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Il deficit al 3% fu inventato per ragioni politiche non economiche

Sabato, 6 Ottobre 2012

Le chiffre est martelé par François Hollande et par Jean-Marc Ayrault. Il était aussi l’alpha et l’omega de la politique de discipline budgétaire menée avant eux par Nicolas Sarkozy et François Fillon. A droite comme à gauche, le chiffre est brandi comme un totem devant lequel il faut s’incliner sous peine d’être accusé de mener le pays à la faillite. Considéré comme intenable par de nombreux économistes, vilipendé à la gauche de la gauche comme le symbole honni de l’austérité, ce chiffre, vous le connaissez : c’est « l’engagement pris par la France de respecter les 3?% de déficit public dès 2013 », répète à l’envi Hollande. Pour y parvenir, le budget, présenté ce matin en Conseil des ministres, exigera du sang et des larmes, avec 20 milliards d’impôts supplémentaires. Un chiffre rond et facile à retenir On le voit, cet engagement des 3?% aura des conséquences directes sur notre vie quotidienne. Mais ce chiffre gravé dans le marbre du traité de Maastricht depuis 1992, d’où vient-il?? Eh bien… de nulle part. Incroyable et pourtant nous avons retrouvé l’homme qui, au ministère des Finances, installé à l’époque dans l’aile Richelieu du palais du Louvre, a griffonné ce chiffre sur un coin de table.  Ce haut fonctionnaire, Guy Abeille, l’avoue aujourd’hui : les 3?%, inventés en une heure un soir de juin 1981, ne reposaient sur aucune théorie économique mais, pour cette raison sans doute, il convint parfaitement à François Mitterrand, qui avait exigé, pour faire barrage à ses ministres trop dépensiers, un chiffre rond et facile à retenir. Et voici comment le fondement de notre politique budgétaire, imposé comme une règle d’airain à toute l’Europe, a vu le jour… au doigt mouillé.
L’anecdote peut prêter à sourire, mais, et c’est toute l’ironie de l’histoire, les technocrates de Bruxelles se sont inspirés de ces fameux 3?% pour bâtir une autre règle, tout aussi faussement cartésienne, obligeant à limiter le déficit structurel des Etats à 0,5?%. Pourquoi pas 1?% ou 2?%?? Nul ne le sait vraiment, comme peu savaient d’où pouvaient bien venir les 3?% dont on parle tant aujourd’hui. Marc Lomazzi avec Boris Cassel leparisien |http://www.leparisien.fr/economie/l-incroyable-histoire-de-la-naissance-des-3-de-deficit-28-09-2012-2184365.php

Euro, chi dice no (all’estero)

Venerdì, 3 Agosto 2012

Il contrasto fra il dibattito internazionale in merito agli errori nella costruzione dell’Euro e il silenzio totale della politica italiana sul tema è impressionante. Eppure si tratta di argomenti che, oltre ad essere profondamente pervasivi, vedono un’opinione pubblica divisa a metà e una fortissima e qualificata corrente di opinione da parte di economisti internazionali di assoluto prestigio: in teoria quindi condizioni ideali per la nascita di un dibattito di largo spessore.Non si tratta quindi di una stravaganza de il Giornale, che da più di un anno ospita articoli che invitano a riconsiderare l’Euro attuale; al contrario, è incredibile che gli appelli di premi Nobel come Krugman e Stiglitz rimangano del tutto inascoltati e relegati, magari dagli stessi giornali che ne pubblicano gli articoli tradotti a idee marginali senza risposta.Le opinioni euroscettiche non sono del resto una novità. Buona parte del mondo accademico economico anglosassone evidenziò da subito molti dei difetti della moneta unica, poi prontamente rivelatesi tali. Si trattava di nomi di peso assoluto, come Rudiger Dornbusch, professore al Mit oppure Martin Feldstein, insegnante ad Harvard. Tali opinioni risultarono poi fondamentali per la decisione dell’Inghilterra di non aderire alla moneta unica e ne rimane evidente traccia nei dibattiti parlamentari a seguito dei quali la scelta di Londra venne presa.In Italia invece tali argomenti «contro» vennero sbrigativamente bollati come dettati da una sorta di invidia dell’America nei confronti della meravigliosa idea europea. Errare è umano ma, una volta toccato con mano e duramente quanto essi avessero avuto ragione, sarebbe normale aprire una parentesi di riflessione e ripensare al merito delle nostre scelte. Invece il nulla. Eppure Dornbusch nei suoi scritti faceva preciso riferimento proprio all’Italia, prevedendo che una volta agganciata ad una valuta troppo forte si sarebbe trovata negli stessi problemi che avevano portato alla crisi del 1992.Il premio Nobel Krugman è addirittura ossessivo, dalla sua tribuna ospitata nelle colonne del New York Times , nell’evidenziare la stupidità delle scelte dei governanti europei e del mito dell’«austerità espansiva». Su queste pagine viene citato ma per il dibattito politico italiano egli rimane sostanzialmente uno sconosciuto, così come le conclusioni euroscettiche di un altro premio Nobel come Joseph Stiglitz.È di questa settimana l’ennesimo articolo di Krugman che paragona l’Euro al calabrone, che in teoria non dovrebbe volare ma che ha volato lo stesso grazie allo sfruttamento delle economie periferiche (gonfiate dal denaro «facile» portato dall’Euro) da parte dell’industria della «virtuosa» Germania avvantaggiata dall’assenza di cambi flessibili.Recente è lo studio di David Woo di Merrill Lynch che, sulla base della teoria dei giochi, stabilisce che per l’Italia sarebbe conveniente uscire dall’Euro. Nulla. Silenzio.
I commentatori di casa nostra rimangono aggrappati ad uno studio catastrofista dell’Ubs dell’anno scorso come se fosse vangelo.Non mancano comunque anche le voci europee sull’insostenibilità dell’Euro così come oggi è formulato: peccato che le idee, pure se ottimamente argo­mentate come quelle di Paul de Grauwe oppure gli editoriali più che espliciti di Jeremy Warner, editorialista economico del Telegraph , fatichino a trovare spazio nella cappa di euroconformismo montiano.In questo contesto l’informazione a volte va cercata con fatica in rete,dove i commenti degli economisti contro l’Euro vengono attivamente dibattuti, talvolta anche in siti italiani, come quello gestito dal professor Alberto Bagnai dell’università di Pescara,abilissimo nel confutare i falsi miti legati all’Euro e che ha organizzato anche un convegno internazionale per discutere del tema, invitando economisti come Roberto Frenkel dell’università di Buenos Aires.Altre voci si possono ritrovare nelle interviste «senza pregiudizi » del blogger indipendente Claudio Messora, a volte sbrigativamente bollate come «complottiste » per lo spazio che concedono a tutte le opinioni, incluse quelle di qualche teoria alternativa. Eppure anche economisti decisamente a favore dell’Europa, come Luigi Zingales, propongono idee per uscire dal vicolo cieco attuale, come ad esempio la creazione di due aree differenziate. Insomma, ce ne sarebbe abbastanza perché anche in Parlamento si cominciasse a discutere apertamente di costi e benefici, senza accettare qualsiasi cosa in nome del dogma della moneta unica. Nota finale: quasi tutti gli economisti «critici» propongono soluzioni alternative alla rottura dell’Euro: le tasse non sono mai fra queste.Claudio Borghi Aquilini per “il Giornale

L’Euro ha fatto male anche i Tedeschi (ma non alle imprese e finanza)

