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Massolo, lo 007

Martedì, 22 Maggio 2012

Alla fine, dopo mesi di voci in cui veniva segnalato alla più sfavillante sede diplomatica, ma anche alla più importante delle authority e pure alla direzione generale di Confindustria, la poltrona è arrivata. Una poltrona che nessuno aveva mai pensato potesse essere destinata all’ambasciatore Giampiero Massolo, classe 1954, segretario generale della Farnesina, l’uomo con i baffi che negli ultimi vent’anni è apparso in tutti i telegiornali sempre un passo indietro a premier e a ministri degli Esteri, la quintessenza del potere della diplomazia, l’enfant prodige del ramo.La poltrona è quella di capo del Dis, il Dipartimento informazioni per la sicurezza, l’organo di coordinamento dell’intelligence italiana interna ed esterna, uno dei posti nevralgici del Palazzo, la cassaforte dei dossier riservati e delicati lasciata da Gianni De Gennaro, ex capo della Polizia, uomo tra i più potenti e temuti della nomenklatura ora nominato dal governo Monti sottosegretario con la delega ai Servizi.A pensarci bene il posto su misura per uno come Massolo, diplomatico sopravvissuto non alle bombe di Beirut o di Sarajevo ma alla guerriglia della politica romana, da destra e da sinistra di volta in volta promosso e premiato, senza conoscere la pausa in un’irresistibile ascesa, senza mai un cedimento alla vanità, alle chiacchiere di Palazzo, alla fibrillazione dell’apparire.Un’ombra della Repubblica per il grande pubblico, fatta di discrezione e riservatezza: cosa volere di più per chi avrà a che fare con barbe finte nazionali e soprattutto internazionali? Ma una roccia, un burocrate di ferro all’interno della Farnesina dove a soli 53 anni nel 2007 viene nominato al vertice della piramide diplomatica dall’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema, culmine di una carriera senza barriere che ha destato non pochi malumori in un enclave dove conta più che in ogni altra parte la gerarchia, la nascita e il doppio cognome, la differenza di casta tra chi è diplomatico e chi è funzionario, persino il dovere di un minimo di birignao.Per i suoi critici, la scalata fulminea di Massolo è la ricompensa a chi sa obbedire chiunque conduca il gioco: Francesco Cossiga per segnalarne la doppia tessitura di rapporti lo definiva un fasciocomunista. Per chi gli è amico, invece, è la prova di una bravura tecnica che fa comodo a tutti. Fatto sta che all’arrivo di Monti a Palazzo Chigi il numero uno della diplomazia raggiunge quasi la nomina di ministro degli Esteri. In un governo di tecnici lui è un tecnico puro che ha da poco firmato una riforma amministrativa della Farnesina. Viene scalzato dall’ambasciatore a Washington Giulio Terzi di Sant’Agata. Il testa a testa non aiuterà certo i rapporti tra i due.Secondo quanto ha raccontato lui stesso a una feluca di gran rango che gli riconosce il contagocce nelle parole ma la sottigliezza di un humour assai garbato (“Ha sempre saputo come dire no”) è grazie all’incontro nel ’94 nella toilette di Palazzo Chigi con un Silvio Berlusconi appena sbarcato a Roma, sorriso di plastica stampato in faccia, marziano arrivato nel Palazzo, che la sua vita prende la piega giusta per condurlo alla vetta.Massolo che parla inglese, francese, russo, polacco (è nato a Varsavia) e un po’ di tedesco, è consigliere diplomatico aggiunto a Palazzo Chigi (governo Carlo Azeglio Ciampi) dove è approdato tre anni prima con Giulio Andreotti premier: una gran scuola. Il Cavaliere se ne invaghisce e ne fa il capo della sua segreteria particolare. In un certo senso è l’inizio e la fine della sua carriera diplomatica.Massolo si laurea alla Pro Deo di Roma, l’università voluta da Gianni Agnelli diventata poi Luiss, e poi vola a Torino assunto dalla Fiat. Nel 1978 vince il concorso in diplomazia e torna a Roma: la prima missione è all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, poi Mosca e Bruxelles presso la Cee. Questo è quanto. Dal 1988 in poi Massolo non traslocherà mai più all’estero diventando una contraddizione in termini del lavoro in diplomazia: quasi un quarto di secolo stanziale in patria, un paradosso per la Farnesina, caso più unico che raro.

