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Sono ladri di parole (by Langone)

Lunedì, 7 Gennaio 2013

Sono dei ladri. Dei ladri di parole e quindi, essendo le parole cose, sono ladri e basta. Nella clinica universitaria di Padova hanno rubato la parola “padre”. Al suo posto, nei braccialetti consegnati ai genitori in visita nel reparto di ostetricia, hanno messo un surrogato: la parola “partner”. “Abbiamo preso questa decisione per non offendere la sensibilità di nessuno”, dice il direttore della clinica che invece ha offeso la sensibilità di tutti gli uomini. Io sono un uomo e se faccio un figlio esigo di essere chiamato padre. Non voglio essere definito, io che sono italiano, con una parola inglese. E nemmeno con la sua traduzione: non sono socio di nessuna donna, “socio” è parola del mondo dell’economia e io distinguo l’amore, che è dono, dall’economia, che è scambio di un bene o servizio in cambio di moneta. Io, tanto per cominciare, non compro i figli nelle banche del seme e non noleggio corpi di donne povere come fanno gli omosessuali bramosi di riprodursi contronatura. Io non sono né partner né socio, e loro sono dei ladri. Hanno rubato ai padri e hanno rubato ai bambini. Che Dio non li perdoni. E nemmeno i bambini, quando saranno grandi. c. langone foglio 4.1.2013

 

La Chiesa non può non fare politica (by Nitoglia)

Domenica, 23 Settembre 2012

«È tutto un mondo che occorre rifare, sin dalle fondamenta, trasformandolo da selvatico in umano e da umano in divino, cioè secondo il Cuore di Dio» (Pio XII, 10 febbraio 1952). «Se Dio non esiste, tutto è permesso. Nulla è più proibito, non c’è più limite, non c’è nulla che non si possa tentare, che non si debba tentare perché se tutto ciò che è stato vero un tempo lo è stato partendo dall’ipotesi che Dio esisteva, ora che Dio non esiste, nulla di ciò che era vero allora è adesso vero, nulla di ciò che era bene è bene; dobbiamo ricreare tutto. Ma, prima di ricreare, bisogna cominciare col distruggere (…), il migliore augurio che si possa fare all’uomo moderno è di rientrare nell’ordine naturale che è quello della creazione divina» (E. Gilson).

Luomo è un «animale politico»«La legge, per essere vera e buona, non solo deve essere promulgata dall’autorità (‘Auctoritas facit legem’), ma deve essere conforme alla ragionevolezza e al bene (‘Veritas facit legem’)» (R. Pizzorni).

Introduzione- Il libretto «Sovversione & Restaurazione» (Milano, Edizioni Centro Studio Jeanne d’Arc, 2012) è un manuale di base per la formazione del militante, che oggi si trova a dover combattere contro la Sovversione e per la Restaurazione.

- La «Sovversione» è il ribaltamento, il rovesciamento e lo sconvolgimento dell’ordine individuale, familiare e sociale. La «Restaurazione» è il riportare l’ordine perduto e quindi consiste nel ripristinare l’ordine individuale, familiare e sociale. Per poter restaurare l’ordine nella Società civile occorre prima averlo in sé («nessuno dà quel che non ha»), poi nella famiglia e infine lo si può portare nello Stato, che è un insieme di famiglie unite al fine di conseguire il benessere comune temporale subordinatamente a quello spirituale. L’ordine è la sottomissione dell’anima a Dio e la padronanza dell’anima sul corpo ed i suoi istinti. La «Sovversione» è lo scardinamento di quest’ordine. La vita spirituale consiste nel ristabilire quest’ordine nell’animo del singolo uomo; la vita politica consiste nel riportarlo nella Società civile. Per cui l’uomo non deve e non può fermarsi alla sola vita spirituale individuale, non può non fare politica, essendo per natura e quindi per volontà di Dio un animale sociale e politico. Il liberalismo e il cattolicesimo-liberale vorrebbero rinchiudere la religione in sagrestia e farne una questione puramente individuale e così anche alcuni sacerdoti falsi mistici o pseudo-spiritualisti, disincarnati e modernizzanti. La dottrina cattolica, invece, parla di Regno sociale di Gesù Cristo e non di solo Regno individuale.

- La «Sovversione» è nata col peccato di Adamo, ma, a partire dalla Cristianità, ossia dall’epoca in cui lo spirito del Vangelo informava le leggi della Società, essa ha conosciuto varie tappe: l’Umanesimo e il Rinascimento (1400-1500), che hanno cercato di rimpiazzare il Vangelo con la Cabala o l’esoterismo ebraico a livello delle élite intellettuali o Accademie culturali; poi è venuto il Protestantesimo (1517), che ha immesso il soggettivismo e il relativismo nella Religione rendendola una pura esperienza soggettiva e sentimentale, essenzialmente antigerarchica e sovvertitrice dell’ordine voluto da Gesù quando ha fondato la Sua Chiesa su una persona che è il Papa, il quale è in terra il Re del Corpo Mistico; infine è venuta la Rivoluzione francese (1789), che ha portato il disordine nella Società, nella scienza e nell’azione Politica. Il Comunismo (1917) ha peggiorato il disordine della Rivoluzione francese – cercando di distruggere la proprietà privata, la famiglia e la religione – ed ha conosciuto il suo vertice con il 1968 sposando il freudismo, che ha portato il disordine in interiore homine eccitando al parossismo il fomite del peccato con le tre Concupiscenze e i sette Vizi capitali, rendendo così l’uomo un animale selvaggio ed impulsivo. Oggi ci troviamo nell’ultima fase della Sovversione, il Mondialismo, che a partire dall’11 settembre 2011 cerca di impadronirsi del mondo intero e di edificare un unico Tempio e una sola Repubblica universale per rendere schiava la quasi totalità dell’umanità sotto il giogo di Israele e dell’America, i due Stati dominati dai principali agenti della Sovversione: il giudaismo e la massoneria.

- Come non è corretto ridurre alla sola massoneria l’agente principale della «Sovversione» tralasciando il giudaismo post-biblico, che ha perseguitato Gesù, gli Apostoli e i primi cristiani, è del pari inesatto ridurre i motori della Sovversione personale a due soltanto: «orgoglio e sensualità», mentre la Sacra Scrittura ci parla anche di un terzo motore: l’avarizia e la vana curiosità, che è l’attaccamento disordinato ai beni terreni e il frivolo desiderio di sapere ciò che avviene nel mondo («Concupiscenza degli occhi»). «L’a-Giudaismo» e «l’a-Avarizia» (alfa privativo) sono le due deficienze del libro «Rivoluzione e Controrivoluzione» di Plinio Correa D’oliveira (San Paolo del Brasile, 1949) cui ho cercato di porre rimedio in «Sovversione & Restaurazione».

- Secondo la dottrina cattolica (definita «di Fede divina» ed infallibilmente dal Concilio di Trento, sessione 5, DB 788, 792 e 815 ss.) il Peccato originale di Adamo ha lasciato nell’uomo la privazione della Grazia santificante, l’offuscamento dello spirito e lo sconvolgimento dell’armonia del suo essere, facendogli sperimentare la ribellione dei sensi allo spirito e l’insubordinazione dello spirito a Dio (confronta S. Th., II-II, qq. 164-165). Il Fomite del peccato o l’inclinazione disordinata al male non è invincibile e peccaminosa in sé; lo diviene solo se la libera volontà umana la fa passare dalla potenza all’atto del peccato. In breve la concupiscenza non è peccato, ma inclina ad esso (confronta Concilio di Trento, DB 792; S. Th., I-II, q. 82, a. 2). Le Concupiscenze sono tre secondo la Rivelazione (1a Jo., II, 16): «Tutto ciò che è nel mondo, la Concupiscenza della carne, la Concupiscenza degli occhi e la Superbia della vita, non viene dal Padre».

- La «Concupiscenza degli occhi» tende a fare delle ricchezze e delle vanità di questa vita il Fine ultimo. La triplice Concupiscenza è la fonte del male e della sovversione personale; da essa hanno origine i sette Vizi capitali, cattive tendenze che ci spingono al peccato attuale e sono «capo» o fonte di innumerevoli disordini. Se dalla Concupiscenza della Superbia nascono tre Vizi capitali (orgoglio, invidia e collera) e dalla Concupiscenza della Sensualità nascono altri tre Vizi capitali (lussuria, golosità e pigrizia), non bisogna dimenticare che dalla Concupiscenza degli Occhi (avarizia e curiosità) nasce l’attaccamento disordinato a questa vita come se fosse quella eterna (S. Th., I-II, q. 84, aa. 3-4; De Malo, q. 8, a. 1): essa tende a farci scambiare il mezzo per il fine (S. Th., II-II, q. 118; De Malo, q. 113), è una specie d’idolatria, è «il culto del vitello d’oro; non si vive più che per il denaro. Non si dà nulla o quasi nulla ai poveri e alle opere buone: capitalizzare, ecco lo scopo supremo a cui incessantemente si mira. (…). La civiltà moderna ha sviluppato una forma parossistica dell’amore insaziabile delle ricchezze, la plutocrazia, per acquistare quell’autorità dominatrice che viene dalle ricchezze, onde comanda ai Sovrani, ai Governi e ai popoli. Questa signoria dell’oro degenera spesso in intollerabile tirannia» (A. Tanquerey, Compendio di Teologia Ascetica e Mistica, Roma-Parigi, Desclée, 1924, pagine 556-557).

- L’errore, che mutila la fonte della «Sovversione personale», lo si ritrova, come ho anticipato sopra, in Plinio Correa D’oliveira (Rivoluzione e Controrivoluzione, San Paolo del Brasile, 1949, traduzione italiana Piacenza, Cristianità, 1977) assieme alla mutilazione del motore della «Sovversione sociale» in quanto salta a pié pari il Giudaismo talmudico per parlare solo en passant di Massoneria. Non a caso i teoconservatori italo-americani si rifanno a quest’opera del pensatore brasiliano succitato per spostare la «Restaurazione» dell’ordine personale, familiare e sociale dal piano filosofico, spirituale e politico a quello crematistico o affaristico e latifondistico.

- La «Sovversione» è il disordine che l’uomo sperimenta in sé dopo il peccato originale, dietro la spinta delle tre Concupiscenze (orgoglio, avarizia e lussuria); la «Restaurazione» è il cercare di ritornare all’ordine turbato dalle tre Concupiscenze nell’individuo, nella famiglia e nella Società civile.

