Articolo taggato ‘fatto quotodiano’

Napolitano, senza più limiti

Mercoledì, 20 Giugno 2012

Avocazione. La parola che configura giuridicamente l’incubo di ogni pm, cioé lo scippo di un’inchiesta al titolare da parte del suo superiore, compare su un verbale del 19 aprile 2012 della Procura generale della Cassazione e riguarda l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.Quel documento, composto di tre pagine, dimostra che le manovre del Quirinale per mettere sotto tutela i pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo, Lia Sava e Francesco Del Bene nel loro duro lavoro sulla trattativa Stato-mafia del 1992-93 non erano solo millanterie di un consigliere giuridico del capo dello stato, come Loris D’Ambrosio, o vagheggiamenti di un politico in pensione, come Nicola Mancino.

Il documento del 19 aprile è il verbale della riunione che si è tenuta quel giorno nel palazzo di piazza Cavour. Alla riunione partecipano quattro persone, oltre al procuratore generale della Cassazione Gianfranco Ciani, e al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, ci sono i due segretari generali, Antonio Mura e Carmelo Sgroi.Il passaggio chiave del verbale che pubblichiamo è: “Il Procuratore nazionale (il capo della Dna Piero Grasso, ndr) evidenzia la diversità dei vari filoni d’indagine (su stragi a Palermo e Firenze e sulla trattativa a Palermo, ndr) e la loro complessità (accentuata anche dalla contemporanea pendenza di processi in fase dibattimentale). Precisa (sempre Grasso, ndr) di non avere registrato violazioni del protocollo del 28 aprile 2011, tali da poter fondare un intervento di avocazione a norma dell’art. 371-bis cpp”.Piero Grasso insomma dice al procuratore generale Ciani, suo superiore, che dopo avere fatto una prima riunione con le tre procure su questo tema il 28 aprile 2011, nella quale aveva fissato dei paletti, non ha nessuna intenzione di avocare l’indagine sulla trattativa, togliendone il coordinamento alla Procura di Palermo.L’unica cosa che Grasso si impegna a fare è una relazione: “Il Procuratore nazionale antimafia rimetterà al Procuratore generale un’informativa scritta”. La riunione verbalizzata è il frutto delle insistenti telefonate dell’ex presidente del Senato al consigliere giuridico del Capo dello Stato Loris D’Ambrosio e del lavorio di quest’ultimo su Giorgio Napolitano. Il presidente però, stando a quanto dice D’Ambrosio al telefono, condivide integralmente la sua impostazione gradita a Mancino e segue passo passo il tentativo di intervenire – tramite il Pg della Cassazione e il procuratore nazionale Piero Grasso – sulla Procura di Palermo, proprio come voleva Mancino.Per capire il clima è utile riportare la telefonata del 12 marzo tra Loris D’Ambrosio e Nicola Mancino. D’Ambrosio afferma che il presidente si interessa personalmente della questione al punto che parlerà con Grasso personalmente . Alle ore 18 e 49 Mancino chiama D’Ambrosio.

D: eccomi presidente… io ho parlato con il presidente e ho parlato anche con Grasso

Mancino (M): si

D: Ma noi non vediamo molti spazi purtroppo, perché no… ma adesso probabilmente il presidente parlerà con Grasso nuovamente… eh… vediamo un attimo anche di vedere con Esposito… qualche cosa… ma non…. la vediamo difficile insomma la cosa ecco

M: oh… ma visto che Grasso coordina Caltanissetta, non può coordinare tutte e due le procure?

D: ma io gliel’ho detto pure oggi a Grasso. Grasso mi ha risposto va bene. Ma io in realtà, il consiglio superiore mi ha fatto una normativa, però non mi serve niente. Questa è il… in realtà è lui che non vuole fare…

M: eh… ho capito

D: è chiaro?

M: e io non lo so dove vogliono andare a finire… 20 anni, 25 anni, 3… non lo so insomma

D: per adesso, dunque, mi ha detto il presidente di parlare con Grasso di vederlo eh… e vediamo un po’

M: eh, perché io vedo che per Macaluso (Emanuele, direttore del Riformista, molto vicino a Napolitano Ndr) batte sulla tesi dell’unicità dell’indagine

D: si, si, ma questo gliel’ho detto al Presidente… l’ho visto

M: eh, perché non è che anche sul 41 bis indaga Caltanissetta, che fa? Caltanissetta va in una direzione e quelli possono andare in un’altra direzione? Ma non lo so se c’è serietà… poi da questo punto di vista, ecco…

D: ma, io riesco, guardi, io adesso ripeto, dopo aver parlato col presidente riparlo anche con Grasso e vediamo un po’… lo vedrò nei prossimi giorni, vediamo un po’. Però, lui… lui proprio oggi dopo parlandogli, mi ha detto: ma sai lo so non posso intervenire… capito, quindi mi sembra orientato a non intervenire. Tant’è che il presidente parlava di… come la procura nazionale sta dentro la procura generale, di vedere un secondo con Esposito (procuratore generale della Cassazione uscente Ndr).

D: Certo. Ma io comunque riparlerò con Grasso perché il presidente mi ha detto di risentirlo. Però io non lo so… francamente… lui è ancora orientato a non fare niente questa è la verità

M: No perché poi la mia preoccupazione e che… ritenere che dal confronto con Martelli… Martelli ha ragione e io ho torto e mi carico implicazione sul piano, diciamo, sul piano processuale

D: ecco, io insomma, noi, ecco, parlando col presidente se Grasso non fa qualcosa, la vediamo proprio difficile qualunque cosa. Adesso lo possiamo, lo possiamo rivedere magari lo vede il presidente un giorno di questi, più di questo non… (….)

D: qui il problema che si pone è il contrasto di posizione oggi ribadito pure da Martelli… e non so se mi sono spiegato, per cui diventa tutto cioè… la posizione di Martelli…. tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… eh… indipendentemente dal processo diciamo, così…

M: ma io non è che posso parlare io con Martelli… che fa

D: no no… dico no… io ho detto guardi non credo…ho detto signor Presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato (presidente del consiglio all’epoca dei fatti Ndr) giusto…e anche con Scalfaro… (….)

Grasso al Fatto precisa: “Ho incontrato il Presidente Napolitano solo in occasioni ufficiali, l’ultima volta il 23 maggio a Palermo e non mi hai mai parlato di Mancino. Come ho già detto me ne ha parlato D’Ambrosio e io ho sempre risposto sul piano giuridico spiegando che ho poteri di avocazione delle indagini ma nel caso in questione non sussistevano i requisiti perché il coordinamento tra Procure si era svolto secondo regole”.

Quanto al verbale della riunione del 19 aprile, alla domanda del Fatto se fosse stato lui a parlare di avocazione o se ci fosse stata una richiesta del pg Ciani in tal senso, Grasso replica: “Nessuna richiesta palese. Mi chiesero come esercitavo i poteri di coordinamento. Mi sono limitato a ribadire che non vi erano i requisiti per un’avocazione e che il coordinamento si era svolto secondo le regole”.Marco Lillo per Il Fatto

