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Il rito massonico dell’elezione del Capo dello Stato

Domenica, 21 Aprile 2013

IL libero voto segreto dei parlamentari ha ricostituito in extremis l’unità rappresentativa della nazione con la rielezione di Giorgio Napolitano. Ma prima ci siamo giocati Franco Marini (intesa e condivisione) e ci siamo giocati Romano Prodi (rottura e divisione) a colpi di voto segreto. Il luogo politico dell’affaire è la lotteria massonica detta anche «elezione del presidente» secondo la Costituzione più bella del mondo (firmato: Roberto Benigni).

Lo strumento è il libero voto segreto di deputati e senatori, definiti cecchini o franco-tiratori sul modello della guerra tra Prussia e Francia degli anni 1870 e 1871. Ragioniamo. Adottiamo questo modo di fare ormai esotico, così lontano dai clic della mente retina, così inusuale: ragioniamo, argomentiamo, scaviamo nei concetti. Almeno un po’, senza boria, tanto meno boria del dotto. Sulla scorta del senso comune o del buon senso. Dunque.

Perché sia dannato come spergiuro e traditore un deputato o senatore, il quale aderisca formalmente a una decisione del suo gruppo parlamentare ma poi nell’urna voti in modo difforme, occorre che si diano delle condizioni tassative. Bersani, comprensibilmente adirato con gli altri e non con se stesso, la fa troppo facile.

La prima condizione è che quel voto in dissenso dato nell’ombra colpisca una decisione maturata nella libertà, argomentata razionalmente, presa in un contesto in cui esistevano alternative visibili, dunque una decisione democratica effettiva.

La seconda condizione è chiarire in modo esauriente a che cosa serva il voto segreto, protetto da un catafalco e da opportune tendine, e perché sia considerato irritale e di cattivo gusto sottrarsi alla regola del voto segreto magari fotografando la scheda con il telefonino o ricorrendo a mezzucci grafici, come per esempio la formulazione «R. Prodi» che sarebbe stata adottata da Vendola e dai suoi nel fatale quarto scrutinio di venerdì pomeriggio in cui Prodi cadde con grande fragore e dolore.

La mia tesi è che, prima condizione, le decisioni prese per acclamazione, come nelle tribù barbariche, e proposte nominativamente qualche ora prima del voto, sono una caricatura della democrazia politica, e corrispondono purtroppo al metodo di elezione del capo dello Stato che è proprio della nostra Costituzione, che non è la più bella del mondo, sul modello dell’adunata massonica.

La segretezza è il codice, il linguaggio preferito della procedura costituzionale di elezione del primo magistrato della Repubblica. Se fatti in pubblico, si dice che i nomi si bruciano. Nessuno mai si candida con un programma e con le sue idee e per realizzare un certo modello politico civile, tutti sono sempre portati, sostenuti, inventati da kingmaker che non sono corpi elettorali scelti dai cittadini ma forze potenti, ovvero oligarchie del sistema dei partiti (e anche estranee ad esso).

Il parlamentare è da sempre il terminale, che si vorrebbe inerte ma talvolta non lo è, di questa procedura decisamente antidemocratica. Tutto parte da una circostanza, la scadenza del mandato o le dimissioni del presidente in carica, e dalla fissazione di una data nella quale le Camere si riuniscono come seggio elettorale, il che significa che sono chiamate ad eleggere al buio, senza alcun potere di discussione parlamentare, o sulla scorta di indicazioni sghembe, traversali, presuntive, l’uomo fatale che sarà per sette lunghi anni l’inquilino del Quirinale.

Se è così, ribellarsi è giusto, come diceva il Grande Timoniere cinese. Si obietterà. Ma ribellati a viso aperto, perdinci, non essere ipocrita, non è una bella cosa mentire, dire che sì, si è d’accordo su un nome, e poi «impallinarlo» nel segreto dello scrutinio mettendo nei guai il tuo partito o la tua coalizione, per non parlare di un Paese smarrito.

Ma l’espressione importante è «nel segreto dello scrutinio», tutto il resto è retorica o questione etica che vale nei comportamenti privati o pubblici, in famiglia e nella professione, ma non nell’esercizio della sovranità politica democratica. Qui siamo in una istituzione repubblicana che si è voluta regolare, e su tali questioni avviene in tutto il mondo, con la procedura sacra del voto segreto.

E perché? Ora io affermo una cosa evidente ma accuratamente nascosta tra le righe dell’ipocrisia del potere. Il voto segreto serve proprio a consentire con il timbro della legalità lo svincolarsi del parlamentare da decisioni non democratiche, sebbene a quel modo acconciate tanto per far scena. Il voto segreto è garanzia che l’eletto sia prescelto da un’assemblea libera, che ha sempre il potere di rigettare, comunque si siano espresse, pressioni e trappole che imprigionano la volontà e obbligano in una certa direzione.

Il parlamentare rappresenta la nazione, dice la Costituzione, e in questo non sbaglia. Non è una pedina in mano ai gruppi dirigenti dei partiti e dei movimenti anche a 5 Stelle. E lo strumento che gli consente di rappresentare la nazione si chiama voto segreto. Dunque, i franco-tiratori sono gli eroi della libertà parlamentare e il voto segreto che li legittima e li giustifica è la garanzia che le decisioni siano prese in nome del popolo italiano, e non di Bersani o chi per lui.

Per Franco Marini mi dispiace, ma il quorum era troppo alto, la forza persuasiva di un’intesa tra il Pd e il Cav e Monti è logorata e non unifica due terzi dei rappresentanti della nazione. Per Romano Prodi non posso dire che mi dispiaccia, anche senza maramaldeggiare, ma anche lì vale lo stesso ragionamento.

Per Napolitano, la proposta era persuasiva, sapeva di democrazia politica efficiente e seria, ed è passata senza problemi anche a voto segreto. Sempre che si possa continuare a ragionare, direi, tra un tweet e l’altro, tra un golpe e una marcia da operetta, che non tutto è bene quel che finisce bene, ma provvisoriamente è finita bene. Grazie ai traditori. g. ferrara ilgiornale.it

Sul furto di informazione e pensiero unico (Ferrara e Freccero)

Lunedì, 30 Luglio 2012

C’è in Italia un “furto di informazione” sulla crisi economica, come denuncia un appello di intellettuali (tra cui Luciano Gallino e Guido Rossi) e come ha scritto Carlo Freccero sul Fatto Quotidiano? Giuliano Ferrara, direttore del Foglio, risponde di no, ma il tema del “pensiero unico” sulla crisi lo stuzzica.

Ferrara, hanno ragione Gallino e Freccero, c’è un “furto di informazione” sulla crisi?
Un conto è invocare il pluralismo delle fonti, ma l’appello alle autorità per un intervento di ripristino di una linea informativa ha qualcosa di orwelliano. Da Pci degli anni Cinquanta.

L’appello di Gallino e Rossi denuncia una resa intellettuale alle ragioni del mercato.
Ma non tengono conto del fatto che la Thatcher ha creato l’azionariato popolare, che Reagan ha inventato i fondi pensione. Che la gestione del risparmio e degli investimenti è diventata un carattere fondamentale dei mercati mondiali. Per loro esistono le forze del grande capitale finanziario in agguato. Non capiscono che nella composizione della finanza mondiale coesistono molte cose diverse, certo, le grandi banche e le multinazionali, ma anche il risparmio di società che si sono liberate dalla costrizione, scoprendo le libertà.

Siamo diventati tutti liberisti?
Il liberismo non è una connotazione ideologica, è la condizione effettiva del mondo contemporaneo. Il libero commercio ha trionfato sulla pianificazione, lo dice il principio di realtà. Loro sono fermi alla lotta di classe, sbagliano a pensare che sia dirimente.

