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Quagliariello, il trasformismo al potere (by Pardo)

Lunedì, 7 Ottobre 2013

Da Marco Pannella a Giorgio Napolitano, il salto è notevole per non parlare dell’altezza del rango raggiunto. Sarà forse quest’ultima vetta, l’ombra benevola e intoccabile del Colle più alto, ad aver fatto la differenza. E ad aver dato l’ardire a Gaetano Quagliariello, uomo che ardito non è, professore berlusconiano così abile da aver quasi smacchiato le tracce del berlusconismo, di fare i primi voli per quella che sarà la sua nuova terza o quarta via, in certe storie si finisce per perdere il conto.

Ministro per le Riforme costituzionali, in tasca le dimissioni, secondo i diktat del Cavaliere in crisi di governo, servizi sociali e incandidabilità, ma anche la dissidenza, Quagliariello, incoronato saggio il 30 marzo dal Capo dello Stato nella ristretta Commissione per le Riforme, un mese prima di conquistarsi un dicastero del governo Letta di larghe intese, l’ha detta grossa per i suoi parametri classici.

Ha paragonato Forza Italia in mano agli odiati falchi a una possibile riedizione dell’estremista Lotta Continua del centro destra («se così sarà mi dedicherò a creare il Napoli Club Salario»). Ora, è vero che in politica tout casse, tout lasse come dicono i francesi di cui è devoto e studioso, ma certo è stato il segno che da colomba acclarata è pronta a librarsi verso altri lidi. Stavolta un volo più nobile rispetto a quelli che nel Palazzo venivano chiamati con l’affetto fraterno tipico dell’ambientino i salti del Quagliariello.

Aspetto crepuscolare e ragionevole e quindi capace di esplosioni di fanatismo, l’aria di un gran borghese della Magna Grecia, formazione e sarto, curriculum e scarpe, nato 53 anni fa a Napoli come il presidente, cresciuto e laureato a Bari, famiglia d’origine usa al potere, un padre rettore e presidente del Cnr, nonni zii e vari parenti notabili democristiani, Quagliariello è uomo senza truppe e senza scheletri. Solo qualche cadavere politico qua e là.

Barone della Luiss, l’università di Confindustria, cattedra di Storia dei partiti politici, carriera accademica avviata come assistente del famoso professore Paolo Ungari che era ufficialmente Maestro Venerabile del Grande Oriente d’Italia, è ormai da un pezzo più organico al cortile di Palazzo Chigi che alla corte di Palazzo Grazioli.

«Sono un liberale, un moderato», andava ripetendo di larga intesa in larga intesa, allontanando sempre più gli anni in cui faceva notte nell’anticamera dell’ufficio di Denis Verdini, con cui da tempo a malapena parla. Un rapporto accantonato da quando l’accesso al Cavaliere non ha avuto più bisogno di intermediari pur potenti pur amichevoli.

Gli va dato atto che è stato forse il primo a segnalare un filo di mal di pancia nei confronti della deriva ultrà del Pdl priva di affinità per lui, alfiere di un liberalismo da democrazia avanzata, che ama definirsi più un fine intellettuale che un politico puro e che se ai convegni non gli vengono riservati almeno quaranta minuti per quei tre quattro concetti che deve esprimere scatena tuoni e fulmini. Le sue biografie grondano elenchi di pubblicazioni, titoli, ponderose analisi storiche oltre che una notevole esibizione di opere su Charles de Gaulle e sul gollismo, persino tradotte da case editrici parigine.

È il suo cavallo di battaglia preferito, il significativo indizio del suo percorso politico alla ricerca del generale Charles perduto, la speranza, evidentemente, di diventare prima o poi anche lui, Gaetano, un Georges Pompidou.

In gioventù, ad attirarlo è il partito Repubblicano ma è l’innamoramento di un momento. Poi ecco, l’abbraccio totale al Partito radicale sotto la fascinazione irresistibile del Marco Pannella dei tempi migliori. Le piazze e le manifestazioni, perfino l’arresto per qualche ora, insieme a Francesco Rutelli anche lui vice segretario nazionale: qualcosa di impensabile da immaginare vedendolo oggi, il doppiopetto gessato da circolo Italia di Napoli, l’eloquio consapevole da aula, universitaria e parlamentare. E invece Quagliariello era uno da prima linea, anti clericale spinto, pronto a battersi per la liberalizzazione delle droghe e per il diritto all’aborto.

Proprio lui che più di vent’anni dopo da ideologo della caotica corrente dei teo-con, composta da Magdi Allam, Giuliano Ferrara, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi, in quello che viene definito “scontro di civiltà”su temi etici, combatterà con violenza sorprendente la battaglia per la vita di Eluana Englaro. Il viso è deformato mentre urla «È stata ammazzata» e intende il Colle perché il capo dello Stato non si era speso, secondo lui, per il decreto legge. Al contrario, è gelido quando al tempo della crocifissione del “traditore” Gianfranco Fini sibila :«Non conta che la pensi come noi al 95 per cento, conta il 5 che rimane scoperto». È diventato un ateo devoto oltre che un berlusconiano assai flambé.

Tecniche che quagliano negli anni. Specialmente con Marcello Pera «la svolta della vita, prima di lui ero un tranquillo professore». Oddio proprio tranquillo forse no, piuttosto in attesa dell’occasione giusta. Fatto sta, prima diventa il suo consigliere culturale, poi fondano insieme Magna Carta, il think tank dove il simpatico corsivo “L’uovo di giornata” cattivissime invettive contro i nemici della Causa del cavaliere, secondo molti sono frutto della sua ispirazione.

Il suo mentore è Pera, al tempo mandarino di fulgido potere, futuro presidente del Senato, papabile persino, si ipotizzava allora, per il Quirinale. Quagliariello diventa un Pera à-penser, il capo della sua pugnace milizia, non lo molla un attimo e, grazie ai suoi auspici, ammette sincero nella sua biografia, nel 2006 guadagna il primo seggio al Senato. La scalata è misurata ma inesorabile avvolta in una nuvola di zucchero filato culturale d’alto bordo. Quagliariello istruisce, spiega, insegna: «Non siamo nella Seconda Repubblica, ma al secondo tempo della Prima. Siamo come la Francia alle soglie della Quinta».

I professori si attraggono l’un l’altro, si sa. Dopo Pera, stella cadente abbandonata piano piano, diventa il deus ex machina di Magna Carta. Ma poi arriva il tempo del seduttore tecnico Mario Monti, neo salvatore della patria che oltrepassa anche i confini della suddetta. È un flirt non vera adorazione, dura più o meno un mesetto, il tempo di capire che il Cavaliere sta per mettere in scena l’ennesima resurrezione. E parte la ritirata. Un farfallone politico, lo accusano in quei giorni i falchi Pdl. Ma il giro o meglio la giravolta montiana lo avvicina al Colle.

Lui è preparato, studioso, ma sa anche essere piacione e mostrare un inaspettato senso dell’umorismo, Napoli docet e chi se lo può dimenticare.
Nel pantheon di Quagliariello, il via vai è da Grand hotel. Le porte girevoli accompagnano l’entrata e l’uscita prima di Sandro Bondi, poi quella di Denis Verdini, l’uomo forte della macchina Pdl, creatore di un codice che sostituisce il manuale Cencelli. Diventerà il suo antagonista insieme a Raffaele Fitto che non apprezza affatto le incursioni nella sua terra di Puglia. Poco male, da vice capo gruppo vive in simbiosi con Maurizio Gasparri, Italo Bocchino, il Cavaliere lo apprezza e lui si è trasformato in un berlusconiano Magno.Ma alla Gianni Letta. La sua second life da professore gli porta finalmente in dote l’evangelizzazione dell’istituzionalità, la nomina quirinalizia che lo consacra saggio seguita dalla poltrona da ministro. Istituzionalmente testato può permettersi di ringhiare protettivo verso il Cavaliere «che la giunta per le elezioni non sia un plotone d’esecuzione». Poche settimane prima di essere firmatario del documento dei senatori che costituiscono il gruppo autonomo pronto a sostenere il governo Letta. «Il potere non si prende», diceva il generale de Gaulle, «si raccatta». Quagliariello, fine gollistologo, lo sa bene. Denise Pardo per “L’Espresso

 

Ecco chi finanzia Letta

Venerdì, 26 Aprile 2013

Chi finanzia VeDrò, il think-tank bipartisan che ha fatto di Enrico Letta l’uomo giusto per un governo di larghe intese?

Sponsor privati, ovviamente. Dall’Enel al gruppo dell’industria alimentare Cremonini, fino all’Eni e ad Autostrade per l’Italia. Il motivo? Ritorno di visibilità, loghi su brochure e siti internet. E la politica? La politica non c’entra, dicono: «Noi non negoziamo la nostra posizione intellettuale», dice subito il tesoriere Riccarco Capecchi.

Vedrò, anzi vedremo: «Dobbiamo lavorare molto sul tema delle privatizzazioni», è la posizione nota di Enrico Letta: «Il patrimonio pubblico è ancora enorme: bisogna cominciare a mettere nel mirino nuove privatizzazioni pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica». E poi: «Sarà uno dei temi del nostro governo, quando gli elettori ci faranno governare», conclude il prossimo Presidente del Consiglio.

Sul tema dei finanziamenti privati ai think-tank, Mattia Diletti, docente e ricercatore di scienza politica all’Università La Sapienza di Roma, ha fatto un lavoro molto articolato: «Questo tipo di fondazioni politiche hanno bilanci molto simili e possono contare su budget medi di 800 mila euro».

E Vedrò? «E’ poco sopra la media», dice Diletti. «Quello che colpisce però del sistema di finanziamento riguarda soprattutto i finanziatori piuttosto che i finanziati», spiega: «Sono prevalentemente ex monopoli pubblici, che hanno un rapporto ancora stretto con la politica e che finanziano un po’ tutti, con cifre ridotte, a pioggia, sia la destra che la sinistra.

Funziona un po’ «all’americana», dice Diletti. E come si riempie, in America, un bilancio da 800 mila euro? Lo si capisce prendendo in mano una qualunque brochure delle attività di Vedrò. Enel, Eni, Edison, Telecom Italia, Vodafone, Sky, Lottomatica, Sisal, Autostrade per l’Italia, Nestlé, Farmindustria, il gruppo Cremonini (la carne Montana): sono tante le aziende che concorrono al fabbisogno del pensatoio.

Quello che non sappiamo è quanto sia il contributo specifico di questi sponsor, quali sono economici e quali invece in servizi. Quello che sappiamo è che gli sponsor hanno spesso un ruolo attivo, all’interno del dibattito, contribuendo al contenitore ma anche al contenuto.

Enel, ad esempio, promuove così l’appuntamento estivo di Vedrò, sul proprio sito: «Un think-net aperto e dedicato anche alla mobilità elettrica e alle smart cities», dove «Enel, sponsor della manifestazione, è protagonista del working group ‘Vedrò Energie’».

Vedrò vive tutto l’anno, organizza convegni, aperitivi e presentazioni. L’evento centrale è però la tre giorni che si svolge a fine agosto a Dro’, paese trentino di 4.500 abitanti, una quindicina di chilometri a nord del lago di Garda, in un’ex centrale idroelettrica.

Nonostante la chilometrica lista di sponsor, l’evento non è gratuito. Anzi. Gli hotel della zona costano cari, e tutti gli ospiti – o quasi – pagano di tasca propria. In più, ovviamente, c’è una quota di iscrizione: 150 euro per gli under trenta, 300 euro o più per tutti gli altri.

Avarizia degli organizzatori? Piuttosto, ricerca dell’esclusività. Già così – per la prossima edizione – sono previste oltre mille persone: ben più di quelle arrivate l’anno scorso, che erano 800. «Le loro quote», ci spiega il tesoriere Riccardo Capecchi, «servono a coprire i costi vivi della manifestazione, l’allestimento della centrale, le navette con gli alberghi, il catering per i tre giorni».

Ma non bastano. A Vedrò lavora una decina di persone («ma io come altri sono volontario», dice sempre Capecchi) e sono le sponsorizzazioni a tenere in piedi il tutto. Con quanto? Quanto basta per coprire tutti i costi, ma di più non si può sapere: «Noi – dice Capecchi – per ovvie ragioni di privacy non diffondiamo l’entità delle contribuzioni». Ma bisogna stare tranquilli, assicura, perché ««gli accordi che prevalentemente sono sulla visibilità, rispettano i parametri standard».

