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P4, Montezemolo fa per noi

Venerdì, 14 Ottobre 2011

Ecco l’uomo nuovo. Il ricco signore dal profilo elegante che parla di domani, mette in un angolo il passato, sogna la palingenesi morale di un Paese che dopo quasi due decenni di berlusconismo avverte la necessità di proiettarsi nel futuro. Doppio cognome, profilo moderno, vecchissime abitudini. Luca Cordero di Montezemolo appare in molte conversazioni dell’affaire P4. Dialoghi ininfluenti sotto l’aspetto penale, ma illuminanti in un’ottica popolare esasperata che rifiuta lo status quo e pretende, per gli anni a venire, mutamenti radicali del costume da parte di chi si candida a guidare la barca. Luca Cordero di Montezemolo è tra loro.Al telefono con l’intercettato Bisignani, dopo essersi dichiarato favorevole allo strumento investigativo (“Fondamentale in tante indagini e processi”), parla di sondaggi, di macchine da ritirare, chiede piccoli favori per l’ex compagna Edwige Fenech, riceve messaggi, effettua chiamate. Ripercorrerne il senso, a quasi un anno di distanza – quando il progetto di mettere faccia e voce in politica è ben oltre lo stato embrionale – può essere utile per fornire una carta d’identità all’elettore tipo. Con Luigi Bisignani il rapporto è antico.Come scrive Stefano Feltri nel libro ‘Il candidato’, i due si incontrano alla fine di un complicato decennio, gli anni ’80, sul terreno di Italia ’90, fitto di occasioni lavorative (Montezemolo, dal 1986 ai Mondiali, fu presidente del comitato organizzatore). Bisignani è reduce dall’affaire P2, Montezemolo dalle ire di Cesare Romiti (che lo allontanò dalla Fiat nel 1983, confinandolo alla Cinzano, grazie all’intercessione di Gianni Agnelli).A ‘La Storia siamo noi’ di Giovanni Minoli, a precisa domanda del conduttore: “Senta, ma è vero che lei con Montezemolo ha avuto uno scontro durissimo? Che l’ha cacciato dalla Fiat? L’ha mandato alla Cinzano perché vendeva gli incontri con l’avvocato Agnelli?”, la risposta di Romiti non ammetteva repliche: “Sì, è vero questo (…) Perché lui ha ammesso quello che avveniva. Eravamo insieme, l’avvocato Gianni Agnelli, io e lui, naturalmente ha lasciato immediatamente l’azienda (…)”.Tra “Bisi” e Luca Cordero nasce un’amicizia, giunta intatta fino a oggi. Ragionano di prospettive, riflettono sul futuro, si danno conforto. Ed evocano eminenze grigie, di nome Gianni Letta. In questa conversazione del 19 novembre 2010, Luca chiede un favore all’amico e intanto sventola sondaggi consolanti.Montezemolo: “A parte che sono usciti dei sondaggi su di me incredibili – incomprensibile – non me ne frega niente e sottolineo niente, però io (…) non capisco perché sono così buoni visto che sono sempre fuori da tutto, va bene, ti volevo dire, tu senti magari un attimo Gianni… (…) no almeno che aria tira, cosa pensa lui, ultimamente mi dice la gente che l’ha visto che l’ha trovato molto, molto non suonato, ma non è il termine giusto, frastornato dalla situazione…”.Bisignani: “Sì, sì ma io domani ti do un quadro ben preciso”.Montezemolo: “Ma tu lo senti ogni tanto o no?”.Bisignani: “Sì, sì ma domani ti dico tutto”.Montezemolo: “Scusa, finisco, un minimo di condivisione anche un po’ con lui su certe cose, ecco”.Bisignani: “Assolutamente”.IL CANDIDATO (?Luca Cordero di Montezemolo vuole entrare in politica. Molto al di là delle dichiarazioni d’intenti. Per presentarsi a un pubblico distante dalle assise di Confindustria sceglie il palco televisivo. Assieme ad Aldo Cazzullo ed Elisabetta Canalis, Fabio Fazio lo ospita a Che tempo che fa il 21 novembre 2010. La trasmissione -come spesso capita – fa ottimi ascolti. Sotto l’occhio delle telecamere Montezemolo pontifica: “Non mi piace il modo di fare politica di oggi”. Il giorno dopo, alle 13:06, Luca Cordero chiama Bisignani. Insieme valutano il successo dell’operazione simpatia.Montezemolo: “Luigi allora… e grazie ancora dell’sms, abbiamo battuto tutti i record di audience”.Bisignani: “Grande”.Montezemolo: “Nel senso che abbiamo fatto, io ho fatto il 22%, loro non erano mai andati oltre il 15%-16%”.Bisignani: “Mamma mia”.Montezemolo: “Con sei, sei milioni di persone e la rete Tre è la prima volta di domenica sera vince la serata, quindi bene anche come attenzione, dunque adesso io ti chiamo per una cosa di questo genere su cui, allora… sai che ho un grande amico (…) fraterno che si chiama Gianni Punzo (…). Lì c’è uno, un mascalzone che vuol far il presidente degli industriali. Te la faccio breve, la Marcegaglia ha posto il veto su Punzo, allora sia lui, che un altro molto bravo proprietario della Ferrarelle, un altro proprietario della Yamamay, escono perché dicono che non accettano che ci siano dei veti sulle vice-presidenze (…)”.La conversazione prosegue e Montezemolo passa al punto chiave. Sulla successione a Gianni Lettieri, presidente da quattro anni di Confindustria Napoli, c’è la guerra. Paolo Graziano, il candidato scelto da 53 imprenditori, secondo Montezemolo è “un giovane senza né arte né parte”. Montezemolo si prodiga perché il suo amico Gianni Punzo, potente patron di Cis-Interporto, non subisca veti.Montezemolo: “Allora posso farti chiamare da Carlo Calenda per spiegarti la situazione perché in questo momento, quello che noi vorremmo tutti…”.Bisignani: “È che questo si ritirasse”.Montezemolo: “No è che la Marcegaglia non può pensare di dire che sono i vicepresidenti di Napoli, no a Punzo perché è troppo amico di Montezemolo perché dobbiamo anche tra di noi un po’ fare squadra”. Bisignani: “Certo, assolutamente sì, mi dai 5 minuti che chiamo prima Lucchini… sento come sta la questione, ma questo lo facciamo”.Alle 13:10 del 22 novembre Bisignani chiama Stefano Lucchini, consigliere di amministrazione dell’Eni. Quest’ultimo gli spiega che la guerra triangolare – in atto tra Mauro Moretti, amministratore delegato di Fs, Emma Marcegaglia e lo stesso Montezemolo – crea dei disequilibri che vanno sanati. Dunque via libera a Punzo. Che però, a dispetto delle conversazioni, si ritirerà sull’Aventino e rimarrà fuori dalla giunta.Convinto del successo dell’operazione, Bisignani chiama comunque Montezemolo, in tempo reale. Sono le 13:14. Dalla telefonata con Lucchini sono trascorsi pochi secondi. Bisignani dice all’amico di chiamare Lucchini o di farlo chiamare da Punzo. Concordano sul fatto che il problema abbia nome e cognome:”Tutto‘ sto casino lo sta mettendo su Moretti, non ti credere”, e infine Bisignani accoglie le lamentele di Montezemolo.Luca ce l’ha con Maurizio Bianconi del Pdl che ha dichiarato: “L’unico cinepanettone è la vita di Montezemolo”.