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La femminilizzazione dell’Occidente (by de Benoist)

Sabato, 16 Aprile 2011

Sul Giornale di sabato scorso, il mio articolo sulla femminilizzazione della società (ripubblicato su questo sito con il titolo La femminilizzazione delle élite, n.d.r.) ha toccato un nervo scoperto. Lo testimonia l’appassionato dibattito che ne è seguito, con le critiche di Caterina Soffici e con i contributi, fini e pertinenti, ma anche complementari, di Claudio Risé, Domizia Carafòli, Sandro Bondi e Giordano Bruno Guerri. Sono sensibile alle loro osservazioni, che mostrano come essi abbiano colto l’importanza dell’argomento. Nel mio articolo, tentavo di mostrare che vari aspetti sociali, ma anche simbolici della femminilizzazione della società possono rientrare in una prospettiva ermeneutica (e per nulla “tradizionalista”), che aiuti a capire la realtà della nostraepoca. Scrivendo che, in una coppia, la “Legge” è rappresentata dal padre – cui dunque tocca tagliare il cordone ombelicale fra madre e figlio, consentendo a quest’ultimo di liberarsi dal narcisismo infantile per divenire adulto – non mi riferivo però ad autori “machisti”, ma allo psicoanalista Jacques Lacan, che nessuno ha mai accusato di volere chiudere le donne in un gineceo.Il femminismo di Caterina Soffici (Il Giornale, 21 settembre) non mi urta. Ma ci sono due tipi di femminismo: egualitario e identitario. Il primo pone l’emancipazione delle donne nel loro diventare “uomini come gli altri”. L’intercambiabilità dei ruoli maschile e femminile si traduce allora surrettiziamente in un allineamento al modello maschile. Il femminismo identitario pone invece l’emancipazione delle donne nella promozione del ruolo, dei valori e dell’immaginario simbolico femminili, mostrando che non sono inferiori in nulla al ruolo, ai valori e all’immaginario simbolico maschili. Infatti sono entrambi indispensabili tanto alla famiglia quanto alla società.Il femminismo identitario è ben rappresentato, per esempio, da Luce Irigaray (Speculum, Feltrinelli, 1975; Ethique de la différence sexuelle, 1984; Io. Tu. Noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri, 1992) e Irène Théry (La distinction de sexe, 2007). Il femminismo egualitario ha come alfiere Simone de Beauvoir, le cui tesi (“Donna non si nasce, si diventa”) hanno ispirato la sociologa Shere Hite, citata da Caterina Soffici. Annunciando che la femminilità non deve nulla alla natura, alla biologia o agli ormoni, quest’ultima riprende, nel suo campo, l’Illuminismo, che fa dell’individuo alla nascita una tabula rasa, teoria abortita in Unione Sovietica nella pseudobiologia di Trofim Lysenko.Ma quest’opinione è contraddetta da centinaia di lavori sperimentali pubblicati negli ultimi anni, che mostrano invece le basi organiche degli orientamenti e dei comportamenti sessuali, concludendo che anche l’organizzazione funzionale del cervello è sessuata (il che spiega perché i due sessi non siano egualmente colpiti dalle malattie fisiche e mentali, che autismo e dislessia siano più frequenti negli uomini e la depressione nelle donne, che prestazioni verbali e riconoscimento spaziale non siano gli stessi, che la stessa medicina non abbia sempre lo stesso effetto nei due sessi, che essi non reagiscono egualmente al dolore, ecc.).Caterina Soffici confonde il sesso, che è attributo delle persone, col genere, che è modalità dei rapporti sociali. E trascura una delle frasi-chiave del mio articolo: “Certo, dopo la dolorosa cultura stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ormai essa provoca l’eccesso opposto”. Vi esprimevo il mio rifiuto della cultura rigida tipica dell’ordine maschile, per esempio quello degli anni Trenta (o del borghese secolo XIX). Una società ordinata solo secondo valori maschili è tanto squilibrata, dunque inaccettabile, quanto una società ordinata solo secondo valori femminili.Qual è il fondo del problema? L’indifferenziazione crescente dei ruoli sociali maschili e femminili, che comporta oggi tanti problemi nella vita delle coppie e nelle relazioni fra sessi. L’indifferenziazione s’iscrive in un movimento di cui è portatrice la modernità, che tende a sopprimere le differenze, di qualsiasi natura, a vantaggio di un modello omogeneo. Tale omogeneità risponde in primo luogo alle esigenze del capitale, cui occorre trasformare l’esistenza quotidiana in un
immenso mercato, dove desideri e bisogni si somiglino vieppiù. La modernità non ha promosso l’eguaglianza come rispetto delle differenze, ma come similitudine, cioè come logica dello Stesso.A distinguere dalla famiglia animale la famiglia umana è il suo riferirsi a un sistema simbolico di parentela. Freud ha ricordato che la vita umana è impossibile senza mediazione d’un certo numero di regole. Da parte sua, Irène Théry mostra che, nella sua costruzione, l’individuo deve riferirsi a modelli e idealtipi maschili-femminili differenziati. La scomparsa della differenza produce narcisisti, infantili e insicuri di loro stessi (“creature ibride”, scrive Domizia Carafòli). Ciò contravviene alle aspirazioni degli uomini, per lo più attratti dalla femminilità, e delle donne, per lo più attratte dalla virilità. Il problema dunque non è la “perdita di virilità”, ma la “perdita di virilità” che procede di pari passo con la “perdita di femminilità”. Molto giustamente Sandro Bondi nota: “La femminilizzazione della nostra società s’accompagna a un altro processo di segno contrario, che conduce alla rinuncia della femminilità da parte delle donne”.La replica di Caterina Soffici si conclude sull’Islam. C’entra qualcosa? La condizione femminile è forse uguale in ogni Paese musulmano? Il disprezzo della donna è forse essenzialmente musulmano? Basta leggare i Padri della Chiesa, a cominciare da Tertulliano, per ricredersi. a. de benoist giornale 24.12.2008