- La Restaurazione comporta la Gerarchia. Non bisogna cadere nel vizio del fariseismo calvinista e liberista, il quale scambia gerarchia per prepotenza, sfruttamento ed oppressione del debole. Gerarchia significa che vi è una differenza accidentale tra gli uomini (chi è più buono chi meno, chi più intelligente chi meno, chi più lavoratore chi meno), la quale fa sì che il migliore sia più in alto e comandi, senza disprezzare e maltrattare chi si trova più in basso ed obbedisce. San Paolo a sua volta insegna: «Molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. Né l’occhio può dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; né la testa ai piedi (…). Anzi quelle membra che sembrano più umili sono le più necessarie (…). Dio ha composto il corpo affinché non vi fosse disunione in esso, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro sta bene, tutte le altre gioiscono con lui» (1 Cor., XII, 4-20).

- È importante che il militante si abitui a vivere bene, rispettando la Legge divina e naturale, poiché «bisogna vivere come si pensa, altrimenti si finisce per pensare male se si vive male». Non si può restaurare la Società se abbiamo il disordine o la Sovversione in noi (‘si agisce come si è, il modo di agire segue il modo di essere’). I consigli pratici per restaurare se stessi, la famiglia e la Società civile sono i seguenti:

1°) riforma te stesso (monastica), poi la tua famiglia (economia) e quindi la Società (politica);

2°) ritorna al buon senso, al realismo che conforma il pensare alla realtà e possibilmente studia la filosofia perenne di San Tommaso che ha elevato a scienza il senso comune e la retta ragione che ogni uomo normale possiede;

3°) vinci l’ozio, che è il «padre dei vizi», e incoraggia lo sforzo fisico, intellettuale e morale;

4°) ricorri a Dio onnipotente, che solo può debellare il Leviatano mondialista che attualmente schiaccia gli uomini come schiavi.

- Tuttavia, nel presente articolo «Consegne ai militanti», occorre completare il discorso fatto in «Sovversione & Restaurazione», con alcune considerazioni per i militanti, che si trovano a far «politica» (cioè a vivere la Virtù di Prudenza nella Società civile) direttamente, applicando alla vita quotidiana e concreta i princìpi studiati nel primo libro. Tale integrazione ad uso soprattutto, ma non esclusivo, del militante laico riguarda:

1°) la teoria e specialmente la pratica della Restaurazione del Regno sociale di Cristo, evitando i due errori per eccesso e per difetto dell’Angelismo super-spiritualista e del Liberalismo laicista. Come l’uomo è un composto di anima e corpo e non è solo spirito o sola materia così egli non è ordinato solo allo stato laicale (laicismo liberale) o iper-clericale (super-spiritualismo angelista), ma le due sfere si integrano nella cooperazione subordinata di corpo ad anima e di laicato a sacerdozio. 2°) Il non mischiare il piano della verità e dei princìpi perenni ed immutabili con i casi pratici (piano del mutevole agire umano) per annacquare i primi abbassandoli dal livello immutabile della verità teoretica alla contingenza della vita pratica.

3°) La verità che l’uomo è una creatura, la quale dice rapporto al Creatore; inoltre l’uomo è un animale sociale, non un «Individuo assoluto» (idealismo) né un animale sacerdotale per natura (si confonderebbe la natura e la grazia), evitando così i due errori dell’individualismo liberale e idealistico, che porta all’anarchia e l’errore dell’angelismo iper-spiritualista, che renderebbe il mondo un convento (pan-vocazionismo), confondendo i Precetti con i Consigli.

4°) In politica la verità e i princìpi non vanno confusi col campo dell’azione prudenziale, ma bisogna applicare i princìpi immutabili ai casi pratici diversi e mutevoli. Per principio lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa, questo principio è immutabile anche se va applicato alle varie epoche con discrezione, buon senso e prudenza soprannaturale, tenendo conto delle circostanze in cui ci si trova a vivere.

Prologo- San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (1904) ci ricorda che:

1°) Non bisogna confondere e mischiare i princìpi con la pratica, la verità con le esigenze della vita, altrimenti si cade nella evoluzione perpetua della verità, come voleva Maurice Blondel «veritas est adaequatio intellectus et vitae», infatti siccome le esigenze della vita umana sono contingenti, concrete e storiche, l’intelletto si deve adeguare ad esse che mutano costantemente. La verità non è più ancorata nella stabilità e immutabilità dell’essere, ma nella fluttuazione e nel moto perpetuo del divenire. Equivale ad ancorare la nave sui flutti mobili delle onde e non sul fondale stabile del mare.

2°) Il catto-liberalismo o il social-modernismo, invece, confondono volutamente e scientificamente principì e pratica, così formulano delle «mezze verità» che sono più pericolose dell’errore manifesto, poiché esse sono nascoste e segrete, come il modernismo qualificato come «foedus clandestinum» o «setta segreta» da San Pio X (Sacrorum Antistitum, 1° settembre 1910). Tali mezze verità vengono applicate non solo alla filosofia, al dogma e alla morale, ma anche alla dottrina sociale e politica della Chiesa e soprattutto alla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa.

3°) Certamente bisogna calare il principio nella pratica con Prudenza, ma la Prudenza non è la Fede, il dogma, la verità o l’essere; essa è la recta ratio agibilium, ci dice come dobbiamo fare per agire hic et nunc virtuosamente alla luce dei princìpi immutabili, senza confondere essere e agire, verità e prudenzialità. Invece per il catto-liberalismo o il social-modernismo a-dogmatico il Principio o il Valore massimo, assoluto e universale è: «Non bisogna esagerare nella affermazione della verità, occorre sfumarla e renderla accettabile all’uomo moderno». Ora, è vero che non si deve cadere nel rigorismo disumano e fanatico di chi annulla i casi pratici e vede solo i princìpi, ma, se la vita è fatta da casi pratici e contingenti, questi vanno risolti alla luce dei princìpi immutabili e perenni.

- Mons. Antonio De Castro Mayer nella sua «Lettera pastorale sul Regno sociale di Gesù Cristo» (1978) ci ricorda che:

1°) L’uomo è un’unione di anima, corpo e socievolezza, contro l’angelismo super-spiritualista e contro il materialismo laicista di destra (liberalismo) e di sinistra (socialismo).

2°) L’Autorità viene da Dio e non dall’uomo o dal popolo, che usurperebbe, così, il posto del Creatore.

3°) Aderire al falso e fare il male non è vera libertà, ma è un difetto contro-natura di essa, poiché l’anima umana è naturalmente fornita di intelletto per conoscere il vero e rifiutare il falso, e, di volontà per amare il bene e fuggire il male.

4°) Siccome Dio è la Perfezione stessa sussistente, non può fare il male, che sarebbe un’imperfezione. Quindi neppure Dio può concedere la libertà alle false religioni, il diritto alla libertà di errore, che sono contro natura e intrinsecamente perversi.

5°) L’ordine cronologico da seguire per «instaurare tutto in Cristo» è innanzitutto la conversione personale («nemo dat quod non habet»), poi quella della famiglia, quindi del villaggio ed infine dello Stato. Se s’inverte l’ordine, come ha fatto Charles Maurras («politique d’abord»), e si parte dallo Stato, senza prima aver formato veri cristiani, famiglie e villaggi sinceramente cristiani, si ha un tetto senza casa e senza fondamenta; un mobile roso dai tarli, un braccio ingessato, ma ammalato internamente di cancrena, che prima o poi esploderà e farà disintegrare l’ingessatura; un’ossatura giuridica di Stato che ha un’apparenza cristiana, ma senza anima e senza sostanza. Leone XIII (Immoratle Dei, 1885) e San Pio X (Notre charge apostolique, 1910) ci ricordano che «la Cristianità è esistita, non bisogna inventarne una nuova, ma instaurarla e restaurarla incessantemente contro gli assalti dell’empietà» (San Pio X) e che il Vangelo «prima ha penetrato gli animi dei cittadini, delle famiglie e dell’esercito romano sino ad arrivare, infine, anche al Palazzo imperiale» (Leone XIII).

- Sant’Agostino ha affrontato per primo, meglio di tutti ed in maniera sistematica il problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, che poi sarà ripreso da tutti gli altri Padri e dagli Scolastici.

1°) Lo Stato deve essere subordinato alla Chiesa come il corpo all’anima, la materia alla forma, la potenza all’atto, il divenire all’essere. In breve Sant’Agostino, assieme a tutti i Padri ecclesiastici, ha insegnato la dottrina sistematica e quasi totalmente definitivamente ultimata della cooperazione gerarchica tra Stato e Chiesa.

2°) La Chiesa «non può non fare politica» (San Pio X), che non è partitica ma è la virtù di Prudenza applicata alla Società civile, essendo l’uomo un «animale sociale per natura» (Aristotele e San Tommaso).

Il Liberalismo-laicista e l’Angelismo-iperclericalista

- Il liberalismo laicista vuole dissacrare e dissolvere la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale (che rimanda al Creatore) e socievole (che riporta alla Polis e quindi alla «Politica») dell’uomo. Per cui l’uomo e la Società non dipenderebbero da Dio (secolarizzazione e desacralizzazione) e l’uomo non sarebbe un animale sociale e politico (individualismo anarco-liberale).

- L’angelismo iper-spiritualista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista» («o vocati o quasi dannati»), negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che equivarrebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale, i Comandamenti con i Consigli, come fanno le sette e i regimi assolutistici.

Attualità del problema San Pio X nell’enciclica Jucunda sane (12 marzo 1904) spiega che il mezzo con cui gli eterodossi s’infiltrano nella Chiesa consiste nell’applicare una regola d’azione prudenziale ai princìpi o al dogma, confondendo il piano teoretico o della verità con quello pratico o dell’agire umano. Ora, continua Papa Sarto, la Prudenza è una virtù morale, che aiuta ad applicare i princìpi al caso pratico e a risolvere quest’ultimo alla luce del principio, senza svilire il principio rendendolo valido solo se praticamente utile. Quindi trasporre confondendoli la Prudenza o la pratica al livello dei princìpi ed abbassare il principio dal livello teorico a quello pratico ha conseguenze disastrose: dal punto di vista teoretico, annacqua il principio ed erode il dogma; dal punto di vista pratico, può degenerare sia in lassismo che in rigorismo come vedremo oltre.

- Il cattolicesimo liberale fa proprio ciò riguardo alla dottrina sui rapporti tra Stato e Chiesa. Con la scusa di maggior prudenza e discrezione esso obietta che la dottrina dell’unione gerarchizzata tra potere temporale e spirituale non è «prudenziale» o «pastorale» al tempo presente. Il liberalismo cattolico o modernismo sociale non nega teoreticamente ed esplicitamente il principio della collaborazione tra Stato e Chiesa, ma dice che praticamente o prudenzialmente oggi esso non è più opportuno e utile, ma dannoso e indiscreto.