Martedì, 10 Luglio 2012

Sembra che investitori, opinione pubblica e governi (per quanto celatamente) siano convinti che la Germania alla fine sia disposta a tutto pur di mantenere in vita l’euro, essendo il Paese che ne ha tratto i maggiori benefici e che, quindi, sarebbe più danneggiato dalla sua fine. Per la stessa ragione, monta il risentimento nei confronti dei tedeschi che, egoisticamente, rifiutano di aiutare i Paesi oggi in crisi, proprio a causa dei sacrifici che devono sopportare per mantenere in vita l’euro.Di primo acchito sembrerebbe così: nei 14 anni della moneta unica la Germania è cresciuta in media all’1,35%, un dato forse non portentoso ma di tutto rispetto alla luce della crisi finanziaria ed economica che ormai dura dal 2008. Molto più degno di nota la capacità di mantenere la produttività in crescita a un tasso medio dell’1,25%, che ha
garantito una crescita del Pil pro capite in linea con quella dell’economia nel suo complesso. Il tutto trainato da una poderosa capacità di esportare, che ha trasformato il deficit commerciale del 1998 in un avanzo pari al 5,5% del Pil nel 2012, ineguagliato perfino dalla Cina, oggi scesa al 2,7%.Per le imprese tedesche, l’euro è stata manna dal cielo; ma per herr Muller è stato un pessimo affare. Alle fortune delle imprese tedesche non è corrisposto un miglioramento del tenore di vita in generale: in 14 anni di euro, infatti, il livello dei consumi privati è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media). Per sostenere le imprese nell’era dell’euro, i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%. E tutti gli incrementi di produttività sono andati in profitti.I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono oggi più bassi che nel 1998 (in Italia +40%, Francia +100%). Lo Stato ha contribuito, facendo gravare su consumi e reddito da lavoro il 90% dell’intero gettito fiscale. Ma, alla fine, è herr Muller che va a votare. Farebbe bene a ricordarlo chi conta sulla volontà della Germania di salvare l’euro, e non capisce lo scetticismo di herr Muller nei confronti della moneta unica: lui i profitti della Volkswagen non li ha visti. Inoltre non è più vero che un crollo dell’euro metterebbe in ginocchio la Germania produttiva: perché ha sfruttato l’euro per comprimere salari e ristrutturare, diventando più competitiva non solo nell’eurozona, ma nel mondo intero. Dall’inizio dell’euro, del 14% complessivamente secondo la Bundesbank.E perché si sta progressivamente sganciando dall’Eurozona: le esportazioni verso gli altri Paesi euro si sono ridotte dal 46% (fine 1998) al 37% attuale; a vantaggio di quelle verso il resto dell’Europa e verso l’Asia (salite rispettivamente al 32% e 16%). Più passa il tempo, quindi, meno l’euro diventa importante anche per il Made in Germany.Se poi si considera che all’interno dell’Eurozona Paesi come Austria o il Belgio contano, in termini di scambi con la Germania, come o più di Italia e Spagna, e che l’Est e il resto d’Europa contano quanto l’Eurozona, ci si rende conto che la Grande Germania, economicamente, è una realtà, i cui confini non corrispondono a quelli della moneta unica. Una moneta che in Germania sarà sempre meno spendibile politicamente.Un eventuale crollo dell’Euro andrebbe a danno dello Stato tedesco, che dovrebbe accollarsi le perdite della Bundesbank, esposta a marzo per 630 miliardi nei confronti dell’Eurosistema; e delle banche tedesche, con 438 miliardi di esposizione verso i Paesi in crisi dell’Eurozona.Me se alla fine la Germania fosse costretta a intervenire per salvare l’euro dall’estinzione, il costo ricadrebbe comunque sulle sue finanze pubbliche. Più passa il tempo, perdura la crisi e si aggrava la recessione, che ormai lambisce la Germania, più il cittadino tedesco vedrà solo vantaggi dell’uscita dall’euro, e minori saranno i costi per le imprese tedesche. Fantascienza? Forse. Ma più di un investitore ci sta già pensando.Alessandro Penati per “la Repubblica

L’Unione politica europea? la vieta la legge tedesca

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Altro che Angela Merkel. Il vero grande ostacolo sulla via della svolta dell’Ue verso una vera unione politica e fiscale è la Corte Costituzionale tedesca. Che per esempio ha stabilito ieri, che il governo non ha informato in modo sufficiente il Parlamento sulle decisioni relative al fondo Salva-stati Esm. Se ne parla poco dell’ostacolo costituzionale, si preferisce accusare la cancelliera di populismo, di ottuso calcolo politico interno. Magari un po’ di questo ci può essere, la leader tedesca non è famosa per eccesso di grandi visioni, piuttosto per il suo sicuro istinto politico. Il fatto è che dietro le sue reticenze verso eurobond, minieurobond, garanzie bancarie e via dicendo – le misure, insomme, ritenute indispensabili per salvare l’euro – ci sono (anche) cruciali questioni giuridiche. E con il diritto, si sa, in Germania non si scherza, anche se la Corte costituzionale ha mostrato una certa flessibilità – ma ponendo condizioni sempre più strette – quando è stata chiamata a giudicare su trattati chiave come Maastricht o Lisbona, o sul fondo salva-stati Efsf.Proprio in quelle sentenze la Corte ha posto limiti chiarissimi all’integrazione europea. Un’integrazione, sembra di capire parlando con gli esperti e gli addetti ai lavori, giunta (quasi) ai limiti, dal punto di vista costituzionale tedesco. E questo anche contro gli stessi desiderata della cancelliera, che pure perora, appunto, la causa dell’unione fiscale e politica dell’Ue, con forti cessioni di sovranità verso Bruxelles, e con tanto di ministro delle Finanze Ue, come condizione per ulteriori passi in avanti, eurobond inclusi. In realtà, basta parlare con gli addetti ai lavori per capire una drammatica verità: proprio per andare sulla strada indicata dalla Merkel c’è un solo modo, modificare la costituzione tedesca. Il che è possibile solo con un (difficilissimo) referendum. «A meno che per unione fiscale e ministro delle Finanze Ue – dicono fonti bene informate – non si intendano solo etichette vuote. Se invece c’è sostanza non si può».«I limiti dell’integrazione europea – spiega in effetti, in una recente, memorabile intervista a Die Welt Hans Jürgen Papier, presidente della Corte Costituzionale tedesca dall’aprile 2002 al marzo 2010- si trovano nel rispetto dell’ordine democratico della legge fondamentale (tedesca ndr). Se la rappresentanza eletta del popolo tedesco non ha più niente da decidere, perché tutte le competenze fondamentali sono state trasferite a livello europeo, allora abbiamo svuotato l’ordine democratico. La richiesta di più Europa suona bene. Se però si superano i limiti, vengono sacrificati i valori fondamentali della Costituzione». Per chi non l’avesse capito: «Il Grundgesetz (la costituzione, ndr) – dice ancora Papier – non permette che l’Europa diventi uno Stato che può attrarre a sé, autonomamente, sempre più competenze. A questo fine il popolo tedesco dovrebbe darsi una nuova Costituzione (possibile solo con un referendum, ndr). Ma non vedo alcuna disponibilità in merito. Il popolo tedesco non vuole, al momento, uno Stato federale europeo, come del resto non lo vogliono gli altri popoli europei».Papier sembra lieto di poter dire apertamente quello che fino a poco tempo fa, da presidente della Corte costituzionale, non poteva. A parlare con gli esperti, si capisce qual è uno dei punti centrali: il diritto esclusivo del Bundestag di deliberare sul bilancio della Germania in nome del popolo sovrano. Un diritto che Udo Di Fabio, giudice costituzionale fino all’anno scorso, ha definito «il gioiello» del Parlamento tedesco. «Vi sarebbe una violazione del principio democratico del diritto di bilancio del Bundestag- recita il celebre verdetto sul Trattato di Lisbona, emesso dalla Corte costituzionale nel 2009 (sotto presidenza Papier)- qualora la definizione delle modalità e delle dimensioni delle spese che riguardano i cittadini (tedeschi ndr) fosse trasferita in modo sostanziale dal Bundestag al livello sopranazionale». Tradotto: qualunque decisione di esborso non abbia «passo passo», dice la Corte, l’autorizzazione tramite voto in plenaria del Bundestag, violerebbe la Costituzione. E poiché siamo in Germania, dove la chiarezza è d’obbligo, la stessa Corte di Karlsruhe in una sentenza (favorevole) emessa lo scorso settembre sul fondo salva-stati Efsf, ha avvertito che «nei pagamenti non può esservi alcun automatismo che mini i diritti dei parlamentari». Al contrario, ogni singolo esborso solidale, nei confronti di altri Stati Ue, «dovrà singolarmente esser autorizzato dal Parlamento» tedesco.Corollario: per la Corte non sono costituzionali decisioni a maggioranza in sede Ue in materia di bilancio «che possano imporre alla Germania azioni contro la sua volontà». E infatti le decisioni del nuovo fondo salva-stati permanente Esm – su cui comunque la Corte sarà chiamata a esprimersi, questa volta, a differenza del giudizio di ieri, nel merito, visti gli imminenti ricorsi – prevede per le decisioni sui prestiti maggioranze qualificate così ampie che non si possono raggiungere senza il sì tedesco. Insomma, la Germania non potrà vedersi imporre a maggioranza decisioni su aiuti a Stati in difficoltà contro la sua volontà, altrimenti la bocciatura dei giudici costituzionali (che del resto non è esclusa, si vedrà) sarebbe stata inevitabile.In questo quadro, come si può immaginare un ministro delle Finanze Ue che stabilisce misure che riguardano tutti gli Stati, Germania inclusa, senza passare dal Bundestag? O eurobond, emissioni di titoli comuni con garanzia comune anche per debiti di altri Stati sul cui bilancio il Parlamento di Berlino non ha potere di codecidere? O l’idea di dare a Bruxelles il potere di bloccare un bilancio nazionale fuori norma? Un’unione fiscale come sogna la Merkel, dunque, con l’attuale costituzione tedesca non si può fare. E senza unione fiscale, niente debito comune, niente politica di bilancio unitaria. Il pendant politico all’Unione monetaria ha insomma un pesantissimo ostacolo. A meno di non immaginare un referendum in cui i tedeschi dicano sì alla cessione di sovranità in termini di bilancio – magari a favore di Italia, Spagna, Grecia o Portogallo. Fantascienza. g. del re linkiesta