La femmilizzazione del mondo (by De Benoist)

Martedì, 22 Marzo 2011

Dice il pediatra Aldo Naouri: «La società ha adottato integralmente, senza limiti e contro-poteri, valori femminili». Lo testimoniano il primato dell’economia sulla politica, dei consumi sulla produzione, della discussione sulla decisione; il declino dell’autorità rispetto al «dialogo», ma anche l’ansia di proteggere il bambino (sopravvalutandone la parola); la pubblicità dell’intimità e le confessioni da tv-verità; la moda dell’umanitario e della carità mediatica; l’accento costante su problemi sessuali, riproduttivi e sanitari; l’ossessione di apparire e piacere e della cura di sé (ma anche il ridurre il corteggiamento maschile a manipolazione e molestie); la femminilizzazione di certe professioni (insegnanti, magistrati, psicologi, operatori sociali); l’importanza dei lavori nella comunicazione e nei servizi, la diffusione di forme tondeggianti nell’industria, la sacralizzazione del matrimonio d’amore (un ossimoro); la voga dell’ideologia vittimista; la moltiplicazione dei consulenti familiari; lo sviluppo del mercato delle emozioni e della pietà; la nuova concezione della giustizia che la rende non più mezzo per giudicare equamente, ma per risarcire il dolore delle vittime (onde «elaborino il lutto» e «si rifacciano una vita»); la moda ecologica e delle «medicine alternative»; la generalizzazione dei valori del mercato; la deificazione della coppia e dei suoi problemi; il gusto per la «trasparenza» e per il «mischiarsi», senza dimenticare i telefonini come surrogato del cordone ombelicale; infine la globalizzazione stessa, che tende a instaurare un mondo di flussi e riflussi, senza frontiere né punti di riferimento stabili, un mondo liquido e amniotico (la logica del Mare è anche quella della Madre).Certo, dopo la dolorosa «cultura rigida» stile anni Trenta, non tutta la femminilizzazione è stata negativa. Ma ormai essa provoca l’eccesso opposto. Oltre a significare perdita di virilità, porta a cancellare simbolicamente il ruolo del Padre e a rendere i ruoli sociali maschili indistinti da quelli femminili. La generalizzazione del salariato e l’evoluzione della società industriale fanno sì che oggi agli uomini manchi il tempo per i figli. A poco a poco, il padre s’è ridotto al ruolo economico e amministrativo. Trasformato in «papà», si muta in semplice sostegno affettivo e sentimentale, fornitore di beni di consumo ed esecutore di volontà materne, mezzo assistente sociale e mezzo attendente che aiuta in cucina, cambia i pannolini e spinge il carrello della spesa.Ma il padre simboleggia la Legge, referente oggettivo al di sopra delle soggettività familiari. Mentre la madre esprime innanzitutto il mondo di affetti e bisogni, il padre ha il compito di tagliare il legame fra madre e figlio. Figura terza, che sottrae il figlio all’onnipotenza infantile e narcisistica, permettendone l’innesto socio-storico, ponendolo in un mondo e in una durata, assicura «la trasmissione dell’origine, del nome, dell’identità, dell’eredità culturale e del compito da svolgere» (Philippe Forget). Ponte tra sfera familiare privata e sfera pubblica, limite del desiderio davanti alla Legge, si rivela indispensabile per costruire il Sé. Ma oggi i padri tendono a divenire «madri qualsiasi». «Anche loro vogliono essere latori dell’Amore e non solo della Legge» (Eric Zemmour). Senza padre, però, il