Gallino ha scritto un best-seller sul fatto che la lotta di classe c’è ancora.
Non è che è stato eliminato il concetto, è stata eliminata la cosa in sé. Molti dei firmatari dell’appello ripropongono uno schema marxista-leninista (leninista lo metto solo per polemica), come fa Maurizio Landini con la Fiom. Ma non hanno un’esperienza di vero comunismo alle spalle. Fossero stati comunisti, leggerebbero Giuseppe Di Vittorio. Gli operai si sono sempre considerati parte del capitalismo. Per la cultura classista vera, il capitalismo è un rapporto sociale di produzione. Siamo tutti nella stessa barca.

Ma è d’accordo che c’è una certa uniformità nelle analisi sulla crisi economica?
Su questo, Gallino e gli altri dicono una cosa vera: è ridondante, ossessivo, l’appello valoriale sempre allo stesso quadro di idee. Anche noi al Foglio, dopo aver detto mille volte “viva Draghi, viva la Banca centrale europea, viva la finanza internazionale”, sentiamo il bisogno di sentire Guido Viale o Riccardo Realfonzo. La scomparsa delle idee e delle culture di opposizione sociale non è un bene per nessuno.

Come si spiega che un po’ tutti i giornali, dal Sole 24 Ore a Repubblica, abbiano le stesse analisi e gli stessi editoriali?
Se i figli di un dirigente comunista storico come Alfredo Reichlin hanno le idee che hanno, uno in sociologia politica, Pietro, e una in economia, Lucrezia, è perché tutte le persone che studiano veramente i problemi poi alla fine oggi si riconducono a una stessa cultura. Nessuno crede più alla possibilità di cambiare le cose in uno schema di pianificazione. Cito Reichlin in modo provocatorio, ma potrei indicare anche Giulio Napolitano, il giurista figlio del Capo dello Stato. La trasmissione generazionale è così: le persone si muovono dentro le coordinate del loro tempo.

Quindi il “pensiero unico” esiste.
Sono d’accordo con i firmatari dell’appello, quando dicono ‘attenzione che così il pensiero diventa unico’. Ma mi pare che poi non ci sia una prospettiva o un costrutto reale nelle tesi di un Gallino o un Viale. Se mi propongono un impauperimento progressivo del sistema internazionale, allora preferisco gli articoli dell’Economist che mi ricordano come la globalizzazione ha permesso a milioni di persone di mangiare qualcosa di più di una ciotola di riso. Anche se poi mi guardo intorno e noto che ci sono più automobili che mosche…

Non subirà mica il fascino delle teorie sulla decrescita?
Io mi sono fatto l’orto. Un po’ tutti sentiamo che una pedagogia civile implica escogitare valori a chilometro zero. Ma non bisogna che diventino idoli. Sono d’accordo che non serve il Tav per trasportare le uova tra Italia e Francia, ed è più semplice che ognuno mangi le proprie. Ma non per questo mi auguro il crollo delle multinazionali dell’agroalimentare che danno lavoro a tanta gente e producono ricchezza.

Si prova a cambiare il mondo con comportamenti individuali, ma non ci sono più teorie per provarci.
Sono d’accordo. Ma il problema non è che le grandi idee alternative vengono nascoste dai giornali, come sostiene Gallino. Semplicemente non esistono più.

Stefano Feltri per il “Fatto quotidiano

2 – CONTRO IL PENSIERO UNICO VIA I BAVAGLI ALLE NOTIZIE…
Carlo Freccero per il “Fatto quotidiano”

L’interesse dell’appello “Furto di informazione” pubblicato sul manifesto non sta tanto, come dice il Corriere della Sera di ieri , nell’ennesima contrapposizione tra neokeynesiani e neoliberisti, quanto nell’aver affrontato per la prima volta il problema a priori, fuori dal puro contesto economico. L’appello è firmato da economisti ma pone piuttosto un problema filosofico. Tra qualche anno il neoliberismo di oggi rischia di venir letto dagli storici come il paradosso di un’epoca che impiega tutte le sue risorse a distruggere il benessere economico guadagnato nel tempo.

Da piccolo avevo un libro di favole intitolato “Il tulipano screziato”. La storia raccontava la bolla speculativa del mercato dei tulipani nell’Olanda del ‘600. Un unico bulbo di tulipano poteva avere un immenso valore. La storia ha fatto giustizia dei tulipani e la farà delle nostre attuali convinzioni. Il marxismo (come teme Giuliano Ferrara) non c’entra niente. C’entra il pensiero critico e la capacità di prendere distanza dalle cose.

Il salasso per tutti
Qualche anno fa il neoliberismo veniva chiamato “pensiero unico”, definizione che evocava la possibilità di altri pensieri possibili. Oggi il neo-liberismo si chiama semplicemente “economia” e non importa se esistono teorici come Paul Krugman o Joseph Stiglitz che vedono le cose da un altro punto di vista. Stiamo vivendo una crisi. Dobbiamo inchinarci alle leggi economiche e accettare i sacrifici che ci vengono imposti come dolorosi ma necessari. Il neoliberismo non è più una tesi economica discutibile e relativamente recente, ma un dato di natura.

La crisi del 1929 è stata affrontata con politiche keynesiane ed è stata superata. La crisi attuale viene curata con politiche neoliberiste e non fa che peggiorare. È come se a un paziente disidratato venissero praticati salassi anziché fleboclisi: morirà. Ma per secoli il salasso è stata l’unica pratica medica accreditata per curare ogni tipo di malattia con esiti disastrosi. Oggi noi applichiamo alla crisi un’unica forma di terapia: tagli e sacrifici, convinti come i medici di un tempo, di non avere altre alternative a disposizione.

Anticasta, l’unica critica lecita
Si dirà: questi sono temi da affrontare tecnicamente in campo economico. Non a caso il nostro è un governo di “tecnici”. Viviamo in uno stato di eccezione in cui le necessità economiche prevalgono sulle istanze politiche. L’uomo comune può solo affidarsi a chi è più competente di lui come si affiderebbe a un medico in caso di malattia. La sua critica deve essere circoscritta agli abusi e agli sprechi che impediscono al mercato di funzionare e produrre ricchezza e benessere per tutti. Ma questo è già pensiero unico, rinuncia a ogni alternativa possibile.

Guardiamo la situazione italiana degli ultimi decenni. Avevamo un governo sedicente liberista in cui il liberismo era mitigato e spesso stravolto dal populismo. Un’opposizione che si dichiarava più liberista del governo ed evocava maggior rigore. Abbiamo oggi un governo tecnico sostenuto da entrambi gli schieramenti. E l’unica alternativa è costituita da una reazione contro la politica, che viene accusata (a ragione) di sperperi, nepotismo, privilegi.

Mentre per il governo la causa della crisi è il debito pubblico e l’azione dissennata dei governi precedenti, per i gruppi anticasta, la causa della crisi sta nella corruzione della politica che impedisce al mercato di funzionare. Formalmente contrapposte le due tesi aderiscono nella sostanza a un’unica tesi: questo è l’unico mondo possibile, possiamo migliorarlo ma non cambiarlo.

Gli italiani sembrano in preda a una forma di depressione che li porta a non reagire, mentre il loro mondo affonda e il benessere costruito dal dopoguerra viene sacrificato sull’altare della necessità economica. Cos’è che ha cambiato le nostre capacità di reazione, ha annullato il nostro spirito critico? La censura, la mancanza di informazione, i tagli alla scuola e alla ricerca.

Ci è stata instillata in questi anni la convinzione che la cultura non conta nulla, che il pensiero è inutile, che l’unico valore è il benessere economico. E la morte del pensiero critico non ha prodotto benessere, ma disastro e miseria. Per questo l’appello pubblicato dal manifesto sul “furto di informazione” riguarda, prima ancora delle politiche economiche il tema dell’informazione.

