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Il rito massonico dell’elezione del Capo dello Stato

Domenica, 21 Aprile 2013

IL libero voto segreto dei parlamentari ha ricostituito in extremis l’unità rappresentativa della nazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ma prima ci siamo giocati Franco Marini (intesa e condivisione) e ci siamo giocati Romano Prodi (rottura e divisione) a colpi di voto segreto. Il luogo politico dell’affaire è la lotteria massonica detta anche «elezione del presidente» secondo la Costituzione più bella del mondo (firmato: Roberto Benigni).

Lo strumento è il libero voto segreto di deputati e senatori, definiti cecchini o franco-tiratori sul modello della guerra tra Prussia e Francia degli anni 1870 e 1871. Ragioniamo. Adottiamo questo modo di fare ormai esotico, così lontano dai clic della mente retina, così inusuale: ragioniamo, argomentiamo, scaviamo nei concetti. Almeno un po’, senza boria, tanto meno boria del dotto. Sulla scorta del senso comune o del buon senso. Dunque.

Perché sia dannato come spergiuro e traditore un deputato o senatore, il quale aderisca formalmente a una decisione del suo gruppo parlamentare ma poi nell’urna voti in modo difforme, occorre che si diano delle condizioni tassative. Bersani, comprensibilmente adirato con gli altri e non con se stesso, la fa troppo facile.

La prima condizione è che quel voto in dissenso dato nell’ombra colpisca una decisione maturata nella libertà, argomentata razionalmente, presa in un contesto in cui esistevano alternative visibili, dunque una decisione democratica effettiva.

La seconda condizione è chiarire in modo esauriente a che cosa serva il voto segreto, protetto da un catafalco e da opportune tendine, e perché sia considerato irritale e di cattivo gusto sottrarsi alla regola del voto segreto magari fotografando la scheda con il telefonino o ricorrendo a mezzucci grafici, come per esempio la formulazione «R. Prodi» che sarebbe stata adottata da Vendola e dai suoi nel fatale quarto scrutinio di venerdì pomeriggio in cui Prodi cadde con grande fragore e dolore.

La mia tesi è che, prima condizione, le decisioni prese per acclamazione, come nelle tribù barbariche, e proposte nominativamente qualche ora prima del voto, sono una caricatura della democrazia politica, e corrispondono purtroppo al metodo di elezione del capo dello Stato che è proprio della nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, sul modello dell’adunata massonica.

La segretezza è il codice, il linguaggio preferito della procedura costituzionale di elezione del primo magistrato della Repubblica. Se fatti in pubblico, si dice che i nomi si bruciano. Nessuno mai si candida con un programma e con le sue idee e per realizzare un certo modello politico civile, tutti sono sempre portati, sostenuti, inventati da kingmaker che non sono corpi elettorali scelti dai cittadini ma forze potenti, ovvero oligarchie del sistema dei partiti (e anche estranee ad esso).

Il parlamentare è da sempre il terminale, che si vorrebbe inerte ma talvolta non lo è, di questa procedura decisamente antidemocratica. Tutto parte da una circostanza, la scadenza del mandato o le dimissioni del presidente in carica, e dalla fissazione di una data nella quale le Camere si riuniscono come seggio elettorale, il che significa che sono chiamate ad eleggere al buio, senza alcun potere di discussione parlamentare, o sulla scorta di indicazioni sghembe, traversali, presuntive, l’uomo fatale che sarà per sette lunghi anni l’inquilino del Quirinale.

Se è così, ribellarsi è giusto, come diceva il Grande Timoniere cinese. Si obietterà. Ma ribellati a viso aperto, perdinci, non essere ipocrita, non è una bella cosa mentire, dire che sì, si è d’accordo su un nome, e poi «impallinarlo» nel segreto dello scrutinio mettendo nei guai il tuo partito o la tua coalizione, per non parlare di un Paese smarrito.

Ma l’espressione importante è «nel segreto dello scrutinio», tutto il resto è retorica o questione etica che vale nei comportamenti privati o pubblici, in famiglia e nella professione, ma non nell’esercizio della sovranità politica democratica. Qui siamo in una istituzione repubblicana che si è voluta regolare, e su tali questioni avviene in tutto il mondo, con la procedura sacra del voto segreto.

E perché? Ora io affermo una cosa evidente ma accuratamente nascosta tra le righe dell’ipocrisia del potere. Il voto segreto serve proprio a consentire con il timbro della legalità lo svincolarsi del parlamentare da decisioni non democratiche, sebbene a quel modo acconciate tanto per far scena. Il voto segreto è garanzia che l’eletto sia prescelto da un’assemblea libera, che ha sempre il potere di rigettare, comunque si siano espresse, pressioni e trappole che imprigionano la volontà e obbligano in una certa direzione.

Il parlamentare rappresenta la nazione, dice la Costituzione, e in questo non sbaglia. Non è una pedina in mano ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti anche a 5 Stelle. E lo strumento che gli consente di rappresentare la nazione si chiama voto segreto. Dunque, i franco-tiratori sono gli eroi della libertà parlamentare e il voto segreto che li legittima e li giustifica è la garanzia che le decisioni siano prese in nome del popolo italiano, e non di Bersani o chi per lui.

Per Franco Marini mi dispiace, ma il quorum era troppo alto, la forza persuasiva di un’intesa tra il Pd e il Cav e Monti è logorata e non unifica due terzi dei rappresentanti della nazione. Per Romano Prodi non posso dire che mi dispiaccia, anche senza maramaldeggiare, ma anche lì vale lo stesso ragionamento.

