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Genchi, la rivincita!

Venerdì, 22 Aprile 2011

Il 24 gennaio 2009 Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, annuncia a reti unificate: “Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica, cioé un signore che ha spiato 350 mila persone”. Il signore in questione é Gioacchino Genchi, vicequestore di polizia, da venti anni consulente informatico di procure, tribunali e corti d’Assise per quasi tutte le più delicate indagini e processi di mafia.Il suo lavoro consiste nell’incrociare intercettazioni e tabulati telefonici disposti e acquisiti dalla magistratura per stabilire chi, quando, dove e possibilmente perché ha rapporti con criminali. Dunque Genchi non ha mai intercettato una mosca in vita sua.
Ma un’opposizione inesistente e disinformata (salvo rare eccezioni) e una stampa sciatta e gregaria si bevono d’un fiato la bufala, anzi l’assecondano sparacchiando cifre a casaccio e accusando il presunto “spione” di ogni nefandezza senza uno straccio di prova.I politici, noti garantisti, emettono unanime condanna. Schifani: “Tutelare istituzioni e cittadini”. Alfano: “Difendere gli apparati di sicurezza”. Gasparri: “Roba da corte marziale”. Rutelli (allora nel Pd e presidente del copasir): “Caso molto rilevante per la libertà e la democrazia”. Cicchitto: “Inquietante grande fratello”. Quagliariello: “Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello stato”. Bocchino (ancora pdl): “Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana”. Mastella: “Licio” Genchi è un pericolo per la democrazia”.Tenaglia (pd): “Vicenda grave”. Violante: “Intollerabile”. Zanda: “Tavaroli e Genchi, tante analogie” (l’uno spiava illegalmente migliaia di persone per Telecom, azienda privata, l’altro opera legalmente al servizio dello stato, su mandato dei magistrati). “la Stampa” e il “Corriere” titolano: un italiano su 10 nell’archivio Genchi (6 milioni di persone schedate, roba che nemmeno la Cia). “Il Giornale”: “Grande orecchio, miniera d’oro. “Libero”: “L’intercettatore folle”.La profezia del premier, sostenuta da cotanto battage, si rivela azzeccata: due mesi dopo, nel marzo 2009, la procura di Roma indaga Genchi per accessi abusivi alla Siatel (l’anagrafe tributaria) e sguinzaglia il ros a perquisirgli e sequestrargli l’archivio informatico. L’accusa riguarda i più importanti accertamenti svolti da Genchi negli ultimi anni su stragi, narcotraffico e mafia. Compresi quelli sui telefoni del maresciallo del ros Giorgio Riolo (arrestato e poi condannato come “talpa” alla procura antimafia di Palermo) e sulla scheda gsm coperta, intestata a una signora, che il mafioso poi pentito Campanella passò all’allora governatore di Sicilia Cuffaro per i contatti riservati con Riolo e un’altra talpa.In seguito la stessa procura di Roma farà pure rinviare a giudizio Genchi per abuso d’ufficio per la presunta acquisizione di tabulati di parlamentari non autorizzata dalle camere nell’indagine “why not” di Luigi de Magistris (reato impossibile: l’abuso presuppone un tornaconto patrimoniale e poi, per sapere che un’utenza è di un parlamentare, bisogna prima acquisire il tabulato e verificare chi usa il telefono). Indagato e sputtanato, Genchi si vede revocare gli incarichi da vari uffici giudiziari e addirittura destituire dalla polizia: sanzione, quella decisa da Antonio Manganelli, mai adottata per uno solo delle decine di funzionari condannati per le torture al G8 di Genova.Ora la notizia è che nel processo seguito alla profezia del premier, Genchi è stato prosciolto dal gup Marina Finiti, su richiesta della stessa procura: “il fatto non sussiste”. Ce ne sarebbe abbastanza perché politici e giornalisti che lo infangarono con quelle assurde calunnie chiedessero scusa e facessero pubblica ammenda. Per molto meno, in casi analoghi, si scatenano interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali, richiami al caso Tortora, editoriali accigliati dal titolo “E ora chi paga?”. Per Genchi, silenzio di tomba. Ecco: una classe politica e giornalistica che fa cose del genere è, essa si, “il più grande scandalo della storia della Repubblica”. m. travaglio l’espresso

