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Emauele Emmanuele, l’ottavo Re di Roma

Domenica, 12 Febbraio 2012

Professore, accademico, membro eletto, membro onorario, consulente, patrocinatore (del ritorno dei Savoia), commissario straordinario, organizzatore, ispiratore, intellettuale, studioso, sportivo e olimpionico (dalla Targa Florio al fioretto), cacciatore, cittadino onorario, gentiluomo, cavaliere di gran croce, gran tesoriere e hidalgo, insignito di premi alla poesia e alla simpatia. Ma soprattutto: banchiere, mecenate e filantropo. Tanto splendore concentrato in un uomo solo?Certo, se quell’uomo è Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, l’uomo più corteggiato della capitale da chi ha bisogno di soldi, più odiato dai banchieri di mestiere alle prese con la crisi, più insidiato da potenti in temporanea carenza di una poltrona.Lui se ne infischia, si pavoneggia sciorinando nei minimi dettagli un cursus honorum da record, in cui non è menzionato però un episodio essenziale: aver incrociato le lame con un altro potente, Cesare Geronzi, quando quest’ultimo era il faraone della Banca di Roma, poi Capitalia. Tipi entrambi ingombranti, ma fu il nostro che finì in esilio, alla Fondazione.Oggi che le sorti sembrano rovesciate, Emanuele parla di lui chiamandolo il “ragionier” Geronzi. Non è detto però che tra i due la partita sia finita, visto che la scadenza della guida della Fondazione sta per arrivare, con la chiusura del bilancio 2011. E dopo vent’anni di regno indiscusso, le chiavi di quella caverna di Ali Baba potrebbero passare a qualcun altro. Magari a Cesarone.Emanuele, c’è da starne certi, venderà cara la pelle, visto che la Fondazione se l’è cucita addosso come un vestito. Sarebbe stato disposto a separarsene solo se Monti l’avesse chiamato al governo, aspirazione che ha cullato con convinzione: un governo di tecnici senza di lui?, assurdo! Il carattere pugnace non gli manca: per dimostrare di non aver bisogno di lobby, tanto sa fare da solo, taglia i ponti e la quota associativa con il superclub delle potentissime fondazioni bancarie: “Loro sono costretti a vendere palazzi o a fare aumenti di capitale a debito”, si vanta, “io no”.Si ribella persino al ministro del Tesoro per quella che, a suo dire, è una indebita vigilanza sulla Fondazione Roma, e ricorre in tribunale (respinto, ma darà battaglia). Dialoga con il Campidoglio come con una congrega di straccioni con pochi soldi e troppi lacci, che lui non ha, visto che siede su 2 miliardi di euro di patrimonio e ne è praticamente il padrone assoluto.Emanuele, 74 anni suonati, è insomma quello che intimamente tutti i banchieri vorrebbero essere: arbitri delle ricchezze che amministrano, per riceverne soltanto lustro, e togliersi parecchi sfizi. Quali sono i suoi? Se per le opere di bene si dichiara vocato – d’altra parte di queste le fondazioni dovrebbero occuparsi – la sua passione è l’arte (tanto da tenere in salotto un modellino di museo che vagheggia di costruire nel centro di Roma), e su questo terreno non si pone limiti come un signore rinascimentale: pittura, scultura, numismatica nei suoi palazzi al Corso, una sua orchestra sinfonica, un teatro (sostiene il Quirino), ma anche il cinema (è sponsor del festival di Taormina), un festival di poesia.Le nove Muse quasi al completo, ognuna con un bell’assegno del grande elemosinere. Ultimo incarico conquistato: un posto nel consiglio della Biennale con la firma del ministro Lorenzo Ornaghi. Da dove ha fatto subito capire che vuol fare il Giamburrasca, votando contro la nomina di Massimiliano Gioni decisa dal presidente Paolo Baratta.D’altra parte è sull’attività artistica che si concentra ultimamente la fetta più sostanziosa delle spese della Fondazione: 21 milioni nel 2010 su 35, lievitati ulteriormente nel 2011. E il suo vero oggetto del desiderio, quello per cui farebbe carte false, è il Palaexpo, il polo più prestigioso delle mostre della capitale, che assomma il Palazzo delle esposizioni, dopo un costoso restauro a spese del Comune, e le Scuderie del Quirinale. Un milione di visitatori nel 2010, per lui numeri mai visti.Oggi il Palaexpo è un’azienda speciale dove Emanuele è entrato come presidente portando con sé un bell’assegno di 4 milioni l’anno (e ottenendo un suo uomo alla revisione dei conti) a integrare i 10 