Una politica economica non è “naturale”, presuppone una scelta tra più alternative. E la scelta politica presuppone informazione. Per questo mi sono battuto per la sopravvivenza del servizio pubblico. Una pluralità di emittenti private non garantisce pluralismo informativo. La stessa cosa vale per le testate giornalistiche. Fino a oggi l’editoria ha richiesto ingenti capitali. E i magnati dell’editoria che possono sostenere certi costi, difficilmente saranno dalla parte dei ceti meno abbienti.

Il presente come sola possibilità
Ai tempi de “Il Capitale” di Karl Marx il proletariato aveva valore per il suo lavoro. Ai tempi de “La società dello spettacolo” di Guy Debord per la sua capacità di consumo. Oggi non ci resta che il voto, per questo l’economia globalizzata limita l’autonomia degli Stati. E per questo la politica vuole controllare l’informazione. Dobbiamo ricreare una libertà di informazione, studiare nuovi canali e possibili veicoli di informazione perché si rompa l’incantesimo che ci porta a considerare il presente come l’unica possibilità. Siamo realisti, chiediamo l’impossibile. via dagospia

Mr. Tod’s vuol fare le scarpe all’Italia (by Ferrara)

Domenica, 2 Ottobre 2011

Caro Della Valle, non mi scandalizza che lei compri delle pagine di giornale per censura­re il ceto politico. È uno sport nazionale. Direi che è un’abitudine un po’ abusata e una punta vizio­sa. La politica è messa all’angolo in vari modi,e in par­t­e se lo merita perché non trova il modo di reagire co­me si deve. Molti cercano di liberarsi della loro appar­tenenza castale facendo roventi polemiche contro la casta. Approfittano della situazione, come si dice. Succede a giornalisti, magistrati, banchieri, diploma­tici, alti funzionari, qualche prete di quelli mondani e solidali, e naturalmente tocca anche agli imprendi­tori. Lei è ricco di suo.Ha carattere e radici nell’umile Italia appenninica. Le scarpe che lei produce sono una bonanza per il nostro export e una diramazione di successo internazionale del marchio italiano. Lei è anche un finanziere intrusivo, che non la manda a dire, e le sue ambizioni sono notevoli. Vuole cose di un certo peso: le Generali, Mediobanca, il Corriere , la Confindustria, magari l’Italia, non si accontenta della Fiorentina, è tentato dalla politica. Legittimo. Perfino utile, a certe condizioni. Molti oggi le diranno, perché lei picchia per primo per picchiare due volte (ma non tutti le faranno da sparring partner), che uno scarparo deve fare il suo mestiere.Io no. Penso che chi fa scarpe, chi fa banca, chi fa acciaio e freni, chi è nel ciclo della chimica, tutti devono prima di tutto fare il loro mestiere, ovvio. Ma se c’è una le­zione degli ultimi vent’anni è che quando crolla un sistema politi­co e istituzionale, quello dei vec­chi partiti, nella società nascono tentazioni virtuose, movimenti di forza e trascinamento inauditi, tutto diventa possibile. Ha pre­sente Berlusconi? Tutto questo è bene,finché l’anomalia di una po­litica che non sa più parlare altro che una lingua di legno persista. Ma a certe condizioni, come ho già detto. Fare l’anticasta va bene, è una ginnastica redditizia, tiene in for­ma oltretutto.Ma c’è poi la verità delle cose, che gli italiani cono­scono e nessuna inserzione pub­blicitaria può occultare. Da vent’anni in questo Paese,che ha conosciuto mezzo secolo di regi­me bloccato, nel bene e nel male, si alternano due governi diversi, la principale conquista di quel saggio matto che è Berlusconi. Di­cono tutti di voler fare la stessa co­sa. Riforme serie per la concorren­za, per le libertà economiche, per la riduzione del debito e dell’inva­denza delle ideologie regolatrici, stataliste e fiscali, su un tessuto produttivo e del lavoro ingessati da vecchie incrostazioni corpora­tive. Berlusconi è più credibile, nonostante errori madornali, dei suoi avversari, che sbagliano me­no perché fanno poco o niente, il loro è spesso un chiacchiericcio vano, che non buca, non arriva.Le domando. Chi è che impedi­sce di sbloccare, liberare la patria ingrata? Ministri mafiosi, politici ladri, gli eletti del privilegio, i con­flitti di interesse? Spero che lei non creda alle favole, e non voglia intraprendere la carriera del can­tastorie. Quelli che sanno, e che hanno il coraggio di dire ciò che pensano, hanno stilato un referto definitivo. Parlo dei liberali veri, economisti e analisti politici co­me Giavazzi, Alesina, Panebian­co, Ostellino e altri. Parlo di un Marchionne, che ha tanti difetti ma si è mosso e si è reso indipen­dente dai fattori di blocco.Dico­no, all’unisono, che i sindacati classisti, le burocrazie confindu­striali, le burocrazie togate che fanno della giustizia un casino fa­zioso, un pezzo della politica ben distribuito a destra e a sinistra, e molti complici di sistema della co­alizione conservatrice, impedi­scono che le migliori intenzioni si realizzino, impongono ritardi fa­tali, rischi continui, automatismi viziosi. Siamo arrivati al punto che la Camusso e la Marcegaglia sembrano figurine interscambia­bili, la grinta classista e corporati­va è la stessa, a Capri si lotta come una volta alle Reggiane, solo che una vuole le pensioni a 58 anni, l’altra a 68. Una bella differenza, non crede?E significativa per far capire l’inganno in cui l’ipocrisia ci trascina tutti. Da Casette d’Ete, il suo borgo natio, l’Italia si vede. Non è affat­to un Paese distrutto. La fola decli­nista è per i più piccoli e inesperti. Se uno riesca a superare in corsa i posti di blocco del sistema, come a lei è successo anche spericolata­mente, i risultati si vedono, quat­trini, lavoro, competitività, indu­striosità, distribuzione equa del­la ricchezza diventano varianti possibili del panorama italiano.Se lei desidera mettersi un po’ in mostra nella campagna generica e inconcludente contro la casta, la via dell’inserzione sui giornali è quella giusta. E non porta da nes­suna parte. Se vuole dare una ma­no a sé stesso e­al Paese che ha fat­to della moda e delle scarpe un mi­to mondiale, tenendo d’occhio anche la storia e la natura degli ita­liani, rifletta su questi vent’anni, cerchi di capire dove stanno i gua­sti e i furbissimi rovesciatori di frittata, intercetti almeno un pez­zo della verità, e si dia da fare con le idee giuste. Le sparate fanno bordello, ma non risolvono i pro­blemi. Nemmeno il suo proble­ma. g. ferrara ilgiornale

Bisignani, solo un lobbysta o un nuovo Gelli?