La Fico e Berlusconi

Martedì, 8 Febbraio 2011

ADG-Raffaella-Fico1La starlette voleva tv e appartamenti? Detto, fatto: sbarca all’ Isola dei Famosi e si compra la casa “Con l’approvazione di Masi”, alla fine Raffaella le ha fregate tutte. La figlia del fruttivendolo di Casalnuovo di Napoli, nata a Cercola 22 anni fa, è riuscita a comprarsi la casa e a ottenere il programma, come voleva. La partecipazione all’ Isola dei Famosi di Raffaella Fico, è uno dei tanti gialli all’italiana. Dopo il mini scandalo suscitato dal suo passaggio dal Bunga bunga alla prima serata della tv pubblica, tutti fanno finta di non sapere chi sia il responsabile. Eppure riguardo allo sponsor che le avrebbe permesso di diventare famosa, Nicole MinettiBarbara Faggioli avevano le idee chiare in tempi non sospetti. Le due ragazze innamorate del premier e ancora di più del suo portafogli, anelavano a comprare un immobile da 800 mila euro con i soldi del Cav. A preoccupare le due immobiliariste di Arcore era però la concorrenza delle altre pretendenti. E così il 23 settembre del 2010 al telefono marcavano stretto le rivali. Barbara temeva proprio Raffaella Fico ma Nicole la rassicurava: a Raffa non interessavano le case, ma qualcosa di diverso. Minetti: “Della Raffa non mi preoccuperei per questa cosa qui perché lei chiede altro. Okay? Faggioli: Tipo? Minetti: Cioè tipo programmi ste’ cose qua. Non è ancora nell’idea. Faggioli: Ah si? E tipo cosa? Tipo quale? Minetti: Programmi, capito? Non lo so, in generale. Adesso sta facendo – mi aveva detto – l’inviata per candid camera di non so che cosa. Effettivamente Raffaella Fico in quel periodo era la protagonista delle candid camera super sexy della trasmissione sportiva Controcampo. Su youtube gira ancora un pezzo cult in cui la ragazza del Cavaliere esce in mutandine e reggiseno da un camerino del Milan Store e si diverte a fare l’offesa quando i clienti strabuzzano gli occhi di fronte alle sue forme. Il tono della ragazza sembra quello di una suora, nonostante la mise. Un tono indignato quasi come quello usato dalla ragazza in un’altra comparsata celebre. Alla Vita in diretta nel marzo del 2009 Alba Parietti osò rinfacciarle le sue dichiarazioni provocatorie (“mi offro per un milione di euro”) e lei che era solo una ex partecipante del Grande Fratello 2008, minacciò di lasciare la trasmissione su due piedi. Mentre un Lamberto Sposini più imbarazzante del solito interveniva a difenderla, rimbrottava Alba Parietti e si piegava a chiedere scusa alla giovane offesa. La strategia Raffaella però non si accontentava di questo trattamento di riguardo nelle comparsate in Rai. Né le bastavano gli sguardi di ammirazione per le candid. Secondo Nicole Minetti, puntava a una trasmissione più importante. “Appena finirà le candid, sicuramente, gli chiederà (a Berlusconi, ndr) qualche programma del genere. Lei vuole diventare famosa. È ambiziosa in questo. No?”. E la Faggioli conveniva: “Sì sì, non gliene frega un cazzo del resto”. A rileggerle oggi quelle parole suonano profetiche (cosa c’è di meglio dell’ Isola dei Famosi per una che vuole diventare famosa?) ma anche incaute. Nicole era convinta di essere più furba di Raffaella. A differenza della Fico, infatti, la consigliera regionale del Pdl in Lombardia pensava di avere una strategia migliore per spremere Silvio. Se proprio doveva farsi raccomandare in tv, chiedeva ad altri. Mentre Raffaella no. Lei, come un martello pneumatico, si faceva sistemare sempre e soltanto da Lui. Minetti: Solo che non ha capito… cioé se io decido di fare altro.. allora mi metto in contatto io personalmente con Rossella (Carlo, presidente di Medusa Cinema) o qualcuno del genere stando fuori da lui! Facile, perché una volta che non c’è lui … a Mediaset la Raffa non ci mette più piede eh. Anche per quello io non ho fatto più chiedere nulla a lui a Mediaset. No? Se fai chiedere sempre a lui, Pier (il figlio Piersilvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset, ndr) ti fa fuori eh. Raffaella Fico, già nel 2009, dopo il Grande Fratello 2008, acquista un appartamentino a Reggio Emilia in un moderno stabile a due passi dal tribunale. Nel 2009 viveva lì, come aveva raccontato proprio a Sposini alla Vita in diretta. Reggio Emilia è anche la città del suo manager, il cui nome figura sul citofono ma a un altro interno. Mentre sul cartellino di Raffaella Fico accanto al suo cognome c’è un tale V.T., originario del salernitano. Raffaella comunque è un ospite quasi fisso delle feste del Cavaliere. E gioca su due tavoli sia a Milano (è segnalata tre volte solo nel settembre del 2010 ad Arcore) che a Roma: “Raffi partecipa anche a tre feste a settimana”, si lamentano la Faggioli e la Minetti al telefono. L’invidia esplode il 10 gennaio scorso quando Nicole Minetti riceve una telefonata da una ragazza del giro romano: Cinzia Molena. “Ha regalato una casa a Raffaella Fico me lo ha detto Marysthelle Polanco”. La Minetti è distrutta: “Minchia questa è tragica”. Poi invia un sms: “Se è vero scateno un inferno”. Al catasto Raffaella Fico però non risulta avere altre intestazioni oltre alla casa di Reggio Emilia. Forse davvero Raffaella ha continuato con la vecchia strategia dei programmi. Grandi feste Una cosa è certa: quando arriva il momento del casting dell’ Isola dei Famosi è lei a spuntarla sulle agguerrite concorrenti come la materana Imma Dininni. La vincitrice del realityUn due tre stallasulle reti Mediaset qualche anno fa, dopo avere incassato 200 mila euro di premio, era stata avvistata nelle feste di Silvio Berlusconi in Sardegna. Tre settimane fa, quando la produzione di Magnolia la esclude proprio perché il suo nome era uscito in relazione alle feste del Cavaliere, lei si infuria e contatta i giornalisti per raccontare tutto. Poi ci ripensa. Quando il nome di Raffaella Fico esce nelle intercettazioni, il direttore di RaiDue Massimo Liofredi prende le distanze: “Il cast è stato approvato da Mauro Masi” (ed è vero come risulta anche a noi , da autorevole fonte RAI - n.d.r. ADGNEWS24) . Su L’ EspressoEmiliano Fittipaldi nota però che è la sesta ragazza del Cavaliere su otto edizioni dell’ Isola a essere convocata da Simona Ventura. Il produttore del reality Giorgio Gori però precisa: “Il nome della Fico non era uscito quando è stata selezionata”. Gli ascolti comunque sono assicurati. m. lillo IL FATTO QUOTIDIANO

