornito di intelligenza retta per conoscere il vero e rifiutare il falso e di libera volontà per fare il bene e fuggire il male, se questo uomo, che è anche animale socievole, non è educato ad essere padrone del suo corpo, dei suoi sentimenti e delle sue passioni e a realizzare la sua finalità nella società nella quale vive, a nulla vale la struttura politica o la forma di governo. Onde innanzitutto la formazione del singolo uomo, della famiglia di cui fa parte e poi si potrà organizzare correttamente la società civile, che è un insieme di famiglie. Come non si può edificare una casa se non si mettono i singoli mattoni uno sull’altro, così non si può organizzare lo Stato, la societas o la polis, se prima non si educa l’uomo e le famiglie che la costituiscono. Per Salazar «sono le idee che governano e dirigono i popoli, e sono i veri e i grandi uomini che hanno le vere e le grandi idee» (2), ma per avere i veri grandi uomini, che realizzano la loro natura di animali intelligenti, liberi e socievoli, bisogna educarli, formarli; quindi è necessario approntare un serio metodo di educazione integrale dell’uomo, nel suo fisico, nella sua sensibilità, nella sua razionalità libera e responsabile, chiamata a realizzarsi in società con altri uomini. Per tutta la sua vita politica (1926-1970) Salazar cercherà di formare veri uomini, vere famiglie e una vera società, nazione o patria. Se Salazar non è maurrassiano, non ha voluto neppure la creazione in Portogallo di una Democrazia Cristiana sul tipo del Sillon francese, ma ha lavorato per l’inserimento dei principi cattolici nella vita sociale e politica del suo Paese, contrariamente allo spirito cattolico-liberale. Egli è la prova provata che si può essere integralmente cattolici, senza essere maurrassiani. Fedeltà al Magistero  Il peccato di Monarchia, ossia il ritenere che l’unica forma possibile di governo sia quella monarchica, come pensavano i nemici di Leone XIII in Francia nel 1892 e poi i maurrassiani nel 1926, non ha mai sfiorato l’intelligenza, formata al tomismo e alle direttive del supremo Magistero pontificio, di Salazar: «La forma di governo è secondaria. Quello che conta sono gli uomini» (3). Nel 1918 si laurea e viene nominato professore di Scienza delle Dottrine Economiche presso l’Università di Coimbra. Egli inizia l’insegnamento nell’idea direttrice di tutta la sua vita: «Vuole essere formatore duomini, crede nella virtù dellinsegnamento, lo fa passare avanti allazione politica e gli subordina lavvenire della rinascita politica del suo Paese» (4). Secondo il Nostro, la «sola azione dei partiti politici non può risolvere i grandi problemi che ci assediano (…). La soluzione dei quali - soleva dire - si trova molto più in ciascuno di noi che nel colore politico dei ministri. Io lavoro a fare dei miei allievi degli uomini nel più alto significato del termine e dei buoni portoghesi (…). Il problema nazionale è quello delleducazione e dello sviluppo integrale e armonioso di tutte le facoltà dellindividuo e non della sola intelligenza» (5). Certamente la politica, come virtù di prudenza sociale, è importante per Salazar, ma viene solo dopo aver formato l’uomo, come la societas o la polis si forma solo dopo che varie famiglie si sono unite assieme in vista di un fine e sotto un’autorità. Salazar viene candidato dal Centro Cattolico al Parlamento, è eletto e il 2 settembre del 1921 partecipa per la prima e l’ultima volta ad una seduta parlamentare. Ne rimane scioccato. Infatti un ministro portoghese del partito conservatore, il quale faceva parte della maggioranza, dopo avere appreso che in Francia avevano vinto le elezioni i progressisti, gli dice: «Non possiamo far nulla. È il momento delle sinistre!». Egli vede – in quell’istante – tutta la inutilità e la vacuità della vita parlamentare. Il governo aveva la maggioranza, ma si sentiva impotente a governare perché in un Paese straniero avevano vinto le sinistre. «Ilnostro avvenire dipende solo danoi’, commenta Salazar, il presente è ancoranostro’», e la sera stessa rassegna le dimissioni da deputato (6). Apprezzava la politica come prudenza sociale, ma non la partitica parlamentaristica e il democraticismo rousseauiano (7). Le tre forme di governo Nel 1922 affronta il problema della forma politica da dare al Portogallo come filosofo della politica e non come parlamentare. Egli si rifà all’insegnamento che il 18 dicembre 1919 Benedetto XV nella Epistola al cardinale patriarca di Lisbona Celeberrima evenisse aveva impartito ai portoghesi riprendendo l’enciclica che Leone XIII, nel 1892 aveva scritto ai francesi (Au milieu des sollicitudes). Papa Giacomo Dalla Chiesa esortava i cattolici portoghesi a sottomettersi alle autorità della repubblica, poiché tutte le forme di governo in sé sono lecite; ciò che le rende buone o cattive sono le leggi che esse fanno. Ora la monarchia in Portogallo è stata rovesciata sin dal 1909 e non ha serie possibilità di vittoria. Quindi i cattolici debbono fare in modo che la repubblica portoghese abbia un parlamento che legiferi conformemente al diritto divino-naturale: «Che i fedeli obbediscano alle autorità, qualunque sia lordinamento dello Stato. Da esse dipende il bene comune, che è la suprema legge dello Stato (…). È dovere del cristiano la fedele sottomissione al potere costituito’, come ha insegnato egregiamente Leone XIII nellenciclica Au milieu des sollicitudesdel 16 febbraio 1892 (…). La Chiesa ha recentemente rinnovato scambievoli rapporti con la repubblica portoghese, i cattolici di costì, a loro volta, si sottomettano con buona volontà al potere civile come ora è costituito» (8). La politica del Riavvicinamento in Portogallo ebbe buon esito, poiché i cattolici portoghesi obbedirono al Papa e il loro pensatore era Salazar; in Italia la politica della Riconciliazione del 1929 ebbe buon esito, poiché era capo del governo un uomo – Benito Mussolini – che non aveva i pregiudizi della scuola liberal-risorgimentale di assoluta separazione tra Stato e Chiesa, come dichiararono sia lui che Pio XI; solo in Francia il Ralliement fallì, poiché il gallicanesimo non accettò i consigli del Papa e si aggravò sotto Pio XI nel 1926 con Maurras, che era ateo e teneva per la separazione tra Stato e Chiesa, tra la politica e la morale. L’essenziale per la Chiesa e per Salazar è che la repubblica riconosca che «lautorità viene da Dio» (San Paolo) in maniera remota e dal popolo solo come canale, il quale designa un nome e gli trasmette, come un canale, la potestas quae est nisi a Deo come fonte. Inoltre la repubblica non mutui il democraticismo egualitarista e contrattualista da Rousseau, ma accetti la gerarchia naturale come mezzo necessario all’uomo, che vive in società, per raggiungere il bene comune temporale subordinato a quello spirituale (9). Altro tema importante di filosofia politica, toccato in quell’anno da Salazar, è quello della legittimità del potere. Essa si basa sulla finalità del potere, che deve far leggi conformi al fine della società; una legge difforme da quella divina e naturale «non est lex sed corruptio legis». Governo de facto costituito e legittimo  Salazar si domanda, e risponde conformemente alla dottrina cattolica, sublimata in San Tommaso d’Aquino, nella seconda scolastica spagnola e portoghese (Giovanni da San Tommaso) e nel recente Magistero ecclesiastico (da Gregorio XVI a Pio XII): il governo «semplicemente costituito», che non sia ancora legittimo, deve essere obbedito? Ora, costituito equivale a «eletto, fondato, messo assieme, stabilito o presente» (N. Zingarelli). Se esso non vìola la legge divina e naturale, gli si deve obbedienza e, se legifera non per il bene comune o in vista del fine della società, la rivolta è lecita solo a condizione che sia l’extrema ratio, che si sia certi della riuscita del colpo di Stato e che la situazione posteriore non sia eguale o peggiore a quella del governo rovesciato (vedi Tirannide e tirannicidio, in questo stesso sito). Il governo portoghese non obbligava i sudditi a vìolare la legge divina e poteva da «legalmente costituito» diventare «moralmente legittimo» per modum facti; occorreva perciò – Salazar – entrare nell’agone politico e rendere il parlamento socialmente o politicamente buono, che facesse, cioè, delle leggi conformi a quella divino-naturale e corrispondenti al fine della società civile. Per Salazar la politica del Riavvicinamento era lecita ed anche lodevole, anche perché «è necessario subordinare le preferenze e le attività politiche alla difesa della religione (…). I cattolici, quindi, devono obbedire ai poteri costituiti ea fortoria quelli legittimi» (10) in tutto ciò che non è contrario alla legge di Dio. Ora la forma di governo repubblicana non è cattiva in sé. Quindi si può e si deve sostenere la repubblica portoghese al governo sin dal 1910 e cercare di renderla sempre più conforme al Regno Sociale di Cristo. Per Salazar, «è più urgente e importante conquistare in seno al regime presente o costituito le libertà fondamentali della Chiesa e delle anime che sostituire un regime (repubblica) ad un altro (monarchia) (…). Ciò che conta è linteresse della nazione e della Chiesa, il bene comune temporale e spirituale. La trasformazione in meglio della repubblica portoghese sarà interna, col divieto dei partiti e lorganizzazione corporativa, (…) superando lindividualismo partitico del parlamentarismo democratico con lordine corporativo» (11). Democrazia aristotelico-tomistica  Come si vede, la democrazia secondo Salazar è quella classica di Aristotele e di San Tommaso e non quella moderna di Jean Jacques Rousseau. La politica è la prudenza sociale e non la partitica, che porta la divisione nella società invece di unirla in vista del bene comune. Oggi, purtroppo, si tende a confondere politica con partitica o democrazia parlamentare: Nulla di più falso. L’uomo, naturalmente è animale sociale; nulla di più «innaturale astratto e finto dell’‘uomo isolato’» o dellindividualismo liberale, come pure del collettivismo o pan-statismo totalitario». Come si vede, la concezione politica di Salazar è la filosofia sociale; della Chiesa, dei Padri ecclesiastici e degli Scolastici, specialmente di San Tommaso d’Aquino. La sua prassi politica e governativa deriva e segue come conclusione pratica da questa filosofia sociale. Salazar è stato paragonato a Solone, a Mèntore (il saggio consigliere di Ulisse nell’Odissea) o a Platone, egli è «più un filosofo che un dittatore, uno di quei saggi dellantica Grecia che vegliavano sulla sorte degli uomini come protettori e moderatori, o che scrivevano le leggi» (Gabriel Boissy, La Tribune des Nations, 30 aprile 1936). Senza dubbio egli è un pensatore, un contemplativo completato dall’uomo d’azione. La questione operaia: né liberismo né socialismo  La questione operaia, agitata dal social-comunismo, era risolta da Salazar secondo i principii dati da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum del 1891 e ripresi da Pio XI nella Quadragesimo anno nel 1931: «E errato credere che solo loperaio lavori e produca; che le altre classi vivano del suo sforzo da parassite. Vi è una gerarchia nel lavoro: lavoro di invenzione, di organizzazione, di direzione e di esecuzione (…). Vi è una ineguaglianza naturale (…). Vi è una ricchezza-egoismo’, destinata al consumo e allappagamento dei bisogni creati artificialmente dalla società consumistica (crematistica, affaristica o pecuniativa); e vi è una ricchezza-sacrificio’, che esige la previdenza, il risparmio e lo spirito di sacrificio (economia o prudenza familiare’)» (12). Salazar evita gli scogli del socialismo e del liberismo, fondandosi sopra la dottrina sociale della Chiesa. Nel 1926, di fronte al pericolo di un colpo di Stato comunista il generale Carmona, prende il potere e nomina Salazar ministro delle Finanze, della Guerra, poi degli Interni, infine presidente del Consiglio, senza parlamentarismo, in uno Stato nazionale corporativo ossia in una dittatura pro tempore. Salazar, prima di essere uno statista e uomo di governo, è un filosofo della politica; egli era solito dire: «Guai ai popoli i cui governi non possono definire i principii superiori, una dottrina economica ed anche una filosofia, ai quali obbedisce la loro amministrazione pubblica» (13). Occorre «volgere le spalle al liberalismo, che ha smembrato lindividuo dalla sua famiglia e dalla società, (…) per volgersi verso uno Stato corporativo e sociale in rapporto stretto con la costituzione naturale della Società civile: le famiglie, le parrocchie, i Comuni, le corporazioni, che formano la Nazione» (14). La dottrina economica, prima che dall’Università e dal Magistero ecclesiastico, Salazar l’ha appresa da sua madre. Egli lo confessò riguardo al «miracolo del risanamento economico portoghese»: «lho imparato da mia madre. Amministro lo Stato come un albergo, con decisione e spirito di economia» (15). Il liberismo, invece, confonde l’economia o prudenza domestica con l’affaristica o arte di arricchirsi, che fa della ricchezza il fine e non un mezzo. Salazar, Mussolini e Hitler Salazar ebbe dei contatti sia col fascismo che col nazionalsocialismo, dei punti in comune e delle divergenze. I punti comuni erano: il rafforzamento dell’autorità, la guerra al democraticismo parlamentarista rousseauiano, il patriottismo o amore di coloro che ci hanno dato la vita e la terra che abitiamo, l’ordine e lo Stato sociale che eviti l’individualismo liberale e il collettivismo socialista. Le divergenze consistevano nel no salazariano al cesarismo o statolatria pagana, verso la quale inclinavano il fascismo-movimento e il nazionalsocialismo. Lo Stato per Salazar deve essere forte, non violento né onnipotente o Assoluto. Egli riconosceva l’azione moralizzatrice del fascismo-regime (16). Per quanto riguarda Hitler, il filosofo e statista portoghese ammetteva, senza paura di essere accusato di nazismo: «LEuropa gli deve il grande servizio di aver fatto indietreggiare, con sorprendente energia, le frontiere del comunismo (…). Mussolini ha creato, come Hitler, una grande forza popolare, ma è stato forse più prudente, più latino, come è del resto naturale, nella sua opera di rinnovamento» (17). Tuttavia Salazar, data la posizione geo-politica del suo Paese, che si affaccia sull’Oceano Atlantico e ha a nord l’Inghilterra, la quale era padrona dei mari, che soli potevano far giungere il Portogallo sino alle sue Colonie in Africa e in India, mantenne sino all’inizio degli anni sessanta, senza paura di essere tacciato di opportunismo, una stretta collaborazione con l’Inghilterra, malgrado ideologicamente fosse più vicino all’Italia e alla Germania che non al Regno Unito (18). Ciò che lo preoccupava era l’interesse della sua patria e non ciò che gli uomini potessero dire di lui, in bene o in male. Salazar e Franco Salazar nel 1935 dovette affrontare il problema della rivoluzione comunista in Spagna e la reazione del generalissimo Francisco Franco (1892-1975). Egli si schierò apertamente ed immediatamente col Caudillo, anche se Inghilterra, Francia e USA gli erano ostili. Anzi, siccome la Spagna repubblicana aveva cercato, tramite la Massoneria internazionale, di infiltrarsi in Portogallo per rovesciare il legittimo governo, Salazar colse l’occasione per sciogliere la Massoneria a nove anni dalla di lui presa del potere (19). La Massoneria lo condannò a morte. Léon de Poncins (Le Pourtogal renait) lo scrive a chiare lettere. Egli si trovava a Lisbona nel maggio del 1935 e costatava che «la Polizia ha arrestato, in questi giorni, a Oporto, un noto terrorista, Quin Marinheiro, scappato allestero nel 1921 e ora rientrato in Portogallo per organizzare attentati contro il presidente della repubblica Carmona, il primo ministro Salazar e contro Cabral, autore della legge contro la Massoneria» (20). Il 13 luglio del 1936 viene assassinato, probabilmente da Dolores Ibarruri, il leader monarchico s»pagnolo Calvo Sotelo. Il terrore dilaga in tutta la Spagna. Franco si solleva contro la giudeo-massoneria e il bolscevismo anticristiano in una vera e propria crociata. Salazar dichiara: «se sarà necessario, imiteremo leroica gioventù dItalia e di Germania. Lotteremo con le armi in pugno» (21) e fonda la Legione portoghese, un corpo di volontari atti a combattere «con lidea e con la spada, con il libro e col moschetto». Egli «si rende sempre più conto che la guerra civile di Spagna è solamente un pretesto che già prepara il grande scontro finale: la crociata delle democrazie contro i fascismi» (22). Domenica 4 luglio del 1937 una bomba viene fatta esplodere a tre metri da Salazar che resta incolume e si reca tranquillamente a Messa e poi si mette al lavoro commentando: «Dio non ha permesso che io muoia, quindi torno a lavorare. Siamo indistruttibili perché la Provvidenza ha deciso così». Le cause del malessere che agita i popoli Salazar cerca le cause di tanto malessere che agita l’Europa e il suo Portogallo. Constata «un perturbamento mentale e morale dellEuropa (…). Mentre le forze al servizio dellordine agiscono disperse, vi è unintesa, tacita o formale, fra gli elementi che si dedicano al disordine (…). La posta di questa battaglia è la stessa civiltà europea» (23). Tale agitazione prelude alle attività del «partito della guerra, che cerca uno scontro globale fra democrazie e fascismi’. Ora le democrazie non preparano mai le guerre se non quando le hanno già dichiarate. Quindi si comincerà col cercare il pretesto per dichiarare la guerra (…). Dietro la Francia cè lInghilterra; dietro lInghilterra ci sono gli USA, e dovunque ci sono le Internazionali della crociatadelle democrazie» (24). Salazar, pur essendo geo-politicamente vicino all’Inghilterra, vedeva chiaro e lontano. Con la scusa della lotta alle dittature fasciste si stava preparando l’asse Mosca-Londra-Washington, che avrebbe portato ad un nuovo ordine mondiale, nel quale l’Europa, cacciata dalle sue colonie in Africa, avrebbe avuto sempre meno peso a vantaggio dell’URSS e degli USA. Versaglia e il pan-germanesimo Salazar vedeva nel Trattato di Versaglia la causa di tanti mali che hanno incendiato l’Europa e non può non constatare la cecità dei Paesi europei (Francia e Inghilterra) che hanno contribuito alla futura implosione europea. Infatti secondo Salazar «è insensato supporre che la Germania avrebbe potuto indefinitivamente rassegnarsi a vivere sotto una tutela, che ledeva la sua coscienza nazionale, col risultato di privare lEuropa delle straordinarie capacità organizzative, lavorative di decine di milioni di uomini egregiamente equipaggiati e qualificati» (…). La politica delle democrazie europee si è lasciata «incautamente intrappolare nellavversione contro il sistema politico del III Reich, innalzandogli intorno barriere ideologiche contro ogni logica nel momento in cui le ‘grandi democraziesi vantavano di ottenere la collaborazione sovietica. La Germania, dal canto suo, ha commesso qualche esagerazione e sentendosi perseguitata ha creato un imponente apparato militare che la porterà verso la guerra» (25). Nonostante ciò, la