Berlino comprerà imprese italiane con soldi italiani. E’ troppo!

Giovedì, 7 Giugno 2012

“La Germania agirà?”, si chiede il Wall Street Journal. Chissà! Ma a questo punto e per come stanno andando le cose a livello europeo per l’Italia, Berlino ha già agito. Eh sì, perché a parte l’attualità cerebralmente ingolfante delle ultime settimane – il rischio Spagna, Grecia e Cipro – , quello che si sta delineando è uno scenario che ha dell’incredibile e che rischia di mettere l’Italia di fronte a un bivio in cui le varie soluzioni sono tutte dolorose, sebbene con diversa intensità.Partiamo da tre notizie che ci paiono di notevole interesse per ragionare su Italia, Germania e progetto europeo.La prima, riportata ieri su MF con un articolo dell’economista Guido Salerno Aletta, “E Berlino lavora al fondo pigliatutto”, dà conto di come lo stato tedesco stia manovrando per creare un mega fondo di gestione degli asset dei paesi maggiormente indebitati, Grecia in primis ma non solo (l’Italia è poco sotto nella lista, immaginiamo). Si chiamerà Eureca e l’impresa di consulting Roland Berger se ne sta occupando.Si tratterebbe di una soluzione tesa a coordinare in uno strumento simile a quello impiegato al tempo della riunificazione tedesca, Treuhandanstalt, “che coordinò la vendita delle aziende della ex DDR”, per usare le parole di Salerno Aletta, la (s)vendita del patrimonio dei paesi più indebitati, ma che di fatto fungerebbe da cavallo di Troia tedesco per fare incetta di patrimonio immobiliare europeo a basso prezzo, quello spagnolo in primis, e di know how imprenditoriale europeo.Seconda notizia. Nell’ultimo anno, circa 274 miliardi di euro in risparmi hanno lasciato l’Italia, per lo più in direzione Germania, Lussemburgo e Olanda. Un fenomeno, quello della fuga dei capitali italiani, che purtroppo non riguarda solo la nostra nazione. Anche la Spagna, la Grecia e il Belgio pagano la precarietà delle proprie finanze pubbliche e della loro politica in generale.Di questi centinaia di miliardi d’euro in fuga da parti significative dell’Europa, in particolare meridionale, gli istituti di credito germanici hanno conquistato circa il 70%, per un totale di 380 miliardi di euro solo negli ultimi 12 mesi.Terza notizia, di cui lo scorso Sabato ha dato conto anche il Wall Street Journal. Continua il braccio di ferro tra il gruppo dirigente di Unicredit e l’Autorità bancaria tedesca, la BaFin, acronimo della Bundesanstalt für Finanzdienstleistungsaufsicht. Ai tedeschi non va giù che Piazza Cordusio dreni risorse dalla Hypovereinsbank (HVB), la banca acquisita nel 2005 per 15 miliardi di euro dal gruppo bancario italiano allora amministrato da Alessandro Profumo.Ai tedeschi, in sostanza, piace fare la ‘spesa’ in giro per l’Europa ma non piace che la si faccia nel loro cortile. Un problema che, dal punto di vista del sistema bancario intereuropeo, s’inserisce in un processo di ri-nazionalizzazione delle catene di comando delle banche del Vecchio Continente.Traiamo le conclusioni da queste tre notizie. La prima è che la Germania sta lucrando politicamente, economicamente e commercialmente dall’attuale crisi, e si prepara prendersi molto patrimonio a due lire, o meglio euri. Secondo dato, che conferma il primo, è che più l’Europa meridionale s’inaridisce sul piano creditizio, più le banche tedesche diventano destinatarie dei capitali in fuga dal Sud Europa e dunque possono concedere credito alle imprese tedesche per acquisire le imprese del Sud e prestare allo Stato federale e ai Länder per finanziare programmi sociali. Dunque più austerità viene imposta dal governo tedesco ai paesi con finanze pubbliche disastrate, più la Germania nel suo insieme si arricchisce di credito.Terzo dato. In Italia si pensa che appartenere al mercato unico europeo, voglia dire mettersi in brache da mare mentre gli altri indossano ancora la tuta da sci nella tormenta. Siamo tutti sulla stessa barca (che affonda), sì certo, ma gli interessi industriali nazionali e il posizionamento geografico dei centri di comando imprenditoriali e bancari contano, e come!Sempre più pezzi industriali, infrastrutturali, commerciali dell’Italia finiscono in mani straniere. Edison in quelle francesi. Ansaldo in mano ai giapponesi. I cinesi si stanno impadronendo del porto di Napoli. E poi banche e medie imprese, sempre più hanno controllo estero. L’Italia si sta sgretolando e l’attuale governo, se non azzardiamo l’accusa di compiacenza, almeno è impotente. E’ colpa di questo governo? Certo che no. Si potrebbe scrivere un mega volume per elencare le cause del perché l’Italia stia collassando. Accenniamo solo due o tre capitoli. Spesa pubblica eccessiva ed inefficiente. Obsolescenza del sistema educativo. Classe dirigente impreparata. Deficit infrastrutturale. Controllo delle nascite. E tanto altro.A condizioni date, l’Italia è, almeno nel breve periodo, spacciata. A questo punto bisogna solo stabilire l’estensione temporale di tale condizione e le condizione di operatività: si vuole patire per un periodo di dieci anni a sovranità ritrovata, o per venticinque – come noto per convenzione una generazione – a sovranità limitata. A noi la scelta.Per intenderci. Se la Repubblica italiana – e il suo governo – dovesse ostinarsi a far rimanere l’Italia nell’eurozona, di fatto la nostra nazione non resterebbe in Europa, bensì entrerebbe a far parte di una grande zona commerciale a dominazione tedesca, con leve di spesa e tributarie in mano a potenti burocrati europei eterodiretti dal governo di Berlino.Questo nella speranza che in una generazione gli italiani abbiano imparato il tedesco e siano in condizione di adeguarsi alla ‘visione del mondo’ che il sistema culturale germanico sarà riuscito lentamente ad imporre al resto d’Europa e che nel frattempo avrà contribuito a creare il ‘nuovo italiano’, ritagliandogli un qualche ruolo industriale dentro la ‘grande’ Germania.Secondo via. L’Italia abbandona l’eurozona e ri-italianizza il proprio debito pubblico – oggi per più del 40% detenuto all’estero e cosa più importante, remunerato all’estero! – attraverso una grande operazione di finanzia pubblica straordinaria. La Lira italiana torna a essere valuta nazionale, la quale per dieci anni sarà debole, molto debole, almeno fino a quando quaranta punti percentuale di debito pubblico italiano non saranno abbattuti.Alti livelli d’inflazione (a due cifre?) per almeno una decade – ma sempre meglio del trend deflazionistico in corso, si dica – e perdita di valore di tutte le posizioni patrimoniali espresse in Lire. Rischio alti livelli di disoccupazione. Blando protezionismo industriale e immobiliare. Sovranità monetaria ritrovata e leve fiscali di nuovo in mano al governo nazionale. Sospensione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, per riacquisire in una generazione un equilibrio intergenerazionale appropriato e potenzialmente tornare a far giovare l’Italia di quello che viene definito “dividendo demografico”.

