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Luttwak: l’Italia o esce dall’euro o muore

Mercoledì, 12 Giugno 2013

Di euro si muore». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie»nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa.

L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo for­se di serie B? E così l’Italia commise un grande errore».

Luttwak come Cassandra?

«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà».

Una moneta non è una guerra?
«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse ».

L’Italia è in un vicolo cieco?
«No. Può scegliere».

Cosa?
«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato.

Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 34 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta».

Sembra facile.
«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male».

Tipo?
«Le banche falliranno».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi».

L’alternativa?
«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre».

Apocalittico.

«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili.

Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.
«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro».

 

O noi o loro?
«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario.
Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina».

Può esserci euro senza Italia?
«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso».

Siamo diventati così periferici?
«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo».

 

Cioè?
«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito.

Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima ».

Non le piace l’Europa, confessi.
«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri».Vittorio Macioce per “Il Giornale

 

Germani, pronta al marco

Mercoledì, 3 Ottobre 2012

Sorpresa: in Germania il marco esiste ancora ed è vivo e vegeto. Ma non per quei programmi di ristampa che anche questo giornale ha raccontato nei minimi particolari e che a un certo punto dell’eurocrisi sono diventati una possibilità concreta, bensì perché di fatto non ha mai lasciato portafogli, cassetti, materassi e persino conti correnti.Lo ha verificato MF-Milano Finanza curiosando sul sito dell’Associazione delle banche tedesche (Bankenverdband), il corrispettivo dell’Abi, dopo che Silvio Berlusconi qualche giorno fa aveva lasciato cadere nel disinteresse generale un’affermazione piuttosto forte che in molti però hanno subito derubricato a semplice battuta folkloristica.«L’uscita della Germania dall’euro non sarebbe una tragedia», ha detto l’ex premier ribadendo un suo evergreen, «anche perché c’è una corrente finanziaria che propugna proprio questa soluzione ed è una soluzione che molte banche tedesche considerano possibile perché in calce ai loro formulari prestampati per i clienti hanno introdotto una clausola che fissa le regole per il cambio dell’euro con il marco».Riletta così la dichiarazione del Cavaliere poteva passare inosservata, ma una fonte tedesca, interpellata in proposito, ha clamorosamente (e candidamente) confermato. «È vero, in Germania è stata approvata una legge che permette alle banche di indicare ai propri clienti il cambio dei loro depositi in marchi», afferma l’industriale tedesco, «e garantisce, in caso di deflagrazione dell’euro, di corrispondere lo stesso importo in qualsiasi moneta nasca dopo l’eurocrack».A pensarci bene, non si tratta di una semplice risposta all’euroscetticismo ormai conclamato di molti tedeschi, ma di una logica conseguenza di un’altra sorta di anomalia tutta teutonica. Il marco, infatti, è ancora considerato una valuta scambiabile all’interno dei Lander e questo proprio per volere delle autorità nazionali e della Bundesbank di Jens Weidmann, antagonista di tutti i programmi di riacquisto di titoli di Stato messi in campo dalla Bce di Mario Draghi.Una circolare dell’Abi tedesca ha infatti ricordato nel febbraio scorso che il caro vecchio deutsche mark, pur non avendo più valore legale al compimento del decimo anno di vita della moneta unica, sarebbe stato convertibile anche in futuro «senza limiti e senza commissioni». Proprio così, senza limiti di spazio e di tempo: in pratica è come avere ancora la doppia circolazione. Si tratta di una cosa davvero sorprendente se si pensa che l’euro dovrebbe essere una moneta comune, senza spazi per vecchie nostalgie o coabitazioni valutarie.Tra l’altro tutti gli altri Paesi si sono adeguati al dettato del Trattato Ue e hanno abbandonato per sempre le rispettive valute. Francesi, spagnoli e italiani hanno infatti detto addio da mesi alla convertibilità della loro moneta; anzi, in Italia è accaduto che, per una norma del decreto salva-Italia, sia stata anticipata di un paio di mesi la fine del periodo di convertibilità presso le sedi della Banca d’Italia, fissata inizialmente a febbraio del 2012.Che cosa nasconde questa storia? È la conferma che la Germania di Angela Merkel, se vedrà che non sarà più possibile politicamente sostenere i debiti dei Paesi dell’Euromed, abbandonerà davvero la moneta unica oppure è solo un modo per tenere buoni i vecchi nostalgici del marco, nato nel 1948 e mai abbastanza rimpianto?Difficile dirlo. Certo è invece ciò che sempre l’Associazione delle banche tedesche, a cui aderiscono tutte le top bank dei lander, da Deutsche Bank a Commerzbank, afferma nei suoi notiziari. In Germania oggi sono in circolazione ancora la bellezza di 6,75 miliardi di euro in marchi (la maggioranza sono monete) e chiunque voglia cambiarli in euro può farlo «presso le sedi della Bundesbank, gratuitamente, col cambio di un euro contro 1,95583 marchi e illimitatamente».E questo vale, ricorda ancora l’associazione delle banche tedesche, «non solo per le ultime emissioni di marchi, ma anche per le vecchie emissioni della Bundesbank e della Banca dei Paesi tedeschi». La sollecitazione è tale che in alcuni negozi tedeschi si accettano ancora i pagamenti in marchi, Perché per cambiarli non c’è fretta e del doman non v’è certezza.Roberto Sommella per “Milano Finanza”

Euro, chi dice no (all’estero)