L’intervista è stata realizzata da Fabrizio Colarieti per “Notte Criminale” (http://nottecriminale.wordpress.com/)Dottor Genchi, cominciamo dalla fine. Il 15 febbraio scorso è stato destituito dalla Polizia dopo aver indossato quella divisa per 26 anni. Una lunga istruttoria condotta dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza non le ha perdonato alcune esternazioni dopo la bufera per le indagini condotte con il pm De Magistris, che l’hanno anche fatta finire sotto inchiesta per una presunta violazioni della privacy. Come mai ce l’hanno così tanto con lei?
Hanno cercato di tutto per impedirmi di continuare la mia attività. Si era creata col tempo, partendo da Giovanni Falcone, una figura professionale incontrollabile e incontrollata. Ho collaborato alle più importanti indagini che si sono svolte in Italia, dalle stragi allo scandalo Fastweb.E’ stata un’operazione che dal proclama di Berlusconi: “sta per scoppiare il più grande scandalo della Repubblica” di Olbia del gennaio del 2009, è iniziato il conto alla rovescia per delegittimarmi e in questo senso è stato chiesto, chiaramente, addirittura è stato minacciato il Capo della polizia – sono delle dichiarazioni di autorevoli politici, autorevoli a casa loro ovviamente, tipo Gasparri. La cosa interessante è che hanno cercato di tutto nella mia vita privata e nella mia vita professionale. Non sono riusciti a trovare nulla e quindi hanno dovuto destituirmi semplicemente per aver espresso delle opinioni in un consesso pubblico, esercitando un diritto costituzionale.Lei è considerato uno dei massimi esperti in analisi delle reti e indagini collegate all’impiego delle intercettazioni. E’ il consulente di decine di procure, intrecciando tabulati e localizzando cellulari ha risolto centinaia di casi, ci può spiegare in cosa consiste il suo lavoro?Oggi non c’è più un’indagine in cui non ci siano tabulati, intercettazioni, cellulari, sim, traffico imei, e-mail, dati dei computer, quindi tracce informatiche che bisogna mettere insieme e leggere al pari di tante tracce biologiche, come dna e impronte. Vede, io metto insieme diverse professionalità: una cultura giuridica, formata anche come giovane avvocato prima di entrare in polizia; una cultura informatica messa insieme con la passione per le tecnologie, che ho avuto sin da bambino, e un po’ il cipiglio dell’investigatore. Queste tre professionalità, se vuole queste tre mediocrità, quindi da uno a dieci mettiamo il valore di 5, hanno dato un valore assoluto che valeva 15, che riusciva a mediare in quel linguaggio giuridico tecnico processuale fattori assolutamente complessi.Parliamo del fallito attentato alla villa del giudice Falcone, all’Addaura, era il 1989. Lei si dedicò a quelle indagini per capire quali fossero le «menti raffinatissime» (così le definì Falcone) che organizzarono l’attentato.Quello è un attentato pieno di ombre e di misteri. Misteri che hanno un parallelo con quello accaduto in Via D’Amelio: fu fraudolentemente distrutto il congegno di quell’attentato, quel congegno che doveva svelare se quella borsa era un’intimidazione o doveva essere effettivamente utilizzata con quell’esplosivo. Perché quell’esplosivo è rimasto, però l’esplosivo senza il detonatore non porta a nulla.E il detonatore doveva essere attivato con un congegno quindi un telecomando, e probabilmente se l’esplosivo non ha nome, un telecomando e un congegno per attivare un esplosivo hanno la possibilità e danno la possibilità di risalire a chi l’ha congegnato e non a caso fu fatto esplodere. Fu distrutto da un maresciallo dei Carabinieri che rese poi false dichiarazioni ai pubblici ministeri, che accusò un funzionario di polizia che è stato condannato per queste false dichiarazioni.E questa è una cosa che forse alcuni ben precisi appartenenti all’Arma dei Carabinieri non mi hanno mai perdonato. Come non mi hanno perdonato di averli sgamati, ad esempio, nell’indagine sulle talpe alla DDA di Palermo. Le indagini che hanno portato alla condanna di Salvatore Cuffaro, ma non solo di Cuffaro ma anche di alcuni infedeli appartenenti all’Arma dei Carabinieri.Quando fu ucciso Falcone, a Capaci nel 1992, la procura di Caltanissetta le affidò l’analisi dei computer e dei databank da cui il giudice non si separava mai. Fu proprio lei a scoprire che in epoca certamente successiva alla strage erano stati manomessi alcuni file editati da Falcone, altri modificati o cancellati.Sì, è un dato di fatto. Quelli che per primi hanno toccato quegli appunti, quei reperti informatici di Falcone, hanno fatto carriera e sono ai vertici della Polizia di Stato. Io che ho scoperto le loro malefatte sono stato destituito dalla Polizia, questo mi sembra basti già a dimostrare quello che è accaduto.55 giorni dopo toccò a Borsellino. In via D’Amelio, in quell’inferno, vide movimenti strani o persone sospette? Mi riferisco alla vicenda dell’agenda “rossa”, scomparsa nel nulla e mai più ritrovata, su cui Borsellino annotava tutto.Borsellino annotava tutto quello che stava facendo, stava sentendo Gaspare Mutolo che ha parlato di Contrada, che ha parlato di Signorino. Contrada è stato condannato, Signorino dopo che l’abbiamo interrogato a Caltanisetta si è suicidato. Questo già la dice lunga. Sono arrivato quando già l’agenda rossa era già scomparsa, è stata repertata una borsa dove c’era l’agenda, che era integra. L’agenda era dentro la borsa, la batteria di un cellulare Motorola che è questa che le sto mostrando è rimasta, un costume di nylon molto più infiammabile della pelle è rimasto, l’agenda è sparita.Quell’agenda rappresenta la scatola nera della seconda repubblica, partendo da quell’agenda si può capire chi voleva fermare Borsellino a Roma, l’incontro al Ministero dell’Interno organizzato da Parisi. Io ho dimostrato con i tabulati che Contrada era a Roma quel giorno, e questa è una circostanza che non era mai emersa prima d’ora. E questo segue quel cambio di rotta al Viminale, che segue le elezioni dell’aprile del ‘92, quando c’è una svolta nella lotta alla mafia, con due alternanze: Rognoni, l’ingresso di Mancino al Ministero degli Interno e la messa da parte di Scotti, che aveva fatto tantissimo nella lotta alla mafia. Era l’artefice di quel famoso decreto di cattura nel ‘91, quando la Cassazione aveva messo fuori i boss mafiosi con una scusa e che furono riportati in carcere.E aveva dato ausilio a Falcone affinché potesse attuare, con Martelli, quella famosa rotazione dei Giudici di Cassazione che salvò il Maxiprocesso e che decretò la morte di Falcone. Scotti doveva uscire dal Ministero dell’Interno, perché c’era qualcosa che era cambiato nel rapporto tra la politica e la mafia. E Mancino era andato a sostituirlo all’Interno, con una scusa e qualche settimana dopo la strage di Via D’Amelio si dovette dimettere pure da Ministro degli Esteri. Questi sono i segni evidenti di come la politica abbia agito in perfetto raccordo con quelle che sono state le trattative con gli elementi stragisti di Cosa Nostra.Lo stesso Mancino, poi, che ho rincontrato al Csm nella vicenda “Why Not?” e nella vicenda di Salerno, in cui non mi faccio certo prendere dagli atteggiamenti trionfalistici di De Magistris, che ha fatto una marea di errori ma è una gran persona perbene. Una persona onesta che forse avrebbe bisogno solo di un bel bagno d’umiltà. Mentre ero in via D’Amelio fui chiamato dal Capo della Polizia, Parisi, che mi aveva affidato un incarico importante alcuni giorni prima. Dovevo occuparmi, in gran segreto, proprio quella notte, di eseguire i trasferimenti dei detenuti a Pianosa. Fu l’attuazione del 41 bis. Contrastato in quelle ore della sera, del 19 luglio, fino a quando Martelli firmò il decreto.Il Capo della Polizia, che vedevo quasi una volta alla settimana a Roma, in incontri assolutamente riservati con il dirigente della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera, mi manifestò la sua fiducia, che era la fiducia dello Stato, con una lettera. Di uno Stato che voleva combattere la mafia, ed era lo Stato dei governi Andreotti, occorre dirlo con estrema onestà a persone come Violante che nell’attaccare Andreotti hanno intenso falsificare la storia, perché le collusioni di Andreotti con la mafia e con i mafiosi, che ci sono, erano sicuramente in termini diversi da quelli che sono stati poi portati in un processo farsa con cui si è solo celebrato Andreotti e lo si è reso immortale per la politica italiana.Torniamo a via D’Amelio. Anche in questo caso fu incaricato di indagare sulla strage e fu lei a scoprire che il telefono della madre di Borsellino era stato intercettato, abusivamente, del resto era l’unico modo per capire quando il giudice si sarebbe recato a trovarla.Sì, questo è un elemento di partenza, come lo sono una serie di dati che riguardano i contatti telefonici di Borsellino, quello che Borsellino stava facendo, perché quello che ancora qualcuno non vuole capire è che quella strage deve essere cercata in quel che Borsellino stava facendo in quel momento, in quello che si voleva impedire che Borsellino facesse. E’ inutile andare a cercare sulla Luna o su Marte le causali di una strage. Una persona viene uccisa in quel modo e con quella accelerazione che viene dimostrata, sono elementi incontrovertibili.E in quel contesto io mi opposi decisamente a dei “farlocchi” che stavano entrando nell’indagine. C’è una mia lettera del 7 Dicembre ‘92 al Questore di Palermo Matteo Cinque, questore insufficiente pure nel cognome, che è la cartina tornasole di come in effetti io denunciai, sin da allora, quelli che erano stati gli errori d’impostazione in un sistema che voleva solo creare a tutti i costi dei colpevoli per addebitare solo alla mafia quella strage. E questo avviene dopo la decodifica di quel databank di Falcone che io avevo eseguito qualche settimana prima. E quando tornai con la decodifica e trovai i contatti di Falcone con uomini della politica, il viaggio negli Stati Uniti e altri elementi nel databank cancellato, fui trasferito.Da che dirigevo due uffici fui trasferito al Reparto Mobile e il mio incarico più importante fu quello di andare a fare ordine pubblico allo stadio la domenica pomeriggio. Questo per dire quello che è stato lo Stato di quel Ministro dell’Interno, che si chiama Nicola Mancino, che decapitò la Squadra Mobile trasferendo La Barbera e costrinse i magistrati di Caltanisetta alla creazione del famoso gruppo d’indagine “Falcone-Borsellino”. Salvo poi la piega che prese La Barbera, con la promessa di diventare questore. Abortì tutto basandosi su Scarantino.Parliamo del monte che sovrasta Palermo e in particolare via d’Amelio, il monte Pellegrino, secondo lei è proprio da lì che partì l’impulso che azionò l’autobomba?Questo non l’ho mai detto. Il castello Utveggio era un’ipotesi di lavoro. Una cosa è certa: l’impulso è partito da chi aveva la perfetta visione del luogo della strage. Quindi bisogna cercare un luogo distante da Via D’Amelio, perché se fosse stato in Via D’Amelio sarebbe stato travolto dall’esplosione, da cui è stato azionato il congegno. Quella era un’ipotesi di lavoro come tante. In quel castello, comunque, c’erano molti amici di Contrada e dell’alto Commissariato per la lotta alla mafia.Ci sono dei contatti telefonici di persone che sono state condannate con sentenza definitiva per quelle stragi, mi riferisco a Scotto, ci sono dei contatti con un altro boss di Bagheria, Scaduto, che chiamava il castello di Utveggio, che doveva essere un centro per eccellenze e mi pare che costoro non erano certo delle eccellenze.Se lor signori mi spiegano il perché di queste chiamate, mi spiegano cosa facessero quelle persone là, e spiegano perché quando sono iniziate le indagini queste persone sono scappate, se ne sono andate e hanno chiuso questa struttura, probabilmente è un punto di partenza per mettere la parola fine a questa vicenda, a questa storiella del castello Utveggio.Quello che è certo è che in quella strage ci sono dei mandanti esterni, ci sono esecutori esterni che non hanno niente a che vedere con Cosa Nostra. I pentiti hanno detto qualcosa su tanti delitti eccetto due: la strage di Via D’Amelio e l’omicidio Agostino, insieme a quello di Emanuele Piazza. Tutto si riconnette a due episodi: l’attentato dell’Addaura e l’attentato di Via D’Amelio.E’ lì che casca l’asino, in quel 1989 in cui molti di quei signori, che in questo momento sono ai vertici della Polizia di Stato e dei Servizi di Sicurezza, probabilmente dovrebbero chiarire meglio qualche cosetta, di qualche mese precedente a quella strage. Ma questa è materia che vedremo e spero di campare per avere il tempo di poter vedere tutto questo film fino alla fine.Parliamo degli attentati del ’93 (Roma, Milano e Firenze).Sono l’escalation della strategia stragista. Strategia stragista a cui Riina non vuole aderire perché si rende conto dell’errore che ha fatto con Via D’Amelio. Riina che viene catturato nel gennaio del 1993 a cui segue la mancata perquisizione del covo, le mancate indagini, a cui segue quel Di Maggio che viene creato a posta per far catturare Riina e per poi portare al processo Andreotti. La polpetta avvelenata del famoso bacio con Riina, a cui solo i magistrati di Palermo hanno potuto credere. Andreotti, probabilmente non ha mai baciato nemmeno sua moglie, non c’è nessuna foto di Andreotti che bacia una persona, immaginiamoci se andava a baciarsi con Toto Riina.Toto Riina che per altro era quella persona che insieme ai corleonesi gli aveva ammazzato i suoi amici. Dopo l’omicidio Bontade, dopo l’omicidio Inzerillo, dopo la strage di Viale Lazio, gli amici di Andreotti in Sicilia, mi riferisco ai fratelli Salvo, scapparono e si fecero la macchina blindata. Quindi questo già ci dimostra come si tratta di due contingentamenti completamente diversi, quello che ha fatto Andreotti contro Riina e contro la mafia, quello che hanno fatti i governi presieduti da Andreotti, con Scotti di cui ho appena finito di parlare, non l’ha fatto nessuno.Quindi andare a ipotizzare un concorso di Andreotti con quei mafiosi è un assurdo. E quindi è lì che bisogna andare a indagare nel fare i processi a Mori o alle altre cose. Cosa è accaduto con Di Maggio. Perché è tutto lì il problema, però siccome c’è qualcos’altro che è accaduto con Di Maggio, con il ritorno di Di Maggio a San Giuseppe Jato, e probabilmente di ritorni a Palermo ce ne sono due che si sono annullati: uno è il ritorno di Contorno nell’89 e l’altro è il ritorno di Di Maggio alcuni anni dopo. E hanno fatto il pareggio e purtroppo con il pareggio, uno a uno, non si è potuto assegnare la vittoria a nessuno, e nemmeno la sconfitta.Secondo lei ci fu una trattativa tra lo Stato e la mafia? C”è sempre stata una trattativa tra lo Stato e la mafia. Io non sono un mafiologo. Possiamo partire da Notarbartolo, possiamo partire dall’omicidio dell’investigatore americano a Piazza Marino, Joe Petrosino, possiamo partire dal Prefetto Mori. Perché il Fascismo, affermandosi come dittatura, non consentiva che potessero esistere altri poteri oltre se stesso. Poi però Mori viene cacciato dalla Sicilia e fatto senatore quando tocca la mafia che si era fatta regime.Oggi una nuova mafia avanza, mentre un’altra mafia viene apparentemente sconfitta da uno Stato che celebra delle vittorie per celebrare se stesso, rinforzando altri referenti mafiosi che si dimostrano sempre più pericolosi, più cattivi e senza meno scrupoli dei precedenti che vengono sconfitti.Fu lei a segnalare alla procura di Palermo il traffico telefonico di un cellulare, che era in uso a Massimo Ciancimino, il figlio di Don Vito, cosa c’era in quei tabulati?
C’erano e ci sono degli elementi importanti che consentono di capire e riscontrare sotto certi profili e sotto certi altri di ridimensionare le dichiarazioni di un soggetto che non doveva essere considerato un mito, un dio, un santo, ma che era il figlio di un criminale che era Don Vito Ciancimino.Nei mie tabulati, che io feci acquisire alla Procura di Palermo moltissimi anni fa, ci sono dei riscontri ineguagliabili sui contatti di Ciancimino con apparati dello Stato, con la Presidenza della Consiglio, col Ministero dell’Interno, con apparati giudiziari in circostanze precise che riguardano anche la vicenda giudiziaria di suo padre: la storia del passaporto, i suoi rapporti con le istituzioni di cui poi ha riferito. Io sono dell’avviso che mai bisogna sposare i pentiti, uno i fidanzamenti li deve fare fuori dall’ambito dei pentitismi.Nel suo libro, tra le tante cose che racconta, c’è un passaggio importante di quando indagò sulle stragi del ’92 al fianco di Arnaldo La Barbera. Furono le ultime indagini che lei ha compiuto da funzionario di Polizia. Cosa accadde? Eravate a un passo dalla verità o qualcuno vi fermò? Perché lei, in una notte molto agitata, abbandonò quegli uffici, abbandonò quella vita, per fare la vita che fa ora, il consulente dell’autorità giudiziaria.Con La Barbera c’era un rapporto di amicizia, non c’era solo un rapporto professionale. Abbiamo quasi convissuto per cinque anni della mia vita, che sono stati anni difficili, travagliati. Ho pagato un prezzo personale, io e la mia famiglia, per quello che è stato l’impegno professionale al fianco di La Barbera, per far fare carriera, guarda caso, a tutti quelli che oggi sono ai vertici della Polizia e che hanno fatto carriera a Palermo e sui morti di Palermo.E quando capii che La Barbera aveva ceduto all’invito di appiattire quell’indagine su Via D’Amelio sui soliti mafiosi, come il pentito “farlocco” Scarantino, quando capii sostanzialmente di essere stato tradito da La Barbera sbattei la porta e andai via. C’è una lettera che uscirà, e sarà pubblicata, che i due magistrati titolari dell’indagine, Ilda Boccassini e Fausto Cardella, scrivono, è una riservata, al Procuratore della Repubblica di Caltanisetta su quella vicenda. E quella lettera è fortunatamente la mia assicurazione sulla vita, perché dimostra qual è stata la correttezza del mio operato.E per tutto questo ci sono voluti diciotto anni, per accertare tutto questo. E quando è stato accertato la risposta della Polizia di Stato e di Manganelli è stata quella di destituirmi. Probabilmente gli è stato utile quello che gli ha chiesto Berlusconi, ma non penso che sia stato solo Berlusconi l’autore della mia destituzione dal servizio della Polizia. by dagospia