Venerdì, 17 Giugno 2011

Faccendiere è lo spregiativo per lobbista, che già di per sé non suona onorevole in un clima di ipocrisia perbenista. Sta di fatto che il potere italiano, per funzionare, sta da sempre con un piede nelle regole e con un piede fuori. E la società italiana, sempre per poter funzionare, fa lo stesso. Luigi Bisignani è da molti anni un lobbista di rango. Ha una robusta rete di relazioni in ogni ambiente sociale e politico e imprenditoriale.Combina rapporti d’affari, maneggia le informazioni economiche e politiche riservate, è un esperto conoscitore delle burocrazie e del management pubblico, briga per le nomine dei potenti di stato, garantisce tutti con la sua riservatezza (o almeno garantiva un tempo i suoi interlocutori con quell’azione sottotraccia che è la specifica competenza di chi fa il suo mestieraccio).Sono legioni quelli come lui, Prodi ha i suoi informatori riservati, i suoi amici di banchieri e di manager pubblici, i suoi ometti per la politica estera, e per mille relazioni speciali sottopelle, e così li hanno i D’Alema e i Casini e i Fini e i Bersani e tutti gli altri politici di peso, per non parlare degli imprenditori.Qualcosina di simile succede anche in Europa, nelle democrazie nordiche, in America. Qualche volta quel tipo di lobbista molto avventuroso e trasversale che è Bisignani ha lavorato per facilitare i contatti e la conoscenza di causa (riservata) di alcuni di loro, i puri di cuore.L’accusa di associazione per delinquere elevata contro di lui da un Henry John Woodcock, la solita P seguita da un numero progressivo, è caduta alla prima verifica di un giudice terzo, è rimasto il “favoreggiamento personale” che lo ha portato, evidente esagerazione, ai domiciliari. Bisignani ha asserito di aver informato alcuni suoi amici politici, tra i quali Gianni Letta, di intrighi giudiziari a carico loro e di loro colleghi, tra questi il nostro Denis Verdini.Siccome ho cercato di capire come stanno le cose nel caso di Letta e Verdini, quello relativo agli appalti post terremoto, posso dire che, se sia stato compiuto, il reato consiste nell’avvisare una persona corretta come Letta che magistrati disinvolti stanno cercando di incastrarlo nel quadro del solito attacco mediatico-giudiziario a un politico influente del giro di Berlusconi, oltre che a un vecchio protagonista del potere romano dalla Prima Repubblica ad oggi, ciò che in effetti è avvenuto.Mi pare un comportamento benemerito, nell’Italia di oggi, così com’è. E se lo condannassero per favoreggiamento personale (ma il processo è il fango sui giornali, quello giudiziario finisce quasi sempre in burla), a Bisignani porterò le arance. Il lobbista arrestato era nelle liste della P2 prima di avere compiuto trent’anni, il che non è segno di abominio sebbene denoti una certa disinvoltura, che a quel bel tipo spiccio, intelligente, veloce, non è d’altra parte mai mancata.Fu un mio eroe quando in televisione negò spavaldamente davanti a un furbo procuratore in crociata, Antonio Di Pietro, di aver fatto quello che poi fu condannato in giudizio per aver fatto, la messa in sicurezza nelle casse del Vaticano di una parte della tangente Enimont destinata ai partiti politici di governo.Ai miei occhi il sostituto procuratore e futuro capo partito che lo interrogava stava scassando con mezzi abnormi una vecchia democrazia marcita che doveva essere rinnovata nella e dalla politica, non da una campagna forcaiola, tendenziosa, a senso unico; e il suo imputato era uno dei tanti brasseur d’affaires o power broker che nel sottobosco delle istituzioni e dell’economia italiana (da Agnelli a Gardini) si erano resi utili al funzionamento materiale di un paese semilegale, e ora con la sua impudenza difendeva una certa dignità del suo lavoro (dicono gli americani: è un lavoro sporco, a dirty job, ma qualcuno dovrà pur farlo).Avevo conosciuto Bisignani una decina d’anni prima di quello spettacolo processuale fantastico, che fu poi replicato con la stessa spavalderia da un altro mio vecchio amico, Primo Greganti, il compagno G. Lavorava all’Ansa e Lino Jannuzzi mi diede il suo numero di telefono per avere informazioni politiche riservate, da raccontare ai lettori di un giornale radical-socialista di breve vita che si chiamava Reporter, dove feci come notista politico una parte del mio praticantato giornalistico, e allora le informazioni riservate non erano reato. Fu abbastanza utile, e qualche tempo dopo presentai volentieri un suo libro al teatro Eliseo con Giulio Andreotti.Era un libro di spionaggio, un romanzo, gradevole ma niente di speciale. Non definii Bisignani “il Ken Follet italiano”, come ha scritto Alberto Statera ieri su Repubblica, quella dizione era la fascetta editoriale del libro, non una mia banalità. Dice Statera che Bisignani mi avrebbe introdotto in Vaticano, come una tangente qualsiasi, per darmi arie da ateo devoto, ma anche questo è falso: ho più entrature nei bordelli di Macao che nella Santa Sede, e le mie guerre culturali me le sono sempre fatte in proprio e con pochi amici.Comunque le amicizie o le frequentazioni amichevoli, per natura disinteressate, non si rinnegano nella grazia e nella disgrazia. Il lobbista che lavora sui gruppi di interesse non è un modello etico, ma censurarlo con argomenti virtuisti su un giornale edito da un rispettabile raider con la residenza in Svizzera mi sembra il colmo.Quel che impressiona i moralisti veri, che guardano le cose con malinconico attaccamento alla loro infinitamente triste verità, è che i giullari del perbenismo, gli uomini che si dicono liberi e inconcussi, integerrimi datori di lezioni, non hanno alcun interesse a correggere questo andazzo.Diffidano delle libertà politiche e di mercato che sono la cura, insieme con un vero stato di diritto, dei mali che denunciano. Osannano il carisma rigeneratore di una casta giudiziaria che li tutela finché può e prende parte alla lotta politica negando la giustizia. Si fingono un mondo ideale inesistente e così impediscono al mondo reale di esprimere la sua vera eticità, che è sempre ambivalente, precaria, reversibile, storta, ma ha la sua radice nel demone personale di ciascuno e nelle scelte pubbliche e politiche di tutti, non nella morale delle lobby pro tempore vincenti. g. ferrara foglio 