La casta si fa i regali a spese dello Stato

Venerdì, 24 Dicembre 2010

Lettere smarrite dal Partito democratico: “Caro Babbo Natale, cara Anna Finocchiaro, dov’è finito il mio iPad 64 Gb da 800 euro?”. Un bel regalo natalizio – con i soldi pubblici – che concilia moda e tecnologia. Il dono pensato (e annunciato) dal capogruppo Finocchiaro piaceva a ciascuno dei 111 senatori, calmava le decine di correnti interne: ex comunisti, ex popolari, cattolici, agnostici e atei. Per evitare doppioni sotto l’albero e spese inutili di tasca propria, la Finocchiaro comunicava ai colleghi il lieto evento già il 26 ottobre scorso: “La Presidenza sta trattando con la Apple la fornitura dell’iPad 64 Gb per i membri del gruppo. Non siamo ancora in grado   di indicarvi la data della consegna”. Però. “Abbiamo ritenuto utile avvisarvi di tale scelta in considerazione dell’approssimarsi delle festività natalizie”. È così che un partito è compatto, granitico, unico. Immune (mica tanto) a tentazioni e offerte di compravendite, salti di quaglie, rane pescatrici e mercati di vacche. Come spesso accade al Pd, all’improvviso tra le mani resta un pacco, vuoto. La senatrice Mariapia Garavaglia conosce l’indecisione cronica del Pd: “Le polemiche avranno frenato la Finocchiaro…”. Natale è vicino, cercansi iPad: “A me non serve, l’ho comprato tempo fa”. Quale omaggio per i 206 deputati democratici? “Al Senato sono più fortunati, sempre – scherza Franco Laratta – Per noi consigli di lettura: Indietro tutta, l’ultimo libro di Laura Boldrini”. La cultura nel Pd natalizio va forte. Il senatore Mario Gasbarri, sempre in forma epistolare (sarà un vezzo), distribuisce buoni acquisto per la Feltrinelli: “Da ritirare presso l’amministrazione”. Il Pdl è davvero il partito del fare: promette, mantiene. Silvio Berlusconi ha spedito ai parlamentari centinaia di iPad e una cartolina di auguri. Il presidente del Consiglio ha pure insegnato ai suoi le fasi di stoccaggio per la spazzatura: raccolta, riciclo e conferimento. Ha imparato bene la lezione un deputato milanese, fiero di sé: “Ho ritirato l’iPad, ma l’ho lasciato in auto per girarlo a un mio amico. Faccio un’ottima figura, no?”. Berlusconi ha riservato alle 37 parlamentari Pdl un anello tricolore, tre fedine create da un gioielliere piemontese: una di oro rosa con rubini, una di oro bianco con brillanti, una di oro giallo tempestata di smeraldini. Al modico prezzo di 1.400 euro, pagati sull’unghia con i soldi (pubblici) a disposizione del partito. Il ministro (e coordinatore Pdl) Ignazio La Russa indica la strada ai colleghi con un navigatore satellitare, Mariastella Gelmini ha ordinato casse da sei bottiglie di spumante. Doni riservati ai funzionari   lombardi del Pdl: anche un brindisi fa campagna elettorale. Ennesima dimostrazione di pluralismo di Futuro e Libertà: i finiani non osano fare un regalo, offrono a scelta un iPhone o un iPad. Tra chi entra e chi esce, molto sarà più chiaro studiando le preferenze di falchi e colombe. Attenzione: nel Pdl circolano solo iPad. E i leghisti? Il deputato Davide Caparini fa la morale: “Non sprechiamo i soldi pubblici per oggetti inutili. Noi ci scambiamo, a nostre spese, prodotti tipici dei paesi padani: la senatrice Rosy Mauro compra biscotti fatti a mano”. Niente regali, i leghisti chiedono: “Caro Gesù bambino, per Natale vorrei l’approvazione del federalismo fiscale”, e il ministro Roberto Calderoli colora il suo bigliettino con i pastelli e disegna un’Italia capovolta. Non mancano mai per i leghisti cravatte e pochette rigorosamente verdi. Marco Reguzzoni, capogruppo a Montecitorio, custodisce e dispensa con equilibrio pochi esemplari di pesche sciroppate limonate, frutto raro reperibile a stagioni alterne sul lago di Como. L’Italia dei Valori fa economia: una bottiglia di prosecco per la Camera, portafogli per il Senato. L’Udc di Pier Ferdinando Casini spende di più: gemelli d’argento per gli uomini, collane d’oro per le donne. E un cestino di leccornie: “Tortellini, mortadella, prosciutto…”, elenca il deputato Roberto Rao. Ma il Natale sarà triste e avaro per decine e decine di parlamentari iscritti al Gruppo Misto. Nessuno avrà un regalino, un cotechino, un caciocavallo per chi ha sostenuto, con “alto senso di responsabilità nazionale”, il governo di Berlusconi: Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ex Idv, Catia Polidori, Maria Grazia Siliquini, Silvano Moffa ex Fli. E tanti, tantissimi soccorritori estemporanei che scontano con l’albero nudo il voto al governo del 14 dicembre. c. tecce da Il Fatto Quotidiano del 22 dicembre 2010

Amici miei spa e di Alemanno

Giovedì, 9 Dicembre 2010

Il carosello comincia da via Salandra. Tricolori che sventolano, sorrisi stampati: tutti al Campidoglio, la destra è al potere. Il saluto fascista compare per la prima volta nella piazza del Comune di Roma il 28 aprile del 2008. Gianni Alemanno ha sconfitto Francesco Rutelli. Non ci credeva nemmeno lui che sarebbe diventato sindaco della Capitale. Due anni prima era stato sconfitto da Walter Veltroni (“Quando i leader non si impegnano in prima persona le strutture di partito flettono”, commentò accusando Silvio Berlusconi di non averlo sostenuto), aveva avviato la carriera da ministro ed era pronto a riprenderla, se i romani l’avessero bocciato una seconda volta. La storia andò in un altro modo, e lui, affacciato dal balcone dello studio che governa la città, poteva ammirare le “persone che festeggiavano pacificamente la mia vittoria” con il braccio destro teso e provare per la prima volta “la sensazione di essere al centro del mondo”. Ma il suo respiro ha avuto il fiato corto. Dai tempi in cui orgoglioso rivendicava di aver “congedato 31 dirigenti”, da quando prometteva di “ripartire dalle risorse interne del Comune di Roma” perchè gli esterni “erano veramente troppi”, sembra passato un secolo: 854 assunti all’Atac, l’azienda di trasporto pubblico, 1400 all’Ama, quella che si occupa dei rifiuti sono i due numeri che più stridono con la promessa lotta agli sprechi. Soprattutto perché tra di loro – come ricostruito da Repubblica nelle settimane scorse – c’è una schiera di parenti e amici dell’entourage comunale. C’è la moglie dell’assessore De Lillo, la compagna del deputato ex An Marco Marsilio (mentre la sorella Laura è assessore), il sindacalista grande elettore di Alemanno Gioacchino Camponeschi, con tanto di moglie e figlia. C’è una cubista. Molti sono originari di Guidonia, il paese d’origine dell’ex ad di Atac Adalberto Bertucci (che è stato rimosso, ma vanta ancora una consulenza con l’azienda da 219mila euro l’anno): c’è il fioraio, il nipote di Bertucci, la sua ex segretaria e la di lei nuora. Sergio Marchi, assessore ai Trasporti del Comune di Roma, ha piazzato all’Atac la sua compagna, suo cognato, altre due donne legate a uomini della sua squadra e la sua segretaria. Assunta per chiamata diretta anche la compagna del delegato del sindaco all’emergenza abitativa Marco Visconti. Il Corriere della Sera scopre che nel reclutamento di massa sono finiti anche due ex Nar, il gruppo armato neofascista di Mambro e Fioravanti, condannati per la strage di Bologna. E ancora, una sfilza di non eletti ricompensati con un posto pubblico, figli e nipoti di sindacalisti, segretarie di parlamentari e assessori. Il capitolo Ama non è ancora stato sviscerato del tutto ma, per capire l’andazzo, basta vedere i numeri della gestione Alemanno, tirati fuori ancora dal Corriere: 91 nuovi assunti nel 2008, 451 nel 2009, 766 quest’anno. L’amministratore delegato si chiama Franco Panzironi: suo genero è uno dei quadri dell’azienda, mentre suo figlio, dopo un passaggio nella segreteria di Alemanno, è approdato a Eur spa, altra società partecipata del Comune. E sempre all’Ama, un anno fa, il sindaco aveva messo a capo dei Servizi ambientali Stefano Andrini, condannato a 4 anni e 8 mesi per tentato omicidio dopo che nell’89 picchiò a sangue due ragazzi di sinistra. Si è dimesso solo a febbraio 2010, dopo che il suo nome è spuntato nei processi Fastweb e Telecom-Sparkle. Andrini ha scontato il suo debito con la giustizia per l’aggressione di piazza Capranica. Insieme a lui – ma venne assolto – c’era Mario Vattani, figlio dell’ambasciatore Umberto e oggi consigliere diplomatico del sindaco per 228mila euro l’anno. Ha pagato, e pure tanto, anche Vincenzo Piso, eminenza grigia dei Trasporti: 4 anni di carcerazione preventiva, assolto con formula piena. Antonio Lucarelli, ex leader di Forza Nuova a Roma, fino a dieci anni fa insultava gli omosessuali che partecipavano ai primi gay-pride. Oggi è capo di gabinetto del sindaco del Comune di Roma ed è accusato di avere un “conflitto di interessi” nei Punti verdi assegnati dal Comune.
 Passati ingombranti, che Alemanno non ha nessuna intenzione di dimenticare. I primi due mesi, ci provò, a fare il “sindaco di tutti”. Sognava “una sorta di commissione Attali, aperta a tutti”. Propose a Giuliano Amato di presiederla. Saltò tutto quando, in visita al museo della Shoah, Alemanno disse che il fascismo “non fu il male assoluto”. Da allora Alemanno si è chiuso nel suo cerchio di vecchio segretario del Fronte della Gioventù. Un tempo, tutti insieme, militavano nella destra sociale, denunciavano sprechi e corruzioni. “Un Veltroni senza freno continua a dissipare le risorse dei cittadini per mantenere la sua corte. Ho chiesto di sapere esattamente quanto ci costano ogni anno gli uffici di staff e gabinetto del sindaco e come saranno impiegati i fondi”, diceva sette anni fa Luca Malcotti, oggi in regione. “Ci sembra che la situazione sia degenerata – tuonava nel 2005 l’attuale assessore Marchi parlando di Atac – vogliamo spiegazioni”. Oggi, nemmeno gli avversari li riconoscono più. Enzo Foschi, consigliere regionale Pd, se li ricorda quando si contendevano i muri dove attaccare i manifesti: “Tra quei giovani e la voracità di oggi, c’è un tradimento di ideali: la passione politica è finita, c’è solo fame di potere”. Forse, aggiungono altri, perché “sanno che non durerà molto”. Ad Alemanno il ruolo di sindaco sembra andare stretto: troppo forte l’animale politico che si porta dentro, tanto che ancora oggi indossa senza remore una croce celtica al collo. Durante la campagna elettorale per le regionali ha mandato a quel paese il contegno istituzionale e si è messo a capo della battaglia contro l’esclusione della lista del Pdl. La sera della vittoria di Renata Polverini era in piazza del Popolo con lei, più infervorato dell’ultimo dei militanti. Dover mangiare la polenta con Bossi e fingere di averlo perdonato per quel “Sono Porci Questi Romani”, non è roba per lui. p. zanca fatto quotidiano