Uno scenario questo che può funzionare solo se una completa riforma politico-amministrativa sarà compiuta e solo se, ancor più importante, la pressione fiscale totale sarà abbattuta di almeno 15 punti percentuale, partendo dalle norme tributarie che pesano su imprese, lavoro e famiglie. A tale alleggerimento fiscale dovrà corrispondere una draconiana diminuzione degli attuali livelli di spesa pubblica, oggi al 54% del Pil, giù almeno fino al 38-37% in dieci anni.

Vere “lacrime e sangue”. Questo è il costo politico, economico e sociale che dovremmo sostenere se uscissimo dall’euro. Potremmo però sostenerlo con più margine di successo se i paesi dell’Europa mediterranea attualmente nella zona euro e in difficoltà – Italia, Spagna, Portogallo e Grecia – decidessero di unire le proprie forze, creando una zona commerciale e monetaria propria che possa interagire (e anche competere) con maggiore potere negoziale presso il blocco tedesco centro-europeo.

Non resta ora che attendere un partito che offra agli italiani la scelta, comunque dolorosa, tra queste opzioni. Meglio prima che dopo. A quel punto ognuno di noi dovrà scegliere che nazione dare ai propri figli: la grande pizzeria Italia per i tedeschi o la rinascita delle Nazione italiana. A noi decidere. e. ferrazzano loccidentale

La BCE non sa gestire i rischi – bocciatura dalla Corte dei Conti UE

Mercoledì, 6 Giugno 2012

La Banca Centrale Europea presenta lacune e difetti nell’analisi e nella gestione dei rischi. In tempi normali, quest’analisi della Corte dei Conti dell’Unione Europea – contenuta in un rapporto datato 27 marzo 2012 ma reso noto solo lunedì scorso – sarebbe apparsa una questione per pochi tecnici addetti ai lavori. In tempi di crisi, di massicce operazione di liquidità da 1.000 miliardi di euro (Ltro), di programmi di acquisti di bond di paesi in difficoltà (Smp, con un’esposizione di almeno 200 miliardi di euro su titoli di paesi a rischio) fa tutto un altro effetto. Il rapporto, firmato dal presidente della Corte Vítor Manuel da Silva Caldeira, è intitolato «Relazione sull’audit della gestione dei rischi della Banca centrale europea per l’esercizio finanziario 2010». La Bce ha risposto, precisando alcune migliorie nel frattempo intervenute, dichiarando però di «accogliere» quattro delle sette raccomandazioni della Corte, ammettendo così la fondatezza dei relativi rilievi.«Alla Bce – recita il rapporto di 38 pagine – vi è una netta separazione tra la gestione dei rischi finanziari e la gestione di quelli operativi, che accresce il rischio che la visione delle esposizioni riguardanti l’intera Bce possa non essere completa». La Corte lamenta che «non è stato istituito alcun organo unico, indipendente, come un Direttore rischi o un Comitato per la gestione globale dei rischi. Al momento dell’audit, il membro del Comitato esecutivo incaricato della gestione dei rischi aveva anche una serie di altre aree di responsabilità, mentre un Direttore rischi (come invece fa, ricorda la Corte, la Bank of Canada, ndr) si concentrerebbe esclusivamente sulla gestione dei rischi». Ed è proprio direttore o di un comitato unico sui rischi, afferma la Corte, che urge alla Bce. Secondo il rapporto, «l’assenza di una funzione di gestione dei rischi gerarchicamente indipendente accresce il rischio che le tematiche concernenti la gestione dei rischi non ricevano sufficiente priorità».Rilievi cui l’Eurotower replica affermando che «questa struttura organizzativa è comune tra le banche centrali e le organizzazioni affini» e che «l’attuale struttura organizzativa per la gestione dei rischi presso la Bce offre un quadro efficiente per la ripartizione dei compiti sotto la responsabilità collegiale del Comitato esecutivo per la gestione complessiva dei rischi della Banca». La Banca Centrale dà in sostanza ragione, invece, alla Corte dei Conti su un altro rilievo importante: «dall’audit – si legge nel rapporto – è emerso che non vi è integrazione tra la valutazione annuale dei rischi operativi ed il ciclo di programmazione strategica e finanziaria della Bce», una grave lacuna che la Corte chiede di colmare.Ci sono anche aspetti che riguardano la trasparenza. Così, lamenta il rapporto, «i conti annuali della Bce contengono solo succinte informazioni su certe questioni di gestione dei rischi invece di riportare un quadro d’insieme del processo di gestione dei rischi nell’organizzazione, i rischi cui essa fa fronte e l’approccio seguito dai dirigenti riguardo a detti rischi». Non è finita: «Le verifiche ed i colloqui operati dagli auditor della Corte – prosegue il rapporto – hanno confermato che il reporting della performance viene effettuato periodicamente ed è trasmesso ai dirigenti in modo tempestivo. Tuttavia, è stato notato che, ai fini del reporting della performance interno alla Bce, gli standard Gips (Global Investment Performance Standards, un insieme di principii etici standard applicabili a tutto il settore, creati e gestiti dall’Istituto degli analisti finanziari abilitati, Cfa ndr) ritenute essere la migliore pratica, non sono stati pienamente rispettati». La Bce conferma il rilievo, spiegando però che non rispetta il Gips «in quanto non interamente applicabile alle proprie attività di banca centrale».Non mancano problemi sulla consapevolezza, da parte del personale, del quadro di gestione dei rischi operativi. «L’indagine del 2009 – scrive infatti la Corte – ha mostrato che circa il 40 % di coloro che avevano risposto affermava di non aver ricevuto sufficienti informazioni in merito all’Orm (gestione rischi operativi, ndr); il 56 % non sapeva chi era stato nominato Coordinatore rischi per la propria Area operativa ed il 45 % non sapeva dove trovare informazioni sull’Orm sull’Intranet (la rete informatica interna, ndr). In base al sondaggio del 2010, il 40 % del personale continuava a non sapere dove trovare informazioni sull’Orm». Il rapporto, inoltre lamenta che «vi è un elevato tasso di avvicendamento del personale, che provoca una perdita di continuità in una funzione importante, accrescendo il rischio che il quadro Orm non venga adeguatamente attuato alla Bce». Molte, troppe lacune, che, avverte la Corte dei Conti, vanno sanate in fretta: «le misure per far fronte ai rischi operativi medio-alti – avverte – dovrebbero essere adottate velocemente», una raccomandazione che la Bce dichiara, significativamente, di «accogliere». In un momento come questo non c’è spazio per errori di valutazione, e soprattutto di gestione, dei rischi sempre più elevati che la Bce si trova a correre. La posta in gioco è ormai troppo alta. g. del re linkiesta