Per Napolitano, la proposta era persuasiva, sapeva di democrazia politica efficiente e seria, ed è passata senza problemi anche a voto segreto. Sempre che si possa continuare a ragionare, direi, tra un tweet e l’altro, tra un golpe e una marcia da operetta, che non tutto è bene quel che finisce bene, ma provvisoriamente è finita bene. Grazie ai traditori. g. ferrara ilgiornale.it

E’ l’Europa la vera sconfitta del voto italiano (by Magli)

Venerdì, 1 Marzo 2013

A queste elezioni è stato presente un Convitato di pietra, un convitato che ha subìto, in silenzio, una grave sconfitta: l’Europa. Nessuno ne ha parlato, ma il risultato della lista Monti lo grida a gran voce. Monti è il fiduciario dell’Ue, è stato mandato (o chiamato, come si preferisce dire) esplicitamente a mettere in riga l’Italia, in apparenza per la questione del bilancio, ma in realtà perché l’Europa è diventata, con la crisi dell’euro, sempre più dubbiosa sulla fattibilità dell’unificazione e teme che da un giorno all’altro qualcuno degli Stati in difficoltà possa abbandonarla. L’Italia è uno Stato cardine dell’Unione, tanto sul piano concreto quanto su quello simbolico: nessuna Europa unita è possibile senza l’Italia. Tutta l’area del Mediterraneo sarebbe messa in forse da un’eventuale uscita dell’Italia e sicuramente molti Stati a quel punto ne seguirebbero l’esempio. Tutti discorsi ovvi, è chiaro, ma il problema è che nessuno, né politici né giornalisti, come sempre per quanto riguarda l’Europa, ha affrontato e affronta il discorso. Le analisi sui risultati delle elezioni mancano perciò di una riflessione determinante e in definitiva risultano false. Sicuramente molti dei voti che Bersani si aspettava e che sono mancati all’appello, sono andati per quest’unico motivo al movimento di Grillo. L’appoggio incondizionato del Pd a Monti ha convinto i suoi elettori che il partito era schiacciato sull’Europa e che anche se fosse andato al governo, non sarebbe stato libero di prendere nessuna iniziativa. D’altra parte è chiaro che non si può rappresentare il partito dei lavoratori, degli operai, e affiancarsi alla grande finanza che governa l’Europa. Il partito che oggi si chiama Pd ha una lunga storia alle spalle durante la quale i suoi elettori sono stati sempre fedelissimi, e molti avevano sopportato perfino il terribile 2012 del governo Monti, con i suoi quarantacinque suicidi di piccoli imprenditori e le centinaia di migliaia di disoccupati messi in cassa integrazione o del tutto sul lastrico, ritenendo che si trattasse di stringere i denti in un momento di crisi. La creazione della lista Monti ha fatto capire a tutti (e non soltanto agli elettori del Pd) che erano stati ingannati, che il potere europeo si era installato definitivamente in Italia e che non avrebbe più lasciato la presa. Non parlare chiaramente del rapporto con l’Ue è stato anche il più grave errore di Berlusconi. Molti dei silenziosi antieuropeisti che bivaccavano nel Pdl se ne sono andati qua e là nelle piccole liste createsi durante il periodo di disintegrazione del partito, ma sarebbero tornati a votare per il Pdl se Berlusconi avesse fatto chiaramente una scelta antieuropeista. L’annullamento del partito di Fini, con la sua scomparsa dal parlamento, la scomparsa dei radicali con la fuoriuscita perfino di Pannella e di Bonino, il quasi annullamento del partito di Casini, sono tutti dovuti al loro dichiarato europeismo e all’abbraccio montiano. La situazione della Lega è più complessa perché le cause che hanno provocato il suo declino sono molteplici, dall’oscuramento della figura di Bossi agli scandali finanziari, ma è indubbio che il vecchio slogan della secessione è diventato con il passare del tempo sempre più logoro perché la presenza dell’Europa ha spinto tutti i cittadini, compresi quelli del nord, a riscoprire l’amore per l’Italia, o perlomeno a preferire lo stato italiano piuttosto che l’annullamento dell’identità e dell’indipendenza nell’immenso buco nero dell’Europa. Tutti hanno capito ormai, non soltanto gli italiani, che nell’Ue gli Stati devono annullarsi e che i governi nazionali diventerebbero, nel momento in cui l’unione europea riuscisse a formare una vera unione politica, puri fantocci agli ordini di Bruxelles e dell’alta finanza europea e mondiale. i. magli ilgiornale

Stallo senza voto anticipato (by Folli)

