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La macchina cieca dei mercati (by Gallino)

Giovedì, 27 Giugno 2013

Uscito di prigione dov’era finito per aver esagerato con i suoi traffici, il finanziere Gordon Gekko dice al pubblico stipato in sala che, guardando il mondo da dietro le sbarre, ha fatto delle profonde riflessioni. E le condensa in una domanda: «Stiamo diventando tutti pazzi?» La scena fa parte di un film su Wall Street, ma la stessa domanda uno poteva porsela giovedì 20 giugno mentre gli schermi tv e tutti i notiziari online sparavano ancora una volta notizie del tipo: “I mercati prendono male le dichiarazioni del governatore della Fed”; “crollo delle borse europee”; “bruciati centinaia di miliardi”; “preoccupati per il futuro, i mercati affondano le borse”. E, manco a dirlo, “risale lo spread”.

Esistono due ordini di motivi che giustificano il chiedersi se – cominciando dai media e dai politici – non stiamo sbagliando tutto preoccupandoci dinanzi a simili notizie di superficie in cambio di ciò che realmente significano. In primo luogo ci sono dei motivi, per così dire, tecnici. Nel mondo circolano oltre 700 trilioni di dollari (in valore nominale) di derivati, di cui soltanto il dieci per cento, e forse meno, passa attraverso le borse. Il resto è scambiato tra privati, come si dice “al banco”, per cui nessun indice può rilevarne il valore. Ma anche per i titoli quotati in borsa le cose non vanno meglio. Infatti si stima che le transazioni che vanno a comporre gli indici resi pubblici riguardino appena il 40 per cento dei titoli scambiati; gli altri si negoziano su piattaforme private (soprannominate dark pools, ossia “bacini opachi” o “stagni scuri”) cui hanno accesso soltanto grandi investitori. Di quel 40 per cento, almeno quattro quinti hanno finalità puramente speculative a breve termine – niente a che vedere con investimenti “pazienti” a lungo termine nell’economia reale.

Non basta. Di tali transazioni a breve, circa il 35-40 per cento nell’eurozona, e il 75-80 per cento nel Regno Unito e in Usa, si svolgono mediante computer governati da algoritmi che esplorano su quale piazza del mondo il tale titolo (o divisa, o tasso di interesse o altro) vale meno e su quale vale di più, per avviare istantaneamente una transazione. L’ultimo primato noto di velocità dei computer finanziari è di 22.000 (ventiduemila) operazioni al secondo, ma è probabile sia già stato battuto. Ne segue che chi parla di “giudizio dei mercati” dovrebbe piuttosto parlare di “giudizio dei computer”. Con il relativo corredo di ingorghi informatici, processi imprevisti di retroazione, episodi d’imitazione coatta, idonei a produrre in pochi minuti aumenti o cadute eccessive dei titoli, del tutto disconnessi da fattori reali.

In sostanza, i mercati finanziari presentati al pubblico come fossero divinità scese in terra, alla cui volontà e giudizio bisogna obbedire se no arrivano i guai, sono in realtà macchine cieche e irresponsabili, in gran parte opachi agli stessi operatori e ancor più ai regolatori. E, per di più, pateticamente inefficienti. Soltanto dal 2007 in poi la loro inefficienza è costata a Usa e Ue tra i 15 e i 30 trilioni di dollari. Emergono qui i motivi politici per guardare ai mercati in modo diverso da quello che ci chiedono. Cominciando, ad esempio, a rivolgere ai governanti e alle istituzioni Ue una domanda (un po’ diversa da quella di Gekko, ma nello stesso spirito): se in effetti sono i mercati ad essere dissennatamente indisciplinati, perché mai continuate a raccontarci che se noi cittadini non ci assoggettiamo a una severa disciplina in tema di pensioni, condizioni di lavoro, sanità, istruzione, i mercati ci puniranno?

In verità una domanda del genere governi e istituzioni Ue se la sono posta da tempo, pur senza smettere di bacchettarci perché saremmo noi gli indisciplinati. Fin dal 2007 la Ue aveva introdotto una prima Direttiva sui mercati degli strumenti finanziari (acronimo internazionale Mifid). Non è servita praticamente a nulla, meno che mai a temperare la crisi. Ma governi e istituzioni Ue non si sono arresi. Prendendosi non più di cinque o sei anni di tempo, intanto che i mercati finanziari contribuivano a devastare l’esistenza di milioni di persone, si sono messi alacremente al lavoro per elaborare una Mifid II. E poche settimane fa l’hanno sfornata – in ben tre versioni differenti. Esiste infatti una versione del Consiglio dell’Unione, una del Parlamento europeo e una della Commissione europea. Gli esperti assicurano che nel volgere di un anno avremo finalmente una versione definitiva, che emergerà dal “trialogo” fra le tre istituzioni. Quando entrerà pienamente in vigore, nel volgere di un biennio o due dopo l’approvazione come si usa, anche i mercati finanziari saranno finalmente assoggettati a una robusta disciplina, non soltanto i cittadini che han dovuto sopportare, a colpi di austerità, il costo delle loro sregolatezze. Saranno trascorsi non più di otto o dieci anni dall’inizio della crisi.