“Striscia vuole farmi tacere”

Venerdì, 22 Aprile 2011

Vive in Italia da quindici anni, e dice che lo considera “il posto migliore dove far crescere i figli”. Aggiunge pure che la nostra società “è difficile da capire, ci sono così tante variabili” e che per uno straniero questa complessità è una sfida stimolante. Barbie Latza Nadeau è americana e scrive per ‘Newsweek‘, uno dei magazine americani più prestigiosi, per la sua costola online ‘The Daily Beast‘ e collabora con la CNN.  Ha seguito il caso dell’omicidio di Meredith Kirker e ha scritto un libro sul processo all’accusata Amanda Knox, dal titolo ‘Angel Face: The True Story of Student Killer Amanda Knox’. E’ una giornalista esperta, abituata più alla chiarezza delle testate anglosassoni che a bizantinismi dei nostri media. Eppure, per la prima volta da quando lavora, ha paura di quel che scrive. Questo perché, come ha raccontato ieri online e oggi anche sul nuovo numero di Newsweek, una sera dello scorso febbraio un poliziotto ha bussato alla porta della sua casa romana. “Ero a casa da sola con i bambini” racconta “e sono rimasta sconcertata quando ho visto l’agente. Mi ha detto che dovevo andare alla stazione di polizia per qualcosa che aveva a che fare con ciò che avevo scritto per Newsweek su Mediaset e Silvio Berlusconi”. Il giorno dopo Barbie Nadeau si è recata alla polizia e ha scoperto di essere stata denunciata da ‘Striscia la notizia’ per diffamazione, a seguito di un suo articolo apparso a novembre 2010 su Newsweek dal titolo ‘Italy’s Women Problem‘. Nella sua documentata inchiesta sulla sconfortante situazione delle donne italiane, lontane dalla parità in tutti gli ambiti, Nadeu notava che persino nel programma più visto del prime time italiano, ‘Striscia la notizia’, la rappresentazione femminile era affidata alle Veline. Signorine “con addosso un abito ornato di lustrini fornito di tanga e profondo scollo a V che arriva oltre l’ombelico” a cui i conduttori possono dire “Vai, girati, fatti dare un’occhiata” toccando loro il didietro. Dopo la denuncia, in accordo con ‘Newsweek’, la giornalista si è presa un avvocato che la difenderà. Ma qui ci spiega perché l’azione legale di Striscia non è, secondo lei, “una mera coincidenza Signora Nadeau, nel suo articolo esprimeva una critica al modo in cui le tv di Berlusconi e in particolare ‘Striscia la notizia’, rappresentano la donna. Un argomento che la stampa cavalca da anni. Come mai, secondo lei, da Mediaset è partita una denuncia?
A dire il vero nemmeno io me lo spiego fino in fondo. Posso solo fare delle supposizioni, e dirle che non credo nelle coincidenze. L”idea di avere una denuncia sulla testa mi mette profondamente a disagio. Considero ‘Striscia’ un programma intelligente e nel mio pezzo mi limitavo a mettere in luce una contraddizione. Ovvero che persino Striscia propaganda un’immagine che ritengo lesiva per la donna. La mia copertina di Newsweek ha ispirato a marzo un ‘panel’ di un convegno sulle donne a New York; hanno partecipato anche Emma Bonino e Violante Placido. Avevo appena avuto la notifica della denuncia e non ho voluto fare il nome di Striscia. Quindi, come vede, ha già funzionato su di me come una forma di intimidazione. Anche se ovviamente il mio giornale mi chiede di continuare a scrivere e seguire la questione.Non pensa che denunciarla per diffamazione possa essere per Mediaset una ‘misura preventiva’ in vista dell’aprirsi del processo sul caso Ruby? Insomma un modo per alzare il tiro, mandando un messaggio ai corrispondenti stranieri in Italia in un momento particolarmente delicato per Berlusconi?Parlare di Arcore, delle escort e di Ruby è dal punto di vista giornalistico ovviamente una miniera d’oro. Ma è una strada fin troppo facile, che in accordo con ‘Newsweek’ non ho mai seguito. Quel che mi interessa mostrare a un pubblico di lettori internazionali sono le contraddizioni della condizione femminile in questo paese. E come l’immagine femminile veicolata dai media e dalla pubblicità non possa che danneggiare la ricerca della parità lavorativa e sociale. Tutte queste cosce nude, questa esibizione di corpi manda un messaggio subliminale continuo all’uomo italiano: che le donne hanno a che fare con il sesso, che non sono una controparte seria e affidabile in politica o sul lavoro Nei suoi articoli, in passato, lei ha fatto notare una certa apatia delle donne italiane, incapaci di arrabbiarsi, di combattere contro questo stereotipo…Si, è vero, mi pareva che la reazione non fosse abbastanza forte. Ma negli ultimi mesi la situazione è cambiata, c’è stata una grande mobilitazione.
Crede che stiamo entrando in una nuova fase politica, un tramonto del berlusconismo che dà le sue ultime zampate?Sappiamo che l’era Berlusconi finirà. E il primo test sono le amministrative che si svolgono tra poco. Che sia ora o a fine legislatura, prima o poi lascerà il potere. E questo cambia la prospettiva di un’intera generazione che è cresciuta con lui. Le donne fanno parte di questo cambiamento, e credo che questo faccia molta paura.  l. crinò espresso

