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Alla ricerca di un’etica universale: nuovo sguardo sulla legge naturale

Mercoledì, 10 Ottobre 2012

1. Esistono valori morali oggettivi in grado di unire gli uomini e di procurare ad essi pace e felicità? Quali sono? Come riconoscerli? Come attuarli nella vita delle persone e delle comunità? Questi interrogativi di sempre intorno al bene e al male oggi sono più urgenti che mai, nella misura in cui gli uomini hanno preso maggiormente coscienza di formare una sola comunità mondiale. I grandi problemi che si pongono agli esseri umani hanno ormai una dimensione internazionale, planetaria, poiché lo sviluppo delle tecniche di comunicazione favorisce una crescente interazione tra le persone, le società e le culture. Un avvenimento locale può avere una risonanza planetaria quasi immediata. Emerge così la consapevolezza di una solidarietà globale, che trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Questa si traduce in una responsabilità planetaria. Così il problema dell’equilibrio ecologico, della protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima è divenuta una preoccupazione pressante, che interpella tutta l’umanità e la cui soluzione va ampiamente oltre gli ambiti nazionali. Anche le minacce che il terrorismo, il crimine organizzato e le nuove forme di violenza e di oppressione fanno pesare sulle società hanno una dimensione planetaria. I rapidi sviluppi delle biotecnologie, che a volte minacciano la stessa identità dell’essere umano (manipolazioni genetiche, clonazioni…), reclamano urgentemente una riflessione etica e politica di ampiezza universale. In tale contesto, la ricerca di valori etici comuni conosce un ritorno di attualità (…)

La interessanti riflessione sulla legge naturale nel documento omonimo della Commissione teologica internazionale del Vaticano:

http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/cti_documents/rc_con_cfaith_doc_20090520_legge-naturale_it.html

 

La Cattolica, il giuramento “con riserva interiore”