La critica applaude, la rete stronca

Domenica, 28 Novembre 2010

Gli antipatizzanti di Umberto Eco, che non hanno digerito le lenzuolate di encomi in mondovisione per il suo Cimitero di Praga (unica voce fuori dal coro, l’Osservatore Romano) e si rodono a vederlo svettare nella lista dei best-seller, possono trovare conforto nelle recensioni dei lettori su Internetbookshop (www.ibs.it). “Finalmente ho finito di leggerlo – si sfoga per esempio Giorgio G. – è una sensazione di sollievo. Dopo una prima parte abbastanza accettabile, almeno per quanto riguarda la spedizione dei Mille, il lunghissimo periodo parigino ha destato in me un moto di repulsione. È mai possibile che uno scrittore colto e preparato si lasci andare a scrivere simili fandonie (anche se lui dichiara che tutti gli avvenimenti sono accaduti realmente)? Fandonie che sfociano nel cattivo gusto più becero, come la descrizione della ‘messa nera’? Avevo apprezzato alcuni dei libri di Eco, ma questo mi ha proprio dissuaso dal comprarne altri, se mai ne scriverà” (voto: 2 su 5 punti complessivi, quindi insufficiente). Riccardo confessa: “È la prima volta che non riesco a finire un romanzo di Eco. Peccato, perché l’inizio sembrava interessante… Se non si è proprio lettori onnivori, lo sconsiglio” (2/5). Guglielmo parla di “operazioni di montaggio da inserire, magari un gradino più in su, nella stessa categoria di Dan Brown”. Ancora più drastico uno che si firma, nientemeno, Alexandre Dumas: “Ennesima riproposta, noiosa e stiracchiata all’inverosimile, di una storia presentata da Eco nel volume Sei passeggiate nei boschi narrativi nel quale, fra tanta confusione di fatti e situazioni, collegava lo sterminio degli ebrei a una scena del Cagliostro di Dumas” (voto 1). Naturalmente ci sono anche gli entusiasti come Enrico (“Formidabile!”, 5/5) o Roberto (“Grazie, professore! Un capolavoro!”), ma non bastano a risollevare la media, che resta bassina: 3,21. Molto al di sotto del suo diretto competitore Giorgio Faletti (Appunti di un venditore di donne, Baldini Castoldi Dalai) che sia pur presso un’audience forse meno esigente raccoglie un autentico plebiscito: 4,4. Un bello smacco per la Bompiani, con gran giubilo di Alessandro Dalai. Più diviso il pubblico di un’altra star delle classifiche, Niccolò Ammaniti (Io e te, Einaudi). Non tutti sono d’accordo con Antonio D’Orrico che su Sette ha sparato la consueta iperbole: “Mi fa schifo tanto è bravo”, paragonandolo a Manzoni. Accanto all’orgasmo dei fan più acritici, “Un gioiellino che ti cattura dalla prima all’ultima pagina. Grazie AMMA!” (Mikarlo), “Letto in meno di due ore… stupendo e commovente” (Ianì Valastro), spuntano parecchie voci dissonanti. Come uno che si nasconde dietro il nickname Saxsoul: “E così anche Ammaniti, dopo aver scritto una serie di romanzi di qualità, si è ridotto a fare le marchette per il periodo di Natale”. O il perfido Maurizio, che pur lodando il libro mette il dito su una castroneria indegna del figlio di uno psicoanalista: “I bambini delle elementari non si stendono sul lettino per le psicoterapie, ma giocano con il terapeuta”. O il più spietato di tutti, tale Rupert: “Racconto stiracchiato fino a diventare libretto, caratteri giganteschi, spaziatura che un tir ci può fare inversione di marcia in una sola manovra, prezzo (10 euro) del tutto immotivato. La quarta di copertina, inspiegabilmente, parla della irruzione di una ‘sconosciuta’ nella cantina dove il protagonista Lorenzo si è rifugiato: salvo poi scoprire che si tratta della sorellastra del protagonista (quindi tanto sconosciuta non è, ma di certo fa più Hitchcock parlare di ‘sconosciuta’ al posto di sorellastra). Nell’ultima pagina del libro, quattro righe di nota esplicativa di cui non si sentiva assolutamente la mancanza: ma evidentemente Ammaniti ritiene così stupido (e giustamente) un lettore che sgancia dieci euro per questo suo nuovo libro, da sentirsi in obbligo di spiegare anche l’evidenza. ‘Io e te’, ovvero ‘You and me’, come le tariffe promozionali per i cellulari. E infatti, più telefonato di così…”. In ogni caso, l’ex ragazzo prodigio riesce a portare a casa un eccellente 4 di media. Ben più misera la pagella del meno giovane Andrea De Carlo (Leielui, Bompiani) che non raggiunge la sufficienza (2,47 su 5), sommerso da un diluvio di giudizi negativi e a volte ingenerosi, come il seguente di tale Sonim: “Questo sarebbe un libro per cui spendere venti euro? me l’hanno prestato e nonostante ciò mi vergognavo nell’approfittare dell’ingenuità di chi l’ha acquistato. Definirlo bellissimo, coinvolgente, commovente, il migliore di Andrea, significa aver capito zero della letteratura che ci circonda e di quanto De Carlo ha composto fino al 2002, anno del suo ultimo libro decente I veri nomi. Mi insospettisce il ritmo di autori troppo prolifici (tipo 3 libri in 4 anni) a meno che non si tratti di Philip Roth o King (che pure qualche granchio lo prendono), perché le storie che propongono sono troppo raffazzonate e compilate in fretta. In questo caso allungate pure di almeno 200 pagine inutili, giusto per garantire il prezzo pieno di copertina. Consiglio ad Andrea De Carlo un amaro esame di coscienza al di là delle vendite e un riposo rigenerante per le idee con un arrivederci almeno al 2013. Questo libro vende e venderà perché titolo, copertina e sinossi richiamano il pubblico degli adolescenti o dei consumatori avidi di film sentimentali di serie b che cercano storie rassicuranti e calde in vista dell’inverno. Chi vuole leggere un autore italiano con una bella storia da raccontare, si rivolga a Piperno o Veronesi”. Mah, io non ne sarei tanto sicuro. Dì la verità, Sonim, non è che per caso sei amico di uno dei due citati? O peggio, non sarai tu stesso un loro pseudonimo? Peraltro, se andiamo a vedere le pagelle, XY di Veronesi (Fandango) riesce a racimolare un magro 3,2 e il bravo Piperno (Persecuzione. Il fuoco amico dei ricordi, Mondadori) lo supera di poco con una media del 3,4: “Non ho aspettato cinque anni il tuo nuovo libro per poi ritrovarmi a leggere una sorta di compitino”, scrive un certo Slapsy che si professa suo ammiratore.
Più che una grande rete, il Web è un gigantesco mattatoio che non risparmia neppure gli animali sacri.  Ma è anche un sismografo che registra gusti e sbalzi d’umore del pubblico ben più fedelmente delle classifiche di vendita. La domanda è: in che misura possiamo e dobbiamo affidarci a questo strumento, per capire se un libro merita di essere comprato e letto? I recensori online sono per lo più anonimi o schermati da un nickname.
Come si fa a distinguere i lettori autentici da quelli fasulli? Chi ci garantisce che certi commenti non siano dettati dall’editore, o dall’autore, o dai suoi rivali? Come possiamo smascherare le zie premurose, gli amanti delusi o le ex mogli vendicative? Nel suo seguitissimo blog Pierre Assouline, critico letterario di Le Monde, parlava giorni fa di “morte della prescrizione, nascita della raccomandazione e agonia del critico”. Lo spunto, un’inchiesta del sito Nonfiction.fr che ha cercato di far luce su chi orienti oggi le scelte dei francesi in libreria: al primo posto resta l’inserto letterario per eccellenza, Le Monde des livres, seguito dal settimanale Télérama e da alcune trasmissioni radio del mattino. Ma cresce l’influenza di blog, siti multimediali e librerie online come Amazon. La “raccomandazione” numerica, il clic del mouse, il passaparola elettronico sta soppiantando la “prescrizione” del critico tradizionale. Calma però, avverte Assouline: è troppo presto per annunciare la Rivoluzione Culturale, espressione peraltro che fa rizzare i capelli in testa a chiunque abbia un po’ di memoria. Ve li immaginate gli intellettuali col cappello dell’asino mandati a zappare la terra, e le Guardie Rosse degli uffici marketing che arringano le folle dei lettori imbestialiti al grido di “morte alle élite, viva la democrazia letteraria”? Se l’unica alternativa alle conventicole accademico-editoriali è il populismo del click, stiamo davvero freschi. Certo, finché nelle pagine culturali i romanzi di Eco o di Ammaniti raccolgono solo applausi, è inutile poi lamentarsi che il mercato abbia ammazzato una critica già defunta. r. chiaberge fatto quotidiano