realpolitik spingeva Salazar, come pure Franco, a restare neutrale in caso di guerra mondiale e sempre filo-inglese geo-politicamente, anche se non ideologicamente. La vittoria di Franco sui rossi siglata definitivamente a Burgos il 1° aprile del 1939 era vista da Salazar come «La prima battaglia della seconda guerra mondiale», che scoppierà il 1° settembre dello stesso anno. Infatti la congiura contro la pace delle democrazie plutocratiche liberiste e socialiste non poteva tollerare che «l»Europa stesse cambiando. Ampi settori dellopinione pubblica consideravano la democrazia come il regno del denaro. Un diffuso antigiudaismo popolare esprimeva questa presa di coscienza. LEuropa, dopo la fondazione dellImpero italiano in Africa del nord, scivolava verso i fascismi, che rimettevano in causa i principii della Rivoluzione Francese, del liberalismo e del democraticismo» (26). La stessa vittoria in Spagna di Franco con l’aiuto di Italia e Germania, la dittatura portoghese, lo svilupparsi di movimenti fascisti in Inghilterra, America, Europa orientale non potevano essere lasciati liberi di continuare. Si cercò una canna fumante (come si è fatto in Iraq nel 2003), la si trovò a Danzica, dove si scatenò la guerra delloro contro il sangue, della neo-barbarie sovietico-americana contro la vecchia Europa. «Il 22 maggio del 1939 Stalin proclama: ‘i nostri sforzi sono tesi a facilitare lo scoppio del conflitto mondiale’» (27). Poi si dirà che la colpa era stata solo di Hitler e di Mussolini, che sarebbero il male assoluto. E qualche sprovveduto ancor oggi ci crede, come crede che la colpa della guerra che infiamma il Medio-Oriente sia stata solo di Saddam, di Al-Qeida, di Hezbollah e di Hamas. Penso sia lecito chiedere ed avere la libertà di ricerca storica senza pregiudizi anche nello studio della figura di Hitler come di quella di Saddam, senza dover essere tacciati di filo-nazismo o baathismo. Poi gli storici di professione descriveranno ombre e luci di questi personaggi, senza dover essere linciati moralmente e accusati di filo-fascismo, come capitò a Renzo De Felice, per aver studiato oggettivamente la figura di Mussolini, senza pregiudizi ideologici. Giudaismo, americanismo e bolscevismo L’allora ambasciatore statunitense in Inghilterra, Joseph Kennedy, padre del futuro presidente americano, aveva scritto: «Chamberlain mi dice: ‘LAmerica e lebraismo internazionale hanno spinto con la forza lInghilterra in guerra’» (28). E la storia continua. Salazar è cosciente di questa contraddizione, ma realisticamente sentenzia che, se «‘moralmenteil Portogallo è legato allEuropa fintanto che essa continua ad essere ilcervello e il cuore del mondo’, ‘geo-politicamentesi trova affacciato sullAtlantico, dirimpettaio dellInghilterra, che domina i mari, i quali debbono esser varcati dal Portogallo per raggiungere le sue Colonie in Africa e in India» (29). Tuttavia l’Inghilterra non tarderà (cedendo l’India, così come la Francia l’Algeria e il Belgio il Congo), a deluderlo lasciando che le colonie portoghesi cadessero in mano dei rivoltosi utopisti, senza batter ciglio. La crisi dellEuropa «Crisi europea, crisi dello spirito – avverte Salazar – crisi dello spirito, crisi della civiltà. In seno allEuropa è nata la civiltà greco-latina e cristiana. Nella probabile futura rovina dellEuropa si troverà posto ancora per la verità, lonore, la Giustizia?». La Russia comunista aveva cominciato a spargere i suoi errori, pur se adattati alle circostanze, nel mondo e particolarmente in Europa sin dagli anni Venti-Trenta (si pensi alla Scuola di Francoforte). Nel 1968 Salazar vedrà l’esplosione parossistica di tali errori, che hanno fatto piazza pulita dei valori sui quali l’Europa si è fondata ed è cresciuta, ed esclamò: «La guerra passata è stata un male, ma vi sono per i popoli dei mali più grandi, perché superano la morte e la povertà, e sono il disonore e il nichilismo’» (30). Certamente il Sessantotto e il Concilio Vaticano II sono stati ben peggiori della Seconda Guerra Mondiale. La frase di Salazar riportata in cima all’articolo: «Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione!» è più attuale e valida che mai non solo per le nazioni ma anche in ambito ecclesiale, ove, se è lecito adottare l’adagio quando non ci sono i cavalli, si fan trottare gli asini, mai dovrebbe valere gli asini avanti e i cavalli dietro. Purtroppo, invece, si vede che pure questo secondo proverbio comincia a prendere piede in ambiente cattolico anche tradizionale. E Salazar continua: «Gli uomini sembrano inferiori agli avvenimenti. Invece di farvi fronte, essi sono tentati di fuggirli». Se ieri il pericolo più apparente era il comunismo e gli Stati non era capaci di contrapporgli una dottrina positiva, superiore e contraria; oggi lo è il giudaismo, anche in campo religioso. Esso è entrato persino nella mentalità degli uomini di Chiesa, anche dei più alti, con la shoah e Nostra aetate, e, se qualcuno tenta di porvi rimedio, è scacciato e tacciato di anti-s(c)emitismo. Non si può fuggire il problema politico, sociale, economico e soprattutto teologico posto dal giudaismo nel primo dopo-guerra e durante il Vaticano II sino a Benedetto XVI, occorre affrontarlo e reagire con pari forza a poteri così scatenati. Contra malitiam, militia!. Purtroppo gli uomini di valore non sono messi in grado di servire la Chiesa e la verità, anzi ne sono impediti da mezzi uomini, che professano mezze verità (agere sequitur esse). Mao Tse Tung lo aveva pianificato: «Fa delluomo una mezza donna e della donna un mezzo uomo. Così governerai facilmente su mezze cose». In ambiente ecclesiale si è fatto dei monsignori dei mezzi mon-signorini e così la sinagoga di satana (Apocalisse, II, 9) riesce a governare su mezze cose, ossia su un ibrido di giudeo-cristianesimo. Mala tempora currunt, sed bona tempora veniant. Pio XII lo aveva intuito: «E tutto un mondo che occorre rifare sin dalle fondamenta». La restaurazione della Messa tradizionale è un bene, ma non basta; non fuggiamo la realtà e non rifuggiamoci nelle illusioni. È necessario un cambiamento totale di rotta, in campo dogmatico, morale, ascetico, disciplinare e metafisico. Salazar non si faceva illusioni sulla lotta naturalmente impari, ma ha voluto continuare a dire la verità, anche se come una voce che parla al deserto, poiché soprannaturalmente «con laiuto di Dio non si sa mai sin dove possono giungere gli echi di una voce» (31). Salazar essendo un grande uomo, rompe i nostri schemi e rischia di scandalizzarci. Infatti egli fu lunico uomo politico assieme a Valera, il presidente dellIrlanda, ad inviare un telegramma di condoglianze allammiraglio Doenitz per la morte del Cancelliere Adolf Hitler (32), senza paura di essere chiamato nazi. Comunismo e colonialismo Quanto al colonialismo, vedremo Salazar, negli anni Sessanta, in rotta con l’Inghilterra, l’America e la Francia, che scioccamente si piegarono ai venti della storia provenienti dall’Africa e ne furono sciroccate. Salazar attribuiva questa caduta di stile, soprattutto nell’Inghilterra che aveva ceduto l’India, alla «mancanza di formazione dottrinale, alle verità incomplete’, allidee troppo vaghe, allubriacatura di parole e al sentimentalismo indefinito, che sorreggevano gli Stati e che non potevano non produrre che contraddizioni» (33). Uno dei pericoli che minacciavano l’Europa e la civiltà del mondo intero era, per Salazar, il comunismo sovietico, che aveva rimpiazzato l’egemonia germanica e che stupidamente era stato tenuto in vita, finanziato e rafforzato dagli USA. La natura del bolscevismo lo portava inevitabilmente al desiderio di dominio mondiale, per cui la prima vittima sarebbe stata l’Europa, la quale si era battuta per opporsi al nazionalsocialismo mentre aveva supportato un pericolo ben più grande: quello dell’orso sovietico (34). Secondo Salazar e Franco «era poco significativa la vittoria di una guerra, se si perdono i principi speculativi e morali che soli possono fondare una civiltà» (35). Il comunismo e la sovversione in genere non la si vince solo con le bombe, ma con una dottrina superiore e contraria all’errore materialista, che crei condizioni di vita avverse al proselitismo del comunismo (36). Il Giappone era stato rimpiazzato dagli USA, che, data la sua concezione liberale e libertaria della società, non poteva competere adeguatamente colla disciplina ferrea del comunismo, sino a che questi sarebbe crollato ab intrinseco per la deficienza innaturale del suo sistema economico, produttore di povertà, cosa che si è avverata nella fine degli anni Ottanta, ossia circa venti anni dopo la morte di Salazar. Il solo anti-comunismo negativo americano e delle democrazie europee, senza proporre un’alternativa dottrinale e pratica positiva, non avrebbe potuto sconfiggere il marxismo; infatti non basta essere negativamente contro qualcosa, ma occorre anche essere positivamente per una determinata alternativa. L’altro pericolo era la rinunzia alle colonie in Africa, che – secondo Salazar – era la continuazione dell’Europa. Mentre l’URSS e gli USA premevano per la decolonizzazione, non per motivi umanitari, i quali erano solo sbandierati pubblicamente ed esteriormente, ma realmente e in segreto per abbattere quel che restava della potenza europea, la quale non sarebbe stata più competitiva con i due blocchi (americano e russo) senza le colonie in Africa e in India. Purtroppo la Francia, l’Inghilterra, il Belgio rinunciarono, ubriacate dal democraticismo americanista, alle loro colonie e ciò decretò il declino economico, politico e militare del Vecchio (ma saggio) Continente. Anche se il comunismo non riuscirà ad impiantarsi in Africa, avrà vinto, perché vi avrà portato il disordine (37). È la stessa lezione che ha imparato e messo in pratica l’America oggi in Medio Oriente. La guerra guerreggiata con l’Iraq è stata persa, come quella con l’Afganisthan, invece è riuscita – come guerra psicologica o ideologica – a vincere mettendo il caos e il disordine almeno in Iraq e spera di esportarlo nel mondo arabo intero, partendo dall’Iran, Siria, Libano e Palestina. Tuttavia una grave incognita si erge di fronte al giudeo-americanismo dello Stato d’Israele: la Turchia di Kemal Ataturk (1881-1938), armata sino ai denti dagli USA e da Israele, con 80 milioni di abitanti ed uno degli eserciti più potenti del mondo, è appena passata, con Recep Erdogan, nel campo avverso. Salazar aveva anche intravisto il pericolo dell’islamismo. Nel luglio del 1959 il Negus Neghesti a Lisbona incontra Salazar e dichiara: «LEtiopia, che è stata fin dal IV secolo il bastione della civiltà cristiana nel continente africano, ha preso su di sé la missione di difendere la Fede e i destini del cristianesimo (…). È nella crociata contro lislàm che Etiopia e Portogallo hanno realizzato lepopea della loro storia comune» (38). Salazar riprende il discorso del Negus nel 1962 e afferma che «il controllo dellAfrica del Nord da parte dellEuropa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…). Se lEuropa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta dideali, ‘il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso’» (39). La dottrina colonialista classica di Salazar Il colonialismo salazariano, difeso sino alla fine, non si poggiava su fondamenta di razzismo biologico-materialista darwiniano. Tuttavia esso non negava la constatazione di buon senso che dal fatto storico (contra factum non valet argumentum) della superiorità, senza disprezzo o orgoglio, della civiltà europea su quella africana, ne seguiva il compito dell’Europa di educare l’Africa, facendola prosperare poco a poco (40). Egli ammette l’esistenza di alcune élites nord-africane, ma dubita della loro sufficienza a governare un Paese senza l’aiuto dell’Europa. Infatti, «esse non hanno abbastanzaelementi indigenisu cui appoggiarsi. Ora uno Stato non è costituito solo da dirigenti, ma ha bisogno di ingegneri, economisti, agronomi, veterinari, medici, insegnanti, capi dazienda, operai specializzati» (41). In mancanza di questo corpo intermedio tra capi e sudditi, dove andrà l’Africa? Verso la sua rovina, vittima della sovversione marxista o dei neo-colonialisti apolidi e dei trust affaristici. L’Europa greco-romana, grazie al Cristianesimo, ha perfezionato la sua missione civilizzatrice universale, che deve essere messa gratuitamente e generosamente a disposizione degli altri Paesi. Ma l’Europa stava attraversando una profonda crisi dottrinale e morale e quindi non avrebbe potuto dare ad altri ciò che non aveva saputo mantenere per se stessa (nemo dat quod non habet). Quindi la crisi del colonialismo classico o civilizzatore era inevitabile e al suo posto si sarebbe infiltrata o la sovversione comunista e l’odio di razza allincontrario ossia verso i bianchi o il neo-colonialismo super-capitalista, che avrebbe soltanto sfruttato le ricchezze naturali dell’Africa, lasciando gli africani in balia di se stessi. Purtroppo, costatava Salazar, «lEuropa si vergogna di professare la sua alta missione educatrice e civilizzatrice cui Dio lha chiamata» (42). Così oggi gli uomini di Chiesa si vergognano di professare la superiorità, la unicità e la verità della sola Chiesa romana. Salazar e il problema etnico Salazar non aveva paura di affermare il politicamente scorretto. «Noi crediamo che vi siano delle etnie o razze in senso lato, decadenti, arretrate, che hanno bisogno del nostro aiuto per essere chiamate alla civiltà. Si tratta di un compito di formazione ed educazione umana, che deve essere svolto con umanità» (43). Qualcuno lo chiamerà nazista e razzista, ma non è così: come un padre che ha un figlio meno dotato gli riserva un’educazione più lunga e attenta, così le nazioni civili per dono di Dio debbono portare la civiltà ai popoli più bisognosi sotto pena di mantenere costoro nello stato di inferiorità ed inciviltà nel quale versano, come non si può lasciare un bambino poco dotato in balìa di se stesso illudendosi che se la caverà da solo quando non ne ha le capacità, ma richiede l’aiuto amorevole di un educatore. Tutto ciò è buon senso, non è razzismo biologico e disprezzo. Ma oggi il buon senso non va di moda e si preferisce vivere di slogan piuttosto che di verità. Salazar col suo buon senso latino e con l’attaccamento al reale era solito dire: «Non si governano angeli nel Cielo, ma uomini sulla terra, che sono come sono, con tutti i loro limiti e non come qualche utopista o sottospecie di idealista vorrebbe che fossero» (44). Salazar rifiuta lammodernamento e laggiornamento «Alle forze supercapitalistiche internazionali che promettono lo sviluppo di un Portogallo liberale e democratico, egli risponde: ‘Il capitale e la tecnologia non li si inventa, li si importa o li si crea. Quanto a me, preferirei andare un popiù lentamente, nel quadro di una vita modesta, invece di rischiare di sottomettere il Paese a forme di colonizzazione selvagge e straniere’» (45). Aveva visto giusto. La crisi economico-finanziaria che attanaglia oggi, dopo il boom degli anni passati, l’America, la Gran Bretagna e l’Europa è il frutto di un’affaristica, che ha voluto tutto e subito, a suon di debiti. Ha creato una ricchezza virtuale e non reale, che sta per finire sommersa in un mare di cambiali. Salazar ha rifiutato anche la s-politicizzazione dello Stato a favore della tecnocrazia. La tecnologia non è superiore alla virtù della prudenza politica o sociale, poiché «senza la polis non esisterebbe la tècne e non potrebbe lavorare» (46). Verso la fine della sua vita egli rispose ad un cronista che gli aveva chiesto se non fosse pentito di aver tenuto il Portogallo lontano «dal progresso, dalla modernità e dal liberalismo», E le pare poco? Questa frase da sola commenta e racchiude tutta la grandezza di Salazar. Per questi motivi nel 1961 l’America e l’Inghilterra lo boicotteranno, lasceranno che il Portogallo perda le sue colonie, e cercheranno di rovesciarlo politicamente, senza riuscirvi. Il 6 settembre del 1968 Salazar è colpito da una semi-paralisi e rimette il suo mandato nelle mani del presidente della repubblica ammiraglio Thomaz, muore il 27 luglio del 1970 alle nove del mattino. È stato l’uomo politico più silenzioso d’Europa, ha avuto le Confessioni di Sant’Agostino sempre fra le mani durante il corso della sua vita politica e ha saputo leggere nei fatti storici (intus legere) per vedere quale direzione prendesse la vita del suo Paese. Lo ha governato con la saggezza del filosofo e dell’uomo d’azione, del contemplativo e del guerriero (47), abituato a guardare le cose in faccia; egli non ammetteva in politica né ignavia, né codardia né il sogno utopistico ad occhi aperti. Ha combattuto sino alla fine e Dio gli ha risparmiato di vedere lo scempio delle rivoluzione socialista del 1974 impadronirsi del Portogallo. Don Curzio Nitoglia effedieffe.com1) J. Ploncard D’Assac, Salazar, Milano, Edizioni del Borghese, 1968, pagina 19.2) Ibidem, pagina 203) Ibidem, pagina 24. Salazar non ha restaurato la monarchia in Portogallo. Franco lo ha fatto in Spagna, ma è stato proprio il re Juan Carlos a consegnare la nazione iberica alle forze del male.Come si vede non è la monarchia ad essere buona e indefettibile in sé e il re non è per se stesso infallibile ed impeccabile; anche un’altra forma di governo può essere buona, se legifera bene. Contra factum, non valet argumentum4) Ibidem, pagina 26.5) Ibidem, pagina 29.6) Ibidem, pagina 145.7) Ibidem, pagina 30.8) Ugo Bellocchi (a cura di), Tutte le encicliche e i principali documenti pontifici emanati dal 1740, Città del Vaticano, LEV, 2000, volume VIII: Benedetto XV (1914-1922), Epistola Celeberrima evenisse, pagina 308.9) Ibidem, pagina 35.10) Ibidem, pagina 37.11) Ibidem, pagina 38.12) Ibidem, pagine 39-41.13) Ibidem, pagina 76.14) Ibidem, pagine 77 e 79.15) Ibidem, pagina 141.16) Ibidem, pagine 96-97.17) Ibidem, pagine 101.18) Ibidem, pagine 102.19) Ibidem, pagina 135.20) Citato in J. Ploncard D’Assac, ibidem, pagina 139.21) Ibidem, pagina 149.22) Ibidem, pagina 152.23) Ibidem, pagina 155.24) Ibidem, pagina 171.25) Ibidem, pagina 172.26) Ibidem, pagina 174.27) Ibidem, pagina 175.28) Ivi.29) Ibidem, pagina 176.30) Ibidem, pagina 190.31) Confronta pagina 252.32) Ibidem, pagina 202.33) Ibidem, pagina 213.34) Confronta pagina 221.35) Confronta pagina 238.36)  Confronta pagina 242.37)  Confronta pagina 225.38) Ibidem, pagina 281.39) Ibidem, pagina 305.40) Ibidem, pagina 232.41) Ibidem, pagina 311.42) Confronta pagina 261.43) Ibidem, pagina 264.44) Ibidem, pagina 269.45) Ibidem, pagina 270.46) Ibidem, pagina 274.47) Salazar l’8 settembre del 1936 aveva dato l’ordine, come ministro della Guerra, di bombardare con l’aviazione due navi da guerra portoghesi, che si erano ammutinate e volevano raggiungere i rossi spagnoli a Valenza: «Le navi della Marina portoghese possono essere affondate, ma non possono issare unaltra bandiera che non sia quella del Portogallo. Dallatteggiamento del Portogallo dipende, in larga misura, lesito della guerra civile spagnola» (J. Ploncard D’Assac, opera citata, pagina 149).