Lunedì, 17 Settembre 2012

Ottantuno anni fa, per l’esattezza il 28 agosto 1931, veniva promulgato il Regio Decreto n. 1227, recante «Disposizioni urgenti sull’Istruzione superiore». Si tratta proprio di quel provvedimento normativo che conteneva il famigerato articolo 18, ovvero l’obbligo per i docenti universitari di prestare giuramento al potere politico, quale conditio sine qua non per poter accedere alla cattedra o per poterla mantenere. Un odioso ricatto perpetrato attraverso la seguente formula: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di osservare l’ufficio di insegnante e adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla Patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti, la cui attività non si concili coi doveri del mio ufficio». Pare che in tutta Italia furono solo una quindicina, su oltre milleduecento, i docenti che ebbero il coraggio di rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo, perdendo così la cattedra universitaria. 
Chi ritenga che tale episodio possa essere riferibile solo ad un triste e lontano passato, è subito servito. Le ideologie mutano i contenuti, ma non i metodi. Imperando nell’Italia 2012 la dittatura del relativismo, i docenti universitari sono ora sottoposti ad altre formule di giuramento, onde garantirsi o mantenersi la relativa cattedra. Accade ad un giovane docente dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, al quale viene draconianamente imposta la sottoscrizione del Codice Etico del medesimo Ateneo, per poter accedere alla possibilità d’insegnamento. Senza adesione ai principi del Codice, nessuna lettera d’incarico.
Essendo il giovane aspirante docente di fede cattolica, apostolica, romana (capita che ve ne siano anche presso l’Università Cattolica di Milano), egli nutre forti dubbi circa il contenuto del documento che è tenuto obbligatoriamente a sottoscrivere. La propria coscienza impedisce un’adesione acritica per le seguenti ragioni.
1) Non condivide il fatto che in tutte le trenta pagine che costituiscono tale Codice Etico, non si faccia, neppure una sola volta, un benché minimo riferimento alla Fede Cattolica, che connota fin dalla sua denominazione l’Ateneo milanese.
2) Non condivide il fatto che nel Preambolo del Codice, ove si precisano natura e finalità dell’Università, si faccia un generico riferimento al “cristianesimo”, senza mai citare una sola volta un benché minimo richiamo ai valori, agli ideali, ai principi della Fede Cattolica, ad onta della saggia regola secondo cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro.
3) Non condivide che nell’articolare le finalità dell’Università Cattolica si sia omesso ogni riferimento alla Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, al Magistero ed alla dottrina sociale della Chiesa Cattolica.
4) Non accetta l’adesione acritica al Trattato dell’Unione Europea che viene incomprensibilmente imposta, atteso il pesante giudizio negativo espresso da Sua Eccellenza Mons. Dominique Marie Jean Rey, Vescovo di Frejus-Toulon, secondo cui tale documento «rappresenta in molti punti una rottura intellettuale e morale con le altre grandi formulazioni giuridiche internazionali, presentando una visione relativistica ed evolutiva dei diritti dell’uomo che mette in causa i principi del diritto naturale». Non dimentica neppure, tra l’altro, che gli estensori del Trattato che l’Università impone di far firmare, si siano ostinatamente rifiutati di richiamare, nel suo preambolo, le radici cristiane della cultura europea, nonostante i ripetuti ed accorati appelli del Beato Giovanni Paolo II, rimasti inascoltati. Valendo anche in questo caso, il principio per cui un’Istituzione che non riconosce le proprie radici non ha futuro, il giovane aspirante docente non comprende per quale ragionevole motivo debba essere costretto a riconoscere un simile Trattato “menomato”.
5) Non accetta il concetto di una discriminazione fondata sul cosiddetto «orientamento sessuale», in quanto tale criterio non è condiviso dal Magistero della Chiesa Cattolica, né tantomeno condivide le espressioni previste nel Codice Etico quali «genere» e «scelte familiari», frutti avvelenati dell’odierna cultura relativista coraggiosamente combattuta da Sua Santità Benedetto XVI.
6) Non accetta l’obbligo di sottoscrivere l’adesione a generici «valori fondamentali dell’integrità, dell’onestà, della legalità, della solidarietà, della sussidiarietà, dell’accoglienza, del dialogo, dell’eccellenza, del decoro, della valorizzazione del merito, delle capacità e delle competenze individuali, dell’uguaglianza, nonché della prevenzione e del rifiuto di ogni ingiusta discriminazione, violenza, abuso e attenzione impropria». Ritiene, infatti, che nel Codice Etico di un’Università Cattolica si dovrebbe aderire a valori meno generici, buoni forse per chi non ha la grazia di essere illuminato dalla Fede.
7) Non accetta l’eccessiva enfasi e la stessa collocazione all’art. 2 del Codice Etico, di una disposizione composta di ben quattro commi, intitolata «Abusi sessuali e morali», che pare figlia di una posizione culturale “sessocentrica”, tipica della società contemporanea.
8) Nutre, infine, fortissimi dubbi che il Codice Etico approvato – certamente configurabile quale «atto ufficiale dell’Università» – sia pienamente conforme alle disposizioni delle Norme Generali emanate nella citata Costituzione Apostolica Ex Corde Ecclesiae, con particolare riguardo all’art.2, § 4, delle stesse Norme («ogni atto ufficiale dell’Università deve essere in accordo con la sua identità cattolica»).
Eppure, non gli è consentita alcuna alternativa. L’adesione ai principi contenuti nel Codice Etico, rappresenta un requisito essenziale ed imprescindibile per poter insegnare presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Non so se il giovane aspirante docente entrerà a far parte della categoria dei coraggiosi quindici che rifiutarono il ricatto del famigerato articolo 18, o degli altri milleduecento codardi conformisti che si adeguarono alla violenza psicologica del potere. Questo riguarda la sua vita personale e la sua coscienza. Quello che si può constatare è quanto tutto ciò appaia penosamente triste. 