Dopo Hoara, Paolina – bellezze alla Difesa

Sabato, 2 Aprile 2011

jpg_2148205Non bastava Hoara Borselli, la fotomodella e attrice assunta con una “collaborazione coordinata e continuativa” nella segreteria del ministro della Difesa con un imprecisato incarico relativo ai grandi eventi e alle manifestazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale. Accanto a Ignazio La Russa ora compare anche un’altra bella ragazza, appena promossa al ‘Comitato Etico’ del medesimo ministero della Difesa.
Si tratta del sottotenente Paolina Coppola, 30 anni, capitano medico dell’Esercito, che era già stata vista con La Russa in qualche occasione ufficiale: come la sfilata dei bersaglieri a Milano, nel maggio scorso, dove era nella tribunetta autorità insieme al ministro e a Vittorio Emanuele di Savoia, presentata dall’Esercito come «la prima militare-medico d’Italia, il volto nuovo delle Forze Armate». Ma adesso, grazie alla promozione, è sempre con Ignazio nostro: lo accompagna perfino a Palazzo Chigi quando lui va al Consiglio dei ministri. E ultimamente la bella Paolina si è presentata in uniforme, destando la curiosità e l’ammirazione del pubblico e delle autorità. Fino a poco tempo fa la Coppola prestava servizio in una caserma di Motta di Livenza, vicino a Treviso. Troppo lontano da Roma: ora i suoi impegni infatti sono tutti nella capitale e qualche volta (in borghese) è stata vista anche alla Camera, sempre al fianco di La Russa, e perfino a bordo degli aerei di Stato che il ministro utilizza per i suoi spostamenti.Intanto non si placa la polemica sulla consulenza di Hoara Borselli alla Difesa. Il parlamentare del Pd Andrea Sarubbi ha inviato un’interrogazione per chiedere a La Russa in base a quali criteri il ministro interrogato abbia assegnato questa collaborazione alla sig.ra Hoara Borselli e quali siano esattamente le mansioni attribuitele», visto che «il ricco curriculum della collaboratrice – dal Bagaglino al film ‘Provaci ancora prof’ – non sembra sovrapporsi alle competenze necessarie per espletare quanto richiesto dalla collaborazione posta in essere dal ministro della Difesa».
A questo punto resta solo da scoprire perché, nonostante tanta giovane e piacente compagnia, il ministro La Russa continui a essere tanto nervoso e irascibile espresso