Inventare malattie (by Di Bella)

Martedì, 5 Luglio 2011

§ 1. Ma quale ricercaLe case farmaceutiche si sono trasformate in imperi commerciali capaci di vendere antidepressivi…, antidolorifici… e farmaci anticolesterolo… con gli stessi metodi utilizzati da Coca Cola o per vendere il Dash… Vendere farmaci, anziché scoprirli, è diventata lossessione dellindustria farmaceutica». Questo uno dei passi più incisivi dell’introduzione del libro della Petersen (pagina14). Emerge, clamorosa, un’anomalia: che senso ha indirizzare una pubblicità così intensiva verso il malato? Questi viene considerato persona da curare o cliente da allettare? Appare moralmente lecita una politica simile e la parallela indifferenza delle autorità? E poi: visto che incidono fortemente sul prezzo, quanto costano al cittadino le spese promozionali delle case farmaceutiche? Sono domande che tutti dobbiamo cominciare a porci, per sapere che fiducia possiamo dare a costoro, ai loro prodotti, a coloro che li prescrivono. Inoltre occorre riflettere su un’altra stranezza, e cioè la doppia pubblicità: quella rivolta ai medici e quella al cittadino. Un assedio opprimente che negli USA ha raggiunto livelli inimmaginabili e da noi si sta preparando a diventarlo, come facilmente ravvisabile nel recente incremento della pubblicità farmaceutica sui nostri teleschermi.
Tra il 1995 ed il 2000 gli impiegati addetti all’attività di marketing nelle aziende farmaceutiche statunitensi erano cresciuti del 59%, mentre gli addetti alla ricerca ed allo sviluppo dei farmaci erano diminuiti del 2%: i promotori avevano così raggiunto le 87.210 unità contro le 48.527 dei tecnici. Nel 2004 il boom: sono stati assunti negli Stati Uniti 101.000 informatori farmaceutici che visitano il medico portando una «pioggia di omaggi e denaro contante» (opera citata, pagina 19). E’ ovvio che dal medico ci si aspetta riconoscenza, sotto forma di prescrizione di farmaci. Questa tendenza si era fatta evidente già dal finire degli anni ‘70, ma, come osservò il dottor Steven N. Wiggins, docente di Economia presso un rinomato ateneo americano, «i ricercatori avevano cominciato a perdere la loro influenza allinterno delle grandi società farmaceutiche già alla fine degli anni sessanta». Pierre Simon, ricercatore universitario prima, responsabile della ricerca presso la francese Sanofi poi, dichiarò allo storico della medicina David Healy: «Allinizio lindustria farmaceutica era in mano ai chimici. Ora appartiene a persone che hanno un master in Business Administration o qualcosa del genere, gente che potrebbe dirigere allo stesso modo Renault, Volvo o qualsiasi altra società. Bisogna vedere la quantità di denaro che il settore farmaceutico spende per condurre ricerche su farmaci-fotocopia, la cui efficacia a volte è minore. Parliamo di utilizzare il 70-90% di tutto il denaro destinato alla ricerca per finalità che esulano dallinnovazione. Euno spreco di denaro terribile».
Ma torniamo alla foglia di fico dei costi della ricerca. Questi sono assai contenuti – ammettendo per un istante che si intenda fare davvero ricerca scientifica – ed inferiori ai costi vivi che, comprensivi di oneri di acquisto delle materie prime, spese di produzione e confezionamento, raramente superano il 10% del totale. A questo punto è opportuno approfondire la natura del marketing e dell’attività promozionale. Cominciamo con le… quisquilie. Gli esponenti della Tap Pharmaceutical Products – si tratta solo di un esempio emblematico di costumi più sistematici che diffusi – facevano omaggio di televisori, videoregistratori e biglietti per spettacoli a Broadway ai medici che prescrivevano una loro specialità. Se un medico doveva trasferire il proprio studio, ecco arrivare con fulminea tempestività i rappresentanti della ditta con un assegno rotondo; se voleva incrementare le proprie entrate, non mancava l’affettuosa offerta di consulenza gratuita, fornita da esperti che ordinariamente chiedevano onorari anche di 25.000 dollari. La tolleranza di pratiche di dubbia correttezza e legalità ha poi portato alla mancanza di quel minimo di ipocrita decenza che solitamente costituisce il belletto dei disonesti di marca. Ci riferiamo a molti congressi scientifici (sic), che assomigliano molto di più a fiere e a saghe paesane che a convegni: poco ci manca che, aggirandosi per le sedi di questi coacervi di intellighenzia scientifica, non si venga avvolti dall’acre fumo di porchetta rosolata o dal dolciastro aroma dei fusi di zucchero filato, mentre concionatori dalla lingua sciolta magnificano le virtù dell’ultima padella antiaderente o di un avveniristico sbucciapatate. E non si tratta certo di cose nuove. Già all’inizio degli anni cinquanta un docente universitario, amico del professor Luigi Di Bella, riferendosi all’ambiente osservato in un congresso, gli scriveva sdegnato: «… Le case farmaceutiche premono per esporre le loro bancarelle». Ma, bancarelle a parte, migliaia di medici e papaveri accademici, una volta salvate le convenienze con fugaci apparizioni nelle sedi congressuali, di giorno si crogiolano al sole di scientificissime spiagge tropicali, dedicandosi col vespro all’estatica degustazione di ostriche fresche e rosee aragoste innaffiate da champagne francese d’annata; per ritemprare infine le esauste mandibole riposando, da soli o con accompagnatrici congressuali, in magnifiche suite di alberghi a cinque stelle, totalmente spesati dal grande cuore e dall’ancor più capace portafogli degli industriali farmaceutici. Questa è prassi corrente, non episodica forzosamente generalizzata. Avete qualche perplessità o dubbio? Dirimiamoli insieme affidandoci ad uno degli innumerevoli episodi a suffragio, preso a caso.Miami Beach, 2004: si tiene un convegno formativo di dermatologia. I partecipanti possono godere il panorama marino dalle finestre di un lussuoso hotel che si affaccia sulla South Beach. Il depliant consegnato ai congressisti-bagnanti recita: «Per cominciare, avrete loccasione di farvi fotografare insieme a numerosi pappagalli esotici. Nel corso del ricevimento, un illusionista girerà tra la folla, sorprendendo gli invitati con i suoi trucchi strabilianti, mentre un gruppo di acrobati vi lascerà senza fiato con uno spettacolo assolutamente incredibile! Potrete servirvi ad un ricco buffet con cibo e cocktail locali, da gustare sulle note di una tipica orchestra da spiaggia e delle sue canzoni. Naturalmente, la pista da ballo è a vostra disposizione».Si riempirebbero più libri che pagine di esempi sconfortanti e – si badi bene – non tratti da semplici indiscrezioni o testimonianze sporadiche, ma da documenti di rango assoluto. Nel corso di lavori di una apposita commissione al Senato americano furono verbalizzati episodi vergognosi e generalizzati. Basti quello costituito dall’operato della American Home Products, una grossa casa farmaceutica del New Jersey, che da poco aveva ottenuto l’approvazione di un suo prodotto, l’Inderal LA, versione fotocopiata di un farmaco ideato vent’anni prima. I medici che prescrivevano l’Inderal a cinquanta pazienti, compilavano un modulino fornito loro dalla American H.P. ed ottenevano subito un volo gratuito della American Airlines per qualsiasi città del Paese. La Roche, per non esser da meno, offriva 1.200$ ai medici che prescrivevano il Rocephin ad almeno 20 pazienti, mentre la Sandoz spediva assegni da 100$ a qualunque medico accettasse semplicemente di leggere un articolo di un paio di pagine dove si magnificavano i risultati di un proprio farmaco per la cura della psoriasi (risultato poi inefficace ed estremamente tossico).I rapporti con emittenti TV e la stampa risultano descritti nei verbali di un’apposita commissione, prima presieduta dal senatore Kennedy. Per dribblare i pur platonici controlli della FDA, le case farmaceutiche fornivano alle televisioni filmati per promuovere i loro prodotti, abilmente presentati come fossero stati realizzati dai giornalisti delle emittenti. Lasciamo la parola alla Petersen: «Negli spezzoni dei filmati comparivano spesso medici dalla parlantina forbita, pazienti riconoscenti e grafici complessi elaborati a computer. I copioni distribuiti insieme ai filmati contenevano suggerimenti destinati ai giornalisti di studio su come presentare la notizia, quali domande porre e come concludere il servizio per farlo apparire come un fatto vero». Aggiungiamo che noi italiani – oggi ridotti a mimi/imitatori dei costumi stranieri – ci apprestiamo ad adottare questo stile pubblicitario, che sta infettando anche altre categorie di produttori. Cominciano quindi ad affacciarsi yoghurt che diminuiscono del 43% (non un 40% o 45%…) la stipsi, o colluttori che in un mese riducono del 31% (assai più incisivo di un prosaico 30%) la carie, e così via. Hanno imparato come far cantare la stonata sirena delle statistiche che, per cifre spezzate, appaiono molto più scientifiche, frutto di meticolosissime indagini: più o meno sulla falsariga di quelle delle virtuali guarigioni dal cancro.
Non siamo giunti comunque al vero cuore del problema. Fin qui abbiamo passato in rassegna esempi di malcostume, scorrettezza, assenza di etica professionale: che ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre. La gravità inaudita, eversiva, riguarda questa Grande Piovra che allunga i suoi viscidi tentacoli dovunque, obnubila con la nuvola nera del suo secreto, avvelena, corrompe, dissolve ogni argine eretto a difesa della salute e della civiltà. Non esagerazione maniacale, ma palese e concreta evidenza originano queste righe.Marcia Angell: «Un recente sondaggio ha rilevato che circa i due terzi dei centri medici accademici hanno rilevanti partecipazioni nelle aziende che sponsorizzano la ricerca allinterno della stessa istituzione. Una inchiesta sul settore universitario medico ha scoperto che i due terzi dei cattedratici dovevano il loro incarico alle aziende farmaceutiche e che i tre quinti avevano ricevuto da queste incarichi personali».M. Petersen: «La tragedia non sta nei medicinali, ma nel marketing e nel potere senza precedenti che queste società attualmente detengono sulla pratica medica».R. Moynihan: «Le case farmaceutiche hanno generosamente sovvenzionato… ospedali, università, scuole di medicina, associazioni mediche, agenzie governative e praticamente qualunque organizzazione desiderassero avere a fianco».E, come non bastasse: «Dato che le aziende farmaceutiche pretendono, come condizione per erogare un finanziamento, di essere capillarmente coinvolte in tutti gli aspetti della ricerca che sponsorizzano, è facile per loro introdurre falsificazioni dirette a far apparire i loro farmaci migliori e più sicuri di quel che sono. Prima del 1980 veniva data ai ricercatori universitari una totale autonomia nella conduzione dei lavori, ma ora le case farmaceutiche impiegano spesso i loro dipendenti ed i loro agenti nel progettare gli studi, eseguire i test, scrivere i lavori, e decidere se e in quale forma pubblicare i risultati. Talvolta le facoltà mediche procurano ricercatori che sono poco più che manovali, per cui larruolamento di pazienti e la raccolta dei dati seguono le direttive dellazienda. In considerazione di un controllo simile e dei conflitti di interesse che permeano la ricerca, non cè da meravigliarsi che i risultati negativi degli studi sponsorizzati dalle case farmaceutiche (e pubblicati su riviste scientifiche a loro tornaconto), non vengano in gran parte resi noti, mentre la pubblicazione di quelli positivi venga riproposta in altri lavori appena variati nella forma; oppure che quelli negativi vengano presentati come positivi. Per fare un esempio, un controllo su 74 studi clinici relativi ad antidepressivi, ha svelato che 37 su 38 risultati positivi siano stati pubblicati, ma 36 dei 37 negativi o sono stati occultati o pubblicati spacciandoli per positivi. Non è poi raro che un documento pubblicato focalizzi lattenzione sulleffetto secondario che sembra più favorevole».Il sunto drammatico della situazione può rintracciarsi nel discorso di apertura tenuto dal dottor Erling Refsum, esponente della Nomura International, nel corso del quale egli disse fra l’altro: «Le grandi case farmaceutiche si fondano ormai sulla finanza. Ciò che fanno non ha nulla a che spartire con la ricerca, ma ruota intorno al calcolo degli utili per azioni ed alla soddisfazione delle aspettative degli azionisti. Scoprire nuovi farmaci non interessa a queste società, perché per loro ciò che stanno realmente vendendo non ha la minima rilevanza. Limportante è guadagnare» (Life Sciences, Università del Michigan, 8 febbraio 2002. Il video del discorso è disponibile su www.zli.bus.umich.edu/events_programs/featured_event.asp).
Ancor più esplicito il lapidario responso rilasciato nel corso di un’intervista del 2003 da Alex Hittle, analista di A.G. Edwards: «Circola una battuta secondo cui si rischiano due possibili disastri, quando si fanno dei test clinici. Il primo è uccidere le persone, il secondo guarirle» (International Herald Tribune, 1 marzo 2003). Eccovi presentata la tanto reclamizzata e dogmatizzata EBM (Evidence-Based Medicine). Le ovvie, incontestabili conclusioni di questa esasperata ed esasperante colonizzazione le trarremo nella chiusura di questo scritto, avvilita ceralacca che suggella una disamina mai condotta dai mezzi di informazione, specie nostrani, senza giri di parole, distrazioni e lacune omertose. Conclusione: poiché sul prezzo del farmaco incidono marginalmente i costi vivi, in misura prevalente quelli di marketing e penetrazione in ogni tessuto sociale ed istituzionale, noi contribuenti siamo forzatamente costretti a pagare il sovvenzionamento della corruzione!!!Come osserva la Petersen, «Mentre i pazienti si ritrovano con le tasche vuote, i produttori di farmaci nuotano nelloro».§ 2. Inventare malattie»Persino ai cani viene somministrato il Prozac se abbaiano troppo alla luna». Come prologo non ci sembra male. Ma, psicofarmaci a parte, potremo constatare come non vi sia funzione dell’organismo o parte del corpo sulle quali non si sia sbizzarrita la rapace fantasia dei mercanti di pillole. Fantasia, a dire il vero, bolsa e un po’ ammuffita, dato che noi italiani, meno ingenui e più smaliziati degli americani, tendiamo – se stiamo bene – a sorriderne, condendo l’ilarità con qualche salace battutaccia toscaneggiante. Il guaio è che quando si accusa qualche problema di salute, sopravalutato o sottovalutato che sia, il senso critico (e quello dell’umorismo) di qualsiasi persona si appanna e rende tutti potenziali prede di queste poiane che planano su di noi, lente e pazienti – sapete – pronte a focalizzare il primo segno di malessere, la prima smorfia che ci storce la bocca e scendere in picchiata sulla nostra salute ed il nostro portafogli. Dato che l’assurdità (ed a volte la ridicolaggine) di certa neo-diagnostica è difficile da camuffare, si ricorre ad uno stratagemma di sicura presa, efficace quando certe magniloquenti nomenclature fanno cilecca: gli acronimi. Papale papale, ecco l’opinione della Petersen: «Per inventare nuove malattie o ingigantire le preesistenti, le aziende affibbiano loro denominazioni altisonanti attraverso acronimi». Se poi questi sono desunti dall’ammericano… meglio ancora. Sa di arcano, sa di importante, sa di vero… Se una persona semplice ascolta un critico d’arte (altro velo pietoso) magnificare una crosta sfregiata da segni inconcludenti – una di quelle solenni porcherie a caro prezzo che deturpano pareti di case e di gallerie darte contemporanea (e che uno scimpanzè riuscirebbe a dipingere probabilmente meglio,… pardon…, meno peggio del divino) – tra un parolone e l’altro si convincerà di chissà quali criptici valori celati nel brutalizzato rettangolo di tela. Ammetterete che analoghe sciocchezze recitate da qualche ieratico personaggio dal camice bianco immacolato ed appena stirato, bene impomatato e pettinato da abili truccatori, che spari disinvolto tutta una serie di neopatologie con impeccabile pronuncia, ha buone probabilità di far presa sul pubblico più ingenuo: quasi intimorito perfino all’impulso di chiedersi «ma che èsta roba?».
