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Scalfari, de profundis (by Pannunzio)

Sabato, 3 Novembre 2012

‘’La sola storia possibile è quella che si ricostruisce da dentro, attraverso la memoria di sé”. La sera andavamo in via Veneto: tra Mario Pannunzio, Franco Libonati, Sandro De Feo, Ercole Patti, Moravia e Paolo Pavolini, il convitato di pietra era Marcel Proust. Poi c’era lui, Eugenio Scalfari, che di questo libro datato 1986 è proprio Swann, io narrante di un’età dell’oro che comincia alla fine degli anni Quaranta. Qualcuno ha notato che curiosamente il memoir scalfariano – il lavoro più famoso, assieme a Razza padrona – manca nella poderosa opera omnia, uscita a settembre per i prestigiosi Meridiani Mondadori. Frugando tra le pagine leggere leggere – a sfogliarle c’è sempre il timore di romperle – ci s’imbatte in una nota dell’editore che spiega come, nel Meridiano, si è proceduto per sottrazione: risultano, nel testo definitivo, “dolorose esclusioni”. Tra cui La sera andavamo in via Veneto, di cui però il lettore troverà “ampli stralci nel Racconto autobiografico” che precede la selezione dei testi. Ampi, ma non esaustivi.

Per esempio al rapporto con Mario Pannunzio, intellettuale liberale e fondatore del Mondo, Scalfari dedica nel Meridiano poche righe, peraltro in condominio: “Pannunzio e Arrigo Benedetti furono i miei maestri. A entrambi debbo moltissimo. Con entrambi e in modi diversi ebbi una rottura forte, come avviene tra padri e figli. A tanti anni di distanza ne porto ancora nel cuore l’insegnamento e la memoria”.

Di quella rottura si trova invece traccia in un epistolario tra Pannunzio e Leo Valiani che in questi giorni l’editore Aragno dà alle stampe: 17 anni di lettere che s’intitolano “Democrazia laica”. Dentro: la politica, motore per nulla immobile di tutto, gli amici (e i nemici) che attorno al giornale gravitavano, discutevano, (si) dibattevano, fondavano il Partito radicale, organizzavano furiose sessioni di lavoro (i famosi Convegni dell’Eliseo). In due missive, entrambe dei primi anni Sessanta, Pannunzio racconta la sua frattura con Scalfari a Valiani (azionista, padre costituente, collaboratore del Mondo e de L’Espresso). I giudizi sono definitivi, le conclusioni sofferte: “Instabile, femmineo, esuberante. Non ha veri legami o affinità ideali e morali con nessuno. Tutto è strumentale, utilitario; tutto deve servire alla sua splendida carriera. Ma ha sempre avuto la sensazione di perdere tempo stando con noi”.

E poi: “Un pasticcione e libertino, politico, economico, che nel campo della sinistra democratica ha portato i sistemi scarfoglieschi e angiolilliani”. Pannunzio ce l’aveva, e parecchio, con Renato Angiolillo. Il suo Taccuino in risposta alla provocazione del Tempo contro la “malapianta azionista” e i visi pallidi acidi, moralisti, calvinisti, è ancora oggi celebre. È l’invettiva contro i “visi rosei”, qualunquisti, indifferenti, pronti a commuoversi se la nazionale di calcio perde, pieni di una comprensione che si scioglie di fronte “a un piatto di spaghetti alle vongole”. Voilà, il battesimo degli “italiani alle vongole”: espressione carissima al fondatore di Repubblica, che in ‘La sera andavamo in via Veneto’ dedica invece molte pagine al discepolato contrastato e all’ultimo strappo con il padre-maestro. Gli anni Sessanta albeggiano e gli screzi tra il Mondo e il partito radicale, che tante firme del giornale avevano contribuito a far nascere, cominciano a diventare scontri: sulla politica estera e su quella interna, soprattutto in merito ai rapporti con quel Psi che Scalfari avrebbe poi sposato, diventando deputato nel 1968.