Quel che conta, la politica apprezza. Non buca un ministro. Dopo Berlusconi passa, con lo stesso incarico, al neo premier Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri del governo Prodi lo nomina capo del servizio stampa oltre che, nel 2000, anche vice segretario generale. Chi lo ferma più? È un lavoratore instancabile, attento a non scavalcare mai il ministro di turno, abile a non dimenticare quello precedente: un vulcano della politica dei due forni, lo stemma andreottiano.In dieci mesi diventa vicario del segretario generale (il ministro è Renato Ruggero). Direttore generale degli Affari politici solo per sette mesi, il tempo che il ministro Gianfranco Fini lo coopti capo nel suo gabinetto. Fini si sta giocando l’abiura del fascismo “male assoluto” e Massolo lavora con Italo Bocchino e Andrea Ronchi per il viaggio in Israele (dove il rappresentante diplomatico è proprio Terzi). Nel 2006 arriva la promozione a ambasciatore di grado, un anno dopo quella di direttore del personale, fino alla nomina dalemiana: l’ufficio al primo piano della Farnesina, quello da segretario generale. Mai un passo falso, mai una sbavatura: Massolo, secondo un suo collega, ragiona e agisce come un computer. La sua riforma amministrativa degli Esteri raccoglie più mugugni e contestazioni che consensi. Padrone assoluto del ministero, controlla tutto, anche le nomine meno importanti in genere lasciate alla discrezionalità del capo del personale. Accorpa direzioni generali, da tredici a otto. Accentua il lato commerciale e marketing della carriera secondo i desiderata del Cavaliere. Gli ambasciatori della vecchia guardia lo accusano di cedere di fronte al potere politico e di non contrastare con la forza necessaria i tagli del ministro Giulio Tremonti “l’ex segretario Umberto Vattani con tutti i suoi difetti si sarebbe battuto di più”. E certo non fa piacere la campagna per abbassare l’età della pensione da 67 a 65 anni che a fine 2012 manderà a casa una generazione di alte feluche, Giulio Terzi in primis. Massolo è stato ministro degli Esteri in pectore per una notte. Si racconta che non abbia raggiunto l’obiettivo per aver chiesto troppe assicurazioni per il futuro. L’altra versione è che Terzi, oltre al sostegno di Fini (sul quale poteva contare pure Massolo), avesse anche l’ok di Pier Ferdinando Casini. Una delusione difficile da digerire. Anche perché governare la Farnesina con un politico come ministro ha una valenza ben diversa rispetto a quando il ministro è un diplomatico anche lui e vuole e sa dove mettere le mani. Così per il segretario generale arriva davvero il tempo di migrare. L’occasione del Dis è da afferrare al volo. Soprattutto con un governo deciso a dare un impulso alla rete estera dei servizi e a puntare sulla mission, nel più puro dei pallini esterofili di Monti, di collaborare intensamente con le intelligence internazionali visti i molteplici tavoli di crisi aperti. La rete di altissimi rapporti tessuta negli anni da Massolo, consolidati da sherpa del governo italiano nel summit G8 dell’Aquila, servirà proprio a questo. La nuova poltrona gli permetterà anche di avere accesso ai dossier più delicati. E questo non ha fatto piacere proprio a tutti. Denise Pardo per “l’Espresso

Con San Suu Kyi, più forti i generali birmani

Lunedì, 15 Novembre 2010

La liberazione di Aung San Suu Kyi è certamente una buona notizia, per lei che ha passato agli arresti domiciliari 15 degli ultimi 20 anni, e per chiunque abbia a cuore l’affermarsi dei diritti umani nel mondo. Che questa decisione possa costituire un segnale di cambiamento del regime di Myanmar in senso democratico è questione molto più dubbia. La leader dell’opposizione burmese era stata messa agli arresti nel 1990 quando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, aveva vinto le elezioni con il 58 per cento dei voti. La giunta militare cancellò d’imperio il risultato elettorale e da allora in Myanmar non si è mai più votato fino allo scorso 7 novembre. Con un risultato che la comunità internazionale ha definito unanimemente “una farsa”. Aung San Suu Kyi è stata negli anni successivi il simbolo indiscusso dell’opposizione democratica burmese e grazie all’assegnazione del premio Nobel per la Pace nel 1991, ha mantenuto acceso un faro su uno dei regimi più chiusi e autoritari del mondo. Per questo la giunta ha quasi sempre esteso i termini della sua carcerazione, rilasciandola solo per brevi periodi di libertà subito revocati. Questa volta invece il termine del rilascio fissato lo scorso agosto dal leader della giunta militare, il generale Than Shwe è stato rispettato. Ieri, senza alcun preavviso un ufficiale della giunta le ha notificato il decreto di scarcerazione, i posti di blocco attorno alla sua casa sono stati rimossi e lei è potuta uscire ad incontrare la folla dei suoi sostenitori che ancora increduli l’hanno a lungo acclamata. Diversi fattori devono aver giocato in questa decisione da parte della giunta militare. Ma tutti riconducibili alla percezione maturata dai vertici che il prezzo pagato con la liberazione del premio Nobel era oramai divenuto molto più basso del guadagno in termini di immagine che se ne sarebbe ricavato. Aung San Suu Ky è stata politicamente indebolita dalla scelta di boicottare le elezioni dello scorso 7 novembre. La sua decisione ha offerto alla Giunta un appiglio per sciogliere il suo partito e privarla così dello standing pubblico che le derivava da una posizione istituzionale. Per di più la sua decisione intransigente non è stata condivisa da tutto il fronte di opposizione democratica e dalla Lega Nazionale, ormai fuori legge, sono sorti altri movimenti che hanno accettato di partecipare alle elezioni e hanno vinto un certo numero di seggi. In questo modo il regime è stato in grado di dividere l’opposizione e di indebolire il carisma della sua leader. Oggi molti suoi ex compagni di lotta temono che un suo ripetuto appello al boicottaggio del “processo democratico” possa mettere in pericolo quelli che considerano dei passi avanti del regime. Inoltre la pressione internazionale per la liberazione di Aung San Suu Kyi era, negli ultimi mesi, aumentata in modo preoccupante dal punto di vista di Naypyidaw. Barack Obama, durante il suo viaggio in Asia, si era ripetutamente rivolto alla giunta chiedendo in modo pressante la liberazione del premio Nobel e lo stesso hanno fatto le cancellerie di tutti i paesi occidentali. Alla fine al regime è convenuto cedere avendo considerato che l’effetto simbolico della liberazione (ci sono altri 2100 detenuti politici nelle carceri del regime) avrebbe di gran lunga sorpassato le conseguenze politiche della liberazione. Le elezioni farsa a cui però una parte dell’opposizione ha accettato di partecipare, hanno fornito nuova legittimazione alla giunta militare, mentre i rapporti sempre più stretti e amichevoli con la confinante Cina assorbono molto bene sanzioni e pressioni da occidente. La liberazione di Aung San Suu Kyi, alla fine, è più il segno della forza del regime di Burma che non della sua debolezza o della sua resa democratica. g. loquenzi, l’occidentale