L’esercito tecnocratico dell’UE sta divorando la cultura europea (by Israel)

Mercoledì, 2 Maggio 2012

Europa, forza gentile” è il titolo di un libro di Tommaso Padoa-Schioppa pubblicato una decina di anni fa in concomitanza con il debutto dell’euro. Sulla copertina era rappresentata la ninfa che, secondo il mito, domava la violenza del toro; a simboleggiare il ruolo dell’Europa che, limitando i poteri degli stati opponeva ai miti nazionalisti la parte migliore della sua civiltà: la forza “gentile” del diritto e della cultura. Secondo Padoa-Schioppa molto restava da fare, ma con l’ingresso in scena dell’euro buona parte della costruzione era già realizzata. Oggi, la formula della “forza gentile” potrebbe suscitare ilarità – se non fosse da stolti ridere – pensando alla commissaria europea per la pesca Maria Damanaki che ha scritto ad Andrea Camilleri intimandogli di «non permettere» al commissario Montalbano di indulgere all’abitudine «inaccettabile nel Mediterraneo» di «mangiare novellame», i pescetti neonati. Se siamo a questo punto è da attendersi che la proposta di epurare la Divina Commedia venga accolta. Altro che Dante: bisognerà fare i conti con le intollerabili scorrettezze dei personaggi di Boccaccio, Ariosto e persino Manzoni. E questo per restare entro i confini italiani: su Shakespeare, Goethe o Rabelais stendiamo un velo pietoso. Dunque, la “forza gentile”, la parte migliore della civiltà europea, ha preso le forme di un “politicamente corretto” simile a quello in voga negli ambienti statunitensi dominati dal più scatenato sinistrismo “liberal”. Certo, nell’anno in cui uscì il libro di Padoa-Schioppa si potevano ancora nutrire illusioni. Quel periodo mi ricorda un pranzo in un ristorante parigino con un amico, noto fisico e filosofo della scienza francese. Erano i primi giorni in cui circolava l’euro. Il mio amico dispose sul tavolo una moneta da un euro coniata in Italia e una coniata in Francia: sulla prima, l’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, l’uomo “misura di tutte le cose”; sulla seconda, l’albero della vita racchiuso nell’esagono, simbolo dei confini della Francia. Egli sottolineò la differenza di stile tra la moneta “italiana”, impregnata di spirito umanistico e quella “francese” intrisa di nazionalismo, e francamente brutta. Una situazione analoga era proposta dal confronto tra la moneta da 2 euro di conio italiano, con il volto di Dante, poeta universale, e quella di conio tedesco che proponeva la solita aquila. La chiacchierata conviviale non stimolava solo considerazioni ovvie – la persistente vitalità del senso artistico italiano, una propensione umanistica favorita da un nazionalismo debole a fronte di quello forte francese e tedesco – ma anche riflessioni circa gli ostacoli da superare per costruire una vera unificazione, di cui la moneta unica poteva essere soltanto un “gancio”, ma che doveva poggiare su un’unificazione culturale, senza la quale l’unificazione politica era impensabile. Non si trattava in fondo di inventare nulla. Gli scambi culturali sono stati sempre una caratteristica della civiltà europea, nonostante gli interminabili conflitti e anche nei periodi di massimo oscurantismo. Quando esplose la rivoluzione scientifica l’Europa era dominata dal fondamentalismo religioso e dall’intolleranza, eppure le opere di Galileo, Cartesio, Newton, Leibniz circolavano come un patrimonio di tutto il continente. E così fu nei secoli successivi. Indubbiamente, questa comunanza culturale, al di sopra di nazioni e lingue, era un fenomeno di élites, mentre oggi la sfida di un’unificazione che investa i popoli è ben più complessa e difficile. La posta in gioco era stata compresa ben prima dell’ingresso in scena dell’euro, già nel 1987, quando si mise in piedi il “programma Erasmus” volto a favorire la circolazione di migliaia di studenti da un paese all’altro, per avvicinarli alle altre culture nazionali, apprendere loro ad amarle come la propria, anzi a considerarle come “la propria” cultura, anche imparando alcune delle lingue principali del continente. Il mio amico francese enunciava un principio generale: non ha senso identificare una sola lingua (l’inglese) come mezzo di comunicazione, perché questo servirebbe solo a garantire gli scambi minimi e non risolverebbe il problema della progressiva acquisizione reciproca delle culture nazionali, che si sono consolidate attraverso tradizioni letterarie secolari e lingue raffinatissime. Occorre essere realisti. Una sola lingua può bastare per il turismo o per le comunicazioni tecniche. D’altra parte, il livello di comunicazione sofisticato delle élites dei secoli passati non può essere esteso a strati più ampi. Ma è pensabile educare nuove generazioni di laureati europei (milioni di persone, molto di più di una élite) che conoscano bene un paio di lingue oltre la propria, e abbiano la capacità di intenderne passivamente almeno un’altra. Ma perché questo funzioni occorre accettare un principio “politicamente scorretto”: prendere realisticamente atto del fatto che non tutte le culture europee sono parimenti importanti (per quanto tutte, compresi i dialetti, siano rispettabili e degne di essere preservate). Non tutte le lingue hanno lo stesso grado di importanza. È inevitabile accettare che quel paio di lingue da conoscere bene, ed anche le altre da conoscere discretamente siano le lingue delle culture europee “portanti”. Nei fatti, la tendenza è stata ed è questa: la stragrande maggioranza degli studenti Erasmus si è concentrata in Spagna, Francia, Italia, Germania e Regno Unito e nelle scuole si studiano soltanto alcune lingue “fondamentali”. Ma il realismo non è stato, e sempre meno è, l’anima della costruzione europea che ha scelto come ideologia il “politicamente corretto”, il quale si situa agli antipodi del realismo. In fondo, nella chiacchierata conviviale con l’amico francese sarebbe bastato poco per capire cosa ci attendeva. Sarebbe bastato mettere sul tavolo accanto alle monete metalliche i biglietti della carta moneta europea. In essi era condensata l’immagine dell’equivoco di fondo, della detestabile ipocrisia di cui oggi vediamo la manifestazione quando, come i famosi polli di Renzo dei Promessi Sposi, i paesi europei si beccano secondo inveterati tic nazionalisti – l’Italia che incolpa la Spagna di essere una fonte d’infezione e la Spagna che rimprovera all’Italia una cattiva riforma del lavoro – ma con le zampe legate dalle regole comunitarie. Basta guardarli quei biglietti: non una sola immagine dei grandi monumenti di un continente che raccoglie gran parte dei beni artistici del mondo, non una sola effigie dei grandi letterati, scienziati o musicisti europei. Il perché è chiaro. L’Italia avrebbe avuto l’imbarazzo della scelta nel proporre monumenti o effigie di pittori: ma ciascuno di essi doveva essere controbilanciato da un pari numero di maltesi o finlandesi. La Germania avrebbe potuto proporre stuoli di musicisti: da controbilanciare con musicisti ciprioti o bulgari. Fin dall’inizio non è stato accolto il principio che mettere il volto di Cervantes, di Newton o di Cartesio su un biglietto da 10 euro significava rendere omaggio non a uno spagnolo, a un inglese o a un francese, ma a un grand’uomo “europeo”. L’inizio del superamento delle divisioni nazionalistiche doveva manifestarsi nell’accettazione piena che le culture nazionali erano da considerare come un patrimonio comune e che, senza offesa, qualcuna ha da offrire di più. Ma non è andata così. I biglietti di carta che ci scorrono tra le dita da più di un decennio – con l’assenza di figure concrete sostituite da assurde immagini di elementi architettonici astratti – sono l’immagine della miseria morale e culturale su cui si è costruita l’unificazione e del mancato superamento delle contrapposizioni e degli egoismi nazionali. Altro che “forza gentile”… Sono ben noti gli effetti grotteschi di tale egualitarismo: per esempio, le esorbitanti spese di traduzione