Venerdì, 9 Luglio 2010

Difficile dare torto a Ernesto Galli della Loggia che sul Corriere della sera descrive un paese in cui la politica non esiste più. È una fotografia che abbraccia un po’ tutti: chi governa al pari di chi si oppone, salvo eccezioni. E la giornata di ieri ne offre un’interessante conferma. Nei giorni scorsi era tutto un susseguirsi di proclami bellicosi. Il presidente del Consiglio annunciava la resa dei conti con i dissidenti finiani, a costo di rischiare la crisi del governo. Sullo sfondo sembrava prender forma una sorta di “predellino due”, ossia, in codice, una riedizione del colpo improvviso con cui Berlusconi fece nascere in piazza il Popolo della libertà e mise in angolo i centristi. A sua volta il centrosinistra dava quasi per scontata la fine dell’era di Arcore e si dichiarava pronto ad assumere le responsabilità che le circostanze imponevano: una specie di governo di salute pubblica, pareva di capire, alla sola condizione che non ne facesse parte Silvio Berlusconi. Questo trambusto poteva a prima vista esser scambiato per un ritorno in grande stile della politica. Ma i fatti, se così possiamo chiamarli, sembrano andare in un’altra direzione. Può darsi che abbia ragione Marco Pannella, che torna a parlare di un sistema vischioso in cui alla fine Pdl e Pd sono più intrecciati e incollati tra loro di quanto vorrebbero ammettere. Ma forse la realtà è proprio quella di un paese disabituato alla politica in cui al massimo si riescono a tutelare le rispettive rendite di posizione: quelle del governo e quelle dell’opposizione, in un sostanziale immobilismo. Vediamo gli eventi delle ultime ore. Lungi dal produrre qualche clamorosa frattura, la nuova stagione del “ci penso io” ha l’obiettivo di puntellare il governo, eliminando dalla strada le mine pericolose. Dopo le dimissioni di Brancher, è la volta della legge sulle intercettazioni. Sembrava una bandiera irrinunciabile per Berlusconi, invece ieri, nell’imminenza dello sciopero dei giornalisti, il Pdl fa sapere che saranno introdotte modifiche al testo, nello spirito delle «perplessità espresse dal Quirinale». Significa che la legge dovrà essere smontata e rimontata a Montecitorio, proprio come voleva il presidente della Camera, ed è difficile che questo lavoro possa essere completato in agosto. Nel frattempo Berlusconi andrà all’incontro con le regioni sulla manovra economica, ma non sarà in grado di offrire loro quasi nulla perché Tremonti ha già ottenuto la “blindatura” del testo. Ed è facile immaginare quanto poco piaccia al premier questo ruolo in cui è costretto a subire il rancore, quasi la rivolta dei governatori (molti di centrodestra), senza avere nulla o quasi da offrire per uscire dalla riunione con un successo mediatico. In realtà, l’unica arma che Berlusconi potrebbe brandire per risolvere d’incanto i problemi di un governo imbalsamato sono le elezioni anticipate. Ma tutti sanno che oggi le elezioni non sono nella sua disponibilità. Quindi il premier è costretto al piccolo cabotaggio, nella speranza piuttosto flebile che in autunno maturino le condizioni per allargare la base del governo. Magari con un ingresso dell’Udc. Prospettiva molto incerta. È vero che Casini parla con insistenza di “unità nazionale”, ma è tutto da dimostrare che voglia andare in soccorso a Berlusconi. Più probabile che voglia tenersi pronto per una fase successiva, se e quando si presenterà. Anche il Pd attende, senza peraltro riuscire a imporre un tema, a farsi protagonista di una battaglia. Così passano i mesi e la politica resta nella nebbia. (s.folli ilsole24ore)

Berlusconi cavalca gli scandali per andare ad elezioni

Venerdì, 14 Maggio 2010

Sembrava una di quelle battute di grana grossa, buttate lì per deliziare i propri elettori. E invece nella boutade di tre giorni fa del ministro leghista Calderoli («Non sono mai stato a pranzo con un romano») c’era il preannuncio di un’operazione politica più sofisticata.

La suggestione di una Roma corrotta e corruttrice, prima è stata preparata dal «Giornale» e da «Libero», i due giornali che meglio interpretano (e talora anticipano) gli umori più profondi del presidente del Consiglio. Ma poi, due sere fa, è stato lo stesso Silvio Berlusconi a far trapelare quella frase lapidaria («Se c’è qualcuno che ha sbagliato, paghi») che ribalta lo schema ininterrottamente in vigore da 16 anni: dietro qualsiasi indagine sui politici di centrodestra c’è sempre e comunque un disegno ostile, un complotto, una manovra delle toghe rosse.

La svolta è accompagnata dal lavoro giornalistico e di commento realizzato dal «Giornale»: ieri il quotidiano diretto da Vittorio Feltri ha pubblicato un elenco dettagliatissimo delle «attività» dell’imprenditore Diego Anemone, mentre Giancarlo Perna, una delle firme di punta del giornale, scriveva: «Scajola dovrà pur spiegare la storia della casa e perché Verdini si occupa delle pale a vento quando il Pdl ha bisogno delle sue cure».

Il titolo di apertura della seconda pagina era inequivocabile: «Dalla Capitale al Circeo, tutti facevano la corte al costruttore rampante». Effettivamente una vicenda «romanesca», visto che la stragrande maggioranza dei personaggi coinvolti è romano o vive nella capitale. Certo, è presto per capire se la svolta «moralizzatrice» sarà duratura. Ma se lo fosse, sarebbe una sorpresa? Non è qualcosa di già visto?

«Certo che si è già visto, è lo stesso schema del 1994 – sostiene Bruno Tabacci, a quei tempi parlamentare Dc -. Allora i Tg di Mediaset e i giornali di destra sostennero a spada tratta Mani Pulite per favorire l’ascesa del «nuovo» Berlusconi, il ricco che non aveva bisogno di rubare. E ora, abilissimo come è nella sua capacità camaleontica e temendo di essere travolto, ci riprova, con una variante: farà la parte del tradito, del tipo: ma come, vi ho fatto parlamentari, ministri, e voi che mi combinate?».