(…) Montezemolo: “Ma leggiti una dichiarazione di un certo Bianconi (…) che dice ‘Montezemolo è un figlio di papà, non ha mai fatto un cazzo nella vita, come cazzo si permette di parlare (…)’ e nessuno che entra nel merito (…) mi ha chiamato uno che non sentivo mai, Giancarlo Leone, mai da mesi (…) dice che ho dato un segnale di positività e anche di amore per questo Paese al di fuori delle polemiche (…)”.PUNTO G(ELMINI)Bisignani e i suoi amici discutono spesso di Montezemolo, e lo fanno al telefono. L’8 ottobre 2010 alle ore 19:55 Gigi tocca l’argomento con Mariastella Gelmini, ministro della Pubblica Istruzione, apparentemente più interessata al dopo Berlusconi che alle ambasce di un mondo della scuola alle prese con tagli selvaggi. Non prima di aver scaricato veleno sul capo di gabinetto, il professor Vincenzo Fortunato: “Io non mi faccio trattare come Bondi”, perché quello (Fortunato) è “un cafone, maleducato e anche impreparato” che la mette contro il ministro dell’Economia “dopo che io mi ero praticamente prostituita per costruirmi un rapporto con Tremonti e lui è andato a dirgli che io facevo la furba”.E di aver fornito la migliore definizione del partito azienda, da molti anni a questa parte. (…) “Al netto del casino berlusconiano, però in una qualunque organizzazione aziendale se una persona come Gianni Letta che è come l’amministratore delegato, consente che un capoufficio si comporti così, viene meno l’autorevolezza dell’amministratore delegato”. Poi la Gelmini passa alle cose serie: “Guarda Luigi che ieri ho visto Montezemolo”. Il ministro si proietta in avanti. Offre consigli, agita diffida, ragiona quasi da premier in pectore.(…) Gelmini: “Allora secondo me è molto simpatico… e tra me e lui mi pare si sia instaurato proprio un rapporto di… – incomprensibile -”.Bisignani: “Ti ha detto come gli ho parlato di te, sì?”.Gelmini: “È nata una simpatia, anche un’intesa (…), io mi sono permessa di dirgli due cose, primo di non pensare ai – linea disturbata – però ormai vuol fare politica, questa è una cosa che abbiamo capito tutti, allora io l’ho messo in guardia perché era molto critico e, e, e sulla, sul berlusconismo di questi giorni, sulla Santanchè, su queste cose del Giornale, sai un po’ le cose che ci diciamo tutti, allora io gli ho detto: guardi, io queste cose le condivido, nel senso che anche io da dentro ho delle perplessità, le ho espresse anche al presidente, ma al netto di questo, lei non deve commettere due errori. Mi fa: ‘Quali?’ (…). Prima di prestare la sua faccia a un Pd distrutto perché dal Corriere sembrava che…, dopo lei l’ha smentito, però sembrava che lei avesse già un mezzo accordo con Bettini, Bersani…”.Bisignani: “No, ma questo no, obiettivamente no”.Gelmini: “Ecco, la seconda cosa da evitare è anche quella del terzo polo, perché la verità è che se lui pensa al dopo, il dopo parte e ha comunque una matrice berlusconiana, non è che si può pensare che Casini inventa e, e, e si mette con Rutelli e magari con Fini e fanno che cosa, quindi gli ho detto ‘lei deve comunque rimanere legato a Gianni Letta, che è la persona di riferimento per tutti noi, ogni tanto faccio una telefonata a Berlusconi che insomma è comunque, voglio dire, una persona, è il nostro presidente… ed è’”.Bisignani: “Il problema dei treni te l’avrà detto in questo momento”.Gelmini: “Me l’ha detto, me l’ha detto, però secondo me, guarda Luigi, dobbiamo stargli addosso perché lui…”.Bisignani: “Io quanto è che te lo dico?”. Gelmini: “Ecco perché lui dico: secondo me politicamente è un po’ inesperto (…) ed è lusingato sia da sinistra sia da Casini, mentre questa persona…”.Bisignani: “Però mi ha detto che Casini se si è… i sondaggi gli vanno subito giù, hai visto?”.(…) Gelmini: “Ecco però secondo me… è un tavolo che è utile fare magari con te, con lui, con Franco Frattini (…) teniamolo un po’ agganciato perché l’uomo ha una voglia matta di scendere in campo (…) e se lo lasciamo coltivare agli altri rischiamo di ritrovarcelo in qualunque schieramento ma non nel nostro e siccome comunque ha una buona immagine perché è indiscutibile che il suo nome è legato alla Ferrari, cioè è comunque una persona di peso, rappresenta un mondo del Paese che anche se è un po’ in decadimento… cioè ritengo che noi, soprattutto Letta dovrebbe dargli dei segnali”.Bisignani: “Sì ma poi lui con Letta ha un grande rapporto da sempre, il figlio di Letta ha cominciato a lavorare in Ferrari, c’è proprio una storia”.Gelmini: “Ecco bisogna tenerlo però vicino perché lui oggi mi ha detto appunto che insomma ha avuto tantissime soddisfazioni, tantissime, dice: io non ho bisogno di niente, però capisco che il Paese ha bisogno, vedo che morde il freno”. Malcom Pagani per “il Fatto quotidiano” CONTRO MASI NIENTE FICTION PER EDWIGE, NONOSTANTE UNA MASERATI Dal “Fatto quotidiano”  Luca Cordero di Montezemolo il dialogante sa anche perdere la pazienza. È arrabbiato con Mauro Masi in fuga rispetto agli impegni assunti con Edwige Fenech (un tempo compagna di Montezemolo, ex icona del desiderio anni ’70 e oggi affermata produttrice di fiction per la tv).Montezemolo è un galantuomo e per far conoscere il proprio disappunto all’allora dg della Rai, utilizza il contatto che considera più utile alla causa. Il presidente della Ferrari non ignora che Luigi Bisignani (il cui figlio lavora nel team di Maranello) e Mauro Masi sono ottimi amici. Quindi chiama il primo perché il secondo intenda. È il 5 febbraio 2011, ore 19:43.(…) Montezemolo: “Ti volevo dire questo, io ho bisogno un po’ d’aiuto perché ieri da lì ho chiamato Masi”.Bisignani: “Sì”.Montezemolo: “Perché mi ha chiamato il… Luigi, mi ha detto che non avevano messo il niente, niente niente nel primo e nel secondo film, lui mi ha detto”.Bisignani: “Ma no, ma -incomprensibile-”Montezemolo: “Ma non è vero, adesso vediamo per lunedì, però io ho la sensazione che non ne viene fuori niente, allora”.Bisignani: “Hai fatto benissimo a dirmelo, adesso lo chiamo subito”.Montezemolo: “Tra l’altro io lì la macchina (una Maserati, ndr) gliel’ho mandata, lui non l’ha mai ritirata in tutto questo (…), però Luigi, tu gli devi far capire che se lui non mi fa questa cosa (…) con me ha chiuso ehBisignani: “E certo, ma non c’è dubbio, ma che scherzi? Anche con me se è per questo”.Montezemolo: “Ma tu hai… hai elementi di intervenire con lui o no?”.Bisignani: “Sì, sì, assolutamente sì”.Montezemolo: “A me dispiace però se (…). Se ti rompo le scatole è perché per me è importante, hai capito? Perché…”.Bisignani: “Ma no, no, no, no, lo capisco beni…, lo capisco benissimo, Luca, ma figurati, lo faccio subito, guarda”. (…) Un abbraccio forte, forte”.DALLA FENECH AL MINISTRO DEL TUNNEL: LE DONNE DI MR FERRARIDalla simpatia provata da Mariastella Gelmini a Edwige Fenech, “Montezemolo e le donne” è un film in bianco e nero. Elegante, di nobili natali, affascinante. Luca incontra l’eterea Sandra Monteleoni forse troppo presto. Si sposano. Hanno un figlio, Matteo, che oggi ha più di trent’anni. A Cesare Lanza di Sette, anni dopo, Monteleoni svelerà le difficoltà incontrate dopo le nozze: “Mi sposai giovane e riversai i miei problemi sul mio ex marito”.La storia finisce e Montezemolo si innamora di Edwige Fenech, berbera di confine tra Tunisia e Algeria, bella da stordire, icona di un decennio di cinema italiano a basso costo. Le suggestioni erotiche, viste con il cinico filtro della contemporaneità, risiedevano soprattutto nei titoli. Da “Giovannona coscialunga disonorata con onore” a tutte le soldatesse e le insegnanti di un fortunatissimo filone. Tra loro durerà 18 anni. Montezemolo continua a piacere anche nella maturità. Prima una lunga liaison con Bambi Parodi Delfino (nascerà Clementina), poi un ultimo matrimonio con Ludovica Andreoni. Tre figli. Lei, ha dichiarato Luca, “Non vorrebbe che io scendessi in politica”.