Venerdì, 3 Agosto 2012

Il contrasto fra il dibattito internazionale in merito agli errori nella costruzione dell’Euro e il silenzio totale della politica italiana sul tema è impressionante. Eppure si tratta di argomenti che, oltre ad essere profondamente pervasivi, vedono un’opinione pubblica divisa a metà e una fortissima e qualificata corrente di opinione da parte di economisti internazionali di assoluto prestigio: in teoria quindi condizioni ideali per la nascita di un dibattito di largo spessore.Non si tratta quindi di una stravaganza de il Giornale, che da più di un anno ospita articoli che invitano a riconsiderare l’Euro attuale; al contrario, è incredibile che gli appelli di premi Nobel come Krugman e Stiglitz rimangano del tutto inascoltati e relegati, magari dagli stessi giornali che ne pubblicano gli articoli tradotti a idee marginali senza risposta.Le opinioni euroscettiche non sono del resto una novità. Buona parte del mondo accademico economico anglosassone evidenziò da subito molti dei difetti della moneta unica, poi prontamente rivelatesi tali. Si trattava di nomi di peso assoluto, come Rudiger Dornbusch, professore al Mit oppure Martin Feldstein, insegnante ad Harvard. Tali opinioni risultarono poi fondamentali per la decisione dell’Inghilterra di non aderire alla moneta unica e ne rimane evidente traccia nei dibattiti parlamentari a seguito dei quali la scelta di Londra venne presa.In Italia invece tali argomenti «contro» vennero sbrigativamente bollati come dettati da una sorta di invidia dell’America nei confronti della meravigliosa idea europea. Errare è umano ma, una volta toccato con mano e duramente quanto essi avessero avuto ragione, sarebbe normale aprire una parentesi di riflessione e ripensare al merito delle nostre scelte. Invece il nulla. Eppure Dornbusch nei suoi scritti faceva preciso riferimento proprio all’Italia, prevedendo che una volta agganciata ad una valuta troppo forte si sarebbe trovata negli stessi problemi che avevano portato alla crisi del 1992.Il premio Nobel Krugman è addirittura ossessivo, dalla sua tribuna ospitata nelle colonne del New York Times , nell’evidenziare la stupidità delle scelte dei governanti europei e del mito dell’«austerità espansiva». Su queste pagine viene citato ma per il dibattito politico italiano egli rimane sostanzialmente uno sconosciuto, così come le conclusioni euroscettiche di un altro premio Nobel come Joseph Stiglitz.È di questa settimana l’ennesimo articolo di Krugman che paragona l’Euro al calabrone, che in teoria non dovrebbe volare ma che ha volato lo stesso grazie allo sfruttamento delle economie periferiche (gonfiate dal denaro «facile» portato dall’Euro) da parte dell’industria della «virtuosa» Germania avvantaggiata dall’assenza di cambi flessibili.Recente è lo studio di David Woo di Merrill Lynch che, sulla base della teoria dei giochi, stabilisce che per l’Italia sarebbe conveniente uscire dall’Euro. Nulla. Silenzio.
I commentatori di casa nostra rimangono aggrappati ad uno studio catastrofista dell’Ubs dell’anno scorso come se fosse vangelo.Non mancano comunque anche le voci europee sull’insostenibilità dell’Euro così come oggi è formulato: peccato che le idee, pure se ottimamente argo­mentate come quelle di Paul de Grauwe oppure gli editoriali più che espliciti di Jeremy Warner, editorialista economico del Telegraph , fatichino a trovare spazio nella cappa di euroconformismo montiano.In questo contesto l’informazione a volte va cercata con fatica in rete,dove i commenti degli economisti contro l’Euro vengono attivamente dibattuti, talvolta anche in siti italiani, come quello gestito dal professor Alberto Bagnai dell’università di Pescara,abilissimo nel confutare i falsi miti legati all’Euro e che ha organizzato anche un convegno internazionale per discutere del tema, invitando economisti come Roberto Frenkel dell’università di Buenos Aires.Altre voci si possono ritrovare nelle interviste «senza pregiudizi » del blogger indipendente Claudio Messora, a volte sbrigativamente bollate come «complottiste » per lo spazio che concedono a tutte le opinioni, incluse quelle di qualche teoria alternativa. Eppure anche economisti decisamente a favore dell’Europa, come Luigi Zingales, propongono idee per uscire dal vicolo cieco attuale, come ad esempio la creazione di due aree differenziate. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza perché anche in Parlamento si cominciasse a discutere apertamente di costi e benefici, senza accettare qualsiasi cosa in nome del dogma della moneta unica. Nota finale: quasi tutti gli economisti «critici» propongono soluzioni alternative alla rottura dell’Euro: le tasse non sono mai fra queste.Claudio Borghi Aquilini per “il Giornale

L’Euro ha fatto male anche i Tedeschi (ma non alle imprese e finanza)

Martedì, 10 Luglio 2012

Sembra che investitori, opinione pubblica e governi (per quanto celatamente) siano convinti che la Germania alla fine sia disposta a tutto pur di mantenere in vita l’euro, essendo il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici e che, quindi, sarebbe più danneggiato dalla sua fine. Per la stessa ragione, monta il risentimento nei confronti dei tedeschi che, egoisticamente, rifiutano di aiutare i Paesi oggi in crisi, proprio a causa dei sacrifici che devono sopportare per mantenere in vita l’euro.Di primo acchito sembrerebbe così: nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all’1,35%, un dato forse non portentoso ma di tutto rispetto alla luce della crisi finanziaria ed economica che ormai dura dal 2008. Molto più degno di nota la capacità di mantenere la produttività in crescita a un tasso medio dell’1,25%, che ha
garantito una crescita del Pil pro capite in linea con quella dell’economia nel suo complesso. Il tutto trainato da una poderosa capacità di esportare, che ha trasformato il deficit commerciale del 1998 in un avanzo pari al 5,5% del Pil nel 2012, ineguagliato perfino dalla Cina, oggi scesa al 2,7%.Per le imprese tedesche, l’euro è stata manna dal cielo; ma per herr Muller è stato un pessimo affare. Alle fortune delle imprese tedesche non è corrisposto un miglioramento del tenore di vita in generale: in 14 anni di euro, infatti, il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media). Per sostenere le imprese nell’era dell’euro, i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%. E tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti.I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell’intero gettito fiscale. Ma, alla fine, è herr Muller che va a votare. Farebbe bene a ricordarlo chi conta sulla volontà della Germania di salvare l’euro, e non capisce lo scetticismo di herr Muller nei confronti della moneta unica: lui i profitti della Volkswagen non li ha visti. Inoltre non è più vero che un crollo dell’euro metterebbe in ginocchio la Germania produttiva: perché ha sfruttato l’euro per comprimere salari e ristrutturare, diventando più competitiva non solo nell’eurozona, ma nel mondo intero. Dall’inizio dell’euro, del 14% complessivamente secondo la Bundesbank.E perché si sta progressivamente sganciando dall’Eurozona: le esportazioni verso gli altri Paesi euro si sono ridotte dal 46% (fine 1998) al 37% attuale; a vantaggio di quelle verso il resto dell’Europa e verso l’Asia (salite rispettivamente al 32% e 16%). Più passa il tempo, quindi, meno l’euro diventa importante anche per il Made in Germany.Se poi si considera che all’interno dell’Eurozona Paesi come Austria o il Belgio contano, in termini di scambi con la Germania, come o più di Italia e Spagna, e che l’Est e il resto d’Europa contano quanto l’Eurozona, ci si rende conto che la Grande Germania, economicamente, è una realtà, i cui confini non corrispondono a quelli della moneta unica. Una moneta che in Germania sarà sempre meno spendibile politicamente.Un eventuale crollo dell’Euro andrebbe a danno dello Stato tedesco, che dovrebbe accollarsi le perdite della Bundesbank, esposta a marzo per 630 miliardi nei confronti dell’Eurosistema; e delle banche tedesche, con 438 miliardi di esposizione verso i Paesi in crisi dell’Eurozona.Me se alla fine la Germania fosse costretta a intervenire per salvare l’euro dall’estinzione, il costo ricadrebbe comunque sulle sue finanze pubbliche. Più passa il tempo, perdura la crisi e si aggrava la recessione, che ormai lambisce la Germania, più il cittadino tedesco vedrà solo vantaggi dell’uscita dall’euro, e minori saranno i costi per le imprese tedesche. Fantascienza? Forse. Ma più di un investitore ci sta già pensando.Alessandro Penati per “la Repubblica