- Per confutare tale errore bisogna ben distinguere la teoria o il principio, che non muta (2+2=4), dalla pratica (ho 4 mele, le posso mangiare tutte assieme o è più prudente mangiarne 1 il mattino, 1 a pranzo, 1 la sera e l’altra metterla da parte in caso di necessità?). Attenzione! Distinguere per unire e non per contrapporre. Infatti la pratica segue la teoria ed è l’applicazione al caso concreto e contingente del principio universale ed immutabile. Se confondo pratica o prudenza (mangiare 4 mele assieme potrebbe essere indigesto) con il principio (2+2=4), vanifico l’immutabilità di quest’ultimo (e do luogo all’evoluzione della verità, del dogma, alla «Tradizione vivente» …).

- Occorre altresì evitare l’errore per eccesso di chi non riesce a calare in pratica il principio e diventa un ideologo settario, fanatico, spietato, senza misericordia. Il modernismo politico, al contrario, pecca per difetto di buon senso naturale, di Fede e di Speranza soprannaturali e di fronte al mondo moderno, che è capace di capire, ma si oppone alla verità rinuncia per principio ai princìpi.

- Quanto alla dottrina sociale cattolica sulla collaborazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, il principio è sempre valido, bisogna saperlo applicare in pratica, ma non mischiare e confondere teoria e pratica per giungere a vanificare o edulcorare il principio. Si cadrebbe nell’utilitarismo liberale o «comodismo» americanista, condannati da Leone XIII nella lettera Testem benevolentiae del 1889 (primato dell’utile sul vero e amore smodato della comodità). Quindi, pur senza rinnegare esplicitamente il principio, il modernismo politico lo ritiene teoricamente e praticamente inattuabile, non più possibile, neppure a lungo termine e vi rinunzia se non de jure almeno de facto. Per cui l’unica strada percorribile è quella delle concessioni, del dialogo con la modernità, cedendo ai suoi falsi princìpi, i quali stranamente e incoerentemente vengono ritenuti come princìpi moderni, mentre quelli della filosofia perenne, della teologia scolastica, del Magistero tradizionale sono reputati, storicamente e non teoreticamente, reperti archeologici sorpassati, grazie alla mentalità storicistica, che calando il principio nella sua epoca storica e rendendolo un fatto cronologico e contingente e non più un principio immutabile, relativizza tutto.

- Anche nel campo sociale la verità o i princìpi non rientrano nel campo dell’azione e dell’agire prudenziale. Bisogna applicare con prudenza il principio immutabile di verità teoretica al caso pratico non solo individuale ma comune, sociale e politico. Tuttavia non bisogna mischiare teoria e pratica, principio ed azione, dogma e prudenza. La verità appartiene all’ordine dell’essere e la prudenza a quello dell’agire. Ora «agere sequitur esse, modus agendi sequitur modum essendi, sed agere non est esse» (l’agire segue l’essere, il modo di agire segue il modo di essere, ma l’azione non è l’essere). Il modo di agire o l’atto umano pratico può essere incompleto, imperfetto ed anche cattivo ossia falso, ma una verità teoretica non può essere, per definizione, incompleta, imperfetta e falsa, perché sarebbe la contraddizione stessa sussistente come «il cerchio quadrato» per il principio di identità e non-contraddizione (vero = vero, falso = falso, vero ? falso). La verità è la conformità dell’intelletto alla realtà («adaequatio rei et intellectus»), l’idea è vera se corrisponde all’essere non all’azione, è falsa se non vi corrisponde, in quest’ultimo caso non ho un concetto imperfetto, ma semplicemente falso o erroneo; invece l’atto umano può essere «meno perfetto di ciò che dovrebbe essere» (imperfezione o «actus remissus») o cattivo leggermente (peccato veniale) oppure cattivo gravemente (peccato mortale). Bisogna comprendere e compatire la fragilità pratica dell’uomo, senza giustificarla ed approvarla, ma, se si traspone la prudenza dell’agire nell’ordine dell’essere o della verità mediante mezze-verità o termini equivoci, ambigui, sfumati, imprecisi, i quali volutamente non sono esplicitamente erronei, è ancora più pericoloso per la sana ragione e la purezza della Fede. Coloro che di fronte all’errore, invece di condannarlo, smascherarlo o disapprovarlo apertamente, cercano un accomodamento, un compromesso teoretico tra verità e falsità, negano implicitamente il principio per sé noto di identità e non-contraddizione, sotto apparenza di apostolato, discrezionalità, pastoralità, prudenzialità e sono più pericolosi di chi professa apertamente l’errore, come insegna Sant’Ignazio da Loyola nelle Regole sul discernimento degli spiriti dei suoi Esercizi spirituali. Infatti il diavolo quando tenta apertamente al male in quanto male è meno pericoloso di quando si presenta sotto apparenza di angelo di luce e cerca di «spingere al male sub specie boni», insinuando al tentato di pensare che forse sta facendo il bene. Le mezze-verità, la vaghezza, l’imprecisione, l’indecisione, il pressappochismo o l’indefinibilità dottrinale sono la «quinta colonna» o il nemico che si presenta da amico, il cavallo di Troia, il lupo vestito da agnello che penetra – grazie al suo camuffamento – nel cuore della Chiesa e la vuole cambiare dal di dentro, come dice il «Programma dei Modernisti» (1906) attribuito ad Antonio Fogazzaro ed Ernesto Buonaiuti.

Mons. Antonio De Castro Mayer- Nella sua Lettera pastorale sulla Regalità sociale di Cristo del 1978, il vescovo brasiliano († 25 aprile 1991) distingue benissimo la verità dall’azione pratica, e scrive che «il liberalismo ossia l’indifferentismo relativistico in materia religiosa e il separatismo sociale dall’elemento soprannaturale è la causa dell’apostasia delle Nazioni». Il Liberalismo laicista, infatti, propugna per principio la separazione tra religione e politica, Chiesa e Stato, poiché conformemente alla sua filosofia soggettivistico-relativistica una religione vale l’altra e conseguentemente lo Stato deve essere indifferente verso la vera religione. Inoltre concepisce idealisticamente l’Individuo come un Assoluto, un Fine e nega la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che invece è in relazione orizzontale con gli altri e verticale con Dio. Da questi principi «teoretici» (indifferentismo, soggettivismo, individualismo) e «pratici» (immanentismo e separatismo) segue necessariamente la separazione dello Stato dalla Chiesa o l’apostasia politica, sociale e nazionale, che è più grave di quella individuale, come uccidere 1.000 persone è più grave che ucciderne una sola. In breve è il contro-regno di Cristo, la contro-chiesa o la «sinagoga di Satana» (Apocalisse, II, 9). La dottrina cattolica insegna la cooperazione gerarchizzata tra Stato e Chiesa, per santificare non solo l’individuo, che per natura è socievole e relativo alla sua Causa, ma anche per sacralizzare la Società civile, unione di più famiglie, composte da vari uomini, socievoli, creati e dipendenti da Dio. Invece il liberalismo laicista vuole dissacrare la Società, poiché non ammette la dimensione creaturale e socievole dell’uomo, e l’angelismo iper-clericalista vuol rendere la religione un fatto eminentemente individuale e «pan-vocazionista», negando implicitamente la natura come Dio l’ha creata: uomo animale razionale, composto di anima e corpo, e naturalmente sociale e non «naturalmente sacerdotale», il che sarebbe confondere l’ordine naturale con quello soprannaturale poiché la vocazione al sacerdozio è essenzialmente soprannaturale: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», insegna Gesù nel Vangelo. Mentre il modernismo erra a scapito del soprannaturale o per difetto, l’iper-clericalismo angelista sbaglia per eccesso a scapito della natura, «sed Gratia non tollit natura, supponit et perficit eam», insegna San Tommaso (S. Th., I, q. 1, a. 8 ad 2) . Ecco la causa dell’apostasia dell’ora presente: il laicismo-liberale e l’angelismo iper-spiritualista, il naturalismo (Razionalismo, Illuminismo, Materialismo, Immanentismo) e lo spiritualismo esagerato (Platonismo/Cartesianismo/Idealismo/Ontologismo da Malebranche a Rosmini).

- «In principio erat Auctoritas et Auctoritas erat a Deo», recita l’adagio scolastico. Infatti per la Rivelazione «non c’è Autorità se non derivante da Dio». Invece per il liberalismo l’autorità deriva dall’Uomo che è Fine ultimo di se stesso («non est auctoritas nisi ab homine et a populo»). Il liberalismo è l’incarnazione della «città di satana» descritta da Sant’Agostino nel De civitate Dei: «La città di Dio composta da coloro che per amore del Creatore riconoscono se stessi quali creature finite e la città di satana, composta da coloro che per amor disordinato di sé, disprezzano Dio». La Rivoluzione moderna, il laicismo liberale, contrappone Dio e uomo, come due persone non solo distinte ma contrarie, una autonoma dall’altra. L’uomo moderno e contemporaneo grida come Lucifero «Non serviam!» e come il serpente dell’Eden insinua: «Eritis sicut Deus». La Chiesa, che è l’ordine o il contrario della Rivoluzione, la quale è il «disordine stesso sussistente per partecipazione», armonizza Dio («l’Ordine stesso sussistente») e l’uomo come Padre e figlio, distinti, non contrari né contrapposti, ma in relazione di conoscenza amorosa altruistica, reciproca e in convivenza pacifica mediante la Grazia santificante. Per la Chiesa lo Stato, il quale naturalmente è un insieme di uomini e di famiglie, deve dare a Dio il culto ufficiale e pubblico, poiché lo Stato è per natura creatura di Dio. Invece il Laicismo o la modernità antropocentrica e rivoluzionaria nega che Dio è Creatore dell’uomo e a fortiori della Società civile, polis o civitas. Quindi mentre la Chiesa ha una concezione eminentemente politica o sociale, data la natura socievole dell’uomo, creato da Dio; il laicismo rivoltoso e sovversivo odia la dimensione sociale e creaturale dell’uomo, che lo mette in relazione con gli altri nello Stato e in relazione con Dio nella Chiesa, la quale è una Società perfetta giuridica e soprannaturale, un «Corpo mistico». Ma la dottrina a-sociale e liberale – come insegna Pio XII – «è contro natura» poiché vuole «obbligare lo spirito e la volontà dell’uomo ad aderire all’errore e al male o a considerarli indifferenti», mentre l’intelletto è fatto per aderire al vero e confutare il falso e la volontà per amare il bene e ripudiare il male. Nell’adesione all’errore o al male non solo non vi è nessuna perfezione o arricchimento della natura umana, ma solo degradazione dell’intelligenza e della volontà, le quali sono le due facoltà nobili dell’anima razionale e spirituale dell’uomo». Lo Stato, che è un insieme di famiglie, le quali si uniscono per ottenere più facilmente il proprio fine prossimo (benessere materiale) ed ultimo (vivere virtuosamente per unirsi a Dio), non ha il diritto di deformare l’intelligenza e la volontà dell’anima umana, ma al contrario deve aiutare l’uomo a conoscere la verità e a praticare la virtù. Tutto ciò lo si consegue tramite la cooperazione tra politica e religione, Stato e Chiesa. Chi li vuol separare pecca o per difetto (laicismo liberale: individualismo a-sociale) o per eccesso (super-spiritualismo angelistico: l’uomo è solo anima, il corpo è malvagio e così la società o la polis sono un male da evitare per ottenere il proprio Fine che è il Cielo solamente tramite la religione, la quale non ha nessuna valenza sociale). Ma l’uomo non è un angelo, è composto di anima e corpo, è fatto per vivere in Società civile (Stato) e religiosa (Chiesa), le quali non devono prescindere l’una dall’altra (errore per eccesso: angelismo platonico/cartesiano) o combattersi (errore per difetto: laicismo liberal-rivoluzionario), ma cooperare subordinatamente come il corpo e l’anima.