Il tramonto dell’Occidente? che bluff…

Mercoledì, 20 Ottobre 2010

Smetterla di pensare solo all’Islam vuol dire sottrarsi a una delle grandi narrazioni della paura di questo inizio secolo, come la fine del capitalismo, la catastrofe ambientale, l’esaurimento dei combustibili fossili, un nuovo paganesimo capace di travolgere la Cristianità. Neanche Spengler avrebbe mai toccato le vette di autolesionismo raggiunte dai nuovi cantori del “tramonto dell’Occidente”: ogni volta sembra che la nostra civiltà debba sparire e invece continua a progredire. Cent’anni fa le grandi potenze controllavano tre quarti delle terre emerse, ma quello era il colonialismo, l’espressione faustiana della potenza occidentale, sangue, guerre, rapina delle risorse mondiali e milioni di vite umane sacrificate. Poi ci sono stati due conflitti mondiali, fascismo, comunismo, un pantheon poco edificante capace di far breccia ad altre latitudini. Ma che l’America è rimasta quel che era, il mondo atlantico non ha ceduto alla tentazione totalitaria, le democrazie europee dopo la dittatura sono resuscitate assicurando libertà e benessere ai popoli diretti sulla strada della globalizzazione. In futuro dovremo riconoscere con meno esitazione i nostri limiti: credenze e pregiudizi duri a morire come la fiducia quasi religiosa nel consumo, la dipendenza dalle materie prime e dal petrolio, una società sempre più mediatizzata e virtuale ai confini del Luna Park. Prima di togliersi la vita, lo scrittore americano David Foster Wallace ha raccontato i mali oscuri del nostro tempo. Andrebbe riletto per scansare facili entusiasmi. Eppure le democrazie occidentali conservano dei valori indissolubili e spendibili nei futuri assetti internazionali. Un’economia basata sul libero mercato, rappresentanti eletti dal popolo in liberi parlamenti, una società civile capace di mettere dei paletti al potere, un sistema giudiziario indipendente. La domanda è se nei prossimi decenni riusciremo a sostenere la pressione congiunta delle “nuove grandi potenze”, Cina, India, Russia, Brasile, oppure il mondo acquisterà equilibri diversi da quelli che conosciamo, incrinando l’egemonia occidentale più di quanto non lo sia già. L’Europa può resistere a questi concorrenti completando il processo di unificazione politico, economico, militare, culturale, iniziato dopo la Seconda Guerra mondiale, ma l’Occidente corre davvero il rischio di finire al traino dei giganti asiatici? Se guardiamo come vengono descritte le “nuove potenze” risuona l’eco di esagerazioni storiche da cui stiamo appena uscendo convalescenti. I bestseller di (fanta?)economia raccontano una Cina senza rivali ma quanto c’è di libero mercato e quanto di iniezione statale nell’economia della Repubblica popolare? Pechino soffre di sovrapproduzione, la domanda interna e i consumi non reggono al decollo, i mercati occidentali rappresentano uno sbocco obbligato per il Celeste Impero. Le politiche di controllo delle nascite vorrebbero ridimensionare la crescita demografica ma offrono soluzioni aberranti come “l’aborto selettivo” sulla base del sesso del nascituro. La mancanza di libertà sta diventando insopportabile, come ha dimostrato il premio Nobel per la Pace a Lin Xiaobo. La scomposizione e la ricomposizione etnica e culturale di un Paese così grande da essere ancora diviso da barriere linguistiche faranno il resto. Le nuove potenze potrebbero sgretolarsi dall’interno. L’India è molto più vicina all’Occidente di quanto non lo sia la Cina – dal punto di vista democratico, imprenditoriale – e sarà l’alleato chiave degli Stati Uniti in Asia. Solo che anche Delhi deve e dovrà vedersela con tassi di povertà e condizioni di vita disperate della popolazione, problemi di lungo periodo che covano sotto il vulcano con un impatto potenzialmente esplosivo sulla stabilità del Paese. Quella indiana è una civiltà culturalmente e spiritualmente diversa dalla nostra ma si sta occidentalizzando sotto tanti punti di vista, com’è accaduto al Giappone o alle (ex) “Tigri asiatiche” che non appartenevano alla storia occidentale ma ne hanno preso il modello politico ed economico sviluppandolo in modo originale sulla base delle proprie radici e tradizioni storiche. Lo stesso fenomeno interessa il Brasile e altri stati del Sudamerica e rende l’America Latina il miglior candidato a diventate la “terza gamba” dell’Occidente dopo l’Europa e il Nord-Atlantico (e Israele, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica…). Nel mondo islamico l’esperimento si chiama Iraq, la democrazia uscita dalla guerra di liberazione contro il regime di Saddam Hussein. La Turchia di Erdogan a sua volta sta facendo i conti con la divisione fra stato e chiesa, un passaggio che se fosse assolto potrebbe riavvicinare Ankara a Bruxelles. E infine come si fa a credere che la Russia di oggi sia paragonabile alla vecchia Unione Sovietica? Allora il mondo era diviso in sfere di influenze, dopo la caduta del comunismo invece c’è stato spazio per un’unica superpotenza – gli Stati Uniti. Quello fu uno scontro di dimensioni epiche e globali che per decenni ha tenuto l’Europa con il fiato sospeso per un blitz dell’Armata Rossa, oggi la battaglia si gioca nel “cortile di casa” russo come ha dimostrato la guerra in Georgia nel 2008. Bene che vada i successori di Putin potranno ergersi a custodi dell’Ortodossia e preservare l’intangibilità delle frontiere ma difficilmente Mosca otterrà di più. Il Cremlino ha rimesso prepotentemente piede nell’economia ma è un vantaggio che si regge sulle megaconcentrazioni come Gazprom e rischia di generare delle crisi con effetti distruttivi sulla società russa. Se aggiungiamo il cesarismo, le pulsioni illiberali e a sfondo etnico, una divisione quasi feudale della società, il quadro clinico di Mosca assume contorni funebri. L’America ha retto al colpo dell’11 Settembre affrontando due guerre e lo sfascio economico. Gran parte della responsabilità di quel che un domani sarà la civiltà occidentale dipende dalle scelte che vengono prese a Washington. E’ il caso della Polonia. La caduta del comunismo nei Paesi dell’Europa Orientale ha rappresentato un momento decisivo di quella Rivoluzione liberale partita in Spagna e Portogallo alla metà degli anni Settanta, “esportata” in America Latina e sancita dalla triade Reagan-Thatcher-Giovanni Paolo II. Qui nasce la democrazia polacca, un Paese giovane, fiducioso della globalizzazione, che cresce più di molti altri partner europei. Varsavia, per inciso, è anche un esempio di cosa significa “radici cristiane” del mondo occidentale. Peccato che il Presidente Obama abbia tradito le aspettative dei polacchi scendendo a patti con Mosca sul disarmo e lo scudo spaziale. r. santoro l’occidentale