Monti di menzogne: era tutto previsto

Martedì, 3 Luglio 2012

Il cosiddetto successo di Mario Monti al vertice europeo di venerdì scorso è una montagna di menzogne che questo indecente tecnocrate dell’economicidio italiano vende a un’intera nazione a rischio, e a imprese al collasso, solo perché i miei colleghi giornalisti sono spazzatura. E solo per calmierare la giusta esasperazione che serpeggia fra noi italiani minacciati oggi nella sopravvivenza economica e dunque democratica.Basta studiare quello che si dovrebbe conoscere se si fa questo mestiere per smascherare ogni singola strombazzata di Monti e l’intero racconto teatrale che ne hanno fatto i giornali, Repubblica in testa. Ed è dagli strilli di questo foglio che parto:Repubblica: L’intesa prevede che il fondo salva-stati dell’Unione (MES) intervenga in maniera automatica nel caso in cui gli spread di una nazione virtuosa superino una determinata soglia ancora da stabilire. Sul piano tecnico ottiene che lo scudo scatti dopo la firma di un apposito memorandum con Bruxelles, ma senza obblighi di riforme lacrime e sangue in stile Grecia monitorate dalla famigerata troika Ue-Bce-Fmi. Una umiliazione che Monti non vuole in nessun caso subire. Barnard: Questo è tutto falso. Ma prima ci sbarazziamo della vittoria-pagliacciata numero uno ottenuta da Monti, che cioè il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità, o fondo salva Stati) da oggi interverrà a comprare titoli di Stato di un Paese i cui spread e tassi superino il livello di guardia. Monti dice che questo avverrà se il Paese ha i conti in ordine. Nulla di nuovo, tutto era già previsto dal Trattato MES da mesi, dove si legge che “Il MES può comprare i titoli di Stato del Paese in difficoltà direttamente all’emissione (mercato primario). O sul mercato secondario (titoli già emessi)”, nell’Art. 17-18, e anche qui solo se il Paese ha i conti in ordine. Monti vi dice di aver vinto una concessione che era già scontata.Ora sull’automatismo dell’intervento del MES e sulla millantata esclusione per l’Italia dalle “umilianti” condizioni della Troika sui prestiti eventuali. L’intervento non è automatico se prima va firmato un memorandum. Il memorandum di cui si parla era già specificamente previsto nel testo del MES da tempo, e dice cose precise: Lo Stato che chiede soccorso finanziario deve scrivere, in accordo con la Commissione Europea, col FMI e con la BCE (Troika), un Memorandum dove si vincola a obbedire a tutto ciò che il MES e FMI gli richiederanno, a tutti i Trattati, a tutte le condizioni del prestito, persino a critiche e suggerimenti dei sopraccitati (Art. 13-3). Il MES è già stato firmato dai capi di governo dell’Eurozona il 2/2/2012 e sarà ratificato questo mese. Come si legge nel testo del MES, l’intervento della Troika è assolutamente previsto, e per evitarlo i leader dell’Eurozona dovrebbero riscrivere e ri-firmare l’intero Trattato europeo che ha creato il MES. Impossibile entro questo mese. Ciò che Monti ci ha venduto come una vittoria dell’orgoglio italiano è una menzogna ad uso dell’opinione pubblica che lo stava abbandonando.Ma c’è molto di più e di peggio. L’umiliazione di cui parla Mario Monti è già stata inflitta all’Italia, via Trattati europei sovranazionali e vincolanti come il Patto di Stabilità, Il European Semester, il Preventing Macro Economic Imbalances, l’Europact, il Fiscal Compact ecc. di cui ho già scritto. Il MES dice specificamente che gli Stati firmatari sono obbligati al rispetto di questi Trattati. Il Fiscal Compact, un Trattato firmato da Monti il 2 marzo scorso, e che entrerà in vigore il primo gennaio prossimo, stabilisce che: 1) La sovranità di spesa dell’Italia è soppressa. Ogni sua decisione di spesa sarà giudicata, e correzioni possono essere imposte dall’esterno. Le correzioni saranno dettate dalla Commissione Europea di tecnocrati non eletti (che, come ampiamente dimostrato, rispondono alle lobby finanziarie di Bruxelles, nda). Sancito dal Fiscal Compact nel TITOLO III art. 3/1 e) – 3/2.