BSIGNANI. IL NUOVO GELLI? Che odore stantio di deja vu. Sembra di tornare indietro di quasi un terzo di secolo spizzicando le nuove gesta di Gigi Bisignani, il furetto scattante che allora reclutava per conto di Licio Gelli e oggi ha federato tutte le “P” massonico-affaristiche della seconda Repubblica. Ultima conosciuta, per ora, la P4. Ma non è detto che la tabellina sia esaurita. Nulla si crea e nulla si distrugge quando si tratta di potere e di denaro, l´incrocio magico del malaffare oggi soltanto più esplicitamente condito di sesso, ai tempi del bunga bunga.Tanto che il metodo Bisignani-Letta è in fondo null´altro che il clone del metodo Gelli-Andreotti adattato al terzo millennio. E´ come se l´Andreotti per decenni collezionista di ministeri si fosse reincarnato nel Gianni Letta cerimoniere dei riti del potere delegato dal berlusconismo e il materassaio di Arezzo Licio Gelli in Gigi Bisignani. Mazziere di carriere, nomine, promozioni, incroci di ambizioni e di affari.”Cari miei – sussurrava Andreotti con la vocina che ancora usa quando è convinto di dispensare una delle sua pillole di saggezza – i ministri passano, ma i dirigenti restano”. Restano i magistrati, restano i manager, restano i colonnelli e i generali dell´esercito, ma soprattutto della Guardia di Finanza e dei Servizi segreti, restano i capi della polizia, i capi delle imprese pubbliche, gli imprenditori sempre a caccia di appalti e di favori. E questa è l´acqua in cui nel quindicennio berlusconiano ha nuotato poco sotto il pelo la coppia Bisignani-Letta con una corte di beneficiati sempre pronti alla bisogna.A fornire notizie segrete, bloccare quelle sgradite, compilare dossier, aggiustare processi, programmare carriere, imbastire appalti furbastri per grassare centinaia di milioni alle casse dello Stato.Prendete Angelo Balducci, grande fiduciario della cricca degli appalti. Quando nel gennaio 2010 questo giornale pubblicò un articolo dal titolo “Protezione Civile Spa”, anticipando la sostanza dello scandalo che sarebbe esploso nei mesi successivi e il ruolo di Guido Bertolaso, fu preso dal terrore.E chi chiamò subito, come risulta dalle carte processuali, al centralino di palazzo Chigi? Il “Bisi”, che, sniffata l´aria, si fece rincorrere un po´, ma poi operò per sopire, placare, capire le dimensioni dell´inchiesta, cercare di bloccare le notizie sui giornali e i libri usciti e che stavano per uscire.Si chiama Alfonso Papa l´ex magistrato napoletano di cui è stato chiesto l´arresto, reclutato in cambio di un posto in Parlamento per spifferare le mosse della magistratura partenopea sulle gesta del coordinatore locale berlusconiano Nicola Cosentino e sulle tante altre inchieste lì incardinate. Non è naturalmente il solo della paranza, che per anni ha fatto affidamento, tra gli altri, anche sul procuratore aggiunto di Roma Achille Toro e su suo figlio Camillo.A chi non è più giovanissimo non può non ritornare in mente Claudio Vitalone, il magistrato “di riferimento” del duo di allora Gelli-Andreotti, anche lui infine portato in Parlamento dalla diccì per i servigi resi. Del resto, il controllo dei magistrati, che non sono poi tutti “rossi” come mente Berlusconi dal momento che lui ne ha molte decine al suo servizio, fu materia di scontro all´epoca della P2, quando Gelli espulse dalla loggia Giancarlo Elia Valori che cercava di organizzare una sorta di sotto-lobby di cosiddetti pretori d´assalto, tra cui quelli che indagavano sullo scandalo dei petroli.Semplici poliziotti, finanzieri, sottufficiali dei carabinieri, come Enrico La Monica, che i magistrati napoletani vorrebbero arrestare ma è latitante in Africa: il duo Bisi-Eminenza Azzurrina, come hanno soprannominato Letta per l´affettazione dei modi, non si formalizza. Dall´appuntato al generale in comando tutto fa brodo per carpire materiale prezioso per il potere e gli affari.Sulle nomine e le promozioni, Bisi ha le mani d´oro, molto più del materassaio di Arezzo, non foss´altro che per il profilo meno pecoreccio. Magari con qualche caduta, come quella che lo ha visto portare alla direzione generale della Rai il povero Mauro Masi, al cui solo nome il suo antico predecessore Ettore Bernabei pare si cali le mani sul volto per manifestare la sua vegliarda disperazione. Ma quando addenta un osso come l´Eni per Paolo Scaroni, Bisi lo contorna con un´aiuola di omini e donnine suoi: attaché, segretarie, addetti alla sicurezza, commessi.Possono sempre tornare utili se il beneficiato reclamasse troppa autonomia. Molti non possono neanche tentare. Per esempio, quel Mazzei portato per mano alla presidenza del Poligrafico dello Stato perché deve dare commesse all´Ilte, la società tipografica di cui Bisi si dichiara manager. A proposito di carta stampata, la Rizzoli non manca mai. Quando la banda Gelli-Tassan Din ne prese di fatto il controllo con Eugenio Cefis e il Vaticano, sottraendolo ad Angelo Rizzoli, Umberto Ortolani, piduista di stampo sudamericano, riceveva nel suo ufficio di via Condotti a Roma, a pochi passi dalla scalinata di Trinità dei Monti, i candidati alla direzione del “Mondo”, storica testata di Mario Pannunzio, da lui selezionati con Gelli, cui offriva il caffè in tazzine simil-oro.Oggi quel giornale è in vendita, insieme ad altri periodici della Rizzoli. Indovinate chi è pronto all´acquisto? Proprio quel Vittorio Farina titolare dell´Ilte, di cui Bisi è pars magna, anche se più negli affari immobiliari che in quelli editoriali, da quando ha allentato i rapporti con Daniela Santanché a favore del direttore del “Giornale” di casa con il quale la pasionaria di sera sferruzza maglie per i nipotini, secondo il quadretto fornito dallo stesso Sallusti.Se poi vogliamo parlare di immobili, entriamo proprio nel core business del Gelli-andreottismo e del Bisi-lettismo dei nipotini. Ricordate Gaetano Caltagirone, il palazzinaro che chiedeva al sottosegretario di Andreotti, Evangelisti, “´A ‘Fra, che te serve? “. Gaetano era al servizio, come tutti i palazzinari romani. Oggi ci sono gli immobiliaristi e i grattacielari milanesi che non sfuggono alle attenzioni della coppia che del “sottogoverno” ai tempi della prima Repubblica ha fatto la nuova scienza del “sottoberlusconismo”, ormai un´era geologica.Più che per la fede, gli interessi del Gentiluomo di Sua Santità Letta e del suo boss-vice (?) si saldano sull´immenso patrimonio immobiliare di Propaganda Fide (la P di P2, del resto, stava proprio per Propaganda), che il buon pastore di Napoli Crescenzio Sepe ha trattato come una casetta lascito di famiglia, per favorire gli amici e gli amici degli amici della coppia di palazzo Chigi e del suo dante causa. Piccoli cenni per descrivere il mondo e il metodo Bisi-Letta. Ma, se a qualcuno interessa, c´è materia per l´Enciclopedia Britannica.Alberto Statera per “la Repubblica

Liberi servi e la mossa

Mercoledì, 8 Giugno 2011

«Muoversi, cambiare tutto». È la parola d’ordine su cui insiste Il Foglio, promotore della libera adunata dei servi del Cav. in programma stamani in un cinema romano. E di rincalzo gli altri supporters invocano dal premier un colpo di reni, una trovata geniale, una mossa azzeccata manco fosse Ninì Tirabusciò. Peccato, però, che a gettare acqua gelata sugli entusiasmi e sulle speranze degli aficionados sia giunto, proprio alla vigilia, l’ennesimo vertice di Arcore più inconcludente che mai. Unico punto di incontro, tirare avanti il più possibile, vivacchiando alla giornata. La riforma fiscale? Boh, chissà, forse quando “ci saranno le condizioni”. Ministeri al nord? Macchè, al massimo un paio di uffici di rappresentanza, tanto pagano i contribuenti. Prospettive di governo? Se ne riparlerà in un prossimo vertice, magari per studiare se anticipare le elezioni al 2012 prima che gli effetti della manovra finanziaria incombente provochino disastri sull’elettorato. Insomma, il nulla impastato col niente. E ben si capisce il nervosismo di Bossi, alle prese con una base leghista sempre più delusa e riottosa, alla vigilia dell’appuntamento di Pontida in cui rischia di presentarsi a mani vuote. E si capisce pure, in qualche modo la frustrazione di un Berlusconi che – potendo – la scossa la darebbe davvero. Ma nonostante tutto il suo talento di showman il premier non sa da dove cominciare, a meno di non rinnegare se stesso e il suo governo. Il problema, cari servi liberi e forti del Cav., è che per i miracoli bisogna rivolgersi direttamente allo Spirito Santo. Il quale non si è ancora stabilito a Macherio. m. del bosco il riformista

Berlusconi, molla? (by Ferrara)