Poi scoppia il caso Piccardi (Leopoldo, soprannominato dagli amici del Mondo “Papiniano” per le sembianze solenni). Renzo De Felice scrive che Piccardi aveva preso parte a un convegno sulla razza, organizzato nel ‘38 in Germania: boom. Nell’autunno del ’61, la rivelazione diventa casus belli e scatena una tempesta all’interno del Partito radicale (di cui Scalfari è vicesegretario): i rapporti tra Eugenio e Mario vanno in frantumi. “La rottura del ’62 non coinvolse soltanto il nostro piccolo partito (…). Mise fine all’amicizia tra Pannunzio e me, o meglio al rapporto padre-figlio che tra noi era cominciato in un pomeriggio del settembre ’49, ed era cresciuto rapidamente fino a diventare – almeno per me – uno degli elementi essenziali della mia vita intellettuale e politica. Nel cupio dissolvi che lo prese (…) ritenne fermamente che, una volta distrutta quella che in gran parte era stata l’opera sua, nessuno avrebbe potuto proseguirla (…). Dopo la rottura – così credo che pensasse – non ci sarebbe potuto esser altro che una recherche del passato, la memoria volontaria e involontaria celebrate da Proust, via della Colonna Antonina e il caffè Rosati come il cortile di palazzo Guermantes in Faubourg Saint- Honoré”.E fu la fine del Mondo, nella versione di Scalfari: “Mario troncò consapevolmente tutte queste cose e tutti questi rapporti il giorno in cui s’accorse che ciascuno di essi si stava affrancando dal complesso del padre nei suoi confronti. Forse capì che i figli non sarebbero stati in grado di liberarsi di lui”.

La metafora del padre mutuata dalla psicanalisi – una teoria che per un secolo ha fatto incalcolabili danni spacciandosi per scienza – è una via d’uscita come tante, forse la più semplice. “La memoria di sé, assunta come fatto centrale dell’esistenza e della sensibilità, crea un problema d’importanza enorme che Proust solleva quasi senza accorgersene (…). L’immagine che io ho di me stesso, l’immagine che ho degli altri che mi circondano, l’immagine che suppongo che gli altri abbiano di me, l’immagine di sé che gli altri pensano che io abbia di loro. Basta che vi sia, in uno qualunque di questi specchi, un piccolo mutamento dovuto a un fatto, una parola, un ricordo, che subito quel mutamento si dipana su tutta la galleria degli specchi” Così è lo stesso Scalfari, scomodando la Recherche (sempre in ‘’La sera andavamo in via Veneto”), a illuminare la prospettiva della “madeleine bifronte”: si può essere discepoli di Pannunzio e insieme “reprobi” votati solo alla propria, “splendida”, carriera. E in qualche modo risponde anche a Roberto D’Agostino che qualche settimana fa – riportando sul suo sito un editoriale domenicale (“Io sono liberale di sinistra per formazione culturale. Ho votato per molti anni per il partito di Ugo La Malfa. Poi ho votato il Pci di Berlinguer, il Pds, i Ds e il Pd”) – si domandava come mai Scalfari avesse dimenticato il Psi che l’aveva mandato, seppur da indipendente, in Parlamento. Colpa di Proust. Silvia Truzzi per Il Fatto