Ruby, la storia vera

Sabato, 26 Marzo 2011

Ruby-rubacuori2Io non voglio che viva in comunità, non voglio che viva con gli italiani. Voglio che viva con la sua famiglia e che rispetti le tradizioni della nostra religione”. Zahra El Mahroug parla ai magistrati. � la madre di Karima, che non vuole essere chiamata Karima ma Ruby. Che frequenta un uomo di 74 anni detto Papi e codificato sui cellulari delle ragazze di Arcore con il nome “Monica”. Che è finita in un’inchiesta contro Lucarini Paolo, Bucci Silvia e Gennari Mario, generalità di fantasia assegnate, rispettivamente, a Dario Mora detto Lele, Nicole Minetti ed Emilio Fede, imputati nel Rubygate con Silvio Berlusconi. Tre pseudonimi impiegati dai magistrati per coprire l’inchiesta il più a lungo possibile, come si fa con le indagini di mafia. Come è abituata a fare Ilda Boccassini, pm insieme a Pietro Forno e Antonio Sangermano. Le analogie investigative con i processi contro il crimine organizzato non sono poche. Sono di metodo, in primo luogo. Karima ha parlato con i giudici il 2, 6, 22 luglio e il 3 agosto. Lo schema degli accertamenti giudiziari ha seguito quello in uso con i pentiti: se la dichiarazione ha un riscontro, si tiene. Se no, si butta via. Ogni parola è stata verificata. Ogni svolta nella vita della ragazza è stata controllata e puntellata con le 20 mila pagine di documentazione, che “l’Espresso” ha potuto consultare.I magistrati sanno che la loro teste principale, Karima El Mahroug, sarà attaccata dalla difesa o, più probabilmente, ritratterà al processo che incomincia il 6 aprile. Negherà di avere fatto sesso col premier. Negherà di essere una escort. Dirà di avere guadagnato i soldi, i tantissimi soldi, che ha ricevuto. Racconterà una nuova puntata del Berlusconian Dream. Si godrà la fama e le telecamere dopo essere cresciuta in una famiglia che faticava a comprare il latte. Lo ricorda Zahra El Mahroug, donna delle pulizie sposata a Mohammed, venditore ambulante di abbigliamento in Calabria e Sicilia. Non è contenta la signora El Mahroug. Oggi sua figlia, la maggiore di quattro, si è allontanata dalla famiglia e dalla religione per entrare in un giro di denaro e di italiani. Non tutti. raccomandabili Giovanni Calabrò, per esempio. Nato a Reggio Calabria, risiede nel Regno Unito, neppure la polizia sa dove. � stato arrestato per bancarotta fraudolenta, truffa, estorsione, fatture false. Secondo fonti confidenziali della Questura di Milano, Calabrò avrebbe “contatti lavorativi con esponenti politici dell’attuale governo e lavorerebbe per l’Eni”. Di certo, il businessman ha sufficiente salute economica da concedersi nella primavera 2010 notti folli all’Exedra Boscolo di Milano, un cinque stelle in corso Matteotti. Con lui c’è la sua guardia del corpo Bruno Minghetti, indagato in Calabria per inosservanza delle norme sul soggiorno. Secondo la Questura, all’Exedra e al vicino Four Seasons, lavoravano un gruppo di escort di lusso, tutte facenti capo alla soubrette Raffaella Zardo. La polizia elenca le serbe Andrea Stojanovic e Slavica Knezevic, residente a casa di Lory Del Santo, l’australiana Christina Gabbay, l’italiana Roberta Bregolin. E la marocchina Karima El Mahroug che in tv fornirà una versione parecchio più edulcorata della sua esperienza, raccontando ad Alfonso Signorini di avere tentato una sola volta di prostituirsi ma di essersi ritratta.Ruby, minorenne all’epoca delle notti in hotel, è già frequentatrice assidua di Arcore con 13 presenze dal febbraio al maggio 2010. Tanto che a uno dei suoi frequentatori, incredulo, la ragazza ha fatto sentire al telefono la voce di Papi Silvio. Nello stesso modo vantava i gioielli ricevuti in regalo per le serate a villa San Martino. Alcuni di questi preziosi, 98 collanine per le Papi-girls dal valore complessivo di 240 mila euro, sono stati fatturati a Digitalia 08, società Mediaset i cui piccoli azionisti hanno potuto contribuire pro quota alla generosità di Berlusconi verso la gioventù disagiata.Ruby è stata molte volte nei due alberghi di lusso. Le celle telefoniche lo confermano. Eppure alle 4,15 di mattina del primo maggio trovava il tempo per chiamare a Catania Grazia Randazzo, madre di Sergio Corsaro. � il ragazzo che lei voleva per fidanzato e con il quale progettava di aprire un centro estetico in via della Spiga, grazie ai 187 mila euro ricevuti dalla ragioneria di Papi. Ma la ragazza comprata non è riuscita a comprarsi la normalità. Lo ha dichiarato con orgoglio siculo lo stesso Sergio pur ammettendo che, poco siculamente, era Ruby a pagare i conti e a riempire di regali costosi la famiglia. Anche Sergio è un amante di pseudonimi, visto che di cognome vero fa Pennuto, molto meno glamour di Corsaro.La notte dopo il primo maggio è una di quelle che Ruby ha trascorso ad Arcore. Una della tante passate fuori casa fin da ragazzina, per la disperazione del padre. Mohammed El Mahroug è descritto come un tradizionalista con il quale la figlia maggiore ha incominciato presto a scontrarsi.Karima arriva in Italia con la madre nel 2001, a nove anni. Vive per due anni a Badolato, un paese dello Ionio catanzarese. Nel 2003 la famiglia si trasferisce a Letojanni, a nord di Taormina, e la ragazzina si iscrive alle medie. Un anno dopo cominciano i contrasti. A 13 anni la famiglia vorrebbe fidanzarla a un connazionale. Lei vuole vivere come gli altri. Pensa di farsi battezzare. Nel 2006, a meno di 15 anni, sostiene di lavorare e di mantenersi da sola. A febbraio del 2007, a scuola, ruba un telefonino. A settembre, furto numero due, a casa di Monica Lo Cicero. Il padre di Karima sembra intenzionato a tornare in Marocco. Lei non ne vuole sapere e scompare di nuovo. Quando la trovano, la mandano per la prima volta in una comunità di suore, la Casa di Nazaret nei pressi di Giarre dove conosce il suo primo fidanzato, il catanese Nico Rizza, che ha 15 anni più di lei e fa consegne per il catering della comunità. Dalle suore ci sta poco e torna a Badolato, ospite di conoscenti. Un verbale tragicomico dei carabinieri del luogo ne sintetizza le abitudini. “Risultava a quest’ufficio che la El Mahroug Karima era solita trascorrere buona parte della notte in locali della zona frequentati esclusivamente da avventori maschi. Dalle ore 12,30 del 4.1.2008 veniva condotta e accolta presso la comunità terapeutica Mondo X di Badolato Superiore”.Là Karima passa un periodo lungo, sei mesi. Viene sottoposta a test psicoattitudinali. Ecco i risultati: “Nel rispondere ai test il soggetto si è mostrato sincero e disponibile. Mostra scarsa aderenza alle norme e alle convenzioni sociali. Tende a sopravvalutare acriticamente le proprie possibilità. Sono presenti accentuate tendenze alla fantasticheria autistica con la possibile perdita dei confini tra realtà esterna e interna”. A luglio torna a Letojanni ma la famiglia la vede per poco. Il 7 luglio, la Stradale di Catania la ferma in compagnia di due uomini. Uno, Benito Currò, ha subito da pochi giorni una perquisizione per un’indagine sulla pornografia minorile. Il 10 agosto la madre denuncia l’allontanamento della figlia. Viene ritrovata a Ferragosto, ma un mese dopo sparisce di nuovo. Segue nuova denuncia, del padre stavolta. A fine settembre Karima finisce nella comunità Penelope a Giardini Naxos. Resiste sei giorni e torna a Letojanni. Lì, nuovo furto, ai danni dell’amica parrucchiera Simona Fleri. A novembre, altra comunità, altra fuga. Il copione si ripete a gennaio del 2009, con un episodio più grave. Il Tribunale dei minori riporta che la giovane si è allontanata dalla comunità Il Grillo Parlante di Messina “dopo avere creato dinamiche destabilizzanti nei confronti di altre ospiti più piccole; la comunità ha riferito che aveva simulato un rapporto orale davanti a due bambine di 5 e 9 anni”. A fine gennaio l’autorità giudiziaria decide l’affidamento ai Servizi sociali. Arriva l’ennesimo ricovero, nella comunità Il Glicine, e l’ennesima denuncia di scomparsa alla Questura di Messina il 23 maggio 2009. Karima è già diventata Ruby ed è già quello che si vede oggi in foto: una ragazza alta 1,80 che non passa inosservata. Ai primi di luglio, Sant’Alessio Siculo ospita il concorso “Una ragazza per il cinema”. Fra i giurati c’è il direttore del Tg4 Emilio Fede, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) nel 1931. Il giornalista confiderà di avere provato simpatia per la ragazza perché lei gli avrebbe confessato il sogno di entrare nei carabinieri. La cosa avrebbe favorevolmente impressionato Fede, figlio di un brigadiere dell’Arma. Da questo momento in poi, il racconto si intorbidisce. A novembre del 2009, 17 anni appena compiuti, Ruby arriva a Milano. Per un mese e mezzo va a vivere da Nico Rizza, che nel frattempo ha fatto strada nel mondo delle agenzie fotografiche e abita a Peschiera Borromeo, nell’hinterland di Milano.Il 14 febbraio 2010, Ruby pianta Rizza che, forse, l’ha messa incinta e, forse, si è fatto beccare a letto con un’altra. Il rapporto si chiude con una telefonata, agli atti dell’inchiesta, di insulti atroci da parte dell’uomo. Il 14 febbraio è anche il giorno del debutto ad Arcore. Ruby è riuscita a presentarsi a Lele Mora, gran ciambellano delle notti del Cavaliere, e d’incanto incomincia a trovarsi in tasca biglietti da 500 euro. A sua detta, li guadagna con la danza del ventre nei locali alla moda di Milano, dall’Hollywood al ristorante marocchino Yacut in via Cadore. A marzo va in Sicilia dalla madre presentandosi con il velo islamico. Un mese dopo è in fiera al Cosmoprof di Bologna con Sergio Corsaro a scegliere i macchinari in leasing per il centro estetico. Dopo Rizza, Ruby vive da Katia Pasquino che lavora appunto a un centro estetico, il Mani Nuel di corso Buenos Aires. E’ lì che il 27 maggio Karima viene arrestata per il furto a casa della Pasquino e portata in Questura dove, grazie alla telefonata liberatrice di Papi, scoprirà di essere nipote di Mubarak. Ed è lì che sarà presa in consegna da Nicole Minetti e da Michele De Oliveira, sua nuova coinquilina. La convivenza con la brasiliana finisce dopo dieci giorni, a botte. Karima viene ricoverata alla clinica pediatrica De Marchi. Mostra ai medici una cicatrice al cuoio capelluto che, in passato, ha già attribuito alle percosse del padre e che, secondo la madre, è frutto di una scottatura di quando Karima aveva un anno e viveva in Marocco.Il 15 giugno c’è un nuovo ricovero in una comunità di suore in corso Garibaldi. Non dura più degli altri. Gli orari delle religiose sono incompatibili con quelli dei festini di Papi e suor Caterina Margini decreta l’espulsione. Ma Lele non abbandona la ragazza. Il 23 giugno manda il suo avvocato Gianluca Giuliante, che si presenta come emissario della Minetti “mossa da spirito di affezione”, nelle parole del legale Luglio passa fra interrogatori in Procura, festini con Lele e un nuovo ricovero al Kinderheim Sant’Ilario di Genova. Mora manda Ruby da Luca Risso, proprietario dei locali Albikokka e Fellini. Il 22 settembre, in piazza Caricamento, la ragazza viene fermata in auto con 5.070 euro in borsa appena incassati dal ragioniere di Silvio, Giuseppe Spinelli. La circostanza non turba la prediletta di Papi che in ottobre si esibirà in serate “Pervert” al Fellini, riprodotte su YouTube. Quattro giorni dopo l’ultima esibizione, il 26 ottobre, “il Fatto” scrive di una minorenne che potrebbe procurare guai al premier. � Karima-Ruby o, come l’ha descritta Emilio Fede in un colloquio con Barbara Faggioli, “come si chiama lì, la fatidica ragazzetta rompicazzo, quella turca, quella greca, quella lì, quella che ci ha creato i problemi?”. E’ uno dei tanti modi di vedere la signorina El Mahroug. Citiamo l’ultimo nell’ordine cronologico di questa storia senza allegria. � un fax mandato pochi giorni fa ai giudici milanesi dagli uffici del Sant’Ilario di Genova. “Si comunica che in data 6 marzo 2011 alle ore 23,40 si presenta in Kinderheim la ragazza in oggetto. E’ venuta per salutare e fare le condoglianze per il decesso del marito della responsabile, Gigliola Trentini. E’ molto affettuosa. Comunica che presto si sposa e chiede di farmi conoscere il fidanzato, Luca (Risso, ndr.), che si presenta educatamente. Ruby dice che è in grossa difficoltà perché è da tutti definita escort. Ha sempre cercato di avere delle amicizie femminili e non trovandole ha richiesto quelle maschili. Usa parole dure nei confronti dei pm che hanno indagato, in quanto le hanno fatto dire cose non vere. Restituisce 200 euro che erano stati imprestati dalla Comunità per le sue spese (sigarette, parrucchiere)”. G. turano espresso