Un ultimo inciso di carattere storico. Pare che sia stato proprio Padre Agostino Gemelli a suggerire a Sua Santità Pio XI, l’idea del giuramento «con riserva interiore», un escamotage per consentire ai docenti cattolici di continuare ad insegnare nelle università italiane. Chissà cosa avrebbe pensato il fondatore della Cattolica, se qualcuno gli avesse detto che ottantuno anni dopo, quell’escamotage sarebbe potuto servire anche per la sua università. Forse nella Cripta della Cappella dell’Università Cattolica potrebbero notarsi anomali sommovimenti. E’ lì che è sepolto Padre Agostino Gemelli. g. amato culturacattolica.it

Uccidere un neonato è eticamente lecito nei casi in cui lo è l’aborto

Domenica, 4 Marzo 2012

Anomalie gravi dei feti e rischi per la salute fisica e psicologica della donna sono spesso citati come ragioni valide per giustificare l’aborto. Spesso le due ragioni sono connesse, come quando la donna afferma che un figlio disabile rappresenta un rischio per la sua salute mentale. Ma c’è di più, avere un bambino può essere di per sé, a prescindere dalla salute del feto, un peso insopportabile per la psiche della donna o per i suoi figli già nati. Questo può accadere nel caso in cui la donna scopra di essere incinta dopo la perdita del partner e pertanto si senta incapace di prendersi cura da sola del bambino. Un serio problema filosofico emerge quando condizioni simili, che giustificano l’aborto, si presentano dopo la nascita del bambino. In questi casi, è necessario analizzare i fatti per valutare quando gli stessi motivi per cui si giustifica l’uccisione di un feto possono essere coerentemente usati per giustificare anche l’uccisione di un bambino già nato.Il problema potrebbe emergere, ad esempio, quando un’anomalia non è stata individuata durante la gravidanza oppure quando si verifica durante il parto. L’asfissia perinatale, per esempio, può causare seri danni al cervello a cui conseguono gravi disturbi fisici o mentali paragonabili a quelli per cui una donna potrebbe chiedere l’aborto. Soprattutto, l’anormalità non è, o non può essere, sempre diagnosticata dalle analisi prenatali anche quando la malattia è genetica. Questo caso si verifica più spesso quando la malattia non è ereditaria ma è il risultato di una mutazione genetica dei gameti di genitori sani. Un esempio è quello della sindrome di Treacher-Collins (Tcs), una condizione che si verifica una volta ogni 10 mila nascite e che causa deformità del viso connesse a problemi fisiologici, in particolare a potenziali problemi respiratori che mettono in pericolo la vita. Di solito chi è affetto dalla Tcs non ha problemi mentali, perciò è completamente cosciente della propria condizione, di essere diverso dagli altri e di tutti i problemi che la propria patologia comporta. Molti genitori sceglierebbero di abortire, se scoprissero con una diagnosi prenatale di tipo genetico, che il proprio feto è affetto dalla Tcs. Comunque, diagnosi prenatali per la Tcs di solito vengono fatte solamente se esiste una storia famigliare di questa malattia. A volte, però, la malattia è causata da una mutazione genetica di gameti di genitori sani. Soprattutto, il test per la Tcs, è piuttosto costoso e ci vogliono diverse settimane per conoscerne i risultati. Considerando la rarità della patologia, si capisce perché le donne non si sottopongono spesso alla diagnosi di questa malattia.Comunque, queste rare e gravi patologie non sono le uniche ad avere scarsa possibilità di essere diagnosticate prima del parto; anche le più comuni malattie congenite, di cui le donne normalmente verificano la presenza, potrebbero non essere rintracciate. L’esame di 18 registri europei rivela che tra il 2005 e il 2009 solo il 64 per cento dei nati con la sindrome di Down sono stati diagnosticati dai test prenatali. Questa percentuale indica che, considerando solo l’Europa, circa 1700 bambini sono nati con la sindrome di Down senza che i genitori lo sapessero prima della nascita. Una volta che questi bambini sono nati, non c’è possibilità di scelta per i genitori se non quella di tenere il bambino, che spesso è proprio la scelta che non avrebbero mai fatto se la malattia fosse stata diagnosticata prima della nascita.ABORTO E ABORTO POST-NATALEL’eutanasia infantile è stata proposta dai filosofi per i bambini con gravi anomalie e la cui vita potrebbe essere non degna di essere vissuta e che sperimenteranno sofferenze insopportabili. Anche i medici professionisti hanno riconosciuto il bisogno di linee guida che indichino i casi in cui la morte sembra essere nel migliore interesse del bambino. In Olanda, per esempio, il protocollo di Groningen (2002) permette l’eutanasia attiva sui «bambini con prognosi che lasciano scarsa speranza e che sperimentano ciò che i medici e i genitori ritengono sia una sofferenza insopportabile». Nonostante sia ragionevole prevedere che vivere in condizioni gravi sia contro il miglior interesse del bambino nato, è difficile trovare argomentazioni inequivocabili che dimostrino che la vita con certe patologie non è degna di essere vissuta, anche quando queste patologie siano considerate sufficienti per abortire. Si dovrebbe quindi dire che ammesse pure le diagnosi più ottimiste dei potenziali bambini con la sindrome di Down, questi potenziali non potranno mai essere considerati uguali a quelli di un bambino normale. Ma si riscontra che bambini con la sindrome di Down, allo stesso modo di quelli affetti da altre malattie gravi, sono felici.