- Siccome per natura l’uomo è animale razionale e libero, (fatto per conoscere il vero e amare il bene) e socievole (fatto per vivere in Società civile o politica), neppure Dio potrebbe concedere allo Stato e all’individuo, che sono una sua creatura naturale, il potere di contraddire la loro ragion d’essere o finalità (conoscere il vero, amare il bene, vivere in Società politica-naturale e religiosa-soprannaturale) e dar loro il diritto di essere indifferenti o neutrali in materia di retta ragione individuale, sociale e religiosa. La libertà filosofica o religiosa è contro-natura, la tolleranza filosofica o religiosa è sempre un male che si può permettere de facto, per evitare un male maggiore, mai volere per principio. Ciò insegna la sana ragione, la vera teologia, la Tradizione apostolica e il Magistero della Chiesa. L’ignoranza invincibile scusa l’individuo dal peccato formale, ma non gli dà il diritto di fare pubblicamente il male e propagare in foro esterno e pubblicamente l’errore, poiché oggettivamente egli si trova nell’errore e nel male, i quali non hanno nessun diritto all’esistenza, alla propaganda e all’azione pubblica.

- Una delle finalità della Chiesa oltre la conversione delle singole anime è la dilatazione del Regno di Dio su tutta la terra. Questo Regno è «principalmente spirituale, ma secondariamente anche di ordine politico o temporale» (Pio XI, Quas primas, 1925). Quindi la libertà religiosa è contro la finalità della Chiesa come Cristo l’ha voluta, non solo è contro-natura ma anche contro la Rivelazione. L’apostasia delle Nazioni da Dio, che era stata propugnata dai laicisti e dagli anti-cristiani, purtroppo oggi ha invaso le menti anche degli uomini di Chiesa e perfino di alcuni «pseudo-tradizionalisti» (vedi Dignitatis humanae personae, 7 dicembre 1965). L’ideale o la meta apostolica alla quale tutti (laici e chierici) siamo chiamati è la instaurazione del regno di Dio già sulla terra, pur se imperfettamente, per ottenerlo perfettamente in Paradiso. Quindi prima dobbiamo convertirci veramente e vivere abitualmente in Grazia di Dio e poi potremo portare Cristo nella famiglia, nell’ambiente di lavoro e nella Società civile. Questo è l’ordine da seguire per «instaurare omnia in Christo» (San Pio X) «nemo dat quod non habet», se non si è cristiani interiormente e veramente non si può restaurare la Cristianità; «politique d’abord» (Charles Maurras) significa iniziare a costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta: se si conquista il potere del Governo e si fanno leggi cristiane, ma il Governante non lo è e neppure i cittadini, la «restaurazione» è solo esteriore e superficiale e quindi dura come un fuoco di paglia. La Polis è un insieme di famiglie e di uomini; prima viene l’individuo che unito ad altri forma una famiglia, la quale assieme ad altre famiglie formano un villaggio e più villaggi uno Stato. La Civitas o Polis sarà cristiana e ordinata nella misura in cui coloro che ne fanno parte sono ordinati e cristiani. Solo poi lo Stato ha il dovere di mantenere l’ordine e proteggere la vita virtuosa. Ma non si può cominciare con la fine, sarebbe una contradictio in terminis o un «contro-senso»: «il principio = il principio, la fine = la fine, il principio ? la fine». Aristotele (Politica) e San Tommaso (De regimine principum) insegnano che «la politica è la virtù di prudenza applicata alla Società», mentre la «prudenza individuale» si chiama «monastica» e quella «familiare» si dice «economia». Leone XIII insegna che i primi e veri cristiani «prima fecero in pochissimo tempo penetrare il Cristianesimo nelle loro famiglie, poi nell’esercito, nel senato ed infine perfino nel palazzo dell’Imperatore». Non si è cominciato dal Palazzo imperiale, ma dal singolo cristiano.

SantAgostino  Secondo Sant’Agostino il governante o Principe deve amministrare la res publica come un’attività volta al bene comune, ossia a far conseguire ai cittadini il bene morale ed a far loro evitare il male. L’origine – come rivela San Paolo (Rom., XIII, 1) – del potere è divina. Il governo, quindi, è buono se rispetta la sua natura, ossia: la Causa efficiente da cui trae l’Autorità, che è Dio, e la sua causa finale, che è il bene comune temporale subordinato a quello morale o spirituale. Altrimenti se non riconosce Dio come sua Causa efficiente e non ha di mira il vivere virtuosamente (naturale e soprannaturale) il governo è cattivo, anzi è paragonabile ad «una banda di ladroni». Il buon governante deve, secondo Sant’Agostino e tutti i Padri greci e latini, mettersi al servizio del bene e deve promuovere socialmente o assieme alla Società civile o Stato la Religione divina. L’obbedienza all’Autorità civile, tuttavia, è condizionata a mantenersi nella finalità morale (vivere virtuoso) e nella dipendenza da Dio (causalità efficiente). Altrimenti, l’Autorità diventa tirannia ed è lecito resisterle a certe determinate condizioni (specialmente di non rendere la situazione posteriore peggiore di quella anteriore). Secondo l’Ipponate il governante cristiano non solo deve provvedere alla pace interna ed esterna della Società civile, ma anche di quella spirituale, cioè lo Stato deve favorire la Chiesa nella sua missione di espandere il Regno di Dio in tutto il mondo. Certamente la Chiesa e lo Stato non possono costringere a fare il bene, che non sarebbe più libero e meritorio, ma debbono proibire di fare il male. Anzi, per difendere la Fede si può chiedere anche l’intervento di chi porta la spada. Infatti, se il Principe deve punire i crimini civili, perché mai gli si dovrebbe impedire di reprimere anche i crimini spirituali (l’eresia e lo scisma)? Siccome l’eresia e lo scisma sono un male, anzi il massimo dei mali, chi porta la spada non può non servirsene per reprimerli. Sant’Agostino confuta con 1.000 anni di anticipo l’obiezione dei catto-liberali secondo i quali l’uomo come singolo individuo è religioso, ma come cittadino facente parte di uno Stato deve essere neutrale in materia religiosa. L’Ipponate infatti afferma che il Principe serve Dio in due modi: come uomo, vivendo la Fede informata dalla Carità e come Governante facendo leggi conformi a quella divina-naturale, facendole rispettare e punendo i loro trasgressori.

Conclusione

La Chiesa non può non fare «politica»

- L’Uomo È Un Animale naturalmente Socievole. Da ciò la necessità di insegnare, oggi più che mai, la dottrina sociale della Chiesa e di non rinchiudersi nelle sacrestie, come volevano i cattolici liberali, mascherando tale cedimento al cattolicesimo liberale sotto un eccessivo spiritualismo o angelismo disincarnato, il cui motto è «non bisogna fare politica!». Invece la realtà, e quindi la verità, è che l’uomo è composto di anima e di corpo, che è un animale razionale e anche sociale ossia politico, fatto per vivere in Societas o in Polis, e non è un angelo, un ente disincarnato o un monaco, che vive isolato. I monaci sono casi «eccezionali» ed «eroici» che confermano la regola.

- Il Pericolo Dell’Angelismo O Dello Spiritualismo Esagerato.

L’errore dei conservatori e di alcuni «pseudo-tradizionalisti» cattolici attuali è quello di eliminare l’elemento sociale dalla natura umana, che invece è stata creata da Dio naturalmente socievole (Aristotele, Politica, VI; San Tommaso D’Aquino, De regimine principum, lib. I, cap. 14) e di voler rendere l’uomo un singolo individuo (come il liberalismo individualista) senza spazio sociale e politico, per indirizzarlo, con una spinta puramente naturale (anche se viene dal prete, che resta sempre un uomo anche se consacrato e non è Dio, ma solo uno strumento di Dio per aiutare i fedeli a fare la Volontà di Dio, che non necessariamente è quella del sacerdote) verso una vita consacrata alla quale invece chiama solo Dio e nella quale si persevera solo con l’aiuto di Dio: «Non siete voi che avete scelto Me, ma sono Io che ho scelto voi», ci ha detto Gesù nel Vangelo. La vocazione è un consiglio e non un precetto e non si può obbligare a seguire un consiglio sotto pena di peccato.