Cerchiamo quindi di rimanere seri e iniziamo il carosello. Nel 2003 Vince Parry, esperto di marchi farmaceutici, scrisse su una rivista scientifica che la capacità di creare nuove malattie aveva toccato «… livelli di sofisticazione mai raggiunti prima». Non si tratta infatti di un disegno inedito, ma solo di un’esasperazione di tendenze manifestatesi agli albori dell’industrialismo farmaceutico. – Lalitosi. Alias: alito cattivo eretto a condizione patologica. Siamo agli inizi degli anni venti, quando il colosso farmaceutico Warner-Lambert fa questa pensata per aumentare le vendite di un proprio farmaco, ovviamente inefficace a risolvere un problema che, una volta curata l’igiene dentale oppure rinunciando a strapazzare il proprio fegato, magari sparirebbe: il Listerine. Risultato: la Warner riesce a vendere un quantitativo di Listerine 40 volte superiore a quello ante alitosi! Fu creato anche uno slogan, emblematico del tempo, che evidentemente fece presa, soprattutto sulle donne americane: «Messaggio per 5 milioni di donne in cerca di marito: comè il vostro alito oggi?». Un semplice esempio, ma valido per completare, anche storicamente, questa rassegna. Ma ora proseguiamo con l’attualità. – GERD. Siete curiosi di sapere di che diavolo si tratti? E’ l’acronimo di sindrome gastro-esofagea da reflusso. Detta così, una cosa importante. Tolti gli orpelli si riduce al bruciore di stomaco. Ma dire sono affetto da sindrome gastro-esofagea da reflusso è tutt’altra cosa del plebeo ho bruciore di stomaco. E caspita, c’è di mezzo l’autorevolezza del malato! Ed il problema, che un coscienzioso medico di famiglia risolverebbe con un opportuno regime dietetico e un po’ di bicarbonato, si trasforma in un caso da indagare con carrettate di analisi, -scopìe varie, indagini di ogni genere. Inutili, quando non potenzialmente dannose, e costose: per le casse dello Stato, la collettività ed il paziente dal ruttino allo zolfo. Ma remunerative per altri.Autori ben più autorevoli di noi la pensano alla stessa maniera: «… pillole, iniezioni o interventi chirurgici possono anche provocare più danni della malattia stessa. Persino gli esami… con aghi, endoscopie, TAC e radiazioni possono danneggiare la salute». E’ mai ammissibile la frequenza con la quale vengono effettuate, in particolare, colonscopie, rettoscopie, gastroscopie, per giunta con immotivate, frequenti (e pericolose) biopsie? Ma la semeiotica e l’esame obiettivo, dove sono finiti? Per decenza, evitiamo di rivelarlo.Torniamo ora alla genesi dello Gerd. Sigla che si deve ad un ragioniere. Inutile strabuzzare gli occhi: è così. Paul Girolami era entrato in Glaxo come contabile ed aveva fatto carriera, divenendo direttore nel 1980. All’uscita dello Zantac, prodotto antiulcera assai noto e diffuso, Girolami considerò che gli americani sono appassionati consumatori di pizza (la loro pizza… s’intende), patatine fritte, hot dog, pollo fritto, porcherie assortite ed altri cibi spacca-stomaco: di conseguenza, trasformare i bruciori e l’acidità di stomaco in una malattia acuta e cronica e presentare un farmaco come specificamente studiato per curare il Gastroesophageal Reflux Desease poteva riempire d’oro la Glaxo. Una ricerca statistica, commissionata alla società Gallup, rivelò che il 44% della popolazione statunitense accusava ogni mese bruciori di stomaco: senza perdere tempo venne varata una campagna pubblicitaria titolata «Bruciori di stomaco in tutta lAmerica»! Girolami non amava fare le cose a metà, per cui la Glaxo assoldò l’attrice Nancy Walker perché raccontasse che dopo inenarrabili peripezie causate dai suoi riflussi acidi aveva risolto il problema con lo Zantac. I dirigenti Glaxo fecero anche di più: crearono LInstitute for Digestive Health, allo scopo di incapsulare le fregole commerciali sotto il manto di un’istituzione presentata quale autorevole ed autonomo ente accademico-scientifico. Ai margini di questa offensiva, supportata da risorse evocanti la campagna di Guadalcanal, una talea del Gerd. Uno degli accademici pagati da Glaxo, Donald O. Castell, primario di gastroenterologia, raccontò nel 1989 al New York Times che la casa farmaceutica gli aveva dato 15.000 $ per condurre uno studio: val la pena approfondire. Lo studio consisteva nel reclutare una dozzina di podisti, far mangiare loro cornflakes, latte, una banana e succo d’arancia, seguìti da una compressa di Zantac, e mandarli a correre. Ebbene, il farmaco somministrato preventivamente scongiurava il… riflusso del corridore, neopatologia marcata anch’essa Glaxo. La sensazionale notizia venne diffusa in tutto il mondo grazie ad un’agenzia ingaggiata allo scopo, la Ketchum Communications. Glaxo divenne la più grossa casa farmaceutica britannica, la regina Elisabetta nominò baronetto Girolami, e la stessa Glaxo, grata e commossa, commissionò una statua in bronzo (tutta in bronzo, non solo il viso) ad uno scultore di fama: l’effigie di Sir Paul Girolami troneggia oggi nel quartier generale della società. Sic transit gloria mundi. – DE. Un acronimo di due lettere risulta particolarmente incisivo. Andiamo allo sviluppo: Disfunzione Erettile! Un problema fisiologico per uomini di una certa età, patologico se si manifesta precocemente. Le cause – si sa – possono essere tante e, come bisognerebbe fare sempre prima di azzardarsi a prescrivere qualsiasi farmaco, occorrerebbe decifrarle con precisione, senza limitarsi alla pur imbarazzante sintomatologia. Ma di solito ci si accontenta di qualche rapida descrizione, fatta ad occhi bassi, per diagnosticare una DE e, seguendo diligentemente le linee-guida, prescrivere il farmaco block-buster (campione d’incassi) a ciò deputato. Ci occuperemo più avanti di questa categoria di prodotti e del loro retroterra economico. – PMMD. Qui voliamo verso l’empireo: siamo di fronte alla sindrome premestruale. Che cos’è? Tutte le donne (ed i loro partner), sanno bene come i disturbi che precedono ed accompagnano il flusso mestruale, dal menarca alla menopausa, siano antipatici, alterino l’umore ed incrementino l’irritabilità. E’ un fenomeno fisiologico, prima ancora che psicologico, le cui cause sono state individuate da tempo e dovrebbero essere conosciute da qualsiasi studente di medicina. Ma la fisiologia è nemica del profitto delle vendite: tale considerazione ha portato (anche) a coniare il PMMD.Già negli anni sessanta si era iniziato a parlare di SPM (Sindrome Premestruale), volendo riunire una serie di sintomatologie psicologiche e fisiche (tra le quali la ritenzione idrica) che accomunavano molte donne, senza volerne forzare l’accezione in una patologia per la quale sfornare appositi medicinali. Si era affacciata, a dire la verità, una siglatura di barocca insulsaggine (LLPDD: disturbo disforico della tarda fase luteinica), ma, al di là dell’offrire a medici di deprimente mediocrità un escamotage terminologico per apparire autorevoli e colti, non si era andati. All’inizio del 2000, una campagna di quelle che vengono definite informative mise in allarme milioni di donne nei confronti del disturbo disforico premestruale. I media abboccarono o accettarono di abboccare alla immissione sul mercato del Prozac in confezione civettuola, con capsule rosa e lavanda ed il nome d’arte di Sarafem: specialità presentata quale cura per questa nuova malattia. Al solo scopo di favorire la divulgazione scientifica… la direzione marketing della Ely Lilly commissionò anche spot televisivi a società pubblicitarie esperte nel lancio di marche di caffè, elettrodomestici, autovetture, cellulari. Volete un saggio? Uno di questi spot riprende una donna, in evidente stato di nervosismo, che tenta di liberare il carrello della spesa dal groviglio degli altri. A questo punto interviene una voce fuori campo: «Pensi che siano semplici sbalzi di umore dovuti al ciclo? Potrebbe trattarsi del disturbo disforico premestruale».R. Moynihan e A. Cassels scavano più a fondo sulle motivazioni che portarono alla PMMD. La verità è che a fine ‘98 stava per scadere il brevetto della fluoxetina (principio attivo del Prozac), con la inevitabile comparsa di generici meno costosi. La Lilly organizzò quindi una roundtable a Washington, presenti anche esponenti della FDA, e partì l’offensiva sopra evocata. Noi europei, forse perché nei secoli ne abbiamo viste di tutti i colori, siamo meno sensibili a queste cretinate, ed a volte le istituzioni sanitarie del vecchio continente ne tengono conto. Nel dicembre 2003 gli organi di vigilanza europei inibirono alla Lilly il prosieguo della commercializzazione del Prozac per i disturbi premestruali, dichiarando che si trattava di una «patologia non ben definita». Semel in anno licet sanire. – FSD. La disfunzione sessuale femminile (Female Sexual Disfunction). Non chiedeteci lumi sulla nozione di FSD: mai precisamente definita. Quest’ennesima conquista scientifica non fu frutto di una singola casa farmaceutica. Forse la forzatura apparve tanto grossa da consigliare di adibire a levatrice della bufala un convegno internazionale. Come, d’altronde, si era fatto per il DE visto prima. Tecnica già collaudata: un sondaggio (?) stabilisce che il 46% delle donne ne soffre. Nella Blue Room del Palais des Congrès di Parigi, il 30 giugno 2003, nell’ambito di un sontuoso Congresso Internazionale sulle disfunzioni sessuali, si accese un dibattito sull’argomento, sponsorizzato dalla Pfitzer con «una borsa di studio senza limitazioni». Siccome non tutti sono disposti a recitare la parte del giullare ed alcuni congressisti ritenevano che la misura fosse ormai colma, alcuni partecipanti respinsero la sola idea «… che esistesse una malattia con questo nome e stavano conducendo una campagna per smascherare il ruolo che secondo loro le case farmaceutiche avevano nella sua invenzione» (Moyhnian e Cassels, Farmaci che ammalano, pagine 227-228). Singolarità: il moderatore del dibattito e due oratori schierati a difesa dell’esistenza e plausibilità della FSD avevano lavorato come consulenti esterni della Pfitzer. In un successivo congresso a Boston, la precisissima e puntigliosa percentuale del 46% si trasformò in una forbice possibilista «tra il 20 ed il 50%», e fu sancito che la nuova definizione dovesse essere adottata negli ambienti medici e psichiatrici. Casuale… la sponsorizzazione del congresso da parte di 8 case farmaceutiche ed il fatto che 18 dei 19 sostenitori della FSD avessero «legami finanziari o di altro tipo con un totale di 22 società» (opera citata pagina 235). L’anno dopo, altro congresso a Boston, sempre sullo stesso tema. Qui un controllo tanto al braccio (alzata di mano quale risposta alla precisa domanda) rivelò che la metà dei partecipanti era aggiogata all’industria farmaceutica.Evitiamo di citare i numerosissimi congressi organizzati in ogni dove picchiando sempre sullo stesso tasto, alcuni dei quali – abbandonata la sagrestana prudenza – nella stessa sede della Fondazione Pfitzer, e l’arruolamento di ausiliarii di ogni genere: sociologi, opinionisti, luminari al neon, giornalisti ed associazioni di femministe furibonde nei confronti degli uomini e del mondo intero. Il mercato sarebbe (ed in parte è) di enorme appetibilità: cerotti al testosterone, farmaci a base di estrogeni (efficacissimi fattori cancerofili: quindi fonti di potenziale, ulteriore, successivo business oncologico), psicofarmaci. Ed ovviamente non può mancare il micro business (micro rispetto alle vendite di farmaci) costituito dall’onorario di ginecologi, psicologi, psicanalisti e para-psico-parassiti vari. Lapidariamente qualcuno ha riassunto in poche righe il succo del discorso: «Le società farmaceutiche stanno cercando nuove malattie, in base ad ampie analisi delle opportunità di mercato non sfruttate, già riconosciute oggi o promosse come tali domani. Gli anni venturi assisteranno in misura crescente alla creazione di malattie sponsorizzate dalle società farmaceutiche» (New England Journal of Medicine, volume 346, pagine 524-526). L’invito più saggio ci sembra quello di Jean Endicott, intervistato da Ray Moynihan: «Non fatevi ingannare dal marketing sovvenzionato dalle case farmaceutiche camuffato da scienza o da informazione». In conclusione: il business continua florido anzi che no, ma il concetto di FSD ha fatto flop. – Liperattività vescicale. Molti lettori non avranno mancato di osservare come la proliferazione di queste corbellerie è dovuta all’inescusabile complicità di parte della classe medica, a sua volta particolarmente favorita, oltre che dal sensuale fruscio delle banconote, da una rigogliosa ignoranza. La corbelleria di turno viene ideata dal colosso farmaceutico Pharmacia e sostenuta da una forsennata campagna promozionale senza scrupoli. Già nel 1998 i telegiornali avvisavano che c’era una nuova epidemia che colpiva un americano su quattro: «Misteriosamente, i servizi iniziarono a susseguirsi sui media poche settimane prima che nelle farmacie arrivasse un nuovo farmaco per questa malattia, una