Son tornate le spie bone…

Mercoledì, 30 Giugno 2010

anna_chapman-e1277895184689-300x284Bentornati fra noi, Mikhail, Natasha, Igor, Vladimir, o qualunque sia il vostro nome dietro le identità false di spie della porta accanto. Grazie per averci riportato a un mondo più comprensibile e in fondo più sicuro, buoni e cattivi, indiani e cowboy, Cia e Kgb, noi qui voi là e Le Carrè in mezzo a raccontarci il gioco. Vi avevamo un po’ persi di vista, nel bordello angoscioso e amorfo del terrorismo sanguinario senza stati o bandiere e degli “affari bagnati” alla Litvinenko che puzzano più di mafie che di funerali a Berlino, ma voi non eravate mai scomparsi. Eravate sempre lì, nostri vicini di casa. Anche se forse lo avreste voluto, travestiti da ordinarie famigliole di suburbanites americani sparsi nei sobborghi della Virginia e del New Jersey, per vent’anni assegnati a vivere la vita dell’erba da tagliare, del barbecue per il Quattro di Luglio, delle lezioni di nuoto e di soccer per i bambini, i vostri burattinai e i vostri cani da guardia non vi avevano mai dimenticato. “Ricordatevi perché siete lì” li aveva rimbrottati un cazziatone dello “Sluzhba Vneshney Razvedki”, che era il Primo Direttorato del vecchio, caro Kgb, nel 2009: “Dovete raccogliere informazioni riservate politiche e militare e trasmetterle al C”, alla Centrale. Sveglia, ragazzi, non siete lì per divertirvi. Ma quando la processione di auto senza contrassegni dello Fbi e della polizia di Montclair, il sobborgo di New York sui monti Watchung dai quale nei giorni limpidi si vede benissimo lo skyline di Manhattan sdentato per sempre delle due torri, ha portato via i Murphys, Cynthia e il falso marito (un alias) dalla casetta bianca fra altre casette bianche, le due bambine (vere) sono uscite abbracciando spaventate il cuscino sul quale dormivano. Si credevano americane, come i loro compagni di scuola. Non sapevano di essere cucciole di spie. Da anni lo Fbi, il Federal Bureau of Investigation – non la Cia – che ha il compito del controspionaggio, vi teneva d’occhio, vi seguiva nei condomini di lusso di Capitol Hill, all’ombra della cupola del Parlamento a Washington, dove Mike Zottoli, la spia alle vongole, faceva la parte dell’italoamericano piacione con la finta moglie Patricia Mills, naturalmente “gli inquilini più simpatici del palazzo” secondo l’amministratore. Vi tallonava nei caffè da yuppies e da Sex and the City, tra cappuccini e wi-fi nei quali Anna la Rossa, la bellona genere classico da “honey trap”, da trappola al miele, cadde miseramente lei, nella trappola, quando un agente Fbi le chiese un passaporto falso e lei rispose “shit yes”, da disinvolta di mondo, “merda e come no?”. Vi osservavano, poveri travet dell’intelligence, sui treni del commuting, la ferrovia per pendolari assonnati del New Jersey che vi portava verso i vostri finti lavori, di agente immobiliare (Anna era arrivata a due milioni di dollari in commissioni legittime vendendo appartamenti ai milionari russi con soldi da nascondere), di consulente, di impiegati di banca, di giornalista. Vi avevano intercettato le e-mail, ripreso mentre nell’intervallo per la colazione a Central Park, sbocconcellando felafel bisunti o hot dog grondanti di senape, facevate il giochetto del “tocca e passa”, scambiando foglietti con apparenti sconosciuti urtati per caso. O spedivate i “radiogrammi”, che fanno tanto Guglielmo Marconi sulle colline di Bologna, ma sono invece bursts, sofisticatissime e brevissime esplosioni di segnali radio supercompressi e illeggibili, dagli apparecchi nella cantina delle vostre case, alla sera, mentre la finta moglie svuotava la lavastoviglie e i bambini veri, figli loro, si lavavano i denti prima di addormentarsi abbracciando il cuscino. Tutto come una volta, come negli anni nel quali sapevamo che russi e americani giocavano al “grande gioco” e non c’erano davvero segreti, dietro le paratie stagne che perdevano come colabrodi e le borse con i soldi per finanziare partiti, sindacati, politicanti astuti. E appena gli Usa e la Nato sfornavano un aereo nuovo, sei mesi più tardi un clone con la stella rossa