È tuttavia probabile che di una vera e propria azione disciplinare i mercati finanziari non ne subiranno molta, e di certo non tanto presto. In effetti, il meno che si possa dire della tripla Mifid è che le divergenze fra le tre versioni sono altrettanto numerose e consistenti delle convergenze, mentre in tutte quante sono pure numerose e vaste le lacune. Da un lato ci sono notevoli distanze nei modi proposti per regolare le piattaforme di scambio private (i dark pools), le transazioni computerizzate ad alta frequenza, l’accesso degli operatori alle stanze di compensazione. Dall’altro lato, non si prevede alcun dispositivo per regolare i mercati ombra; vietare la creazione e la diffusione di derivati pericolosi perché fanno salire i prezzi degli alimenti di base; limitare l’entità delle operazioni meramente speculative. Ovviamente, tra divergenze e assenze le potenti lobbies dell’industria finanziaria ci guazzano. Sono già riuscite a ritardare l’introduzione di qualsiasi riforma di una decina d’anni dopo gli esordi della crisi, una riforma che sia una di qualche incisività a riguardo sia dei mercati sia del sistema bancario; se insistono, magari riescono pure a raddoppiare questi tempi. I governi e le istituzioni Ue hanno dunque larghi spazi e tempi lunghi davanti, per insistere nel disciplinare i cittadini invece dei mercati finanziari. di Luciano Gallino, da Repubblica, 26 giugno 2013 via micromega