 2) Se l’Italia disobbedisce sarà multata dalla Corte Europea di Giustizia per 2 miliardi di euro. Sancito dal Fiscal Compact nel TITOLO III art. 5/1 a) – art. 8/1 – 8/2.
 3) Dalla firma di questo Fiscal Compact in poi, uno Stato della zona Euro, come l’Italia, dovrà chiedere un’approvazione alla Commissione Europea e al Consiglio Europeo prima di emettere i propri titoli di Stato. Qui la funzione primaria di autonomia di spesa dello Stato sovrano è cancellata, con una umiliazione indicibile. Sancito dal Fiscal Compact nel TITOLO III art. 6.
 4) Se uno Stato dovesse aver bisogno di sostegno finanziario europeo attraverso un salvataggio da parte del Meccanismo Europeo di Stabilità, non avrà un singolo Euro se prima non avrà firmato il Fiscal Compact e non lo avrà obbedito in toto in tutte le clausole di perdita di sovranità umiliante di cui sopra. Sancito dal Fiscal Compact nella premessa a pag. 4
 Il teatro a uso e consumo dell’opinione pubblica continua sul giornale di Scalfari in toni da soap.
 Repubblica: La giornata è stata lunghissima. Monti ha negoziato dalle nove del mattino, prima al telefono, poi di persona. Contatti anche con la Merkel e i vertici delle istituzioni europee. Ma da Berlino fino alla svolta è stato sempre e solo un “nein”… Ce n’è abbastanza per puntare i piedi. E infatti lo fanno. Mentre a Varsavia si gioca la semifinale tra Italia e Germania, Monti pone il veto sull’intero pacchetto Europa… Rajoy lo segue a ruota. Il francese Hollande li appoggia, ma senza tirare troppo la corda. La Merkel resta comunque di stucco, spiazzata… La Cancelliera è nell’angolo… Uno smacco. Quando anche lei lascia il palazzo della Ue è terrea in volto.
 Barnard: Sembra una partita di calcio, ed è commedia. Questi leader sanno alla perfezione cosa hanno già firmato, e sanno di aver venduto al disegno Neomercantile e Neoliberista europeo – per mezzo di Trattati europei sovranazionali e vincolanti – tutte le sovranità primarie che erano degli Stati prima della creazione dell’Eurozona, da quella parlamentare (Trattato di Lisbona) a quella monetaria (Trattati Maastricht –Eurozona). Infatti…
 Repubblica: La frenata di Merkel – Arrivando questa mattina al Consiglio europeo per la ripresa dei lavori, Angela Merkel aveva rilasciato una dichiarazione in apparente contraddizione con le conclusioni riassunte alla stampa da Monti: i Paesi i cui bond verranno acquistati dai fondi Esm/Efsf, aveva detto la cancelliera tedesca, dovranno rispettare condizioni che saranno verificate dalla troika Ue-Bce-Fmi.
 Barnard: Non si tratta di contraddizione o di incomprensione, ma della verità che la Merkel ha incisa nella sua memoria dei Trattati già approvati, come setto sopra. E’ stata una gaffe, cioè la verità detta per sbaglio.
 Uscendo dalla ‘vittoria’ da teatro dei burattini (noi) di Mario Monti, va specificato che neppure la tanto strombazzata novità del MES che da ora potrà ricapitalizzare le banche europee è una novità. Tutto già scritto e firmato nel MES a febbraio nell’ Art. 15. In particolare la novità per la Spagna non esiste, o meglio, esiste e sarà una trappola ancora peggiore della condizione presente. Cioè: le banche spagnole saranno ricapitalizzate oggi con lo stesso metodo già previsto dal MES nell’Art. 15, dove il MES presterà al governo spagnolo e questo ricapitalizzarà le banche, con più debito per Madrid, ma salvataggio banche fraudolente. L’idea che il MES ricapitalizzi le banche spagnole direttamente, senza quindi aggiungere debito su debito a Mariano Rajoy, sarà possibile solo dopo che si sarà istituita un’Unione Bancaria europea con poteri ancor più sovranazionali di quelli presenti. Quindi, in sostanza, una concessione da 5 soldi contro una da un miliardo.
Repubblica: Squinzi e l’abisso. “La recessione c’è, il debito in crescita c’è, l’abisso…”. Non prosegue Monti replicando alle parole del presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi. Poi aggiunge: “Mi sto imponendo una moderazione interpretativa sul linguaggio del presidente della Confindustria”. Per poi aggiungere: “Siamo sulla strada per un avanzo strutturale nel 2013”.
 Barnard: Come già scritto ieri in questo sito, la cosa tragica è il balletto dell’inconsapevole e del distruttore. Squinzi ignora la macroeconomia più elementare, e pur lamentando i mali veri delle imprese italiane giunge alle medesime terapie dell’economicidio di Monti. Troppo desolante per continuare.
 Conclusione: ho già detto infinite volte che rimedi come quello sbandierato dal vertice europeo di venerdì sono concime biologico sparso su orti all’ombra di Seveso. La struttura monetaria dell’Eurozona significa che ogni singolo euro speso dagli Stati membri per qualsiasi cosa, dalla Funzione Pubblica alla crescita nazionale, deve essere poi restituito a mercati di capitali privati da cui questi Stati sono oggi costretti ad approvvigionarsi di moneta (cosa che non era prima dell’euro), e che applicano tassi usurai a loro (truffaldina) discrezione. Quindi lo Stato di Monti se vuole ripagare i debiti dovrà venire poi a trovare gli euro uno dopo l’altro nella tasche di cittadini e aziende con tasse da economicidio e tagli alla spesa pubblica. Quindi crollo dell’economia, deflazione dei redditi, dei consumi, fallimenti di aziende… ecc. ecc. Il resto l’ho già scritto tante volte. p. barnard