Nonostante ciò, crescere questi bambini potrebbe essere una sofferenza insopportabile per la famiglia e per la società intera, qualora lo Stato provveda alle loro cure. Da questo punto di vista, il fatto che un feto sia potenzialmente una persona che avrà (per lo meno) una vita accettabile non è una ragione per proibire l’aborto. Perciò, sosteniamo che, quando dopo la nascita si verificano le stesse circostanze che giustificano l’aborto prima della nascita, quello che chiamiamo aborto post-natale debba essere permesso. A dispetto dell’ossimoro dell’espressione, proponiamo di chiamare questa pratica «aborto post-natale», anziché «infanticidio» per enfatizzare che lo stato morale della persona uccisa è paragonabile a quella di un feto (su cui l’aborto nel senso tradizionale del termine viene normalmente effettuato) più che a quella di un bambino. Perciò, chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l’aborto. Questi casi includono quelli in cui i neonati siano potenzialmente in grado di vivere (per lo meno) una vita accettabile, ma il benessere della famiglia sia a repentaglio. Di conseguenza, la seconda precisazione terminologica è sulla scelta di chiamare la pratica «aborto post-natale», piuttosto che «eutanasia». Questa è legata al fatto che l’interesse di chi muore non è necessariamente il primo criterio di scelta, al contrario di come avviene nei casi di eutanasia.Sbagliare nel portare una persona all’esistenza non può essere paragonato con l’errore di procurare la morte a una persona in vita. La ragione è che, diversamente dall’omicidio di un essere vivente, non farlo nascere non preclude a nessuno di perseguire i propri obbiettivi futuri. Ma questa considerazione implica una ragione più convincente di quella secondo cui sui bambini gravemente handicappati debba essere praticata l’eutanasia. Se l’omicidio di un neonato non è sbagliato perché non gli preclude di perseguire obiettivi che non si è ancora prefissato, allora si dovrebbe accettare la pratica dell’aborto post-natale anche su un neonato sano, dato che anche lui non ha ancora prefissato alcun obiettivo.Ci sono due ragioni che, messe insieme, giustificano questa richiesta:
    1.    Lo status di un neonato è equivalente a quello di un feto che non può essere considerato persona in un senso moralmente rilevante.
    2.    Non si reca danno a un neonato prevenendone il potenziale divenire persona in un senso moralmente rilevante. IL NEONATO E IL FETO SONO MORALMENTE EQUIVALENTI Lo status morale di un neonato è equivalente a quello di un feto nel senso che entrambi mancano di quei propositi che giustificano l’attribuzione del diritto alla vita di un individuo. Sia un feto sia un neonato sono certamente esseri umani e potenziali persone, ma nessuno dei due è persona nel senso di un «soggetto con un diritto morale alla vita». Noi chiamiamo persona un individuo che è capace di attribuire alla propria esistenza almeno alcuni valori di base come il ritenere una perdita l’essere privati della propria esistenza. Ciò significa che molti animali e persone ritardate sono persone, ma che tutti gli individui che non sono nelle condizioni di attribuire alcun valore alla propria esistenza non sono persone. L’essere semplicemente un essere umano non è una ragione di per sé sufficiente per attribuire a qualcuno il diritto alla vita: pensiamo agli embrioni in sovrannumero, laddove la ricerca sugli embrioni è permessa, ai feti, laddove l’aborto è permesso, ai criminali laddove la pena di morte è legale. Il punto qui è che, anche se è difficile determinare esattamente quando un soggetto inizia o smette di essere una persona, una condizione necessaria del soggetto per avere il diritto a qualcosa è che sia danneggiata dalla decisione di essere privata di quella cosa. Ci sono molti modi in cui un individuo può essere danneggiato, e non tutti richiedono che egli valuti o sia cosciente del fatto che sia privato di qualcosa. Una persona potrebbe essere danneggiata nel momento in cui gli sia sottratto un biglietto vincente della lotteria anche se non venisse mai a sapere che quel biglietto era vincente. Oppure potrebbe essere ferita se qualcosa fosse fatto a lei nello stadio in cui era un feto in modo che la qualità futura della sua vita sia peggiorata (per esempio se sua madre ha preso droghe durante la gravidanza), anche se essa non ne è consapevole. Comunque, in questi casi stiamo parlando di persone che sono in grado almeno di valutare le situazioni differenti in cui si sarebbero trovate se non fossero state danneggiate. Questa condizione dipende dal