Emilio Fede, una fenomenologia

Sabato, 27 Novembre 2010

emilio-fede“Non mi ha difeso nessuno!”, ha commentato Emilio Fede, sconsolato, dopo aver incassato quattro pugni da Gian Germano Giuliani, quello dell’Amaro medicinale, martedì sera al ristorante La Risacca 6 (frequentato in passato anche da Marcello Dell’Utri). Ormai dalla Milano da bere siamo passati alla Milano del bunga-bunga, tra vecchi satrapi e giovani sgallettate, paparazzi e meteorine, ristoranti “alla moda” di mediocre cucina e feste in villa. Anche questa volta, la pietra dello scandalo è una ragazza: Ilenia, ex moglie di Giuliani, che Fede avrebbe incautamente presentato a Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex di Simona Ventura. “In questo periodo provate a offrire un amaro Giuliani a Stefano Bettarini… Vedrete che non gradirà l’offerta”: così, qualche tempo fa, aveva alluso il settimanale “Chi” di Alfonso Signorini. Ora la storia dalle allusioni è passata agli schiaffoni: con Fede costretto a finire la serata all’ospedale e il suo avvocato, Nadia Alecci, pronta a chiedere un sostanzioso risarcimento. È stata Selvaggia Lucarelli, nel suo blog, a raccontare la storia dell’incontro tra la bella Ilenia e il prestante Bettarini, mediato da Fede (79 anni) che si è così attirato le ire dell’amaro Giuliani (72 anni). Fede smentisce: non ho presentato nessuno, sono stato aggredito senza motivo da uno squilibrato. E si riprende facendo al Tg4 un’imperdibile cronaca dell’assalto al Senato da parte degli studenti in lotta, “che bisognerebbe menarli”. Fede Emilio, già icona dell’Italia berlusconizzata, è ora diventato l’uomo simbolo dell’Italia del bunga-bunga. È indagato a Milano per il caso Ruby, ipotesi d’accusa favoreggiamento della prostituzione: secondo i pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, insieme a Lele Mora è il fornitore di ragazze della Real Casa di Arcore. Secondo alcuni dei variopinti (e contraddittori) racconti di Ruby Rubacuori, fu proprio Emilio a scoprirla, a un concorso di bellezza in Calabria in cui era presidente della giuria, e a invitarla al Nord, nella Milano delle veline e della tv. Per questo i pugni di Giuliani gli hanno fatto ancor più male: ribadirebbero un poco simpatico ruolo di mezzano che Fede smentisce con assoluta fierezza, fino a indicare l’aggressore come il suo Tartaglia (ricordate il giovane in cura psichiatrica che tirò a Silvio Berlusconi un’appuntita miniatura del Duomo?). Ormai i suoi tg sono pezzi di grande cabaret. Eppure era un giornalista, Emilio Fede, un tempo. Cronista Rai, per otto anni inviato speciale in Africa, ha raccontato per la tv pubblica la decolonizzazione del continente e le prime guerre civili. La sua Africa terminò bruscamente: a causa di una malattia e di un brutto contenzioso sulle spese di viaggio. Quel cattivone di Oliviero Beha gli attacca addosso il titolo di “Sciupone l’Africano”. Niente di male: nel 1981 riesce ugualmente a diventare direttore del Tg1, dopo aver lavorato al mitico settimanale d’approfondimento Tv7. Da direttore, entra nella storia della televisione raccontando minuto per minuto, in diretta, la tragedia di Alfredino, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino. Ma anche dal Tg1 dovrà andarsene piuttosto bruscamente, a causa del suo coinvolgimento nella storia delle bische clandestine, insieme a un ancora sconosciuto Flavio Briatore. I due la racconteranno come una ragazzata da “Amici miei”, o al massimo un vizietto di amanti del gioco d’azzardo. In realtà, erano dentro un business ben oliato, una truffa scientificamente organizzata, un copione degno della “Stangata”. Recitato per anni da un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello. C’erano le carte truccate e (già allora) ragazze molto disponibili, usate per attirare e distrarre quelli che molto gentilmente erano chiamati “clienti”, ma erano in verità polli da spennare. Seguì retata, arresti, processi. Per Fede, un’assoluzione (per insufficienza di prove). A quei tempi, il coinvolgimento nello scandalo fu sufficiente a chiudergli i cancelli della Rai in faccia. Riparò a Rete A, il canale di Alberto Peruzzo, dove mise in piedi il telegiornale. Poi arrivò la chiamata: Silvio lo porta al Palazzo dei Cigni, a Segrate. Nel 1989 diventa direttore di Video News, poi di Studio Aperto. È il primo ad annunciare in diretta, su Canale 5, l’inizio della Guerra del Golfo, il 17 gennaio 1991. Il primo anche a dar conto della cattura dei due piloti italiani Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Poi passa a dirigere il Tg4 e dal 1992 racconta a suo modo l’Italia a milioni di casalinghe e pensionati.
Nel 1994 proclama in video la vittoria di Forza Italia con un’enfasi tale che gli vale l’inserimento imperituro nel film “Aprile” di Nanni Moretti. Non sempre gli è andata così bene: nel 2000 ha dovuto togliere a una a una le bandierine azzurre che aveva impiantato nella cartina d’Italia, sulle regioni assegnate secondo i primi risultati al centrodestra, ma poi conquistate invece dal centrosinistra. E nel 2006 si becca 450 euro di multe per violazione della par condicio. Non si scompone: fedele all’amico Silvio sempre. Ora però è alla sua prova più dura: sotto accusa per aver accompagnato ad Arcore le ragazze del bunga-bunga, preso a schiaffi al ristorante da un vecchio signore. “E non mi ha difeso nessuno!”. g. barbacetto fatto quotidiano