Ferrara, se questo è un genio

Giovedì, 24 Marzo 2011

giuliano ferraraE’ ufficiale: ogni volta che appare in televisione, un milione di italiani afferrano il telecomando e cambiano subito canale, per tornare su Raiuno appena lui se n’è andato. Nonostante questo, qui di seguito “l’Espresso’ sfida le severe leggi dell’audience proponendo un altro Giuliano Ferrara show: una breve ma succosa antologia del suo alto pensiero politico – tutti dicono che è intelligentissimo – attraverso una selezione di sue dichiarazioni. L’eroico Ratzi «Avanzare i diritti di Dio nella vita pubblica è un messaggio di gigantesco coraggio da parte di Benedetto XVI». Due carati così «Insomma, se non posso uccidere per ragioni di principio io, illuminista a quaranta carati, dovrò pure interrogarmi con qualche coerenza etica e logica sull’aborto e sull’indifferenza verso le forme di vita embrionale che caratterizzano la cultura della liberta procreativa, e magari anche sull’eutanasia. O no?» Scusi, ha da accendere?
«Noi stiamo facendo di tutto per consumare come un cerino il senso stesso della famiglia».Forse non lo sai ma pure questo è amore «In realtà l’amore civile è un modello culturale prescrittivo, che vuole rubare la famiglia e l’antropologia cristiana e laica del matrimonio antico e moderno sotto il falso mantello dei diritti». Crocifisso da guardia «Noi siamo il paese delle libertà e della laicità cristiana. E’ anche il crocifisso che fa la guardia a queste libertà». Abrogazione gay «Ma il matrimonio omosessuale, nelle sue diverse forme e nei suoi diversi stadi, realizza anche di più: abroga un’idea di società e di giustizia che per alcuni valeva la pena o vale la pena di una difesa». No, per favore, no! «Penso che pubblicherò anche la fotografia dei miei testicoli». Imposta nazionale sugli embrioni
«Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario».E anche modesto
«Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio». L’outlet delle mestruazioni
«L’abrogazione mediante pillola del ciclo mestruale ?‹ parte di un pacchetto della contemporaneit?€? offerto in saldo commerciale alle donne in nome del primato universale del corpo desacralizzato». Mamma mia come sono intelligente «Il relativismo è una forma di dogmatismo laico, perché affermare che non esiste una verità assoluta equivale ad affermare una verità assoluta. Seconda Repubblica o quarto Reich? «Sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola». Hic sunt leones «Se diventasse ovvio, scontato, di buon senso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata rupe Tarpea». Vedo, prevedo, stravedo «Noi vediamo nel seno delle gestanti quel che non vedevamo prima, che non esistono feti ma bambini». Per non parlare del bacio con la lingua «Il preservativo è il viatico dell’aborto». Sono l’ispettore Ferrara, della omicidi
«Le interruzioni di gravidanza sono un omicidio perfetto. Punto». Giulià il Chimico «Siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos’altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno?». Ad amarlo, invece, si guadagnano 3000 euro a puntata «A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente». a. capriccioli espresso

Gli affari della Polverini

Venerdì, 18 Marzo 2011

Renata Polverini ci è andata giù pesante. Lo scandalo Affittopoli e delle case di proprietà di enti locali svendute a quattro soldi ai soliti potenti l’ha davvero scandalizzata. «L’era dei privilegi è giunta al capolinea», ha detto in un’intervista pochi giorni fa: «Sono contratti assolutamente fuori dai valori di mercato». Una vera indecenza. Sotto il fuoco di fila del Popolo della Libertà sono finite le giunte di centrosinistra, da quella di Francesco Rutelli a Walter Veltroni. Accusate di aver girato appartamenti a sindacalisti e politici amici per pochi spicci, per non parlare degli immobili di lusso svenduti a prezzi di favore in aste pubbliche.L’indignazione del presidente della Regione Lazio ha contagiato anche il suo assessore alla Casa, l’ex fascista Teodoro Buontempo, che ha ordinato di bloccare all’istante la vendita dei gioiellini dell’Ater, l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale pubblica. «Non ci saranno sconti per chi ha violato la legge. Ecco perché ho voluto una commissione straordinaria che faccia chiarezza». Gianni Alemanno s’è subito accodato allo sconcerto generale, varando un’altra commissione ad hoc. Stavolta al Campidoglio: «Non voglio fare né allarmismo né dossieraggio, solo appurare la verità».Chissà se per far luce sull’Affittopoli romana il sindaco farà un salto anche a via Bramante, nel cuore di San Saba. Uno dei quartieri più belli della capitale, a pochi passi dall’Aventino, dove chi vuole acquistare una casa ai valori correnti può sborsare anche 10 mila euro al metro quadrato. Al numero civico 3 e 5 ci sono i due ingressi di un condominio degli inizi del Novecento, sei palazzine di proprietà dell’Ater con giardinetto interno annesso.In tutto una novantina di alloggi, destinati per legge a quei cittadini indigenti che non possono permettersi i canoni d’affitto imposti dal mercato. Entrando nel vialetto, nascosto da felci e alberelli, in fondo a sinistra c’è l’edificio B. Scorrendo i cognomi perfino Alemanno strabuzzerebbe gli occhi leggendo sul citofono, accanto al pulsante in alto a destra, “Cavicchioli-Polverini-Berardi”.Massimo Cavicchioli lui lo conosce bene: è infatti il marito del governatore Polverini. Un uomo schivo, ex sindacalista della Cgil, oggi esperto informatico da sempre lontano dalle luci della ribalta. Berardi è il cognome di sua madre Pierina, morta anni fa. «Un errore, forse un omonimo, non possono essere loro, lei guadagna oltre 10 mila euro al mese», penserebbe il sindaco di Roma passando dal portoncino, dove è attaccato un avviso del Comitato Inquilini Ater San Saba che annuncia l’apertura di un nuovo sportello di zona.Eppure sulla buca delle lettere al piano terra ci sono anche le iniziali degli inquilini: “Cavicchioli M.-Polverini R.”. Due indizi non fanno una prova. Ma tre? La targhetta accanto alla porta dell’abitazione, al quarto piano, riporta gli stessi cognomi. Una chiacchierata con i vicini fuga altri dubbi: «Mi ricordo della signora Clementina, la nonna del signor Cavicchioli. Lei non c’è più, anche i genitori di lui sono morti, e da sempre vedo entrare solo il figlio e i suoi amici. Quanto si paga qui? Dipende dalla metratura, ma la mia bolletta è di 130 euro al mese».A “l’Espresso” risulta che nell’appartamento (quattro vani più bagno e cucina) risieda proprio il marito della Polverini. Ma non è tutto: i documenti dell’Anagrafe dimostrano che la governatrice ha vissuto per ben 15 anni nella casa popolare di via Bramante. Per la precisione, dal giorno del matrimonio (celebrato il 21 giugno del 1989) al settembre del 2004. Periodo in cui Renata ha fatto carriera, diventando prima responsabile delle relazioni internazionali e comunitarie dell’Ugl, poi – dal 1999 – vice segretario della Confederazione sindacale di destra.Non si sa quanto la famiglia Cavicchioli-Polverini guadagnasse al tempo (da leader dell’Ugl Polverini prendeva 3.500 euro al mese; nel 2008, secondo la dichiarazione dei redditi, sfiorava i 140 mila euro annui), ma i maligni sospettano che i due non avessero i requisiti per vivere negli appartamenti dell’ex Istituto autonomo case popolari. «Se il reddito del nucleo familiare supera il limite stabilito, ora fissato a 38 mila euro lordi annui, l’assegnazione decade automaticamente.Chi ci resta diventa un occupante abusivo non sanabile», ragionano dall’Ater. Forse le entrate dichiarate erano più basse, ma la coppia presidenziale non doveva passarsela male, visto che la Polverini – restando ferma a San Saba – chiedeva mutui e comprava altri immobili. Per centinaia di migliaia di euro.Già. Il governatore sembra avere una vera passione per il mattone, e grande fiuto per gli affari. Mentre risiedeva nella casa popolare, si dava da fare per acquistare appartamenti a Roma, e non solo.Andiamo con ordine. Nel marzo del 2001 la Polverini compra un pied-à-terre nel piccolo borgo di Torgiano, tre vani più box in provincia di Perugia. Città a lei cara, visto che sua madre è nata lì. Firma l’atto di compravendita il giorno 21 dal suo notaio di fiducia, da cui torna dopo meno di una settimana per formalizzare l’acquisto di un’altra casa romana, quartiere Monteverde. Cinque stanze, bagni e cucina a due passi da Villa Doria Pamphilj. La casa forse non le piace (in effetti San Saba è molto più trendy), di certo un anno dopo la gira alla madre Giovanna. L’atto di donazione è del 19 marzo 2002.Dieci giorni dopo, il 28 marzo, un nuovo colpo da maestra: la Polverini compra un altro appartamento, stavolta al Torrino. La zona è semicentrale, vicino all’Eur, ma l’abitazione è molto grande, sette vani più box. Soprattutto, è un immobile ex Inpdap, e il prezzo è da record: come ha scritto Marco Lillo su “Il Fatto”, la Polverini se lo prende sborsando appena 148 mila euro. E’ la cifra chiesta a tutti gli inquilini del palazzo dalla società di cartolarizzazione di Stato (Scip) che vendeva con forti sconti.Sui documenti dell’Anagrafe consultati da “l’Espresso” risulta però che la Polverini al Torrino non abbia mai avuto residenza: chissà come ha fatto a condurre in porto l’operazione. Anche stavolta l’appartamento non deve essere di suo gusto, tanto che nel 2007 lo vende a prezzo ben più alto (234 mila euro dichiarati) a un suo collega sindacalista, Rolando Vicari dell’Ugl.Lo slalom tra gli acquisti di Renata non è finito. Perché sette mesi dopo, a dicembre del 2002, quando ancora risiede nella casa Ater, compra dallo Ior una bella casa con nove stanze, due box e tre balconi sull’Aventino. Un posto da sogno, che la Banca Vaticana dà via per 272 mila euro.Dopo due anni, il 20 settembre del 2004, l’ex leader dell’Ugl si allarga comprando l’appartamento gemello confinante con terzo box annesso. Stavolta dalla Marine Investimenti Sud, una società immobiliare da sempre in affari con la Santa Sede, un tempo partecipata al 90 per cento dalla Finnat di Giampiero Nattino, ma oggi controllata da società off-shore che rimandano fino a Montevideo, in Uruguay.Renata spende altri 666 mila euro ed è finalmente soddisfatta. Una settimana dopo il rogito dal notaio Giancarlo Mazza (finito sulle cronache dei giornali come recordman dell’evasione nazionale) cambia finalmente la sua residenza e dà l’addio alla casa dell’Ater, a soli 850 metri di distanza, dove lascia la sua residenza il marito Massimo (seppure sulle Pagine Bianche anche lui risulti all’indirizzo della moglie). L’ultimo acquisto sull’Aventino la Polverini lo fa lo scorso agosto, quando compra un quarto box (ma di quanti posti auto ha bisogno la presidente?) nel condominio in cui abita da sola.Nel palazzo di mattoncini rossi a via Bramante la vita scorre tranquilla. Dei business immobiliari di Renata nessuno sa nulla. Non sanno che per le valutazioni del Cerved su dati dell’Agenzia del Territorio solo la maison può valere 1,8 milioni di euro. «Massimo e Renata sono persone gentilissime», dice un’anziana che s’appresta a portare a spasso il cane. Anche il barista che conosce la coppia da vent’anni ha parole affettuose, e racconta – senza mai esserci andato – delle feste che Renata organizza nella casa dell’Aventino. «Una donna forte e onesta, una che si è fatta da sola», chiosa un altro avventore.«Ecco lì Cavicchioli, vede, è quello con le buste della spesa», dice un’inquilina del condominio Ater mentre appende i panni fuori dalla finestra. «Scrivete che qui il giardiniere non viene mai, e che le aiuole sono incolte. E soprattutto che a lor signori, quelli che comandano, non venisse mai in mente di aumentarci l’affitto». Emiliano Fittipaldi per “L’Espresso