il mio nome è Simeon, Marco Simeon

Domenica, 26 Febbraio 2012

Il segreto è un potere: “In Vaticano insegnano: chi sa non dice, chi dice non sa. E io non dico mai troppo”. Il 33 enne Marco Simeon è un equilibrista fra fede e denaro, banche e chiese, chiaro e scuro: ossequioso direttore di Rai Vaticano e responsabile relazioni istituzionali e internazionali di viale Mazzini, discepolo di maestri diversi e controversi fra il cardinale Tarcisio Bertone e il faccendiere Luigi Bisignani, fra il cardinale Mauro Piacenza e il banchiere Cesare Geronzi. Non appare mai. Non parla mai. Non commenta mai: “Questa è la mia prima intervista”. Dove c’è scandalo, c’è il nome di Simeon.Inchiesta appalti e cricche che frantuma la Protezione Civile di Guido Bertolaso: viene beccato al telefono con Fabio De Santis, l’ex provveditore alle Opere pubbliche in Toscana. Veleni e tensioni in Vaticano, monsignor Carlo Maria Viganò denuncia al cardinale Bertone malaffare e corruzione e accusa Simeon di calunnia. Ultimi documenti che circolano dietro le mura leonine: è lui il referente per la P 4 di Bisignani dentro la Santa Sede.
Chi è Simeon?Un ragazzo di Sanremo, figlio di un benzinaio.Questa è una favola. Nessuno ci crede. Lei è un protetto del cardinale Bertone, il segretario di Stato.Il cardinale è un maestro. Mi ha sempre consigliato le strade migliori. Ognuno gioca la sua carta: Bertone per me non è una carta, ma una relazione importante. L’ho conosciuto nel 2003, appena nominato arcivescovo di Genova. Anzi, prima incontrai il precedente Segretario di Stato, il cardinale Angelo Sodano, tramite il vescovo di Ventimiglia, Giacomo Barabino.Che faceva a Sanremo?Collaboravo con la Chiesa, fu una mia scelta universitaria per la tesi che scrissi sul ruolo del Segretario di Stato.All’improvviso arriva a Roma, neanche laureato, ambasciatore in Vaticano prima per Capitalia e poi per Mediobanca.Il mio esordio in Santa Sede è merito dell’ex ministro Giuliano Urbani, che mi offrì di gestire i rapporti istituzionali, prima che io diventassi consulente per Banca Intesa.Come ha conosciuto Urbani?Grazie a un comune amico, l’ingegnere Giuseppe Corigliano, allora portavoce dell’Opus Dei.Lei è soprannumerario dell’Opus Dei?No, non ho mai aderito. Ho frequentato l’Opera durante l’università a Milano e conosco tante persone dell’Opus Dei. Ho sempre vissuto un rapporto istituzionale con la Chiesa, il mio unico capo è il Santo Padre.A 26 anni già gestiva gli affari di Capitalia in Vaticano. Com’è possibile?Mi presentarono a Cesare Geronzi, il banchiere istituzionale per eccellenza.Chi la presentò?Un amico in comune.Benedetti amici in comune.Io ho la passione per le pubbliche relazioni.Come Luigi Bisignani. Questa qualità mi accomuna a lui.E dunque chi le presentò il faccendiere? Non era difficile incontrare Gigi a Roma.Neppure semplice.Tante persone parlavano con lui. Provo sentimenti di profonda stima e affetto per Gigi, non ha mai avuto interessi economici con me. E non l’ho dimenticato neanche nei momenti più difficili.Cos’è la P 4?Non l’ho capito.Bisignani ha patteggiato una condanna di 1 anno e 7 mesi.É una persona valida e perbene. Per interloquire con il Vaticano non aveva bisogno di me.Che fa Bisignani?Il lobbista. É un occhio informato su tutto ciò che avviene in Italia e io lo ascoltavo per capire il nostro Paese.Lei è un massone? No. Posso solo dire che la massoneria è una componente fondamentale del potere in Italia.Ecco emergere un Bisignani in sedicesimo.Divertente: il nuovo B 16. Di Gigi ce n’è uno solo, basta e avanza.