«Quello che posso dire», continua Capecchi, «è che la contribuzione media è di circa 30 mila euro. Anche se poi, ovviamente c’è chi dà meno e chi dà molto di più». Luca Sappino per “Espresso.Repubblica.it”

La cultura? basta insegnarla

Venerdì, 2 Novembre 2012

Siccome è noto che noi prof abbiamo moltissimo tempo libero, leggevo ieri l’articolo di Marco Lodoli su Repubblica “Addio cultura umanista, per i ragazzi non ha più senso”. E pensavo. Pensavo, per esempio, che Lodoli e l’anonima collega di lettere che lui cita nell’articolo, affranta perché per i suoi alunni è “invisibile”, dal momento che quando spiega non se la fila nessuno, devono essere proprio sfortunati. Anzi, perseguitati entrambi da una jella nera ed atra, una sorta di maledizione atavica, un malocchio feroce appiccicatosi addosso a loro chissà per quale incantesimo. Perché ci vuole proprio sfiga (scusate il termine, parlo terra terra come i miei alunni, a volte), visto che entrambi insegnano, par di capire, in prestigiosi licei e quindi ad una platea di alunni anche parecchio selezionata all’origine, a ritrovarsi classi intere di zombi seminconscienti che non provano il benché minimo interesse per Dante e Manzoni, Catullo o Tucidide, la poesia, la storia e la letteratura. A me, per esempio, questa esperienza manca. E sì che insegno in una scuola media persa in mezzo alla campagna veneta, zeppa di ragazzini fra gli undici e i quattordici anni che la “cultura umanistica” non intuiscono nemmeno cosa sia, hanno come unico pensiero quello di giocare con la Play Station o scaricare l’ultima app del cellulare; nella stragrande maggioranza dei casi, da grande sognano al massimo di fare il meccanico per smontare motorini, e l’aula di un liceo non la vedranno mai. Eppure. Eppure loro alla letteratura ed alla poesia si appassionano. Persino alla grammatica, talvolta, che è tutto dire. E “invisibile” in classe, per loro, non sono mai stata: magari odiata, perché li massacro a forza di riassunti, temi ed esercizi di analisi logica, sì, ma indifferente no. Ci sono le classi che fanno “muro”, per carità, e anche quei singoli alunni che per quanto tu ti affatichi e ci provi a coinvolgerli, niente, non ce la fai. Ma sono le eccezioni, non la regola. Ai ragazzini, di norma, la letteratura piace, perché la letteratura è raccontare storie, e sentirsi raccontare storie è un bisogno primario per ogni essere umano. Certo, bisogna prenderli per mano. Nemmeno Dante ce l’avrebbe fatta ad attraversare Inferno e Paradiso, se Virgilio e Beatrice, generosamente, non lo avessero scortato con pazienza, spiegandogli ad ogni piè sospinto dov’era, cosa stava succedendo, chi avrebbe incontrato lì, perché era importante che ci parlasse. Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm. Che sono un buon punto di partenza per spunti sull’attualità, perché Renzo era un piccolo imprenditore tessile del Comasco, che trasferisce e delocalizza poi la sua attività a Bergamo, contando sugli aiuti di Stato della Repubblica di Venezia per le imprese del settore “lusso”, com’erano considerate le filande allora. Bisogna spiegare loro, che non lo sanno, che la cultura umanistica non è una cosa per specialisti, ma quella che un domani ti serve, se farai il pubblicitario, ad inventare per il tuo prodotto uno slogan di successo, pieno di ritmo, allitterazioni, rime e di figure retoriche adatte a fissarsi nella mente del potenziale cliente per sempre; che la grammatica e la sintassi sono fondamentali per costruire un testo comprensibile per il tuo futuro sito web. Bisogna insomma far capire, ma credendoci noi per primi, che la cultura umanistica non è solo bella, ma è utile, anzi indispensabile: perché lo spot della Telecom non lo capisci se non sai chi erano Garibaldi e Mazzini, o Marco Polo, e metà delle pubblicità di profumi, quelle le cui foto le ragazzine ritagliano e attaccano sul diario, hanno dentro tante e tali citazioni di Storia dell’Arte da far provare, a chi le sa riconoscere, le vertigini. Bisogna essere cattivi e spietati, a volte, e fargli sbattere il muso su tutte queste citazioni che loro non sanno cogliere, su questi retroscena che sono destinati a non intuire mai se non imparano qualcosa di quella benedetta cultura umanistica che credono inutile e noiosa. Ricattarli, spiegando che la cultura umanistica è qualcosa di affine ad una setta segreta, parla agli iniziati per indizi, e se li sai cogliere bene, sennò sei fuori, fai parte degli altri che sono esclusi, pussa via!. Che il potere vuol farti credere che non è necessario sapere il codice, ma ti racconta fandonie per tenerti fuori, perché da sempre il potere poi è nelle mani di chi sa usare bene i congiuntivi, sa scrivere riassunti e inventare slogan di effetto. E che anche chi apparentemente non è colto ma ha fatto i soldi, poi si circonda di chi è colto, se vuole mantenerli, perché persino Briatore, quanto deve scegliersi un aiutante da pagare con cifre a quattro zeri, prende alla fine quello che sa le lingue, ha una laurea, un master e un italiano corretto e fluente, mentre l’entusiasta ignorante con la terza media presa a stento lo lascia a casa, anche se gli era magari simpatico, eh. E’ un lavoro massacrante trovare il modo di far arrivare ai nostri alunni questo messaggio, scovare ogni giorno nuovi esempi da portare, sconfiggere punto per punto i loro pregiudizi (che poi son quelli di tutta la nostra società) dimostrando che sono falsi e stupidi. Ma è il nostro lavoro di insegnanti, e di insegnanti di materie umanistiche in specifico. Perché noi non siamo là per curarci di quell’unico illuminato e sensibile fanciullo che scrive sonetti, legge Platone e compone madrigali nel chiuso della sua stanza dopo aver frequentato con profitto alla mattina le lezioni di un raffinato liceo classico d’élite. Quello è una eccezione statistica, e ce la farebbe benissimo anche senza di noi. Il nostro obiettivo sono tutti gli altri, quelli che non odiano la cultura umanistica, ma semplicemente non la conoscono perché quello che viene presentato loro è solo un riassunto di cose astruse, di poeti morti, inutili e lontani dalla realtà, fatto da insegnanti altrettanto noiosi perché, quando viene loro chiesto di indicare un fine pratico per usare tutte le conoscenze che pretendono gli alunni acquisiscano, non lo sanno indicare. Io adorerei insegnare in un liceo classico, per fare i raffronti con i giornali alla mattina e spiegare che Tucidide faceva giornalismo d’inchiesta, usando le tecniche che oggi sono alla base dei programmi come Report, o che Erodoto è la miglior guida per indicare come vanno usate e citate le fonti; per far capire che la teoria della Relatività di Einstein può essere considerata lo sviluppo di una intuizione neoplatonica di Plotino; che si può andare a caccia di citazioni di Catullo e Properzio e Ovidio nei testi di De Andrè, ma anche di Samuele Bersani, Jovanotti, Malika Ayane; che il rap ha la stessa struttura metrica degli esametri omerici. Non lo faccio perché lavoro alle medie, ed i miei studenti sono troppo piccoli per queste disquisizioni qui. Però l’altro giorno, quando abbiamo letto in classe prima “In morte del fratello Giovanni” di Foscolo e poi l’originale carme di Catullo a cui è ispirato, e, dopo averglielo fatto sentire in latino e in metrica perché me lo avevano chiesto, e averli fatti ragionare sul testo, alla fine di un piccolo serrato dibattito, in cui due partiti si son confrontati, han deciso che Catullo era meglio come poeta e lo sentivano più vicino a loro: «Perchè sa, prof, Foscolo si sente che voleva bene alla sua famiglia, ma non riesce mica ad andare avanti, è come bloccato là, Catullo si dà pace, alla fine, e poi è più asciutto.» io il mio piccolo contributo alla preservazione della cultura umanistica presso le giovani generazioni sento di averlo dato, ecco. g.vaglio espresso

Il Papa, grandezza di un Pontefice (by Magister)

Martedì, 10 Luglio 2012

Il punto critico di questo pontificato non è la contestazione, anche aspra, che lo martella ininterrottamente su vari terreni. Ma è l’avvenuta rottura di quel patto di lealtà interno alla Chiesa che si manifesta nella fuga di documenti riservati, dai suoi uffici più alti. Dalla contestazione, papa Joseph Ratzinger non si lascia intimidire. Non la subisce, anzi, sui casi cruciali la provoca, volutamente. La memorabile lezione di Ratisbona ne è stata la prima dimostrazione.Benedetto XVI mise a nudo la carica di violenza presente nell’Islam con una nettezza che stupì il mondo e scandalizzò nella Chiesa gli amanti dell’abbraccio tra le religioni. Invocò per i musulmani la rivoluzione illuminista che il cristianesimo ha già vissuto. Anni dopo, la primavera di libertà sbocciata e subito deperita nelle piazze arabe ha confermato che aveva visto giusto, che il futuro dell’Islam si gioca davvero lì.Gli abusi sessuali commessi da preti su bambini e ragazzi sono un altro terreno sul quale Benedetto XVI si è mosso controcorrente, già prima d’essere eletto papa. Ha introdotto nell’ordinamento della Chiesa procedure da stato di eccezione. Per suo volere, da una decina d’anni tre cause su quattro sono affrontate e risolte non per le vie del diritto canonico, ma per quelle più dirette del decreto extragiudiziario spiccato da un’autorità di maggior grado.Marcial Maciel, il diabolico fondatore dei Legionari di Cristo, fu sanzionato così, quando ancora era universalmente riverito e osannato. Un’intera Chiesa nazionale, l’irlandese, è stata messa dal papa in stato di penitenza. Vari vescovi inetti sono stati destituiti. Sta di fatto che oggi al mondo non c’è alcun governo o istituzione o religione che sia più avanti della Chiesa di papa Benedetto nel contrastare questo scandalo e nel proteggere i minori dagli abusi.E’ un errore confondere la mitezza di questo papa con la sua remissività. O col suo estraniarsi dalle decisioni di governo. Anche la burrasca che sconvolge l’Istituto per le Opere di Religione, la “banca” vaticana, ha la sua prima origine proprio da lui, dal suo ordine di assicurare la massima trasparenza finanziaria. Non c’è governo al mondo le cui decisioni non siano discusse e contrastate, prima e dopo che siano diventate legge, in pubblico o in via riservata. Anche per la Chiesa di papa Benedetto è così. I conflitti interni documentati dalle carte fuoriuscite dal Vaticano fanno parte della fisiologia di ogni istituzione chiamata a prendere decisioni.Non il contenuto dei documenti, quindi, ma la loro fuga è la vera spina di questo pontificato. E’ tradimento di quel patto di lealtà che tiene insieme chi è parte di un’istituzione, a maggior ragione della Chiesa, dove l’inviolabilità del “foro interno” e ancor più del segreto della confessione ispira una generale riservatezza nelle procedure.Gli ammutinati sostengono, anonimi, di farlo per il bene della Chiesa stessa. E’ una giustificazione ricorrente nella storia. Dallo scandalo dicono di voler ricavare una rigenerazione del cristianesimo. Ma a tanti loro sostenitori “laici” interessa che la Chiesa collassi. Non che sia rigenerata, ma umiliata. I conflitti entro le istituzioni si governano. Ma il tradimento molto meno.Esso è il segnale, piuttosto, di un governo che non c’è, che ha lasciato crescere nella curia romana la ribellione occulta di alcuni suoi “civil servant” e non ha saputo fare nulla per neutralizzarla. La segreteria di Stato vaticana, che da Paolo VI in poi è il primo attore del governo centrale della Chiesa, è inevitabilmente anche la prima responsabile di questa deriva.Benedetto XVI ne è così consapevole che, per rimettere ordine nei Sacri Palazzi, non ha incaricato il suo primo ministro, il cardinale Tarcisio Bertone, ma ha chiamato a consulto un collegio di saggi tra i più lontani da lui: per cominciare, i cardinali Ruini, Ouellet, Tomko, Pell, Tauran. Per un cambio di governo nella curia vaticana le pratiche sono già avviate. s. magiste l’espresso