Maroni punta al Colle

Giovedì, 25 Novembre 2010

Roberto Maroni era felicissimo. Chi l’ha incontrato nei corridoi degli studi Rai milanesi in via Mecenate dopo il suo intervento a Vieni via con me, racconta di un ministro dell’Interno soddisfatto ed euforico. Tanto da fermarsi a parlare con Loris Mazzetti. Il capostruttura di Rai 3, storico braccio destro di Enzo Biagi, è apparso stupito. Stretta di mano con rapido scambio di battute. “Dica la verità, lei sta studiando da primo ministro”, dice Mazzetti. “Non è affatto vero”, sorride il ministro. Mazzetti lo stuzzica: “Nella Prima Repubblica tutti quelli che si sono seduti sulla poltrona del Viminale sono poi diventati presidente del Consiglio”. Maroni, ormai quasi fuori dall’ufficio, fa un passo indietro e ribatte, serio: “E cinque sono diventati presidenti della Repubblica”. Più che aspirazioni personali, l’affermazione dell’avvocato di Varese conferma che è arrivata a maturazione la scelta di sfidare frontalmente il “capo”: Umberto Bossi. La crisi interna alla Lega è antica. Ma fino a quando Maroni era indicato come l’erede naturale del Senatur, la fronda non ha trovato un colonnello pronto a guidare la rivolta. La situazione è cambiata in primavera, quando Manuela Marrone, moglie del leader del Carroccio e “selezionatrice” della classe dirigente del partito, ha dettato la nuova linea: l’erede sarà Renzo. Il trota si era appena conquistato sul campo l’elezione al consiglio regionale della Lombardia con una sberla di preferenze raccolte a Brescia. Così, il ricciolino pluribocciato alla maturità, ha cominciato ad apparire sempre più spesso accanto al padre. E a parlare. “Io l’erede? Si vedrà”, dice il 15 agosto. Maroni chiede al “capo” lumi. Incassando rassicurazioni. E la promessa di una poltrona di peso: l’accordo fatto con Berlusconi a Lesa sul lago Maggiore, riferisce Bossi, prevede per Maroni l’incarico di premier in un ipotetico governo alternativo in caso di crisi. Ma alla ripresa dei lavori parlamentari la realtà appare diversa. Il nome su cui si punta è quello di Giulio Tremonti. E il ministro dell’Interno lo candida ufficialmente per il dopo Berlusconi, bruciandolo. Tra i due non c’è mai stato un buon rapporto. Se Roberto Calderoli ha remato a favore del titolare dell’economia, Maroni si è fermamente opposto. Tra i due Roberto, del resto, c’è tutto fuorché amicizia. Leggendari gli scontri durante le riunioni del lunedì a Milano in via Bellerio, quartier generale della Lega. Con Bossi a riportare una pace fittizia imponendosi. “Decide il capo, non si discute”. “Che penso? Io non penso, c’è il capo”. Erano le risposte tipo dei colonnelli in camicia verde. E poi ciascuno mediava con il Senatur, liberamente. Da settembre tutto è cambiato. Intorno a Bossi c’è una “canottiera” strettissima che filtra tutto e tutti: la moglie , il figlio Renzo, la fedelissima di ferro Rosi Mauro e il capogruppo Reguzzoni. A seconda delle decisioni da adottare vengono coinvolti anche Federico Bricolo e, con fortune alterne, Roberto Cota. Tutto passa dal “cerchio magico” o, come lo chiamano i detrattori, “la banda dei badanti”. Sono, più semplicemente, i nuovi colonnelli della Lega. Contro cui Maroni ha deciso di lanciare la sfida dei vecchi, sostenuto addirittura dell’ormai ex nemico, Roberto Calderoli. E Giancarlo Giorgetti che si sta vedendo sfilare da Reguzzoni la segreteria del partito in Lombardia, dove sono in scadenza alcune amministrazioni che la Lega vuole tutte per sé, dove le poltrone da assegnare a breve sono d’oro: Finlombarda, Ente per la ricerca, direttore sanitari, Cda di Ferrovie Nord. Lo scontro ha raggiunto l’apice nella segreteria politica di lunedì scorso in via Bellerio, quando Maroni è uscito allo scoperto: “Io non ci sto a sostenere un Governo inesistente”. Secondo un deputato varesino “è solo una lotta di poltrone”, ma il ministro dell’Interno è determinato. Ha cavalcato mediaticamente l’affaire Saviano e, con il pretesto di rispondere alle accuse di collusione del partito con la ‘ndrangheta al nord, è intervenuto in ogni trasmissione che lo invitava. Non ha perso occasione per rilasciare dichiarazioni alla stampa. Evento straordinario, perché Maroni ha sempre parlato solo durante le conferenze stampa. Prima e dopo mai una parola. Ma da lunedì scorso, è incontenibile. Nella sola giornata di ieri le agenzie di stampa hanno pubblicato oltre 20 sue dichiarazioni. Su tutto. Federalismo (“va avanti a prescindere dalla crisi”), Finanziaria, (“importante evitare crac”), rifiuti, sicurezza, persino sull’expo ha esternato. Soprattutto sul governo, bocciando l’eventuale ingresso dell’Udc, “l’unico partito che ha votato contro il federalismo fiscale”. E sparando contro un esecutivo tecnico: “Durerebbe solo poche settimane”. Insomma, per la Lega, non parla più solo Bossi. Tanto che in serata il Senatur corre ai ripari telefonando a un’agenzia di stampa: “Con maggioranza risicata meglio il voto. Se andiamo a elezioni vinciamo”. Cose già dette in giornata, dal ministro for president Maroni. d. vecchi fatto quotidiano

Un blog indovina i concorsi universitari

Sabato, 20 Novembre 2010

Carriere pilotate. Posti assegnati. Nepotismo. Quando si parla di Università queste sono le parole più ricorrenti. Ma a parte casi eclatanti e perseguiti legalmente non era facile dimostrare il meccanismo ripetitivo che caratterizza i concorsi universitari in tutti gli atenei d’Italia. A smascherare la prassi diffusa, la vittoria dei candidati interni e la facilità di “indovinare” il vincitore, c’è riuscito il blog “Pronostica il ricercatore”. Creato “quasi per scherzo, senza pensare di diventare famoso” da Andrea, un giovane studioso di matematica che ha trasferito il suo cervello all’estero ma sogna di tornare nel nostro paese, il blog è diventato un fenomeno indovinando oltre 100 pronostici e con altri 600 in attesa dei risultati. E diventando il capofila di molte altre iniziative simili. Prima era un passatempo
“Quando stavo all’Università in Italia ero riuscito a prevedere i vincitori di molti concorsi – racconta Andrea – in realtà fare i pronostici è un passatempo informale molto diffuso, sia che il presunto vincitore lo meriti o meno. Sinceramente non pensavo che quest’iniziativa sarebbe diventata così famosa, ma ora l’ho presa molto sul serio per dimostrare quanto sono prevedibili e che la valutazione dei titoli non ha alcuna influenza sui risultati”. A dimostrazione di quest’ultima tesi, Andrea denuncia tre casi emblematici: uno avvenuto a Milano, uno a Roma e uno in Calabria. I tre vincitori, infatti, al momento del bando (e forse anche dopo) non possedevano il dottorato di ricerca. Il primo, a Milano, presentava solo due pubblicazioni, in collaborazione col membro interno della Commissione. Il secondo, a Roma, sfoggiava 4 pubblicazioni mentre i concorrenti arrivavano fino a 29, e del terzo non è nemmeno possibile risalire alla sua produzione scientifica. “Non solo non viene premiato il merito – dice Andrea – ma è anche inutile cambiare le regole perché comunque vengono aggirate”. La soluzione, per il creatore del blog, sarebbe quella “di far pagare le conseguenze delle assunzioni a chi le ha prese in carico”. Un sistema svizzero, quindi, con step continui di valutazione e blocco dei finanziamenti per chi non raggiunge i livelli previsti nei contratti. “Bisognerebbe bloccare gli scatti stipendiali dei professori anche in base al rendimento delle persone che hanno assunto – conclude Andrea – solo così potremmo ottenere dei risultati”. Un problema di tutto il paese Per ora gli unici risultati che Andrea ha ottenuto sono quelli dei concorsi. Chiunque può inserire sul blog i suoi pronostici e dimostrare com’è andata dopo aver visto l’esito delle prove. Su circa 160 concorsi sono stati 114 i pronostici indovinati, e spesso da più persone. Come dire, l’inghippo c’è ed è chiaro a tutti. E Andrea è sicuro che lo dimostreranno ancora meglio i vincitori dei prossimi 600 concorsi già pronosticati sul blog. Per ora sono stati pubblicati solo i risultati di 36 concorsi, ma nei prossimi giorni saranno svelati tutti gli altri, che Il Fatto Quotidiano ha visto in anteprima. Per ora sono state rispettate le previsioni di 15 concorsi banditi a La Sapienza di Roma, 12 all’Università di Milano, 4 a Pavia, 4 a Parma, 4 a Napoli, 3 a Catania. Un cancro che attraversa tutta la Penisola e che qualcuno ha finalmente deciso di denunciare. c. perniconi fattoquotidiano