già volava e andava bene così. Perché era sulla mancanza di veri segreti militari che riposava la certezza che né gli Stranamore del Pentagono pre, post o neo falchi, né i vecchi cardinali del Cremlino avrebbero mai osato pigiare il bottone del “Mad”, del reciproco annientamento garantito. Questi undici spioni della porta accanto e della scala B interno 4, o forse più perché il procuratore della repubblica di New York, Mike Farbiarz fa capire che il gomitolo non è stato del tutto dipanato, non avevano ombrelli letali, pillole radioattive, puntali di ferro avvelenati nelle scarpe. James Bond non prenderebbe il treno delle cinque del mattino con il blackberry in una mano e la tinozza del caffè nell’altra mano, né parteciperebbe a riunioni condominiali. Non c’era licenza di uccidere per queste talpe innocue e profondissime, spedite alcune nei primi anni ’90, quando i fessi pensavano che la storia fosse finita e i cari Boris, George, Bill, Ronald, Vladimir fossero divenuti soci di una bocciofila internazionale. Dimenticando il monito di Lord Palmerston, che le grandi nazioni non hanno amici permanenti, ma soltanto interessi permanenti. Dovevano semplicemente diventare americani, usare quell’inglese magari con accento italiano imparato nelle leggendarie scuole del Kgb, le stesse dove si è formato per sempre “il mio amico Putin con gli occhi sinceri”, come disse Giorgino Bush di lui. I Murphy del New Jersey avevano imparato tutte le statistiche di baseball, per essere come il vecchio Joe del cortile accanto. Facevano il tifo per i New York Jets, la squadra che va in ritiro proprio dove loro vivevano. Non c’erano fra di loro afroamericani, ma finti ispanici, come Vicky Pelaez. Si era fatto un piccolo nome, Viky, nel giornalismo e aveva una rubrica di opinioni su El Diario, uno dei massimi quotidiani in spagnolo del nord est. Quando li hanno visti portare via in manette con il solito sfoggio di agenti, furgoni, luci roteanti, non si capiva chi fosse più sbalordito, se i conoscenti o le spie. Non sappiamo ancora quali informazioni terribili avessero passato, ora che in qualunque Internet Cafè di Rawalpindi è possibile studiare e copiare i diagrammi di ogni arma, atomica o convenzionale, ma non dovevano essere gran cosa se nel 2009 la “Centrale” li cazziava per scarso rendimento. L’Fbi sospetta che i russi fossero interessati agli “schianta bunker”, a quelle nuove mini atomiche capaci sbriciolare anche le fortificazioni sotterranee più robuste. I messaggi e le istruzioni dal “C”, dalla Centrale, chiedevano di infiltrare i circoli politici di Washington, di fare quello che ogni secondo segretario di ambasciata fa abitualmente, sciroppandosi strazianti cocktail party a Georgetown per mandare rapportini al ministero che nessuno leggerà, di frequentare personalità dell’alta finanza che comunque non prevedono mai Borse o mercati. E poiché la nuova Russia dell’amico Vladimir tiene al soldo, fra le imputazioni agli undici c’è anche, guarda caso, quella di “riciclaggio di danaro sporco”, profumo di mafie e di paradisi fiscali. Se le accuse saranno provate, 20 anni di carcere attendono Anna la Rossa, Mike il Paisà, Kathy la Mamma. La sedia elettrica dei Rosenberg non funziona più. Ma le bambine dovranno aspettare a lungo per la prossima lezione di nuoto.

Politica estera (all’amatriciana)

Martedì, 16 Giugno 2009

L’umiliante (per l’Italia) visita di Gheddafi dovrebbe insegnare molto in termini di diplomazia: la quale non si può fare senza diplomatici. Sappiamo a che servono i diplomatici: lo dice la parola stessa. I diplomatici sono quei professionisti che sanno già prima che un leader parli che cosa dirà, e dunque sanno che cosa rispondere. Sono quelli che scrivono i comunicati prima che vengano letti dai ministri. Quelli che si assicurano che tutto vada liscio, e che non ci siano sorprese. Purtroppo, in Italia (e non solo) è prevalsa da tempo l’idea che la politica estera debba essere sottratta ai noiosi e pedanti diplomatici per essere consegnata ai fascinosi e flamboyant primi ministri. I quali ne fanno uso a scopo personale, e dunque con stile personale.