Domenica, 10 Aprile 2011

Ognuno ha i sogni che si merita. Io ho sognato Berlusconi. Aveva riunito i suoi, che litigano come facevano le lavandaie d’inizio secolo. Litigano a gran voce, in parlamento, alla televisione, nei corridoi del palazzo, concedendo interviste a raffica a giornali amici e nemici, gridando qualunque cosa venga loro in mente, basta che sia insidiosa, distruttiva, basta che metta in luce la nevrosi collettiva del Popolo della libertà e una inaudita licenziosità politica. «Cari amici – diceva Il Cav. nel mio sogno dell’altra notte – consentitemi una fraterna messa in guardia: se continua così, con la stessa rapidità con cui sono sceso in campo me ne torno in tribuna a godermi lo spettacolo. Ho buoni avvocati, e fuori dalla politica, dove sono stato un elemento di disturbo insopportabile per tanti anni, e ancora adesso, diventerei una preda meno ambita dai rapaci delle procure combattenti e delle opposizioni al loro laccio. Me la cavo, state certi. E se proprio fosse necessario, un patteggiamento per levarsi di torno la malagiustizia alla fine non si nega a nessuno, come un sigaro o un’onorificenza di cavaliere al merito. Le mie paure per le scorciatoie giudiziarie sono solo indirettamente personali, in primo piano sta la libertà politica e civile, che viene negata in radice da questa specie di Stato di polizia in cui i magistrati fanno comizi in piazza, le loro avanguardie si sono massicciamente presentate in politica fa¬cendosi eleggere in parlamento e fondando partiti dopo avere distrutto quel che c’era prima, con il suo male e con il suo bene. Un ap¬parato di giustizia che lavora su pretesti di reato, invece che su fattispecie concrete, e dispone spionaggio, pedinamento, intercettazioni allo scopo di sputtanare l’Arcinemico dando in pasto all’opinione pubblica il suo privato, per di più deformato in maniera grottesca nel circo mediatico-giudiziario, tra gli applausi ipocriti degli acrobati del neopuritanesimo, non poteva che indebolirmi, almeno un po’. Ma non vi illudete: la mia relativa debolezza, il fatto che io sia costretto a difendermi mentre avanzano crisi a ripetizione nello scenario mediterraneo, mentre premono mille cose da fare per il rilancio dell’economia e per le riforme, non è un fattore di forza per le vostre ambizioni, personali e di gruppo. Lo champagne che qualcuno di voi stapperebbe dopo il 25 luglio avrebbe un retrogusto amaro, e in breve tempo vi ritrovereste assetati e affamati, con i vostri progetti e la vostra dignità politica a disposizione della Repubblica delle procure e dei suoi speaker politici. «Non ho fondato una caserma. Mi piace perfino il caos creativo, il peso irriducibile della personalità in politica, sopporto cristianamente e allegramente le idiosincrasie, esercito l’ironia e l’autoironia per debellare il linguaggio politico pesante e protocollare che è il vero inganno ai danni dei cittadini, e nessuno mi può insegnare l’arte del comando e anche il suo risvolto, una tolleranza ai limiti dell’anarchia liberale, della stessa licenza. Siamo un non-partito, un popolo, e questo di noi piace agli italiani. Quindi capisco tutto il bailamme che caratterizza la nostra creatura politica, e anche l’energia frammentaria e vario¬pinta che connota la maggioranza parlamentare e lo stesso governo. Ma ogni limite ha la sua pazienza, come diceva Totò. «Di tanto in tanto dovreste ricordarvi il sale di questa nostra av¬ventura: iniettare dosi massicce di libertà in un paese che era bloccato, che non conosceva l’alternanza di forze diverse al governo dello Stato, un paese in cui piano piano alla dittatura morbida delle ideologie nazional-popolari in declino si andava sostituendo quella, ancora più tignosa e illiberale, delle burocrazie giudiziarie d’assalto e di poteri economici senza inventiva e senza capitali ma con molte immodeste ambi¬zioni di dominio. Un progetto nobile e pericoloso, per il quale si è chiamati a pagare dei prezzi, non solo a riscuotere gli onori della carriera politica. Tra essere liberi e farsi del male per stupidità, tra la libertà responsabile e un’indisciplina irresponsabile e autolesionista, c’è tutta la differenza tra una politica e un Pdl ricchi di autentici e sani conflitti e un sistema-partito che si disintegra a forza di chiacchiere». Così parlò il Berlusconi-Zarathustra nel mio sogno notturno. Nel quale, fluttuando amabilmente tra le insidie dell’inconscio, si era insinuato un elemento di sano realismo. Giuliano Ferrara per Il Giornale

Ferrara, se questo è un genio

Giovedì, 24 Marzo 2011

giuliano ferraraE’ ufficiale: ogni volta che appare in televisione, un milione di italiani afferrano il telecomando e cambiano subito canale, per tornare su Raiuno appena lui se n’è andato. Nonostante questo, qui di seguito “l’Espresso’ sfida le severe leggi dell’audience proponendo un altro Giuliano Ferrara show: una breve ma succosa antologia del suo alto pensiero politico – tutti dicono che è intelligentissimo – attraverso una selezione di sue dichiarazioni. L’eroico Ratzi «Avanzare i diritti di Dio nella vita pubblica è un messaggio di gigantesco coraggio da parte di Benedetto XVI». Due carati così «Insomma, se non posso uccidere per ragioni di principio io, illuminista a quaranta carati, dovrò pure interrogarmi con qualche coerenza etica e logica sull’aborto e sull’indifferenza verso le forme di vita embrionale che caratterizzano la cultura della liberta procreativa, e magari anche sull’eutanasia. O no?» Scusi, ha da accendere?
«Noi stiamo facendo di tutto per consumare come un cerino il senso stesso della famiglia».Forse non lo sai ma pure questo è amore «In realtà l’amore civile è un modello culturale prescrittivo, che vuole rubare la famiglia e l’antropologia cristiana e laica del matrimonio antico e moderno sotto il falso mantello dei diritti». Crocifisso da guardia «Noi siamo il paese delle libertà e della laicità cristiana. E’ anche il crocifisso che fa la guardia a queste libertà». Abrogazione gay «Ma il matrimonio omosessuale, nelle sue diverse forme e nei suoi diversi stadi, realizza anche di più: abroga un’idea di società e di giustizia che per alcuni valeva la pena o vale la pena di una difesa». No, per favore, no! «Penso che pubblicherò anche la fotografia dei miei testicoli». Imposta nazionale sugli embrioni
«Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario».E anche modesto
«Mi ritengo un uomo leale, intelligente, spiritoso, malizioso e piuttosto belloccio». L’outlet delle mestruazioni
«L’abrogazione mediante pillola del ciclo mestruale ?‹ parte di un pacchetto della contemporaneit?€? offerto in saldo commerciale alle donne in nome del primato universale del corpo desacralizzato». Mamma mia come sono intelligente «Il relativismo è una forma di dogmatismo laico, perché affermare che non esiste una verità assoluta equivale ad affermare una verità assoluta. Seconda Repubblica o quarto Reich? «Sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola». Hic sunt leones «Se diventasse ovvio, scontato, di buon senso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata rupe Tarpea». Vedo, prevedo, stravedo «Noi vediamo nel seno delle gestanti quel che non vedevamo prima, che non esistono feti ma bambini». Per non parlare del bacio con la lingua «Il preservativo è il viatico dell’aborto». Sono l’ispettore Ferrara, della omicidi
«Le interruzioni di gravidanza sono un omicidio perfetto. Punto». Giulià il Chimico «Siamo tornati a immettere il veleno nel corpo delle donne per abortire: cos’altro è la Ru 486 se non il prezzemolo moderno?». Ad amarlo, invece, si guadagnano 3000 euro a puntata «A odiare Berlusconi che cosa ci si guadagna, a parte il fremito e il parossismo che ogni odio gratuito comporta? Niente». a. capriccioli espresso

Azionismo? non grazie (by Introvigne)