Obama caccia Berlusconi

Lunedì, 14 Febbraio 2011

Per alcuni analisti di politica internazionale sì, anche se il motivo non è certo Ruby, bensì la linea dell’amministrazione Obama. Così come il capo del Paese tuttora più potente del mondo ha spinto perché il rais egiziano lasciasse subito il potere, altrettanto, dicono questi analisti, sta avvenendo nei confronti di Berlusconi, anche se ovviamente in maniera più discreta, trattandosi di un alleato in un Paese sicuramente democratico. A pensarla così sono anche le teste più fini di là dal Tevere, a cominciare dal cardinale Camillo Ruini. L’influenza degli americani nei Paesi alleati, e in particolare in Italia, non è nuova. Solo una volta si sono sentiti dire un secco e duro no: da Bettino Craxi per la vicenda Sigonella. E tutti ricordano come è andata per lo statista socialista. Anche allora fu il diretto interessato a dare una mano importante a chi lo voleva fuori dalla politica per il suo coinvolgimento nelle tangenti, poco importa se per il partito o per le sue tasche, come però non sembrerebbe a giudicare da quanto ha lasciato. E indubbiamente anche Berlusconi sta aiutando chi, fra gli americani, lo vuol veder cadere, con i suoi eccessi sessuali o se si preferisce la sua eccessiva disinvoltura nel ritenere che la privacy possa valere anche per un uomo che da quando è entrato in politica ha attirato su di sé il risentimento del terzo potere dello Stato, appunto i magistrati: basta pensare al trattamento che ricevette quando presiedeva il G8 a Napoli con un avviso di reato finito prima sul Corriere della Sera e poi sulla sua scrivania per un procedimento conclusosi con l’assoluzione. Se invece di attaccare ogni giorno i giudici, Berlusconi si limitasse a ricordare quei fatti, nessuno potrebbe accusarlo di voler creare un conflitto istituzionale, visto che allora furono i magistrati a travalicare il loro potere e a voler confliggere con il capo del governo. Ma in realtà i Bunga Bunga non sono la causa bensì l’occasione per cercare, da parte di alcuni esponenti dell’amministrazione americana, di sospingere fuori dal vertice del governo Berlusconi: la causa è descritta e documentata nelle carte della diplomazia statunitense resa pubblica da Wikileaks, confermate da un’infelice dichiarazione del segretario di Stato, Hillary Clinton, e rettificate (dalla stessa Clinton) solo dopo una vigorosa protesta del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini. Così come l’amministrazione americana non sopporta più che l’Egitto, per quanto alleato fedele e unico difensore di Israele nello scacchiere medio-orientale, abbia una dittatura mascherata da democrazia e teme che prima o poi il fanatismo islamico porti il Paese nell’influenza di Al Qaida, allo stesso modo l’amministrazione Obama non tollera più il rapporto stretto e amichevole di Berlusconi con il (ritornato) nemico Vladimir Putin. Mentre l’amministrazione di George W. Bush era d’accordo che Berlusconi facesse da mediatore con la Russia, l’amministrazione democratica di Obama vuole andare ben oltre Berlusconi e continua a vedere nella Russia il vecchio nemico comunista. La fede nella democrazia assoluta da parte di Barack Obama è testimoniata non solo dal suo credo che internet debba essere totalmente libero, senza alcun controllo ma anche dai reiterati pronunciamenti di questi giorni sul fatto che gli Stati Uniti sono a fianco del popolo egiziano. La democrazia fin dal tempo dei greci è stata la più bella conquista della dignità di ogni essere umano, ma la fede cieca in essa prescindendo da qualsiasi valutazione della fase contingente ha fatto spesso compiere in passato errori madornali ai presidenti democratici statunitensi, come per esempio a Jimmy Carter, che pur di far cadere lo scià di Persia non si accorse che stava consegnando il Paese all’integralismo islamico di Khomeini. Oggi molti pensano che la pressione fatta su Mubarak per una sua immediata uscita di scena esporrà l’Egitto a non pochi rischi di un’affermazione integralista. Del resto, proprio la sua insistenza ha esposto Obama nei giorni scorsi a pessime figure, visto che Mubarak si è dimesso solo ieri, mentre il presidente degli Stati Uniti aveva più volte annunciato la caduta del raís quando ancora Mubarak spiegava dalla televisione che avrebbe lasciato solo a fine mandato, vale a dire a settembre. E figura ancora più brutta, ancorché le pressioni questa volta siano sotterranee, l’amministrazione americana rischia di farla con Berlusconi. Il quale, per esistere oltre, non solo attacca la magistratura e l’opposizione, a suo giudizio antidemocratica, ma ha deciso di tornare a governare l’economia con il Consiglio dei ministri straordinario di mercoledì 9. La manovra approvata, di fatto a costo zero per le casse dello Stato, è stata giudicata un po’ da tutti inadeguata ai fini dell’obiettivo: generare cioè uno shock capace di imprimere un’accelerazione forte allo sviluppo economico attualmente troppo modesto, vero cancro del Paese Italia. All’interno della maggioranza di centro-destra oggi esistono due correnti. Quella di Berlusconi, di Gianni Letta e di recente, di nuovo, di Giuliano Ferrara. (In particolare, il direttore del Foglio si sta spendendo per sostenere che almeno i 10 miliardi incassati in più dallo Stato grazie all’efficienza dell’Agenzia delle entrate dovrebbero essere investiti per cercare di creare sviluppo e lavoro). E quella del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ormai quinta essenza dell’intransigenza a non spendere, preoccupato com’è (e giustamente) che il Paese venga attaccato dalla speculazione come accadde a Grecia, Portogallo e, in parte, alla Spagna. Ha scritto Il Foglio venerdì 11: è stato Franco Bassanini con la sua legge di accorpamento dei ministeri, in particolare del Tesoro e delle Finanze, a dare troppo potere a Tremonti. Oggi l’ex deputato del Pd è presidente della Cassa depositi e prestiti, cioè il braccio operativo del ministro Tremonti. La Cassa vanta una liquidità di ben 140 miliardi, un capitale con il quale si potrebbe fare una manovra davvero shock per spingere la ripresa, anche se la Cassa stessa deve tenere liquidi almeno 70 miliardi a garanzia dei 200 miliardi di risparmio postale. Come mai Tremonti non decide di investire almeno i 70 miliardi liberi? Perché è legittimamente ossessionato dal rischio che la speculazione prenda di mira il Belpaese e l’Unione europea presto chieda di ridurre significativamente il debito. Pur essendo oggi la Cassa una spa di diritto privato partecipato da molte fondazioni ex bancarie, quei capitali sono una buona riserva di sicurezza per poter comprare Bot e Cct in caso di attacco della speculazione. Per questo la Cassa, il suo presidente Bassanini e l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini stanno battendo la strada dell’attrazione di capitali esteri, in particolare di quei Paesi come la Cina che stanno accumulando enormi riserve. A inizio febbraio sono stati ospiti della Cassa il presidente e il top management del più grande fondo sovrano cinese, il Cic, capace di investire centinaia di miliardi. È sicuro che la Cina voglia investire in Italia anche per una razionale diversificazione Paese. Il grandissimo fondo dell’ex Impero celeste è disponibile anche a investimenti diretti, ma finora la Cassa gli ha potuto offrire solo l’investimento in altri fondi da essa promossi o partecipati, come il Fondo delle Pmi, che ancora ha quote importanti da sottoscrivere, o quello per le Infrastrutture. Infatti, esistono ancora forti impedimenti burocratico-fiscali per la formula preferita dai cinesi del project financing che avrebbe la capacità di muovere una forte leva grazie ai finanziamenti bancari. Bassanini, che è uno specialista di semplificazioni burocratiche, riconosciuto anche all’estero (è nella commissione nominata dal presidente francese Nicolas Sarkozy), ha preso di petto il problema e ha partecipato allo studio richiesto dal sottosegretario leghista, Roberto Castelli, responsabile degli investimenti infrastrutturali per mettere a nudo i vari impedimenti. I lacci e i lacciuoli, come li chiamava Guido Carli, sono numerosi e condizionanti: si va dai tempi di approvazione delle licenze per le opere alla possibilità di fatto per gli appaltatori di incrementare incondizionatamente il costo delle opere stesse fino alla lungaggine tipica della giustizia italiana per i possibili contenziosi. I cinesi, che studiano tutto nei minimi dettagli, hanno confermato di essere interessati al project financing per le grandi opere, ma solo quando questi lacci e lacciuoli saranno eliminati. Questo quadro dimostra che la mancanza di capitali massicci è la prima causa del modesto sviluppo italiano, ma ben altre cause esistono nel non favorire lo sviluppo quando anche i capitali sono disponibili. L’idea, quindi, di approcciare il problema sviluppo da parte del governo dal lato della semplificazione normativa non è un’idea peregrina; ma quanto è stato varato dal Consiglio dei ministri di mercoledì 9 non è sufficiente, né perfettamente congruo. È perciò auspicabile che lo studio recentemente consegnato al sottosegretario Castelli generi provvedimenti di riforma della normativa per gli investimenti. Per questo tutta l’attenzione politica, di maggioranza e opposizione, dovrebbe essere concentrata sulle riforme liberandosi, almeno mentalmente, dagli scandali sessuali e dalle battaglie giudiziarie. Ma occorre anche che Tremonti, la cui politica di rigore non può essere che apprezzata, superi una sorta di sindrome di Stoccolma per il debito e non aspetti il varo della sua pur necessaria riforma fiscale (attesa per aprile-maggio) per essere parte attiva della politica di rilancio dell’economia. Mercoledì 9 alla conferenza stampa per presentare la manovrina a costo zero ha partecipato per pochi minuti. Tutti hanno poi visto in televisione che effettivamente era andato a Reggio Calabria per un impegno con il sindacalista Raffaele Bonanni. Ma è chiaro che senza la partecipazione di Tremonti, non solo per il potere che ha ma anche per la sua intelligenza finanziaria, non ci può essere manovra di forte peso reale. Caro Signor Ministro, giusto il rigore, ma una sua partecipazione di entusiasmo all’azione di politica economica è a questo punto necessaria. Anche per togliere spazio alle voci maliziose secondo le quali Lei aspetterebbe di poter incidere effettivamente sulla crisi economica solo quando sarà presidente del Consiglio. Purtroppo non c’è più tempo da perdere, neppure una settimana. Tanto più ora che Lei ha ritrovato una sintonia con il governatore Mario Draghi, da Lei finalmente candidato al vertice della Bce con la sua dichiarazione di venerdì 11 alla stampa estera. Bravo. Paolo Panerai per “Milano Finanza”