Il casino delle Libertà (divertente pezzo di Luca Telese)

Giovedì, 23 Giugno 2011

Ecco vedi: “Una mignotta come poche”. Non è solo il turpiloquio. Non è solo un gioco del telefono, o il normale effetto retroscena che tutte le intercettazioni regalano. Non è (solo) come guardare nel buco di una serratura, questo ritratto di famiglia (ostile) in un interno. Michela Brambilla per Luigi Bisignani è “una stronza, brutta come un mostro, mignotta come poche”.Non è solo miseria, insomma: questo crepuscolo avvelenato dall’invettiva acrimoniosa è la facciata azzurrina del berlusconismo che si crepa come un fondale di cartapesta preso a cannonate, un altro frammento di sogno che si dissolve.Non sono quindi parole dal sen fuggite in un impeto d’ira, queste, ma lampi di verità distillata, frammenti di una neo-lingua politica tutta da decrittare. Sono le voci di una corte che vivendo sotto una monarchia assoluta, e subendo il vincolo di lealtà imposto dal sovrano taumaturgo, ha come unico sfogatoio l’ingiuria coperta, la maldicenza, l’invettiva privata. Fa una certa impressione scoprire che il Popolo della libertà e la corte berlusconiana avevano un dark side feroce, “un codice Bisignani” sommerso, fatto di coltellate, lessico triviale e disistima interpersonale elevata all’ennesima potenza.Ed ecco perché suonava quasi grottesco, ieri, il post messo in rete dal ministro Franco Frattini sul suo blog, rivolto (come se a parlare fosse una bella animella turbata dalle maldicenze), al solito immaginario interlocutore gggiovane: “Vorrei chiedere anche a voi, ragazzi se, leggendo i giornali in questi giorni – scrive il ministro – non condividete con me un sentimento di delusione, di fastidio”. Fastidio? Ma figuriamoci.Invece, piuttosto, il lettore non affetto da moralismo, da paternalismo o dal politicamente corretto, più che fastidio e delusione prova sorpresa e curiosità per l’abisso che si spalanca davanti ai suoi occhi (e alle sue orecchie), sostituendosi all’unanimismo prefabbricato, ai sorrisi da foto opportunity.Che dire per esempio del fatto che Flavio Briatore, il socio per antonomasia di Daniela Santanchè, privatamente parli male di lei? “Quello che mi fa strano è che il presidente l’ha messa lì”. E che dire del fatto che lo stesso Briatore e la Santanchè, insieme, parlassero male dell’Ignazio La Russa (loro amico storico) scalciante nei garretti di Corrado Formigli? “È stata una cosa brutta la sua, molto brutta!”.E che dire del lamento spietato della ministra Stefania Prestigiacomo (sempre al telefono con Bisignani, senti chi parla) che si lasciava sfuggire l’indicibile? “Berlusconi deve essere intelligente, e purtroppo non lo è”. E che dire del fatto che aggiungesse ancora, sconsolata, con una stilettata (già che c’è) alla Carfagna: “Berlusconi le dà ragione su tutto!”. Anche nella sintesi imperfetta di questi brogliacci, insomma, si consuma un cortocircuito drammatico fra la rappresentazione elegiaca del partito unanimista e il veleno della contesta interpersonale del partito-faida.Il primo è solo un ologramma che si dissolve, il secondo è quello vero, che si macera tra Orazi e Curiazi. E il povero ministro Scajola, quello che tutti a parole difendevano? Sempre parlando con Briatore la Santanchè è categorica: “Ma figurati! Ma Figurati se Scajola ritorna…”. E lui: “No, ma… ma non c’è niente da stupirci lì, eh…”. Lei, sempre più indignata: “Ma scherzi?! Ma che dici?! Non possiamo farlo! I nostri ci mandano… l’80 per cento della nostra gente non lo vuole!”. E che cosa succede quando “Bisi” parla alle spalle del direttore del Giornale, Vittorio Feltri, con un giornalista come Enrico Cisnetto? “Lui – sostiene Cisnetto – ha in testa di candidarsi in politica appena Berlusconi schioda”.Di più: “Secondo me – aggiunge – alcuni passaggi che lui (Feltri, ndr) fa sono pienamente finalizzati a creare problemi a Berlusconi, perché poi, quando si è messo a tavola a parlare di Berlusconi, ne parlava talmente male… Se avessi avuto un registratore mandavo la cassetta al Cavaliere. Sarebbe svenuto. Cosa non ha detto!”. Il fatto curioso è che Feltri non aveva nascosto le stilettate a Berlusconi in pubblico (“Io, se devo scopare, non ho mica bisogno della claque”).E che dire, di contro del fatto che Bisignani, considera sbagliata la campagna del quotidiano contro Fini? Il fatto è che il meccanismo de relato prevale persino su quello pubblico: come se il parlar male alle spalle, nel centrodestra, fosse il vero modo per combattere battaglie politiche. L’unico linguaggio efficace: il che non può stupire in un partito sterilizzato in cui non si vota mai, e in cui tutto discende dal capo. Un po’ come il sottosegretario Cosentino intercettato (in un’altra inchiesta) mentre parlava con l’amico Arcangelo Martino contro Stefano Caldoro.Il primo diceva: “Tu mi piacesti assai quando dicesti quel gruppo di ricchioni, di frocetti…”. E Cosentino: “Sì, di frocetti! Ma io sono lungimirante”. E l’altro: “Eh, lo so no tu sta cosa te la porti appresso perché sei stato un grande”. Al che Cosentino concludeva, addirittura euforico: “Sì, sì il fatto dei frocetti rimarrà nella storia”. Profezia avverata, ma non nel senso che lui immaginava.Così come sarebbe rimasta agli atti, ma non certo a suo onore, la memorabile divisione del partito campano in due aree: “Ci sono i bocchiniani e i bocchinari”. E poi, ovviamente, non mancano gli episodi di comicità involontaria, ad esempio quando un Mauro Masi tutto speranzoso chiede un giudizio a “Bisi” dopo la sua performance ad Annozero: “Come sono andato ?”. Risposta lapidale: “Hai fatto una figura di merda”. Il che per una volta combacia alla lettera con il giudizio consegnato ai pm: “Ho sempre pensato che fosse inadeguato a ricoprire quel ruolo”.Qui siamo molto oltre il vilipendio sessuo-antropologico del capo, oltre a quel memorabile epiteto – “culo flaccido” – che Nicole Minetti riservò a Berlusconi. Così, anche se prendi questo grumo di veleni e gli fai la tara, anche se pensi che tutti noi al telefono non risparmiano incazzature e motteggi, resta un segno indelebile. Un tempo si diceva che i panni sporchi si lavavano in famiglia. Stavolta invece restano sporchi, nessuno li lava, e se ne restano lì, come i rifiuti per le strade di Napoli . Luca Telese per “Il Fatto Quotidiano