Lunedì, 14 Febbraio 2011

Rispondendo alle critiche rivolte da Giuliano Ferrara alla manifestazione antiberlusconiana di Milano, Ezio Mauro sul quotidiano da lui diretto, la Repubblica, rivendica l’ideologia del Partito d’Azione. L’azionismo, ammette Mauro, fu un fallimento politico – perché le sue idee rimasero quelle d’intellettuali ultraminoritari, incapaci di raccogliere un consenso elettorale significativo -, ma un grande successo culturale, giacché le tesi del Partito d’Azione furono a lungo egemoni in molti grandi giornali e crearono addirittura nuovi quotidiani, la Repubblica compresa. Oggi l’azionismo sarebbe, secondo lo stesso quotidiano, nello stesso tempo «un fantasma» agitato maliziosamente da Ferrara sul piano politico – perché la sua ricostituzione in partito è improponibile – e il vero antidoto morale al berlusconismo sul piano culturale. Il Partito d’Azione, riprendendo il nome di una formazione repubblicana creata da Giuseppe Mazzini (1805-1872) nel 1853, nasce nel 1942 tra seguaci di Piero Gobetti (1901-1926), come sviluppo del movimento di esuli antifascisti Giustizia e Libertà fondato a Parigi poco dopo la morte di Gobetti dai fratelli Carlo (1899-1937) e Nello Rosselli (1900-1937), assassinati nel 1937 da esponenti dell’estrema Destra francese, secondo la grande maggioranza degli storici su mandato dei servizi segreti dell’Italia fascista. Il prestigio culturale di cui il Partito gode nella Resistenza gli permette addirittura di ottenere dopo la caduta del fascismo la presidenza del Consiglio con Ferruccio Parri (1890-1981). Alle elezioni del 1946 l’equivoco però si chiarisce: l’egemonia intellettuale che gli azionisti sono in grado di esercitare è inversamente proporzionale al loro consenso popolare. Ottengono solo l’1,5% dei voti, e sciolgono il partito, continuando però a esercitare il loro potere nei grandi giornali e nelle università. L’azionismo, come ci ricorda Ezio Mauro, era e rimane oggi un’ideologia «intrisa di gobettismo» e «insofferente al clericalismo cattolico e comunista». La sua ambizione era quella di costruire in Italia una Sinistra anticlericale, e anzi anticattolica, ma nello stesso tempo non comunista. L’azionismo, infatti, era radicalmente relativista, e nel comunismo vedeva ancora una pretesa di verità, mentre si trattava di far maturare gli italiani convincendoli piuttosto che la verità non esiste, se non in forme sempre provvisorie e relative. Di Gobetti l’azionismo riprendeva – e diffondeva ampiamente nelle scuole e nelle università – la tesi secondo cui l’arretratezza dell’Italia deriva dal fatto che nel nostro Paese è mancata una Riforma protestante, la quale avrebbe invece garantito prosperità e sviluppo economico e politico alle nazioni più avanzate dell’Europa Settentrionale. A questa drammatica mancanza, sostenevano gli azionisti, avrebbero poi cercato di ovviare il Risorgimento prima e la Resistenza poi. La tesi di Gobetti del legame fra la mancata Riforma protestante e l’arretratezza italiana deriva una vecchia opera dell’economista ginevrino Jean-Charles Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842), la Storia delle repubbliche Italiane dei secoli di mezzo, cui aveva risposto nel 1819 anche Alessandro Manzoni (1785-1873) con le sue Osservazioni sulla morale cattolica. Ma la prolissa e scadente opera di Sismondi – autore che per altro verso, quando si era occupato non di storia ma di economia politica, aveva scritto anche cose pregevoli – non era mai stata presa troppo sul serio dagli storici di professione. Gobetti tiene ampio conto anche degli attacchi anticattolici sia del filosofo francese Ernest Renan (1823-1892) sia del filosofo e uomo politico ceco Tomáš Garrigue Masaryk (1850-1937) – tra l’altro, esponente di primo piano della massoneria europea -, la cui opera La Russia e l’Europa, che collega la Chiesa Cattolica e quelle ortodosse orientali all’arretratezza e il protestantesimo alla prosperità, diventa famosa anche negli ambienti marxisti per i commenti, sia pure non privi di critiche, che le sono dedicati da Lev Davidovi? Trotsky (1879-1940). Gli stessi Masaryk e Trotsky sono autori da non trascurare quando si ricostruisce la genealogia più recente – i prodromi, infatti, risalgono all’Illuminismo – della tesi azionista secondo cui l’arretratezza dell’Italia è dovuta alla sconfitta nel nostro Paese della Riforma protestante. Ma l’apparato scientifico che questi autori possono mettere in campo a sostegno della tesi rimane modesto. Le cose cambiano, però, quando in Italia si comincia a leggere l’opera sociologica di Max Weber (1864-1920). Fra il 1904 e il 1905 Weber pubblica la prima edizione di uno dei lavori più importanti nella storia della sociologia, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Questo scritto – senza che se ne possa rendere particolarmente responsabile l’autore – gioca, diversi decenni dopo, un ruolo decisivo anche nella costruzione dell’ideologia azionista. Nella sua ricerca – che si dovrebbe definire notissima, se non fosse per il fatto che è spesso più citata che letta -, Weber sostiene la teoria delle affinità elettive fra una certa forma di protestantesimo e il processo di modernizzazione collegato al capitalismo. Agli azionisti sembra che l’opera di Weber possa finalmente offrire la chiave scientifica per confermare la vecchia tesi di Sismondi. La teoria che identifica il progresso economico e politico con il protestantesimo e l’arretratezza con il cattolicesimo passa, per così dire, dall’utopia alla scienza. Il cattolicesimo diventa così un’eredità negativa di cui, si dice, occorre liberarsi per avviare anche nel nostro Paese un processo di modernizzazione e di progresso, avviato dal Risorgimento proprio in quanto laico e anticlericale e – in questo senso – autentica versione italiana della Rivoluzione Francese. Dal punto di vista intellettuale, gli azionisti commettevano due errori. Anzitutto, la tesi secondo cui è stato il protestantismo a creare l’economia moderna è sbagliata. Per esempio, i cattolici cittadini di Firenze e di Prato, non avevano atteso il protestantesimo per dare prova nel Medioevo di uno spirito imprenditoriale già veramente moderno, come ricordava, reagendo alla vulgata weberiana che si andava diffondendo in Italia, un’importante opera del 1934 di Amintore Fanfani (1908-1999) – che fu grande storico dell’economia prima di dedicarsi alla politica – dal titolo Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, un libro che si legge con profitto ancora oggi (lo ha ripubblicato Marsilio a Venezia nel 2005). In secondo luogo, Weber non sosteneva affatto che il protestantesimo avesse di per sé creato il capitalismo e liquidava le tesi alla Sismondi definendole «scioccamente dottrinarie». Weber – non è questa la sede per valutare se a torto o a ragione – pensava che il primo protestantesimo, quello di Martin Lutero (1483-1546), condividesse con il cattolicesimo uno spirito difficilmente conciliabile non con l’economia moderna, ma con il capitalismo della rivoluzione industriale. Questa infatti si sarebbe affermata principalmente in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, per influsso – secondo Weber – non del primo protestantesimo luterano, ma del secondo protestantesimo di matrice battista e metodista, per una serie di ragioni a suo avviso culturalmente «affine» alla rivoluzione industriale. Nell’azionismo, dunque, sul Weber reale – certamente non infallibile quanto a interpretazioni del protestantesimo – ha prevalso un Weber ideale e mitologico, volgarizzato a uso e consumo di un’ideologia di partito. Per questo partito «fatta l’Italia» non si trattava soltanto di «fare gli italiani» – secondo l’espressione attribuita a Massimo d’Azeglio (1798-1866) –: occorreva piuttosto fare l’Italia contro gli italiani, disfare l’Italia tradizionale radicata nel cattolicesimo per costruirne una nuova, progettata a tavolino, modellata sulle presunte caratteristiche delle più avanzate nazioni protestanti europee. Gli italiani non si fecero ingannare, e quando gli azionisti si presentarono alle elezioni furono, come si è visto, sonoramente sconfitti. Non si arresero, e – sostenuti da una rete di poteri forti tra cui vi erano senza dubbio anche molte logge massoniche – continuarono a cercare di rifare gli italiani «educandoli» dalle tribune dei grandi giornali. Oggi usano il bunga bunga come pretesto per salire sul carro dell’antiberlusconismo, anzi prenderne la guida e di lì continuare le loro prediche pericolose e malsane, sfruttando anche il sostegno di quella corrente cattolico-democratica che nei confronti dell’azionismo, come notava già Augusto Del Noce (1910-1989), ha sempre avuto un complesso d’inferiorità. Del Noce denunciava il mito dell’unità antifascista come grimaldello usato dagli azionisti per penetrare nella casa dei cattolici e reclutarne qualcuno per una battaglia che, in realtà, era profondamente anticattolica. Oggi l’operazione si ripete intorno al mito dell’unità anti-berlusconiana. Per non cadere in questi inganni, occorre rispedire al mittente ogni invito a riscoprire o rivalutare l’azionismo, un’ideologia che non è nemica solo del fascismo o di Berlusconi, ma è soprattutto nemica della Chiesa e dell’Italia. m. introvigne labussolaquotidiana