Grillo, la verità sul movimento M5S

Giovedì, 31 Maggio 2012

Ho detto al magistrato che se nella vita vuole fare il procuratore, faccia il procuratore e faccia il suo dovere di fare il procuratore, e lo faccia bene. Io se sono Riina e lo faccio bene, stia tranquillo. Ognuno deve fare il suo mestiere, il suo lavoro, e lo deve fare bene. Chiuso”. Potrebbe intitolarsi: “La mafia spiegata a mio figlio”. Una lezione unica, del maestro più esperto: Totò Riina. Il padrino più feroce che ha cambiato Cosa nostra e la storia d’Italia, dopo 14 anni ha potuto incontrare per la prima volta il figlio Giovanni, anche lui detenuto.
E, sapendo di essere intercettato, ha trasformato quel colloquio in una summa della sua esperienza criminale, alternando consigli pratici (“Sposati una corleonese e mai una palermitana”) a messaggi sulle inchieste più scottanti (“Della morte di Borsellino non so nulla, l’ho saputo dalla tv”). Un proclama che ha alcuni obiettivi fondamentali: dimostrare che lui è ancora il capo di Cosa nostra, che il vertice corleonese è unito e, almeno nelle carceri, rispettato. Negare qualunque rapporto con i servizi e e ribadire invece la forza dei suoi segreti. Per questo la registrazione è stata acquisita agli atti delle procure antimafia.Era dal 1996 che non si potevano guardare in faccia. Solo lo scorso luglio si sono ritrovati l’uno davanti all’altro, divisi dal vetro blindato della sala colloqui del carcere milanese di Opera. Le prime parole sono normali convenevoli. Poi la mettono sullo scherzo. Totò non comprende perché “Giovannello” non è abbronzato. E il figlio spiega: “Perché nell’ora d’aria preferisco fare la corsa”. Il boss insiste sulla salute: “Stai tranquillo che me la cavo. Tu sai che papà se la cava. Tu pensa sempre che papà è fenomenale. E’ un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, io sono estero”. Ci tiene a trasmettere di essere ancora forte, per niente piegato da 17 anni di isolamento: “Ti devo dire la verità, io sono autosufficiente ancora… Non devi stare in pensiero perché tu sai che papà se la sbriga troppo bene. Puoi dire ai tuoi compagni che hai un padre che è un gioiello”.Questo prima che nascesse il M5S…
«Sì, noi avevamo presentato il simbolo, ed era ‘Amici di Beppe Grillo FVG’. Quando il Movimento non esisteva, non c’era niente. Eravamo noi quelli in avanscoperta, quelli che dovevano far capire all’ufficio marketing se il progetto era valido. Sonia Alfano in Sicilia ha preso 70 mila voti, 50 mila ne ha presi Serenetta a Roma. A Treviso si è piazzato un consigliere. L’idea è diventata appetibile economicamente. Vuol dire che il bacino c’era. Ed è qui che nascono i problemi».Con chi?
«Con Grillo. E con Casaleggio. E’ lui che ha preso delle persone e le ha messe in posti ben fidati. Ed è Grillo, per esempio, ad aver voluto candidare David Borrelli alla presidenza della regione in Veneto, anche se era già consigliere comunale e in teoria non doveva farlo. Lui me l’ha detto di persona: ‘Beppe ha detto che devo essere io il candidato presidente, e lo faccio io’».Ricorda il recente caso Tavolazzi…
«Tavolazzi è un brav’uomo, ma non ha scoperto niente di nuovo. Sono cose che abbiamo visto in anni tante volte. Serenetta Monti? Cacciata, perché si era stata candidata come indipendente nell’Idv su richiesta di Beppe. Nei vari meetup del Veneto, uno come Stefano De Barba, candidato come indipendente sempre nell’Idv, mandato via e trattato a pesci in faccia. A Treviso in tre comuni i candidati sono spariti. Ponzano Veneto, Paese di Treviso, Mogliano Veneto. Tutte e tre autorizzate col simbolo: sparite, epurate. Avevano osato mettersi contro Borrelli.E la democrazia dal basso?
«Posso garantire che la famosa democrazia dal basso che tanto decantano non esiste. Quando abbiamo iniziato a riunirci, le 17-18 liste più i ragazzi del Piemonte, Favia e altri, era giugno 2009. Il Movimento non era ancora nato. Ci stavamo incontrando tra di noi, liste civiche, per creare un movimento dal basso. Cosa succede? Casaleggio, ogni volta che ci incontravamo, faceva venir fuori un post sul blog di Grillo dicendo ‘questa cosa non è riconosciuta dal blog di Grillo’. Ci hanno messo i bastoni tra le ruote, ci hanno fatto allungare i tempi. La voglia di Grillo e Casaleggio era solo allungare i tempi, perché avevano bisogno di prendere tempo».Per capire cosa fare, e magari registrare un marchio?
«Esatto. Noi, come liste civiche, che ci radunavamo nel meetup nazionale 823, ci chiamavamo ‘Italia 5 Stelle’, proposto dai ragazzi di Vicenza. Io ero il presidente di quell’associazione. Grillo ha preso tempo, era dubbioso. Ma noi eravamo benvoluti da tutti, sapevano che volevamo fare qualcosa di diverso».E poi?
«Poi ci hanno invitati a Firenze, in prima fila c’ero io con Serenetta Monti e Sonia Alfano. Come entriamo ci troviamo la carta di Firenze già fatta da Casaleggio, il marchio già fatto da Casaleggio. Ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: ‘Il marketing è partito’. Hanno visto che c’era possibilità di fare soldi, e ci siamo trovati piano piano sempre più esautorati».Perché?
«Perché lavorano con il ricatto. Tavolazzi è andato contro le regole: fuori. Io e Sonia non siamo mai andati contro alle regole, ma hanno fatto di tutto per mandarci via. Sonia aveva troppa visibilità. Stessa cosa per De Magistris. Beppe Grillo è una bravissima persona, ma se qualcuno gli porta via il palcoscenico lui si incazza, non ci sta. Sa perché coi giornalisti non parla?».Dica.
«Perché lui risponde con quello che la Casaleggio gli dice di rispondere. E’ un bravissimo uomo, ha una grande cultura, ma ha i suoi limiti. Gli voglio bene, però usa quelle formule in stile mafioso: ‘Stai attento a non parlare troppo, perché se parli troppo ti tolgo il simbolo’. Perché il marchio del M5S è stato registrato a nome di Giuseppe Grillo: sia in Europa sia in Italia. Io adesso faccio ancora parte del M5S, sono un regolare iscritto. Ma dissento nella maniera più assoluta da quello che stanno facendo. Stanno prendendo in giro la gente, non è possibile vedere il marketing portato all’estrema potenza come adesso».Tutto marketing? «Il Movimento funziona come il Vaticano. Hai il Papa, Grillo, e i cardinali, la Casaleggio. Poi ogni prete nella sua Chiesa può dire quello che vuole. Però devi stare nei canoni dettati dal Vaticano».Altrimenti vieni scomunicato?
«Esatto. E’ una vecchia regola, nulla di nuovo: sono i cardinali a comandare. E infatti i responsabili dei meetup a volte, soprattutto nei posti chiave, sono messi lì da Casaleggio. E’ una specie di Kgb dei poveri».Casaleggio tiene anche incontri a porte chiuse, che è vietato riprendere, dove istruisce i candidati su cosa dire, e come?
»Ah, le famose riunioni di marketing«.Quando ha cominciato a farle?
«Molto tardi, alle ultime amministrative. Ma con quelli che io chiamo ‘i balilla’ del Movimento, gente con cui non ragioni in alcun modo, non ce n’è nemmeno bisogno: basta la sudditanza psicologica. Sono dei ‘berluscones’ dall’altra parte, niente di diverso. Chi ha il coraggio di andare contro a uno che ha vinto?».
Tra i militanti quanti la pensano come te e quanti sono ‘berluscones’?
«Sono tantissimi che la pensano come me, ma hanno paura che gli venga tolto il marchio».
Ma tra gli eletti ci sono solo i ‘balilla’, i talebani o anche persone indipendenti da Grillo?
«No, sono praticamente tutti talebani. Quando Beppe arriva e ricatta stai tranquillo che tutti stanno al loro posto. Certo, la gente è stata scelta dal basso. Ma come? Con il famoso sistema di cui ti ho parlato: ‘è sempre stato lì, l’ha sempre fatto’. Guardi che alla riunione di Bologna, per buttare fuori Tavolazzi, c’erano 20-30 persone, mica tutto il Movimento».I nodi verranno al pettine, prima o poi?
«Assolutamente sì. Io l’ho capito quando ho visto che Grillo ha registrato il marchio in Italia, a marzo 2012. Fino ad allora aveva solo la registrazione europea. Sta cercando di fare più marketing possibile. Aveva bisogno di tenere ben stretto il marchio, ma Grillo appena il Movimento inizia a sgonfiarsi se ne va. E avrà fatto un Movimento dal basso, lasciandosi il modo di dire ‘i ragazzi ora sono liberi di andare da soli’. Perché quando non c’è più nulla da mungere…».Ma finché lo danno in crescita…
«Resterà saldo al comando, assolutamente».Senza parlare con i giornalisti, né lui né Casaleggio.
«Assolutamente no. Questi sono come il Pdl: non parlano. Berlusconi li buttava fuori dal partito, Grillo li butta fuori dal Movimento».Ma tra Grillo e Casaleggio chi comanda chi? Gira voce che ci sia un contratto che dice che Grillo non può scrivere una parola senza che sia approvata da Casaleggio.«Che io sappia è sempre stato così. Casaleggio è il responsabile. Noi invece volevamo una struttura snella, ma che ci fosse, per il Movimento. Una struttura dove uno prende delle responsabilità e porta avanti un progetto politico. Poi se sbaglia, va via».Un partito?
«No, una struttura più leggera. Ma qui stiamo parlando di strutture impossibili da gestire, oramai, perché devi mettere troppa gente al suo posto. Non va bene. Serve una struttura leggera, dove una persona abbia forti responsabilità ma anche forti rischi».Ma il sistema di votazione online per scegliere chi portare in Parlamento?
«E’ da anni che si parla di questa piattaforma, ma non è mai arrivata. Infatti se guarda una recente intervista ai Pirati Tedeschi hanno dichiarato che Beppe Grillo gli piaceva, però usa un sistema troppo anti-democratico, perché non c’è un sistema di voto. La scusa è sempre che hanno trovato un bug, un problema. Ma in realtà loro non lo vogliono. In maniera che l’anno prossimo il Movimento avrà un progetto politico che arriverà direttamente da Casaleggio, non votato da nessuno. Però tutti per paura di perdere il carro che va a Roma staranno zitti e se lo prenderanno. Perché vanno a parlare male di quello che siede sulla sedia del Pd o del Pdl, ma loro sono uguali, non cambia niente. Non c’è meritocrazia».Che pensa dei ‘complottismi’ che girano in Retesu Casaleggio, dalle accuse di fare gli interessi di multinazionali ai video visionari sul futuro?«Anche quello è marketing, da sfruttare per una banda di persone a cui queste cose piacciono. Io li chiamo ‘i testimoni di Geova de noantri’. E ce ne sono, così come c’è gente validissima, a cui darei il mio voto anche domani».Non è che lei è avvelenato perché l’hanno tagliata fuori?
«Ma chi se ne frega. Alle regionali del Friuli non mi sono nemmeno candidato, ma ho aiutato come tutti gli altri. Io vivo del mio mestiere, e non mi interessa candidarmi. Se avessi avuto quella faccia tosta sarei rimasto nell’areonautica, ora sarei colonnello a 4.200 euro al mese. Invece ho dei principi. Io la mattina mi faccio la barba, e voglio guardarmi in faccia».La replica di Vittorio Bertola