Lei disse al suo amico Bisignani: “Quello di Lirio Abbate sull’Espresso è un articolo di merda e nessuno lo ha accorciato”.Era uno sfogo. Fui avvisato che sarebbero uscite due pagine su di me a firma di Lirio Abbate.Da chi fu avvisato?Non da qualcuno del settimanale. Mi lamentavo perché l’articolo non era stato corretto.Sarà la sua abitudine a diffondere notizie sul Vaticano, a direzionare l’informazione, come scrive mons. Viganò.Completamente falso. Non sono io il vaticanista occulto del Giornale.Viganò dice il contrario.Perché prese sul serio un pettegolezzo del vaticanista Andrea Tornielli, che poi mi ha chiamato per scusarsi. Non ho rancore per lui. Viganò ha ricevuto notizie sbagliate. Agiva in buona fede, però.Lei conosce sia Bertone sia Bagnasco. Cos’è la guerra in Vaticano?Non vedo guerre. E smentisco qualsiasi rottura fra il Papa e Bertone oppure fra Bertone e Angelo Bagnasco (presidente della Conferenza episcopale italiana)Chi sono i corvi? Bertone ha dichiarato che si nascondono nella boscaglia. Il potere non si esprime con lettere anonime. I corvi sono quelli che, seppure all’interno, sentono una forte avversione per la Chiesa.Vogliono spodestare Benedetto XVI?Fra i dodici apostoli c’è anche Giuda.Chi sarà il successore di Papa Ratzinger?Lunga vita al Papa. Non confondiamo la preoccupazione per la salute del Papa con la voglia di una successione.Una voglia che coinvolge anche Bertone?É un argomento lontano.Perché ha suggerito a Bertone la nomina di Lorenza Lei a direttore generale della Rai?Ho semplicemente sostenuto Lorenza negli ambienti che conosco e che frequento perché la considero una dirigente straordinaria. Anche l’ex direttore generale Agostino Saccà è stato di aiuto, essendo un dirigente bravissimo e un uomo di Chiesa.Ma su Lorenza Lei ha cambiato idea. Non è vero. Ci sentiamo quasi tutti i giorni. Non solo perché è cattolica. E non come dite voi perché siamo insieme nell’Opus Dei.Lorenza Lei appartiene all’Opus Dei?Non saprei.Chi ha raccomandato Marco Simeon a Mauro Masi per diventare direttore istituzionale di viale Mazzini?Non certo Bisignani.E chi?A quel tempo lavoravo per Geronzi.Aveva appena chiuso un affare stratosferico per una par-cella di 1, 3 milioni di euro: la vendita di un complesso in viale Romania, di proprietà del Vaticano, al gruppo Lamaro di Toti. Ho svolto il mio compito di consulente del gruppo, ricevendo una parcella leggermente inferiore.Malelingue insinuano che lei sia il figlio di Bertone.Assomiglio troppo a mio padre.Presto tornerà a lavorare per una grande banca italiana?Non lo escludo. c. tecce Il Fatto quotidiano, 26 febbraio 2012