Tremonti, parliamoci chiaro! (by Foglio)

Giovedì, 10 Febbraio 2011

Gentile ministro Tremonti, il Foglio non teme smentita quando afferma di avere sempre rispettato e spesso sostenuto il suo lavoro al Tesoro, specialmente nella gestione del debito pubblico. Ora, però, non ci sfugge – non ci è sfuggito da subito – il suo freddo disimpegno dai contenuti del Piano per la crescita di cui si è discusso ieri nel Consiglio dei ministri; e di cui ha dato conto il premier Berlusconi in una conferenza stampa alla quale lei ha partecipato come un passante (cinque minuti di eloquio e arrivederci a tutti), riuscendo tuttavia a omaggiarci di una frase raggelante: la nostra agenda economica “è dettata, è definita dall’Europa, in Europa”. Ne deduciamo – ma lo avevamo sospettato dalla turba dei suoi impegni che avevano indotto a far slittare il Cdm – che lei, signor ministro, non crede affatto sia possibile portare la crescita italiana al 3-4 per cento in cinque anni, come ha sostenuto il Cav. sul Corriere. Lei sembra non credere nemmeno all’idea di convocare gli stati generali dell’economia, coinvolgere di slancio le anime dell’intrapresa nazionale, galvanizzarle a forza di liberalizzazioni e riduzioni fiscali rese possibili dallo snellimento di uno stato dal patrimonio ciclopico e inerte (sempre una promessa del Cav. cui s’è aggiunto ieri sul Foglio l’appoggio disincantato del professor Monti). Lei, signor ministro, crede nell’incoercibilità dell’euroburocrazia, della quale si è fatto col tempo naturale e autorevole portavoce. E deve credere anche nelle sue legittime facoltà di guida d’una maggioranza la cui leadership istituzionale, quella berlusconiana, appare infragilita per ragioni contingenti di cui tutti sappiamo.  Le stiamo ricordando, signor ministro, ciò che già sa: le linee d’indirizzo del governo sono nelle sue mani e nella sua capacità di visione già così desolidarizzante nei confronti dell’ultimo guizzo berlusconiano. Se il suo orizzonte di pensiero e di volontà è quello che abbiamo descritto, sarebbe giusto che lei lo dicesse a noi e all’Italia con la stessa chiarezza usata da Amato e da Capaldo per preannunciare la patrimoniale che verrà, se verrà, quando l’Europa ci detterà la stangata di marzo. Dopodiché ognuno – noi, gli italiani e lei, signor ministro – saprà trarre le proprie conseguenze. Il Foglio

Caro Presidente, ci ridia i pantaloni (by Ferrara)

Venerdì, 28 Gennaio 2011

Caro presidente, siamo felici di aver potuto riparlare di politica con lei, e che politica. Ma poi c’è l’estetica ovvero la dimensione della sensibilità e della percezione, c’è la credibilità dell’immagine pubblica di un presidente del Consiglio così intensamente privato eppure figura pubblica, quale lei è. E di rimando esiste pure, piccolo piccolo, il tema della nostra povera credibilità, che ci piacerebbe resuscitare come per incanto. Qui le dobbiamo dire, ed è un understatement, che “non tutto è risolto”, come recita il titolo dell’ultima scintillante commedia della divina Franca Valeri. Noi suoi amici non particolarmente servili, non troppo fanatici, non eccessivamente faziosi, e amici definitivi comunque vadano le cose, siamo rimasti in mutande. Con la storia di Casoria e vicinanze lei ci ha messo i bermuda o mutandoni. Poi altre storie ci hanno fatto indossare i pantaloncini corti. E dopo gli hot pants, eccoci qui in mutandine di pizzo al cospetto del colto e dell’inclita. Ci sentiamo infantilizzati da quel che succede. Sentiamo addosso il “perverso polimorfo” di un’improvvisa infanzia sopravvenuta ben oltre il confine della maturità. Sua e nostra, solidalmente. Non ci prendiamo troppo sul serio, lei lo sa come lo sanno i nostri lettori. Seriamente e allegramente abbiamo imboccato molte vie pazze, parallele o convergenti con la sua via, e talvolta divergenti, come nell’ultima campagna elettorale per la Camera dei deputati e in numerosi altri episodi frondisti, e liberalmente abbiamo accettato ciascuno i difetti dell’altro; negli anni ci siamo dati reciprocamente una mano senza mai un sospetto di scambio inappropriato, sempre tutto sommato contenti di un’amicizia leale, rispettosa, in qualche punto maliziosa. Siamo un giornale gutenberghiano, post-televisivo e berlusconiano, e non ce ne vergogniamo di certo. E’ sotto l’ombrello del suo provvidenziale conflitto di interessi, esibito alla luce del sole, che abbiamo potuto ragionare e indagare in libertà su un capitalismo concertativo che soltanto di recente, grazie anche alla svolta di Mirafiori, potrebbe restituire salari decenti, crescita e lavoro a un paese che ha burocraticamente depresso le libertà economiche e civili fino allo sfinimento. E’ sotto l’ala turbinosa della sua nota pazzia linguistica e comportamentale che abbiamo potuto coltivare lo studio e il racconto anticonformista della postpolitica postrepubblicana, cioè di un fenomeno rivoluzionario che sarà studiato a lungo nei manuali di storia europea. Per non dire che all’inizio degli anni Novanta, per salvare la sua ghirba e la sua robba, lei ha messo al sicuro un po’ anche noi, i nostri piccoli e grandi interessi, le nostre idiosincrasie umiliate dai gendarmi, le nostre poche virtù e la nostra insofferenza per il cipiglio borioso di borghesi raramente dignitosi, spesso poco coraggiosi e sempre radicalmente bisognosi. Eppoi: politics is fun, sennò si muore di pizzichi. Ora però siamo quasi nudi, e fa freddo. Non è un problema di pubblica moralità. Nel 1968 ci siamo storicamente liberati del “comune senso del pudore”, categoria arcigna e censoria dell’Italia anni Cinquanta, e ne lasciamo volentieri gli avanzi ai pm politicizzati e a quella parte della sinistra azionista, incarognita con la bella Italia alle vongole, che li segue triste e avvilita. Non è nemmeno tanto una questione estetica, perché deve scagliare la prima pietra chi non abbia una macchia di sugo o la sua ombra residua nella propria vita personale. E’ una questione politica. Il Sultano è il Sultano. Lei deve difendere pubblicamente, in modo generoso verso tutti gli italiani e anche verso la platea dei suoi amici, il suo comportamento. Non ha voluto andare dai pm, le cui vite personali secondo me è meglio lasciare in pace, e va bene, questione di competenza. Ma deve accettare un contraddittorio televisivo, deve parlare con schiettezza e capacità autoriflessiva della sua vita personale che è finita, in parte grottescamente deformata dal demoniaco meccanismo delle intercettazioni telefoniche, sotto gli occhi, negli orecchi e sulla bocca di tutti. Lo so che non è facile. Che uno non gliela vuole dare vinta. Ma chiudersi nelle carte giudiziarie e nella difesa parlamentare non è sufficiente. Senza una ostentazione di sicurezza e maturità psicologica, senza un atto di regale sprezzatura, senza una riaffermazione del suo diritto alla privacy, e senza una consapevole ammenda per i rischi che lei si è preso in relazione ai suoi elementari doveri di uomo pubblico, rischia perfino di essere alla lunga controproducente. Accetti generosamente una posizione debole, sfidi un D’Avanzo in tv, e vedrà che ne uscirà più forte. Quanto a noi, non vediamo l’ora di rimetterci i pantaloni lunghi. g. ferrara ilfoglio