Euro: il difetto genetico di una moneta senza Stato (by Caracciolo)

Lunedì, 10 Maggio 2010

L’Europa dei van Rompuy, dei Barroso e delle baronesse Ashton non può permettersi l’euro. Alla prima seria crisi, il difetto genetico della “moneta unica” – ossia della principale fra le dodici divise circolanti nei paesi europei -  è venuto a galla, con conseguenze potenzialmente devastanti: senza un vero Stato alle spalle non esiste vera moneta. Il bluff può funzionare nelle giornate di sole, ma quando si scatena la tempesta non sappiamo più come proteggerci. La lezione di Atene, per chi vuole intenderla, è netta: o adeguiamo l’Europa all’euro, o rinunciamo all’euro.

Storia e cronaca dell’Unione Europea lasciano intuire che sceglieremo una terza via. Rinviare, rinviare, rinviare. Fra un tampone finanziario e l’altro. Fino a che il morbo non si sarà talmente diffuso e radicato in tutti i paesi dell’Eurozona e probabilmente oltre, da renderlo incurabile. A quel punto la politica non potrà nulla, salvo preoccuparsi dell’ordine pubblico. Perché è evidente che il collasso del nostro sistema monetario, in un contesto recessivo e con una disoccupazione a due cifre, produrrebbe rivolte sociali e crisi politico-istituzionali di dimensioni imprevedibili.

L’europeismo classico di stampo federalista aveva scommesso sull’euro come pietra di paragone della sua strategia esoterica: procedere dall’economia alla moneta alla politica, in una paradossale riabilitazione delle teorie marxiste. Come se dal carbone e dall’acciaio, passando al mercato e poi alla moneta, potesse transustanziarsi lo Stato federale europeo. Senza che gli europei se ne accorgessero, perché in tal caso l’avrebbero impedito. Di qui la refrattarietà ad affrontare qualsiasi pubblico dibattito su fini e confini della costruzione europea, illustrata come un eterno work in progress. Ma un “progresso” senza mèta è un’avventura. Che con il tempo ha perso il suo lato fascinoso, eccitante, per dar luogo a una diffusa euronoia. Al limite dell’eurofobia. Clima ideale per i nemici dell’Europa e per chi alla democrazia liberale e alla società aperta antepone il richiamo delle piccole patrie, delle tecnocrazie autoritarie e dei razzismi.

Quest’ultimo aspetto è centrale nella vicenda dell’euro. Dalla gestazione della moneta europea nel contesto del dopo-Muro alla crisi in corso, il fattore etnico è stato e resta fondamentale. Le attuali recriminazioni dei paesi “virtuosi” (le virgolette sono d’obbligo) contro il lassismo (senza virgolette) del “Club Med” o dei “Pigs” ricorrevano, negli stessi esatti termini, durante gli anni Novanta, quando si trattava di stabilire chi fosse abilitato e chi no a entrare nella famiglia della “moneta unica”. Al di là dei vaghi criteri di Maastricht, interpretati in base alle congiunture e ai rapporti di forza, la classificazione era e resta antropologico-culturale. Sicché ai greci, ma anche ai portoghesi, agli spagnoli e agli italiani non si può dare fiducia nel lungo periodo, perché vocazionalmente tendenti a sforare o mascherare i bilanci. Mentre i tedeschi o gli olandesi sono per nascita rigorosi, puntuali, precisi.

Poco importa che i fatti dimostrino spesso il contrario: i pregiudizi restano. E influenzano i nostri decisori politici quanto i mercati.

Un giorno usciremo da questa crisi economica e monetaria. Speriamo in condizioni non troppo disastrose. Ciò che sembra destinato a sopravviverle è questo razzismo soft, che radicalizza le tesi schumpeteriane sul nesso fra “carattere nazionale” e politica monetaria. Se l’Europa non si fa, se l’euro traballa è perché nulla di condiviso e di duraturo si può costruire fra chi si considera geneticamente diverso.

l. caracciolo repubblica.it

C’è la crisi, i padroni del mondo si riuniscono “per pianificare il futuro”

Giovedì, 21 Maggio 2009

"C’è la recessione globale, dobbiamo pianificare il futuro, vogliamo sentire cosa ne pensano i leader della finanza e della filantropia". Con questa scarna lettera il guru dei mercati Warren Buffett e il fondatore di Microsoft Bill Gates hanno convocato in segreto nella President Room della Rockefeller University di New York un club esclusivo che si riunisce una volta ogni cento anni: a comporlo sono quel pugno di americani che navigano, letteralmente, nei dollari e possono dunque condizionare l’andamento dell’economia nella nazione più ricca dell’intero Pianeta.