nelle istituzioni comunitarie. Chiunque può esercitarsi nel calcolo delle combinazioni a due a due tra più di venti lingue e dell’esercito di traduttori che richiedono. Ma non è di questi effetti kafkiani che vogliamo parlare quanto delle loro cause che sono date dalla sintesi tra il politicamente corretto e il suo inevitabile compagno: la tecnocrazia e la sua pretesa di ridurre i problemi culturali a problemi tecnici. L’eurocrazia ha coltivato l’illusione che si possa creare una cultura come sintesi di una scelta “educata” e paritaria di parti selezionate delle culture nazionali o addirittura definendo a tavolino i principi di una nuova cultura europea. Nel migliore dei casi, si è consentita quella limitata scelta che evocano le immagini delle monete metalliche; nel peggiore dei casi si è inventato un ectoplasma di cultura europea ben rappresentato dal vuoto squallido della carta moneta, metafora del metodologismo puro. Inoltre, la tecnocrazia giustifica il suo vuoto con la pretesa di procedere “scientificamente”. Perciò essa deve affermare la pretesa che le regole che essa impone producano effetti verificabili, quantitativamente misurabili. Quindi, nella valutazione di un progetto culturale quel che conta non sono i contenuti, ma i parametri quantitativi che lo caratterizzano. Prendiamo il caso del programma Erasmus, che era nato con un intento di creare un effettiva conoscenza reciproca delle culture nazionali. Non è esagerato dire che i suoi aspetti positivi sono stati progressivamente erosi e vanificati dall’imporsi della dittatura dei parametri e del politicamente corretto. Se il successo del programma si misura con i numeri, ogni paese si affannerà a salire nelle classifiche di chi accoglie più studenti, senza preoccuparsi di quel che fanno, di cosa apprendono e se imparano la lingua. Ricordo bene gli studenti Erasmus di parecchi anni fa, che seguivano con scrupolo i corsi e facevano ogni sforzo per apprendere l’italiano. Ricordo bene l’intemerata che feci ai miei studenti quando risultò che la prova scritta meglio redatta in italiano era quella di uno studente olandese. Gli studenti Erasmus di ora chiedono di fare l’esame nella loro lingua, non hanno tempo e voglia di studiare l’italiano, si irritano se non ottengono un buon voto anche se non sanno nulla. «Lei mi mette in difficoltà con la mia università», protestava uno studente francese bocciato perché aveva ritenuto fosse sufficiente per superare un esame di storia della matematica leggere l’articolo relativo su Wikipedia… Del resto, per capire a cosa è ridotto l’Erasmus basta navigare in rete. Un sito che fornisce consigli in materia indica la Spagna come meta ideale «soprattutto per la bellezza del paese e la voglia di divertirsi della gente». «Amante dello sci? Granada. Soffri il caldo? Evita la meravigliosa ma afosa Siviglia. Ti piace il surf? Cadice è perfetta». Uno studente italiano, alla mia proposta di seguire un corso a Parigi replicava: «A Parigi sono già stato. Mi trovi qualcosa a Barcellona o a Berlino». Inutile dire che i giovani europei non sono sciocchi e corrotti, ma percepiscono al volo che cosa si chiede loro, e cioè un insieme di procedure che rivestono il nulla. L’Erasmus è soltanto un esempio e tanti altri se ne potrebbero fare. Senza affannarsi troppo a sviluppare analisi, v’è qualcosa che rappresenta in modo perfetto il fallimento del progetto di unificazione culturale del continente: le famose otto “competenze chiave di Lisbona” raccomandate dal Parlamento europeo nel 2006. Lo abbiamo detto: la via maestra per promuovere l’unificazione culturale del continente era di assumere come base le sue culture nazionali nella loro pienezza, ricchezza e integrità, e formare nuove generazioni che le vivessero come elemento della propria identità. Sarebbe stata un’impresa titanica e certamente molto lunga che avrebbe richiesto la valorizzazione piena delle istituzioni educative e culturali di tutti i paesi, ma che era l’unica via realistica e concreta. L’alternativa era il corto circuito tecnocratico dettato dalle esigenze economiche: infischiarsene della cultura e stabilire le condizioni minime per realizzare la mobilità del “capitale umano” e la sua “integrazione nel mercato del lavoro”. Questa è stata la soluzione falsamente concreta, di fatto irrealistica e distruttiva, scelta dall’eurocrazia. Le condizioni minime di cui sopra sono le otto competenze chiave di Lisbona, quella «combinazione di conoscenze, abilità e attitudini» necessarie alle “persone-risorse” del continente per la «cittadinanza attiva, l’inclusione sociale e l’occupazione». Inoltre, siccome occorre essere “scientifici”, queste competenze debbono essere “misurabili”, in conformità con i “parametri di riferimento” stabiliti dal Consiglio d’Europa. Ricordiamone rapidamente l’elenco: 1) comunicazione nella madrelingua; 2) comunicazione nelle lingue straniere; 3) competenza matematica e di base in scienza e tecnologia; 4) competenza digitale; 5) imparare a imparare; 6) competenze sociali e civiche; 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità; 8) consapevolezza ed espressione culturale. Chiunque può leggere i documenti ufficiali e rendersi conto come dietro queste sigle non ci sia nulla: parole vuote di qualsiasi contenuto, vuote come la carta-moneta dell’euro. Per esempio, la competenza matematica è l’abilità di applicare il pensiero matematico per risolvere problemi quotidiani, nella sfera domestica e sul lavoro. Imparare a imparare è l’abilità di perseverare nell’apprendimento. Le competenze sociali e civiche debbono servire a partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita civile e a risolvere i conflitti. L’ottava competenza – l’unica in cui si cercherebbe una parvenza di contenuti culturali – si riduce alla «consapevolezza dell’importanza dell’espressione creativa di idee, esperienze ed emozioni» e alla «consapevolezza del retaggio culturale locale, nazionale ed europeo»: basta esserne consapevoli, quanto a conoscerlo è faccenda che non interessa. Non c’è un riferimento a una tradizione culturale, scientifica o artistica, a qualcosa di specifico che sia indicato come fondante dell’identità europea. Nulla di nulla. Come accade sempre, il vuoto concettuale mobilita chi non ha nulla da pensare e sguazza nella metodologia. È proliferato così un esercito di specialisti del niente, che si sono adoperati e si adoperano con determinazione implacabile ad applicare vuote formule, a costruire le reti burocratiche e amministrative necessarie tale applicazione e a costruire la “scienza” della misurazione delle competenze. Questo esercito eurocratico, con la solita parola d’ordine «l’Europa lo vuole», è riuscito a mobilitare divisioni nazionali di soldati delle competenze che si applicano indefessamente a sostituire le conoscenze con la metodologia, il sapere con il “saper fare”, i contenuti con le regole, mediante un diluvio di prescrizioni e di formulari degni dei più soffocanti regimi dirigisti. Si è così prodotto un fenomeno straordinario e paradossale. L’intento dell’unificazione culturale si è trasformato in un progetto immenso e metodico di distruzione della cultura europea per quel che è stata realmente, il quale, passo dopo passo, divora persino il ricordo dei letterati, degli scienziati, dei musicisti, degli artisti che hanno disseminato il continente di opere artistiche e architettoniche. Questa è la “forza gentile” che come un esercito di termiti tecnocratiche sta sgretolando pezzo a pezzo le culture nazionali che dovevano essere i mattoni costitutivi dell’identità culturale del continente. Siamo certi che anche un europeista, ma colto e intellettualmente onesto quale era Tommaso Padoa-Schioppa, resterebbe inorridito di fronte a questa mutazione della “forza gentile” in un Moloch buro-tecnocratico che divora la “parte migliore” della civiltà europea. (Tratto da Il Foglio) via loccidentale

L’Europa, la civilità prima dei sacrifici (by Cardini)