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Minzolini salva Berlusconi

Mercoledì, 1 Dicembre 2010

La mazzata più pesante, almeno finora, ha colpito Antonio Baldassarre. Giusto un mese fa l’ex presidente della Corte costituzionale si è visto recapitare dalla Consob una supermulta da 400 mila euro per aver diffuso nella seconda metà del 2007 “informazioni false e fuorvianti” sulla privatizzazione di Alitalia. Capitolo chiuso? Pare di no, perchè la Commissione di controllo sui mercati finanziari proprio in queste settimane sta tirando le somme di altre due indagini avviate a suo tempo sui vorticosi movimenti di Borsa che accompagnarono la vendita della disastrata compagnia di bandiera. Il colpo al governo Prodi Sotto la lente dei commissari è finita una fantomatica offerta avanzata nel dicembre 2007 dai due fondi americani Evergreen e Thl. Ma il dossier di gran lunga più importante e delicato sul piano politico riguarda, tra gli altri, anche Silvio Berlusconi e il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Tutto comincia il 27 marzo 2008 quando Minzolini, all’epoca cronista politico del quotidiano La Stampa di Torino, firmò un articolo in cui il Cavaliere annunciava una cordata made in Italy di compratori per l’Alitalia. Il governo Prodi era agli sgoccioli e mancavano solo due settimane alle elezioni politiche del 13 aprile. “La cordata esiste, eccome”, disse Berlusconi secondo Minzolini. Quelle parole ebbero l’effetto di una bomba, anche perchè l’Alitalia era uno dei temi caldi della campagna elettorale. Solo che non era vero niente. A quell’epoca non c’era nessun gruppo di investitori italiani pronti a fare un’offerta per privatizzare Alitalia, che invece era vicinissima ad essere venduta ad Air France. E fu il Cavaliere in persona a 24 ore di distanza a smentire le dichiarazioni pubblicate da La Stampa a firma Minzolini. Si tratta di “indiscrezioni o supposizioni da parte giornalistica”, si affrettò a precisare Berlusconi, che all’epoca interveniva un giorno sì e l’altro pure per difendere, diceva lui, la svendita allo straniero dell’Alitalia. Ormai, però, il danno era fatto. L’articolo fece partire a razzo le quotazioni borsistiche della compagnia aerea. In un sol giorno il titolo fece un balzo del 10,9 per cento con milioni di pezzi scambiati. La cordata, in realtà, si formò solo sei mesi più tardi dopo che Air France, spaventata anche dall’ostilità del centrodestra, si era ritirata. Nel frattempo però la Consob aveva già aperto un’inchiesta ravvisando nell’articolo di Minzolini il fumus della manipolazione informativa, cioè la diffusione di “informazioni, voci o notizie false o fuorvianti” in merito ad azioni quotate in Borsa. Lo stesso Lamberto Cardia, il prudentissimo presidente dell’Authority di controllo sulla finanza, in quelle settimane era arrivato a raccomandare grande prudenza, perchè, come dichiarò in un’intervista al Sole 24 Ore, “quando un politico manifesta desideri o finalità da raggiungere può innescare movimenti del