compressa bianca chiamata Detrol’ » (opera citata, pagina 27). Il bello è che cinque anni dopo il presidente di Pharmacia, Neil Wolf, intervenendo al Pharmaceutical Marketing Global Summit (titolo che è già un programma), si sarebbe vantato di questa truffa, gonfiandosi d’orgoglio come un tacchino. La prima slide proiettata recava il titolo dell’intervento: «Posizionare il Detrol’ – creare una malattia». Affermò quindi: «Volevamo che la gente leggesse qualcosa sul Readers Digest e andasse dal medico dicendo: ho questo problema». Da quale sfrido cerebrale nasce liperattività vescicale? La genesi è nella bava; bava monetaria che cola dalle fauci, visto che gli industriali farmaceutici sembrano tutti affetti da quel prognatismo che caratterizza bulldog e cani mastinoidi.Ricostruiamo il percorso logico-filosofico della pipì-syndrome. L’incontinenza è un problema numericamente limitato e prevalente in una fascia alta d’età. Il che significa minor numero di potenziali acquirenti; il che significa meno vendite e utili. Una rapida stima porta a considerare che l’incontinenza viene curata con farmaci di basso prezzo e frutta appena 40 milioni di dollari l’anno, cifra per morti di fame e squalificante per un’azienda farmaceutica di grosse dimensioni. Allora una lampadina si accende, abbagliante, sulla cervice di Wolf. Bisogna vendere il Detrol a venti milioni di americani, convincendoli che il bisogno naturale di fare pipì è fastidioso, sgradevole, innaturale. In una parola: è una malattia. Tutti coloro che sentono il bisogno di mingere 9-10 volte al giorno sono costretti – disse Wolf – ad adottare comportamenti definibili mappatura della toilette, evacuazione preventiva. Ecco, tenera, premurosa, materna, che Pharmacia arriva a liberare i neomalati dalla schiavitù della pipì. Approfittiamo di questo episodio di UM (Uric-Marketing: ci si vuol negare il diritto di coniare anche noi acronimi?) per fare luce sulle strategie ormai consolidate nel breviario-manuale farmaceutico. Nel Pharmaceutical Marketing Congress del 2002, Eric Pauwels, dirigente della Bayer, moderò una discussione sulle Strategie di marketing precedenti al lancio del prodotto. I congressisti si trovarono d’accordo sul fatto che era indispensabile «… arruolare i dottori con ampio anticipo di mesi, se non anni prima della presunta data di approvazione del farmaco stesso». Pauwels osservò: «Quante volte, alla vigilia del lancio di un medicinale, abbiamo dovuto trovare qualcuno che ne parlasse?». Si convenne da parte di tutti che non era necessario né conveniente ricorrere a grossi nomi, ma, anzi, risultava preferibile trovare una rosa di medici «… disponibili ad affermare che il prodotto X era migliore del prodotto Y»: si sarebbe pensato poi a «costruire la loro reputazione allinterno della comunità scientifica» e farne dei novelli luminari.Insomma, trasfigurando questa realtà nella nota favola oraziana, si fanno diventare topi di città i topi di campagna. E si risparmia pure, perché i servitori di provincia costano molto meno dei grandi servi in livrea dei capoluoghi. Nessuna preoccupazione se, col tempo, i primi sprimacceranno i loro magnanimi lombi sugli scranni accademici: sono dei soli, ma soli compromessi, che possono quindi tramontare con la stessa velocità con la quale sono sorti. Per inciso, il lettore è così in grado di comprendere come personaggi ossessivamente chiamati in ballo da testate giornalistiche o ripresi dalle telecamere lascino in struggente incertezza.Incertezza che deriva dal loro aspetto e che è tutta questione di numeri: sì, il numero degli anni di carcere ai quali vien spontaneo pensare siano stati condannati. Questi astri di etica e cultura medica vengono definiti (e ci scappa un altro acronimo) KOL: Key Opinion Leaders, leader di pensiero scientifico. Tenetelo bene a mente: KOL! Ma andiamo avanti. Pharmacia individua senza difficoltà un nutrito drappello di medici disponibili, li arruola e li fa partecipare a due simposi tenutisi a Londra nel 1997 e nel 1999, pagando anche per ottenere la pubblicazione sulla diffusa rivista Urology degli atti congressuali. La ditta «… copriva la maggior parte, se non la totalità, delle spese dei simposi londinesi e pagava anche i medici che vi si presenziavano… .altri vennero pagati per eseguire test clinici o scrivere articoli per le riviste mediche» (opera citata, pagina 43). Il primo supplemento di Urology del dicembre 1997 riportava 30 articoli, per la maggior parte scritti dagli arruolati della società. C’è da chiedersi come mai una rivista scientifica rinomata e diffusa si sia prestata a queste mistificazioni. La triste realtà è che sono poche quelle davvero autonome e indipendenti (in misura più o meno parziale), molte quelle partecipate da multinazionali del farmaco o da loro collegate. Gli esempi di British Medical Journal o del New England Journal of Medicine sono purtroppo assai circoscritti. Parleremo prossimamente del prezzo che avrebbero pagato gli incauti consumatori di Detrol per (non) liberarsi da questo asservimento. Ricordando una celebre battuta fantozziana a proposito della Corazzata Potëmkin, verrebbe da definire tale operato una pis…ta pazzesca. – IBS. Sindrome da intestino irritabile (Irritable Bowel Syndrome). Inutile dire che anche questa chicca, con la quale concludiamo la presente rassegna (non esaustiva, ma solo rappresentativa), nasce da una rozza prospettiva mercantile. E’ chiaro che si tratta di mistificazione. Che non sarebbe mai passata ai tempi della grande medicina: quella di Murri, Albertoni, Lussana, Moscati, Cardarelli, Frugoni, Campanacci. Quando l’ammalato si visitava non soltanto, ma prima di tutto, con dita, occhi, orecchi; i sintomi erano considerati segni di malattie, non malattie; la mente del medico elaborava, cucendo formule chimiche con nozioni di fisiologia, biologia, biofisica; e la prescrizione nasceva da un profondo processo di logica e di cultura applicata, non dal seguito servile e rinunciatario di linee guida. Chi avesse parlato ad uno qualsiasi dei (veri) luminari citati di IBS, DE, FSD, sarebbe stato preso a calci nel sedere o afferrato per la collottola e trascinato all’uscita.Anche qui il solito, stanco copione. Si considera che molte persone soffrono di dolori di stomaco, diarrea o problemi di stipsi, e si rilegano questi sintomi in una nuova patologia. Una specie di natura morta, avvolta da una nebbia simbolistica alla De Chirico, dove si mettono insieme oggetti d’uso domestico, frutti, verdure ed un manichino col capo reclinato. Basta trovare una bella cornice, mettere un paio di firme nell’angolo destro, ed ecco pronta una nuova patologia. Inquietante (non inedito) lo strumento di lancio dei farmaci già pronti: un articolo di Lancet, pubblicato a Londra alcuni mesi prima del varo della nuova Potëmkin. Inutile frugare sui legami dei redattori dell’articolo e la Glaxo: «In ambito medico un articolo positivo su The Lancet vale oro, e pertanto questa fu unottima notizia per GSK (GlaxoSmithKline), lazienda produttrice del farmaco» (opera citata, pagina 206). La febbre dell’oro porta a considerare che il farmaco (Lotronex) può valere miliardi di dollari, e quindi occorre tirare fuori dal cilindro il solito peluche delle statistiche: la IBS colpisce nientemeno che una persona su cinque, che, in soldoni, significa 45 milioni di pazienti negli States. La meraviglia – ci si perdoni l’intromissione – è che, considerando i milioni di americani che soffrono di acidità, problemi vescicali, sessuali, psicologici, digestivi, motori, eccetera, si arriva alla considerazione che su 300 milioni di abitanti ci sono almeno un miliardo e mezzo di malati. E poi uno non deve credere nei miracoli della scienza!L’unica quisquilia è che il farmaco provoca, in non pochi casi, costipazione acuta e tenace, nonché la cosiddetta colite ischemica. Le feci si trasformano in sassi appuntiti che perforano le pareti dell’intestino, con conseguenti emorragie e setticemie non di rado letali. Gli incredibili tira-e-molla tra GSK ed alleati cavalieri mascherati, esponenti comprati della FDA, altri fuori mercato, il solito rompiscatole del BMJ (British Medical Journal), comitati di pazienti in realtà manichini Glaxo, li tratteremo più avanti, quando parleremo dell’opinabilissima autorevolezza e indipendenza dell’istituzione governativa americana. Il farmaco viene sospeso, poi riammesso, poi nuovamente criticato, riassolto…; una lunga saga, accompagnata da resipiscenze di Lancet, pur tardive, e dall’entrata in campo, in questa cagnara accompagnata da morsi e latrati, della Novartis col suo Zelnorm. A dimostrare come costipazioni iatrogene, perforazioni intestinali, emorragie e morti non siano considerate che bazzecole, la concorrente della GSK giura sull’esistenza innegabile della IBS, lanciando uno spot: «Fastidi o dolori addominali? Gonfiori? Stitichezza? E ora di parlare con il tuo medico dellIBS» (pubblicità Novartis del 2002).E’ appena il caso di notare come questo mazzo di sintomi possano dipendere (e dipendono) da cause estremamente varie e spesso assai lontane. E’ semplicemente inaudito ed oscurantista (qualche severo censore direbbe criminale) mettere insieme sintomi che discendono da patologie diverse o da temporanee disfunzioni e farne una malattia. Si può trattare di ingrossamento del fegato, colite, abuso di antibiotici, alterazioni della flora batterica intestinale, fermentazioni del periodo estivo, virosi intestinali, abitudini alimentari errate, stili di vita pregiudizievoli, e via dicendo. Il più delle volte basterebbe mettersi a dieta, assumere disinfettanti intestinali, fermenti lattici, farmaci per aiutare la decongestione epatica, vitamine. Come al solito, prevale la meccanica ed acefala connessione sintomo-diagnosi, pseudodiagnosi-linea guida, linea guida-farmaci, farmaci-soldi. E la qualità della vita del singolo, già compromessa da alimenti carenti di sali, vitamine o da ritmi di vita errati ed imposti, peggiora, invece di migliorare, con l’assunzione di farmaci impropri e magari dannosi, ma che producono utili diretti ed utili indiretti: questi ultimi quando il malcapitato – come prassi frequente – sarà costretto ad assumere altri farmaci per combattere le malattie provocate da quelli consigliatigli. In un’autogerminazione di irrazionalità e disonestà che a volte ha fine solo con la morte del sano diventato malato. E poi dicono che il moto perpetuo non esiste! Il lettore che ci ha fin qui seguiti pazientemente, potrebbe, pur continuando a leggere con interesse, bofonchiare all’indirizzo del redattore di queste righe: «E va bene, abbiamo capito che si inventano le malattie per farci soldi. Ma bastava qualche esempio. Cosa vuoi fare, unantologia minuziosa delle malattie inventate?». Caro lettore, ti preghiamo di continuare a seguirci con pazienza, perché il bello (cioè il brutto) deve ancora venire. Nel senso che non abbiamo affrontato questi argomenti con lo spirito di un giornalista superficiale, che si frega le mani al pensiero di sbalordire e meravigliare, magari caricando i termini e colorando la realtà.Dietro quanto abbiamo esposto c’è – cosa più importante di ogni altra – la salute e la vita nostra e dei nostri cari, certo; ma c’è il punto chiave, anzi, la chiave stessa che apre un portone sigillato in ogni modo, spalancato il quale si presenta devastante, raccapricciante, evidente il DISASTRO multiforme della nostra epoca. C’è la dimostrazione indiscutibile dell’asservimento dell’uomo a clan spuntati rigogliosi, soprattutto negli ultimi decenni, veri Fleurs du Mal della nostra contemporaneità; c’è la osannata, propagandata e surrettiziamente imposta filosofia che ripete con cadenza ossessiva come slogan i sacri vocaboli libertà e democrazia per celare il lezzo di una decomposizione morale, ma anche intellettuale, mai registratasi nella storia dell’umanità. Una decomposizione che ormai non ha confini, ti entra dalla porta di casa, ti porta via i figli, ti sottrae la possibilità di capire e giudicare, trasformandoti da uomo in ingranaggio, da individuo a numero di serie, da uomo in animale ad impulsi programmati.Gli autori che abbiamo citato, ed altri ancora, pur meritevoli di gratitudine e stima, ci sembra non colgano l’aspetto di gran lunga più importante di questa disamina: la base di questo malcostume, la ragione, la vera causa; e quindi i possibili rimedi. Qui, in poche parole, non c’è di mezzo solo la truffa e la menzogna farmaceutica: paradossalmente, sarebbe il meno. Qui si arriva al ganglio vitale di tutta la società, specie occidentale o sotto influenza occidentale, degli ultimi sessant’anni.L’umanità è realmente oppressa ed espropriata di ogni vera libertà, speriamo non in modo irreversibile, solo quando è convinta di vivere in un’epoca di civiltà e progresso. Il tiranno più oppressivo non è quello che viene identificato come tale, quello che ha una faccia ed un nome e può essere detronizzato: il vero despota non ha volto. Non è uno, né è un direttorio. L’oppressore del nostro tempo si serve di uomini, ma è una sigla. Un sorta di moloch costituito da una ditta, da un’entità organizzata e non obbligatoriamente individuabile, che da creatura dell’uomo si trasforma in entità autonoma, prende vita come statua che da immobile ed inanimata inizi a battere le ciglia, respirare, camminare, orrido automa in grado di schiacciare e divorare chi l’ha forgiata per il raggiungimento dei propri interessi. Se ci trovi oscuri o farneticanti, caro lettore, scusaci, ma ti preghiamo di seguirci ancora. Non è una tattica furbesca per catturare la tua attenzione, ma solo la volontà di condividere con i propri simili, fraternamente, quello che non meriti o doti personali particolari, ma i casi della vita ci hanno permesso di scorgere. E siamo convinti che questo, per quanto amaro e sconvolgente, sia stato un privilegio che la sorte ci ha concesso. L’importante, nella vita, non è tanto la serenità, ma capire, sapere, voler capire e sapere: in caso contrario si consumerebbero inutilmente i propri anni come comparse e capitoli d’anagrafe, non uomini.A breve affronteremo temi ancor più sconvolgenti ed eloquenti: il mondo alienante degli psicofarmaci, i farmaci block-busters, lo sfruttamento dell’infanzia, i numeri del business, l’infiltrazione nelle istituzioni di ogni Paese. Prima di suonare il campanello di casa del Grande Fratello orwelliano e dalle ragnatele giungere alla tana del ragno. Adolfo Di Bella, responsabile Pubbliche Relazioni Metodo Di Bella, fratello di Giuseppe Di Bella effedieffe.com