(continua…)

Sprechi: perchè militari e poliziotti fanno le Olimpiadi invece di lavorare?

Mercoledì, 24 Settembre 2008

Perchè un carabinere deve fare le Olimpiadi? e la Grambassi – che fa parte dei Carabinieri – la "santorina" in TV? per sponsorizzare la signorina si è mosso anche il ministro della difesa, La Russa, di cui è nota l’attenzione al gentil sesso. In vero, non ne capiamo il motivo. Si parla tanto di sprechi, ma perchè i carabineri, la polizia, la guardia di finanza hanno una squadra per partecipare alle competizioni sportive? a cosa serve? non si tratta di un enorme spreco di uomini e mezzi?

Prostitute: pagate le tasse! – la Finanza contro le squillo

Martedì, 24 Giugno 2008

La signora è una donna di mondo, diciamo così, una che fa la vita. Molto bella, sembra il disegno di una canzone. L’ha beccata la Finanza, e le ha presentato il conto, come si fa con gli evasori. «Anzi. Mi hanno detto che il mio caso è come quello di Valentino Rossi». Soldi all’estero e redditi misteriosi. Alle donne di mondo che fanno la vita, in genere non guardano mai in tasca: è una polemica che esiste da quando esiste il suo mestiere. A lei invece sono andati a spulciare i guadagni: 357mila euro in 4 anni. Per Valentino era un errore, e ha già pagato tutto. E lei vuole pagare? «Ma chi l’ha detto che non voglio pagare? Io sì che voglio pagarle, le tasse. Solo che voglio anche che sia riconosciuto il mio lavoro, che sia legittimato, e quindi tutelato, e che nessuno possa dirmi che sto svolgendo un’attività illecita». Cioè: non mi vergogno, pago tutto, ma lo Stato mi tratti come un lavoratore. Anche sulla carta d’identità? «Certo, anche lì. Nel mio Paese c’è scritto sul documento. Professione: meretrice».

In Italia c’è arrivata circa 5 anni fa, sapendo già quello che voleva fare. Dall’Uruguay a Bologna, via Germania. Una donna che fa la vita. Una squillo, ma di lusso. «I miei clienti sono manager, imprenditori, professionisti». Come la pagano? Quasi tutto in contanti, dice. Forse qualche assegno? Poca roba, i più fidati. Lei non ha nome. Le iniziali: C. Z., 32 anni, uruguaiana, minuta, raffinata nei tratti, pelle chiara, molto graziosa e molto dolce, sguardo penetrante, deciso, castana di capelli, pulita, curata, niente roba da squillo, quasi morigerata, un abitino sotto il ginocchio, tinta floreale, scarpa bassa, occhiali scuri, la chioma abbastanza corta raccolta sulla testa. Fa una vita normalissima, da brava signora. Si alza al mattino presto, fa colazione e va in palestra. Poi fa la spesa, va a casa, e si prepara da mangiare.

Prima di andare a lavorare, molto spesso va in libreria: le piace leggere. Dopo, comincia il lavoro. «Mai in casa. Mi dicono dove andare, io vado». Clientela del Nord, da Parma, a Bologna, a Milano, a Venezia. Può essere anche solo per una cena, per un incontro d’affari, queste robe qui. Come dire? La signora è una hostess dell’amore. Dall’Uruguay era venuta via perché suo marito la picchiava. «Una tortura». Il marito è l’unica persona di cui non vuole parlare. Prese sua figlia, che allora non aveva neanche tre anni, e tornò da sua madre. Il suo progetto era di andare il più lontano possibile, scappare via, fare un po’ di soldi per mantenere la bambina e i figli di sua cugina che è morta, e anche sua sorella, che adesso ha 15 anni, «che è una ragazza malata, che bisogna accudire di tutto». Ha fatto così. E’ andata in Germania, e poi ha preferito venire in Italia: forse da noi c’è più clientela. Dal 2005 è a Parma. I soldi, dice, li ha mandati sempre tutti a casa. E’ per quello che l’hanno beccata, come spiega il suo avvocato, Luca Berni, «perché i trasferimenti superavano certe soglie consentite dalla legge».

Sul suo conto in Italia, lei non ha mai avuto troppi soldi, al massimo duemila euro. Però, la Guardia di Finanza le ha contestato un guadagno di 357mila. Più o meno due mesi fa, l’ha chiamata e gliel’ha detto. Lei ha risposto: sì, è vero. E come ha fatto ad avere tutti quei soldi? «E’ il frutto della mia attività. Sono una prostituta», ha dichiarato la signora. La Guardia di Finanza ha aperto un fascicolo, imponendole di pagare 90mila euro, tanto per cominciare. E lei allora s’è cercato un buon avvocato. Può permetterselo. A Parma, Luca Berni è tra i più famosi. Così qualche giorno fa ha bussato al suo studio. Come ripete ancora adesso, «io intendo pagare. Ma prima desidero essere legittimata e riconosciuta, voglio essere inquadrata come una qualsiasi lavoratrice». Racconta che un po’ di tempo fa era andata dalla polizia perché aveva paura: «Gli albanesi mi hanno minacciata di morte, ho paura. Mi avevano risposto che non potevano farci niente. Possiamo intervenire solo se scorre il sangue. Che senso ha? Se sono invisibile quando chiedo aiuto, allora è giusto che sia invisibile anche quando c’è da pagare». Cos’è meglio? «Meglio esistere sempre. Per tutt’e due».