Mi chiamo Bisignani e risolvo problemi

Venerdì, 4 Marzo 2011

Nel centro di Roma c’è un taxi che è sempre occupato, e che non prende mai chiamate. Inutile alzare la mano o fare un fischio se qualcuno lo incontra tra i vicoli dietro piazza di Spagna o davanti a Palazzo Chigi: il taxi inevitabilmente tira dritto per la sua strada. Perché da anni il conducente, Paolo, ha un unico affezionato cliente, un imprenditore che ha trasformato la macchina in una specie di ufficio mobile, con palmari, computer e attrezzature tecnologiche sparpagliate sui sedili. Il passeggero indossa sempre un vestito blu (sartoria napoletana) una camicia bianca e una cravatta blu, e si chiama Luigi Bisignani. Per gli amici, semplicemente Gigi. Chi è? “Come chi è? Oggi è l’uomo più potente in circolazione. Più potente di me”, ha detto Silvio Berlusconi a un fedele collaboratore che gli chiedeva informazioni sull’individuo che usciva da quel taxi bianco. Forse Berlusconi esagera, ma il suo amico Gigi, ex piduista che non girerebbe mai in un’auto blu, condannato negli anni Novanta a due anni e otto mesi per aver portato decine di miliardi di lire della maxitangente Enimont nella banca vaticana dello Ior e oggi di nuovo al centro di un’inchiesta della procura di Napoli denominata “P4″, è di sicuro uno dei personaggi più influenti e misteriosi d’Italia. Un cinquantasettenne che ufficialmente amministra una stamperia, la Ilte, ma che è considerato da tutti, nei palazzi del potere, il capo indiscusso di un network che condiziona la vita del Paese. “La ditta”, lo chiamano ministri, onorevoli e boiardi che fanno la fila nel suo ufficio a piazza Mignanelli per omaggiare, chiedere favori, consigli e discutere di nomine pubbliche e affari. “Che lavoro fa davvero Gigi? Diciamo che è un maestro nel mettere insieme persone e interessi convergenti”, spiega chi lo conosce dai tempi della P2. “Un uomo curioso e geniale con un portafoglio relazionale pazzesco. Decine di potenti gli devono la carriera. La rete su cui si fonda il sistema romano di Berlusconi l’ha creata lui, ed è lui a saper muovere più di tutti le leve”. NELLA RETE DI GIGI È il profilo di un “grande vecchio” tipico della tradizione nazionale, tanto che qualcuno sorride definendo Bisignani “un bluff”. Ma è un fatto che in queste ore senatori e deputati non facciano altro che parlare del lobbista (qualcuno dice persino che è partito, destinazione Emirati Arabi), del suo uomo Alfonso Papa (ex magistrato oggi deputato Pdl coinvolto nell’inchiesta), e delle indagini che i pm campani stanno portando avanti da mesi. Mezza Roma segue gli sviluppi con il fiato sospeso, perché teme che gli incontri riservati di Gigi, attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali, siano stati registrati dagli inquirenti. Il più preoccupato di tutti sembra essere Gianni Letta, che gestisce la rete insieme a Bisignani e che è già stato ascoltato in procura. L’altra metà dei poteri forti che governa, quella che fa capo a Giulio Tremonti, al banchiere Massimo Ponzellini e alla Lega, sta invece alla finestra: se cade Bisignani, per loro si spalancheranno le praterie. Difficile elencare tutte le persone che hanno un rapporto diretto con Gigi: sono troppe. Rapporti con il lobbista appassionato di gialli (ne ha scritti due: “Il sigillo della porpora” e “Nostra signora del Kgb”, successi che gli hanno procurato per un po’ la nomea del Ken Follet tricolore) ha per esempio l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, della cui nomina con Bisignani certamente si è parlato. Anche la Carfagna lo rispetta. È stato lui a tessere la tela per riavvicinare la ministra al premier dopo lo strappo dello scorso dicembre. Gigi non fa mistero di stimarla molto: sulla scrivania del suo ufficio, insieme a un libro del portavoce dell’Opus Dei Pippo Corigliano, fa bella mostra di sé “Stelle a destra”, la fatica letteraria firmata dalla Carfagna e impreziosita dalla prefazione di Francesco Cossiga. Nel governo anche il ministro degli Esteri Franco Frattini, Stefania Prestigiacomo e Mariastella Gelmini conoscono assai bene Bisignani. Pure Daniela Santanchè gli deve molto, anche se ultimamente i rapporti tra i due sembrano essersi raffreddati. Grande uomo di comunicazione, Gigi ha le conoscenze giuste anche alla Rai. Nel 2008 fu proprio lui a spingere – anche contro il volere di Letta – affinché Mauro Masi tornasse alla segreteria generale della presidenza del Consiglio, mentre l’attuale direttore degli affari legali è Salvatore Lo Giudice, suo avvocato di fiducia. “Ma Bisignani si vede spesso anche con Augusto Minzolini, direttore del Tg1″, racconta una fonte che chiede l’anonimato. Da politici come Andrea Ronchi a Lorenzo Cesa, a uomini degli apparati come Giorgio Piccirillo, capo del servizio segreto Aisi, il generale della Guardia di Finanza Walter Cretella e il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, Gigi dà del tu a tutti. Senza dimenticare che (quasi) tutti i responsabili delle relazioni istituzionali delle aziende pubbliche fanno riferimento a lui. DA GELLI AL CAVALIERE La storia di Bisignani è simile a quella dei protagonisti delle sue spy story. Nato a Milano nel 1953 (il padre era un potente manager della Pirelli con ottimi rapporti negli ambienti massonici, il fratello Giovanni è a capo della Iata), si laurea in economia e si trasferisce a Roma per fare il giornalista. Mentre scrive per l’agenzia Ansa, il giovane mostra doti non comuni, viene individuato e cresciuto a pane, intrighi e politica da personaggi come Giulio Andreotti (è uno dei pochi che entrava nel suo ufficio di piazza in Lucina senza bussare) e i capi della P2, Licio Gelli – per cui stendeva ogni mattina la rassegna stampa – e Umberto Ortolani, amico di famiglia. Inevitabile l’iscrizione alla loggia Propaganda Due, da lui sempre negata: nelle liste la sua tessera è la numero 1689, fascicolo 203, data dell’iscrizione 1 gennaio 1977. Quando scoppia lo scandalo il ragazzino che già parlava con generali, ministri e finanzieri batte un altro record: è il più giovane piduista scovato dai magistrati. Nonostante gli intoppi, la sua scalata non si ferma. Diventa uomo di fiducia di Raul Gardini e della Ferruzzi, si attiva per portare i 93 miliardi della madre di tutte le tangenti allo Ior, entra nelle grazie di Cesare Geronzi. Dopo la condanna definitiva e altre disavventure giudiziarie (tra cui il procedimento Why Not su una presunta loggia massonica, archiviato) la sua stella sembra in declino. Ma è solo apparenza. Gigi Bisignani torna in auge nel 2001, con la vittoria elettorale di Berlusconi, e da lì spicca il volo. Nell’ombra, diventa uno dei consiglieri più fidati del Cavaliere, anche lui tra gli iscritti alla P2. “Tutti dicono che lui è solo il factotum di Letta”, chiosa la fonte autorevole che chiede l’anonimato: “Sbagliano. Tra i due il rapporto è paritario. Anche perché fu Bisignani in persona a presentare Gianni a Berlusconi. Paradossalmente è più corretto dire che Letta – che fu suo testimone di nozze – è un uomo di Gigi, non viceversa”. AMICI E DENARI Del Bisignani privato pochi osano parlare. Il suo profilo è bassissimo. Impossibile vederlo a un appuntamento mondano, a una festa o a un cocktail. Laziale doc, allo stadio non è mai apparso. Non fuma, non beve: l’unico vizio è la Coca-Cola (non più di due dita). Risponde al suo cellulare una volta su dieci, chi vuole parlare con lui deve contattare la sua storica segretaria Rita. Gli appuntamenti importanti vengono organizzati a casa della madre (lui vive in affitto), quelli di routine in mezzo alla strada (“Gli piace passeggiare, si sente più tranquillo”) o nel mitico ufficio della Ilte. Dove campeggia una foto del suo gingillo preferito: un grosso gommone, parcheggiato a Fiumicino, che gli serve per fare la spola con la casa in Toscana. Una tenuta spettacolare vicino a Porto Santo Stefano, buen retiro con cavalli annessi. Lì ogni tanto vanno a trovarlo gli amici del cuore, come Stefania Craxi e il marito Marco Bassetti, o Fabrizio Palenzona. Gli affari, ovviamente, non gli dispiacciono. Bisignani vive per avere informazioni e maneggiarle, creare personaggi, ma non disdegna di fare un po’ di soldi. Tanti soldi. Giorni fa i pm, come ha scritto “Il Fatto”, hanno sequestrato al suo autista Paolo Pollastri 19 titoli al portatore di una holding belga, la Codepamo, che negli ultimi anni ha investito decine di milioni in varie operazioni. L’ex piduista controlla la societa Four Consulting, e ha un terzo di un’azienda che costruisce treni e metropolitane in Campania: le sue quote fino al 2002 erano in mano al gruppo Finmeccanica. Bisignani è stato anche socio dei suoi amici Mario e Vittorio Farina, che oltre a essere editori sono anche importanti immobiliaristi. Qualcuno vocifera che qualche volta abbia investito insieme a Valerio Carducci, il costruttore vincitore di decine di appalti di governo, diventato famoso durante lo scandalo del G8 alla Maddalena. Di certo il fiuto per il denaro non gli manca. Tranne, forse, in un caso: le cronache raccontano che una spa riconducibile a Bisignani è stata coinvolta nel crac della banca Italease, dove aveva sottoscritto derivati per 75 milioni di euro per una perdita stimata di 12,8 milioni. Bazzecole, per l’uomo che risolve in silenzio i problemi dei potenti del Paese. e. fittipaldi espresso