Dopo c’è Marina Berlusconi (by Sallusti)

Lunedì, 15 Novembre 2010

E poi, a fine intervista, Alessandro Sallusti mi gela il sangue con un ricordo che innesca un cortocircuito fra una delle pagine più tragiche del Novecento italiano e la crisi del governo Berlusconi: “In famiglia abbiamo già dato… nel 1945”. Curioso. Il tono è ironico, il viso del direttore del Giornale, invece, sembra diventare quasi scultoreo, nella penombra nella saletta del lussuoso Hotel Park Hyatt dove ci siamo rifugiati per una lunga intervista. “Vedi, ti devo raccontare una storia della mia vita che nessuno conosce, nemmeno Giampaolo Pansa, neanche Vittorio Feltri”.
Quale? “Scoprii solo da studente, su un libro scolastico della Laterza, che mio nonno, Biagio, tenente colonnello sulla piazza di Como, finito a Salò senza essere stato fascista, era stato fucilato dai partigiani”. Resto un attimo con il respiro in gola. Fino un attimo prima stavamo parlando di Feltri, di Fini, del Cavaliere, della crisi… Sallusti continua: “Mio padre questa storia non me l’aveva mai raccontata. Non certo per pudore. Per proteggermi. E invece scoprivo che dopo quattro vigliacchi rifiuti dei suoi superiori di grado, perché la Repubblica di Salò era ormai alla fine e i partigiani alle porte, mio nonno aveva accettato di dirigere il tribunale che doveva giudicare Aldo Pucher, partigiano accusato per l’omicidio del federale Aldo Resega. Mio nonno salvò gli altri sei imputati, ma fu fucilato per quell’unica esecuzione. Curioso vero? Ma era la legge della guerra. Scoprii, e oggi quel dialogo è nei libri di storia, che il giorno prima della ritirata nella ridotta della Valtellina, mio nonno aveva chiesto a Mussolini di non scappare”. Chiedo: “Sarebbe cambiato qualcosa sull’esito della guerra?”. Sallusti prende un respiro: “Ovviamente no. Ma se avesse seguito quel consiglio non avremmo le foto del Duce travestito da soldato tedesco”. Pausa. Non vola una mosca. Sorriso: “Per questo spero che Berlusconi non si ritiri”. Pensavo di fare un’altra intervista. Raccontare ai lettori del Fatto Quotidiano l’ultraberlusconismo e uno dei suoi campioni. Quando Sallusti va in tv sono sciabolate per tutti, colpi micidiali, affondi sotto la cintura, pronunciati con serafica tranquillità. In questa intervista, invece, la teleadrenalina non c’è, ma piuttosto una leggerezza venata di colori forti e di tinte drammatiche. Sallusti ha il maglione esistenzialista a girocollo, la divisa del weekend. Cominciamo da lei e da Feltri. È vero che Vittorio fonderà un nuovo giornale? Guarda, siamo sposati da 16 anni. I matrimoni non sono indissolubili. È vero che il marito è sempre l’ultimo a sapere. Ma io ho messo al lavoro gli investigatori privati e sono tranquillo. Sono innamorato. È vero che tra voi c’è un dissidio sulla lettura del berlusconismo? Sì, ma non nel senso che pensi tu. Lui dice che Berlusconi è al crepuscolo, tu il contrario. Io penso il contrario, ma secondo me pure lui. Tu senti il Cavaliere tutti i giorni, lui mai. Lo scrive Dagospia. Non è vero. Che tu lo senti o che non lo sente lui? Parlo con Berlusconi una volta a settimana, e nemmeno tutte. Non è poco. Come molti altri direttori. Paolo Mieli parlò davanti ai miei occhi con Scalfaro dell’avviso di garanzia a Berlusconi. Ecco la prima stoccata, un atto di accusa contro Mieli. A dire il vero è il contrario. Un’autoaccusa. Ero stato io a gestire quella notizia. Berlusconi è finito? Nemmeno per sogno. Secondo me è in un momento di grande difficoltà. È praticamente solo. Caspita, se lo dici tu… Il Pdl, con una logica suicida sta difendendo solo se stesso. Come mai? La maggior parte dei ministri è gente che ha vinto la schedina del Totocalcio senza nemmeno giocare. Sanno benissimo che non capita due volte nella vita di fare 13 e fanno di tutto per restare attaccati alla poltrona. Per farlo non dovrebbero difendere il Cavaliere? È quello che penso pure io. Ma ti volevo dire che malgrado questo Berlusconi vale da solo il 26-30%, e Forbes lo indica come il 14esimo uomo più potente del mondo. Ma si parla di successori…  Nemmeno uno nel Pdl. Nessuno ha il coraggio di farsi avanti, malgrado in questi giorni si siano fatti i nomi di cani e porci. Non ho capito se vedi il rischio immediato di caduta.  Siccome all’opposizione non c’è nulla, il paradosso è che se nessuno tradisce, nel Pdl, non può succedere nulla. Usi una parola feroce, “tradimento”. Non si può cambiare idea? Se io tradisco mia moglie cambio di certo idea. Ma non per questo non resto un traditore. Ma nessuno per ora ha tradito il Cavaliere… A parte Fini, vuoi dire? Io invece credo di sì. Il silenzio, a volte, è più di una dichiarazione. A chi ti riferisci? (Pausa, ndr) Siccome più di uno dice che la Gelmini e Frattini sarebbero disposti a un governo senza Berlusconi, il fatto di non smentire diventa automaticamente una cosa brutta e pericolosa. Un silenzio assenso. Magari sono imbarazzati a difenderlo sul caso Ruby. (Alza il sopracciglio, ndr) Non credo proprio. Non avevamo di questi imbarazzi su Noemi. Tu non hai imbarazzo? Per nulla. È una vicenda esclusivamente privata che non ha nessuna implicazione politica. Ognuno di noi dovrebbe imbarazzarsi per quello che facciamo noi nel nostro privato, non per quello che fanno gli altri. Però è imbarazzante difendere Berlusconi essendo suo dipendente. Per nulla. Io ero direttore prima di lavorare per lui, lo sarò anche dopo. Al contrario di tanti altri non gli devo nulla. Però l’ossessione sessuale di Papi non è bella Guarda che esiste una aneddotica sessuale sterminata, per esempio, anche su Fassino, Bersani. Dai! Primo. Il Gossip è per definizione una illazione. Bersani secondo il gossip è uno scopatore leggendario. Fassino è già nella letteratura… Su Berlusconi è come per Ustica. Non si capisce più la differenza fra realtà e leggenda. Ma Ruby ad Arcore c’è stata, è un fatto. Guarda che me l’ha raccontato lo stesso presidente, per filo e per segno. Le orge e il bunga bunga sono leggende… Feltri dice che quando arriva in redazione dite: “Bisogna difendere Berlusconi”. Certo. Ma diamo tutte le notizie. Non avete scritto delle contestazioni in Veneto.  L’hanno contestato i no global, mica i cittadini. È una scelta editoriale. Non temi di essere servile? È una debolezza che non ho. Quelli che ce l’hanno sono quelli che si spellavano le mani per il capo e ora fuggono dalla nave che affonda. Sei l’unico italiano che non dubita di Berlusconi? No, sono l’unico italiano – ma a ben vedere non il solo – che non ha dubbi sul fatto che un governo Dini o un governo Pisanu sarebbero una tragedia. Feltri ammette: il premier non ha mantenuto le promesse.
E perché, io non lo dico? Non ha abolito l’ordine dei giornalisti, il valore del titolo di studio, le tasse. Certo. L’ha detto lui: sono come il duce che non può scegliere il colore del cavallo. Un buon motivo per fare a meno dei duci.
Ma gli altri farebbero peggio. E lui è l’unico che può continuare la rivoluzione. Qui si parla addirittura di una candidatura di Marina. Ne ho sentito parlare molto, anche io. Sarebbe una cosa saggia. L’unica oltre a Silvio che potrebbe continuare la rivoluzione. Ma la conosci? L’ho vista discutere con il padre e mi è bastato. Ha le palle. E sta guidando brillantemente il più grande gruppo italiano. Ma sarebbe la monarchia. E il governo Pisanu non eletto cosa sarebbe? Una soluzione parlamentare. Non siete voi del Fatto quelli che combattono manovre di Palazzo, poteri occulti e massoneria? Mille volte meglio Marina. Chi vince le elezioni? Berlusconi. Oggi ha più argomenti di ieri. Non ultimo quello di non avere più fra le palle Fini e Casini, la vecchia politica. Che c’è anche nel Pdl. Cicchitto ha detto che la colpa della crisi è mia e di Feltri. Pensa, me lo ha detto anche il presidente, una volta. Vuole affondare con la nave? Meglio che scappare come topi. Ti ho raccontato di mio nonno. Per l’Italia il 25 aprile è una festa, anche per te? Loro non vogliono solo il 25 aprile. Vogliono Piazzale Loreto, la pelle di Berlusconi. Ma se vogliono questo, noi non possiamo che fare la guerra, con le armi in pugno. l. telese Da il Fatto quotidiano del 14 novembre 2010