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“Lasciato solo da Prodi e Berlusconi” parla Pollari ex capo Sismi

Lunedì, 9 Giugno 2008

Di ricordi Nicolò Pollari, ex capo del Sismi, passato dall’altare per le liberazioni degli ostaggi in Iraq alla polvere delle inchieste giudiziarie, ne ha tanti. L’immagine dell’amministratore delegato di Al Jazeera che consegna il video della morte di Fabrizio Quattrocchi a Gianni Letta. La lettera scritta a Prodi in cui fa presente di comprendere i motivi che spingono il governo a mantenere il segreto di Stato su alcune vicende di questi anni avvertendolo che in questo modo però «l’immagine del Sismi ne verrà scalfita», alla risposta dell’allora premier dell’Unione: «Lei è un galantuomo». La domanda che gli pone a bruciapelo il senatore di Rifondazione Malabarba: «Ma perché Gianni De Gennaro ce l’ha con lei?». E la sua risposta: «Francamente non lo so». Tanti frammenti che gli tornano alla memoria in un momento in cui deve affrontare da solo un processo a Roma per peculato e uno a Milano per il rapimento di Abu Omar.

Che effetto le fa passare dagli encomi dei premier alle requisitorie dei pm?
«Come il soldato che va in guerra. Gli sparano addosso. Perde un braccio. E il comandante invece di dargli una medaglia, gli risponde: "Cavoli tuoi". Abbandonandolo a se stesso».

L’ultima accusa è quella di aver dato assistenza ad alcuni incontri a Roma organizzati da Michael Ledeen, l’americano che ha tentato di destabilizzare il regime di Teheran.
«La solita visione deformata dei fatti. In breve: il governo mi chiese di mettere in sicurezza l’incontro tra questo personaggio che si autoaccreditava come espressione del governo di un Paese alleato, con altri personaggi. E di riferire».

Chi glielo chiese, l’allora ministro della Difesa Martino?
«Sì. Per cui noi garantimmo la sicurezza dell’incontro. Poi un nostro esperto, che vi partecipò, ci avvertì che gli argomenti trattati non avevano nulla a che vedere con il terrorismo».

In quelle riunioni si parlava di affari?
«Appunto. Per cui mi venne il dubbio che il governo alleato fosse all’oscuro di tutto. Riportai i miei dubbi a Palazzo Chigi fornendo prove documentali. Fu deciso di fare una verifica».

Con chi parlò dell’argomento? «Anche con Berlusconi. Aspettammo invano da Ledeen la prova che la sua iniziativa avesse l’input di Washington. In assenza di segnali informai io stesso il governo alleato dell’intera vicenda. Loro non ne sapevano niente e cessò ogni rapporto con Ledeen».

Di riffa o di raffa c’è sempre il suo Sismi di mezzo…
«Questa storia fa il paio con la storia del Niger. Un’altra bufala. Ci sono inchieste nostre e dell’Fbi che lo dimostrano».

Mi può spiegare perché una gestione del Sismi che ha avuto elogi bipartisan in passato adesso è sul banco degli imputati?
«Non capisco il coinvolgimento del Sismi: l’estraneità del governo, del Sismi e mia è testimoniata da 84 documenti in ogni loro conformazione».

Che significa?
«I documenti sono pezzi di carta e altro. Dimostrano che mi sono sempre opposto a questo tipo di iniziative. Che quando ci sono state proposte operazioni simili io, anche con l’accordo del governo, ho detto no. Siamo intervenuti anche per impedire che queste cose avvenissero in altri ambiti nazionali. Fatti che sono a conoscenza di Berlusconi e coperti dal segreto di Stato».

Lei è sempre coperto dal segreto di Stato…
«Semmai ne sono vittima. Ho sempre chiesto di esserne affrancato, ma so di essere un funzionario. Ecco perché mi chiedo se debbo difendermi da solo o se, invece, non ci sia un dovere istituzionale da parte di altri? Ad esempio su questa storia dell’Iran devo dire io che le cose stanno in questi termini? O dovrebbe intervenire chi ha il diritto di esplicitarle?».

Così pressato lei potrebbe anche impazzire e parlare?
«Spero che la scelta di chi detiene queste responsabilità tenga conto anche dei requisiti soggettivi. Penso di non impazzire, però è pesante sopportare una cosa di questo genere in presenza di silenzi inspiegabili. Qui non si tratta di difendere la posizione di una persona, ma lo Stato».

E Berlusconi cosa le dice?
«E’ sensibile, però debbo difendermi. L’autorità giudiziaria mi ha chiesto di rivelare il segreto di Stato. Posso farlo senza che chi ne è titolare mi autorizzi? Perché i magistrati non chiedono a chi ne è titolare se quello che dico è vero o no?».