livello di sviluppo mentale, il quale determina se un individuo è una persona o meno. A coloro che sono capaci di provare solamente dolore e piacere (come forse i feti e certamente i neonati) spetta il diritto di non essere lesi. Se, oltre al provare dolore e piacere, un individuo è anche capace di fare qualsiasi progetto (come alcuni esseri umani e non) allora sarà danneggiato se gli fosse impedito di realizzarlo nel caso in cui venisse ucciso. Ora, è difficile sostenere che un neonato abbia dei propositi, dato che il futuro che pensiamo per lui è solo una proiezione della nostra mente sulla sua vita potenziale. Potrebbe iniziare ad avere aspettative e a sviluppare un minimo livello di consapevolezza di sé molto presto, ma non nei primi giorni o nelle prime settimane successive alla nascita. D’altra parte, non solo i propositi ma anche i piani bene ideati sono concetti che certamente vengono applicati a quelle persone (genitori, fratelli maggiori, società) che possono essere colpite negativamente o positivamente dalla nascita di un bambino. Perciò, i diritti e gli interessi delle persone coinvolte dovrebbero essere considerati prevalenti nelle decisioni relative all’aborto o all’aborto post-natale. È vero che uno status morale particolare può essere assegnato a una non persona in virtù del valore che una persona (come la madre) gli attribuisce. Comunque, questa considerazione “soggettiva” dello status morale di un neonato non diminuisce la validità delle argomentazioni sopra citate. Immaginiamo che una donna sia incinta di due gemelli omozigoti affetti da una malattia genetica. Per curare uno degli embrioni alla donna è data la possibilità di usare l’altro figlio per trovare una terapia. Se accettasse, attribuirebbe al primo embrione lo status di “figlio futuro” e all’altro lo status di mero strumento per curare il “figlio futuro”. Nonostante ciò, il differente status morale non è dato dal fatto che il primo sia una persona e l’altro no, il che non avrebbe senso dato che i due sono identici. Piuttosto, i differenti status morali dipendono solo dal valore particolare del progetto che la madre ha su di loro. Comunque, questo progetto è esattamente quello che manca quando un neonato diventa un peso per la sua famiglia.  IL FETO E I NEONATI SONO POTENZIALI PERSONE Anche se i feti e i neonati non sono persone, sono invece persone potenziali, perché possono sviluppare, grazie ai loro meccanismi biologici, quelle proprietà che li renderà persone nel senso di soggetti con un diritto morale alla vita: che è il punto in cui diverranno capaci di fare progetti e apprezzare la loro vita. Si potrebbe obiettare che qualcuno sia leso perché impedito dal divenire una persona capace di apprezzare il proprio essere al mondo. Così, per esempio, uno potrebbe dire che noi saremmo stati lesi se nostra madre avesse scelto di abortire mentre ci portava in grembo o se ci avessero ucciso appena nati. Comunque, mentre si può dare beneficio nel dare vita a qualcuno (se la sua vita è degna di essere vissuta), non ha senso dire che qualcuno può essere leso nel momento in cui gli sia impedito di diventare una persona. La ragione sta nel fatto che, in virtù della nostra definizione del concetto di “lesione” riportata nella sezione precedente, affinché una lesione avvenga, è necessario che qualcuno sia nella condizione di sperimentarla. Se una persona potenziale, come un feto o un neonato, non diventa effettivamente persona, come me e te, allora non esiste né un’attuale né una futura persona che possa essere lesa, il che significa che non c’è alcuna lesione. Così, se qualcuno ci chiedesse se ci saremmo sentiti lesi nel caso i nostri genitori avessero deciso di ucciderci quando eravamo ancora feti o neonati, risponderemmo “no”, perché loro avrebbero danneggiato qualcuno che non esiste (cioè, il “noi” a cui la domanda viene posta), che significa che non avrebbero leso nessuno. E se nessuno viene leso, la lesione non esiste. Una conseguenza di questa posizione è che l’interesse delle persone effettive supera quello delle persone potenzialmente atte a divenire persone effettive. Questo non significa che l’interesse delle persone effettive superi sempre qualsiasi diritto delle generazioni future, dal momento in cui consideriamo il benessere delle persone che abiteranno il pianeta nel futuro. La nostra attenzione è sul diritto a diventare una persona particolare, e non sul diritto ad avere una vita buona quando qualcuno sia diventato una persona. In altre parole, stiamo parlando di individui particolari che potranno o meno diventare persone a seconda della nostra scelta, e non a seconda di quella di chi certamente esisterà in futuro ma la cui identità non dipende da quello che scegliamo ora. Il presunto diritto dell’individuo (come il feto o il neonato) di sviluppare le sue potenzialità, che qualcuno difende, è superato dall’interesse delle persone effettive (parenti, famiglia, società) di perseguire il proprio benessere perché, come abbiamo appena argomentato, solamente le persone