Lunedì, 30 Aprile 2012

Che cos’è, insomma, l’Europa?  Lontano da qui, disseminata tra Bruxelles e Strasburgo, c’è una selva di  edifici in acciaio e cristallo, di uffici lussuosi, di sale da riunione e da conferenza; una pletora di dirigenti, di parlamentari, di funzionari, d’interpreti e di consulenti ben pagati, qualcuno strapagato; una Commissione Europea, un Consiglio d’Europa, un parlamento Europeo, ma nessun leader nel quale la gente possa identificarsi o col quale possa prendersela  se e quando le cose vanno male. C’è una Banca Centrale Europea che non è pubblica, quindi è in mano ai suoi anonimi o semianonimi azionisti: stampa euri e detta legge sui nostri bilanci e sulle nostre tasche. C’è una bandiera azzurra e stellata, bella ma àlgida, sulla quale non ha mai pianto nessuno, che non ha mai avvolto al bara di un ragazzo morto per difenderla, che quando sventola fa un bell’effetto ma non commuove. C’è un inno preso in prestito da Beethoven, bellissimo, ma le parole di Schiller che lo accompagnano quasi nessuno le conosce e comunque sarebbero inadatte a esser cantate: e nessuno ha mai pensato sul serio a scrivere un testo che potrebbe rappresentare i sentimenti collettivi di tutti i ventisette stati membri ed esser tradotto in tutte le loro lingue. Non c’è un esercito europeo, perché l’organizzazione militare comunitaria è in realtà quella della NATO, egemonizzata da una potenza che sarà anche amica ed alleata, ma ch’è pur sempre straniera: un’organizzazione che ad esempio impone (la notizie è di metà aprile) l’organizzazione di un costoso “scudo” antimissilistico non si capisce né chiesto da chi né utile a chi né indirizzato a difenderci dalle minacce di chi.  I paesi europei hanno rinunziato alla sovranità economico-monetaria, a quella diplomatica, a quella difensiva, ma tali forme di sovranità non sono gestite da nessun vero e proprio governo sovranazionale. L’Unione Europea non ha ancora deciso nemmeno se organizzarsi in Federazione all’americana o alla tedesca o in Confederazione alla svizzera.
Eppure, questa larva semisconosciuta e non amata dai suoi cittadini chiede continui sacrifici, impone tagli e balzelli. E dappertutto sorgono ormai, contro di essa, gruppi e movimenti che da “euroscettici” si stanno trasformando sempre più in veri e propri antieuropeisti: nostalgici delle piccole patrie che c’erano prima o utopisti che rivendicano la fondazione o la resurrezione di patrie mai esistite oppure defunte da secoli. Partiti ostili all’Europa stanno sorgendo dappertutto, e in molte nazioni assumendo il potere, com’è accaduto in Ungheria. In Francia, sembra che l’ago della bilancia per l’elezione del nuovo presidente sia costituito dagli antieuropeisti del Front National, oggi corteggiato sia da Sarkhozy, sia da Hollande.   
Eppure, l’”Unione non unita” ha avuto una primavera, è stata una speranza e addirittura un ideale. Ne so qualcosa io, che me ne innamorai ventenne, nel 1960, dopo aver ascoltato alla  TV una breve, commossa allocuzione del cancelliere Konrad Adenauer dove si parlava  di quest’Europa ch’era una patria da amare per tutto quel che aveva e che significava: per le cicogne sui tetti di Norimberga, per i vigneti della Borgogna, per la pianura infinita della Meseta, per il mare di Capri; ma soprattutto per la sua storia tormentata eppure tanto “profondamente nostra”,  per le guerre fratricide che avevamo combattuto e che non dovevano più dividerci, per le comuni radici cristiane testimoniate dalle nostre cattedrali, per i nostri popoli che attraverso errori e sofferenza avevano imparato ad amarsi tra loro e a ritenersi reciprocamente complementari, per i nostri ragazzi di domani che avrebbero abbattuto le frontiere e bruciato gli inutili passaporti.  Molti paesi europei avevano sognato nei secoli passati di dominare il mondo con la forza, e non c’erano riusciti: insieme, saremmo stati invincibili e saremmo riusciti a imporre al mondo non la legge della  guerra, bensì quella dell’amore e della fratellanza tra i popoli.  
Che cosa è andato storto, da allora? Che cosa non ha funzionato, di quel bellissimo sogno?  La verità è che, nell’edificare  la “casa comune europea”, abbiamo sbagliato l’ordine costruttivo. Una realtà civile e sociale si costruisce dalle fondamenta: cioè dalla riflessione storica,  dalle istituzioni  politiche e amministrative, dall’educazione dei giovani (quindi dalla scuola), dalla difesa. Infine il tetto: la moneta e i meccanismi finanziari.  Ma noi non abbiamo avuto fino dagli Anni Cinquanta il coraggio d’innovare quel che andava innovato e di fondare quel che doveva essere fondato. Avremmo dovuto costruire l’Europa dei popoli e delle loro tradizioni: abbiamo costruito l’Europa dei governi e l’Eurolandia delle banche. Dalla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, del ’51, passammo alla Comunità Economica Europea nel ’52 per trasformarla a Maastricht, nel ’92, in Comunità Europea: solo allora si assunse la denominazione di “Unione Europea”, in realtà un guscio istituzionale vuoto.
Avremmo avuto bisogno di edificare giorno per giorno una coscienza civica europea, diciamo pure un “patriottismo europeo”, cominciando con il conferire uno spirito nuovo a tutte le scuole. Si sarebbe dovuto studiare una storia comune europea in grado di accompagnare le nostre storie nazionali e di conferir a ciascuno di esse il senso di una convergenza e di una complementarità nuova. Oggi la bandiera azzurro-stellata sventola su tutti gli edifici scolastici, ma non si riflette in nessun programma concreto d’apprendimento. Tornano le piccole patrie e i micronazionalismi isterici, da stadio; oppure trionfa l’individualismo sterile ed egoistico, incapace di creare valori civili.
E allora? Abbandonare tutto e dire che ci siamo sbagliati, rinunziare  per tornar a un pulviscolo di stati senza forza e senza autorevolezza, vasi di coccio minacciati dai colossi internazionali e dalla potenza occulta ma formidabile delle lobbies?  Adattarci a far parte di un generico “Occidente” atlantico nel quale doversi rassegnare a una funzione definitivamente subalterna? O ricominciare da capo, da ora, da subito, reinsegnando ai ragazzi del secondo decennio del XXI secolo quel che avremmo dovuto insegnar a quelli di mezzo secolo fa e imponendo nuove forme di rappresentanza politica diretta scelte dagli europei nel loro complesso, che non proiettino più sull’Unione i condizionamenti delle singole politiche nazionali? Quanto tempo perduto, quante occasioni sprecate, quante speranze gettate al vento…Eppure, non è mai troppo tardi. francocardini.it

 