Bertola, l’accusa è che il Movimento 5 Stelle sia in realtà una diarchia Grillo-Casaleggio. Che cosa risponde?
«Secondo me bisogna distinguere i piani. A livello nazionale è sempre stato che Grillo aveva l’ultima parola, ha sempre gestito lui autonomamente, scrivendo quello che pensa. E poi c’è questa collaborazione con Casaleggio, da molti anni, e spesso collaborano anche nella preparazione degli articoli sul blog e così via. Ma questo perché un livello nazionale non esiste ancora. Nel momento in cui ci dovessero essere delle liste nazionali, delle persone in Parlamento, lì sarà probabilmente un altro discorso».E a livello locale?
«A livello locale è stato spesso detto ‘Grillo spinge quello’, ma poi quasi sempre quando ho potuto verificare di persona erano più voci per coprire magari il fatto che si era litigato. E che chi aveva perso, non soddisfatto nelle sue aspettative, si è giustificato dicendo ‘è intervenuto qualcuno dell’alto’. Invece spesso sono gruppi che si sono trovati in minoranza. Anche qui a Torino, quando sono stato scelto io, c’è stata un po’ di discussione, un gruppetto che si è distaccato dicendo ‘Grillo vuole che sia Bertola il candidato’. Ma Grillo mi conosceva a malapena».Un’altra accusa è che Grillo governi il Movimento col ricatto: ‘se non fai come ti dico, ti tolgo il marchio‘.
«Non è un ricatto, è una regola base del Movimento. Grillo ha questa funzione di concedere il simbolo tramite la certificazione e in qualche caso di toglierlo. Ma i casi in cui è successo si contano sulle dita di una mano, che io ricordi. E sono tutti casi diventati famosi. Modena, Tavolazzi: due o tre. Viene fatto quando c’è a giudizio di Grillo un tradimento pesante dei principi e degli obiettivi del Movimento. E’ legittimo dire ‘si potrebbe fare diversamente’. Però, in questa fase di maturazione del Movimento, Grillo è la persona che ha la fiducia sia di tutti gli attivisti che degli elettori. Per cui è anche giusto: la maggior parte del Movimento 5 Stelle preferisce fidarsi di una persona come Grillo, stimata, sopra le parti, che ha meno interesse nelle beghe locali piuttosto che dar luogo meccanismi che porterebbero a creare un partito, dai tesseramenti alla formazione di correnti».Però poi si sente ripetere che Grillo col Movimento non c’entra niente.
«Grillo c’entra. Però la questione che molti faticano a capire è che è molto ben definito il livello dove Grillo c’entra, e dove non c’entra. Dove c’entra, se si vuole in maniera assoluta, è la certificazione. Su quello, sulla concessione del simbolo, sulle regole (tutti incensurati, due mandati e così via) Grillo ha l’ultima parola in maniera assoluta. Nel senso che non c’è un metodo di decisione pubblica per cui tutti insieme decidiamo di togliere il limite dei due mandati, per dire. Ma questa è anche una garanzia. Nel senso che si vuole evitare che con la crescita del Movimento, con l’ingresso di persone di ogni provenienza, ci sia una manovra per togliere i principi base per cui ci siamo trovati».Ma nel caso di Sonia Alfano, o di Tavolazzi, non sembra ci siano state violazioni di questi principi.
«Sono anche questioni di rapporto personale tra le persone. Sonia Alfano, di cui ho una grandissima stima, credo sia per il suo ingresso da indipendente nell’Idv. E, come successo in maniera molto più marcata con De Magistris, Beppe si è un po’ sentito usato, per il fatto che poi abbiano fatto la loro attività politica nell’Idv.».E sul caso Tavolazzi?
«Non si sa ancora bene. Però chi è dentro il Movimento ha visto abbastanza nettamente e per molti mesi partire questo tentativo di creare delle specie di congressi, di rimettere in discussione il ruolo di Grillo. E’ sembrato un tentativo di costruire una corrente dentro al Movimento che ne rimettesse in discussione i principi fondamentali. Difficile dire se queste fossero le reali intenzioni di Tavolazzi, ma Grillo deve averle interpretate così e si è sentito in dovere di intervenire. Nonostante un buon rapporto personale, politicamente è venuta fuori questa divergenza di opinioni».La telefonata del sindaco di Parma, Pizzarotti, a Casaleggio per la nomina di Tavolazzi sembra smentire che Grillo e Casaleggio si occupino solo del rispetto dei principi fondamentali, e che i gruppi lavorino in modo autonomo.
«E’ un caso abbastanza particolare, perché Tavolazzi ha litigato personalmente e in maniera abbastanza pesante con Grillo. E giustamente a Parma si sono posti il problema di dire: come primo atto nomini uno che ha litigato a livello umano con Beppe? Forse è una cosa di cui vale la pena parlare. Ma non è che per ogni cosa Pizzarotti si mette a telefonare a Casaleggio. Più che una questione politica è di rapporti interpersonali».Le riunioni a porte chiuse con Casaleggio? Anche lei ne aveva scritto.
«E’ un episodio dell’anno scorso, in cui ho iniziato a raccontare su Facebook quello che veniva detto e gli altri della riunione non hanno gradito. Però era una riunione con 15 persone con le liste intorno a Torino, non un congresso nazionale. Magari sul momento c’è stato un po’ di battibecco, ma la questione è finita lì».
Da un Movimento che chiede di portare le webcam nelle stanze dove si prendono le decisioni sembra una contraddizione, una mancanza di trasparenza.
«Da noi la trasparenza non manca mai: anche la più piccola divergenza viene amplificata su Facebook. Non credo esista alcun altro movimento politico in cui si può vedere qualunque cosa succeda. E’ vero, e questa è la critica che feci in quella occasione, che ogni tanto può succedere ci sia qualcuno magari entrato da poco nel Movimento che quando scopre sulla pelle che la trasparenza è difficile ?€“ perché magari qualcosa che non vorresti far vedere a tutti viene subito messo in piazza e magari non sei pronto ad assumertene la responsabilità ?€“ allora magari dice ‘forse è meglio non essere tanto trasparenti’. Però è una cosa che si dice, ma il dna del Movimento è mettere tutto in piazza. E comunque poi le cose escono sempre».
La piattaforma per gestire le votazioni e le canditure alle politiche: perché viene continuamente rimandata?
«La questione è che l’anno scorso, a giugno, c’è stato un primo tentativo di avviarla, quando Grillo e Casaleggio in una riunione a Milano avevano dato a varie persone – tra cui una ero io – l’incarico di lavorarci. In particolare, io avrei dovuto creare la piattaforma informatica per condividere le mozioni, gli atti eccetera».Erano quattro persone, se non sbaglio.«Sì. Lì c’è stata una levata di scudi da parte di alcuni eletti, in particolare di consiglieri regionali, perché volevano essere coinvolti nella scelta di queste persone e avevano paura fossero non delle responsabilità organizzative – come erano – ma delle cariche interne politiche. Quell’episodio ha rallentato tutto, perché a quel punto sia Grillo che Casaleggio si sono preoccupati di non spingere su una cosa che magari avrebbe spaccato il Movimento. Si è un po’ fermato tutto, da questo punto di vista. Credo che verrà ripreso con calma, dopo l’estate, perché per le politiche avremo bisogno sicuramente almeno della parte per votare le candidature».Ma c’è un problema di democrazia interna nel Movimento, se non altro in prospettiva?
«No, c’è una questione semmai di sperimentare, capire come la forma di organizzazione del Movimento che abbiamo adesso possa reggere una volta arrivati a livello nazionale. A me però da un po’ fastidio sentirla etichettare come una questione di democrazia interna. Intanto perché non c’è nessun movimento che prende uno che non è parente di nessuno, non ha mai fatto politica e in due mesi lo fa diventare sindaco di Parma. L’apertura interna è totale. Alle volte si parla di democrazia interna quando i gruppi locali non sono tanto evoluti e non riescono a gestirsi le proprie divergenze interne e si mettono a litigare tra loro. Sulla questione nazionale è solo una questione di sperimentazione: bisogna capire come può convivere un movimento assolutamente orizzontale con le sfide che pongono le elezioni nazionali. Che chiaramente richiedono una forma di coordinamento più elevata».Però visto che Grillo e Casaleggio non rilasciano interviste (vere, non monologhi) è difficile capire quanto contino realmente. «Io francamente li avrò sentiti tre o quattro volte in un anno da quando sono consigliere comunale. Non è mai successo che mi abbiano chiamato per qualcosa che dovevo votare io e dicendomi di votare come volevano loro».Questo invece lo decide lei insieme al suo gruppo locale?
«Sì, anche questo è difficile da capire perché ogni gruppo locale è organizzato in maniera diversa. In Emilia spesso fanno proprio delle assemblee, delle votazioni. Noi siamo un po’ più informali: io e la mia collega consigliere comunale ci confrontiamo con quelli eletti in circoscrizione, mettiamo su Facebook le questioni che arrivano e prendiamo pareri e commenti tramite la Rete, e poi una volta lette tutte le proposte che ci arrivano decidiamo che posizione prendere. In funzione del programma, che è abbastanza dettagliato ed è una guida abbastanza utile». f. chiusi espressp

Quello che il liberalismo non dice (by Ha Joon Chang)

Mercoledì, 30 Maggio 2012

Ha scritto un agile libretto ,”23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo” (in Italia tradotto dal Saggiatore, ndr) disseminandolo di gustose provocazioni intellettuali. Per esempio che «il libero mercato non esiste», che «i Paesi poveri sono più intraprendenti di quelli ricchi» e che «la lavatrice ci ha cambiato la vita più di Facebook». Adesso sta lavorando a un manuale di economia per la gente comune: «Così, per farsi trovare preparati e non bersi ogni frottola che passa». Ha Joon Chang è un economista di quelli tosti. Colto, scattante, cordiale, il quarantottenne coreano docente di economia dello sviluppo a Cambridge è considerato tra i critici più lucidi della globalizzazione e del neoliberismo. Una testa controcorrente, eppure capace di conquistarsi le lodi di un Martin Wolf, l’autorevole columnist del ‘Financial Times’, così come del Nobel Joseph Stiglitz. Chang lavora in uno studiolo intasato di libri, al primo piano di quella che fu la vera cittadella del pensiero keynesiano. Un paradigma che si guarda bene dal rinnegare anche in questa conversazione con ‘l’Espresso’.

Partiamo dall’attualità. Il destino della Grecia è segnato?
«Probabilmente dovrà uscire dall’euro. Dubito che i tedeschi faranno abbastanza concessioni da rendere attraente una permanenza nella moneta unica. Altri tre anni così la società ellenica non li regge».

Ma visti gli scenari dell’eventuale svalutazione della dracma non sarebbe meglio provare a restare?
«In linea di massima sì, se il pacchetto di salvataggio fosse genuino. La California, uno Stato che vale un quarto dell’economia americana, è praticamente andata in bancarotta. Se gli Stati Uniti possono sostenere il loro Stato più grande, perché l’Europa non può aiutare la Grecia, che vale il 2 per cento del suo Pil?».

E secondo lei?
«In giro c’è troppa ipocrisia. Ha presente il detto ‘Bisogna essere in due per ballare il tango’? In Corea diciamo che servono due mani per un applauso. Se è vero che i greci (e gli spagnoli, e gli italiani) si sono certamente indebitati troppo ci sarà qualcuno che gli ha fatto credito. Di solito banche tedesche, francesi e svizzere».

Vuol dire che c’è troppo accanimento verso la Grecia? I debiti non sono un’invenzione.
«Dico che quando un’azienda è insolvente di solito si aprono delle procedure per evitare il fallimento, c’è il tentativo di farla ripartire su basi solide. Ma la Grecia viene tenuta sul filo, con misure che palesemente non rilanciano la crescita e la affondano in una spirale recessiva».

Sostiene che finora la regola è stata Keynes per le banche, Friedman per i popoli?
«E’ esattamente così. Le banche vengono salvate ma non si prendono nessuna responsabilità, la vita è diventata troppo comoda per loro. Invece dobbiamo applicare gli stessi standard. Per esempio: non condanno il “quantitative easing” (le iniezioni di liquidità da parte della Bce, ndr) ma perché non dire: vi diamo questi soldi a patto che ne prestiate almeno un tot alle imprese e ai privati?».