Le Tod’s indossano Alemanno e il Colosseo

Lunedì, 4 Aprile 2011

Il principe Antonio De Curtis ci aveva provato con la Fontana di Trevi nel celebre Tototruffa.Cinquanta anni dopo, il Governo Berlusconi è riuscito nell’opera con il Colosseo. Il monumento italiano più famoso al mondo è stato ceduto alla Tod’s, nel senso che l’Anfiteatro Flavio e la sua immagine non sono più liberamente utilizzabili dal ministero dei Beni Culturali. Se, per esempio, lo Stato volesse affittare il Colosseo a una società cinematografica o a una casa automobilistica per usarlo come location di uno spot o come sfondo per una campagna dovrebbe chiedere il permesso alla Tod’s e a un’associazione ancora da costituire da parte della società calzaturiera che rivestirà in essa un ruolo predominante.L’accordo stipulato il 27 gennaio scorso dal Commissario straordinario all’area archeologica di Roma, l’architetto Roberto Cecchi, e da Diego Della Valle prevede l’impegno da parte della società di pagare i lavori di restauro del Colosseo per complessivi 25 milioni di euro e in cambio riserva alla Tod’s il diritto esclusivo sull’utilizzazione commerciale dell’immagine del Colosseo e permette allo sponsor dei lavori di costruire un centro servizi nell’area archeologica più vincolata del mondo.Oltre a una serie di diritti correlati come quello di apporre il marchio Tod’s sui cantieri del Colosseo e sui biglietti acquistati dai visitatori.L’accordo, descritto dall stampa come un atto di puro mecenatismo del valore di 25 milioni di euro “presenta molti lati oscuri”, secondo il segretario generale della Uil Beni Culturali, Gianfranco Cerasoli. Il sindacalista ha presentato un esposto alla Procura di Roma e alla Procura della Corte dei Conti, per chiedere di accertare eventuali profili di illegittimità. Nell’esposto Cerasoli cita un primo effetto dell’accordo: la richiesta presentata al Ministero (e sospesa a causa dell’accordo con la Tod’s) della Volkswagen di usare il Colosseo per il lancio di un nuovo modello. “Il problema sta”, scrive Cerasoli nell’esposto, “nella errata è grave sottovalutazione fatta dal Commissario nella valutazione economica di un accordo che qualsiasi economista valuta superiore ad oltre 200 milioni di euro considerando l’esclusività concessa e la durata superiore ai 15 anni con un piano di comunicazione e di commercializzazione spendibile in tutto il mondo”.Nell’articolo 4 dell’accordo si prevede che i “diritti concessi all’Associazione e allo Sponsor sono concessi senza limitazione territoriali e, pertanto sono esercitabili sia in Italia che all’estero”. La durata dei diritti in capo all’associazione è di 15 anni eventualmente prorogabili mentre i diritti dello sponsor Tod’s decorrono “dalla data di sottoscrizione dell’accordo e si protraggono per tutta la durata degli interventi di restauro e per i successivi due anni”. Il permesso per il lancio del nuovo modello della Volkswagen, insomma, potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, come lo stesso Mario Resca, direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale del ministero, ha confermato nell’intervista che pubblichiamo sotto. Il Fatto ha contattato il Commissario straordinario Roberto Cecchi ma non ha avuto alcuna risposta.Fonti vicine alla Tod’s, invece, spiegano: “Ci stupiamo dello stupore. Una società quotata in borsa che investe 25 milioni di euro nel restauro di un monumento deve motivare agli azionisti il suo comportamento. Sarebbe assurdo non prevedere un’esclusiva in favore di Tod’s nel periodo dei lavori”. Secondo le fonti vicine alla Tod’s “l’accordo è un esempio da seguire perché porta un vantaggio al paese, che restaura il suo patromonio senza spendere un euro, e alla società sponsor. Ma non si può pretendere di realizzare una simile operazione senza concedere l’esclusiva”. La posizione di Tod’s è legittima.Quello che lascia perplessi sono le modalità della stipula dell’accordo e la sua comunicazione. Il Commissario straordinario Roberto Cecchi aveva indetto una gara con scadenza il 30 ottobre del 2010 che effettivamente è andata deserta. Subito dopo però ha avviato le trattative solo con Tod’s, chiuse velocemente senza coinvolgere l’ufficio legislativo e il gabinetto del ministro né l’avvocatura. Anche la comunicazione dei contenuti dell’accordo è stata poco trasparente. L’allora ministro Sandro Bondi aveva parlato di “accordo storico”. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva detto: “Della Valle fa un grande regalo all’Italia”. Mentre per il sottosegretario alla presidenza Gianni Letta “Della Valle non è uno sponsor, ma un mecenate moderno”.Tutto vero. L’accordo sottoscritto dal patron della Tod’s prevede effettivamente un onere importante per la sua azienda. Ma accanto al do esiste un importante des rimasto finora sotto traccia. di Marco Lillo e Vito Laudadio il fatto quotidiano