Il primo a lanciare la moda fu Neville Chamberlain, che volò (per la prima volta con l’aereo nella storia della diplomazia) a incontrare Hitler due volte faccia a faccia, una volta nel suo "nido delle aquile" sulle Alpi bavaresi e un’altra a Bad Godesberg, nel fatale settembre del ’38. Il primo ministro inglese scommise la sua carriera politica sulla riuscita di quel meeting, inteso ad evitare la guerra per i Sudeti. Era dunque nella migliore predisposizione d’animo per concedere al dittatore tutto quel che lui voleva, pur di assicurarsi un successo personale. E infatti glielo concesse, in incontri non preparati dai diplomatici e senza i diplomatici. Fu il disastro che sappiamo: per lui, per la Gran Bretagna e per la pace in Europa.
Il vezzo della politica estera personale, fatta di pacche sulle spalle e di strette di mano, almeno in Italia dovrebbe ormai aver mostrato tutti i suoi limiti, dopo la incredibile tre-giorni libica a Roma. Un ex diplomatico di lungo corso come Boris Bianchieri, ha indicato ieri stupefatto sulla Stampa tutti gli errori di preparazione della visita: l’invito al Senato e alla Camera, il discorso all’università, l’allucinante idea di lasciarlo parlare di diritti delle donne davanti a una platea di donne, con lui in cattedra e la Carfagna in posizione alunna. Ma Biancheri, appunto, è un diplomatico. Invece la politica estera personale è fatta di scambi e favori. Tutti gli onori per Gheddafi erano ingenuità diplomatiche inevitabili perché facevano parte del prezzo pagato da Berlusconi nei confronti del tiranno libico. L’umiliazione non era stata mal calcolata, era scritta nel conto.

Questa non è più politica estera, perché non ha più l’interesse nazionale come suo centro e fine. L’interesse personale dei politici che la conducono è prevalente, e talvolta può essere a scapito dell’interesse nazionale.

Ci auguriamo che Berlusconi se ne renda conto, proprio nella settimana che si apre e in cui per la prima volta dovrà fare i conti con un inquilino della Casa Bianca poco incline alle pacche sulle spalle e alle passeggiate nei ranch. La Farnesina è una grande scuola di diplomazia. ll premier ne faccia uso, e si faccia preparare con attenzione e professionalità colloqui e dossier. Evitiamo un’altra figuraccia.

ilriformista.net

(continua…)

I 12 giorni che possono cambiare la Storia

Giovedì, 8 Gennaio 2009

Si sa come le guerre cominciano ma non come finiscono. Tutte però portano cambiamenti. Nella guerra di Gaza alcuni sono già visibili. Altri emergeranno meno come conseguenza dei combattimenti che della percezione dei loro reali o immaginari risultati.
Di cambiato, in Israele, c’è l’esercito che ha ritrovato la fiducia in se stesso e nei suoi comandanti. C’è un capo di Stato maggiore che comanda e tace con ufficiali e soldati che non hanno più il permesso di telefonare a casa. C’è un premier che evita il protagonismo; un ministro della guerra che promette una lotta dura, lunga e priva di trionfalismo. C’è un ministro degli Esteri che usa poco l’informazione del suo ministero e molto le apparizioni personali per allargare le divisioni sul piano internazionale. Queste divisioni sono risultati evidenti di questa guerra: incapacità dell’Europa di formulare una politica chiara e unita; vacuità del protagonismo presidenziale francese; sostegno tedesco e italiano, prudenza russa, assenza americana.
A livello regionale i cambiamenti sono notevoli: rottura dello schieramento arabo, con rinnovata dimostrazione di impotenza della Lega araba; prudente riemergere della leadership dell’Egitto come fattore capace di apportare soluzioni a favore dei palestinesi di fronte alla passività saudita e alla vuote dichiarazioni di sostegno della Giordania, dei paesi del Golfo, dell’Iran. La sospensione delle azioni militari israeliane per la durata di tre ore onde permettere l’entrata a Gaza di convogli di aiuti umanitari sembra avere anche il compito di privilegiare l’azione diplomatica del Cairo per raggiungere un accordo di tregua più prolungata. Comunque, vedere Khaled Meshal, leader di Hamas residente a Damasco inviare – apparentemente senza coordinamento con il governo di Gaza – due delegati al Cairo per chiedere l’intervento del presidente Mubarak per rinnovare la tregua è significativo anche perché ormai Gaza è passata sotto il controllo dell’ala militare di Hamas: l’organizzazione Izadin al Kassam è desiderosa di continuare la lotta a tutti i costi e considera la popolazione la sua più importante linea difensiva.
In Israele si nota il crescere di autocontrollo dell’opinione pubblica (nonostante l’insistenza di scrittori a dare ai politici e ai militari consigli non richiesti) assieme al crescere del realismo dovuto anche alla stanchezza di un popolo troppo provato dalle guerre. Altro segno: la diminuita sfrontatezza dei nuovi milionari parvenu (anche a causa della crisi finanziaria) e il diminuito tono belligerante della destra, anche se sceso meno dello stridore petulante degli ortodossi che rifuggono dal servizio militare. Le cose cambieranno quando al rombo dei cannoni si sostituirà il rumore della propaganda elettorale. Per tutti gli estremisti di destra e di sinistra sarà difficile tornare alle posizioni di prima perché il pubblico israeliano si rende conto che da questa guerra lo Stato può uscire solo vincitore ai punti con una tregua internazionalmente garantita che non distruggerà Hamas.
Per i Palestinesi la frattura fra Gaza e la Cisgiordania si rivela più profonda di quella fra al Fatah e Hamas. Non ci sono attacchi suicidi invocati dal Libano dal leader degli Hezbollah, che non sembra disposto ad aprire un secondo fronte contro Israele. Quanto al milione e mezzo di arabi israeliani che Gerusalemme sperava di poter politicamente ammansire con l’integrazione economica, scoprono che questa guerra ha già distrutto quel poco di fiducia che gli israeliani ebrei avevano in loro, assieme all’idea di uno Stato palestinese non islamico nel prossimo futuro.