Mille anni fa abbandonammo l’euro e fummo felici

Domenica, 17 Giugno 2012

il denaro d’argento di Carlo Magno aveva conquistato l’Europa, insieme al suo potere. Anche più dell’euro attuale: era arrivato perfino in Gran Bretagna. Tutto funzionava bene, finché il sistema non entrò in crisi: le diverse nazioni cominciarono a intraprendere percorsi economici diversi, come Firenze, Venezia e Genova, e allora coniarono monete proprie. Il denaro di Carlo Magno non era considerato abbastanza affidabile, e venne man mano lasciato da parte.L’altra volta che abbiamo rinunciato all’euro è stato mille anni fa e non se n’è accorto nessuno. Anzi, alla fin fine è andata pure meglio, visto che quell’euro lì (che ovviamente non si chiamava euro) era una schifezza di gran lunga peggiore di quello attuale ed è stato sostituito da belle monetone d’argento che erano una libidine.Mettiamola così: dopo la fine dell’impero romano la moneta è andata in soffitta. Nel Medioevo non ce n’era granché bisogno, bastava il baratto. E poi in quel giardino dei semplici che era la società di quel tempo i compiti erano molto chiari: si era divisi in tre. Al vertice stavano gli “oratores” (i monaci) che con le loro preghiere combattevano contro il diavolo, subito sotto c’erano i “bellatores” (i nobili) che con le loro spade combattevano contro i nemici della Chiesa e quindi si allargava l’enorme e indistinta massa dei “laboratores” (tutti gli altri) che con il loro lavoro avevano il compito di mantenere gli altri due gruppi, troppo impegnati a muovere la bocca o a mulinare la spada. Non c’era certo bisogno di denaro: chi produceva un tot di grano sapeva che doveva darne una parte consistente al proprio signore, tenerne da parte una quantità per seminare l’anno successivo e quel che gli avanzava, se gli avanzava, poteva usarlo per sfamare sé e la propria famiglia.Qualcuno che usava i soldi in realtà c’era: i grandi mercanti. Ma per i loro bisogni al tempo piuttosto limitati bastavano e avanzavano i mancusi arabi e gli iperperi bizantini, monete d’oro che avevano una circolazione scarsa nel numero, ma estesa nello spazio, in tutta l’Europa occidentale. Non è difficile ritrovare qualcuna di queste monete orientali negli scavi archeologici dell’Europa settentrionale.Poi arriva Carlo Magno e cambia tutto. Stabilisce che il Sacro romano impero debba avere una moneta degna del suo illustre predecessore, e decide di coniare il denaro. Usa l’argento (1,7 grammi a moneta, a 950 millesimi) e lo battezza con il medesimo nome che usavano i romani. Incidentalmente si ricorderà che con un libbra d’argento si coniavano 240 denari e quindi la gente comincerà a usare dire «una lira» anziché «240 denari» più meno nello stesso modo in cui noi, oggi, diciamo «100 chilometri» invece di «100.000 metri».Carlo Magno comanda su un’impero vastissimo e il suo denaro d’argento, nel IX secolo, diventa di fatto una moneta unica europea, un euro dei suoi tempi. Anzi, a nord ha pure più successo dell’euro attuale perché riesce ad attraversare la Manica per essere usato nell’Inghilterra meridionale (dove giusto pochi anni prima Offa, re di Mercia, aveva coniato una monetina con un nome pure quello destinato al successo: il penny). A sud, invece, la moneta unica carolingia si ferma alla Toscana. L’Italia meridionale fa parte delle zone d’influenza degli arabi e dell’impero bizantino e lì il denaro non penetra. Roma sta in mezzo e, secondo i periodi, utilizza bisanti e mancusi, oppure denari, a fasi alterne.Il sistema funziona senza intoppi per un po’. Ma poi ognuno va per i fatti suoi. Il Sacro romano impero si frantuma e le varie zecche si regolano come credono i vari signori a cui sono sottoposte. C’è bisogno di quattrini per finanziare una guerra? Il sistema è semplice: si abbassa il contenuto di argento fino nelle monete, si lucra su quello, e il gioco è fatto. In questo modo con una lira si conieranno più di 240 monete. Inizia così un’inflazione che uno storico come Carlo Maria Cipolla, ha considerato secolare: con una lira, moneta fantasma perché semplice unità di conto, ai tempi di Carlo Magno si comprava una collina con annesso boschetto, nell’Italia di fine Novecento con una lira non si comprava più nulla. La moneta era tornata a essere fantasma, solo che ora il suo valore era talmente ridotto da obbligare a utilizzarne soltanto i multipli.Ma torniamo all’euro carolingio: all’inizio del X secolo, entra in una fase di secolare decadenza che lo porterà a scomparire. Attorno all’anno Mille in Italia funzionano soprattutto quattro zecche: Pavia, Milano,Verona e Lucca. La maggior parte delle monete in circolazione nell’Italia settentrionale viene coniata in una di queste città. Solo che dopo il disallineamento succede che una lira, poniamo, lucchese abbia un valore diverso dalla lira pavese. E quindi bisogna tenerne conto. Sappiamo che nel 1164 il denaro pavese contiene 0,2 grammi di argento fino; mentre 150 anni prima ne conteneva ancora un grammo. Le monetine del XI e XII secolo contengono sempre più rame e sempre meno argento, quindi diventano scure, tanto che le chiamano “bruni” o “brunetti”. Sono dischetti piccoli, scuri e brutti, tanto comuni che persino oggi, nel mercato numismatico, sono valutati pochissimo. Un migliaio d’anni più tardi gli effetti di quell’inflazione si fanno sentire ancora.Nel frattempo però succede che Genova e Venezia diventino potenze commerciali internazionali. Il brutto e svilito euro carolingio non basta più a soddisfare le esigenze di quelle transazioni. Liguri e veneti se la cavano usando sempre di più le belle monete bizantine, ma arriva il momento in cui devono fare da soli. Genova inizia a battere moneta propria nel 1138, anno in cui re Corrado glielo concede; a Venezia fino al 1183 circola soprattutto denaro veronese, ma da quell’anno comincia a coniare denari in proprio.È arrivato il momento della svolta: in un momento imprecisato tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo Genova e Venezia si mettono a coniare una nuova e bella moneta di buon argento a 965 millesimi, pesante 2,2 grammi. La chiameranno grosso e avrà presto un enorme successo, tanto da diventare il mezzo di scambio sui mercati internazionali. Via via seguono gli altri: dopo il 1230 anche tutte le zecche toscane battono grossi. La coniazione del grosso avviene in una congiuntura favorevole: al bisogno di una buona moneta si affianca la disponibilità d’argento grazie ai pagamenti in barre di metallo prezioso dei cavalieri franchi giunti a Venezia in attesa di imbarcarsi per la IV crociata (che nel 1204 invece di andare a Gerusalemme finirà per conquistare e saccheggiare Costantinopoli, ma questa è un’altra storia).Nel 1252 Genova prima e Firenze poi, a distanza di pochi mesi, cominano a produrre una moneta d’oro: il genovino e il fiorino. Entrambe le monete pesano tre grammi e mezzo, hanno un titolo di oltre 950 millesimi e segnano la fine di un’epoca: quella del monometallismo argenteo, inaugurata da Carlo Magno mezzo millennio prima. L’euro carolingio finisce così definitivamente in soffitta. a. marzo magno linkiesta
 

Berlino comprerà imprese italiane con soldi italiani. E’ troppo!