figlio stenta ad accedere al mondo simbolico. Cercando un benessere immediato che non si misuri con la Legge, trova con naturalezza un modo d’essere nella dipendenza dalla merce.Altra caratteristica della modernità tardiva è che la funzione maschile e quella femminile sono indistinte. I genitori sono soggetti fluttuanti, smarriti nella confusione dei ruoli e nell’interferenza dei punti di riferimento. I sessi sono complementar-antagonisti: s’attirano combattendosi. L’indifferenziazione sessuale, cercata nella speranza di pacificare i rapporti fra sessi, fa scomparire tali relazioni. Confondendo identità sessuali (ce ne sono due) e orientamenti sessuali (ce ne sono tanti), la rivendicazione d’eguaglianza fra genitori (che toglie al figlio i mezzi per dare un nome ai genitori e che nega importanza alla filiazione nella sua costruzione psichica) significa chiedere allo Stato di legiferare per convalidare i costumi, per legalizzare una pulsione o per garantire istituzionalmente il desiderio. Non è questo il suo ruolo.Paradossalmente, la privatizzazione della famiglia ha proceduto di pari passo con la sua invasione a opera dell’«apparato terapeutico» di tecnici ed esperti, consiglieri e psicologi. Col pretesto di razionalizzare la vita quotidiana, tale «colonizzazione del vissuto» ha rafforzato la medicalizzazione dell’esistenza, la deresponsabilizzazione dei genitori e le capacità di sorveglianza e controllo disciplinare dello Stato. In una società ritenuta sempre in debito verso gli individui, oscillante fra memoria e compassione, lo Stato-Provvidenza, dedito alla lacrimosa gestione delle miserie sociali tramite chierici sanitari e securitari, s’è mutato in Stato materno e maternalista, igienista, distributore di messaggi di «sostegno» a una società coltivata in serra.Ma tutto ciò è evidentemente l’esteriorità del fatto sociale, dietro il quale si dissimula la realtà di ineguaglianze salariali e donne picchiate. Radiata dal discorso pubblico, la durezza torna con tanta più forza dietro le quinte e la violenza sociale risalta sotto l’orizzonte dell’impero del Bene. La femminilizzazione delle élite e il posto preso dalla donna nel mondo del lavoro non l’hanno resa più affettuosa, tollerante, attenta all’altro, ma solo più ipocrita. La sfera del lavoro dipendente obbedisce più che mai alle sole leggi del mercato, il cui fine è il continuo lucro. Si sa, il capitalismo ha sempre incoraggiato le donne a lavorare: per ridurre i salari degli uomini.Ogni società tende a manifestare dinamiche psicologiche che s’osservano anche a livello personale. Alla fine del XIX secolo regnava spesso l’isteria, all’inizio del XX secolo la paranoia. Oggi, nei Paesi occidentali, la patologia più comune sembra essere un narcisismo diffuso, che si traduce nell’infantilizzare chi ne è colpito, in un’esistenza da immaturi, in un’ansia orientata alla depressione. Ogni individuo si crede oggetto e fine di tutto; la ricerca dello stesso prevale sul senso della differenza sessuale; il rapporto col tempo si limita all’immediato. Il narcisismo genera un fantasma d’auto-generazione, in un mondo senza ricordi né promesse, dove passato e futuro sono parimenti appiattiti su un perpetuo presente e dove ognuno si pensa come oggetto di desiderio e pretende di sfuggire alle conseguenze dei suoi atti. Società senza «padri», società senza «ripari»! a . de benoist centrostudilaruna.it