A Roma, però, lei ha anche l’accusa di peculato.
«Il dottor Pompa era un analista di fonti aperte. Grazie alle conoscenze nei media ha avuto un ruolo indiretto sui sequestri di persona o su altre circostanze che riguardavano la sicurezza del nostro Paese interagendo con grandi network medio-orientali. C’è chi ha stigmatizzato che siano state erogate delle somme al dottor Farina. E’ vero. Ma non sono state date a lui. Farina, sciente e cosciente il governo e ambiti investigativi importanti di altri settori dello Stato, si è prestato a favorire degli approcci in momenti drammatici. L’autorità giudiziaria ne è sempre stata informata. Ad esempio il filmato dell’omicidio di Quattrocchi si è ottenuto attraverso una procedura di cui i vertici del governo erano coscienti. Oneri compresi. E poi le due Simone… l’esigenza di ottenere la prova dell’esistenza in vita della Sgrena. Qualcuno ha detto che Farina lavorava per i servizi. Neanche per sogno. Il dottor Farina si è prestato per il governo ad avere rapporti con determinate controparti con cui noi non ci potevamo accreditare direttamente. Se questa accusa stesse in piedi dovremmo dedurre che per ottenere la prova in vita della Sgrena o il video di Quattrocchi abbiamo commesso peculato».

E i dossier su politici, magistrati…
«Ne ero all’oscuro. Un suo archivio personale. Lecitissimo. Non si viola nessun segreto assumendo del materiale da Internet».

Il risultato: lei è stato emarginato nel suo ruolo, mentre altri con cui ha avuto polemiche in passato sulla politica della sicurezza come De Gennaro hanno incarichi importanti.
«Io non sono un cacciatore di poltrone. Ritengo che la mia posizione sia ben nota al governo. Non la seguo però in questi ragionamenti. Io ho fatto il mio dovere. Lo sa chi ha interagito con me in alcuni momenti. Lo chieda ai giornalisti del Manifesto. Presumo che alla fine tutto questo sarà tenuto presente».

Anche dagli attuali inquilini di Palazzo Chigi con cui ha collaborato in passato. Il suo nome non era in ballo come consigliere per la sicurezza nazionale?
«Io ho lavorato con Berlusconi come con Prodi. Quando sono uscito dall’incarico era stato previsto qualcosa del genere. Suppongo che sia ancora un’ipotesi. Ho sempre svolto il mio lavoro in modo neutro dal punto di vista politico, ho pagato dei prezzi e non capisco il perché. Vede, anche un pubblico funzionario deve assumersi dei rischi. Però non è possibile che se va bene il merito è di tutti, ma se va male deve difendersi da solo».

(continua…)

Agnelli ha creato il suo mito non la Fiat

Mercoledì, 12 Dicembre 2007

L’epoca di Vittorio Valletta nell’azienda inizia nel 1921. Finirà il 30 aprile del 1966. Conduce la Fiat fuori da tutti gli scossoni e la salva. Con una filosofia chiarissima: il segreto è uno solo. Fare più grande la torta perché al momento di dividere le fette ce ne sia una per tutti. Biagi descrive Vittorio Valletta: «È piccolo di statura, una bocca che, quando sorride, si riempie di denti, una salute di ferro e un’interpretazione quasi paranoica della fabbrica.

"La Fiat, la Fiat, poi la famiglia" diceva. Ha sulle spalle una vicenda che avrebbe entusiasmato Edmondo De Amicis. Figlio di un ex ufficiale, lavora per mantenersi agli studi, nottate sui testi di economia e di statistica, prima un diploma, poi la laurea, prima un incarico all’istituto tecnico, poi docente all’università». Mangia ancora meno dell’Avvocato, una mela, una fetta di prosciutto. Non beve, non fuma, ha fatto mettere una brandina accanto al suo studio. Spessissimo, alle sei del mattino, la sua utilitaria è già nel parcheggio dell’azienda. Ha l’unica passione dell’equitazione.

È l’unico, oltre al guardiano di turno, a passare dagli stabilimenti anche il giorno di Natale. Ha una sola adorata figlia, Fede, e il cancro gliela porta via. Un amico spiega che, di fatto, oltre alla figlia, appunto, Valletta amò solo la Fiat e che dedicò pochissime attenzioni alle donne. Sosteneva che «il lavoratore ha diritto ad avere ogni giorno la sua tazza di brodo e una fetta di bollito» e, più in generale, voleva che tutti avessero un salario dignitoso e che la gente stesse bene. «Credeva alla massa, all’individuo prestava pochissima attenzione» racconta Umberto.

Finanziava i viaggi dei dipendenti ai santuari cristiani, creò la mutua Fiat, il premio Fiat, l’asilo Fiat, le colonie Fiat, la casa Fiat, la scuola Fiat… In fabbrica fece passare il concetto salesiano che "chiunque fa è rispettato". È uno dei protagonisti del "miracolo" dello sviluppo. Scrive Biagi di quel periodo: «La motorizzazione del Paese, nascono la 500, la 600, la 850, il trionfo delle autostrade, il passaggio dell’Italia dalla chiusa e ferma civiltà agricola a quella industriale: entriamo in classifica, tra i primi dieci del mondo». L’incontro tra Valletta e il Senatore Giovanni I (che lo adorava, la prima volta che lo vide disse «è il mio uomo»), ha un retroscena abbastanza avvincente.

Sostanzialmente, sembra, l’allora ragionier Valletta, contattato dall’avvocato Bruno Villabruna, fornendo un’accurata documentazione, salva Agnelli da una brutta accusa di aggiotaggio. Il primo luglio del 1965, a Mosca, firma un accordo tra la Fiat e l’allora Urss, per la costruzione di un colossale impianto a Togliattigrad. È considerato il più grande affare del secolo. È il periodo in cui il delfino Gianni II si rende protagonista di una gaffe contrattuale che passerà alla storia. Sarà quando firmerà la proposta per vagliare la possibilità di una pensione aziendale presentatagli da Luigi Gatti, l’allora rappresentante degli operai.