Ora l’austerità è sotto tiro dopo la vittoria di Hollande.
«Bisognerebbe recuperare il buon senso e il pragmatismo».

Ma il ‘fiscal compact’deve essere ratificato dai Parlamenti o cambiato?
«Uno schema di rara stupidità. Chi dice che il 3 per cento di Maastricht, o addirittura lo 0.5 per cento adesso, è un tetto desiderabile per il deficit? Se almeno dicessero zero sarebbero più coerenti. Ammettiamo di condividere – e io non la condivido – l’impostazione che il bilancio debba sempre essere in pareggio. Ma perché non considerare il ciclo economico come base?»

I liberisti accusano voi keynesiani di essere irresponsabilmente pro-debito. E poi se lo Stato è inefficiente perché non farlo dimagrire?
«Sfortunatamente molti non hanno ancora capito Keynes. L’argomento del deficit può essere corretto da un punto di vista individuale ma quando si guarda all’intera economia la spesa di uno è sempre il guadagno di un altro. Un conto sono le spese improduttive, un altro il Welfare o gli investimenti che aiutano a crescere. Dimenticano che paesi come la Svezia, con quel livello di tassazione e si welfare, mediamente sono sempre cresciuti più degli Stati Uniti»

.Perché dice che il ‘libero mercato’ è una truffa?
«Perché ogni sistema economico ha bisogno di regole. Il problema è quali si scelgono. Quando misero dei paletti al lavoro minorile ci fu chi protestò per l’assalto al libero mercato. Oggi dietro l’ideologia liberista c’è di fatto chi vuole massimizzare il potere dei soldi. E una mentalità anti-democratica: se la democrazia è una testa un voto, un mercato senza regole è un dollaro un voto».

Non sosterrà mica che il mercato va abolito?
«Assolutamente no, il socialismo ha fallito e il capitalismo come scrivo nel libro parafrasando Churchill, è il peggior sistema eccetto tutti gli altri. Ma la struttura di un mercato è sempre negoziabile, determinata dalle convenzioni sociali».

Non è stato fatto già qualche passo avanti?
«Questa crisi non si risolve con ritocchi marginali. Serve un cambio radicale di prospettiva. Le banche devono essere regolate, la finanza rallentata, servono restrizioni ai movimenti degli azionisti. Aumentare solo la riserva di capitale per le banche può aiutare, ma non cambia il quadro di insieme».

Lei critica la turbofinanza. Non ha reso più efficiente il sistema?
«La finanza deve essere più liquida degli altri mercati, è indispensabile che sia più veloce per guardare avanti, ma il gap oggi è troppo alto. Gli algoritmi computerizzati possono spostare montagne di denaro in un nanosecondo, mentre per far crescere un’azienda ci vuole il sudore di un decennio. Negli anni Settanta la durata media di una proprietà azionaria era 5 anni. Oggi siamo a 7 mesi».

In Inghilterra è scoppiata laprimavera dellazionista. Eun bene?
«Certo, è positivo che quegli amministratori delegati per troppo tempo isolati nelle loro bolle di superbonus siano costretti a scendere coi piedi per terra dalle stesse forze del mercato. Ma occorre riconoscere che troppo spesso c’è stata negli ultimi anni un’alleanza insana tra azionisti e manager a scapito degli altri stakeholder: lavoratori e fornitori dell’indotto i cui redditi sono stati spremuti».

Perché lAsia corre? Il futuro è il capitalismo di Stato cinese?
«Il segreto di questi Paesi, la Cina ma anche stati liberi come la Corea del Sud, è che hanno trovato il modo di fare investimenti di lungo periodo, pensi alle infrastrutture, proteggendo il mercato interno. Nel 1955 gli Stati uniti producevano 7 milioni di auto, e la General Motors la metà. Nello stesso anno le industrie giapponesi arrivavano a malapena a 75mila. Guardi lei qual è il quadro ora. L’industria giapponese è stata protetta inizialmente dalle tariffe e la finanza gli ha dato tempo per crescere».

Parlando di segreti del capitalismo lei dice pure che leducazione non è un passaporto per la ricchezza e il protezionismo non sempre un male. Conferma?
«Attenzione: non sono contro l’educazione che è un mezzo fondamentale per la realizzazione di sé. Avverto che per generare crescita deve essere in linea con la struttura produttiva di un Paese. Quanto al protezionismo: sì, non ho paura di ripeterlo. Ci servirebbe un protezionismo asimmetrico: pochissimo per i Paesi più avanzati, di più per quelli in via di sviluppo. Invece impera il doppio standard di quelli che ho chiamato “i cattivi samaritani” ».

Cioè?
«Pretendono che tutti si aprano al libero scambio. Ma dietro gli slogan cdi questo trentennio c’è sempre il consenso dei potenti. L’idea individualista di chi si aspetta il peggio dagli altri e il meglio da sé. I socialisti sbagliavano a dire che la società è responsabile di tutto. Ma non credo nemmeno alla favola di Disney per cui se veramente vuoi ce la puoi fare. Le cito una battuta di Warren Buffett: ‘credo che la società sia responsabile di molti dei soldi che ho guadagnato. Se mi cacciaste in Bangladesh o in qualche altro posto, scoprireste quanto può produrre questo talento nel terreno sbagliato». d.lorenzetti espresso

Massolo, lo 007

Martedì, 22 Maggio 2012

Alla fine, dopo mesi di voci in cui veniva segnalato alla più sfavillante sede diplomatica, ma anche alla più importante delle authority e pure alla direzione generale di Confindustria, la poltrona è arrivata. Una poltrona che nessuno aveva mai pensato potesse essere destinata all’ambasciatore Giampiero Massolo, classe 1954, segretario generale della Farnesina, l’uomo con i baffi che negli ultimi vent’anni è apparso in tutti i telegiornali sempre un passo indietro a premier e a ministri degli Esteri, la quintessenza del potere della diplomazia, l’enfant prodige del ramo.La poltrona è quella di capo del Dis, il Dipartimento informazioni per la sicurezza, l’organo di coordinamento dell’intelligence italiana interna ed esterna, uno dei posti nevralgici del Palazzo, la cassaforte dei dossier riservati e delicati lasciata da Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, uomo tra i più potenti e temuti della nomenklatura ora nominato dal governo Monti sottosegretario con la delega ai Servizi.A pensarci bene il posto su misura per uno come Massolo, diplomatico sopravvissuto non alle bombe di Beirut o di Sarajevo ma alla guerriglia della politica romana, da destra e da sinistra di volta in volta promosso e premiato, senza conoscere la pausa in un’irresistibile ascesa, senza mai un cedimento alla vanità, alle chiacchiere di Palazzo, alla fibrillazione dell’apparire.Un’ombra della Repubblica per il grande pubblico, fatta di discrezione e riservatezza: cosa volere di più per chi avrà a che fare con barbe finte nazionali e soprattutto internazionali? Ma una roccia, un burocrate di ferro all’interno della Farnesina dove a soli 53 anni nel 2007 viene nominato al vertice della piramide diplomatica dall’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, culmine di una carriera senza barriere che ha destato non pochi malumori in un enclave dove conta più che in ogni altra parte la gerarchia, la nascita e il doppio cognome, la differenza di casta tra chi è diplomatico e chi è funzionario, persino il dovere di un minimo di birignao.Per i suoi critici, la scalata fulminea di Massolo è la ricompensa a chi sa obbedire chiunque conduca il gioco: Francesco Cossiga per segnalarne la doppia tessitura di rapporti lo definiva un fasciocomunista. Per chi gli è amico, invece, è la prova di una bravura tecnica che fa comodo a tutti. Fatto sta che all’arrivo di Monti a Palazzo Chigi il numero uno della diplomazia raggiunge quasi la nomina di ministro degli Esteri. In un governo di tecnici lui è un tecnico puro che ha da poco firmato una riforma amministrativa della Farnesina. Viene scalzato dall’ambasciatore a Washington Giulio Terzi di Sant’Agata. Il testa a testa non aiuterà certo i rapporti tra i due.Secondo quanto ha raccontato lui stesso a una feluca di gran rango che gli riconosce il contagocce nelle parole ma la sottigliezza di un humour assai garbato (“Ha sempre saputo come dire no”) è grazie all’incontro nel ’94 nella toilette di Palazzo Chigi con un Silvio Berlusconi appena sbarcato a Roma, sorriso di plastica stampato in faccia, marziano arrivato nel Palazzo, che la sua vita prende la piega giusta per condurlo alla vetta.Massolo che parla inglese, francese, russo, polacco (è nato a Varsavia) e un po’ di tedesco, è consigliere diplomatico aggiunto a Palazzo Chigi (governo Carlo Azeglio Ciampi) dove è approdato tre anni prima con Giulio Andreotti premier: una gran scuola. Il Cavaliere se ne invaghisce e ne fa il capo della sua segreteria particolare. In un certo senso è l’inizio e la fine della sua carriera diplomatica.Massolo si laurea alla Pro Deo di Roma, l’università voluta da Gianni Agnelli diventata poi Luiss, e poi vola a Torino assunto dalla Fiat. Nel 1978 vince il concorso in diplomazia e torna a Roma: la prima missione è all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, poi Mosca e Bruxelles presso la Cee. Questo è quanto. Dal 1988 in poi Massolo non traslocherà mai più all’estero diventando una contraddizione in termini del lavoro in diplomazia: quasi un quarto di secolo stanziale in patria, un paradosso per la Farnesina, caso più unico che raro.

Quel che conta, la politica apprezza. Non buca un ministro. Dopo Berlusconi passa, con lo stesso incarico, al neo premier Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri del governo Prodi lo nomina capo del servizio stampa oltre che, nel 2000, anche vice segretario generale. Chi lo ferma più? È un lavoratore instancabile, attento a non scavalcare mai il ministro di turno, abile a non dimenticare quello precedente: un vulcano della politica dei due forni, lo stemma andreottiano.In dieci mesi diventa vicario del segretario generale (il ministro è Renato Ruggero). Direttore generale degli Affari politici solo per sette mesi, il tempo che il ministro Gianfranco Fini lo coopti capo nel suo gabinetto. Fini si sta giocando l’abiura del fascismo “male assoluto” e Massolo lavora con Italo Bocchino e Andrea Ronchi per il viaggio in Israele (dove il rappresentante diplomatico è proprio Terzi). Nel 2006 arriva la promozione a ambasciatore di grado, un anno dopo quella di direttore del personale, fino alla nomina dalemiana: l’ufficio al primo piano della Farnesina, quello da segretario generale. Mai un passo falso, mai una sbavatura: Massolo, secondo un suo collega, ragiona e agisce come un computer. La sua riforma amministrativa degli Esteri raccoglie più mugugni e contestazioni che consensi. Padrone assoluto del ministero, controlla tutto, anche le nomine meno importanti in genere lasciate alla discrezionalità del capo del personale. Accorpa direzioni generali, da tredici a otto. Accentua il lato commerciale e marketing della carriera secondo i desiderata del Cavaliere. Gli ambasciatori della vecchia guardia lo accusano di cedere di fronte al potere politico e di non contrastare con la forza necessaria i tagli del ministro Giulio Tremonti “l’ex segretario Umberto Vattani con tutti i suoi difetti si sarebbe battuto di più”. E certo non fa piacere la campagna per abbassare l’età della pensione da 67 a 65 anni che a fine 2012 manderà a casa una generazione di alte feluche, Giulio Terzi in primis. Massolo è stato ministro degli Esteri in pectore per una notte. Si racconta che non abbia raggiunto l’obiettivo per aver chiesto troppe assicurazioni per il futuro. L’altra versione è che Terzi, oltre al sostegno di Fini (sul quale poteva contare pure Massolo), avesse anche l’ok di Pier Ferdinando Casini. Una delusione difficile da digerire. Anche perché governare la Farnesina con un politico come ministro ha una valenza ben diversa rispetto a quando il ministro è un diplomatico anche lui e vuole e sa dove mettere le mani. Così per il segretario generale arriva davvero il tempo di migrare. L’occasione del Dis è da afferrare al volo. Soprattutto con un governo deciso a dare un impulso alla rete estera dei servizi e a puntare sulla mission, nel più puro dei pallini esterofili di Monti, di collaborare intensamente con le intelligence internazionali visti i molteplici tavoli di crisi aperti. La rete di altissimi rapporti tessuta negli anni da Massolo, consolidati da sherpa del governo italiano nel summit G8 dell’Aquila, servirà proprio a questo. La nuova poltrona gli permetterà anche di avere accesso ai dossier più delicati. E questo non ha fatto piacere proprio a tutti. Denise Pardo per “l’Espresso