versati dal Campidoglio. Ma un progettino per incoronarlo re dell’arte a Roma, mollandogli tutta l’azienda, il sindaco Alemanno lo aveva fatto già a inizio estate 2011: prevedeva una concessione fino al 2015 affidata con una gara tra cinque concorrenti a cui veniva richiesto un requisito base: essere Fondazioni, singolare identikit.Morì lì, per l’opposizione del Quirinale, proprietario delle Scuderie. Ma Alemanno non ha rinunciato al disegno. E ha promesso a più riprese a Emanuele di portarlo a compimento. L’occasione potrebbe essere imminente, e cioè l’istituzione della Fondazione per il Macro, il museo di arte contemporanea del Comune: con un colpo di mano in corso di approvazione, sarebbe un gioco da ragazzi inserire il regalo per Emanuele.D’altra parte, come resistere a un uomo così volitivo? Anche in Fondazione, non c’è nessuno in grado di fargli argine. E se qualcuno si azzardasse, lo statuto disegna una governance che azzera la benché minima opposizione. I soci? Eletti. E da chi? Dall’assemblea dei soci medesimi, per vent’anni, e la loro identità è custodita meglio del terzo segreto di Fatima (i loro nomi sono scritti a mano in un libro che nessuno può consultare).Sono loro che nominano il consiglio di indirizzo, l’organo esecutivo, dove al posto degli enti locali come in tutte le fondazioni, la società civile è rappresentata (per sei posti su venti) dall’Avis, dal policlinico Gemelli e dall’Idi (ospedali entrambi del Vaticano), dalle università La Sapienza e Tor Vergata, e dalla Soprintendenza del polo museale di Roma. Tutti in un modo o nell’altro beneficiati dai soldi della Fondazione. Il consiglio d’amministrazione? Nominato dal comitato d’indirizzo.Insomma, una struttura totalmente autoreferenziale. Dove infatti non appare strano che Emanuele nel 2010 fosse titolare di tre stipendi: oltre ai 267 mila della sua carica principale, altri 169 gli venivano da quella di presidente della fondazione “controllata” Roma Mediterraneo e altri 269 come sovrintendente culturale della controllata Musarte. Come ha raccontato “Il Fatto”, poiché quest’ultimo incarico valeva fino al 2017, quando nel 2010 Emanuele se l’è fatto revocare dal consiglio – da lui stesso presieduto – ha potuto pretendere una buonuscita di 1.800.000 euro lordi.A cui ha fatto seguito un’altra prebenda da 271 mila euro lordi, per “attività eccedenti la carica di presidente svolte nel 2009″. Sconcerto? Zero. Sarà perché nel cerchio magico della governance dell’ente la distribuzione dei compensi segue ragioni altrettanto singolari: 85 mila euro al vicepresidente Serafino Gatti, circa 40 mila ad altri tre consiglieri, 60 mila al direttore generale Franco Parasassi. Tutti oltre la normale retribuzione, per “prestazioni eccedenti”.Ma le stranezze non finiscono qui. Le Fondazioni nascono allo scopo di far fruttare il capitale e di distribuire, senza mirare al profitto, erogazioni liberali e fare “grant making”, cioè sostegno a iniziative di altri. A Roma, invece, si preferisce operare in proprio. E per farlo con più libertà Emanuele utilizza il meccanismo delle “fondazioni della Fondazione”. Lui non è riuscito a sottrarsi alla “vigilanza” del Tesoro? Allora trasferisce l’attività dal centro a organismi satellite, una serie di Fondazioni “figlie”, queste non vigilate, a cui destinare le erogazioni.Va da sé che ognuna di questa strutture ha una sua sede, i suoi vertici, i suoi dipendenti, con relativi costi aggiuntivi, e totale mano libera. Un esempio? Musarte, che gestisce le esposizioni di Palazzo Cipolla e di Palazzo Sciarra, entrambi su via del Corso, è partita nel 2009 con una dotazione di 7,9 milioni di euro, ne ha bruciati subito 4,5, ne ha avuti ripianati 4 e ne ha bruciati il secondo anno 6,3. Posto che i visitatori nel 2010 sono stati 200 mila, è come se ciascuno di loro fosse costato una trentina di euro alle casse di Emanuele.Questo pozzo di San Patrizio fatto con soldi di origine pubblica, è affidato a una società privata, Arthemisia, specializzata in allestimenti di mostre, che opera con un contratto di gestione. Come pure a uno studio privato di sua fiducia, lo studio Gemma, Emanuele ha affidato in outsourcing la gestione dei conti, dell’amministrazione e del personale.Forse come premio della consulenza di Gemma per l’acquisto di Palazzo Cipolla da Unicredit (84 milioni), che