Giovedì, 7 Giugno 2012

“La Germania agirà?”, si chiede il Wall Street Journal. Chissà! Ma a questo punto e per come stanno andando le cose a livello europeo per l’Italia, Berlino ha già agito. Eh sì, perché a parte l’attualità cerebralmente ingolfante delle ultime settimane – il rischio Spagna, Grecia e Cipro – , quello che si sta delineando è uno scenario che ha dell’incredibile e che rischia di mettere l’Italia di fronte a un bivio in cui le varie soluzioni sono tutte dolorose, sebbene con diversa intensità.Partiamo da tre notizie che ci paiono di notevole interesse per ragionare su Italia, Germania e progetto europeo.La prima, riportata ieri su MF con un articolo dell’economista Guido Salerno Aletta, “E Berlino lavora al fondo pigliatutto”, dà conto di come lo stato tedesco stia manovrando per creare un mega fondo di gestione degli asset dei paesi maggiormente indebitati, Grecia in primis ma non solo (l’Italia è poco sotto nella lista, immaginiamo). Si chiamerà Eureca e l’impresa di consulting Roland Berger se ne sta occupando.Si tratterebbe di una soluzione tesa a coordinare in uno strumento simile a quello impiegato al tempo della riunificazione tedesca, Treuhandanstalt, “che coordinò la vendita delle aziende della ex DDR”, per usare le parole di Salerno Aletta, la (s)vendita del patrimonio dei paesi più indebitati, ma che di fatto fungerebbe da cavallo di Troia tedesco per fare incetta di patrimonio immobiliare europeo a basso prezzo, quello spagnolo in primis, e di know how imprenditoriale europeo.Seconda notizia. Nell’ultimo anno, circa 274 miliardi di euro in risparmi hanno lasciato l’Italia, per lo più in direzione Germania, Lussemburgo e Olanda. Un fenomeno, quello della fuga dei capitali italiani, che purtroppo non riguarda solo la nostra nazione. Anche la Spagna, la Grecia e il Belgio pagano la precarietà delle proprie finanze pubbliche e della loro politica in generale.Di questi centinaia di miliardi d’euro in fuga da parti significative dell’Europa, in particolare meridionale, gli istituti di credito germanici hanno conquistato circa il 70%, per un totale di 380 miliardi di euro solo negli ultimi 12 mesi.Terza notizia, di cui lo scorso Sabato ha dato conto anche il Wall Street Journal. Continua il braccio di ferro tra il gruppo dirigente di Unicredit e l’Autorità bancaria tedesca, la BaFin, acronimo della Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht. Ai tedeschi non va giù che Piazza Cordusio dreni risorse dalla Hypovereinsbank (HVB), la banca acquisita nel 2005 per 15 miliardi di euro dal gruppo bancario italiano allora amministrato da Alessandro Profumo.Ai tedeschi, in sostanza, piace fare la ‘spesa’ in giro per l’Europa ma non piace che la si faccia nel loro cortile. Un problema che, dal punto di vista del sistema bancario intereuropeo, s’inserisce in un processo di ri-nazionalizzazione delle catene di comando delle banche del Vecchio Continente.Traiamo le conclusioni da queste tre notizie. La prima è che la Germania sta lucrando politicamente, economicamente e commercialmente dall’attuale crisi, e si prepara prendersi molto patrimonio a due lire, o meglio euri. Secondo dato, che conferma il primo, è che più l’Europa meridionale s’inaridisce sul piano creditizio, più le banche tedesche diventano destinatarie dei capitali in fuga dal Sud Europa e dunque possono concedere credito alle imprese tedesche per acquisire le imprese del Sud e prestare allo Stato federale e ai Länder per finanziare programmi sociali. Dunque più austerità viene imposta dal governo tedesco ai paesi con finanze pubbliche disastrate, più la Germania nel suo insieme si arricchisce di credito.Terzo dato. In Italia si pensa che appartenere al mercato unico europeo, voglia dire mettersi in brache da mare mentre gli altri indossano ancora la tuta da sci nella tormenta. Siamo tutti sulla stessa barca (che affonda), sì certo, ma gli interessi industriali nazionali e il posizionamento geografico dei centri di comando imprenditoriali e bancari contano, e come!Sempre più pezzi industriali, infrastrutturali, commerciali dell’Italia finiscono in mani straniere. Edison in quelle francesi. Ansaldo in mano ai giapponesi. I cinesi si stanno impadronendo del porto di Napoli. E poi banche e medie imprese, sempre più hanno controllo estero. L’Italia si sta sgretolando e l’attuale governo, se non azzardiamo l’accusa di compiacenza, almeno è impotente. E’ colpa di questo governo? Certo che no. Si potrebbe scrivere un mega volume per elencare le cause del perché l’Italia stia collassando. Accenniamo solo due o tre capitoli. Spesa pubblica eccessiva ed inefficiente. Obsolescenza del sistema educativo. Classe dirigente impreparata. Deficit infrastrutturale. Controllo delle nascite. E tanto altro.A condizioni date, l’Italia è, almeno nel breve periodo, spacciata. A questo punto bisogna solo stabilire l’estensione temporale di tale condizione e le condizione di operatività: si vuole patire per un periodo di dieci anni a sovranità ritrovata, o per venticinque – come noto per convenzione una generazione – a sovranità limitata. A noi la scelta.Per intenderci. Se la Repubblica italiana – e il suo governo – dovesse ostinarsi a far rimanere l’Italia nell’eurozona, di fatto la nostra nazione non resterebbe in Europa, bensì entrerebbe a far parte di una grande zona commerciale a dominazione tedesca, con leve di spesa e tributarie in mano a potenti burocrati europei eterodiretti dal governo di Berlino.Questo nella speranza che in una generazione gli italiani abbiano imparato il tedesco e siano in condizione di adeguarsi alla ‘visione del mondo’ che il sistema culturale germanico sarà riuscito lentamente ad imporre al resto d’Europa e che nel frattempo avrà contribuito a creare il ‘nuovo italiano’, ritagliandogli un qualche ruolo industriale dentro la ‘grande’ Germania.Secondo via. L’Italia abbandona l’eurozona e ri-italianizza il proprio debito pubblico – oggi per più del 40% detenuto all’estero e cosa più importante, remunerato all’estero! – attraverso una grande operazione di finanzia pubblica straordinaria. La Lira italiana torna a essere valuta nazionale, la quale per dieci anni sarà debole, molto debole, almeno fino a quando quaranta punti percentuale di debito pubblico italiano non saranno abbattuti.Alti livelli d’inflazione (a due cifre?) per almeno una decade – ma sempre meglio del trend deflazionistico in corso, si dica – e perdita di valore di tutte le posizioni patrimoniali espresse in Lire. Rischio alti livelli di disoccupazione. Blando protezionismo industriale e immobiliare. Sovranità monetaria ritrovata e leve fiscali di nuovo in mano al governo nazionale. Sospensione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, per riacquisire in una generazione un equilibrio intergenerazionale appropriato e potenzialmente tornare a far giovare l’Italia di quello che viene definito “dividendo demografico”.

Uno scenario questo che può funzionare solo se una completa riforma politico-amministrativa sarà compiuta e solo se, ancor più importante, la pressione fiscale totale sarà abbattuta di almeno 15 punti percentuale, partendo dalle norme tributarie che pesano su imprese, lavoro e famiglie. A tale alleggerimento fiscale dovrà corrispondere una draconiana diminuzione degli attuali livelli di spesa pubblica, oggi al 54% del Pil, giù almeno fino al 38-37% in dieci anni.

Vere “lacrime e sangue”. Questo è il costo politico, economico e sociale che dovremmo sostenere se uscissimo dall’euro. Potremmo però sostenerlo con più margine di successo se i paesi dell’Europa mediterranea attualmente nella zona euro e in difficoltà – Italia, Spagna, Portogallo e Grecia – decidessero di unire le proprie forze, creando una zona commerciale e monetaria propria che possa interagire (e anche competere) con maggiore potere negoziale presso il blocco tedesco centro-europeo.