Colpo di spugna per salvare gli amministratori Rai e Finmeccanica

Venerdì, 25 Marzo 2011

Colpo di spugna. A sorpresa, in commissione Unione europea della Camera, il relatore leghista, Gianluca Pini, crea il caos. Passa un suo emendamento alla legge comunitaria 2010 che salva gli amministratori delle società partecipate dallo Stato per oltre il 50 per cento da responsabilità civile legate a danno erariale comminato attraverso ammende o sanzioni dalla Corte dei conti.Un emendamento che sembra scritto apposta per gli ex amministratori di centrodestra del Cda Rai (Marco Staderini, Gennaro Malgeri, Giuliano Urbani, Angelo Maria Petroni e Giovanna Bianchi Clerici) chiamati a risarcire il Tesoro per circa 11,5 milioni di euro per la nomina incompatibile di Alfredo Meocci alla direzione generale della tv pubblica. Ma non solo. Il medesimo emendamento calza anche a pennello per gli attuali vertici di Finmeccanica, a partire da Pierfrancesco Guarguaglini, attualmente indagato, con la moglie Marina Grossi, per corruzione. L’emendamento leghista sarebbe stato scritto anche con l’intenzione di rendere gli attuali vertici delle società pubbliche così impermeabili al lavoro ispettivo e sanzionatorio della Corte dei conti da menomare la magistratura contabile della sua principale prerogativa costituzionale.L’emendamento, infatti, prevede due fattispecie di violazioni in cui può incorrere l’amministratore pubblico. La prima riguarda un danno erariale conseguente a un’azione che un certo consiglio d’amministrazione ha fatto in violazione di norme vigenti. É il caso che calza a pennello al cda Rai. Nel 2005, in virtù delle pressioni di Silvio Berlusconi, Meocci fu nominato direttore generale della Rai. Ma non poteva ricoprire quell’incarico perché proveniva da un incarico di “controllore” (all’Agcom) della Rai. La stessa Agcom inflisse una multa alla Rai da 11,5 milioni e subito dopo la Corte dei Conti chiese a ciascuno dei consiglieri che votarono a favore della nomina 1,8 milioni di euro a testa. Una cifra che questo emendamento cancella con un colpo di spugna; non solo è retroattivo, ma dispone la necessità della dimostrare il danno reale subito dall’azienda per via della nomina sbagliata.Diversa la conseguenza che l’emendamento Pini avrà sulla questione Finmeccanica. Ai vertici dell’azienda controllata dal Tesoro la magistratura ha contestato la creazione di fondi neri attraverso delle “sopraffatturazioni” compiute nell’ambito di una serie di appalti affidati all’Enav. “In questo caso – spiega il vice presidente del gruppo Idv in commissione, Antonio Borghesi – la norma stabilisce che se si è pagata una tangente pari a cento euro, ma grazie a questa si è ottenuta una commessa pari a cinquecento euro, non si può parlare di danno erariale perché la commessa supera di gran lunga l’esborso della tangente. Dunque agli amministratori non può essere contestato in alcun modo il danno erariale: è una norma vergognosa che danneggia lo Stato e i cittadini”.E a peggiorare le cose anche in questo caso l’effetto sarà retroattivo, anche per le sentenze già emesse e si applicherà anche alle società di servizio pubblico locale (che sono circa 7 mila). L’unica cosa che viene fatta salva è la responsabilità personale “per colpa grave o dolo”, ma cambiare anche il codice penale sarebbe stato forse un po’ troppo. Che possibilità ci sono che la norma venga approvata definitivamente sia dalla Camera [dove arriva lunedì] che dal Senato? Molte. “La maggioranza su questo fronte è granitica – spiega Borghesi – quindi passerà senz’altro”. Poi, però, il capo dello Stato Giorgio Napolitano potrà sempre alzare la penna e respingere la legge per vizi di costituzionalità. Forse lo farà. Forse. s. nicoli dal Fatto Quotidiano del 25 Marzo 2011

Un mondo vecchio in guerra (by Vattimo)

Mercoledì, 23 Marzo 2011

Scrivere qualcosa di sensato sulla guerra in Libia è difficile. Ed è difficile scrivere qualcosa di sensato in generale su guerre come questa, ora più che mai. Lo si poteva forse fare alla vigilia dei primi interventi militari post-guerra fredda, Iraq e seguenti. Ma ora, appesantiti da queste esperienze, non possiamo che leggere e rileggere l’articolo di Massimo Fini, pubblicato dal Fatto Quotidiano e ripreso da MicroMega, e trovarci sostanzialmente d’accordo con lui.Siamo in guerra, con buona pace (appunto…) dell’Onu, del presidente Napolitano e di tutti gli interventisti umanitari. E lo siamo in tutta rapidità, con una facilità disarmante (la guerra s’impadronisce anche del lessico), ci siamo scivolati dentro senza accorgercene. Tanto che, a ben guardare, i veri risultati che otterremo sono proprio quelli indicati da Fini: creeremo un precedente senza precedenti, appunto, quello di un intervento nel dominio riservato di uno stato che non ha invaso alcun vicino, ma il cui potere centrale si ribella alla ribellione di una parte del paese che non ha mai digerito l’unità. Ravviveremo il terrorismo, ben felice dell’evoluzione della crisi, legittimando per altro qualsiasi ritorsione libica. Proteggeremo i nostri interessi, facendoci come al solito portatori di un’ideale di democrazia che è tale proprio perché ci fa comodo, anzi ci permette di fare i nostri comodi.Interveniamo per fini umanitari, contenti di non essere stati chiamati in causa per l’Egitto – agire contro Mubarak sarebbe stato francamente troppo, per gli Stati Uniti e i tanti foraggiatori del tiranno – ma consapevoli dell’impossibilità di veder passare i cadaveri sulle rive – sulle spiagge – libiche. Se il popolo ce la fa da solo, esultiamo. Altrimenti, interveniamo. Imponendo, in entrambi i casi – perché è sempre possibile, dopo, lamentarsi del pericolo dell’estremismo islamico –, lo standard democratico occidentale come regola del brave new world.Il problema principale, come sempre in questi casi, è che bisognerà attendere per sapere che cosa avremmo dovuto fare. Avremmo dovuto applaudire l’invasione della Cambogia polpottiana da parte del Viet Nam, e invece, ai tempi, ci scandalizzammo per la prima guerra tra due paesi comunisti. Avremmo dovuto fermare il massacro in Rwanda, e sicuramente avremmo dovuto intervenire per fermare la guerra in Jugoslavia. Ma avremmo potuto (dovuto) agire prima, non dopo: avremmo dovuto discutere pubblicamente, come Europa, anziché limitarci a osservare attoniti, l’immediato riconoscimento, da parte della Germania e dei paesi europei, delle rivendicazioni nazionali di Slovenia e compagni. Avremmo forse capito che l’adozione di una strategia pura di economic self-interest produce conseguenze non desiderate, e non solo la felice mano invisibile smithiana, ma anche l’irrobustimento di nazionalisti alla Milosevic.Ma ora e qui (in Libia), che fare? Protestare, innanzitutto, per lo smaccato asservimento della politica internazionale agli interessi economici: laddove questi interessi non esistono, il problema dei diritti umani non si pone. Indignarsi per il comodo pretesto, quello dei diritti umani (che purtroppo, anche quando lo si impiega in buona fede, resta un pretesto nella realpolitik internazionale), utilizzato per bombardare un paese – pardon, per salvaguardare una “no-fly zone” – e non semplicemente per bloccare, e al limite persino deporre, un tiranno. Vergognarsi per l’osceno spettacolo della diplomazia internazionale – il terrificante Sarkozy e l’arrivista Cameron; la Nato invocata da chi ne fa parte ma non la comanda, perché chi la comanda ha paura degli effetti che il vessillo provocherebbe; la nostra, inqualificabile, accoppiata tra maestro di sci e cantante da crociera; la formazione della santa alleanza anti-Bric (Brasile, Russia, Cina, India) e, come ricordava Paolo Ferrero, persino l’inserimento di un vero e proprio campione della democrazia, il Qatar, nel gruppo dei crociati.A dirla tutta: non sarebbe ora di smetterla di usare le Nazioni Unite come paravento? Quale legittimità può ormai derivare all’Onu, oggi, da un accordo approvato nel 1945, che assegna esplicitamente alle potenze vincitrici di una guerra mondiale il compito di mantenere la pace, e che come tale non ha mai funzionato (la pace fu assicurata dal regime di terrore freddo retto dalle due superpotenze, e quando questo venne meno, l’Onu finì per autorizzare guerre che non potevano contare sul consenso della parte sconfitta, la Russia post-sovietica). Il Consiglio di Sicurezza è un organo non democratico e, più semplicemente, vetusto. Un’Europa illuminata dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di ridiscutere gli organismi di cooperazione internazionale con i paesi Bric. Allora sì, potremo chiederci legittimamente cosa fare con la Libia e il suo regime. Non avere una guerra mondiale e i suoi vincitori alle spalle può essere una debolezza, ma anche una forza, se sfruttata per creare un’istituzione che sia realmente sovranazionale, che possa guardare (un po’ più) all’interesse generale. In ogni caso, la questione si pone con urgenza. Le tecnologie invecchiano, come Fukushima insegna. Tutto il nostro mondo è troppo vecchio: è vecchio l’Fmi, è vecchia l’Europa, è vecchia l’Onu. E, alla prossima crisi, i Bric non staranno a guardare. g. vattimo fatto quotodiano