Chi uscirà per primo dall’Euro?

Giovedì, 2 Dicembre 2010
Il controllo politico sull’Europa comincia a venire meno ora che la crisi esistenziale dell’Eurosistema si aggrava giorno dopo giorno. I numerosi discorsi, interviste, articoli ed altre dichiarazioni pubbliche sul “futuro dopo l’Euro come lo conosciamo” ne sono un chiaro segnale. La stampa britannica si concentra in particolare su che cosa farà la Germania: il Financial Times del 24 novembre si chiede se “la Germania ucciderà l’Euro?”, mentre l’Independent fa eco il 25 novembre: “La Germania sarà la prima a lasciare l’Euro?”. Entrambi i quotidiani, ed anche altri in Gran Bretagna, avvisano i lettori che c’è da attendersi una sentenza della Corte Costituzionale tedesca a favore dei ricorsi presentati contro gli aiuti EU all’Eurozona, e che gli elettori in Germania sono contrari a questi giganteschi salvataggi e sempre più ostili nei confronti dell’Euro. “No, la minaccia all’Euro non viene dai membri più deboli, ma da quelli più forti” scrive The Independent. “La riforma dei trattati che governano l’Euro è dunque essenziale per la Germania… In pratica, tuttavia, è difficile immaginare che la Germania riesca ad ottenere le riforme che desidera il suo elettorato”. E questa è la più grande minaccia alla moneta unica europea in questo momento – che l’anno prossimo, con la frustrazione per la propria incapacità di ottenere una riforma significativa dell’Euro, la Germania (e altri paesi che la pensano come lei) potrebbero abbandonare il progetto in cui hanno investito così tanto”.  Il Daily Telegraph è andato oltre, citando il Prof. Wilhelm Hankel, uno dei cinque ricorrenti presso la Corte Costituzionale, che dice: “La Germania non può continuare a pagare i salvataggi senza andare in bancarotta. Questo fa paura alla gente. Non si trova una cassetta di sicurezza libera in banca oggi in Germania perché sono state tutte affittate e riempite di oro e argento. È una specie di Svizzera underground entro i nostri confini. La gente ha ricordi terribili del 1948 e del 1923, quando perse tutti i risparmi… c’è stata una chiara violazione della legge, e nessun giudice può ignorarla. Sono convinto che la Corte vieterà futuri pagamenti”. Il Telegraph conclude: “Se ha ragione – e lo sapremo in febbraio – la crisi del debito UE subirà una svolta drammatica”.  In effetti ci sarà un’udienza decisiva in dicembre, e si prospetta una sentenza all’inizio dell’anno prossimo. Questo scatenerà sicuramente una forte reazione dai mercati finanziari, contro cui dovranno proteggersi i tedeschi, se vogliono evitare di andare a fondo insieme al sistema in bancarotta del gruppo Inter-Alpha.
In Germania stessa molte personalità si sono unite ad Hankel nel mettere in dubbio il sistema dell’Euro “come lo conosciamo”, inclusi Hilmar Kopper, ex amministratore delegato della Deutsche Bank, e Hans-Olaf Henkel, ex presidente della Confindustria tedesca (BDI). A livello parlamentare, i politici dell’FDP in particolare (il partner di minoranza nella coalizione) hanno annunciato che non voteranno a favore degli aiuti al sistema bancario irlandese, aggiungendo che occorre proteggere il denaro dei contribuenti da tale misura. E Carsten Schneider, portavoce dell’SPD sul bilancio, ha fatto appello al ministro delle Finanze Schaeuble affinché dica alla seduta speciale del Commissione Bilancio al Bundestag il 29 novembre “che tipo di Piano B abbia, se dovesse crollare il sistema dell’Euro”.  In Italia Paolo Savona, presidente del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, ha reiterato il suo appello per un Piano B italiano, per un futuro al di fuori dell’Euro. Parlando a Radio Vaticana il 22 novembre ha detto che l’unica domanda è se l’Euro verrà abbandonato per scelta o come un “risultato inevitabile”. Un paese serio, ha aggiunto, deve avere “un programma, un’ipotesi, un Piano B che includa questa possibilità”.
In un’intervista il 19 novembre alla pubblicazione internet Sussidiario.net, Savona sostiene che “le soluzioni tampone che si stanno individuando non possono funzionare”. “È meglio, a questo punto, che ogni paese abbia un suo schema su come uscire dalla situazione. Ognuno deve sapere cosa succede e cosa fare qualora si rompa l’Eurozona o addirittura l’Unione Europea”. Oggi, denuncia Savona, “siamo in una situazione di ‘occupazione straniera’, sono gli altri che ci devono dire come ci dobbiamo comportare. Questo non è accettabile, non è dignitoso”. EIR Stratetic Alert n.48 via effedieffe
 

 

Al Qaeda non esiste più (by Servizi segreti francesi)

Martedì, 5 Ottobre 2010

Al Qaeda non esiste più dal 2002. Lo sostiene il capo dei servizi segreti francesi al Senato della repubblica francese, il 29 gennaio scorso. Dice Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese):  Il 29 gennaio 2010 la Commissione Affari Esteri convoca Allain Chouet, già capo della DGSE (Direction Générale de la Sécurité Extérieure, il controspionaggio francese, ndr) per dare una sua valutazione sul ‘Medio Oriente nell’ora del nucleare’. Ecco come esordisce monsieur Chouet: ‘Come molti miei colleghi professionisti nel mondo, ritengo, sulla base di informazioni serie e verificate, che Al Qaeda sia morta sul piano operativo nelle tane di Tora Bora nel 2002… Sui circa 400 membri attivi dell’organizzazione che esisteva nel 2001, meno di una cinquantina di seconde scelte (a parte Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri che non hanno alcuna attiduine sul piano operativo) sono  riusciti a scampare e a scomparire in zone remote, vivendo in condizioni precarie, e disponendo di mezzi di comunicazione rustici o incerti’”. “Non è con tale dispositivo che si può animare una rete coordinata di violenza politica su scala planetaria. Del reso appare chiaramente che nessuno dei terroristi autori degli attentati post-11 settembre (Londra, Madrid, Sharm el-Sheikm, Bali, Casablanca, Bombay, eccetera) ha avuto contatti con l’organizzazione. … Tuttavia, si deve constatare che tutti, a forza d’invocarla ad ogni occasione e spesso fuori proposito, appena un atto di violenza è commesso da un musulmano, o quando un musulmano si trova al posto sbagliato nel momento sbagliato, o anche quando non ci sono musulmani affatto (come negli attentati all’antrace in USA), a forza d’invocarla di continuo, certi media o presunti ‘esperti’ di qua e di là dell’Atlantico, hanno finito non già di resuscitarla, ma di trasformarla come quell’Amedeo del commediografo Eugene Ionesco, quel morto il cui cadavere continua a crescere e a occultare la realtà, e di cui non si sa come sbarazzarsi”. (tratto da s. manfredi la funzione della televisione effedieffe.com)

Rotary, Massoneria e Chiesa cattolica

Mercoledì, 15 Settembre 2010

Prologo Il Rotary è nato il 23 febbraio del 1905 a Chicago (Illinois, USA). I fondatori erano 4: Gustav Loehr, ingegnere minerario, S. Schiele, negoziante di carbone, H. Shorey, sarto e Paul Percival Harrys, avvocato (1) e massone (2). Il nome Rotary fu proposto da Harrys poiché i 4 fondatori si riunivano a rotazione nei loro studi ed officine professionali. Durante la Convention di Duluth nel 1912, i rotaryani decisero di assume come loro simbolo una ruota blu con 24 denti e 6 raggi (3). Essa simboleggia la ruota dei carri dei pionieri dell’avventura americana, iniziatasi nel Seicento, coi Padri Pellegrini, che dall’Inghilterra e dall’Olanda si diressero nel nord America per vivere più liberalmente il loro protestantesimo puritano e calvinista. I denti rappresentano un ingranaggio meccanico, che significa la rivoluzione industriale e una concezione del mondo o filosofia marcatamente tecnologica e tecnocratica, con un richiamo alla inter-attività e inter-dipendenza tra i membri del Rotary, simili alle rotelle di un grande ingranaggio (4). Tuttavia, vi è anche una simbologia più nascosta, segreta o esoterica di tale emblema. La ruota è “un simbolo antichissimo, presente in tutte le culture. Assumerla come allegoria del progresso è ad un tempo corretto e riduttivo. La ruota partecipa alla perfezione suggerita dal cerchio, (…). Essa si riferisce, inoltre, al movimento e al divenire (…), tensione verso elevati standard (professionali, etici, personali), (…) calati nella (…) realtà di una concretezza operativa (…). Ma la ruota è anche larota mundi’, simbolo del mondo (…), che contiene luniverso entro la sua circonferenza(5). La vocazione rotaryana implica universalità e mondialismo planetario. Il Rotary aspira ad “abbracciare entro la propria circonferenza luniversalità delle nazioni, delle razze, delle culture” (6). Il numero 24 è il doppio di 12 (come i mesi dell’anno, le costellazioni dello zodiaco), che di per sé significa pienezza e totalità, volutamente raddoppiata e accentuata dai rotaryani, i quali vorrebbero spaziare oltre il mondo intero. I 24 denti significano l’ingranaggio che vorrebbe realizzare l’addentellamento di tutte le nazioni della terra. Onde il Widmann definisce il Rotary come “movimento sovrannazionale, sovraculturale e sovrarazziale’” (7).
Il colore blu rappresenta la tensione cosmica, come l’acqua del mare, la volta del cielo (e della loggia massonica) e sta a significare la volontà di riunificate tutte le nazioni in un Nuovo Ordine Mondiale più ampio (vedi la bandiera dell’ONU e delle Nazioni Unite) mediante un sentimento di amicizia filantropica. I 6 raggi della ruota blu, sono il simbolo di un’emanazione, la quale si propaga dal centro della ruota dentata verso tutti gli altri enti, i quali non sono creati ex nihilo da Dio, ma emanano dall’Indeterminato o dall’Architetto dell’Universo. Il colore blu è circondato dal giallo oro, per significare l’eccellenza, che è il quarto concetto della filosofia rotaryana (tecnocrazia, mondialismo, filantropia ed eccellenza), vale a dire il rotaryano è un iniziato, non uno qualsiasi, fa parte di una elite tradizionale e non della gente comune, che tende ad una perfezione sempre maggiore, all’infinito. La storia La vitalità dei vari club rotaryani sparsi nel mondo (27. 000, con 1. 200. 000 soci, in 150 nazioni) trae origine dallo spirito americanista, essendo nato a Chicago 115 anni fa. La sua prima origine lo colloca nel genere di associazioni fondate sulla capacità di rispondere alla sfida di un ambiente in rapida «crescita industriale e capitalistica selvaggia(8). Chicago nei primi del Novecento contava già 2 milioni di abitanti, in essa erano assai vivi i “valori umanistici dellademocrazia e della solidarietà sociale’ ” (9). Proprio in quegli anni l’America cominciava a diventare una super-potenza a livello mondiale; infatti dopo la guerra contro la Spagna (1898), Cuba, Portorico e le Filippine passarono sotto l’orbita statunitense, nel 1907-1909 una squadra navale americana aveva compiuto un giro di ricognizione attraverso il Pacifico, attraccando ai porti giapponesi, per mostrare di essere una potenza mondiale e non più limitata al solo continente americano del nord e del sud. Questo sentimento americanissimo di imporsi all’attenzione del mondo intero non è estraneo al desiderio rotaryano di espansione totale e sovrannazionale (10). Il Mondo Nuovo si affacciava sulla scena dell’orbe e non è “azzardato collocare in questo contesto storico il desiderio delRotary Internationaldi costruire e di diffondere un modello di ‘uomo nuovo’ ” (11). Mentre in quel tempo nascevano in America associazioni di ispirazione protestantica: LEsercito della Salvezza (1880), caratterizzato da un certo moralismo puritano, ad esempio la lotta contro l’alcool; e politico-sociale: l’Associazione Cristiana delle Giovani Donne (1858) di ispirazione femminista; il Rotary “nasce senza infiammarsi di ardori politici (…), né religiosi, non (…) formulò piattaforme elettorali (…), ma individuò nello spirito di una solidale amicizia il sostegno di un sodaliziofilantropico’ ” (12). Occorre dire che se la dottrina e prassi pubblica del Rotary è molto simile a quella massonica, esso non era – tuttavia – ricco “di quei connotati di segretezza e di esoterismo, di quei rituali iniziatici che contraddistinguevano la Massoneria(13). In breve il Rotary appare come una massoneria pubblica e come l’anticamera di quella esoterica e segreta, ove i massoni possono facilmente pescare delle persone, che vi sono entrate per ingenuità, per farne dei fratelli a tre puntini. In un certo senso è anche peggiore della massoneria anglo-americana, la quale “postula come esigenza primaria la credenza nel Grande Architetto dellUniverso, (…) mentre il Rotary è al di sopra e al di fuori di ogni concezione religiosa(14). La dottrina rotaryana La filosofia dei 4 fondatori del Rotary “è impregnata di realismorazionalistico’, influenzato dalpragmatismoamericano di William James (…). Gli Stati Uniti nascono come un Paese riformato’ (luterano), ovvero popolato di persone che provenivano dalla culturasuccessivaalla riforma protestante’ (…). Lamericano non impone il credo protestante (…), in America non esiste neppure una religione che tollera e una che viene tollerata. Si ha unaccettazionetranquilla’ (o forse indifferente) delle varie confessioni (…). Il Rotary èal di fuori’, più che al di sopra, di ogni questione religiosa, cioè estraneo ad ogni discriminazione circa le credenze religiose dei soci (…). ‘L’indifferentismo religioso’, come lo ha definito il gesuita Pietro Pirri, costituisce uno dei principali capi di accusa che la Chiesa romana ha imputato al Rotary (vedi LOsservatore Romano, 15 febbraio 1928, ‘Che cosè il Rotary?’)” (15). Il Rotary si espande prima nei Paesi anglofoni e protestatici (Canada e Inghilterra, 1911), poi nell’Europa occidentale e in America Latina (1920-1939), infine in Asia e Africa. In Italia e Germania, Spagna e Portogallo il Rotary viene soppresso negli anni Trenta dalle dittature fasciste ivi installatesi e riprende solo dopo la loro caduta. “I rotaryani vennero tenuti per molti anni in grande sospetto (anche dopo la fine della guerra) dal Vaticano. Lappartenenza al Rotary era vietata ai religiosi e vivamente sconsigliata ai credenti(16). Il Rotary in Italia Il 20 novembre 1923, presso l’esclusivo Ristorante Cova di Milano, viene ufficialmente inaugurato il primo club Rotary d’Italia. Milano fu scelta come sede poiché si preparava a divenire la capitale economica della penisola. L’ispiratore di tale fondazione non fu un milanese, né un lombardo, né tanto meno un padano-italiano ma un inglese, sir James Henderson, affiancato dal suo amico Leo Giulio Culletton. Quest’ultimo avrebbe voluto che il club rotaryano italiano fosse del tutto simile a quelli americani, ossia ultra-democratico, mentre Henderson propendeva per un Rotary italiano elitario ed aristocratico (17), con membri influenti dell’alta borghesia ed imprenditoria, (tra essi figurano Motta, Falk, Pirelli, Borletti). Dopo Milano il Rotary si espande verso Trieste, Genova e il Piemonte (con Vittorio Emanuele III come socio), per giungere sino a Firenze, Roma (con Arnaldo Mussolini, sino a quando il regime tollerava tacitamente il club), Napoli e Palermo, i nomi dei vip aumentano: Giovanni Agnelli, Marzotto, Giovanni Treccani, Guglielmo Marconi, Nel 1925 il fascismo entra in collisione col club a causa delle sue origini demo-plutocratiche, del suo pacifismo e del suo mondialismo (18). Nel 1928 la Chiesa cattolica attacca il Rotary (vedi padre Pirri, in L’Osservatore Romano, 15 febbraio 1928) accusandolo di para-massoneria, poiché “la sua morale non è che un travestimento di quella massonica(19). Il 4 febbraio 1929 il Sant’Uffizio pubblica un decreto con cui proibisce in Italia ai sacerdoti di iscriversi all’Associazione rotaryana, mentre in Spagna il cardinale primate Pedro Segura y Saenz, arcivescovo di Toledo, il 23 gennaio 1929 estendeva la proibizione anche ai semplici laici battezzati, poiché l’associazione era basata su una morale autonoma e laicistica, una concezione mondialistica, una concezione di fratellanza filantropica in opposizione con la virtù teologale di carità, una filosofia soggettivista e relativista; il caudillo Francisco Franco lo sciolse e venne ristabilito solo nel 1983. Anche La Civiltà Cattolica si occupò della questione massonico-rotaryana in tre articoli (16 giugno 1928, 21 luglio 1928 e 16 febbraio 1929), in cui l’associazione rotaryana veniva definita come “unemanazione massonica, una nuova specie di massoneria che opera in pieno giorno”. Ma, in Italia, il club fu soppresso ufficialmente solo nel 1938. In realtà da parte rotaryana “non venne mai smentito che fra i soci del Rotary figurassero anche persone appartenenti alla massoneria, proprio in quanto lo statuto dellassociazione non prevedeva discriminazioni in ordine a convinzioni religiose, filosofiche e politiche(20). L’11 gennaio 1951, L’Osservatore Romano pubblicò un Decreto del Sant’Uffizio, che diffidava i sacerdoti di iscriversi alle associazioni segrete, con riferimento implicito al Rotary. Tale Decreto venne spiegato dal padre gesuita Francesco Pellegrino il 14 gennaio del 1951, nella chiesa del Gesù di Roma. Infine vi fu un articolo ulteriormente chiarificatore apparso su L’Osservatore Romano il 27 gennaio 1951, in cui si negava ai vescovi aventi diocesi di permettere agli ecclesiastici di iscriversi al Rotary, ma veniva loro consentita la frequenza alle riunioni rotaryane con carattere pubblico o con finalità caritatevole; quanto ai laici nessun cenno di proibizione. Il cardinale Angelo Roncalli, durante il suo patriarcato a Venezia (1953-58) ebbe numerosi contatti con i rotaryani (21) e da Papa il 20 aprile 1959 ricevette una prima volta i rotaryani d’Italia, seguita da una seconda il 20 marzo 1963. Il 13 novembre del 1957 Giovanni Battista Montini, arcivescovo di Milano, aveva già presenziato alla riunione del club rotaryano milanese ed aveva dichiarato che in passato aveva avuto molte riserve sul Rotary, “frutto di ignoranza e di errore(22). Il 28 settembre 1963 Paolo VI ricevette un’intera rappresentazione rotaryana, poi il 20 marzo 1965, quindi il 14 novembre 1970, inoltre il 16 febbraio 1974 ed infine Giovanni Paolo II indirizzò ai rotaryani della LXX Convention un messaggio di viva simpatia il 14 giugno 1979, poi il 13 febbraio 1984, quindi il 25 febbraio 1989 (23). Conclusione L’ideologia del Rotary presenta gravi carenze filosofico-dogmatiche ed una inconciliabilità di fondo con la dottrina cattolica. Infatti, essa è il frutto – come abbiamo visto nel corso dell’articolo grazie alle citazioni dei rotaryani stessi – del neoprotestantesimo liberale americano, ancora più latitudinarista di quello classico luterano. L’Americanismo o modernismo pratico, condannato da Leone XIII in Testem benevolentiae (1895), ne è il cuore, assieme al Pragmatismo razionalista di William James (+ 1910). Il mondialismo oggi imperante, con il concetto di società multi-etnica, multi-religiosa e multi-culturale, rappresenta uno dei pilastri della filosofia e prassi rotaryana. L’iniziazione del tutto laica e borghese, elitario-tecnocratica, tendente al progresso all’infinito è presente nel Rotary anche se non in maniera segreta o esoterica come nella massoneria. Il filantropismo, che cerca di scalzare la virtù teologale e soprannaturale di Carità, pure. L’esclusione di ogni concezione religiosa propria del Rotary sorpassa anche il vago deismo massonico, il quale richiede almeno la credenza nel Grande Architetto dell’Universo ed esclude l’ateismo grossolano, perciò essa porta ad una forma estrema di indifferentismo agnostico, estraneo persino alla massoneria anglo-americana. La morale rotaryana è autonoma, soggettiva o kantiana, dunque essenzialmente contrapposta a quella oggettiva, naturale e divina del cattolicesimo e della retta filosofia. Il laicismo politico, con la separazione assoluta tra Chiesa e Stato è un caposaldo del rotarysmo ed è contraria al Diritto Pubblico Ecclesiastico tradizionale. Il tutto è incorniciato in un sostanziale soggettivismo e relativismo filosofico, religioso e sociale, che inquina e guasta l’intera dottrina e prassi rotaryana. Ciò che lascia perplessi è il cambiamento o rovesciamento di giudizio nei confronti del Rotary, avvenuto con Giovanni XXIII (1962) e Paolo VI (1963), dopo quaranta anni circa di condanne ecclesiastiche (1928-1951) a partire da Pio XI sino a Pio XII. Ma data la svolta antropocentrica della teologia del Vaticano II (confronta Gaudium et spes numero 22; Paolo VI, 7 dicembre 1965, Omelia nella IX sessione del Concilio Vaticano II; Karol Woytjla, Segno di contraddizione, Milano, Vita e Pensiero, 1977; Giovanni Paolo II, Redemptor hominis (1979); Dives in misericordia (1980),  Dominum et vivificantem (1986); non ci si meraviglia più di tanto, anzi è del tutto normale che ad una teologia del primato dell’uomo su Dio, sia seguita una pastorale della preminenza dell’unitarismo sulla verità, la quale è sfociata infine nella superiorità della diplomazia o filantropia sulla religione positiva e rivelata. Il cambiamento a 360 gradi del giudizio clericale sul Rotary è una conferma dell’inesistenza dell’ermeneutica della continuità tra Vaticano II e Tradizione divino-apostolica, (confronta B. Gherardini, Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare, Frigento, 2009; Idem, Tradidi quod et accepi. La Tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Frigento, 2010) anzi è la prova provata della rottura e contraddizione tra Tradizione e conciliarismo: teocentrismo/antropocentrismo; retta filosofia/sincretismo; religione/filantropismo. Solo rimettendo ordine alle idee e ai fatti: mezzi disposti al Fine, creatura al Creatore, unione a Verità, politica a Religione, si potrà ritrovare la tranquillità e la stabilità teoretico-pratica in campo filosofico, teologico e spirituale, altrimenti si resta nell’attuale caos della post-modernità nichilistica del neo-modernismo condannato da Pio XII (Humani generis, 12 agosto 1950), che mette l’uomo contro Dio, la mondializzazione contro la Verità e la politica contro la Religione. Mentre la modernità e il modernismo classico condannato da San Pio X (Pascendi, 8 settembre 1907) si limitavano a fare a meno dell’Essere oggettivamente reale e Trascendente o a separare l’uomo da Dio, come non esistesse; a volere l’unione senza la Verità e la politica priva di Religione. Questa è la tragedia conciliare, l’uomo al posto di Dio, che ha reso l’ambiente cattolico una bolgia e il mondo una specie di inferno.
Per1) Confronta P. P. Harrys, La mia strada verso il Rotary, trratuzione italiana, s. l., Edizioni del Distretto 2070, 1993. 2) A. Mellor, Dictionnaire de la Franc-maçonnerie et des Francs-maçons, Parigi, Belfond, 1989, pagina 196. 3) Confronta Claudio Widmann, a cura di, Il Rotary, unidea, una storia, Chicago 1905, Ravenna 1995, Ravenna, Longo Editrice, 1996, pagina 9. Sulla simbologia rotaryana confronta M. Chevalier, Society, manners and politics in the United States, New York, Anchor Books, 1961; idem, Chronicle of the Pilgrim Fathers, London & New York, J. M. Dent, 1910; M. Novak, Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo, Roma, Armando, 1987. 4) C. Widmann, ivi. 5) Ibidem, pagina 10. 6) Ibidem, pagina 11. 7) Ibidem, pagina 12. 8) Ibidem, pagina 18. 9) Ivi. 10) Confronta ibidem, pagina 19. 11) Ibidem, pagina 20. 12) Ibidem, pagina 21. 13) Ibidem, pagina 22. 14) L. Troisi, Dizionario massonico, Foggia, Bastogi, s. d., pagina 347. 15) C. Widmann, citato, pagina 23. 16 Ibidem, pagina 26. 17) Confronta A. Frumento, Nascita e rinascita del Rotary in Italia, Milano, Rotary Club di Milano, 1975, pagina 19. Confronta anche A. Belloni Sonzogni, Rotary di Milano: interpretazione storica di un progetto civile, Milano, Rotary Club di Milano, 1993. 18) Confronta C.  Widmann, citato, pagine 44-46. 19) Confronta E. Cianci, Il Rotary e la Chiesa cattolica, Congresso 207, Distretto Arezzo, 10-12 maggio 1985; O. Ranelletti, Il Rotary e la Chiesa Cattolica, Milano, Istituto Culturale Rotaryano, 3a edizione, 1991. 20) C.  Widmann, citato, pagina 50. 21) Confronta O. Ranelletti, Rotary e Chiesa Cattolica, Milano, Istituto Culturale Rotaryano, 3a edizione, 1991, pagina 91. 22) E. Cianci, Il Rotary nella società italiana, Milano, Mursia, 1983, pagina 176. 23) Idem, citato, pagina 178. Confronta R. Esposito, Le grandi concordanze tra la Chiesa cattolica e la massoneria, Firenze, Nardi, 1987; G. B. Buzzetti, voce Rotary, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1952, volume X, col. 1398 s.