Dunque c’è qualcosa di nuovo, anzi di antico nell’approccio berlusconiano. Con una differenza importante rispetto al 1993-’94. Stavolta al governo c’è lui. I boatos che anche ieri si rincorrevano a Montecitorio e a Palazzo Madama facevano paura: oltre alle consuete voci sul coinvolgimento di altri due, tre ministri, ne circolavano altre relative a richieste di arresto in arrivo alla Camera nei confronti di notabili del Pdl.

E anche se è difficile calcolare la potenza d’urto dell’ondata giudiziaria in arrivo, tra i «subpartiti» del Pdl, i rischi maggiori sembra correrli quello romano e postdemocristiano di Gianni Letta, rispetto a quello nordista di Giulio Tremonti.

Per ora l’inchiesta sul G8 ha costretto alle dimissioni Claudio Scajola, un politico di «territorio», di ascendenza democristiana, vicino a Gianni e distante da Giulio Tremonti. Tanto è vero che uno che democristiano lo è ancora come il ministro Gianfranco Rotondi non si arrende: «Su Scajola bisogna aspettare, potrebbe uscirne a testa alta e magari scopriremo che i ladri si sono rubati tra di loro…

Ma le voci più ricorrenti, tutte da dimostrare, sussurrano di coinvolgimenti di ministri ex An (dell’ala anti-Fini), di personaggi fuori cordata come Denis Verdini, mentre risulterebbe indenne tutta l’ala «nordista».

Certo, un’inchiesta della magistratura allo stato iniziale impone riserbo ed è quello che si è pubblicamente imposto Gianfranco Fini. Che in chiacchierate strettamente private ritiene che per lui la cosa migliore, in questa fase, sia «di stare fermo». E di attendere sviluppi giudiziari che potrebbero essere destabilizzanti, sussulti che lo staff del presidente della Camera colloca in estate, tra la fine di giugno e il mese di settembre.

E Giulio Tremonti? Da due anni ostile a qualsiasi concessione alla «finanza allegra», lui stesso da tempo spiega il suo inossidabile riserbo sulle questioni politiche con queste parole: «Mi sono imposto un profilo basso», Certo, per non irritare il presidente del Consiglio sempre diffidente col protagonismo delle personalità forti, «ma anche perché – per dirla con un personaggio di prima fila del Pdl – a lui non resta che aspettare, a questo punto in prima fila come erede al trono c’è proprio lui».

Fabio Martini per “La Stampa

C’è un piano per far cadere il governo

Mercoledì, 5 Maggio 2010

tumblr_l1f2bojubJ1qalt7yo1_500Pubblicamente Berlusconi preferisce non toccare l’argomento, se non con un comunicato stampa di Palazzo Chigi in cui esprime la sua solidarietà a Scajola. In privato, però, nelle decine d’incontri della giornata, non nasconde la sua «preoccupazione» per quello che non esita a definire «un accerchiamento». Ed è questa la ragione per cui il Cavaliere era inizialmente deciso a fare di tutto pur di difendere il ministro dello Sviluppo economico, perché le dimissioni – peraltro in assenza di un avviso di garanzia – costituiscono di fatto un precedente pericoloso. Una breccia su cui potrebbero puntare le prossime inchieste giudiziarie – il filone è sempre quello dei Grandi eventi – che a Palazzo Grazioli sono date per scontate, tanto che già girano i nomi dei quattro «fortunati» – due sono ministri – che a breve dovrebbero finire nell’occhio del ciclone.

È per questo che il premier ha retto fino a lunedì sera nonostante il timore che nella vicenda qualche leggerezza sia stata effettivamente commessa e molte perplessità su come Scajola ha gestito la sua difesa sui media. Perché il precedente rischia di accelerare ancora di più l’azione di «quella magistratura politicizzata» che «non riuscendo a colpire me» ora «punta a chi mi sta vicino». Berlusconi lo dice chiaro incontrando un gruppo di europarlamentari: «Stanno facendo di tutto per far cadere il governo». E il Cavaliere non ce l’ha solo con le procure, ma pure contro chi da tempo si sta organizzando sottotraccia per «abbattere il bipolarismo».

Nomi non ne fa, ma basta sfogliare Il Mattinale di ieri – una sorta di rassegna stampa ragionata preparata tutti i giorni a Palazzo Grazioli e destinata alla scrivania del premier – per farsi un’idea. «Da ieri Casini, Rutelli e altri compagni di strada che proverrebbero dai piani intermedi del Pdl hanno lanciato l’idea di un nuovo partito “dell’unità nazionale” da varare entro l’anno». E della «nuova compagine» potrebbero far parte «l’attuale numero uno di Montecitorio» (Fini) e «quell’ex ministro dell’Interno che oggi, grazie a Berlusconi, presiede l’Antimafia» (Pisanu). Tutti personaggi che «tramano nell’ombra» e portano avanti una «massiccia campagna per disgregare il Pdl».
Ed è proprio questa la sensazione di Berlusconi, il timore di una «manovra a tenaglia»: da una parte lo tsunami giudiziario che andrà avanti e che minaccia di avere una portata inferiore solo a Mani pulite, dall’altra le manovre di chi aspetta solo un passo falso del governo. Per questo su Scajola era intenzionato a non cedere e si è deciso solo dopo che i suoi legali continuavano a definire la situazione del ministro «complessa» e annunciavano altre indagini a suo carico.