potenziali non possono essere lese dal fatto che gli sia impedito di esistere. Il benessere delle persone effettive potrebbe essere minacciato dai nuovi bambini (anche se sani) che richiedono energie, soldi e cure che potrebbero mancare ad una famiglia. A volte questa situazione si può prevenire con l’aborto, ma in altri casi questo non è possibile. In queste eventualità, dal momento in cui chi non è persona non ha diritto morale alla vita, non c’è ragione per proibire l’aborto post-natale. Possiamo ancora avere dei doveri morali verso le generazioni future nonostante queste persone future non esistano ancora. Ma siccome prendiamo per certo che queste persone esisteranno (chiunque esse siano), dobbiamo trattarle come se fossero persone effettive del futuro. Questo argomento, però, non può essere applicato ai feti o ai neonati, perché non abbiamo ragioni per ritenere con certezza che essi esisteranno come persone in futuro. Se esisteranno o meno dipende esattamente dalla nostra scelta. ADOZIONE COME ALTERNATIVA ALL’ABORTO POST-NATALE Una possibile obiezione alla nostra argomentazione è che l’aborto post-natale dovrebbe essere praticato solo sulle persone che non potrebbero mai avere una vita degna di essere vissuta. Di conseguenza, persone sane e potenzialmente felici dovrebbero essere date in adozione dalle famiglie che non possono crescerle. Perché dovremmo uccidere neonati sani quando darli in adozione non lederebbe il diritto di nessuno e semmai accrescerebbe la felicità delle persone coinvolte (coloro che adottano e gli adottati)? La nostra risposta è la seguente. Abbiamo prima discusso l’argomentazione dal punto di vista della potenzialità, dimostrando che non è sufficientemente forte per sostenere la considerazione dell’interesse delle persone effettive. Però, per quanto gli interessi di una persona effettiva possano essere deboli supereranno sempre l’interesse attuale di una persona potenzialmente atta a divenire effettiva, perché quest’ultimo interesse è pari a zero. In questa prospettiva, gli interessi delle persone effettive implicate è importante, e tra questi interessi dobbiamo considerare anche quello della madre che potrebbe soffrire per il fatto di dare il proprio figlio in adozione. Si è spesso dimostrato che le madri naturali sperimentano seri problemi per l’incapacità di elaborare la perdita e di convivere con il proprio dolore. È vero che il dolore e il senso di vuoto possono essere una conseguenza anche dell’aborto, così come l’adozione, ma non possiamo assumere che per la madre naturale l’adozione sia meno dolorosa. Per esempio, «coloro che subiscono un lutto devono accettare l’irreversibilità della perdita, le madri naturali invece spesso sognano che loro figlio possa tornare da loro». Questo rende difficile accettare l’irreversibilità della scelta perché non potranno mai essere sicure se sia reversibile o meno.
Non stiamo sostenendo che queste siano ragioni definitive contro l’adozione come valida alternativa all’aborto post-natale. Molto dipende dalle circostanze e dalle reazioni psicologiche. Quello che intendiamo è che, se l’interesse delle persone effettive deve prevalere, allora l’aborto post-natale dovrebbe essere valutato come una scelta accettabile per le donne che subirebbero un danno nel dare in adozione il proprio figlio. CONCLUSIONI Se il criterio come quello dei costi (sociale, psicologico, economico) per i genitori potenziali è una ragione sufficiente per abortire anche quando il feto è sano, se lo stato morale del neonato è lo stesso di quello nascituro e se nessuno di loro ha alcun valore morale in virtù del fatto di essere solo una persona potenziale, allora la stessa ragione dovrebbe giustificare l’omicidio di una persona potenziale quando è appena nata. Bisogna aggiungere due considerazioni. Primo, non avanziamo nessuna richiesta sul limite entro cui l’aborto post-natale non debba più essere permesso. Non pensiamo, infatti, che siano necessari ai medici più di alcuni giorni per diagnosticare qualsiasi anormalità del bambino. Nel caso in cui l’aborto post-natale sia richiesto per ragioni non cliniche, non suggeriamo di porre soglie, dal momento che molto dipende dallo sviluppo neurologico del neonato, che i neurologi e gli psicologi saranno in grado di stabilire.
Secondo, non asseriamo che l’aborto post-natale sia una valida alternativa all’aborto. Gli aborti nelle prime fasi di vita sono l’opzione migliore, per ragioni sia fisiche sia psicologiche. Ma, se una malattia non è stata scoperta durante la gravidanza, se qualcosa è andato male durante il parto, o se le circostanze economiche, psicologiche o sociali sono cambiate e il prendersi cura della prole diventa un peso insostenibile per qualcuno, allora alle persone dovrebbe essere data la possibilità di non essere costrette a fare qualcosa che non sono in grado di sopportare. Traduzione a cura di tempi.it dell’articolo di Alberto Giubilini e Francesca Minerva  “After-birth abortion: why should the baby live?” apparso sul «Journal of Medical Ethics».