L’Italia laboratorio della tecnocrazia che guiderà l’Europa

Venerdì, 20 Aprile 2012
Si è parlato per vent’anni di un presunto “laboratorio italiano” intorno all’esperimento di Berlusconi. Una tesi piuttosto assurda. Il berlusconismo non è stato il laboratorio politico di nulla, semmai una specie di riedizione comica, pasticciata e terminale della destra autoritaria del Novecento, da Mussolini al maccartismo e al neoliberismo, un’espressione politica della nostalgia di un Paese in declino. Nostalgia dominante anche fra gli oppositori di Berlusconi, divisi fra il postcomunismo estenuato di Pds, Ds e ora del vertice del Pd, e il qualunquismo vecchio stile di Di Pietro e Grillo. Per non parlare del centro cattolico, che da un ventennio cerca di far risorgere la Democrazia cristiana.
Nella Seconda repubblica, l’unica vera novità era rappresentata da Romano Prodi, un tecnocrate riformista consapevole, a differenza dei nostri provinciali politici, delle conseguenze della globalizzazione. Le due brevi stagioni di Prodi sono state l’unico laboratorio politico italiano e infatti hanno preparato il terreno a Mario Monti. Con il governo Monti l’Italia è diventata davvero un laboratorio del futuro.
Quello che accadrà nei prossimi anni è la progressiva sostituzione dei governi politici con governi tecnici. Governi tecnici per modo di dire, dal momento che è chiaro a tutti come il governo Monti stia in realtà facendo molta più politica dei predecessori. Tecnici nel senso della provenienza professionale dalla scuola dei grandi burocrati internazionali, in particolare europei.
Una polemica alla moda sostiene che la burocrazia di Bruxelles abbia fallito nel progetto di unificazione dell’Europa, fermandosi allo stadio dell’unità monetaria. È una tesi molto superficiale. In realtà, Bruxelles è servita a formare una classe dirigente che la politica non è più in grado di produrre ed è ora pronta a prendere il potere in tutti i governi nazionali europei. È accaduto per ora in Italia e Grecia, ma avrebbe potuto già realizzarsi da tempo in Francia, se prima Jacques Delors non avesse rifiutato la candidatura all’Eliseo e poi Dominique Strauss-Kahn non fosse stato travolto dal noto scandalo. Domani potrebbe toccare alla Germania e alla Spagna.
Per quanto riguarda l’Italia, dovrebbe essere evidente a tutti che, dopo Monti, non ci sarà un altro governo politico vecchio stile, con Bersani o l’improbabile Alfano premier, ma un altro gabinetto “tecnico”, il cui teorico presidente del Consiglio dovrà in ogni caso fare i conti con l’autentico premier, il governatore Mario Draghi. Questa sarà la politica nei prossimi anni, il resto sono slogan.
di Curzio Maltese Tratto dal “Venerdi di repubblica” 13.4.2012
 

Costituzione ungherese, cosa l’Ue non perdona (by Veneziani)

Martedì, 17 Aprile 2012

«Ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione… sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando la democrazia e la libertà». È impressionante notare che le stesse parole usate oggi in Europa per condannare la nuova Costituzione ungherese, rea di difendere la tradizione, la famiglia e la sovranità nazionale e popolare rispetto al potere delle banche, siano state adoperate dal compagno Sandro Pertini per sostenere nel 1956 l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria.Le tesi di Pertini collimavano con le tesi del Pci, anche nella sua ala moderata. Il compagno Giorgio Napolitano, ad esempio, scriveva che l’azione sovietica in Ungheria evitava «che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni» e benediceva l’intervento sovietico per impedire che l’Ungheria cadesse «nel caos e nella controrivoluzione», così contribuendo «in maniera decisiva, non già a difendere gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo». I carri armati e la repressione sanguinosa del popolo ungherese, in nome della pace… Se al posto dei carri armati dell’Urss mettete i carri finanziari della Ue, le parole del 1956 ritornano nel nostro presente. Certo, la dominazione euro-finanziaria è incruenta; lo spread non uccide, anche se talvolta induce al suicidio.Sto parlando di due cose diverse ma analoghe. Le citazioni dei due presidenti della Repubblica quando erano esponenti del Psi e del Pci, sono tratte da Budapest 1956. La macchina del fango di Alessandro Frigerio uscito in questi giorni da Lindau, con prefazione di Paolo Mieli (pagg. 250, euro 21). Il libro ripercorre la vergognosa posizione dei comunisti italiani in favore dell’invasione militare sovietica e della brutale repressione. E racconta «la macchina del fango» (ma quella vera, originale) della disinformazione filo-sovietica ad opera di intellettuali, stampa ed esponenti della sinistra. Furono in pochi a sottrarsi: onore a Giolitti e a quel rustico galantuomo di Peppino Di Vittorio, o a quei militanti che uscirono dal Partito. Tra i socialisti ci fu una corrente filocomunista, detta dei «carristi», perché favorevoli ai carri armati: Pertini si era già segnalato tre anni prima per le sperticate lodi a Stalin nel giorno della sua morte. Passato sepolto, per carità.
Ma quel che inquieta è che la rivolta degli ungheresi contro il regime comunista fu bollata all’epoca con gli stessi epiteti con cui oggi si marchia a fuoco la nuova Costituzione ungherese, votata dal 70% del Parlamento, liberamente e democraticamente eletto nel 2010. Una Costituzione che cancella quella comunista e filosovietica del 1949. Ma gli eurocrati e i loro alleati politici, intellettuali, tecno-finanziari, preferivano quella precedente.
Sulla nuova costituzione ungherese è stata allestita una disinformazione che somiglia a quella filosovietica del ’56. Cosa scandalizza gli europei di quel testo e perché solo agli ungheresi è proibito riconoscersi nel patriottismo della loro Costituzione? Dio entra nella Costituzione, dicono indignati e allarmati. Vorrei ricordare che Dio è già entrato da due secoli e mezzo nella Costituzione americana e non ha mai fatto danni alla libertà e alla democrazia. Il riferimento alla «grazia di Dio e alla volontà della nazione» era anche la formula dell’Italia libera e unita nata dal Risorgimento. Perché «Dio salvi la regina» britannica va bene e invece non va bene «Dio salvi l’ungherese», molto più democratico perché estende la benedizione a tutto il popolo? La Costituzione ungherese non impone poi una professione di fede ma riconosce al cristianesimo «il ruolo avuto nel conservare l’integrità della nazione». Un riferimento storico, non confessionale. Che avrebbe dovuto fare anche l’Europa in tema di radici nella sua Costituzione. Ma la Carta ungherese sottolinea, e nessuno lo ricorda, «il rispetto per le varie tradizioni religiose».Alla Costituzione magiara non perdonano poi il riconoscimento della famiglia come base della nazione, bene da tutelare, incoraggiando ad avere figli e concependola formata da un uomo e una donna, come del resto ogni civiltà ha inteso finora nella storia del mondo. Non c’è divieto di altre unioni, c’è la promozione della famiglia. Un altro suo imperdonabile peccato è il riconoscimento del diritto alla vita e alla dignità umana, la protezione dell’embrione e del feto sin dal concepimento, il rigetto delle pratiche di eugenetica, dell’uso del corpo a scopo di lucro, la proibizione della clonazione, oltre alla difesa di donne, bambini, anziani e disabili.Si può condividere o meno quest’impianto ma non c’è nulla di criminale o disumano, illiberale o antidemocratico. Ma la cosa più imperdonabile è un’altra: la Costituzione ungherese subordina la Banca Centrale all’interesse nazionale e impone ai suoi vertici di giurare fedeltà all’Ungheria (e il governo ha messo l’imposta speciale sui profitti delle banche). Questa, per gli eurocrati, è la colpa principale e il motivo ultimo per cui vogliono staccare l’ossigeno a giugno all’Ungheria del conservatore Orban. Il proposito indigna perfino il Wall Street Journal che ha denunciato la discriminazione nei confronti dell’Ungheria e il ricatto di negarle i fondi europei assegnati ad altri Paesi.La disinformazione denuncia poi minacce ungheresi alla libertà di stampa: in realtà è previsto l’obbligo di rivelare le fonti quando è in pericolo la sicurezza nazionale, si prevedono multe, non chiusure o carcerazioni. E si tutela il made in Ungheria, stabilendo ad esempio per le radio di trasmettere almeno il 40 per cento di musica ungherese. (Norme proposte anche dalla sinistra europea per difenderci dall’americanizzazione) Certo, può non piacere il tono patriottico e l’enfasi religiosa della Costituzione e non mancano aspetti non condivisibili: ad esempio, per colpire il ruolo invasivo della magistratura, si prevedono inaccettabili invasioni inverse, del potere esecutivo sul potere giudiziario. Ma ritenere che un Paese sia eversivo perché tutela la famiglia, la tradizione e la sovranità nazionale e popolare, è roba degna della macchina del fango filosovietica del ’56. Anche se i carri armati oggi si chiamano banche. m. veneziani ilgiornale