gentile autorizzazione di don Curzio Nitoglia a EFFEDIEFFE.com

Il sionismo: la fine di Israele?

Giovedì, 8 Aprile 2010

E’ uscito nel 2005, tradotto dall’originale in lingua inglese (2004), un interessante libro, anche se non condivisibile in toto, di Yakov M. Rabkin (1), professore al Dipartimento di Storia dell’Università di Montreal, visiting scholar alla Yale University ed anche a Tel Aviv.

Una delle sorprese che ci riserva il professore canadese di origine russo-israelita, e quindi non accusabile di anti-«scemitismo», è quella secondo cui «tra i sostenitori incondizionati di Israele ci sono più ‘cristiani’ che ebrei» (2). Secondo «il predicatore ‘evangelista’ Jerry Falwell (…), la fondazione dello Stato di Israele nel 1948 è ‘la prova che il ritorno di Gesù Cristo è vicino’» (3).
Tale idea è portata avanti non solo dagli ebrei sionisti, ma soprattutto dai «cristiani evangelisti» (4) e – aggiungo io – dai «catto/modernisti» a partire dal Concilio «Economico» (5) Vaticano II e la Dichiarazione Nostra aetate del 1965 sino ai giorni nostri. Infatti, il «17» (6) gennaio 2010, abbiamo sentito il coro del Tempio Maggiore ebraico romano cantare davanti a Benedetto XVI «Aspettiamo il Messia».

Ma, per noi cattolici-romani Gesù è il Messia ed è venuto 2010 anni or sono, ha fondato una Chiesa su Pietro e i suoi successori, i Papi, che sono i suoi «Vicari» in terra. Ora, come mai davanti al Vicario del Messia venuto si canta «Aspettiamo il Messia» venturo? Forse, noi cattolici romani siamo troppo antiquati per poter capire che c’è stato un «aggiornamento» in chiave pastorale a-dogmatica? In realtà questo è l’inveramento di quanto dicevano Domenico Giuliotti: «roba da far impallidire l’inferno» e padre Pio: «certi uomini son peggiori del diavolo». Se fossero stupidi o pazzi, non avrebbero colpa, ma sono diabolicamente intelligenti e furbi, onde sono inescusabili. Per fortuna qualche vescovo cattolico si sta svegliando; è famoso il caso di monsignor Tadeusz Pironek, ex Segretario della Conferenza Episcopale Polacca, il quale ha dichiarato: «Gli Israeliani non rispettano i diritti umani dei palestinesi. La shoah non è solo ebraica, ma riguarda cattolici e polacchi. L’olocausto in quanto tale è una invenzione degli ebrei» (Pontifex, 25 gennaio 2010, pagina 2 e Corriere della Sera, 26 gennaio 2010, pagina 17).

Hanno fatto seguito monsignor Simone Statizzi, vescovo emerito di Pistoia, monsignor Ennio Appignanesi, arcivescovo emerito di Potenza, monsignor Vincenzo Franco, vescovo emerito di Otranto, monsignor Felice Leonardo, vescovo emerito di Telese, con dichiarazioni «teologicamente scorrette» a tutto campo (vedi Sì sì no no, 15 febbraio 2010, pagine 6-8). In campo laico, il professor Antonio Caracciolo, che era stato minacciato di espulsione dall’Università La Sapienza di Roma ove insegna, per aver espresso il desiderio di «ricercare» la verità storica sulla reale entità della shoah, essendo egli un «ricercatore» di professione e stipendiato per questo, non si è lasciato intimorire, ma è passato al contrattacco ed è stato prosciolto con formula piena nel procedimento disciplinare, che il suo rettore aveva voluto demandare al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, il quale ha svolto i suoi lavori e si è pronunciato il 13 gennaio 2010. In via eccezionale, era presente il rettore stesso, il quale letta la memoria difensiva del professor Caracciolo ed ascoltati i suoi tre legali, ha deciso di ritirare qualsiasi richiesta di sanzione (7). Valga da esempio soprattutto a noi «ecclesiastici».

Nel suo libro Rabkin spiega che l’opposizione al sionismo e allo Stato d’Israele è espressa dai rabbini ortodossi e dagli ebrei religiosi (8) e da quelli liberali in nome della Torah e in nome del pacifismo o difesa dei diritti umani, in specie dei palestinesi. Invece tra noi goyjm si equipara antisionismo ad antisemitismo. Forse questo zelo intempestivo dei Gentili nei confronti del sionismo è la prova del nove di una barzelletta di tradizione hassidica raccontata anche da Moni Ovadia: «Lo sai perché gli ebrei son tutti intelligenti? Perché gli stupidi li battezzano!». Essa è una prova del nove della validità teoretica dell’anti-«scemitismo» di cui abbiamo già scritto.

L’attualità del libro di Rabkin oltrepassa la querelle tra ebrei religiosi, liberal/pacifisti e nazional/sionisti, per mostrare «quanto grave sia la posta in gioco per linsieme del popolo ebraico, ancor più oggi che lo Stato sionista cerca di imporre la propria egemonia politica e militare sulla regione, configurando una minaccia per gli ebrei ancor più fondamentale dell’ostilità araba e palestinese» (9) e – oserei dire – di quella germanica del 1942-45.

Lettura «ebraica non-sionista» della shoah

La shoah è vista dagli ebrei religiosi come una sorta di ripetizione della distruzione di Gerusalemme e del suo Tempio da parte di Tito (10). Per gli ebrei religiosi e a-sionisti la causa di tale «catastrofe» (traduzione esatta di «shoah», che non significa «olocausto»), così come di altre è stata l’infedeltà a Dio da parte del popolo ebraico: nel 70 e 135 distruzione del Tempio, di Gerusalemme da parte di Tito e della Giudea da parte di Adriano; nel 1492 espulsione degli ebrei dalla Spagna; nel 1942-45 la «shoah» degli ebrei dell’Europa nord-orientale dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista al III Reich germanico nel 1933. Anche il gran rabbino sefardita di Gerusalemme, Ovàdia Yosèf, ha dichiarato: «Le vittime della shoah sono le anime dei peccatori askenaziti reincarnate e castigate dai Tedeschi» (La Stampa, 7 agosto 2000, pagina 11). Egli, infatti, è un noto cabalista e crede cabalisticamente alla reincarnazione delle anime. Sempre La Stampa di Torino nel medesimo articolo commenta: «Oltre a rendere i nazisti strumento divino, Yosèf avalla il concetto della responsabilità degli ebrei nella propria persecuzione».

Interviene anche il gran rabbino askenazita di Gerusalemme, Meir Lau, (intervistato sul medesimo quotidiano, lo stesso giorno, nell’articolo succitato) e, pur non entrando, in una disputa teologica anti-cabalistico/sefardita sulla reincarnazione, afferma: «Il concetto sefardita nelle sue conclusioni è simile a quello che usava la Chiesa quando sosteneva che gli ebrei erano destinati a espiare il Deicidio». Due giorni dopo, il 9 agosto del 2000, il rabbino capo di Torino Alberto Somèk, sefardita, rilascia una lunga ed autorevole intervista a La Stampa (pagina 21), in cui spiega che «Le dichiarazioni di Ovàdia Yosèf lungi dall’aver legami con la politica mediorientale, riflettono un dibattito tutto interno allebraismo come religione. Sul piano teologico la reincarnazione ha solide basi (Talmud di Babilonia, Kiddushin 72a) soprattutto dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna. Le parole di Yosèf suscitano scandalo perché attaccano una teologia alternativa: ‘Il silenzio di Dio’, che porta alla negazione della sua onnipotenza o anche della sua esistenza, la quale riprende le teorie filosofiche moderne e laiciste della ‘Morte di Dio’.

Rav Yosèf vuol gettare le basi teologicamente ortodosse della shoah simile alla distruzione del Tempio e all’espulsione dalla Spagna». Il 15 agosto è la volta del rabbino sefardita Sholòmo Benzìri, il quale asserisce: «Durante l’olocausto i pionieri sionisti (askenaziti) si interessavano più alle proprie vacche che non al salvataggio delle comunità ebraiche ortodosse in Europa. I padri del sionismo le abbandonarono al proprio destino. Commisero un crimine imperdonabile» (La Stampa, pagina 1). Sarebbe interessante (ed anche logico e coerente) se gli ebrei sefarditi accusassero gli askenaziti di «crimini contro l’umanità» e li portassero ad una «Norimberga-bis».

La Germania aggredita dal sionismo

L’autore confessa onestamente che è stata per prima «l’ala più combattiva del sionismo a tenere un discorso aggressivo nei confronti del nuovo (1933) governo tedesco. Jabotinsky agisce come se fosse il comandante supremo delle forze armate ebraiche. Egli attacca la Germania dalla radio ufficiale polacca» (11) e il «Daily Express» del 24 marzo 1933 in prima pagina intitola: «Judea declares war on Germany. Jews of all the world unite in action. Boycott of german goods». Hitler era appena andato al potere (gennaio 1933). Lo stesso Rabkin, che non è certamente un nazista o antisemita, scrive: «I sionisti avrebbero dichiarato guerra a Hitler e al suo Paese molto prima della Seconda Guerra Mondiale, avrebbero chiamato a un boicottaggio economico della Germania, scatenando la rabbia del dittatore (12) (…). Sono questi ‘uomini di Stato’ che nel 1933 hanno organizzato l’irresponsabile boicottaggio contro la Germania (…), che ha portato la disgrazia sugli ebrei d’Europa» (13). Rabkin continua: «Tutti i critici accusano i leader sionisti di essersi occupati più di un futuro Stato che della sorte degli ebrei (…), così molti tentativi di salvare degli ebrei in Ungheria e altrove avrebbero trovato una resistenza da parte dei dirigenti sionisti» (14). Addirittura ci spiega che non gli antisemiti, ma «gli haredim e coloro che provengono dall’ambiente ebraico liberale sono stati forse i primi a paragonare i sionisti ai nazisti (…) per il culto della forza e l’adorazione dello Stato. Questi paragoni, all’epoca abbastanza frequenti, (…) sono stati ripresi dopo dalla propaganda sovietica e, più tardi, da molti media arabi» (15). Le Leggi razziali di Norimberga sono del 1935, due anni dopo la dichiarazione di guerra del giudaismo sionista alla Germania.