E chissà se è un caso il fatto che proprio ieri, durante il direttivo del gruppo Pdl della Camera, il finiano Bocchino abbia pronunciato una frase sibillina: «Non si possono portare le fibrillazioni del partito dentro il gruppo parlamentare, altrimenti si rischia che cada il governo…». D’altra parte, già qualche giorno fa, appena consumata la vicenda delle sue dimissioni da vicepresidente vicario, Bocchino era stato chiaro: «Da ora in poi ci dovranno convincere voto su voto». E un primo banco di prova è atteso già oggi pomeriggio quando la Camera sarà chiamata a votare la fiducia sul dl incentivi. Con Berlusconi che ancora non sembra aver del tutto accantonato l’ipotesi delle elezioni anticipate.

a. signore ilgiornale

Per le elezioni ci vuole la pistola di Sarajevo (by Folli)

Venerdì, 30 Aprile 2010

Il caso Bocchino, per quanto surreale e più o meno incomprensibile per l’opinione pubblica, dimostra una cosa: la legislatura è logora e avrebbe bisogno di uno slancio straordinario per trovare una ragion d’essere. Viceversa la realtà è amara.

Da un lato il partito di maggioranza vive in un clima di sospetti reciproci. Il contrasto di fondo tra Berlusconi e Fini, obbligati peraltro a convivere nello stesso Pdl, ha generato una situazione senza precedenti. Per cui è evidente che il presidente del Consiglio non ha la minima fiducia nella lealtà del presidente della Camera. E quest’ultimo, ben deciso a non aprire uno scontro frontale sul programma, lascia che il fuoco divampi sugli assetti interni di partito.

La polemica sulla supposta «epurazione» del vicecapogruppo Bocchino, al di là delle ragioni e dei torti, ha visto un Fini spettatore silenzioso. E in questo caso il silenzio non suona certo sconfessione del suo collaboratore, che a sua volta non avrebbe potuto agire come ha agito – compresi gli attacchi inusuali a Berlusconi – senza un qualche assenso dietro le quinte da parte del suo punto di riferimento politico.

Dall’altro lato, come qualcuno ha osservato, il Partito Democratico è riuscito a dividersi persino sulle liti intestine del Pdl. In altre parole anche il giudizio su Fini, ossia come valutare la frattura nella maggioranza, ha visto pareri diversi, quando non opposti, che determinano un sostanziale immobilismo. Con D’Alema che considera Fini «un interlocutore» e Bersani che non la pensa allo stesso modo. Un gioco a somma zero che si riflette sul nodo cruciale: il centrosinistra è disposto ad aprire qualche discussione con il governo in tema di riforme, a cominciare dai vari aspetti del federalismo, oppure è determinato a tenere la porta chiusa? Nonostante qualche segnale (Violante, Orlando sulla giustizia) gli indizi sono piuttosto negativi.
Peraltro il Pd non sembra nemmeno prossimo a scegliere una personalità in grado di presentarsi come futuro candidato a Palazzo Chigi. È il punto sollevato da Di Pietro per dare un senso compiuto alla «strategia dell’alternativa», ma D’Alema ha già detto – non senza sarcasmo – che il problema non è la leadership: non c’è all’orizzonte un Blair italiano o un «Obama bianco». Anche in questo caso il Pd sembra imbrigliato.

A questo punto chi può restituire una prospettiva alla legislatura? Non si capisce. Al di là del richiamo generico alle riforme, è abbastanza chiaro che Berlusconi e Bossi non escludono affatto le elezioni anticipate, benché questa ipotesi sia ancora una carta tenuta ben coperta. Di sicuro il progressivo logoramento dei rapporti politici favorirà lo scioglimento. Non subito, naturalmente, ma in un domani non troppo remoto. Magari in un giorno della primavera 2011, se il calendario delle riforme risulterà di qui ad allora impraticabile.

Ma l’operazione è complessa. Richiede assai più che un litigio con Bocchino. Si tratterà di dimostrare a Napolitano che le Camere sono paralizzate. E al momento non si sa dove sia la pistola di Sarajevo. Non si sa chi potrebbe impugnarla ed essere così sconsiderato da fornire a Berlusconi e Bossi il pretesto per chiedere al Quirinale le elezioni anticipate. Il fronte di chi non le vuole è ampio e comprende anche Fini. Il problema è che tale fronte non costituisce una maggioranza politica. Difficile che lo possa diventare domani.
s. folli ilsole24ore

Elezioni in autunno? i sondaggi dicono: paralisi al Senato

Martedì, 27 Aprile 2010

Che cosa accadrebbe se si andasse a elezioni anticipate in autunno? Chi vincerebbe? Affaritaliani.it lo ha chiesto a Maurizio Pessato, amministratore delegato dell’Swg e uno dei più famosi sondaggisti in Italia. “Se si vota dopo l’estate vuole dire che c’è stata una rottura nel Pdl, che potrebbe essere provocata da una caduta sulla Giustizia o sul federalismo. A quel punto Berlusconi – ma stiamo parlando di scenari fantapolitici – potrebbe rompere gli indugi e costringere i finiani a votare contro la fiducia. Il primo passaggio sarebbe quello di cercare di formare un altro governo senza elezioni. Ma diciamo che non ce la farebbero a causa di veti incrociati“.
 
“La situazione potrebbe vedere la formazione di tre grandi aree: Pdl (berlusconiano)-Lega-La Destra, un centro formato da Fini-Rutelli-Casini e il Centrosinistra. Tre grandi schieramenti e questo sistema elettorale potrebbe avvantaggiare teoricamente il Centrosinistra, nel caso in cui il Pd riuscisse a mettere in piedi una coalizione ampia, perché con un punto in più avrebbe il premio di maggioranza alla Camera”.
 