Emauele Emmanuele, l’ottavo Re di Roma

Domenica, 12 Febbraio 2012

Professore, accademico, membro eletto, membro onorario, consulente, patrocinatore (del ritorno dei Savoia), commissario straordinario, organizzatore, ispiratore, intellettuale, studioso, sportivo e olimpionico (dalla Targa Florio al fioretto), cacciatore, cittadino onorario, gentiluomo, cavaliere di gran croce, gran tesoriere e hidalgo, insignito di premi alla poesia e alla simpatia. Ma soprattutto: banchiere, mecenate e filantropo. Tanto splendore concentrato in un uomo solo?Certo, se quell’uomo è Emmanuele Emanuele, presidente della Fondazione Roma, l’uomo più corteggiato della capitale da chi ha bisogno di soldi, più odiato dai banchieri di mestiere alle prese con la crisi, più insidiato da potenti in temporanea carenza di una poltrona.Lui se ne infischia, si pavoneggia sciorinando nei minimi dettagli un cursus honorum da record, in cui non è menzionato però un episodio essenziale: aver incrociato le lame con un altro potente, Cesare Geronzi, quando quest’ultimo era il faraone della Banca di Roma, poi Capitalia. Tipi entrambi ingombranti, ma fu il nostro che finì in esilio, alla Fondazione.Oggi che le sorti sembrano rovesciate, Emanuele parla di lui chiamandolo il “ragionier” Geronzi. Non è detto però che tra i due la partita sia finita, visto che la scadenza della guida della Fondazione sta per arrivare, con la chiusura del bilancio 2011. E dopo vent’anni di regno indiscusso, le chiavi di quella caverna di Ali Baba potrebbero passare a qualcun altro. Magari a Cesarone.Emanuele, c’è da starne certi, venderà cara la pelle, visto che la Fondazione se l’è cucita addosso come un vestito. Sarebbe stato disposto a separarsene solo se Monti l’avesse chiamato al governo, aspirazione che ha cullato con convinzione: un governo di tecnici senza di lui?, assurdo! Il carattere pugnace non gli manca: per dimostrare di non aver bisogno di lobby, tanto sa fare da solo, taglia i ponti e la quota associativa con il superclub delle potentissime fondazioni bancarie: “Loro sono costretti a vendere palazzi o a fare aumenti di capitale a debito”, si vanta, “io no”.Si ribella persino al ministro del Tesoro per quella che, a suo dire, è una indebita vigilanza sulla Fondazione Roma, e ricorre in tribunale (respinto, ma darà battaglia). Dialoga con il Campidoglio come con una congrega di straccioni con pochi soldi e troppi lacci, che lui non ha, visto che siede su 2 miliardi di euro di patrimonio e ne è praticamente il padrone assoluto.Emanuele, 74 anni suonati, è insomma quello che intimamente tutti i banchieri vorrebbero essere: arbitri delle ricchezze che amministrano, per riceverne soltanto lustro, e togliersi parecchi sfizi. Quali sono i suoi? Se per le opere di bene si dichiara vocato – d’altra parte di queste le fondazioni dovrebbero occuparsi – la sua passione è l’arte (tanto da tenere in salotto un modellino di museo che vagheggia di costruire nel centro di Roma), e su questo terreno non si pone limiti come un signore rinascimentale: pittura, scultura, numismatica nei suoi palazzi al Corso, una sua orchestra sinfonica, un teatro (sostiene il Quirino), ma anche il cinema (è sponsor del festival di Taormina), un festival di poesia.Le nove Muse quasi al completo, ognuna con un bell’assegno del grande elemosinere. Ultimo incarico conquistato: un posto nel consiglio della Biennale con la firma del ministro Lorenzo Ornaghi. Da dove ha fatto subito capire che vuol fare il Giamburrasca, votando contro la nomina di Massimiliano Gioni decisa dal presidente Paolo Baratta.D’altra parte è sull’attività artistica che si concentra ultimamente la fetta più sostanziosa delle spese della Fondazione: 21 milioni nel 2010 su 35, lievitati ulteriormente nel 2011. E il suo vero oggetto del desiderio, quello per cui farebbe carte false, è il Palaexpo, il polo più prestigioso delle mostre della capitale, che assomma il Palazzo delle esposizioni, dopo un costoso restauro a spese del Comune, e le Scuderie del Quirinale. Un milione di visitatori nel 2010, per lui numeri mai visti.Oggi il Palaexpo è un’azienda speciale dove Emanuele è entrato come presidente portando con sé un bell’assegno di 4 milioni l’anno (e ottenendo un suo uomo alla revisione dei conti) a integrare i 10 versati dal Campidoglio. Ma un progettino per incoronarlo re dell’arte a Roma, mollandogli tutta l’azienda, il sindaco Alemanno lo aveva fatto già a inizio estate 2011: prevedeva una concessione fino al 2015 affidata con una gara tra cinque concorrenti a cui veniva richiesto un requisito base: essere Fondazioni, singolare identikit.Morì lì, per l’opposizione del Quirinale, proprietario delle Scuderie. Ma Alemanno non ha rinunciato al disegno. E ha promesso a più riprese a Emanuele di portarlo a compimento. L’occasione potrebbe essere imminente, e cioè l’istituzione della Fondazione per il Macro, il museo di arte contemporanea del Comune: con un colpo di mano in corso di approvazione, sarebbe un gioco da ragazzi inserire il regalo per Emanuele.D’altra parte, come resistere a un uomo così volitivo? Anche in Fondazione, non c’è nessuno in grado di fargli argine. E se qualcuno si azzardasse, lo statuto disegna una governance che azzera la benché minima opposizione. I soci? Eletti. E da chi? Dall’assemblea dei soci medesimi, per vent’anni, e la loro identità è custodita meglio del terzo segreto di Fatima (i loro nomi sono scritti a mano in un libro che nessuno può consultare).Sono loro che nominano il consiglio di indirizzo, l’organo esecutivo, dove al posto degli enti locali come in tutte le fondazioni, la società civile è rappresentata (per sei posti su venti) dall’Avis, dal policlinico Gemelli e dall’Idi (ospedali entrambi del Vaticano), dalle università La Sapienza e Tor Vergata, e dalla Soprintendenza del polo museale di Roma. Tutti in un modo o nell’altro beneficiati dai soldi della Fondazione. Il consiglio d’amministrazione? Nominato dal comitato d’indirizzo.Insomma, una struttura totalmente autoreferenziale. Dove infatti non appare strano che Emanuele nel 2010 fosse titolare di tre stipendi: oltre ai 267 mila della sua carica principale, altri 169 gli venivano da quella di presidente della fondazione “controllata” Roma Mediterraneo e altri 269 come sovrintendente culturale della controllata Musarte. Come ha raccontato “Il Fatto”, poiché quest’ultimo incarico valeva fino al 2017, quando nel 2010 Emanuele se l’è fatto revocare dal consiglio – da lui stesso presieduto – ha potuto pretendere una buonuscita di 1.800.000 euro lordi.A cui ha fatto seguito un’altra prebenda da 271 mila euro lordi, per “attività eccedenti la carica di presidente svolte nel 2009″. Sconcerto? Zero. Sarà perché nel cerchio magico della governance dell’ente la distribuzione dei compensi segue ragioni altrettanto singolari: 85 mila euro al vicepresidente Serafino Gatti, circa 40 mila ad altri tre consiglieri, 60 mila al direttore generale Franco Parasassi. Tutti oltre la normale retribuzione, per “prestazioni eccedenti”.Ma le stranezze non finiscono qui. Le Fondazioni nascono allo scopo di far fruttare il capitale e di distribuire, senza mirare al profitto, erogazioni liberali e fare “grant making”, cioè sostegno a iniziative di altri. A Roma, invece, si preferisce operare in proprio. E per farlo con più libertà Emanuele utilizza il meccanismo delle “fondazioni della Fondazione”. Lui non è riuscito a sottrarsi alla “vigilanza” del Tesoro? Allora trasferisce l’attività dal centro a organismi satellite, una serie di Fondazioni “figlie”, queste non vigilate, a cui destinare le erogazioni.Va da sé che ognuna di questa strutture ha una sua sede, i suoi vertici, i suoi dipendenti, con relativi costi aggiuntivi, e totale mano libera. Un esempio? Musarte, che gestisce le esposizioni di Palazzo Cipolla e di Palazzo Sciarra, entrambi su via del Corso, è partita nel 2009 con una dotazione di 7,9 milioni di euro, ne ha bruciati subito 4,5, ne ha avuti ripianati 4 e ne ha bruciati il secondo anno 6,3. Posto che i visitatori nel 2010 sono stati 200 mila, è come se ciascuno di loro fosse costato una trentina di euro alle casse di Emanuele.Questo pozzo di San Patrizio fatto con soldi di origine pubblica, è affidato a una società privata, Arthemisia, specializzata in allestimenti di mostre, che opera con un contratto di gestione. Come pure a uno studio privato di sua fiducia, lo studio Gemma, Emanuele ha affidato in outsourcing la gestione dei conti, dell’amministrazione e del personale.Forse come premio della consulenza di Gemma per l’acquisto di Palazzo Cipolla da Unicredit (84 milioni), che ha permesso alla Fondazione di non pagare 16 milioni di tasse. Bravi davvero, tanto che sono stati liquidati con una parcella di 1,6 milioni di euro. L’effetto, è la blindatura della Fondazione da sguardi indiscreti e con soggetti nei gangli chiave che a lui riportano.Ma non si dica che Emanuele pensi solo al suo potere personale. In Italia è lui il portabandiera dell’idea di Cameron sulla Big Society: associazioni civili che subentrano a Stato e mercato per gestire i servizi pubblici. Su questo ha promosso un convegno. Da parte sua, vorrebbe metterla in pratica sotto casa, in pieno centro di Roma, dove ha tentato di istallare una fontana e far fuori una trattoria un po’ rumorosa. Ma su questo tipo di society Alemanno ha detto no.ARTHEMISIA SI SCOPRE
Prezzemolo Arthemisia. La società di allestimento mostre è diventata l’inseparabile partner della Fondazione, prima come fornitore di servizi, poi come gestore di Musarte. Ha lavorato in passato per il palazzo Reale di Milano e la si ritrova come regista del padiglione italiano dell’ultima Biennale arte curata da Vittorio Sgarbi.Poi, come allestitore anche dell’edizione romana della stessa Biennale, a palazzo Venezia, dove tra gli artisti esposti compare anche la figlia di Emanuele, Teresa, fotografa e dipendente di Zetèma, l’azienda comunale capitolina, per cui si occupa del polo Macro a Testaccio. A chi fa capo Arthemisia? Fino a poco tempo fa la società era controllata al 60 per cento da una srl, “S’Invera”, a sua volta controllata da due fiduciarie. A fine 2011, lo schermo è stato tolto: la società è al 100 per cento di un ex consigliere della stessa Arthemisia, Matteo Mantovani.UNICREDIT TAGLIATO A METÀLo stato maggiore di Unicredit gli aveva reso visita per tempo. Come azionista importante della banca (anche se non rilevante: è sotto il 2 per cento e dichiarava lo 0,95 a fine 2010), la Fondazione Roma era chiamata per l’ennesima volta a un aumento di capitale dell’istituto in cui era confluita Capitalia.Quel pacchetto, che ancora nel 2010 rappresentava un quarto del suo patrimonio, cominciava a dare parecchie delusioni, non solo per gli esborsi richiesti per la ricapitalizzazione, ma anche per il crollo in Borsa: il titolo ha perso quasi il 90 per cento del suo valore iniziale. Che fare?Emanuele ci ha pensato su e poi ha deciso per la soluzione salomonica: ha venduto una parte dei diritti e con il ricavato ha sottoscritto una parte dell’aumento di capitale. Il risultato finale nel bilancio della Fondazione si saprà solo alla pubblicazione dei conti, ormai imminente. Di certo, il resto del patrimonio investito, circa 1,5 miliardi, gli dà maggiori soddisfazioni. Attraverso il gestore Fondàco (Compagnia di San Paolo), con una banca depositaria francese e sotto l’ombrello di un fondo lussemburghese, gli investimenti finanziari della Fondazione Roma germogliano di rendimenti che persino nel 2011 dovrebbero essere positivi.L’altro filone degli investimenti decisi da Emanuele è quello su Sator, la finanziaria fondata da Matteo Arpe (e dove ha trovato lavoro il figlio di Emanuele, Eugenio): la Fondazione ha investito nel suo Fondo di private equity (attraverso il quale è indirettamente azionista di Banca Profilo e del sito di informazione economica Lettera 43) e nel suo fondo azionario, che nel 2011 ha chiuso in parità, quando il benchmark registra perdite del 16-18 per cento.Paola Pilati per l’Espresso