- Occorre contestare, confutare e contrastare il laicismo, in teoria e in pratica, rovesciare tale modo di vita sovversivo e rivoluzionario, fare la storia piuttosto che subirla passivamente e tentare di creare le condizioni di un vivere sociale, che faciliti quello spirituale. «La Grazia presuppone la natura, la perfeziona e non la distrugge» (San Tommaso), così la Fede presuppone l’umanità civilizzata, la perfeziona, la mantiene in vita e non la deve distruggere; parimenti la vocazione sacra presuppone la vita familiare, sociale e politica, la perfeziona e non la deve annientare. Se non vi fosse una società familiare non vi potrebbe essere un «chiamato» e se la Società civile invece di aiutare l’individuo e la famiglia a cogliere il proprio Fine li ostacolasse, i «vocati» sarebbero molto di meno. È per questo che occorre «dare a Cesare quel che è di Cesare (obbedienza alle leggi temporali conformi a quella naturale) e a Dio quel che è di Dio (l’adorazione)».Don Curzio Nitoglia doncurzionitoglia.com

Lo shopping di Pasquetta e la fine della famiglia

Giovedì, 5 Aprile 2012

“Lunedì di Pasqua aperto”: così recita uno striscione ben visibile affisso su alcuni dei tanti, troppi, “centri commerciali” che deturpano il panorama delle nostre città, condizionandone persino la loro stessa concezione. Il pensiero corre immediatamente a quelle povere disgraziate di cassiere, commesse eccetera costrette a lavorare anche in un giorno che dovrebbe essere trascorso in serenità, a casa o all’aperto, con le persone care.“Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”? Pura archeologia, ormai, perché quelle sventurate non potranno scegliere con chi passare la “Pasquetta”: saranno costrette a lavorare da un meccanismo infernale che sta mettendo il giogo a tutti quanti.Per quale necessità, infatti, un “centro commerciale” deve rimanere aperto in una giornata che tradizionalmente viene vissuta coi familiari e/o gli amici nella classica “gita fuori porta”, e, per chi è credente e praticante, anche alla funzione del Lunedì dell’Angelo?La brama di fare soldi dei proprietari dei negozi – secondo la riduttiva ed abusata interpretazione economicista – non basta a spiegare quest’ennesima novità negativa. Di soldi ne fanno già abbastanza. C’è dell’altro.Nemmeno ci si avvicina alla verità se si pensa alla “competizione” tra attività volte al “profitto”. In regime “liberale”, in fondo, tutte fanno “cartello” e trovano un accordo, col beneplacito delle “autorità”, per i vari turni di apertura nelle festività.Queste “autorità” sono davvero dei fenomeni di doppiezza e perfidia. In campagna elettorale non ce n’è una che non ponga “al centro” del suo “programma” – poi regolarmente obliato appena arraffata la poltrona – il mitico ed universalmente condiviso “sostegno alla famiglia”.Vorrei proprio capire com’è possibile “sostenere” una famiglia sbalestrandone i membri da una parte all’altra, tutti in turni di lavoro i più folli ed arbitrari, senza alcun rispetto per le feste comandate né pietà per quello che, a parole, sempre più inquietanti nella loro vacuità, affermano essere il “fondamento della società umana”: la famiglia.Si badi bene poi che queste “autorità” ricevono il sistematico e convinto appoggio della locale Curia. Ma da quelle stanze, al riparo dalle delizie riservate alla “gente normale”, non arriva nemmeno un timido mugolio contro questa situazione, che vede sempre più i due elementi di base della famiglia, il maschio e la femmina, ridotti a trottole che ad un ritmo forsennato sono dominate da un’unica preoccupazione: “sbarcare il lunario”, accettando ogni tipo di condizione lavorativa, compresa quella riguardante orari e turni.Questi “uomini di religione” sono ancor più responsabili, perché hanno (o almeno dovrebbero avere) un riferimento chiaro ed inequivoco sul famoso “senso della vita”. Pertanto dovrebbero disporre di tutti gli strumenti necessari per “indicare la via”, fornendo “illuminati” consigli alle “autorità” sulle “cose del mondo”, tra le quali rientra a pieno titolo – tanto occupa la vita delle persone – la sfera del lavoro. Il loro silenzio pesa dunque come un macigno. Talmente sono invischiati nel “mondo moderno”, avendone accettato la logica e l’abitudine ad accompagnarsi ai “potenti”, che pure loro non concepiscono alcuna forma di resistenza, né incarnano un “carattere” in grado di affermare “sì sì, no no”. Sono un puro orpello folcloristico, ma dalle loro bocche non esce più una “parola di verità”. Mi chiedo se anche loro ci credano o no, a questo punto, all’Inferno…Il resto della combriccola va come deve andare quando non vi è più una guida. Gli uni – i padroni di queste imprese commerciali sempre più enormi, anonime e perciò disumane – sono addirittura convinti di svolgere una “opera buona”, dando lavoro anche nei giorni di festa, mentre gli schiavi, costretti ai ceppi, per non impazzire, pian piano introiettano una qualche “ragione” per questa ennesima riduzione degli spazi e dei tempi da dedicare ad altro che non sia il proverbiale “tirare la carretta”.La massa beota che si riversa in questi templi dell’acquisto indotto anche il giorno di “Pasquetta” fa il resto: talmente abbrutita da non desiderare più altro che pascolare in mezzo a merci d’ogni sorta per dare fondo a quei tre soldi che illusoriamente “possiedono”.Ed il tutto – va ripetuto perché è la cosa più vergognosa – con la ‘benedizione’ dei religiosi, che col loro silenzio-assenso si rendono complici di un altro passo verso la dissoluzione della famiglia.In una situazione del genere, come faccia a non andare in frantumi un matrimonio è un mistero. Infatti i divorzi sono all’ordine del giorno ed è evidente che tra le cause vi sono da considerare anche dei ritmi di lavoro, compresi questi orari “liberalizzati”, i quali fan sì che questi due poveretti, marito e moglie, non riescano più ad incontrarsi, poiché vi sono solo e sempre delle “cose da fare”. Compreso il figlio, o i figli, che non si sa più dove “parcheggiare”, a questo punto persino nei giorni di vacanza dalla scuola (un altro enorme ingranaggio che tritura la personalità umana, e che predispone l’individuo all’introiezione del modello imperante che lo attende da adulto).Ma è subito pronta la caritatevole soluzione: più “scuole dell’infanzia”, più “asili nido”!Ora, chi afferma questa cosa, peggio che mai se indossa abiti religiosi, o è un deficiente che non sa quel che dice o un connivente con un sistema perverso, anche se a parole afferma di “sostenere la famiglia”.Non si fanno certo i figli per piazzarli in un “nido”! Mi sbaglio?Se questa povera creatura che non desidera altro che la vicinanza alla mamma – e meno al babbo, che subentrerà soprattutto in una seconda fase – viene scaricata a destra e a manca, in mani perlopiù estranee (la “tata”!), quali entusiasmanti risultati ci si può attendere? Sarà, come minimo, un essere con degli scompensi a livello emozionale.Ma che importa, tanto da adulti – e a volte sin da adolescenti – dobbiamo dare da mangiare ad avidi e incompetenti (perché inadeguati) “strizzacervelli”, no? E a tutta la schiera di “specialisti” che, concependo l’essere umano come una macchina, non trovano mai il bandolo della matassa dei malesseri che esso sperimenta nel corso della sua esistenza. “Ciechi che guidano altri ciechi”…Più l’uomo si fissa sulla “libertà” e più si stringe la corda al collo. Per questa fisima del tutto moderna (da cui il “liberismo”, il “liberalismo”, fino alle “liberalizzazioni”), non si riesce più a concepire alcun “Ordine”, che è vero perché è conforme alle cose “così come sono”: da qui la fine di ogni “ordine” relativo, anche nell’ambito del calendario e degli orari.L’obiezione scettica, e perciò “modernissima” nel suo dubitare e relativizzare ogni cosa, è subito pronta: e qual è “l’ordine naturale delle cose”? Il problema è che l’uomo moderno non si ascolta più, non dà più attenzione a quelli che sono i suoi reali (e universali) bisogni, preso com’è dal vortice della necessità (indotta con mille artifici da chi ha interesse a tenere masse di uomini sotto controllo per far andare le loro vite ‘in fumo’) e dalla convinzione – comprensibile per non vivere in una costante lacerazione interiore – che comunque “va bene anche così”.Se invece i padroni dei “centri commerciali” (assieme a tutti gli altri “padroni”, essi stessi spesso vittime del sistema di cui s’illudono d’avere il controllo) non venissero accontentati su tutta la linea non credo sarebbe un gran dramma. Solo che in questo “mondo moderno” – che ha dichiarato “tanti saluti” a Dio, fa come se non ci fosse, né esistesse un motivo per cui siamo qui – sembra che tutto vada in una unica direzione, verso il basso, o verso la dissoluzione, il che è lo stesso, cambiando solo la prospettiva.L’uomo non mira ad “elevarsi”, coltivando anche le relazioni familiari in un contesto sano e tranquillo; non fa sì che la sua esistenza sia orientata ad un post mortem il più felice possibile; non ha più nessuno che lo difenda da tutte le “forze contrarie”, incoraggiando e, perché no, imponendo uno stile di vita virtuoso, in linea coi dettami e le indicazioni fornite da quella che si afferma essere (sempre più solo quando c’è da far polemica con altre religioni) la propria tradizione “di origine divina”.Questa dovrebbe essere la funzione di “autorità” degne di questo nome. Ma quelle che quest’uomo dei “tempi ultimi” è in grado di darsi, non sanno far altro che creargli ostacoli e rendergli la vita impossibile, quando invece tutto sarebbe ‘apparecchiato’ per rendercela facile.Forse, per ogni “lunedì di Pasqua aperto” c’è qualche famiglia che ‘chiude’… e. galoppini europeanphoenix.com

Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma

Sabato, 28 Gennaio 2012

Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione. L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi? In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers). LA CENTRALITA’ DELL’ORIGINE La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio.  Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità. Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente. La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione. PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti. La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi. In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce. Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento. Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale. Per questola necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana. di R. Iafrate e G. Tamanza «Vita e Pensiero» via bussolaquotidiana

La liberalizzazione degli orari uccide la famiglia

Domenica, 15 Gennaio 2012

C’è infine un ultimo «piccolo» problema che la questione della liberalizzazione degli orari dei negozi porta con sè: la assoluta scomposizione dei rapporti umani di chi vive nel commercio. Lavorare su turni che vanno dalle 9 del mattino alla mezzanotte 7 giorni su 7, 12 mesi all’anno significa fare fatica ad avere relazioni. I turni non li sceglie il lavoratore, ma il datore di lavoro, che da queste parti viene chiamato patrão, tanto per essere chiari su chi e su come si comanda.Se disgraziatamente anche tua moglie, marito, fidanzato lavora su turni, diventa difficile trovare un momento in cui incontrarsi, in cui andare al parco a passeggiare o andare in vacanza insieme. Non si cena più, non si pranza più, ci si incrocia e basta, ogni tanto, se tutto va bene. Una vita che ricorda molto da vicino quella descritta da Calvino nel suo racconto «l’avventura di due sposi» dove appunto i due sposi, che lavoravano uno di giorno e l’altro di notte, si incrociavano, di fretta, al bagno, quando uno finiva e l’altro iniziava la propria giornata.Siamo sicuri che per potere comprare più «liberamente», cioè istigati da una pubblicità sempre più invasiva e penetrante, magari risparmiare qualche centesimo di euro, valga davvero la pena accettare quello che sembra essere sempre di più lo scenario descritto da George Orwell in 1984, dove ogni aspetto sociale veniva controllato dal Grande Fratello e ogni sentimento tassativamente proibito? Oppure una realtà simile a quella di Metropolis di Fritz Lang, dove, nella città sommersa, una sirena scandiva in due turni simmetrici da 12 ore la vita di uomini trasformati in automi, attaccati a macchine, privi di qualsiasi coscienza? Siamo sicuri che la completa deregolamentazione di tutto sia una questione di civiltà? Siamo sicuri che le liberalizzazioni portino posti di lavoro e non ulteriori fonti di sfruttamento di manovalanza a basso e bassissimo costo?Forse vale la pena tenerci il negozio sotto casa che chiude alle sette ma il cui gestore si ricorda di noi, ci tiene il giornale o il pane da parte e la domenica andarcene a fare una passeggiata, perché, vi assicuro, se il supermercato è aperto voi ci andrete a comprare! tratto da g.adinolfi ilmanifesto