La giustizia di B. – vignetta

Giovedì, 17 Febbraio 2011

jpg_2144670via espresso

Marrazzo e Berlusconi, casi a confronto (by Travaglio)

Venerdì, 11 Febbraio 2011

sara_tommasiUn governatore sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato, impossibilitato a svolgere con serenità e responsabilità istituzionale le funzioni che vanno ben al di là delle sue privatissime vicende… Le istituzioni devono essere messe al riparo da ogni sospetto e interferenza… Marrazzo deve valutare se fare un passo indietro non sia l’unico gesto pieno di dignità…”. Così scriveva il 24 ottobre 2009 Pierluigi Battista nel suo editoriale sul “Corriere della sera”. Tre giorni prima erano finiti in carcere tre carabinieri che il 3 luglio erano entrati illegalmente nell’alloggio del trans Natalì, in via Gradoli 96, filmando l’allora governatore del Lazio in un festino di sesso e coca per poi ricattarlo. Marrazzo non era indagato, eppure giustamente il “Corriere” chiese le sue dimissioni. Anche Renato Farina alias Betulla, sul “Giornale” allora di Vittorio Feltri, intimò: “Dimissioni, sparire. Se ci saranno processi, si vedrà, ma intanto abbandonare auto blu e doppiopetto, cambiare itinerario”. E Maurizio Belpietro, su “Libero”, tuonò: “È evidente a chiunque che il governatore non può stare al suo posto un giorno di più… Le ragioni per rimuoverlo in fretta sono note: è stato colto in una situazione imbarazzante, ma in seguito il suo comportamento è stato tutt’altro che limpido… Ha cercato di confondere le acque fornendo versioni di comodo che non trovano riscontri e che ora gli inquirenti stanno cercando di verificare… È impresentabile. Il buon senso avrebbe suggerito di toglierlo di mezzo al più presto”.  Marrazzo si dimise nel giro di tre giorni. Era la vigilia delle primarie del Pd per il candidato governatore e Marrazzo, senza lo scandalo, le avrebbe vinte a mani basse. Invece uscì di scena e, grazie allo scandalo, il Pd perse il Lazio, conquistato da Renata Polverini. Eppure nessuno strillò alla “giustizia a orologeria”. Nessuno disse che Marrazzo doveva restare al suo posto in quanto “eletto dal popolo” (i governatori, diversamente dal premier, lo sono davvero). Nessuno accusò pm e giornalisti di “spiare” il pover’uomo “dal buco della serratura” violando la sua “privacy” (eppure, senza lo spionaggio dei tre carabinieri, nessuno avrebbe potuto ricattarlo).  Ora la domanda è semplice, quasi banale: perché ciò che valeva per Marrazzo, ricattato ma non indagato, non vale per Berlusconi, indagato e ricattato o ricattabile da decine di ragazze armate di foto e filmati sui festini in villa, molte delle quali hanno ricevuto soldi o promesse di denaro in cambio del loro silenzio? Che aspetta il “Giornale” a intimargli: “Dimissioni, sparire”? E Belpietro a spiegare che “è evidente a chiunque che ormai non può stare al suo posto un giorno di più”? E Battista a suggerire al Cavaliere “un passo indietro” giacché un premier “sotto ricatto è politicamente dimezzato e azzoppato”? Attendiamo fiduciosi: non vorremmo mai dover sospettare che il “Giornale”, Belpietro e Battista non siano imparziali. O, addirittura, che abbiano un debole per Berlusconi. M. travaglio espresso

Perchè Marpionne ci ricatta (by Bocca)

Martedì, 8 Febbraio 2011

Dicono che la proposta di Sergio Marchionne agli operai Fiat di Pomigliano e di Mirafiori (gli altri, quelli di Termini Imerese, sono fuori, la fabbrica ha già chiuso) sia chiara, anzi chiarissima: o gli operai lavorano in modo sostenibile dalla concorrenza delle altre fabbriche di auto del mondo o si chiude, si va in Brasile o a Detroit. Qual è la novità?
Questa semplicissima: il futuro dell’industria nel mondo non dipende più dalla lotta di classe, dal confronto fra il capitale dei padroni e la forza di braccia dei lavoratori, ma da un solo giudice, un solo padrone: la produttività, l’insieme di ritrovati tecnici e organizzativi che consentono di produrre a costi inferiori e a profitti crescenti. Come a dire: l’unità lavorativa della Fiat, come la chiamava Vittorio Valletta, non è più quell’associazione di uomini e di mezzi da cui dipende il modo di progredire e di crescere, non è più il confronto di uomini e di interessi umani che cercano di far convivere i profitti dei padroni con quelli degli operai, che tentano di stabilire attraverso le lotte e le trattative i rispettivi diritti e doveri, la proprietà non è più il risultato di questo incessante scontro-accordo, ma un aut aut come quelli che Marchionne ripete: o si lavora secondo le richieste della produttività vincente o si chiude, si va altrove nel mercato globale.  Certo, ci sono vari modi per esporre questo nuovo modo di concepire lo sviluppo industriale. Si può sempre dire che il manager intelligente come Marchionne tiene conto dei desideri e dei diritti umani dei dipendenti, che la difesa di un minimo civile di cooperazione fra le parti è, come dice il ministro Maurizio Sacconi, assicurata e normale, ma è chiaro che la condizione sine qua non posta da Marchionne è che l’ultima parola deve spettare alla produttività, cioè a chi vince la corsa tecnica organizzativa nel mercato mondiale.  Ma si dirà: che c’è di nuovo? Non è sempre andata così? Da quando esiste l’industria non è sempre andata che i padroni, i detentori dei capitali, sia privati che pubblici, sono sempre dovuti ricorrere a correttivi di questo liberismo totale, hanno sempre dovuto “proteggere”, disciplinare, correggere la produttività, che il liberismo non era in grado di gestire? L’idea liberista che il mercato sia il giudice sovrano giusto e provvidenziale dell’economia è un’idea che sedusse alcuni economisti, ma si rivelò sempre perdente. Per assicurare la continuità del lavoro gli Stati sono ricorsi a tutto, dall’autarchia alla dittatura, dal coinvolgimento totale giapponese allo stacanovismo sovietico, ma pensare come pensa o finge di pensare Marchionne che la produttività venga prima del confronto sociale è un’idea che solo Toni Negri aveva sfiorato quando disse che forse la filosofia capitalistica era entrata nelle stesse macchine, che il turbo capitalismo contemplava non solo il dominio del capitale sugli operai, ma che anche gli strumenti della produzione erano ideati e fabbricati per assicurare il potere del capitale. Quello che sembra sfuggire a Marchionne, o che probabilmente finge di non capire pur di far passare il suo nuovo-vecchissimo modo di produrre fra la rassegnazione generale, è che non esistono delle soluzioni democratiche alle dittature, non esiste un modo di trasformare gli operai schiavi, sia pure ben nutriti, in operai cittadini dotati di diritti come gli altri cittadini. A questo mondo o si va avanti tutti insieme o si subisce la produttività che regola tutto a suo comodo. g. bocca espresso