“Comunque – spiega Pessato – l’ipotesi più probabile è che vincano il Popolo della Libertà e il Carroccio, che però avrebbero grossi problemi al Senato, dove quasi certamente sarebbero minoranza. L’area di centro di Fini e l’Udc (più l’Api) insieme al Centrosinistra, anche se il Pd non riuscisse a fare una coalizione, sarebbe maggioranza perché si coalizzerebbero. Il risultato? Ingovernabilità e governo tecnico per rifare legge elettorale con un Nord in subbuglio, anche se non tutto andrebbe al seguito della Lega. Probabilmente interessi economici e anche i media potrebbero calmierare le spinte di Bossi. Un esecutivo di questo tipo cercherebbe di realizzare un po’ di federalismo fiscale e di riformare la legge elettorale. E su questo punto si aprirebbero giochi di vario genere”.
 
“L’altra ipotesi è che anche al Senato prevalgano Pdl e Lega e quindi abbiano la maggioranza per governare. Ma è difficile. Berlusconi ha fatto lo statista nel discorso del 25 Aprile per tagliare l’erba a Fini, perché sa che al Senato non avrebbe quasi certamente la maggioranza. Potrebbe avere un consenso esorbitante al Nord ma ci sarebbe la palla al piede della Camera Alta. Molto dipende anche dalla possibilità di riuscire a costruire un’offerta di centro interessante, che metterebbe in difficoltà anche il Pd. Se Fini andasse da solo si fermerrebbe al 4-5%, senza prospettiva politica. Invece con una proposta politica di centro forte si potrebbe tornare ai valori del ’94, attorno al 15%. Ma solo se scattasse un’operazione politica convincente. E’ vero che il bipolarismo è ormai apprezzato dagli italiani, ma se si votasse in autunno potrebbe esserci una botta forte per i bipolaristi e non è escluso che si arrivi a un tripolarismo con l’idea che possa generare maggiore stabilità”.
 
E il Pdl? “Con la prima ipotesi (Fini da solo) resterebbe comunque sopra il 30%. Mentre nel secondo andrebbe sotto questa quota perché lo spazio comincerebbe a mancare”. La Lega? Verrebbe esaltata da questo scenario e potrebbe arrivare al 15%, con la formazione di quattro grandi partiti: il Carroccio e il centro Fini-Rutelli-Casini al 15% e il Pdl e il Pd indeboliti, colpevoli di aver riportato il Paese alle elezioni. I Democratici resterebbero certamente sotto il 30%, anche perché non avrebbero il tempo per costruire nulla da qui all’autunno. L’Italia dei Valori soffrirebbe la presenza di Beppe Grillo, che potrebbe sottrarre proprio consensi a Di Pietro. In qualche modo si tornerebbe al ’92 ma per insipienza dei partiti, una situazione negativa che coinvolgerebbe tutti tranne, nel breve periodo,  il Carroccio”.
 
“In definitiva – conclude l’a.d. di Swg – le elezioni a ottobre penalizzarebbero molti contendenti e la Lega potrebbe ritrovarsi forte ma isolata e non è la cosa migliore nemmeno per Bossi, che invece ha interesse ad avere almeno due anni per sviluppare i progetti su federalismo”.
affaritaliani.it

Berlusconi vuole le elezioni anticipate – rumors dal Parlamento

Lunedì, 26 Aprile 2010

La responsabilità deve cadere su Fini o sulla Lega, ma le elezioni anticipate sono il solo obiettivo di Berlusconi. Ne sono ormai tutti convinti in Parlamento e non solo. Soprattutto dopo che il premier si è impegnato a farle con la sinistra. Il che significa mai. L’impossibilità di modificare la Costituzione prevedendo l’elezione diretta del Capo dello Stato costringe Berlusconi ad anticipare la fine della legislatura ed evitare così il rischio di logoramento che renderebbe difficile ottenere una nuova maggioranza bulgara indispensabile per essere eletto al Colle. Ecco perchè tutti guardano alle mosse di Fini preoccupati che possa prestare il fianco alla strategia berlusconiana. Dubbi rimangono sulla Lega. I più sono convinti che Bossi sappia che il federalismo fiscale è impossibile e che quindi il leader della Lega sia prima o poi costretto a rompere gli indugi e accusando Fini di togliere il sostengo alla maggioranza. Nuove elezioni rafforzerebbero il Carroccio e rinvierebbero sine die il confronto in Parlamento.

Chi gode e chi rosica

Mercoledì, 31 Marzo 2010

Aveva deciso di ritirare la candidatura quando il suo nome, una settimana fa, era finito nel registro degli indagati per l’inchiesta sulle tangenti nella sanità pugliese. Ma durante l’ultimo comizio, un minuto appena nella piazza di Massafra, la folla gli aveva detto che lo avrebbe votato lo stesso. Così è stato, anche perché i tempi tecnici per fare marcia indietro non c’erano più. Michele Mazzarano, l’ex numero due del Pd in Puglia, entra in consiglio regionale con 6.340 preferenze. Non è l’unica sorpresa nel day after elettorale.