TEMIS: ecco perchè la Chiesa parla di principi non negoziabili

 

 

Etica: la solitudine del banchiere – la confessione di Bazoli

Lunedì, 4 Agosto 2008

Il bilancio di un’esperienza professionale. Qualche mese fa mi è stato conferito un riconoscimento alla «carriera». Poiché risultava evidente che, per carriera, i promotori del premio intendevano riferirsi a quella di banchiere, io mi posi l’interrogativo se il lungo cammino da me compiuto nell’ambito bancario potesse davvero interpretarsi come una «carriera». Se per «carriera» si dovesse intendere un iter professionale programmato, ossia un percorso di lavoro progettato e coltivato con appositi studi sin dagli anni giovanili, la risposta nel mio caso non potrebbe che essere negativa. I miei studi e il successivo tirocinio erano stati indirizzati all’esercizio della professione di avvocato: precisamente quel «mestiere» che, integrato dall’insegnamento universitario (nelle medesime materie giuridiche della professione forense), svolsi con passione e soddisfazione per più di venti anni: cioè sino all’agosto del 1982, quando l’accettazione della presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano rivoluzionò la mia vita.

(continua…)

“In coma vedevo e sentivo tutto” – la tesimonianza choc di Salvatore Crisafulli

Giovedì, 17 Luglio 2008

"La definizione di stato vegetativo permanente si riferisce a una prognosi sottoposta a gravi margini di errore: la sentenza di morte emessa nei confronti di Eluana Englaro è veramente agghiacciante, fa venire i brividi cancellando definitivamente le nostre speranze e condannando duramente tutti i disabili gravissimi".

(continua…)