ha permesso alla Fondazione di non pagare 16 milioni di tasse. Bravi davvero, tanto che sono stati liquidati con una parcella di 1,6 milioni di euro. L’effetto, è la blindatura della Fondazione da sguardi indiscreti e con soggetti nei gangli chiave che a lui riportano.Ma non si dica che Emanuele pensi solo al suo potere personale. In Italia è lui il portabandiera dell’idea di Cameron sulla Big Society: associazioni civili che subentrano a Stato e mercato per gestire i servizi pubblici. Su questo ha promosso un convegno. Da parte sua, vorrebbe metterla in pratica sotto casa, in pieno centro di Roma, dove ha tentato di istallare una fontana e far fuori una trattoria un po’ rumorosa. Ma su questo tipo di society Alemanno ha detto no.ARTHEMISIA SI SCOPRE
Prezzemolo Arthemisia. La società di allestimento mostre è diventata l’inseparabile partner della Fondazione, prima come fornitore di servizi, poi come gestore di Musarte. Ha lavorato in passato per il palazzo Reale di Milano e la si ritrova come regista del padiglione italiano dell’ultima Biennale arte curata da Vittorio Sgarbi.Poi, come allestitore anche dell’edizione romana della stessa Biennale, a palazzo Venezia, dove tra gli artisti esposti compare anche la figlia di Emanuele, Teresa, fotografa e dipendente di Zetèma, l’azienda comunale capitolina, per cui si occupa del polo Macro a Testaccio. A chi fa capo Arthemisia? Fino a poco tempo fa la società era controllata al 60 per cento da una srl, “S’Invera”, a sua volta controllata da due fiduciarie. A fine 2011, lo schermo è stato tolto: la società è al 100 per cento di un ex consigliere della stessa Arthemisia, Matteo Mantovani.UNICREDIT TAGLIATO A METÀLo stato maggiore di Unicredit gli aveva reso visita per tempo. Come azionista importante della banca (anche se non rilevante: è sotto il 2 per cento e dichiarava lo 0,95 a fine 2010), la Fondazione Roma era chiamata per l’ennesima volta a un aumento di capitale dell’istituto in cui era confluita Capitalia.Quel pacchetto, che ancora nel 2010 rappresentava un quarto del suo patrimonio, cominciava a dare parecchie delusioni, non solo per gli esborsi richiesti per la ricapitalizzazione, ma anche per il crollo in Borsa: il titolo ha perso quasi il 90 per cento del suo valore iniziale. Che fare?Emanuele ci ha pensato su e poi ha deciso per la soluzione salomonica: ha venduto una parte dei diritti e con il ricavato ha sottoscritto una parte dell’aumento di capitale. Il risultato finale nel bilancio della Fondazione si saprà solo alla pubblicazione dei conti, ormai imminente. Di certo, il resto del patrimonio investito, circa 1,5 miliardi, gli dà maggiori soddisfazioni. Attraverso il gestore Fondàco (Compagnia di San Paolo), con una banca depositaria francese e sotto l’ombrello di un fondo lussemburghese, gli investimenti finanziari della Fondazione Roma germogliano di rendimenti che persino nel 2011 dovrebbero essere positivi.L’altro filone degli investimenti decisi da Emanuele è quello su Sator, la finanziaria fondata da Matteo Arpe (e dove ha trovato lavoro il figlio di Emanuele, Eugenio): la Fondazione ha investito nel suo Fondo di private equity (attraverso il quale è indirettamente azionista di Banca Profilo e del sito di informazione economica Lettera 43) e nel suo fondo azionario, che nel 2011 ha chiuso in parità, quando il benchmark registra perdite del 16-18 per cento.Paola Pilati per l’Espresso

Emanuele Emmanuele, l’Ottavo Re di Roma

Sabato, 17 Ottobre 2009

Tocca proprio entrare nella club house del Reale Circolo Canottieri Aniene, un sobrio posticino sulla sponda destra del Tevere al quale le donne non hanno diritto di accedere senza un cavaliere, per trovare l’unico consesso romano dove il professor avvocato Emmanuele Francesco Maria Emanuele, barone di Culcasi, accetta di non essere il numero uno. E c’è da capirlo, perché nel circolo dove i magistrati che indagano sullo scandalo dei mondiali di nuoto hanno appena messo i sigilli alla piscina, la presidenza tocca a Giovanni Malagò.

Ma chi controlla i voti e gli blinda la maggioranza è comunque il signor Barone, un settantenne palermitano che da soli vent’anni presiede la Fondazione della cassa di risparmio di Roma: bilancio annuo da due miliardi e una capacità di spendere a pioggia sul territorio ben superiore a quella del Comune.

(continua…)