titolo e rendere squilibrato il mercato”. Parole che sembrano scelte con cura per descrivere l’intervento berlusconiano. La Commissione si è mossa con i piedi di piombo. Dopo aver elaborato, come prassi in questi casi, una gran mole di dati sugli scambi borsistici di quei giorni caldi, sono state raccolte le dichiarazioni di alcuni presunti partecipanti alla cordata tirati in ballo da Berlusconi nell’articolo. Tra questi anche l’Eni, Mediobanca i gruppi Ligresti e Benetton. Tutti hanno chiarito che a marzo del 2008 non erano stati coinvolti in nessun piano alternativo a quello di Air France per privatizzare l’Alitalia. La versione di Augusto Insomma, a voler credere alle dichiarazioni di tutti i protagonisti, quell’articolo che mise a rumore i mercati spacciava come vere una serie di bufale. Non solo i presunti acquirenti a quell’epoca non avevano progetti concreti per mettere le mani sulla compagnia di bandiera. Ma, a quanto pare, lo stesso Berlusconi a marzo del 2008, non avrebbe mai pronunciato le parole attribuitegli nell’intervista. A questo punto, per chiudere il cerchio, non restava altro da fare che chiedere a Minzolini la sua versione dei fatti. Ed è esattamente quello che hanno fatto gli ispettori della Consob, ricevendo una riposta piuttosto sorprendente. Il futuro direttore del Tg1 ha scelto di minimizzare, precisando che quelle parole attribuite a Berlusconi erano in sostanza il frutto della sua libera interpretazione delle posizioni del Cavaliere. Fin qui l’istruttoria della Commissione, che come spesso accade, non si può dire si sia mossa a gran velocità. Del resto anche il verdetto su Baldassarre e la sua cordata fantasma è arrivato a quasi due anni di distanza dai fatti incriminati. Per non parlare dell’inchiesta giudiziaria vera e propria. Solo nei giorni scorsi la procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Corte Costituzionale. E Berlusconi? La Commissione si trova di fronte a una scelta molto delicata. Tanto più in questi giorni che precedono l’insediamento del nuovo presidente Giuseppe Vegas, politico del Pdl nonchè viceministro dell’Economia. Sembra escluso a questo punto che i commissari decidano di sanzionare il presidente del Consiglio. Una scelta clamorosa che sarebbe difficile da giustificare visto che il Cavaliere ha corretto le sue posizioni a poche ore dalla pubblicazione dell’articolo, di fatto sconfessando Minzolini. Il quale è rimasto con il cerino acceso in mano. E’ lui l’unico ad aver messo la firma sotto una serie di informazioni che si sono rivelate quantomeno inesatte ma con effetti concreti. E’ anche vero, d’altra parte, che lo stesso Minzolini ha ridimensionato l’episodio. Resta da vedere se la Consob si accontenterà delle sue spiegazioni oppure proporrà un qualche tipo di sanzione nei confronti del giornalista. Che nel frattempo, come noto, ha fatto carriera. E ha continuato a raccontare di Alitalia e delle gesta berlusconiane. Questa volta dalla poltrona di direttore del Tg1. v. malagutti fatto quotidiano