(continua…)

L’impero romano di Sarkozy

Sabato, 12 Luglio 2008

A poche ore da quello che i francesi chiamerebbero un «Jour-J» di sicuro c’è solo che domani a Parigi ci sarà un vertice con quarantasette Capi di Stato e di governo dell’Europa e dei Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum e che si punta a varare un patto di collaborazione più stretta. Il resto è da discutere, e più sono concreti gli argomenti, più si fanno indefiniti i toni. Le dodici pagine della bozza di conclusioni traboccano di frasi in grassetto, carattere che certifica la mancanza di intesa. Potrebbe essere di buon auspicio il fatto che il nome dell’iniziativa sia tornato in tondo: «Il Processo di Barcellona: Unione per il Mediterraneo», Upm per gli amici. Non è stato facile accordarsi, ma era una bazzecola davanti al problema dei problemi: le velleità arabe e il ruolo di Israele. Eppure il Paris Summit non può fallire.

Il presidente francese Nicholas Sarkozy insegue da sempre il sogno di un grande palcoscenico sul quale far confluire le discussioni politiche e le decisioni finanziarie, di un Club Med nuovo e senza precedenti, grande al punto che il «sempre poetico Gheddafi» (dice l’uomo dell’Eliseo) lo ha paragonato a un rifondato Impero Romano. Il presidente francese ne parla da prima di essere eletto, lo vuole a tutti i costi, e non s’è scoraggiato nemmeno quando sulla sua strada hanno cominciato ad apparire ostacoli pesanti. Angela Merkel, ad esempio, contraria a un sodalizio rivierasco che escludesse la Germania. O gli Spagnoli, gelosi del fallimento decennale del Processo di Barcellona. O ancora i Paesi dell’Est, timorosi di vedere spostare il baricentro degli interessi e dei fondi Ue, ma anche attratti dalle teoriche grazie di una Unione del Mar Nero con Ucraina, Russia e Turchia.

La soluzione sulla sponda Nord è stata la «europeizzazione» del processo. Si è rinunciato all’ambizione di un governo regionale a favore di un maggior coordinamento. Oggi agli sherpa tocca un’ultima giornata parigina di lavoro sulle conclusioni, al momento sono circolate almeno sette bozze. Con qualche punto fermo e parecchi grassetti. Per ora è certo l’Unione avrà una co-presidenza biennale (Francia e Egitto per cominciare) e un segretariato. Aperto, al solito, il rebus della sede: Bruxelles potrebbe essere un primo compromesso. Il grassetto appare nelle pieghe, ad esempio sulla richiesta di accordare alla Lega Araba lo status di osservatore, idea che solleva parecchie critiche, a partire da Israele.

Non c’è intesa nemmeno sulla richiesta – di matrice araba – di indicare fra gli obiettivi «il perseguimento di un Medio Oriente privo di armi di distruzione di massa, nucleari e biologiche, con regole di verifica effettiva e reciproca»: uno snodo che richiama in gioco Tel Aviv. Posto che c’è consenso multilaterale sulla «condanna del terrorismo», gli alti funzionari che lavorano alle conclusioni faticano a intendersi sul fatto «che il persistere del conflitto in Medio Oriente abbia messo a dura prova il partenariato Euromed». Laddove i leader vorrebbero votarsi a promuovere il progresso dei negoziati di pace, ecco in grassetto il riferimento a Palestina, Siria e Israele, come l’accettazione «dell’importanza dell’Iniziativa Araba quale elemento cruciale» per il dialogo.

Parte del fronte Sud auspica che il vertice riconosca «i benefici economici della creazione di una Zona di libero scambio nella regione Euromed dal 2010». Il punto è dubbio, come la «volontà di promuove flussi di migrazione legali», tasto su cui frenano gli europei. Su ambiente, trasporti, energia alternativa, educazione, commerci, tutto risulta relativamente semplice. Ci saranno occasioni per litigare sui dettagli. Sui principi, no. Resta un giorno per scolpire il sogno di Sarkò, per fare un salto lontano, o tornarsene spiumati in Quarantasette, sperando che il tempo regali all’Upm un destino migliore.

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Evviva l’Irlanda!

Domenica, 1 Giugno 2008

Il referendum irlandese per l’approvazione del Trattato di Lisbona – la microcostituzione che dovrebbe risollevare le sorti dell’Unione europea dopo il no francese – fa paura. I sondaggi fanno temere il peggio e una bocciatura da parte dell’Irlanda metterebbe definitivamente in crisi il progetto europeo.