Pericolosità apocalittica del sionismo

Secondo molti pensatori haredim «la shoah e lo Stato d’Israele non costituiscono affatto degli avvenimenti antitetici – distruzione e ricostruzione -, ma piuttosto un processo continuo: l’eruzione finale delle forze del male (…). La tradizione giudaica considera rischiosa ogni concentrazione di ebrei in uno stesso luogo. I critici odierni fanno osservare che le previsioni più gravi sembrano realizzarsi, perché lo Stato d’Israele è diventato «l’ebreo tra le Nazioni» e il Paese più pericoloso per un ebreo» (16). Nel capitolo VII del suo libro Rabkin approfondisce questo stesso tema: «Lo Stato d’Israele è in pericolo (…). Quello che veniva presentato come un rifugio, addirittura il rifugio per eccellenza, sarebbe diventato il luogo più pericoloso per gli ebrei. Sono sempre più numerosi gli israeliani che si sentono presi in una ‘trappola sanguinaria’ (…). E cresce il numero di quanti esprimono dubbi circa la sopravvivenza di uno Stato d’Israele creato in Medio Oriente, in quella ‘zona pericolosa’ (…). I teorici dell’antisionismo rabbinico sostengono (…). che la shoah sia solo linizio di un lungo processo di distruzione, che l’esistenza dello Stato d’Israele non fa che aggravare (…). Concentrare (5-6) milioni di ebrei in un luogo così pericoloso sfiora la follia suicida» (17). Analogamente a quanto successe a Masada nel 73. Ma la storia non sembra essere più «magistra vitae».

Conclusione

a) Mentre in «Occidente» i goyjm sono ossessionati dalla shoah, come da «un passato che non passa» (Sergio Romano), in Israele si comincia a capire che la shoah è linizio di un lungo processo di distruzione. Infatti Israele appare una trappola rischiosamente cruenta per i circa sei milioni di ebrei concentrati in un medesimo luogo.

b) Quello che poteva sembrare inizialmente un magnifico trionfo o un bellissimo sogno si sta rivelando sempre di più un terribile scacco e un tremendo processo di auto-distruzione. Giustamente Rabkin vede in Israele un pericolo per l’intera umanità, che potrebbe portare ad una «catastrofe» di proporzioni mondiali.

Per gentile autorizzazione di don Curzio Nitoglia a EFFEDIEFFE.com

www.doncurzionitoglia.com

 


 

1) Yakov M. Rabkin, «Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Verona, Ombre corte, 2005. Sin dalla «Introduzione» l’autore rifiuta ogni tentativo di far passare per antisemita chi rigetta il sionismo in nome della Torah. Infatti lo Stato d’Israele non corrisponde ai canoni religiosi dei rabbini talmudisti, ma è piuttosto «un’entità nazionale nel senso europeo del termine» (pagina 216). Secondo gli ebrei religiosi, invece, «il Tempio può scendere dal cielo in qualsiasi momento (…), affinché nessuno creda che il Tempio sia stato ricostruito da uomini (…). L’intera città di Gerusalemme può solo scendere dal cielo e non può derivare da sforzo umano» (ivi). Confronta anche Avraham Burg, «Sconfiggere Hitler. Per un nuovo umanesimo ebraico», Vicenza, Neri Pozza, 2008. L’autore (nato in Israele nel 1955 da un ministro israeliano, già deputato tra i laburisti e presidente del Parlamento israeliano) spiega che la memoria della shoah ha reso Israele indifferente alle sofferenze altrui. Egli propone di rivalutare la Diaspora di fronte al sorgere di nuove «teorie razziali ebraiche», alla svolta iper-nazionalista ed etnica dello Stato d’Israele e alla definizione del sionismo quasi esclusivamente in rapporto alla shoah, poiché la società israeliana non può vivere all’ombra del passato olocaustico. Burg descrive il Paese in cui vive come uno Stato militaristico e militarizzato, xenofobo, ossessionato dalla shoah, in mano ad una minoranza estremistica, fortemente vulnerabile. Riesce così a demolire alcuni dei pilastri propagandistici su cui si regge lo Stato d’Israele. Il suo libro, apparso in Israele nel 2007, ha suscitato una grande discussione che non si è ancora chiusa.
2) Y. M. Rabkin, citato, retro copertina.
3) Confronta Idem, pagina 168.
4) Idem, ivi.
5) Si dice che Giovanni XXIII essendo un acuto «scrutatore dei segni dei tempi», si fosse accorto che il boom economico degli anni Cinquanta non sarebbe durato a lungo e si sarebbe arrestato verso la fine del Sessanta, così per «risparmiare» sulle certezze, troppo faticose e impegnative, del dogma, volle un concilio economico, «pastorale» o «bucolico», meno impegnativo, dispendioso e al passo coi tempi di crisi che sarebbero venuti, i quali ci avrebbero messo al «verde». E la storia gli ha dato ampiamente ragione. Infatti gli anni Settanta furono quelli della famosa austerity.
6) Anche qui, qualche superstizioso potrebbe dire che tale numero assieme al «13» (aprile 1986, visita di Giovanni Paolo II alla sinagoga di Roma) porta «sfortuna». Siccome un vecchio proverbio recita: «Né di venere né di marte, non si sposa né si parte e non si dà inizio all’arte», il nuovo suona: «né di tredici né di diciassette non si tratta con le sette».
7) Chi volesse può inviare all’indirizzo comitatoeuropeo@gmail.com la sua adesione per la costituzione di un «Comitato europeo per la difesa della libertà di pensiero». Le adesioni devono essere corredate da nome, cognome, qualifica e ogni altra indicazione utile. I dati sono riservati e verranno utilizzati solo per le finalità associative.
8) Fiamma Nirenstein racconta che un piccolo ebreo haredi o religioso «di stretta osservanza»,
istigato dai genitori e dai rabbini, urinò sul piede del generale Moshè Dayàn, che, entrato a Gerusalemme est nel 1967, non aveva voluto occuparla totalmente. Naturalmente il buon generale sabra restò sionisticamente impassibile e «chiuse un occhio» passando oltre.
9) Idem, ivi.
10) Confronta Idem, pagina 187.
11) Idem, pagina 195.
12) «Vim vi repellere licet», insegna il Diritto naturale e romano.
13) Idem, pagina 196.
14) Idem, pagina 198.
15) Idem, pagina 202.
16) Idem, pagine 210-211.
17) Idem, pagine 213-215.

Per quanto riguarda la questione suesposta Giorgio Israel su il Giornale (29 gennaio 2010, pagina 1) scrive: «E’ l’Iran il vero erede dei nazisti» asserisce che Alì Khamenèi, Alì Larjianì e Mamohud Ahmadinejead vogliono la distruzione di Israele e degli ebrei come Hitler. Invece il professore di «Studi iraniani» alla Sorbonne Nouvelle di Parigi, Yann Richard (espulso dall’Iran in quanto antikhomeinista), nel suo ultimo libro «L’Iran de 1800 à nos jours», Parigi, Flammarion, 2009, spiega, con dovizia di riferimenti, che lo Scià di Persia defenestrato nel 1978-79 da Khomeinì era un monarca manipolato da interessi stranieri e soprattutto anglo-americani, in funzione petrolifera e anti sovietica/pan-araba. Quindi quella di Khomeinì (+ 1989) fu una vera rivoluzione che instaurò una repubblica islamica al posto di una monarchia corrotta e asservita agli stranieri. Proprio per questo gli USA finanziarono Saddam Hussein nella guerra contro l’Iran (1980-1988). Certamente l’islam è il valore dominante della repubblica iraniana, ma si tratta di un islam moderno, progressista, aperto alle forme parlamentari, antimperialista e filo-palestinese. Uno dei nemici dell’Iran è l’Afghanistan dei Talebani islamici wahabiti e ferocemente anti-sciiti. In Afghanistan sono stati massacrati circa quindici diplomatici iraniani sciiti dai Talebani wahabiti a Mazar-i-Sharif, nel nord del Paese. Il professor Richard spiega che il vero radicalismo islamico non è quello sunnita dell’Iraq di Saddam, né quello sciita dell’Iran di Ahamdihejead, ma quello wahabita afgano. L’Iran si è schiarato per primo tra i Paesi musulmani con il presidente anti-talebano Hamid Karzài in Afghanistan. Ha lottato contro Saddam anche nel 2003, mentre ha sostenuto gli sciiti libanesi di Hezbollah e i Palestinesi di Hamas. Addirittura l’antigiudaismo non ha nessun peso in Iran dove gli ebrei continuano a vivere con diritto di cittadinanza. I discorsi contro lo Stato d’Israele di Ahmadinejead sono antisionisti e non antisemiti o antiebraici. Essi sono amplificati dai media occidentali mentre l’Iran non ha la forza bellica sufficiente a distruggere Israele. La minaccia nucleare iraniana è più un deterrente che il Paese potrebbe sviluppare in caso di un nuovo conflitto, stile quello del 1980-1988, che un’arma offensiva pronta ad essere utilizzata eventualmente contro Israele. Certamente sin dall’inizio della rivoluzione khomeinista il potere in Iran è oscillato tra «democrazia» (rispetto alla vecchia monarchia dello Scià) e legge islamica. Il problema è stato risolto con una specie di compromesso tra «repubblica» e «islamica», che è l’attuale denominazione dell’Iran: i religiosi hanno la guida del Paese, ma hanno accettato le regole parlamentari, essi si fanno paladini della lotta contro il comunismo, l’imperialismo supercapitalista occidentale (anglo-americano) e dell’appoggio al nazionalismo arabo. Contro Ahmadinejad è in atto una specie di «rivoluzione vellutata» condotta da Moussavì, Karroubì e Khatamì come quelle suscitate dagli USA in Georgia e Ucraina contro Putin.

«Anche alcuni intellettuali laici si chiedono se lo Stato dIsraele non stia andando diritto verso il suicidio collettivo» come successe a Masada il 15 aprile del 73 (Rabkin, citato, pagina 228). «Il tema del pericolo apocalittico che lo Stato d’Israele rappresenta per il mondo intero torna regolarmente nei discorsi antisionisti: la diffusione del terrorismo suicida del Medio Oriente ai quattro angoli della Terra (…). Alcuni rabbini haredim si sono preoccupati per il pericolo universale costituito dallo Stato dIsraele per lintera umanità (…), la creazione di Israele (…) porterebbe a una ‘catastrofe’ [in ebraico ‘shoah’] di proporzioni mondiali» (pagina 229).

effedieffe.com

I cavernicoli sapevano leggere – scoperte

Giovedì, 8 Aprile 2010

cavernicoli_lettura_largeLa rivista New Scientist, «Il codice dell’età della pietra. Come non ci eravamo accorti dell’origine della scrittura», 20 febbraio 2010, ha recentemente dedicato la propria copertina a una rivoluzionaria scoperta: i dipinti sulle pareti delle grotte preistoriche erano accompagnati da un codice ricorrente di segni, 25.000 anni prima delle più antiche testimonianze alfabetiche. Le due implicazioni più immediate degli studi di Jean Clottes, già direttore delle ricerche a Chauvet, e
del grande database di petroglifi francesi datati tra i 35.000 e i 10.000 anni da oggi, realizzato da Genevieve von Petzinger e April Nowell dell’Università di Victoria (Canada), sono formidabili.

Innanzitutto, l’esistenza di una codificazione astratta nel Paleolitico superiore (i segni hanno tra i 13.000 e i 30.000 anni), tradizionalmente ritenuto «muto» se non per i grandi affreschi a soggetto animale come Altamira o Lascaux, o per incisioni anamorfiche (calendariali?) su manufatti. Ma poi la sbalorditiva diffusione del medesimo insieme di segni in tutto il mondo, che ad alcuni, come al professor Iain Davidson dell’Università del New England, fa pensare all’improvvisa «emersione»,  circa 40.000 anni fa, di una trasformazione cognitiva strutturale nella razza umana.

Più che a una scoperta – come spesso avviene nella scienza – siamo di fronte a una riscoperta. Le studiose che hanno confrontato i 26-29 segni ricorrenti sulle pareti di antiche grotte australiane, asiatiche, europee, americane ed africane, ammettono che l’attenzione verso le grandiose pitture a soggetto animale e venatorio avrebbe «distratto» i ricercatori precedenti dal riconoscere l’importanza dei piccoli e costanti segni che le accompagnavano.


cavernicoli_lettura1.jpg



Eppure anche i dipinti preistorici erano stati ignorati dalla comunità scientifica, allorquando Marcelino Sanz Sautola li segnalò per la prima volta nel 1879 (la scoperta in realtà si deve alla figlia seienne dell’archeologo, così intento a cercare professionalmente reperti sul pavimento da non levare gli occhi verso l’alto). Troppo belli e ben fatti, non corroboravano l’idea standard dei «cavernicoli bestiali», e furono ritenuti inautentici dagli accademici per almeno un ventennio.

Solo pochi anni fa, infine, si è giunti a riconoscere che le splendide pareti sono composizioni collettive, perfezionate in un impressionante lasso di tempo (almeno 20.000 anni) dal lavoro di centinaia di generazioni che, con una costanza oggi al limite del comprensibile, tornavano a ricolorare e a modificare periodicamente dettagli e posizioni degli affreschi.

Ma quella della «scrittura» paleolitica è una riscoperta anche in senso proprio. Tra il 2000 e il 2002 collaborai con il professor Giuseppe Sermonti a un affascinante studio sulle origini dell’alfabeto della grande famiglia semitica, che comprende l’abc latino, quello greco, etrusco, fenicio, su fino all’alba della nostra scrittura fonetica, il proto-sinaitico. Destando qualche perplessità, presentammo allora alla Società Italiana di Archeoastromia e su diverse riviste una spiegazione astrale dell’origine dell’alfabeto, già ipotizzata da Alessandro Bausani nel 1978. L’ordinamento e la forma delle lettere alfabetiche ricalca sostanzialmente lo snocciolarsi e i disegni celesti degli asterismi,  indicati dai passaggi della luna nelle costellazioni (mansioni lunari).

La ricerca, suffragata da elementi impressionanti di storia comparata delle mitologie, condusse il professor Sermonti a datare al Paleolitico sia le costellazioni, sia quelle che riconobbe come proto-lettere: segni ricorrenti raffigurati in corrispondenza delle grandi pitture primitive, il cui vero soggetto, vestito da tori e cavalli, era il cielo, e i giri delle sue stelle nel pascolo dell’eternità. La mandria delle costellazioni si sposta con la precessione degli equinozi, tornando al suo punto di partenza ogni 26.000 anni.

Le generazioni dei pittori delle grotte tennero dietro loro religiosamente, spostando concordemente le raffigurazioni secolo dopo secolo, in un coro di muggiti stellari e  canti umani, dei quali oggi la scienza raccoglie i segni muti come inizio dell’era delle lettere (confronta Giuseppe Sermonti, «L’alfabeto scende dalle stelle. Sull’origine della scrittura», Mimesis, Milano, 2009).

Per gentile concessione di Stefano Serafini



Bibliografia

effedieffe.com

Alessandro Bausani, «L’alfabeto come calendario arcaico», Oriens Antiquus, 17 (1978), pagine 131-146.
Giovanni Garbini, «All’origine dell’alfabeto», in E. Acquaro e D. Ferrari, «Le antichità fenicie rivisitate. Miti e culture», Lumièrese Internationales, Lugano, 2008, pagine 11-23.
Giovanni Pettinato, «La scrittura celeste. La nascita dell’astrologia in Mesopotamia», Milano, Mondadori, 1998.
Kate Ravilious, «Messages from the Stone Age», New Scientist, 205 (2010) 2748, pagine 30-34.
Stefano Serafini, «La scrittura celeste: nell’alfabeto un’antica testimonianza archeoastronomica?», Rivista Italiana di Archeoastronomia, 2 (2004), pagine 95-105.
Giuseppe Sermonti, «Le nostre costellazioni nel cielo del Paleolitico», Giornale di Astronomia, 20 (1994) 3, pagine 4-8.
Giuseppe Sermonti, «Il mito della Grande Madre. Dalle amigdale a Çatal Hüyük», Mimesis, Milano, 2002.

 

L’Anticristo: il katechon – fine

Giovedì, 21 Gennaio 2010

Conclusione: Chi or lo rattiene, lo rattenga, fino che sia levato di mezzo.

(continua…)

L’Anticristo: chi saprà resistere? – III

Giovedì, 21 Gennaio 2010

Capitolo IV

 

(continua…)