Andrea Ricciardi, ecco perchè un cattolico è diventato ministro di Monti

Lunedì, 19 Dicembre 2011

Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, è dal 16 novembre ministro. Non degli affari esteri, come lui stesso aveva sussurrato qua e là di desiderare, ma pur sempre della cooperazione internazionale, un incarico in rima con l’epiteto di “ONU di Trastevere” applicato ad arte alla sua comunità. [...] Di lui esistono ricche e radiose biografie. Ma ce n’è anche una non autorizzata, mai oggetto di alcuna smentita, la cui lettura è stata sempre proibita ai seguaci di Sant’Egidio.
Propriamente, più che una biografia di Riccardi, è una storia della sua comunità, che però con lui fa tutt’uno. Quando uscì su “L’Espresso” era il 1998. Ma chi la rilegge oggi, scopre che anche ciò che allora veniva scritto al futuro si è puntualmente adempiuto:

SANT’EGIDIO STORY. IL GRANDE BLUFF di Sandro Magister
(Da “L’Espresso” del 9 aprile 1998)

Hanno la loro cittadella a Roma Trastevere, in piazza Sant’Egidio, in un ex convento di monache carmelitane con la chiesa. Ma non tengono nessuna targa sul portoncino. Lì a fianco c’è una caffetteria snob, “Pane amore e fantasia”, con l’insegna tipo pellicola da cinema e la foto di Gina Lollobrigida, ma non c’è scritto che è della comunità. Anche la loro messa del sabato sera è da qualche tempo clandestina. La dicono a porte chiuse dentro la vicina basilica di Santa Maria, che raggiungono attraverso un labirinto di locali e cortili interni. Perché ormai sia la basilica, sia quasi tutti gli edifici attigui sono loro dominio, compresi i due palazzi antichi sulla piazza grande. In uno c’è un mercatino di cose vecchie e curiose, “La soffitta”. Anche di questo non c’è scritto che è della comunità.
Sant’Egidio si vede e non si vede. Si sa che servono minestre calde ai barboni e aiutano i vecchi rimasti soli. Si sa che in Mozambico hanno messo d’accordo governo e guerriglieri e che nel Kosovo fanno la spola tra il despota serbo Slobodan Milosevic e gli albanesi maltrattati. La segretaria di Stato americana Madeleine Albright, quando all’inizio di marzo è passata da Roma, ha speso più tempo da loro che dal papa. E uscendo li ha beatificati: “Wonderful people”, meravigliosi. Sono candidati al Nobel per la pace. Hanno un efficientissimo servizio di pubbliche relazioni e tutti ne dicono un gran bene.

TRA OPUS DEI E DALAI LAMA
Ma per il resto sono come la leggendaria Opus Dei. Impenetrabili. Nemmeno in Vaticano sanno bene che cosa fanno quando sono tra loro. Neanche il papa lo sa, nonostante sia loro amico. Se sapesse che quelli di Sant’Egidio hanno praticamente abolito il sacramento della penitenza sostituendolo con i mea culpa pubblici nelle assemblee di gruppo, li redarguirebbe severo. Se conoscesse le loro stranezze in materia di matrimonio e procreazione, sobbalzerebbe sulla cattedra. Se sapesse che nelle loro messe l’omelia la tiene sempre Andrea Riccardi, il fondatore e capo, che prete non è e quindi non dovrebbe predicare (divieto assoluto ribadito di fresco da un’istruzione vaticana), li richiamerebbe subito all’obbedienza.
Questioni interne di Chiesa? Sì e no. Perché quella che oggi è detta “l’Onu di Trastevere” non è un’organizzazione laica tipo “Médecins sans frontières”, ma è nata come comunità cattolica integrale. E tuttora si presenta così: come cittadella di Dio in un mondo invaso dai barbari. È in forza di questa identità e della benedizione papale che Sant’Egidio si offre ´urbi et orbi´ come peacemaker sui fronti di guerra. Oltre che come ponte di dialogo tra le religioni.
Sono stati quelli di Sant’Egidio a organizzare il meeting interreligioso del 1986 ad Assisi, con il papa in preghiera fianco a fianco col Dalai Lama, con metropoliti ortodossi, pastori protestanti, monaci buddisti, rabbini ebrei, muftì musulmani, guru e sciamani d’ogni credo. Da allora, Sant’Egidio replica il modello di Assisi ogni anno: l’ultima volta a Padova e Venezia, altre volte a Roma, Firenze, Milano, Bari, Varsavia, Bruxelles, Malta, Gerusalemme. Con un crescendo di coreografie spettacolari. Con cerimonie ritrasmesse in mondovisione. Con un roteare di ospiti insigni, chiamati dai cinque continenti, spesati, coccolati. Minimo mezzo milione di dollari per meeting, coperti da sovvenzioni governative e private.
Con questi precedenti, Sant’Egidio non avrà rivali per il prossimo Giubileo. Sua sarà la regia dell’Assisi bis, questa volta di nuovo col papa, già annunciata dal Vaticano.

IN PRINCIPIO FU CL
Eppure, nonostante queste credenziali e le sue suggestive liturgie, il profilo cattolico della comunità di Sant’Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo. I futuri membri di Sant’Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma. Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l’organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c’è già il nocciolo duro di Sant’Egidio d’oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l’aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone. È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant’Egidio.

MONACI DEL NUOVO MILLENNIO
Manca ancora una sede. E per un poco Riccardi e compagni, tutti di famiglia bene, meditano di traslocare in baracche di periferia. Ma poi per i poveri scelgono solo di lavorare, senza conviverci. Nel settembre del 1973 fissano finalmente il loro quartier generale a Sant’Egidio, a Roma Trastevere. Sparite le ultime monache, l’edificio era rimasto vuoto. È di proprietà del ministero degli Interni, che lo cede a loro in cambio d’un affitto di poche lire. Chiavi in mano compreso il restauro, eseguito prontamente a spese del ministero.
Segue la fase monastica. Con una spruzzata d’orientalismo. In vacanza, quelli di Sant’Egidio vanno in Belgio, a Chevetogne, un monastero che celebra raffinate liturgie bizantine, e se ne innamorano. Di ritorno a Roma, arricchiscono le loro liturgie con tocchi orientali e alla loro vita comune danno un’impronta monastica. Anche per via della giovane età, nessuno di loro è sposato. E allora s’immaginano “celibi per il Regno dei cieli” e “monaci nel deserto della città”. Danno ai loro capi i nomi di priore e priora, con i rispettivi vice. Abitano in piccoli gruppi divisi per sesso. Vestono tutti in modo austero, riconoscibile: gonne ampie e lunghe, maglioni abbondanti e colori castigati le donne; giaccone blu scuro i maschi; borsa di pelle a tracolla per tutti, modello Tolfa. Le giornate sono all’insegna dell’”ora et labora”, dove il “labora” sono il pasto ai poveri, le pulizie ai vecchi, il doposcuola ai monelli di periferia.

LA SCOPERTA DEL SESSO
Ma anche la fase monastica si spegne presto. Nell’estate del 1978, in un ritiro collettivo nelle Marche, nell’eremo di Macereto, un po’ tutti svuotano il sacco. E confessano di condurre tra loro una vita sessuale sin troppo movimentata. Da lì in poi cade il silenzio sul “nuovo monachesimo” e prendono il via i primi matrimoni. Resta l’obbedienza assoluta a quello che era di fatto l’abate indiscusso, Riccardi.
Il quale, intanto, s’è laureato in legge, ma si è subito dopo tuffato, da autodidatta, negli studi di storia, in particolare di storia della Chiesa, fino ad aggiudicarsi rapidamente una cattedra in università. Come per incanto, si danno agli studi di storia anche gli altri membri importanti della comunità, maschi. Ma quello che li distingue è che la storia non vogliono solo studiarla, ma farla. Specie la storia presente della Chiesa. Il 1978 è l’anno dei tre papi: muore Paolo VI e dopo l’interregno di papa Albino Luciani sale al trono Giovanni Paolo II. Nei due preconclavi, specie nel secondo, Sant’Egidio è tutto un via vai di cardinali d’ogni continente, di conciliaboli, di manovre elettorali.
La comunità fa campagna per il cardinale vicario di Roma, Ugo Poletti. Ma il conclave li delude. A vincere è il polacco Karol Wojtyla, per loro uno sconosciuto. Bastano poche settimane per ribaltare la sconfitta. Quelli di Sant’Egidio studiano a puntino la mappa della prima uscita del nuovo papa, alla parrocchia romana della Garbatella. Sul tragitto c’è una scuola materna, con un’aula che dà proprio sulla strada. Per una settimana occupano quell’aula e insegnano ai bambini canti in polacco. Li tengono lì dentro a cantare anche la domenica, col papa che arriva. Finché il papa passa, sente, si ferma, entra, vuol sapere. L’idillio tra Giovanni Paolo II e Sant’Egidio sboccia così. L’innamoramento è l’estate dopo a Castelgandolfo, una sera di luglio, in giardino, con le lucciole. Cantano e ballano con lui. Fanno ´serpentone´ tra le aiuole. Non si lasceranno più.

ALLA CONQUISTA DELLA CHIESA
Gli anni Ottanta sono la fase della conquista della Chiesa, posizione dopo posizione, fino ai più alti gradi. Il riconoscimento canonico Sant’Egidio l’ottiene nel 1986. Ma più importanti sono i legami diretti stabiliti con alcuni personaggi chiave del Vaticano.
Tre di questi sono tuttora i più grossi sostenitori della comunità. Uno è il segretario personale di Giovanni Paolo II, Stanislaw Dziwisz, onnipotente factotum. Un altro è il cardinale Roger Etchegaray, ambasciatore volante del papa sui fronti caldi del globo. Il terzo è il cardinale Achille Silvestrini, curiale di prima grandezza. Anche le parentele pesano. Una nipote di Silvestrini, Angela, è dentro la comunità. Mentre altri due membri di spicco di Sant’Egidio, don Matteo Zuppi e Francesco Dante, sono a loro volta nipoti di due porporati defunti: rispettivamente dei cardinali Carlo Confalonieri ed Enrico Dante. Quanto a Riccardi, il suo albero di famiglia è ancor più dotato: ha come zio non un cardinale ma un beato “che fu maestro del futuro cardinale Ildefonso Schuster”, un monaco di San Paolo fuori le Mura di nome Placido, elevato agli altari nel 1954. Ed è già lui stesso un santo in terra, per i suoi fan.

MARTINI FOLGORATO
Altro cardinale protettore di Sant’Egidio è Carlo Maria Martini, gesuita e arcivescovo di Milano. Martini lo dicono addirittura loro membro onorario, perché nel 1975, quando era a Roma come rettore del Pontificio istituto biblico, li incontrò, ne restò folgorato e per quattro anni fece la sua parte nella comunità: accudiva a un vecchietto di Trastevere e andava a dir messa in un locale della borgata Alessandrina. Ad accompagnare Martini passo passo era stata incaricata una giovane della comunità, Gina Schilirò. Un’altra, Maura De Bernart, aveva a sua volta conquistato alla causa pochi anni prima un sacerdote, Vincenzo Paglia, che oggi è assistente ecclesiastico ufficiale di Sant’Egidio e aspirante vescovo. Sfortunatamente, sia Schilirò che De Bernart hanno poi avuto storie tormentate. La prima è uscita dalla comunità e poi rientrata con la cenere sul capo. La seconda, che all’inizio era leader di spicco, finì presto retrocessa con l’etichetta di donna traviata. “La nostra Maria Maddalena”, la definivano i suoi censori.