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6000 attentatori suicidi di Al Qaida: trovato l’elenco in Iraq

Giovedì, 8 Maggio 2008

In Iraq è stata appena trovata la stele di Rosetta di al Qaida. E’ l’elenco dei seimila attentatori suicidi dal 2003 a oggi. L’hanno trovato – ma deve essere ancora analizzato dagli esperti – i volontari sunniti che si battono contro i terroristi nella provincia di Diyala. E’ un’area cuscinetto tra Baghdad e il confine con l’Iran dove gli estremisti si sono rifugiati dopo l’inizio del piano di sicurezza nella capitale nel febbraio 2007 (esatto, merito del generale americano Petraeus). Di documenti simili ne sono stati già trovati: per esempio i Registri di Sinjar, l’autunno scorso, che davano conto dell’ingresso nel 2007 di almeno 600 "combattenti stranieri". Lo sceicco Sabah Shukhr al Shumary, capo dei clan locali che ha già visto nomi e luoghi di provenienza sul documento, dice che la maggior parte degli iscritti di al Qaida sono fanatici che arrivano dall’Arabia Saudita e dall’Afghanistan (con tanti saluti alla domanda su cui tanto ci siamo lambiccati in Italia: è la banda di al Zarqawi mossa da puro amor di patria? Son forse loro gli eredi diretti dei partigiani dell’Alto Monferrato, dei maquis francesi o del Frente Popular spagnolo che nel 1936 lottava contro i franchisti?).

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Una grande alleanza per fermare Pechino

Lunedì, 24 Marzo 2008

Perché i governi occidentali reagiscono con imbarazzata prudenza alla crescente domanda di far cessare la repressione in Tibet? Ormai la Cina è troppo potente per essere dissuasa e troppo inserita nel mercato internazionale per essere sanzionata. Ma il problema va ben oltre quello, pur devastante, di non riuscire a difendere i diritti umani.

La Cina, infatti, è fonte di tre rischi: oggi, postura destabilizzante nel sistema mondiale; domani, possibile implosione economica per squilibrio del modello interno, con contagio globale; dopodomani, il suo modello di capitalismo autoritario avrà più forza di quello democratico e lo sconfiggerà. Pechino non sta facendo abbastanza per prevenire i primi due rischi e persegue il terzo come obiettivo. Tale evidenza pone in priorità la regolazione della Cina. Ma i pensatoi occidentali sono divisi tra chi lo ritiene ormai infattibile e propone di arrendersi cercando il miglior compromesso (realismo pragmatico) e chi insiste nel cercare una pur difficilissima soluzione (realismo strategico). Tale è ora la "questione cinese".

La divisione tra realisti pragmatici e strategici non è nuova. Nel 1994 l’Ufficio scenari del Pentagono stimò che nel 2022 la Cina avrebbe superato la potenza degli Stati Uniti e raccomandò politiche conseguenti. Ma nello stesso periodo l’amministrazione Clinton cooptò Pechino nella Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, dandole accesso al mercato globale e privilegi bilaterali. Tale scelta fu motivata come applicazione del "globalismo positivo": la ricchezza favorirà la democratizzazione graduale. In realtà fu sostenuta da scambi pragmatici, di grande vantaggio contingente per il business statunitense, che incentivarono i politici a sottostimare il pericolo prospettico.

Pròva ne è che le condizioni date a Pechino aperture, trasparenza, diritti, e non aggressività  pretendevano solo una accettazione di principio. La Cina non le ha rispettate ed ha avviato una politica di potenza. Nel 2007 l’amministrazione Bush cercò di bloccare la conquista cinese dell’Africa e parte dell’America Latina via contratti di sostegno alle dittature in cambio di energia ed influenza.

Ma la Cina sfuggì facilmente, incentivando la Russia, dissuadendo l’Europa e, probabilmente, ricattando l’America, stessa impegnata sul fronte islamico e vincolata dal sistema economico binario sinoamericano ormai consolidatosi. Il fabbisogno di capitale cinese per salvare la finanza occidentale in crisi ha ora sepolto il tentativo.

Inoltre il progetto cinese di potenza prevede tempi lunghi e la minimizzazione delle controreazioni nel frattempo. Lo concepì Deng Xiaoping negli anni ’70: staccarsi dall’Urss perché senza forza economica era impensabile sfidare l’America, svilupparsi con l’aiuto degli occidentali per poi, nei decenni, diventare più grandi di loro e piegarli. Ed ora sta avvenendo.

Hanno ragione i pragmatici a prenderne atto adattandosi? Non ancora, una soluzione c’è. Si tratta di unire le grandi democrazie affinché formino un’area di mercato internazionale compatibile con il capitalismo democratico che poi negozi nuovamente le condizioni di accesso per la Cina, facendole rispettare. Tale Grande alleanza avrebbe scala geopolitica ed economica sufficienti per condizionare la Cina, senza necessità di ricorrere a suicidi atti ostili quali il protezionismo 0 la frizione militare.

Per svilupparsi dovrebbe avere un nucleo magnetico basato sulla convergenza iniziale tra America ed Unione europea. Questo il punto di interesse diretto per l’Italia che, pur spesso dimentica, è parte influente dell’Europa.

La UE deve riflettere apertamente sulle sue nuove responsabilità globali, trovare in queste nuovi motivi per meglio unirsi internamente, per poi integrarsi esternamente in una futura Euramerica. E l’America deve prendere atto di essere ormai troppo piccola per fare a meno dell’Europa nella missione di governo del globo. Fantapolitica? Forse, ma è anche l’unica strategia rimasta.

Carlo Pelanda
il sole24 ore 23/3

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