Emilio Fede, una fenomenologia

Sabato, 27 Novembre 2010

emilio-fede“Non mi ha difeso nessuno!”, ha commentato Emilio Fede, sconsolato, dopo aver incassato quattro pugni da Gian Germano Giuliani, quello dell’Amaro medicinale, martedì sera al ristorante La Risacca 6 (frequentato in passato anche da Marcello Dell’Utri). Ormai dalla Milano da bere siamo passati alla Milano del bunga-bunga, tra vecchi satrapi e giovani sgallettate, paparazzi e meteorine, ristoranti “alla moda” di mediocre cucina e feste in villa. Anche questa volta, la pietra dello scandalo è una ragazza: Ilenia, ex moglie di Giuliani, che Fede avrebbe incautamente presentato a Stefano Bettarini, ex calciatore ed ex di Simona Ventura. “In questo periodo provate a offrire un amaro Giuliani a Stefano Bettarini… Vedrete che non gradirà l’offerta”: così, qualche tempo fa, aveva alluso il settimanale “Chi” di Alfonso Signorini. Ora la storia dalle allusioni è passata agli schiaffoni: con Fede costretto a finire la serata all’ospedale e il suo avvocato, Nadia Alecci, pronta a chiedere un sostanzioso risarcimento. È stata Selvaggia Lucarelli, nel suo blog, a raccontare la storia dell’incontro tra la bella Ilenia e il prestante Bettarini, mediato da Fede (79 anni) che si è così attirato le ire dell’amaro Giuliani (72 anni). Fede smentisce: non ho presentato nessuno, sono stato aggredito senza motivo da uno squilibrato. E si riprende facendo al Tg4 un’imperdibile cronaca dell’assalto al Senato da parte degli studenti in lotta, “che bisognerebbe menarli”. Fede Emilio, già icona dell’Italia berlusconizzata, è ora diventato l’uomo simbolo dell’Italia del bunga-bunga. È indagato a Milano per il caso Ruby, ipotesi d’accusa favoreggiamento della prostituzione: secondo i pm Ilda Boccassini e Antonio Sangermano, insieme a Lele Mora è il fornitore di ragazze della Real Casa di Arcore. Secondo alcuni dei variopinti (e contraddittori) racconti di Ruby Rubacuori, fu proprio Emilio a scoprirla, a un concorso di bellezza in Calabria in cui era presidente della giuria, e a invitarla al Nord, nella Milano delle veline e della tv. Per questo i pugni di Giuliani gli hanno fatto ancor più male: ribadirebbero un poco simpatico ruolo di mezzano che Fede smentisce con assoluta fierezza, fino a indicare l’aggressore come il suo Tartaglia (ricordate il giovane in cura psichiatrica che tirò a Silvio Berlusconi un’appuntita miniatura del Duomo?). Ormai i suoi tg sono pezzi di grande cabaret. Eppure era un giornalista, Emilio Fede, un tempo. Cronista Rai, per otto anni inviato speciale in Africa, ha raccontato per la tv pubblica la decolonizzazione del continente e le prime guerre civili. La sua Africa terminò bruscamente: a causa di una malattia e di un brutto contenzioso sulle spese di viaggio. Quel cattivone di Oliviero Beha gli attacca addosso il titolo di “Sciupone l’Africano”. Niente di male: nel 1981 riesce ugualmente a diventare direttore del Tg1, dopo aver lavorato al mitico settimanale d’approfondimento Tv7. Da direttore, entra nella storia della televisione raccontando minuto per minuto, in diretta, la tragedia di Alfredino, il bambino caduto in un pozzo a Vermicino. Ma anche dal Tg1 dovrà andarsene piuttosto bruscamente, a causa del suo coinvolgimento nella storia delle bische clandestine, insieme a un ancora sconosciuto Flavio Briatore. I due la racconteranno come una ragazzata da “Amici miei”, o al massimo un vizietto di amanti del gioco d’azzardo. In realtà, erano dentro un business ben oliato, una truffa scientificamente organizzata, un copione degno della “Stangata”. Recitato per anni da un gruppo di malavitosi di rango, eredi del boss Francis Turatello. C’erano le carte truccate e (già allora) ragazze molto disponibili, usate per attirare e distrarre quelli che molto gentilmente erano chiamati “clienti”, ma erano in verità polli da spennare. Seguì retata, arresti, processi. Per Fede, un’assoluzione (per insufficienza di prove). A quei tempi, il coinvolgimento nello scandalo fu sufficiente a chiudergli i cancelli della Rai in faccia. Riparò a Rete A, il canale di Alberto Peruzzo, dove mise in piedi il telegiornale. Poi arrivò la chiamata: Silvio lo porta al Palazzo dei Cigni, a Segrate. Nel 1989 diventa direttore di Video News, poi di Studio Aperto. È il primo ad annunciare in diretta, su Canale 5, l’inizio della Guerra del Golfo, il 17 gennaio 1991. Il primo anche a dar conto della cattura dei due piloti italiani Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone. Poi passa a dirigere il Tg4 e dal 1992 racconta a suo modo l’Italia a milioni di casalinghe e pensionati.
Nel 1994 proclama in video la vittoria di Forza Italia con un’enfasi tale che gli vale l’inserimento imperituro nel film “Aprile” di Nanni Moretti. Non sempre gli è andata così bene: nel 2000 ha dovuto togliere a una a una le bandierine azzurre che aveva impiantato nella cartina d’Italia, sulle regioni assegnate secondo i primi risultati al centrodestra, ma poi conquistate invece dal centrosinistra. E nel 2006 si becca 450 euro di multe per violazione della par condicio. Non si scompone: fedele all’amico Silvio sempre. Ora però è alla sua prova più dura: sotto accusa per aver accompagnato ad Arcore le ragazze del bunga-bunga, preso a schiaffi al ristorante da un vecchio signore. “E non mi ha difeso nessuno!”. g. barbacetto fatto quotidiano