Non resta ora che attendere un partito che offra agli italiani la scelta, comunque dolorosa, tra queste opzioni. Meglio prima che dopo. A quel punto ognuno di noi dovrà scegliere che nazione dare ai propri figli: la grande pizzeria Italia per i tedeschi o la rinascita delle Nazione italiana. A noi decidere. e. ferrazzano loccidentale

Euro, è la terza guerra mondiale (by Vitale)

Domenica, 15 Gennaio 2012

Se persino l’Osservatore Romano parla di «tempismo sospetto» e i cinesi dubitano della credibilità di Standard & Poor’s quando declassa Italia, Francia e altri sette Paesi dell’Europa, forse davvero qualcosa non va nel meccanismo dei rating. Il banchiere d’affari Guido Roberto Vitale, 74 anni, crede alla teoria del complotto. Di più: parla di «terza guerra mondiale», giocata anche attraverso i rating. «Premessa: io in casa ho due vecchie gloriose bandiere americane al posto di due quadri. Ciò detto, è sorprendente o quantomeno singolare il tempismo delle agenzie nell’occuparsi d’Europa».Anche lei ha dubbi sulle agenzie?
«L’Italia sta facendo uno sforzo enorme per rimettere in sesto i conti, Germania e Francia cominciano a riconoscerci il merito dei sacrifici, il mercato pure; e le agenzie di rating improvvisamente ci sparano addosso. Credo che non sia solo frutto di una rigorosa coscienza professionale ma sia anche ispirato da certi ambienti americani, conservatori in politica estera e interna, che continuano ad avere una concezione imperiale degli Usa e che malvolentieri – ma secondo me in maniera molto miope – vedono la nascita di una moneta forte in Europa».Le agenzie sono eterodirette, c’è un complotto? E a che scopo?
«Evitare che l’Europa prenda forma politica oltre che economica e che ci sia una moneta di riserva nel mondo diversa dal dollaro. Laddove a mio parere l’interesse di lungo periodo degli Stati Uniti sarebbe di avere un euro forte e un’alleanza di ferro e fra eguali con l’Europa per fronteggiare l’emersione di India e Cina e degli altri Brics. Sennò 600 milioni di persone soccomberanno di fronte a 3 miliardi di persone con una voglia matta di recuperare velocemente secoli persi nella miseria più nera anche per volontà dell’occidente».Praticamente la terza guerra mondiale.
«Stiamo in qualche modo vivendo una terza guerra mondiale che per ora per fortuna non ha fatto morti né distruzioni fisiche. Poi per ragioni di opportunità si può dire che non è vero, che è solo la poca buona volontà dell’Europa di darsi istituzioni comuni. Ma in realtà questa è la terza guerra mondiale».L’Europa che cosa dovrebbe fare? «Accelerare l’unificazione politica, economica, fiscale e finanziaria, avere una banca centrale prestatrice di ultima istanza e creare un’agenzia di rating per valutare aziende e istituzioni del Nord America e dei Paesi nei quali vuole investire. Ma non a scopo di lucro: perché un funzionario che vende rating non deve pensare al bonus, come invece avviene con S&P, Moody’s e Fitch. I cinesi, che sono intelligenti e lungimiranti, per prima cosa si sono creati una loro agenzia di rating».Perché ci siamo fatti legare le mani dai rating?«Perché è più economico. Per pigrizia, per delega di responsabilità, da parte delle istituzioni finanziarie, anche di quelle americane. Mi auguro che l’Europa stabilisca che il giudizio delle agenzie non è vincolante nella redazione dei bilanci di banche, fondi e assicurazioni. In teoria non sarebbe vincolante perché non c’è nessuna legge che dà valore legale a questi giudizi. Ma sono diventati nel tempo immeritatamente autorevoli da avere raggiunto forza di legge».Che cosa dovrebbe fare invece l’Italia?
«Dopo il declassamento a Bbb+ il nostro governo ha un’occasione straordinaria per rinegoziare con gli Usa il contratto dei caccia F35, che è di per sé troppo oneroso e dopo il declassamento lo è ancora di più, chiedendone almeno il dimezzamento per eccessiva onerosità sopravvenuta».Sarebbe una ritorsione politica. «Bisogna avere la schiena dritta qualche volta, e Mario Monti ce l’ha, per fortuna».f.massaro corriere.it