Previti fa sempre l’avvocato

Giovedì, 6 Gennaio 2011

“L’avvocato Cesare Previti? E’ fuori studio, può riprovare domattina”. Fa impressione sentire la voce cortese che risponde al telefono dello studio Previti fondato nel 1958 dall’allora esordiente Cesare insieme al padre Umberto e ora ereditato dai figli. Non tanto perché l’avvocato amico di Silvio Berlusconi sia in giro per Roma. Teoricamente sarebbe stato condannato a sette anni e mezzo di carcere ma si sa come vanno le cose in Italia: l’avvocato settantaseienne ha scontato pochi giorni di galera nel maggio del 2006 e poi un periodo di arresti domiciliari e di affidamento ai servizi sociali all’associazione di don Picchi. Grazie all’indulto e ai tanti sconti, alcuni introdotti dal Governo Berlusconi come la legge ex Cirielli, Previti è libero dal dicembre del 2009. Nel 2007, per evitare che la Camera dei deputati lo cacciasse in esecuzione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, Previti si dimise. Per far abbandonare la poltrona al deputato pluripregiudicato ci vollero un anno e mezzo di cavilli, ricorsi e sedute della giunta per le elezioni. Nulla al confronto di quello che si sta verificando sul fronte professionale. L’avvocato Cesare Previti ha subito l’interdizione perpetua da parte dei giudici con sentenza definitiva e la radiazione da parte dell’Ordine degli avvocati ma resta iscritto regolarmente all’albo dei cassazionisti come risulta dal sito Internet dell’Ordine di Roma. Sono passati quindici anni da quando Stefania Ariosto raccontò le mazzette pagate negli anni ottanta ai giudici dall’avvocato per vincere le cause di Berlusconi e di altri clienti. Previti è stato condannato in via definitiva due volte e prescritto per una terza vicenda. Sono passati più di quattro anni e mezzo dalla prima condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari per la vicenda Imi – Sir, una bazzecola da mille miliardi di allora. Sono passati 3 anni e cinque mesi dalla seconda condanna per la sentenza in favore di Silvio Berlusconi sul Lodo Mondadori, una robetta da 750 milioni di euro, eppure l’ex ministro della difesa è ancora iscritto all’albo degli avvocati. L’avvocato che aveva trasformato il foro romano in un suk è stato graziato dalla lentezza della giustizia della casta dell’Ordine professionale che si è dimostrata incredibilmente più lenta di quella della casta dei parlamentari. Non uno dei 25 mila avvocati di Roma ha trovato da ridire sulla sua iscrizione all’Ordine. Un silenzio che offre argomenti a chi invoca l’abolizione di un’istituzione che limita la concorrenza e che dovrebbe giustificare la sua stessa esistenza con la tutela dell’ etica e della deontologia. Il Fatto Quotidiano si era occupato dell’incredibile caso della mancata radiazione nell’ottobre del 2009. Allora ci spiegarono che Previti era stato radiato dall’Ordine di Roma nel 2008 ma la decisione era stata impugnata davanti al Consiglio Nazionale Forense. Il presidente nazionale, il professor Guido Alpa nell’ottobre scorso ha fatto il suo dovere: “Il consiglio su mia proposta ha disposto la radiazione dell’avvocato Previti ma esiste un terzo grado di giudizio”. Ovviamente Previti non si è fatto sfuggire l’occasione: “Abbiamo presentato ricorso in Cassazione”, spiega il difensore dell’ex ministro della difesa, Alessandro Sammarco “così la sanzione disciplinare dell’Ordine è sospesa fino alla decisione definitiva delle sezioni unite civili della Cassazione”. Ci vorrà almeno un altro anno. “Fino ad allora”, continua Sammarco, “Cesare Previti è un avvocato a tutti gli effetti e potrebbe difendere in giudizio i suoi clienti anche se, per sua scelta, preferisce non farlo”. Secondo l’Ordine di Roma le cose non stanno così: Previti non potrebbe operare comunque perché la sentenza di condanna prevede per lui l’interdizione perpetua che impedisce l’esercizio della professione a prescindere dalla radiazione dell’Ordine. “Quella pena accessoria però”, ribatte sicuro l’avvocato Alessandro Sammarco, “si è estinta a seguito dell’esito positivo dell’affidamento ai servizi sociali nel dicembre del 2009. L’articolo 47 comma 12 dell’Ordinamento penitenziario dice chiaramente che: ‘l’esito positivo del periodo di prova estingue la pena e ogni altro effetto penale’, quindi”, prosegue Sammarco, “anche le pene accessorie”. E qui arriva il colpo di scena: tutte le pene accessorie, anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici in sede politica. Ergo, come spiega l’avvocato Sammarco, “in linea teorica Cesare Previti potrebbe candidarsi alle prossime elezioni, anche se si tratta di un’ipotesi astratta come quella della sua difesa in un processo”. Altro che scandalo per la presenza del difensore Cesare Previti in un tribunale. Presto l’avvocato potrebbe tornare in Parlamento. E allo studio di via Cicerone, per parlare con il pluripregiudicato, bisognerà chiedere dell’“Onorevole avvocato Previti”. m. lillo da Il Fatto Quotidiano del 5 gennaio 2011

I tagli all’editoria dopo il Fatto quotidiano

Mercoledì, 29 Dicembre 2010

Il successo del Fatto quotodiano è la dimostrazione che si possono fare giornali anche senza finanziamenti pubblici. Per questo bene ha fatto Tremonti a tagliare i sussidi pubblici che consentono la sopravvivenza di quotodiani illegibbili e non letti come L’opinione, L’Avanti, Il Secolo. temis