IN GUERRA PER LA PACE
C’è forte contrasto, in Sant’Egidio, tra il proscenio e il retroscena, tra le attività ´ad extra´ e la comunità ´ad intra´. Prendiamo le iniziative di pace, quelle degli anni Novanta, la fase geopolitica della storia della comunità. Sulla ribalta del mondo, Sant’Egidio si batte indiscutibilmente per la pace e la democrazia. Se una critica le viene fatta, è che sceglie i suoi teatri con fin troppa cura di sé. Sì in Burundi, in Algeria, in Sudan, anche a costo di contrariare le Chiese del luogo. No a Timor Est e nel Chiapas. Questione di concorrenza. Il Nobel per la pace assegnato nel 1996 al vescovo di Timor, Carlos Filipe Ximenes Belo, è stato per Sant’Egidio una doccia gelata. Quanto al Chiapas, tra i candidati rivali al Nobel c’è anche lì un vescovo star, quello di San Cristóbal de las Casas, Samuel Ruiz García.
Ma la democrazia vale per quelli di fuori. Dentro la comunità non ce n’è ombra. “Perché anche la Chiesa dev’essere così, non democratica”, teorizza con i suoi discepoli Riccardi. La gerarchia interna è rigidissima e in trent’anni di vita della comunità lui solo è sempre stato al comando. Ma rigide sono anche le divisioni per sesso: ai maschi la diplomazia, la geopolitica, il pulpito, la cattedra, l’altare; alle femmine il sociale, le mense, gli anziani, i bambini. E così le divisioni per generazione e per classe.
La struttura della comunità di Sant’Egidio ha al culmine il gruppo dei fondatori, oggi tra i 40 e i 50 anni. Sono 120 circa, ma è come se fossero i dodici apostoli: un ´unicum´ cui nessuno può aggiungersi. Poi, in subordine, viene la seconda generazione. Che è a sua volta divisa in due rami: da una parte la Pentecoste, i borghesi, quelli che hanno fatto gli studi; dall’altra la Resurrezione, il popolino, quelli di borgata. Il reclutamento dei giovanissimi è anch’esso separato: per la Pentecoste nei licei, per la Resurrezione nelle scuole professionali di periferia.

LE SACRE GERARCHIE
La messa del sabato sera, quella del top della comunità, è da sempre una fotografia perfetta delle gerarchie interne. Sull’altare c´è il gruppo dei fondatori, da una parte le donne, dall’altra i maschi, ciascuno al suo posto prefissato. Nella navata ci sono una rappresentanza scelta della Pentecoste più qualche elemento della Resurrezione e gli ospiti di riguardo. Riccardi è alla regia: non solo tiene la predica, ma comanda anche le luci da una piccola consolle. E chi nella comunità cade in disgrazia perde sia il suo ruolo nella messa che il suo posto in chiesa: Claudio Cottatellucci, uno dei capi della prima ora, che per anni aveva avuto l’onore di leggere dall’ambone l’Antico Testamento, si ritrovò di punto in bianco cacciato giù nella navata. La processione d’uscita al termine della messa è anch’essa un rito gerarchico. Tornati i preti in sacrestia, il primo ad alzarsi è Riccardi, seguito in fila indiana dagli altri maschi dell’altare, in ordine d’autorità. Poi ecco Cristina Marazzi, la numero uno delle donne, con le altre dietro in fila. Infine il rompete le righe per quelli della navata.

QUINTA COLONNA AL “CORRIERE DELLA SERA”
Il terremoto più grosso, al vertice di Sant’Egidio, risale a sei anni fa. Riccardi annunciò che avrebbe lasciato a un altro la presidenza per dedicarsi con più libertà alla cura spirituale della comunità. Ma quando si arrivò al voto nel comitato centrale, la sua indicazione non cadde su Andrea Bartoli, che da sempre era stato il numero due e in gioventù era stato di Riccardi l’amico intimo, ma su Alessandro Zuccari.
Di norma l’indicazione di Riccardi è legge. Non si discute, si esegue. Ma quella volta accadde l’inaudito: l’unanimità fu infranta. Zuccari fu eletto, ma anche Bartoli ebbe dei voti. E i suoi sostenitori uscirono allo scoperto: Agostino Giovagnoli, l’intellettuale fine del gruppo, quello a cui spettava tenere le omelie ogni volta che Riccardi era assente; sua moglie Milena, numero due delle donne; Paola Piscitelli, futura compagna dello stesso Bartoli; Roberto Zuccolini, giornalista al “Corriere della Sera”, il primo quotidiano italiano.
Questa fronda non chiedeva maggior democrazia dentro la comunità: perché quanto a dispotismo, Bartoli aveva fama di terribile maestro dei novizi. Il dissenso era di strategia. Bartoli e i suoi contestavano un chiodo fisso di Riccardi: l’idea che la comunità di Sant’Egidio dovesse restare marcatamente papalina e romana, anche nelle sue filiali estere d’Europa, d’Africa, d’Asia e d’America. Volevano più autonomia per le periferie della comunità. Mentre Riccardi era ed è un accentratore estremo.

LA GUERRA DEI DUE ANDREA
La guerra tra i due Andrea durò per tutto il 1992, con i fautori di Riccardi che tenevano i loro conciliaboli al Caffè Settimiano, a Trastevere. E alla fine il gruppo antipartito fu sgominato. Bartoli fu spedito in esilio a New York, dove è tuttora. Suo fratello, Marco, fu cacciato dalla filiale di Napoli, di cui era il primo responsabile. Altre filiali a Genova e in Germania, che erano pro Bartoli, furono commissariate. A Giovagnoli furono tolti il pulpito e la cura delle relazioni con l’Asia. Zuccolini invece lo recuperarono: al “Corriere della Sera” era troppo prezioso e il partito di Riccardi ci teneva ad averlo dalla sua.
Salirono così di grado, assieme a Zuccari, solo i fedelissimi del fondatore. Sono gli stessi che oggi compongono il gruppo dirigente, ciascuno con le sue mansioni: Marco Impagliazzo, Mario Giro e don Vittorio Ianari si occupano di Islam e mondo arabo, dall’Algeria al Sudan; Roberto Morozzo Della Rocca e don Paglia dei Balcani; don Marco Gnavi e Adriano Roccucci dell’Oriente ortodosso, dalla Serbia alla Russia; don Zuppi dell’Africa; Valeria Martano, moglie di Zuccolini, di Istanbul e dell’Asia; don Ambrogio Spreafico, che è anche diventato rettore della Pontificia Università Urbaniana, degli ebrei; Alberto Quattrucci e Claudio Betti degli annuali meeting interreligiosi sul modello del papa ad Assisi; Gianni La Bella di sponsor e sovvenzioni; Cristina Marazzi, intramontabile numero uno delle donne, di assistenza; Mario Marazziti, suo marito, di pubbliche relazioni.
E i preti? Sant’Egidio ne ha oggi una dozzina. Tolti Paglia e Spreafico, venuti da fuori, gli altri sono cresciuti tutti in casa, senza passare per i seminari diocesani. A decidere chi deve diventare prete è la comunità, ossia Riccardi. E a consacrarli basta un vescovo amico, nell’attesa che vescovo lo diventi uno di loro. Paglia è il candidato. Fermo al palo da anni. Se in Vaticano esitano a dare il via libera alla sua ordinazione è perché c’è finora un solo, troppo discusso precedente di comunità con un suo vescovo speciale: l’Opus Dei. Il timore è che Sant’Egidio diventi un’altra Chiesa nella Chiesa.
Ma la spunteranno. Quelli di Sant’Egidio sono pochi di numero. Faticano a reclutare nuovi seguaci e subiscono molti abbandoni. Ma si definiscono “la formica capace di imprese grandi con piccoli mezzi”. Sono una lobby potente. Condizioneranno il conclave che eleggerà il prossimo papa. Nessun magnate di Chiesa li vuole avere nemici. Riccardi lo dice spesso ai suoi: “Dobbiamo apparire più di quello che siamo. È il nostro miracolo. Il grande bluff”. via bastabugie.it

Io, Eco, e i talebani del web

Giovedì, 19 Maggio 2011

Circa vent’anni fa, quando stavo iniziando a usare il computer e lo introducevo all’università facendo organizzare corsi di addestramento ai linguaggi di programmazione, ero in contatto con uno dei primi studiosi di problemi informatici e pianificavamo insieme alcune iniziative a livello accademico. Un giorno in un dibattito mi sono trovato a fare quello che, da studioso serio, farei nei confronti dei “Promessi sposi”, della coltivazione intensiva delle patate o del metodo Montessori: ho mostrato alcuni punti critici del nostro comune oggetto d’interesse – così come, utente dell’automobile qual sono, e persino talora appassionato lettore di “Quattroruote”, sono sempre pronto a indicare tutti i casi in cui l’automobile costituisce un rischio (emissioni venefiche, eccessiva velocità, ingorghi, impigrimento). Non l’avessi mai fatto: quella persona, che credevo studioso equilibrato, mi si è scagliata contro accusandomi di cieca insensibilità al progresso e odio degli strumenti elettronici.Ogni innovazione crea i propri equilibrati fedeli (io sono un equilibrato utente del computer – ne ho otto, in luoghi diversi – e di Internet, che consulto giornalmente) ma crea anche i propri “talebani”, che avvicinano il nuovo ritrovato come cosa sacra e intoccabile, pena il ritorno alla penna d’oca.
La scorsa Bustina ho raccontato di come nel giro di tre giorni fossero apparse su Internet quattro notizie false, che mi riguardavano, e come questo dovesse metterci in guardia nei confronti di uno strumento che, essendo nelle mani di chiunque, è ricco di inesattezze o addirittura di bufale messe in circolazione proprio per minare la fiducia nello strumento stesso.Non l’avessi mai fatto. Invece di apprezzare questa esortazione critica a non prendere mai nulla per oro colato sono stato criticato da varie parti come apocalittico, luddista, misoneista, intristito nel suo rifiuto delle magnifiche sorti (e progressive). Mi è stato obiettato che tutte le false notizie di cui parlavo erano apparse su giornali o agenzie di stampa e solo dopo erano state diffuse da Internet. Come a dire che, se su un quotidiano apparisse la notizia che Bin Laden è vivo e vegeto nel Guatemala, perché lo ha rivelato un montanaro boliviano coltivatore di coca, la responsabilità della diffusione di questa falsa notizia non sarebbe del giornale ma del montanaro. Io le notizie di quei quattro falsi le ho ricevute da Internet, perché non mi era capitato di avere tra le mani le fonti giornalistiche in questione, alcune delle quali magari erano arrivate a poche migliaia di persone mentre, una volta amplificate su Internet, hanno raggiunto persino me. Che la stampa dia spesso notizie false è storia vecchia, tanto che già Oscar Wilde, in uno dei suoi paradossi, lamentava il declino della pubblica moralità dicendo che ormai persino i giornali davano notizie vere. Ma con Internet abbiamo una mutazione quantitativa impressionante e ci sono casi in cui la quantità si trasforma in qualità.C’è però una cosa consolante sulla quale vale la pena di discutere, e in ragione della quale continuo a usare Internet come fonte di informazione: ed è che la smentita che appare sui giornali finisce in corpo minore nelle pagine interne, quando la notizia falsa aveva campeggiato in prima pagina; al contrario una bufala apparsa su Internet ha buone possibilità di essere contestata, con pari e talora maggiore evidenza. Non tanto la mia Bustina (a stampa), quanto le critiche che le sono state rivolte on line, sono servite a informare moltissimi che quelle quattro notizie erano false.Ma proprio da questo deriva la virtuosa necessità di continuare a esercitare una critica del Web, così come si esercita una critica della politica, o si falsificano ipotesi errate nella ricerca scientifica – e di insegnarlo specie ai più giovani. Non capisco perché il libero esercizio di questa doverosa attività trovi qualcuno disposto a scandalizzarsi.  u. eco espresso