Le banche centrali al lavoro per il ritorno alle monete locali

Venerdì, 9 Dicembre 2011

Per i vedovi della Lira la notizia è succulenta. Le zecche di diversi Paesi dell’Unione Europea si stanno muovendo per tornare a stampare monete locali, dopo che pensare l’impensabile è diventato esercizio quotidiano nel Vecchio continente, come il jogging per Bill Clinton o le flessioni su un braccio solo per Donald Rumsfeld. La differenza, rispetto a notizie simili lette in questi giorni, è che a scrivere oggi dei piani per il ritorno al mondo precedente al gennaio 2002, è il “re dei gufi”, quel Wall Street Journal che, da buon americano, all’euro, più a ragione che a torto, non ha mai creduto. Il lavoro questa volta è serio e il pezzo (intitolato «Banks Prep for Life After Euro») è scritto a sei mani con altre tre colleghi che vi hanno contribuito.Il caso forse più evidente è quello della Banca centrale irlandese la cui zecca, l’anno scorso, ha stampato banconote da 10 euro per un totale di 127,5 milioni di euro. Il meccanismo è questo: Francoforte determina la quantità di banconote da produrre, ma non le stampa. Le dà in outsourcing alle banche centrali dei Paesi della zona euro. Che in alcuni casi, come Grecia e Irlanda, hanno le loro zecche. Mentre, in altri casi, le fanno stampare a privati. Bene, secondo il quotidiano di Wall Street, la banca centrale di Dublino ha discusso di come ampliare la propria capacità nel caso si trovi nella condizione di dovere stampare moneta per un ritorno alla sterlina irlandese. Il dubbio dei funzionari è, nel caso, se riattivare le vecchie presse o se ricorrere ai privati. La Central Bank of Ireland si è andata a nascondere in uno di quei “no comment” che normalmente i giornalisti scambiano per una conferma ma forse sarebbe sorprendente il contrario: che con tutte le banche che simulano o parlano apertamente di una possibile dissoluzione della moneta unica, qualcuno non stia già pensando a come rimettersi a stampare il vecchio conio. Anche se per ora tutti gettano acqua sul fuoco: questi piani, dicono le banche centrali, non significano che ci aspetti la fine dell’euro. Semplicemente si preparano a tutto o, meglio ancora, allo scenario peggiore. Ma Dublino non è sola. Anche Paesi fuori dalla zona euro ma le cui monete sono legate alle nostra si stanno muovendo: dal Montenegro alla Svizzera passando per la Lettonia, ognuno sta iniziando a guardarsi attorno per capire, fra l’altro, a quale altra moneta forte, o quale basket di monete, eventualmente agganciarsi.  Alcuni euro sono poi stampati fuori dall’eurozona, come a Gateshead, nel nord del Regno Unito. Qui ha sede la De La Rue  che stampa moneta per conto di diversi paesi europei e che fa da supporto alla Bank of England per stampare sterline. La situazione ha preoccupato alcuni funzionari dell’istituzione di Threadneedle Street.  Temono che, se la moneta unica dovesse diventare materia per numistatici, l’impianto possa essere preso d’assalto dalle richieste di stampare monete locali, compromettendo la capacità di stampare sterline. Un portavoce della BoE ha escluso di stare chiedendo un accesso maggiore all’impianto di Gateshead mentre il Ceo di De La Rue, Tim Cobbold, si sfrega le mani e ricorda ai Paesi dell’euro zona che in genere occorrono circa sei mesi per sviluppare una moneta nuova con tutti i crismi di sicurezza del caso. Ora che con questa scarovanata di notizie funeree abbiamo reso felici i vedovi della Lira, vorremmo si fermassero un secondo a riflettere. È vero che l’operazione euro è stata costruita con ottusa rigidità teutonica e pletorica burocrazia francese, forse il peggio su cui si potesse edificare una moneta unica. Ed è anche vero che la Ue è nata con un deficit democratico (proprio agli irlandesi li hanno fatto votare finché non hanno votato la cosa giusta). Ma è altrettanto vero che quando il petrolio arrivò ai massimi, qualche anno fa, avremmo pagato la benzina 5.800 lire al litro. Certo in questi giorni è salita ancora, ai massimi in Europa, ma resta ben lungi da quel livello che, per un’economia basata sul trasporto su gomma come la nostra, sarebbe stato esiziale. E questo senza manco citare che andare a trattare a Pechino o a Brasilia come Roma vuole dire costringere il funzionario cinese o brasiliano ad aprire Google Maps. Poi certo con l’economia mondiale su cui volteggiano i corvi, il Brasile che nel terzo trimestre ha visto il Pil contrarsi dello 0,04% e la Cina la cui produzione industriale a novembre si è contratta per la prima volta in tre anni, i vedovi rischiano di vedersi soddisfatti. Ma nessuna resurrezione sarebbe più funesta.j.barigazzi linkiesta

Il problema non è l’Italia, l’euro

Lunedì, 28 Novembre 2011

Il compito a casa che Merkel-Sarkò hanno dato a Monti non è quello di cui tutti parlano: salvare l’Italia nell’Euro. E’ invece come uscire tutti assieme dall’Euro. Ovviamente Merkel e Sarkò non possono dirlo; sono politici con elezioni a breve e non possono smentire loro stessi. Quindi chi meglio di un bravo prof, per di più italiano (facile da irridere), per la bisogna?Che l’Euro non funzioni lo dicono i fatti; il fiume di parole di politici e tecnocrati, che non possono smentire più di 10 anni di loro prediche convinte (in qualche caso interessate), ormai se l’è portato via la piena di questi ultimi mesi. Come: “senza Euro saremmo al disastro; l’Euro ci ha salvati dal sottosviluppo; l’Euro senza il Sud-Europa sarebbe una moneta fortissima; la stabilità del valore monetario è la chiave dello sviluppo; senza euro, catastrofi economiche e addirittura possibilità di guerre civili”, e così via. Tutte parole e tesi da dimostrare, il più delle volte indimostrabili, quasi sempre tecnicamente e politicamente superficiali o sbagliate.L’Euro fu fatto sostanzialmente con due obiettivi: come strumento di integrazione europea; e come valuta forte, sulla quale far convergere finanze da tutto il mondo, in alternativa a dollaro e yen.I due obiettivi sono stati mancati.Dal momento della creazione della moneta unica, nessun processo importante di integrazione europea è stato fatto (non in campo sociale, non in quello fiscale, non in quello educativo o sanitario, non in quello commerciale, e neanche in quello economico-finanziario), facile sarebbe dimostrare questi fallimenti. Non c’è stata neppure una migliore integrazione politica; tutto come prima, se non peggio (il costo crescente della mirabolante macchina politico-burocratica di Strasburgo-Bruxelles, e anche una incomprensibile estensione geografica di una regione euro inventata).L’Euro non poteva essere una moneta forte, per la semplice ragione che non rappresentava un sistema politico sociale unico, ma Stati-Nazione profondamente diversi tra loro e al loro interno, una moneta quindi non rappresentativa di un unico sistema economico-sociale e soprattutto ingestibile, come i fatti hanno dimostrato. Dollaro, yen, yuan e altre monete di Paesi emergenti, rappresentano patrimoni, economie, Stati, ben definiti, e sono monete gestite, con politiche nazionali mirate. L’Euro no.Un fatto clamoroso di questi giorni è stato il mancato collocamento di metà delle obbligazioni tedesche in euro; la Germania non era a parole la locomotiva di questo Euro? Cosa vuol dire che il mercato (compreso quello interno tedesco) ha rifiutato di sottoscrivere un prestito alla Germania in Euro? Come ne usciamo? Il problema non è l’Italia e neppure la Spagna, il Portogallo o la Francia; il problema è l’Euro. Quindi all’unico Presidente non politico e non eletto della vecchia Europa è stato dato il compitino a casa. Forse lui ha capito che deve ancora mettere a posto i conti italiani, esattamente come aveva fatto Tremonti. No: non si tratta di questo. Il “prof” deve dirci quale è la strada migliore per sostituire l’euro. Migliorarlo con un fondo salva Stati (gli Stati più ricchi “salverebbero” quelli più poveri) è in sé un’utopia etica, a meno che quelli più ricchi, con questo strumento, si pappino i più poveri (come forse sta succedendo in Grecia).L’altro giorno un monetarista è tornato a proporre un serpente monetario; l’Euro resterebbe moneta di riferimento (come lo fu l’Ecu) per gli Euro-nazionali, che potrebbero oscillare su fasce percentuali, anche ampie, attorno ad esso. La politica monetaria tornerebbe agli Stati membri, finché gli Stati-Nazione non abbasseranno le proprie bandiere di fronte al progetto degli Stati Uniti d’Europa. Stupidaggine? Perché? m.inghilesi loccidentale