La Brambilla, vita e miracoli

Martedì, 28 Dicembre 2010

Michela Vittoria Brambilla in abiti di pelle inviata tra le notti brave del Belpaese. Michela Vittoria Brambilla con reggicalze a vista durante una puntata di Porta a Porta. Stessa persona, due vite diverse, vent’anni di distanza. Eppure l’ascesa del ministro preferito di Berlusconi passa per entrambe le tappe. Michela Vittoria Brambilla di Calolziocorte (Lecco) è la rampolla di una famiglia della provincia ricca: fabbrica di profilati in metallo, villa con giardino abitato da cani, gatti, cavalli, asini, piccioni. “Ho vissuto in una grande casa stupenda isolata dal mondo circondata da animali. Ho imparato a camminare attaccandomi a uno schnauzer gigante. Avevamo 14 cani. A nove anni, per Natale, mi hanno regalato una leonessa, Rumba”. Michela è figlia di Vittorio Brambilla, proprietario delle Trafilerie omonime, fondate dal capostipite Giuseppe negli anni ’20. Una novantina di dipendenti, un grande stabilimento all’ingresso del paese che del passato conserva ancora oggi alcuni tratti: il grande tetto in pannelli di eternit, ad esempio, proprio di fronte alla ordinata rotatoria su cui si legge “verde curato dalle Trafilerie Brambilla”. I conti invece virano al rosso, -2 milioni nel 2009. Nel 2010 la fabbrica incassa anche una sovvenzione della Regione Lombardia di un milione di euro abbondante, di cui 450 mila a fondo perduto. Il futuro ministro avanza con il corpo e la mente forgiata in un liceo scientifico privato: a 18 anni vince Miss eleganza in Emilia Romagna e un viaggio a Salsomaggiore per le finali di Miss Italia. Il passaggio è naturale: modella. Posa come testimonial delle calze Omsa. Accumula qualche brutto ricordo di un passato lontano dal Consiglio dei ministri di Palazzo Chigi: “Ho fatto il manichino vivente. Le ditte che realizzano biancheria intima cercano ragazze sulle quali costruire i modelli. Io avevo una seconda perfetta. Mi cucivano addosso slip e reggiseno. Una rottura pazzesca. Giorni interi in piedi. Taglia qui, taglia là. E tricchete tricchete…”. Ma il passaggio fondamentale è un altro. A Salsomaggiore la giovane miss conosce Giorgio Medail, il cui nome diventerà una costante fino ad oggi. Medail lavora a Canale 5, dove produce trasmissioni come I misteri della notte, Misteri d’Estate, alcuni programmi collaterali al Festivalbar. Brambilla, a suo stesso dire, lo tampina così tanto da entrare nelle sue grazie. Siamo alla fine degli anni Ottanta, e la rossa fa le sue prime apparizioni nei programmi Fininvest, girando come inviata nello sballo notturno, vestendo di pelle nera e borchie. Nel 1990 diventerà giornalista, e vivrà anche la stagione della guerra del golfo, inviata embedded del Tg di Emilio Fede sulla nave Zefiro. È lo stesso ministro a raccontare la sua vita in un’intervista a Claudio Sabelli Fioretti per il Corsera Magazine. Siamo nel 2004, sono passati diversi anni e Brambilla si è affacciata da poco alla vita pubblica che conta: dal 2003 è presidente dei giovani di Confcommercio, sulla cui poltrona resterà fino al 2008. A parteggiare per lei e portarla al vertice c’è il presidente dell’Associazione dei commercianti, Sergio Billè. Ma come ci è arrivata? Torniamo alla giovane Michela Vittoria. La vita è difficile, racconta, isolata com’è dagli amici: “Pochi. Quando ero piccolina era il periodo dei rapimenti, io giravo sulla macchina blindata con l’autista, non avevo tanti contatti. In provincia le differenze sociali sono molto forti”. Sarà, quelle differenze giocano a suo favore. Dopo gli exploit televisivi, infatti, la rossa di Calolziocorte abbandona temporaneamente i misteri del piccolo schermo per tornare alle origini. Il padre le chiede infatti di dedicarsi agli affari e lei rileva la conduzione di una piccola azienda alimentare, laddove c’era il “Salumaio di Montenapoleone”, nobile decaduto della gastronomia. Anno 1994, è l’inizio del Gruppo Sal e di Sotra Coast international, importatori di prodotti ittici e mangimi per animali. È anche l’inizio dell’ascesa. La Brambilla s’accorge che il buon cibo paga e lei, animalista, inizia a commerciare salmoni affumicati. Lei che incarna – secondo curriculum – il successo è presto monopolista in Italia al 98% nella distribuzione ittica. Due anni prima il futuro ministro ha conosciuto il compagno, Eros Maggioni. Coetaneo, odontotecnico, mai una apparizione pubblica, con lui Brambilla condividerà affari e famiglia. In paese ci scherzano su, qualcuno maligna sulla sudditanza di lui. Fatto è che insieme fondano il Centro medico lombardo, a Cernusco Lombardone. Insieme conducono le aziende e fanno un figlio. Insieme gestiscono anche la Leida, una lega per la difesa degli animali che varrà a Brambilla la contestata gestione del canile di Lecco. La politica, il ministero e la gestione del commissariamento Aci arriveranno dopo, anzi, il presidente dei giovani commercianti mostra una certa insofferenza al solo parlarne ancora nel 2004: “Non mi sono mai interessata tanto di politica. Ho votato anche scheda bianca. Rifletto quello che sono i giovani di oggi”. Smentirà la scheda bianca e cambierà idea molto velocemente. E ritroverà in Giorgio Medail il regista che le serviva.
(1-continua)  Fabio Amato e Carlo Tecce per “il Fatto Quotidiano