 

Come ogni volta va in scena un grande show nazionalpopolare fatto di trombati eccellenti e recordman di preferenze. Qualche scena in ordine sparso. Bocciato Angelo Gava, figlio del viceré di Napoli Antonio, e finora conosciuto soprattutto per il suo matrimonio con torta di panna da 200 chili. Promosso Ruggiero Mennea, pro-cugino di Pietro, che implorava di non toccare la pista di Barletta «teatro del record mondiale sui 200 al livello del mare», (indovinate ad opera di chi?).

 

Bocciata pure l’étoile Raffaele Paganini che di conseguenza già oggi sarà all’Europauditorium di Bologna con il suo spettacolo «Ho 50 anni e ballo il sirtaki». E brindisi in casa di Maruska Piredda, l’hostess precaria dell’Alitalia che, dopo la protesta in piazza, al confessionale del Grande fratello ha preferito il listino di Burlando in Liguria. A scorrere candidati e preferenze viene fuori passato, presente e (forse) futuro dell’Italia 2010. Mescolando con sapienza figli e intellettuali, nipoti e portaborse. Anche stavolta il capitolo più corposo è proprio quello dei parenti.

 

Non c’è solo Renzo Bossi, il figlio di Umberto che a Brescia ha preso una valanga di voti. Diventano consiglieri regionali anche Marco Scajola, nipote di Claudio, Ettore Zecchino, figlio dell’ex ministro Ortensio, Pietro Sbardella, figlio dello «squalo» Vittorio, Romano La Russa, fratello di Ignazio, ed Elisabetta Fatuzzo che a 42 anni rappresenta il Partito pensionati, fondato dal padre Carlo.

Resta consigliere Sandra Mastella con festa in tono minore davanti ad una villa di Ceppaloni vuota, causa divieto di dimora per l’inchiesta sulle assunzioni in Campania. Vittoria anche per Isabella Rauti, moglie del sindaco Alemanno e figlia di Pino. Ma alla voce parenti c’è anche chi ha lasciato lo spumante in frigo. Come Andrea Tremaglia, nipote dell’ex ministro Mirko che correva in Lombardia, oppure Piera Levi Montalcini, la nipote del premio Nobel Rita, bocciata in Piemonte. E come Mario Cito, discendente di Giancarlo. Il nome non vi dice niente? È stato il primo dei sindaci sceriffo, ed anche il più esagerato: a Taranto ricordano ancora bene la sua immagine con il mitra in mano. Conta il fatto che ebbe qualche guaio con la giustizia? Non è detto.

 

In Campania, nella lista Alleanza di Popolo, è stato eletto Roberto Conte, condannato in primo grado a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. In Puglia ha fatto centro Tato Greco, come Mazzarano indagato nell’inchiesta sulle tangenti della sanità pugliese. Nel Lazio il più votato è stato Claudio Fazzone che si è opposto ferocemente allo scioglimento del consiglio comunale di Fondi per infiltrazioni mafiose.

 

Mentre la prima seduta del parlamentino lombardo sarà guidata da Gian Carlo Abelli, il marito di Rosanna Gariboldi che solo due mesi fa, accusata di riciclaggio, ha patteggiato una condanna a due anni. Per rimanere al ramo giustizia in Puglia è stato eletto anche Lorenzo Nicastro, l’ex magistrato messo in lista da Di Pietro, con una scelta criticata pure dall’Associazione dei magistrati.

Nel day after nazionalpopolare anche lo sport ha sempre avuto la sua parte. Ma stavolta non è andata bene. Bocciato il ciclista Gianni Bugno (era nel listino di Penati in Lombardia), bisogna accontentarsi di Angelo Peruzzi tra i pali del consiglio comunale di Blera e di Giuseppe Bruscolotti, eletto nella sua Sassano. Altrimenti non resta che sedersi in panchina, vicino all’ex medico sociale della Roma Ernesto Alicicco (bocciato nel Lazio), oppure al suo successore Mario Brozzi, tra gli eletti nella lista Polverini.

 

Magari con la supervisione di Giorgio Puricelli, il fisioterapista del Milan sbarcato direttamente nel listino vincente di Formigoni. Servirebbe una pagina intera, invece, per mettere in fila collaboratori e portaborse. Nel Lazio entrano Ernesto Irmici, portavoce di Cicchitto, e Carlo De Romanis, assistente di Tajani. In Piemonte diventano consiglieri Angelo Mastrullo, capo di gabinetto del sottosegretario Crosetto, e Cristiano Bussola, a capo dell’ufficio stampa del Pdl. In Umbria entra Oliviero Dottorini, a lungo portavoce di Pecoraro Scanio. E adesso sbarcato nel partito di Antonio Di Pietro.
Lorenzo Salvia per il Corriere della Sera
2 – LAZIO, IN CONSIGLIO ARMATA NEOFITI E POCHI NOTI: ELETTI HACK, E STORACE: FUORI SGARBI E ALCUNI E ASSESSORI MARRAZZO
(Diana A. Formaggio e Paola Lo Mele per l’ANSA) -
Un’armata di neofiti della politica che si prepara ad affrontare cinque anni di legislatura con un governo di centrodestra – che subentra a quello del centrosinistra – guidato da Renata Polverini. Cosi’ si presenta il nuovo Consiglio regionale del Lazio che aumenta anche nel numero dei consiglieri, passando da 71 a 73.

 

Presidente di Giunta esclusa. Un ‘parlamentino’ che c’e’ gia’ chi aspira, forte dei consensi da record ottenuti, a presiedere, come per esempio Claudio Fazzone, che pero’ sarebbe costretto a scegliere tra la Pisana e Palazzo Madama dove siede come senatore. Pochi i volti noti; l’astrofisica Margherita Hack, Francesco Storace che ritorna cosi’ in Regione, Mario Brozzi, l’ex medico della Roma.