Stesso sesso, nè coppia nè famiglia

Venerdì, 14 Ottobre 2011

«Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso l’avvenire». Sono le parole di monsignor Tony Anatrella (nella foto), accademico francese, psicanalista e specialista di fama internazionale in psichiatria sociale. Docente delle Libere facoltà di filosofia e psicologia di Parigi e del Collège des Bernardins, già consulente del Pontificio Consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la salute, domani sarà a Brescia in qualità di relatore al convegno dal titolo Famiglia= maschio+femmina?Ideologia di gender e natura umana. L’incontro si svolge a partire dalle 9.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI ed è promosso dagli uffici Famiglia e pastorale della salute della Diocesi di Brescia insieme al Gruppo Lot, Alleanza cattolica, gruppo AGAPO, Obiettivo Chaire e Scienza e Vita Brescia. Il convegno si propone di riflettere sulla negazione della differenza tra uomo e donna, sul diritto a tutti i costi di scegliere il proprio orientamento sessuale, il tipo di coppia e i ruoli genitoriali ai quali ciascuno può aspirare.Monsignor Anatrella, ha ancora senso oggi considerare la coppia nucleo originario della famiglia, come composta da un maschio e una femmina? Oppure questa non è altro che una delle possibili opzioni tra diversi tipi di “coppia”?
«Nel momento in cui riflettiamo sulla coppia e la famiglia, dobbiamo tener conto della realtà delle cose. Gli uomini e le donne esistono e, di fatto, la loro presenza e la loro relazione hanno già un senso: sono i soli che formano una coppia dal momento che sono diversamente sessuati. Non ci sono che due identità: quella dell’uomo e quella della donna, non ne esistono altre a meno di non confondere l’identità sessuale, di fatto maschile e femminile, con degli « orientamenti sessuali», ossia dei desideri. Chi è attratto da persone dello stesso sesso ha adottato un’attitudine che è la conseguenza della storia che ha vissuto, dell’organizzazione della sua vita affettiva che manifesta come alcune fasi dello sviluppo psicologico non siano state affrontate. Si tratta di casi particolari che sono sempre esistiti e che dobbiamo approcciare con attenzione, stima e intelligenza. Tuttavia la questione che si pone oggi è quella di sapere se la vita coniugale e familiare può definirsi in rapporto all’omosessualità, in altre parole: possiamo approcciare l’omosessualità sul piano sociale nello stesso modo in cui l’approcciamo sul piano individuale? La risposta è: no.Viviamo in un momento storico di grande confusione di pensieri, sentimenti e relazioni, in cui tutto risulta ingarbugliato, senza le distinzioni razionali che invece sono necessarie. Da un punto di vista sociale due persone dello stesso sesso sono in una relazione speculare e dentro il diniego dell’alterità sessuale, esse non costituiscono né una coppia, né una famiglia. La società ha bisogno della coppia uomo/donna perché essa è alla base del senso stesso dell’unione, nonchè dell’apertura verso il futuro. In quanto tali, maschio e femmina aprono all’avvenire indipendentemente e aldilà dell’ essere procreatori, sono all’origine della storia. Un uomo e una donna che si sposano e formano una famiglia portano gioia e buonumore alle proprie famiglie d’origine, agli amici e alla società. Con loro e grazie a loro la vita continua, mentre intorno ci vengono proposte alternative che sono fuori dalla logica dell’alleanza, della generazione e della trasmissione, quest’ultime sono delle soluzioni narcisistiche che portano ad un vicolo cieco».Il pensiero dominante cerca di convincerci che i concetti di «madre» e «padre» siano di fatto soltanto delle convenzioni culturali e che gran parte dei problemi delle famiglie possa essere risolto suddividendo i compiti tra i genitori. La maternità e la paternità sono davvero funzioni sociali intercambiabili?«Si tratta di una visione semplicistica. Siccome non sappiamo più fare la distinzione tra uomini e donne, non siamo più in grado di dire cosa siano davvero maternità e paternità. Viviamo in una società matriarcale in cui il modello dominante è quello della donna e della mamma, gli uomini sono invitati ad allinearsi a questo archetipo recitando la parte della «mamma bis», come ho scritto nel mio libro La differenza vietata, edito da Flammarion, il padre deve confondersi con la madre e riproporre la sua immagine. Ora, il padre non è materno, nemmeno quando si occupa del nutrimento del figlio, è paterno. Per questo è più indicato che il bimbo venga nutrito dalla mamma ed sia tenuto in braccio da lei, soprattutto nei primi mesi di vita, periodo in cui il bimbo acquista fiducia staccandosi progressivamente da chi lo ha tenuto nove mesi in grembo. Intendiamoci, il padre può certamente occuparsi di lui e fornire tutte le cure necessarie, ma siccome il bambino è stato nel grembo della madre, quando nasce sviluppa un contatto corporale unico con lei, ha ancora bisogno della mamma per sentirsi al sicuro e svilupparsi a sua immagine. Poi, progressivamente, imparerà a differenziarsi grazie alla presenza del padre. Il papà e la mamma non hanno le stesse funzioni : la mamma protegge, stimola il bambino attraverso il linguaggio e lo risveglia affettivamente, mentre il padre, che è di sesso differente rispetto alla mamma, differenzia il bambino, gli svela la sua identità e il significato delle leggi del mondo, per questa ragione l’uno e l’altra sono complementari. Il discorso sulla divisione dei compiti è molto ambiguo e rischia di sfociare in conflitti, che nel contesto della famiglia ognuno possa portare il proprio contributo è senz’altro una cosa vera e buona, ma l’idea che i ruoli possano essere intercambiabili non è realista».Le teorie di genere affermano che  non esistono una natura femminile e una maschile, ma semplicemente un corpo che non è determinante per l’identità sessuale…«Siamo in pieno idealismo. Queste teorie sviluppano una falsa nozione di natura che non vuole riconoscere che c’è una struttura femminile o maschile dalla quale uomini e donne dipendono. I teorici del gender sono nella negazione del corpo quando Judith Bulter afferma che «il corpo è una materia neutra», non nel senso che esso risulta flessibile alla volontà, che gli riconosce dei limiti, ma nel senso che diventa possibile collocarlo dentro identità diverse e varie: quella dell’uomo, quella della donna, dell’omosessuale, del transessuale e altri. La psicanalisi freudiana lo ha dimostrato ma anche l’esperienza di ciascuno di noi lo prova: l’uomo e la donna sviluppano la propria psicologia in estensione all’interiorizzazione del proprio corpo sessuato. Si tratta di un riflesso fisico che opera durante l’infanzia e l’adolescenza mentre il soggetto si scopre e si accetta.Tuttavia ci sono dei casi individuali in cui dei soggetti non accettano il proprio corpo mentre alcuni altri sono convinti che la natura abbia sbagliato. Il loro corpo autentico è rappresentato dall’idea che si fanno, che non corrisponde alla loro realtà personale: il corpo immaginato è quindi estraneo al corpo reale. Ora, l’uomo e la donna dipendono da un’identità sessuale di fatto, essa è un’eredità che ognuno è chiamato a integrare nella propria vita psichica. La società attuale non favorisce questo lavoro perchè a tratti esalta e a tratti disprezza il corpo. Le mode ne sono il riflesso: tatuaggi e piercing danno l’illusione di avere un corpo diverso, questo è il sintomo della difficoltà ad accettare e accogliere il proprio corpo. In un mondo che presenta il corpo attraverso orrori e mostri, noi invece rimarchiamo la bellezza e l’importanza del corpo umano è che la persona stessa».Nel contesto attuale la tendenza è quella di lasciarci intendere che ciascuno ha il diritto di scegliere il proprio orientamento sessuale, ci sono dei rischi in questo ?«Questa concezione che si innesta sulla teoria di genere è frutto delle associazioni omosessuali. Appare piuttosto significativo osservare che la maggior parte delle nozioni che definiscono l’organizzazione della psicologia sessuale si trovano ad essere invertite, per esempio si parla di «orientamento sessuale» dove fino a poco tempo fa si parlava di desideri. Questo cambio lessicale è una manipolazone del linguaggio volta ad attribuire un carattere ontologico agli orientamenti sessuali, si cerca un’origine genetica, neurologia e ormonale per affermare che l’omosessualità e la transessualità sono del tutto naturali. Questi orientamenti hanno invece un’origine più complessa. Curiosamente, per tornare alla domanda precedente, si accetta il concetto di natura esteso in senso biologico ma si rifiuta il concetto di natura nel senso filosofico o psicologico del termine. Semplicemente, un «orientamento sessuale» non si sceglie, esso si impone perchè la sua origine è incosciente. Detto altrimenti nel momento in cui l’«orientamento sessuale» viene cercato come fine a se stesso, indipendentemente dall’identità sessuale, esso è sintomo di un problema psichico».Si parla molto di matrimonio in crisi. Oggi la maggior parte delle persone di fronte ad una crisi di coppia pensa al modo indolore per separarsi o divorziare invece di interrogarsi sul modo giusto per affrontare le difficoltà e superarle, perchè?«Molti, soprattutto fra i più giovani, non sanno fare coppia. Sono in grado di provarci, di avere esperienze sentimentali precarie, avere avventure sessuali, ma non sempre sanno come portare avanti una relazione. L’erotizzazione rapida dei rapporti costituisce spesso un serio handicap per avere une visione globale della propria persona, dell’altro e dell’avvenire. Di fronte a numerosi fallimenti, la tendenza è quella di smettere di credere all’amore anche se, in realtà, molti non l’hanno mai vissuto. Hanno vissuto esperienze sentimentali e sessuali, ma un esperienza dell’amore implica caratteristiche particolari e differenti.Questo è così vero che la generazione attuale non è in grado di affrontare le crisi, i conflitti e le incomprensioni relazionali, la maggior parte delle volte i giovani non sanno scegliere il partner e dunque la relazione non dura. Anche la convivenza, simbolo apparente di una relazione adulta, si gioca in terreno equivoco: siamo insieme ma senza impegnarsi. Le relazioni dunque restano superficiali e si organizzano principalmente attorno alla vita domestica e all’impiego del tempo senza progetti a lungo termine, per questo può finire in qualunque momento. Una volta sposati sono in molti a incontrare le stesse difficoltà perchè la cultura non ci insegna a fare coppia tra uomo e donna, essa ci propone piuttosto come riferimento il modello di coppia adolescente in cui rapidamente si arriva al punto di lasciarsi, senza riflettere, ecco perchè spesso ho parlato di società adolescentrica. Il divorzio è un autentico flagello che crea insicurezza nella società, che si infantilizza sempre di più. Agevolandolo, la società perde il senso del fidanzamento, dell’affrontare le tappe della vita di coppia e dell’affrontare e risolvere le crisi. Non è che un modo di prolungare l’infanzia, in cui gli adulti sembrano compiacenti perché essi stessi non sembrano in grado di diventare maturi».Quali sono le condizioni per una relazione autentica e duratura ?«Una relazione autentica implica che l’uomo e la donna abbiano riflettuto e siano preparati a vivere all’interno di un quadro sociale di grandi contraddizioni. I giovani s’abituano a vivere da soli, organizzano la loro vita affettiva nell’autosufficienza della psicologia del celibato, e poi sperimentano la difficoltà di fare poso all’altro, vanno supportati. Ultimamente ha preso piede una moda che vuole che  le giovani spose, una volta la settimana, escano tra amiche come ai bei tempi dell’adolescenza, ma questa abitudine certamente non favorisce lo sviluppo della coppia.Il discorso sociale che confonde il maschile e il femminile fa in modo che l’uomo e la donna non sappiano tener conto della psicologia differente del coniuge. I due proiettano semplicemente sull’altro  le proprie categorie e i propri modelli di pensiero. L’uomo immagina che la donna funzioni psicologicamente come lui e viceversa, questo è l’origine di tutti i malintesi.Affinchè il matrimonio duri, sono necessarie alcune condizioni psicologiche e spirituali: bisogna avere il desiderio di impegnarsi in un progetto comune, in funzione di questo impegno liberamente assunto verranno trattati i problemi relazionali. Il mito della trasparenza in cui ci si dice tutto è un’illusione, una falsa verità, non si tratta di mentire o ingannare l’altro, ma di mantenere la distanza necessaria per favorire una relazione in autentica verità. Inoltre il senso della fedeltà è un’altra componente indispensabile nel matrimonio, perchè niente di duraturo può vedere l’atto sessuale dissociato dall’impegno amoroso. Infine, in una prospettiva cristiana, la relazione coniugale radicata nell’amore è più strutturata rispetto a quella che si basa unicamente sui sentimenti o sull’attrazione sessuale dal momento che essa si deve nutrire nell’amore per rinforzare la relazione. La fonte dell’amore è in Dio che ne fa una ricchezza inesauribile per chi si impegna in nome Suo. Le coppie formate da un uomo e una donna sono l’avvenire della società».di Raffaella Frullone (brani dell’intervista di R. Frullone labussolaquotidiana