La moralità di Di Pietro

Venerdì, 24 Dicembre 2010
Citano Enrico Berlinguer ma parlano all’Italia dei Valori, perchè ritengono che una “questione morale”, quella che lo storico segretario icona del Pci sollevò nei confronti della deriva dei partiti di governo, sia all’interno del proprio schieramento. Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Giulio Cavalli, i primi due europarlamentari, il terzo consigliere regionale in Lombardia, hanno scelto il web per “prendere posizione”, per chiedere che “il presidente Antonio Di Pietro” reagisca “duramente e con fermezza alla deriva verso cui questo partito sta andando per colpa di alcuni” Premettono subito, prevedendo la tempesta: “Non abbiamo voluto sfruttare l’onda delle ultime polemiche per dire la nostra, per non offrire il fianco a strumentalizzazioni che avrebbero danneggiato l’Idv”, ma poi, partendo dalle ineludibili notizie di cronaca, stilano una lista di questioni aperte che dipingono il partito del gabbiano come un vecchio arnese da Prima Repubblica. “Sono solo la punta di un iceberg che pian piano emerge nella realtà di questo partito. Come dimenticare lo scandaloso caso Porfidia, inquisito per fatti di camorra e ancora difeso da qualche deputato dell’Idv che parla di sacrificio a causa di ‘fatti privati’. E poi il fumoso Pino Arlacchi, che dopo essere stato eletto con l’Idv e solo grazie all’Idv, ha salutato tutti con un misero pretesto ed è tornato con le orecchie basse al Pd. Ma chi ha portato questi personaggi in questo partito?”. Chiedono ad Antonio Di Pietro una “brusca virata”. E la motivano con la necessità di levare terra da sotto ai piedi a chi, all’interno del partito, “spera che l’Idv torni un partito del 4% per poterlo amministrare come meglio crede. Seggi garantiti, candidature al sicuro, contestazioni zero”. Parlano di territorio, di “signori delle tessere”, di “macroscopiche irregolarità nella consultazione degli iscritti”. Sanno di compiere un’operazione politica delicata. E non nascondono il problema: “La maggior parte della ‘dirigenza’ dirà che con queste nostre parole danneggiamo il partito, altri che danneggiamo il presidente Di Pietro, altri ancora che siamo parte di un progetto eversivo che vuole appropriarsi dell’Idv. Noi crediamo che questo invece sia un estremo atto di amore per tutti gli iscritti, i militanti e i simpatizzanti dell’Italia dei Valori”. La “lettera” di intenti, ha un solo destinatario, ma coinvolge l’intero gruppo dirigente dell’Idv. Tanto che la risposta più dura arriva da una nota con-giunta dei capigruppo di Camera e Senato (Massimo Donadi e Felice Belisario) e dal portavoce del partito Leoluca Orlando. L’Idv, scrivono “è un partito giovane che, a differenza di tutti gli altri, non ha ereditato la propria classe dirigente da precedenti formazioni politiche, ma sta costruendo a fatica, e con qualche inevitabile passo falso, una propria classe dirigente nata dalla militanza, dall’impegno, dalla passione e anche da precedenti esperienze politiche, valutate con molta attenzione. Per questo, parlare di una questione morale all’interno dell’Idv, come fanno oggi Sonia Alfano e Luigi De Magistris, è qualcosa di così offensivo e abissalmente distante dalla realtà del partito che può avere solo due spiegazioni. Un attacco così violento ed incomprensibile può essere solo il frutto di una ingiustificabile mancanza di conoscenza della reale natura e della qualità di questo partito, dei dirigenti e dei quadri locali, oppure è il primo passo di chi immagina il proprio futuro politico al di fuori di Italia dei Valori. Se così fosse, Alfano e De Magistris, tradirebbero il mandato degli elettori non molto diversamente da Razzi e Scilipoti. Anche perché, in due anni di militanza in Idv, non vi è mai stata, sottolineiamo mai, riunione pubblica, esecutivo nazionale o altra sede istituzionale, in cui Alfano e De Magistris abbiano avanzato anche una sola critica verso un solo aderente o dirigente dell’IdV. Ferisce, in particolare, il fatto che un’accusa così grave abbiano ritenuto di porla sui media e non nel prossimo esecutivo nazionale, fissato a metà gennaio. In questo modo si comporta chi un partito lo vuole danneggiare e non migliorare”. La risposta del leader dell’Idv, ha toni più amicali, con una frecciata finale: “Carissimi Luigi, Sonia e Giulio, il partito che oggi accusate di avere in seno una questione morale da risolvere, è lo stesso partito con il quale siete stati eletti e in cui siete stati candidati proprio in virtù di quello spirito di rinnovamento della politica che l’Italia dei Valori intende portare avanti. Mi auguro che dopo questa lettera possiate anche voi impegnarvi, nel partito e per il partito, con la stessa determinazione e umiltà con cui migliaia di militanti si stanno adoperando. E, soprattutto, voglio credere che tutto questo lo facciate per il bene del partito”   Eduardo Di Blasi per “il Fatto Quotidiano

Confindustria non espelle Berlusconi che paga il pizzo. Perchè?

Domenica, 28 Novembre 2010

Emma Marcegaglia ha un problema. Anzi due. Il padrone del gruppo più importante della sua associazione di categoria, Silvio Berlusconi, e il vicepresidente di Confindustria Fedele Confalonieri. La questione è spinosa. Soprattutto perché Emma Marcegaglia ha contraddistinto la sua presidenza con un forte impegno antimafia con lo slogan: “Espulso da Confindustria chi non denuncia il pizzo”. Sotto la sua presidenza è stato approvato il nuovo codice etico che recepisce il regolamento della Confindustria siciliana ove si legge: “Le aziende associate e i loro rappresentanti riconoscono fra i valori fondamentali della Confindustria Sicilia il rifiuto di ogni rapporto con organizzazioni criminali, mafiose e con soggetti che fanno ricorso a comportamenti contrari alle norme di legge e alle norme etiche per sviluppare forme di controllo e vessazione delle imprese e dei loro collaboratori e alterare la libera concorrenza. Gli imprenditori associati adottano quale modello comportamentale la non sottomissione a qualunque forma di estorsione, usura o ad altre tipologie di reato poste in essere da organizzazioni criminali e/o mafiose. Gli imprenditori associati sono fortemente impegnati a chiedere la collaborazione delle forze dell’ordine e delle istituzioni preposte, denunciando direttamente o con l’assistenza del sistema associativo, ogni episodio di attività direttamente o indirettamente illegale di cui sono soggetti passivi. La verifica dell’uniformità a tali comportamenti che integrano il codice etico è demandata ai Collegi dei Probiviri – costituiti da Confindustria e da tutte le Associazioni aderenti – che determineranno l’applicazione delle sanzioni statutariamente previste”. (Codice etico su: http://bit.ly/ejwdma ) Tra le sanzioni in questione rientrano la censura e nei casi più gravi, come Emma Marcegaglia ha più volte sottolineato nelle sue dichiarazioni ai giornali, l’espulsione. Già erano note le telefonate nelle quali Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri commentavano con l’attuale vicepresidente di Confindustria le minacce estorsive di Mangano. In quelle telefonate Silvio Berlusconi rivendica la scelta di pagare il pizzo. Ora però pure i giudici della Corte di appello di Palermo, che hanno condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per fatti di mafia, confermano che i pagamenti ci sono realmente stati. Che cosa farà dunque Confidustria? Lo abbiamo chiesto a Emma Marcegaglia. Ecco come è andata. “Il Gruppo Berlusconi, secondo i giudici di appello di Palermo, ha pagato il pizzo alla mafia. Cosa dice Confindustria? Pensate di espellere il gruppo Fininvest?” “Questa è una cosa che dovranno decidere i magistrati, la nostra è un’azione diversa. Quando c’è una decisione presa, effettiva, allora noi si va nella direzione dell’espulsione. Ma non mi sembra che siamo in questa condizione. Saranno i magistrati a decidere”. E quando abbiamo ribattuto: “Quindi questa regola vale solo per i piccoli imprenditori palermitani?”. Il portavoce ha detto: “Ora basta”. L’imbarazzo insomma è evidente. Anche perché almeno il contenuto delle intercettazioni è inequivocabile. (il video dell’intervista alla Marcegaglia su: http://bit.ly/erfEMA ) Vediamone qualcuna. Nel 1986, dopo aver subito un attentato alla casa milanese di via Rovani, in una telefonata a tre (ascolta l’audio) con Confalonieri e Dell’Utri, Berlusconi spiegava: “Stamattina gliel’ho detto anche ai carabinieri……gli ho detto: “Ah, si? In teoria, se mi avesse telefonato, io trenta milioni glieli davo!” (ride). Scandalizzatissimi: “Come, trenta milioni? Come? Lei non glieli deve dare che poi noi lo arrestiamo!”. dico:”Ma no, su, per trenta milioni!” (ridono)”. (la telefonata è su Youtube: http://bit.ly/gRIasa ) E nel 1988, dopo aver subito minacce di morte contro il figlio Piersilvio, ribadiva il suo proposito all’amico Renato Della Valle: “Ma io ti dico sinceramente che, se fossi sicuro di togliermi questa roba dalle palle, pagherei tranquillo, così almeno non rompono più i coglioni”. Emma Marcegaglia chiede però una decisione “presa ed effettiva” dei giudici prima di intervenire. E non importa se in altri casi Confindustria si è mossa anche prima del passaggio in giudicato delle sentenze. Ecco il passaggio sul pizzo pagato da Fininvest, estratto dalla sentenza d’Appello del processo Dell’Utri, a questo link: http://bit.ly/fH6pIl . Una sentenza che in Cassazione verrà discussa solo per gli aspetti di legittimità e non di merito. m. lillo fatto quotidiano