Le vere macchine del fango: da Rai Tre al Fatto

Venerdì, 12 Novembre 2010

Fabbrica del fango: sui giornali e in tv l’argomento spopola. È di moda, è politicamente corretto, fa audience, insomma è molto figo. Allora oggi anche noi vogliamo sentirci almeno una volta nella vita parte del coro. Dunque parliamo del Fatto Quotidiano. Sì, il giornale diretto da Padellaro sul quale si esibisce la spalla di Santoro: quello per il quale per sputtanare Berlusconi non serve ci sia un reato, mentre per scrivere cose che diano fastidio a Fini sì (anzi non basta ancora: anche se il reato c’è non si deve dire). Bene, questo quotidiano che impartisce agli altri lezioni di giornalismo, ieri ha sparato in prima pagina il seguente titolone: «Perla, corriere della droga: 48 chiamate ad Arcore». Messaggio, piuttosto esplicito, al lettore: nota narcotrafficante in confidenza con il premier al quale probabilmente forniva cocaina o altre sostanze stupefacenti. La realtà? Le 48 «telefonate» (in realtà contatti, tra chiamate ed sms, in entrata e in uscita da Villa San Martino) sono spalmate nell’arco di quattro anni, tra il 2003 e il 2007, periodo nel quale la suddetta Perla, che solo successivamente finirà in un giro di spaccio di droga, era assistente di un senatore di Forza Italia. E nell’unica conversazione di cui si riferisce il contenuto, questa signorina chiede non di Berlusconi, bensì di Sandro Bondi, che in quel periodo lavorava lì. E che cosa faceva Sandro Bondi? Il coordinatore di Forza Italia. È così strano che con una frequenza media di una volta al mese il responsabile di un partito abbia contatti con uno dei suoi parlamentari? Evidentemente no. Tradurre tutto questo nel titolo di cui sopra come si può definire? Se l’avesse fatto il Giornale, senz’altro fabbrica del fango. E lo stesso sarebbe accaduto se noi avessimo preso le dichiarazioni rese a verbale da una prostituta considerata un’artista della menzogna da tutti quelli che l’hanno conosciuta, sua madre compresa, e le avessimo sparate in prima pagina come Vangelo allo scopo di ricoprire di melma un presidente del Consiglio in carica. In particolare se nei giorni successivi ogni singola dichiarazione resa dalla signorina in questione (al secolo Nadia Macrì) si fosse rivelata completamente falsa alla prova dei fatti. Apriti cielo: fabbrica del fango, fabbrica del fango. Invece l’ha fatto Repubblica e quindi va tutto bene. Anzi, è grande giornalismo.
E come si chiama prendere un ministro, invitarlo in una trasmissione tv, tendergli una trappola e assalirlo in diretta? Servizi, ospiti, presunti difensori (l’ineffabile Urso, figuratevi): tutto costruito per ridicolizzare Sandro Bondi e imputargli il crollo di un edificio costruito duemila anni fa. Colpevole per tagli di spesa che devono ancora far sentire i loro eventuali effetti. Colpevole in un’Italia dove negli anni ci sono stati crolli di ogni tipo senza che si chiedessero le dimissioni di nessuno, men che meno della beatificata ministra veltroniana Giovanna Melandri. Bene, come si chiama tutto ciò? Fabbrica del fango? E no, noi del Giornale non abbiamo televisioni. Si chiama Ballarò, Raitre. Ergo, non c’è problema. E non c’è problema neppure se uno scrittore si piazza nella tv pubblica e davanti a sette milioni di spettatori applica il bollino rosso dell’infamia a un giornale sostenendo che è una fabbrica di fango. Peggio: «Un pericolo per la democrazia». E senza spiegare il perché, con un generico (e quindi mafiosissimo) «fa disinformazione, attacca i nemici del premier: Boffo, Fini…». Ma che vuole dire? Certo, abbiamo criticato Fini. Innanzitutto sul piano politico (ben prima della sua rottura con Berlusconi, peraltro). Poi sulla casa di Montecarlo. «Ecco, quella: fango!». E perché? Un’inchiesta documentata che ha dimostrato come il presidente della Camera abbia venduto al cognato un bene del partito a un prezzo inferiore a un terzo del valore reale (a voler essere indulgenti) e poi abbia mentito più volte sull’intera faccenda. È fango? «Sì, perché è contro uno che dissente da Berlusconi». È ridicolo ma purtroppo non c’è niente da ridere: gli argomenti sono questi. Unitamente all’altro: «Se non è fango, perché non fate mai una bella inchiesta sul Cavaliere?». E te lo dicono quelli di Repubblica, che De Benedetti lo massacrano tutti i giorni e non si sognerebbero mai di nascondere le notizie giudiziarie che gli dispiacciano. O quelli dell’Unità, dove a settimane alterne fanno un mazzo così a Soru, D’Alema, Bersani e Veltroni. O quelli di Raitre, forti dei memorabili scoop su Prodi e Fassino. Avessero almeno il coraggio di dire quello che pensano veramente: è severamente vietato scrivere (o dire in tv) qualsiasi cosa possa disturbare chiunque si opponga al Cavaliere. In particolare se si tratta di notizie. Anzi, bando all’ipocrisia: è permesso scrivere (o fare in tv) soltanto inchieste sulla vita sessuale del premier, sulle sue ville, sui suoi rapporti con la mafia ed eventualmente su qualche omicidio si possa sospettare abbia commesso. Gradite delazioni, anche anonime. Poi, però, quando Berlusconi non ci sarà più, siate coerenti: chiudete baracca. Tanto non c’è più nulla da raccontare. m. de manzoni ilgiornale