La famiglia quale unità eroica (by Evola)

Martedì, 4 Ottobre 2011

Uno dei pericoli che minacciano le correnti di reazione contro le forze di disordine e di corruzione che stanno devastando la nostra civiltà e la nostra vita sociale, è di andare a finire in forme poco più significanti, se non di addomesticamento borghese. È stato denunciato più di una volta il carattere di decadenza che il moralismo presenta di fronte ad ogni superiore forma di legge e di vita. In realtà, affinché un “ordine” abbia valore, esso non deve significare né routine né spersonalizzante meccanicizzazione. Bisogna che esistano delle forze originariamente indomite, le quali conservino in una qualche maniera e misura questa loro natura anche presso la più rigida aderenza ad una disciplina. Solo allora l’ordine è fecondo. Con una immagine, potremmo dire che allora accade come per una miscela esplosiva o espansiva, la quale appunto quando è costretta in uno spazio limitato sviluppa la sua estrema efficacia, mentre nell’illimitato quasi si dissipa. In tal senso Goethe ha potuto parlare di un “limite, che crea” ed ha potuto dire che nel limite si dimostra il Maestro. Occorre poi appena ricordare che nella visione classica della vita l’idea di limite – pèras – si confondeva con quella stessa perfezione e si poneva come il più alto ideale non solo etico, ma persino metafisico. Queste considerazioni potrebbero essere applicate a vari domini. Veniamo qui ad una caso particolare: quelli della famiglia.La famiglia è una istituzione che, erosa dall’individualismo dell’ultima civiltà cosmopolita, minata alle basi dalle premesse stesse del femminismo, dell’americanismo e del sovietismo, si vorrebbe ricostruire. Ma anche qui si pone l’accennata alternativa. Le istituzioni sono come forme rigide nelle quali una sostanza originariamente fluente si è cristallizzata: è questo stato originario che si deve ridestare, quando le possibilità vitali inerenti ad un determinato ciclo di civiltà appaiono esaurite. Solo una forza che agisca dall’interno, come un significato, può esser creatrice. Ora, a quale significato si deve riferire la famiglia, in nome di che si deve volerla e preservarla? Il significato usuale , borghese e “perbene” di questa istituzione è noto a tutti, e qui vale meno l’indicarlo, quanto il rilevare che assai scarso sostegno esso potrebbe fornire ai fini di una nuova civiltà. Potrà essere bene tutelarne i residui esistenti, ma è inutile nascondersi, che non è di questo che si tratta, che questo è un “troppo poco”. Se si vuole trovare una delle non ultime cause della corruzione e della dissoluzione familiare sopravvenuta nei tempi ultimi, essa può esser indicata appunto nello stato di una società, ove la famiglia si è ridotta a non significare nulla più che questo: convenzione, borghesismo, sentimentalismo, ipocrisia, opportunismo.Anche qui, solo col riportarsi direttamente e risolutamente non allo ieri, ma alle origini, noi possiamo trovare ciò che veramente ci occorre. E queste origini, a noi dovrebbero essere accessibili. In modo particolare, se la tradizione nostra, romana, della famiglia, è fra quelle che han portato ad espressione il concetto più alto e originario di essa.

Secondo la concezione originaria, la famiglia non è una unità né naturalistica, né sentimentale, ma essenzialmente eroica. È noto che l’antica denominazione di pater deriva da un termine, che designava il duce, il re. L’unità della famiglia già per questo appariva dunque come quella di un gruppo di esseri virilmente stretti intorno ad un capo, che ai loro occhi appariva rivestito non di un bruto potere, bensì di una maestosa dignità, incutente venerazione e fedeltà. Questo carattere resta senz’altro confermato, se si ricorda che nelle civiltà indoeuropee il pater – oltreché il duce – è colui che intanto esercitava una potestà assoluta sui suoi, in quanto era in pari tempo assolutamente responsabile per i suoi di fronte ad ogni superiore ordine gerarchico – era anche il sacerdote della sua gens, colui che più di ogni altro la rappresentava di fronte al divino, il custode del fuoco sacro il quale nelle famiglie patrizie era simbolo di una influenza sovrannaturale invisibilmente congiunta al sangue e trasmettentesi con questo stesso sangue. Non molli sentimenti sociali o convenzionalismo, ma qualcosa fra l’eroico e il mistico fondava dunque la solidarietà del gruppo familiare o gentilizio, facendone una sola cosa secondo rapporti di partecipazione e di virile dedizione, pronta ad insorgere compatta contro chi la ledesse o ne offendesse la dignità. Con ragione il De Coulanges come conclusione dei suoi studi in proposito, ebbe dunque a dire che la famiglia antica era una unità religiosa, prima che esser una unità di natura e di sangue.Che il matrimonio fosse un sacramento già assai prima del cristianesimo (come p. es. la rituale confarreatio romana), è cosa forse già nota ai lettori. Meno lo è però l’idea, che questo sacramento non valeva come una cerimonia convenzionale o formula giuridico-sociale, quanto come una specie di battesimo che trasfigurava e dignificava la donna portandola a partecipare della stessa “anima mistica” della gente del suo sposo. Secondo un rito indoeuropeo, assai espressivo come simbolo, prima che di esso, la donna doveva essere di Agni, il fuoco mistico della casa. Ora, non è diverso il presupposto originario, per cui lo sposo si confondeva col Signore della donna, e si stabiliva quel rapporto, di cui la borghese fedeltà non è che il derivato decadente e depotenziato. L’antica dedizione della donna che tutto dà e nulla chiede è espressione di un eroismo essenziale, assai più mistico o “ascetico”, vorremmo dire, che non passionale e sentimentale e, in ogni caso, trasfigurante. All’antico detto:“Non vi è rito o insegnamento speciale per la donna. Che essa veneri ilo suo sposo come il suo dio, ed essa otterrà la sua stessa sede celeste”.Fa quasi riscontro, in un’altra tradizione, la concezione secondo la quale la Casa Solare dell’immortalità, oltreché ai guerrieri caduti sul campo di battaglia e ai capi di stirpe divina, era riservata alle donne morte nel dare alla luce un figlio: in ciò essendo considerata un’offerta sacrificale così trasmutante, quanto quella degli stessi eroi. Ciò potrebbe già condurre a considerare il significato stesso del generare, se un tale soggetto non dovesse condurci troppo lontano. Ricorderemo solo l’antica formula, secondo la quale il primogenito era considerato come figlio non dell’amore, ma del dovere. E questo dovere era, nuovamente, di carattere sia mistico che eroico. Non si trattava solo di creare un nuovo rex per il bene e le forze del ceppo, ma anche di dare alla vita chi potesse assolvere quell’impegno misterioso di fronte agli avi e a tutti coloro che fecero grande una famiglia (nel rito romano, spesso ricordati in forma di innumerevoli immagini portate nelle occasioni solenni) di cui il fuoco familiare perenne era l’equivalente simbolico. Per tal via, in non poche tradizioni troviamo formule e riti, i quali ci fan nascere l’idea di una vera e propria generazione cosciente, di un generare non con un oscuro e seminconsio atto della carne, ma col corpo e in pari tempo con lo spirito, dando – in senso letterale – la vita ad un nuovo essere, per il quale, in ordine alla sua funzione invisibile, veniva persino detto, che per sua virtù gli avi saranno confermati nell’immortalità e nella gloria.Da queste testimonianze, che sono alcune fra le tante che facilmente possono esser raccolte, promana una concezione dell’unità familiare che, come sta di là da ogni mediocrità borghese conformista e moralista e da ogni prevaricazione individualistica, in ugual misura sta di là dal sentimentalismo, dalla passionalità e da tutto ciò che è bruto fatto sociale, o naturalistico. Un fondamento eroico è quello che può dare la più alta giustificazione alla famiglia. Comprendere che l’individualismo non è una forza, ma una rinuncia. Nel sangue, riconoscere una salda base. Articolare e personalizzare questa base con forze di obbedienza e di comando, di dedizione, di affermazione, di tradizione e di solidarietà diremmo persino guerriera e, infine, con forze di intima trasfigurazione. Solo allora la famiglia tornerà ad essere una cosa vivente e possente, cellula prima ed essenziale per quel più alto organismo, che è lo stesso Stato. j. evola Tratto da Fedeltà Monarchica, anno X, n. 3, aprile 1970.