 

Bocciato Vittorio Sgarbi. Entra il figlio di Vittorio Sbardella, Pietro. E molti dell’ex giunta Marrazzo. Ma i piu’ sono debuttanti: professionisti, ex vigili del fuoco, espressione della societa’ civile. Se nulla e’ ancora deciso sulla presidenza, appare piu’ scontato chi, per l’opposizione, potrebbe sedersi sulla scranno della vice presidenza. Il nome piu’ gettonato e’ quello del Presidente uscente Bruno Astorre, primo eletto del Pd e gia’ assessore ai Lavori pubblici della Giunta di centrosinistra. Una carica alla quale potrebbe pero’ aspirare anche Esterino Montino, secondo degli eletti e che ha retto le sorti della giunta regionale dopo la ‘caduta’ di Piero Marrazzo.

VERINI Il centrodestra ha conquistato la Regione, ma per le note ragioni di mancata ammissione della lista romana del Pdl, non ha potuto riportare nell’emiciclo della Pisana alcuni degli storici consiglieri che in questi anni hanno rappresentato i punti di forza dell’ opposizione all’esecutivo guidato da Marrazzo prima e, negli ultimi mesi, da Esterino Montino.
Molti di loro, alcuni dei quali con alle spalle anche una esperienza di assessori, come Donato Robilotta (oggi escluso) e Francesco Saponaro confermato tra gli eletti della Lista Polverini, saranno comunque protagonisti della nuova legislatura e non solo alla Pisana.
Tra i navigati della politica che tornano a sedere nel Consiglio regionale invece ci sono gli assessori uscenti ricandidati in blocco e quasi tutti riconfermati a queste elezioni.

Di Pietro perde a casa propria!

Martedì, 30 Marzo 2010

Chi lo conosce, lo evita. Eccome se lo evita. Montenero di Bisaccia, città natale di Antonio Di Pietro, volta le spalle al suo illustre concittadino. E nell’urna punisce la candidata Margherita Rosati che proprio Tonino aveva imposto litigando a morte col Pd, che alla fine se n’era andato correndo con una lista propria.

Fra i due litiganti adesso gode come un pazzo Nicola Travaglini, 36enne capolista della formazione civica di centrodestra «Uniti per Montenero», vincitore della corsa elettorale a casa del leader del’Idv. Gode, Nicola, perché è diventato sindaco con il 49 per cento dei suffragi, 350 voti di scarto, un’enormità per i tremila votanti del paesello molisano. Gode perché erano venticinque anni che i socialcomunisti prima, e i dipietristi poi, costringevano lui e i suoi predecessori all’oblio dell’opposizione.

Gode perché da avvocato ha fatto fuori l’ex pubblico ministero con le stimmate di Mani Pulite. Gode perché nella lista sponsorizzata da Tonino c’era il figliolo dell’ex pm, Cristiano, quello già indagato nell’inchiesta sugli appalti a Napoli, che se l’è subito presa con gli ex alleati che hanno fatto perdere la lista sponsorizzata da papà.

Gode, gode da pazzi Nicola. Ringrazia il commercialista, stringe le mani al lattaio, bacia tutti i fan che incontra e conosce per nome nella piazza del Comune. «È come se Mussolini avesse perso a Predappio» scherza, ma non troppo. «Non ci credo, ancora non ci credo. È meraviglioso». Ride di gusto.

Non ci credeva davvero, l’aspirante sindaco di centrodestra. Perché i sondaggi casarecci lo davano sì in rimonta, ma nessuno immaginava una cosa così. E a dirla tutta, Nicola vince due volte perché Tonino ha giocato pesante. Con l’ex pm, ad esempio, ha fatto sentire il suo peso Nicola D’Ascanio, che oltre a essere presidente della Provincia di Campobasso e co-fondatore del movimento «Cantiere 2011» per le Regionali del prossimo anno, è stato sindaco di Montenero ai tempi in cui Tonino dettava legge a Milano.

Nella piazza del paese s’è visto, appollaiato sul palco, addirittura Leoluca Orlando. E altri big del gabbiano. «Lo stesso Di Pietro – gongola Travaglini – ha fatto letteralmente il matto negli ultimi giorni qui a Montenero. Ha chiesto voti porta a porta, casa per casa, regalava i suoi libri, telefonava agli amici, faceva riunioni, cene elettorali.

E che dire dei suoi: si sono contraddistinti per una campagna d’odio incomprensibile, atteggiamenti al limite dello squadrismo, mentre la gente ha premiato la politica del fare contro quella delle chiacchiere». Un attivismo senza precedenti, quello di Antonio Di Pietro. Un dinamismo inquieto, però. Perché forse l’ex pm aveva capito con largo anticipo che stavolta l’aveva fatta grossa andando allo scontro col Pd locale, costringendo così cinque esponenti di centrosinistra a passare con la concorrenza.

Se a livello nazionale Di Pietro ha sportivamente ammesso la vittoria del Pdl («vincere nel Lazio o nel Piemonte non è la stessa cosa che vincere in altri posti»), altrettanto non ha fatto per la debacle in casa propria. Trattasi di batosta serissima per il tribuno di Montenero di Bisaccia. Nemo profeta in patria. Nemmeno Lui. Soprattutto Lui.

g.m. chiocci giornale.it