I panni sporchi di Cesa

Lunedì, 8 Novembre 2010

Le quote della società che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, i terreni di famiglia ad Arcinazzo e anche la Mercedes da 45 mila euro. Il giudice delle indagini preliminari di Roma, Rosalba Liso, ha decretato di sequestrare questi beni intestati al segretario dell’Udc Lorenzo Cesa nell’ambito di un’indagine per truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche per lo sviluppo della Calabria. L’inchiesta Poseidone Il decreto del Gip di Roma conferma l’ipotesi accusatoria formulata da Luigi De Magistris nel lontano 2006, una bella soddisfazione per l’ex pm. La storia merita di essere raccontata dall’inizio, a partire dai suoi protagonisti. La società ‘incriminata’ è la Digitaleco Srl nata per fabbricare dvd in un capannone a Piano Lago in provincia di Cosenza. Gli azionisti, ora indagati, formano un piccolo parlamentino. Ci sono Lorenzo Cesa, segretario dell’Udc con il pallino degli affari e i suoi due amici Fabio Schettini e Giovanbattista Papello. La famiglia Cesa possiede società di eventi come la Global Media (che incassa milioni di euro anche grazie alle commesse dell’Udc e di società pubbliche) e ha una quota nella I Borghi Srl, che gestisce l’Auditorium di via della Conciliazione, del Vaticano. Giovambattista Papello è un pezzo grosso di An, già responsabile del Commissariato per l’emergenza ambientale in Calabria e consigliere dell’Anas in quota An, oggi tesoriere della Fondazione del ministro Pdl Altero Matteoli. Il terzo socio è Fabio Schettini di Forza Italia, segretario dell’allora commissario all’Unione europea, Franco Frattini. I tre amici romani improvvisamente scelgono la Calabria per esercitare il loro bernoccolo imprenditoriale e ottengono un contributo di 1,5 milioni, incassato solo per 1 milione e 54 mila. Ottenuto il via libera al finanziamento, vendono tutto. Così, dopo un passaggio intermedio, la società finisce a un vero imprenditore del settore: Augusto Pelliccia. Il quale però compra a una condizione: l’arrivo dei fondi europei. Quando i Carabinieri lo vanno a sentire nel febbraio 2006, su delega di De Magistris, Pelliccia racconta: “Al momento di rilevare l’azienda rimasi notevolmente sorpreso nel constatare che la stessa aveva già superato il collaudo, in quanto si trovava ancora in fase di costruzione e completamento, tant’è vero, per esempio, era mancante del tetto e non aveva ancora l’allaccio alla rete fognaria.
Collaudi pilotati Addirittura, amministrativamente, risultava aver superato il collaudo un macchinario utilizzato per il confezionamento dei compact-disc nelle bustine di plastica, nonostante lo stesso risultasse ancora completamente imballato”. Pellicia è spietato anche con Cesa, che resta suo socio con una piccola quota di Global Media: “ritengo che il solo fine per cui il Papello con il Cesa – che ne era il responsabile attraverso la Global-media s.r.l. cioè il responsabile dei servizi, del marketing e degli eventi legati alla promozione dell’attività – avessero deciso di creare tale società fosse quello di accedere alle già menzionate sovvenzioni europee … per poter raggiungere questo risultato, nel progetto presentato formalmente dal Papello e da Schettini, la nascente società s’impegnava a raggiungere entro il giugno 2004 un cospicuo livello occupazionale, non inferiore alle 40 unità lavorative”. Nell’avviso di chiusura delle indagine contro Papello, Cesa, Schettini e compagni si legge che i soci devono restituire i soldi erogati perché sono accusati di: 1) “avere acquistato macchinari obsoleti e non efficienti”; 2) “avere fittiziamente assunto le unità lavorative da destinare allo stabilimento nel numero previsto dalla normativa contrattuale, in realtà mai impiegato presso detto stabilimento se non in misura assolutamente deficitaria, con impiego di forza lavoro pari al 22,5 per cento rispetto alle previsioni”; 3) “non avere mai attivato la produzione di Dvd risultando, in tale periodo, l’assenza di commesse”; 4) “non avere conseguito la certificazione ISO 14001; 5) “non avere conseguito alcuno degli obiettivi prefissati, nonostante l’erogazione di tre delle quattro rate del finanziamento, all’anno di regime”. La Procura di Roma così certifica la bontà di uno dei filoni dell’inchiesta Poseidone di De Magistris, bloccato prima dalla revoca del fascicolo da parte del capo della procura Mariano Lombardi (indagato anche per questo) poi dal trasferimento a Roma dell’indagine nel 2008 e poi ancora, da quello che risulta al Fatto Quotidiano dall’atteggiamento cauto del procuratore aggiunto Achille Toro. Una circostanza che, se confermata, sarebbe inquietante perché Toro, negli stessi giorni in cui (secondo le fonti del Fatto) fermava l’ex inchiesta di De Magistris su Cesa, dall’altro lato indagava sulle attività di De Magistris e del suo perito Genchi, ponendo le basi per la probabile richiesta di rinvio a giudizio contro l’ex pm e il suo collaboratore. Qualcosa non torna nei tempi di questa indagine: il fascicolo su Cesa arriva a Roma nel 2008 ma solo dopo l’addio di Toro, accusato di corruzione a Perugia per i suoi rapporti con la cricca dei Grandi eventi, riprende il volo. Il pm Maria Cristina Palaia, da quello che raccontano al Fatto Quotidiano alcuni investigatori, aveva preparato la richiesta di sequestro poco meno di un anno fa. La richiesta però rimase ferma perché il coordinatore del pool contro la pubblica amministrazione, Achille Toro, per mesi non ha concesso il suo visto. Toro a Il Fatto dice: “Non ricordo di avere mai visto questo fascicolo con indagato Lorenzo Cesa”. Resta inspiegabile il tempo impiegato dalla Procura di Roma per riformulare una richiesta di sequestro che era stata già formulata a Catanzaro. Un altro giallo che i pm di Perugia dovranno chiarire. m. lillo il Fatto quotidiano del 5 novembre 2010