Se il mondo riscopre Dio, patria e famiglia (by Veneziani)

Giovedì, 5 Maggio 2011

La beatificazione del Papa e la fol­la dei devoti a Roma, l’intervento in Libia e il compleanno d’Italia, il matrimonio nella famiglia rea­le inglese in mondovisione, il ri­nato patriottismo Usa dopo la morte di Bin Laden. Quattro even­ti planetari in una sola settimana hanno riacceso in forme diverse le luci su un’antichissima trinità: Dio, patria e famiglia. Era da tem­po che non si rivedevano insie­me.Che fine hanno fatto Dio, patria e famiglia? Sono stati per secoli l’orizzonte di vita e di senso dei popoli, poi si sono ritirati nel ruolo di bandiera ideale per movimenti conservatori e tradizionali. Ora sanno di arcaico e finito, servono più per etichettare posizioni antiquate altrui che per rivendicare le proprie. Con che cosa furono sostituite? Potremmo rispondere con nulla, o con il nulla eretto a orizzonte. O, storicamente, che furono sostituite con libertà, eguaglianza e fratellanza. O più semplicemente che furono barattate con l’individuo, i suoi diritti e la libertà sovrana di sentirsi cittadino del mondo, senza legami a priori. Sembra impossibile pensare a Dio, patria e famiglia. Chi li vive non li pensa e chi li pensa li ritiene già morti. Eppure Dio, patria e famiglia occupano ancora il pensiero supremo di metà umanità e la loro orfanità è avvertita come un vuoto dall’altra metà. Dio, patria e famiglia popolano i pensieri reconditi, i ricordi e i rimorsi più forti, animano l’arte,il sogno e la letteratura,resistono come nostalgia e sentimenti. Perché occupano rispettivamente la sfera del pensiero e della fede, della vita pubblica e civile, della vita intima e sentimentale. Si chiamano in modi diversi; per esempio senso religioso, senso comunitario e senso delle radici. L’uomo ha tre dimensioni originarie, che sono la sua umanità, la sua natura e la sua cultura: la dimensione verticale che ci spin-ge a tendere verso l’alto, la dimensione orizzontale che porta a situarci in una comunità e la dimensione interiore che induce a ritrovarsi nelle origini. In questo triplice viaggio verso il cielo, la terra e le radici, ci imbattiamo in figure e presagi che richiamano Dio, patria e famiglia. E se fosse necessario ripensarli e riviverli nel nostro presente e nel futuro prossimo? Se nascessero dalla loro scomparsa la presente disperazione, il cinismo e gli abusi, le paure e le chiusure? Se avessimo bisogno di quell’orizzonte per essere uomini e per legarci davvero tra noi? Davanti alla tabula rasa bisogna tornare all’abc.Come si possono pensare oggi Dio, patria e famiglia con la sensibilità del presente, senza tornare al passato? In primo luogo attraverso la libera scelta, nessun automatismo imposto da natura o storia, autorità o legge. Ma una libera e radicale scommessa tra caso e destino, tra libertà di assegnare significato o no all’origine, ai nostri legami, al nostro senso del sacro e del divino. Abbiamo bisogno di dare un senso alla vita, riconoscendovi un disegno intelligente; poi di avvertire un luogo come la nostra casa, la nostra matrice; quindi di nutrire legami speciali di comunità e tradizione.In secondo luogo dobbiamo risalire dalla buccia al midollo, all’essenza di quel senso religioso, comunitario e delle origini. Con amore totale per la verità, costi quel che costi, non cercando coperture retoriche e rassicuranti bugie. È onesto pensare che le forme storiche, lessicali e rituali in cui si manifestano Dio, patria e famiglia possano morire e mutare. Ma il tramonto di alcune fedi secolari, di convinzioni e strutture, non significa la fine di quegli orizzonti e del nostro bisogno. È importante distinguere tra le forme che passano e i contenuti che restano; capire cosa salvare, cosa rigenerare e cosa lasciar morire. In terzo luogo, oggi Dio, patria e famiglia vanno pensate non solo in loro presenza ma anche in loro assenza, attraverso la loro mancanza, e gli effetti che questa produce. Non possiamo negare che si tratta di princìpi sofferenti, sempre più cagionevoli e incerti. Non possiamo chiamarci fuori, fingere una purezza che non abbiamo; dobbiamo saper riconoscere che nella loro penuria ci siamo dentro anche noi, fino al collo; scontiamo anche noi cadute e incoerenze. Non ci sono incontaminati guardiani dell’ortodossia e dell’osservanza; anche noi esitiamo e spesso voltiamo le spalle. Dunque, nessuna pretesa di superiorità e di purezza rispetto agli altri; sia questa ragione di realismo e umiltà popolare.In quarto luogo va tenuto a mente che nessuno può imporre il monopolio, il primato, l’esclusiva, del suo Dio, della sua patria e della sua famiglia. Amare Dio, patria e famiglia non vuol dire negare quelli degli altri; ma rispettarli tutti, a partire dai propri. Se neghi il Dio, la patria e la famiglia degli altri, neghi i tuoi. Se neghi ogni dio, ogni patria e ogni famiglia, neghi l’umanità, la dignità e l’identità tua, altrui e del mondo da cui provieni. Chi rinfaccia gli orrori compiuti in nome di Dio patria e famiglia, confonde la malvagità umana con i pretesti in cui è stata rivestita nei secoli. Anche la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e i diritti umani sono stati usati per imporre il terrore giacobino, le dittature comuniste, il fanatismo ateo; contro Dio, patria e famiglia.Infine, i corollari: via la cupa ortodossia, meglio l’ironica leggerezza. Via la scolastica ripetitiva, meglio l’educazione popolare a quei principi. Via il superbo individualismo o la sua variante settaria, meglio iscriversi nell’alveo popolare di un comune sentire e di una tradizione provata dall’esperienza.Non so se questo basterà per rigenerare nel tempo presente e in quello che viene l’amor patrio,familiare e divino. Ma non vedo altro all’orizzonte che meriti di suscitare passioni ideali e nulla che ricordi davvero la storia e la vita autentica, la cultura e la natura dell’uomo. Se fosse questo il compito ideale e civile, politico e morale di oggi? Pensateci, perlomeno. Per non morire nemocristiani, cioè figli di nessun cristo. m. veneziani ilgiornale.it

Non è l’amore che fa la famiglia

Venerdì, 22 Aprile 2011

Si chiama «dissonanza cognitiva». È una tecnica elaborata dagli psicologi negli anni ’50 per indurre le persone a cambiare opinione e consiste nel creare un conflitto tra quello che si pensa e quello che si sente, ovviamente a vantaggio dei sentimenti. Mi spiego con un esempio concreto: qualche mese fa, durante una manifestazione contro una importante carica dello stato, è stato fatto salire sul palco un ragazzino di 13 anni per leggere una invettiva contro quel politico. L’idea era quella di creare un conflitto tra la simpatia spontanea che i bambini creano in noi e le opinioni a favore del personaggio in questione. In questo caso la strategia della dissonanza cognitiva si è trasformata in un boomerang perché l’episodio non ha suscitato sentimenti positivi, bensì negativi, a causa della strumentalizzazione di un bambino nello scontro ideologico, oggi particolarmente violento ed acceso. La stessa strategia della dissonanza cognitiva è stata usata, più recentemente, dall’associazione Famiglie Arcobaleno, cioè da un gruppo di persone che ha deciso di assumere una identità gay dopo aver avuto dei figli da una relazione eterosessuale. In un filmato diffuso in internet si vedono dei bambini di genitori appartenenti a Famiglie Arcobaleno; interrogati, i bambini rispondono che la loro famiglia è composta «da Giuseppina, da Raffaella e da… io»; un altro bimbo, più grandicello, va oltre e spiega che «la mia famiglia è composta dalle mie due mamme e dai miei due fratelli minori». Due mamme? E come è possibile? Questo bambino finge di credere ad una cosa del genere oppure qualcuno gli ha mentito? Tutto torna se si visita il sito dell’associazione, nel quale si legge: «Ci unisce la consapevolezza che una famiglia nasca dall’amore, dalla responsabilità e dal rispetto, molto più che per esclusivi legami biologici. Non si tratta di riformulare il concetto di “famiglia allargata”, ma di allargare il concetto di famiglia». Ecco il nocciolo: si tratta di riformulare – cioè di cambiare – il concetto di famiglia: essa non si basa più sulla procreazione, bensì sul sentimento. Il filmato, infatti, termina con lo slogan «E’ l’amore che fa la famiglia». Si tratta di un cambiamento non da poco. Il sentimento è soggettivo, mutevole, impalpabile; la procreazione, invece, è legata al corpo, è fisica, materiale. E il corpo è «dato», è oggettivo, frustra ogni utopia, ogni gnosi, ogni spiritualismo, ogni soggettivismo. La materia, l’hardware, è la bestia nera di ogni Rivoluzione, anche la Rivoluzione del concetto di famiglia proposto dalle Famiglie Arcobaleno. Ricorda che c’è una «natura», un progetto; e quindi un progettista. Che l’uomo non può «farsi» da solo, ma che è fatto, creato. E quindi deve porre un limite al suo orgoglio. Come non soffermarsi, soprattutto in questi giorni, sul Mistero di Dio che non ha disdegnato la materia, la carne; ma anzi, si è fatto carne, nella pancia di una mamma, nel corpo di un bimbo; e che ha voluto salvarci con il suo corpo ed il suo sangue… r.marchesini labussolaquotidiana

Pesi esistenziali…

Domenica, 7 Novembre 2010

così sono definiti gli handicappati e gli anziani che vivono in famiglia.  alle 14.25, a radio24 si discuteva di famiglia. e con le migliori intenzioni del mondo, sono state richiesti aiuti per le “famiglie con pesi esistenziali” senza rendersi conto che queste parole, molto politicamente corretto, sono l’anticamera di Hitler. temis