Gianni, convinto che Valletta avesse già esaminato, e accettato la proposta, firma senza esitazione e aggiunge anche un personalissimo commento: «In fondo, ventimila lire al mese non sono un gran che; troppo poco direi». Valletta è un uomo di una sola parola. E non si tira mai indietro. Quando chiede un prestito alla Banca Morgan, restituisce i milioni di dollari prima della scadenza.

Mentre è ancora nella stanza dei bottoni dell’azienda di Mirafiori, della sua carriera dirà: «Mi sono divertito. In quarantacinque anni, mi è andata sempre bene. La Fiat è stata il mio giocattolo, lavorare il mio hobby. Per sentirmi allegro, mi basta pensare che ogni giorno, nei cinque continenti, quattromila persone comprano una Fiat. Mi sento a posto solo qui. È la mia fortuna e la mia disgrazia. Sono certo di avere assolto il dovere assegnatomi da mia madre: operare nell’interesse di tutti, ma soprattutto di chi fatica e lavora».

Ma ogni volta che qualcuno gli chiedeva, "chi avesse fatto grande la Fiat?", lui rispondeva: «La prepotenza del senatore Agnelli». E quando gli chiedono che progetti ha per il giorno in cui si ritirerà lui risponde: «Morire il più presto possibile». Il giorno in cui Valletta compie settant’anni, l’Avvocato gli regala un cavallo. Il 30 aprile 1966 è convocata un’assemblea. Sono presenti 489 azionisti. Valletta ha ottantadue anni e prende l’ultima volta la parola: «Il dottor Agnelli non è soltanto il nipote di suo nonno». Anche se, in realtà, per l’azienda, lui avrebbe preferito un periodo di transizione con l’ingegner Bono. Valletta diventa presidente onorario, poi è nominato senatore a vita. Muore due anni dopo. Naturalmente durante il periodo di ferie. Quelli della Fiat, per assistere ai suoi funerali, non perderanno neppure un’ora di lavoro.

Nel momento in cui Gianni prende il suo posto alla Fiat, un’inchiesta rivela che: 99 cittadini su 100 sanno chi è il Papa, tutti conoscono Gianni. Già da tempo, era un "eroe della giovinezza". È un uomo d’avvenire, ora guida anche la Fiat. Si vendono canottiere con stampata la sua immagine che a "Paris Match" suggerisce l’effigie del condottiero.

L’Avvocato e la sua disarmonica faccia aristocratica. Impone un modo di vestire. «Di lui si descrivono le camicie azzurre tagliate su misura, i maglioni bianchi, i completi grigi di flanella, anche a doppio petto, i blue jeans e le magliette estive, le giacche Principe di Galles, i pullover di cachemire scollati a V che indossa nella stagione invernale, l’orologio al quarzo, il pulsar d’oro che gli stringe il polso, le cravatte larghe alla base, confezionate con stoffe acquistate in Inghilterra, che si rifanno al modello lanciato dal duca Edoardo di Windsor, le scarpe lavorate a spunterbo» ricorda Biagi. È laconico e tagliente. Senza subordinate né metafore.

È un instancabile cacciatore di emozioni, ammira i sindacalisti perché li considera dei combattenti e lui ama la lotta, ha un desiderio spagnolesco di piacere, ambisce a discutere con gente sveglia, spiritosa e cattiva, corre in macchina, viaggia su jet privati, è sportivo, adora la vela. «Io sono un uomo legato alle condizioni atmosferiche» e può permettersi di seguire le lancette del barometro verso il bello stabile, noterà Biagi. Quando riceve, è un padrone di casa perfetto e nelle sue case si mangia divinamente.

Già nel 1953, lo chef di casa guadagnava trecentomila lire al mese e mille lire per ogni invitato. Nei menù troneggiavano risotto al salmone, le crepes in brodo, il granoturco lessato col burro, i carciofi alla giudìa, il gelato e le torte fatte in casa. L’Avvocato è inaspettatamente ghiotto di ricotta e di pastasciutta. Ma mangia pochissimo, beve mezzo bicchiere di Chianti a pasto, fuma quattro o cinque Chesterfield senza filtro al giorno.

Forse anche Gianni Agnelli è stato un uomo solo. È stato molto solo e, sostanzialmente, si è sempre fatto cattiva compagnia. Per questo, probabilmente, detestava i commiati. A un certo punto, ovunque si trovasse, non c’era più. Il disagio di Giorgio, l’infelicità di Edoardo. Il malinconico 25 dicembre. Forse perché a Natale, tutto ciò che non va, si vede. Saranno le luci… Agnelli era sempre altrove rispetto a dove si trovava e amava che gli altri coltivassero la sua assenza.

Da giovane, Agnelli, ha volato molto in alto, su ali robuste. Il peso della Fiat, sul serio, se lo è caricato solo molto più tardi. Diciamo che di fatto, l’Avvocato, ha iniziato a lavorare sul serio alla stessa età in cui, più o meno, gli altri andavano in pensione. Di solito, è dopo i quaranta che gli Agnelli si rivelano. Fu quando capì che, sebbene fosse molto ricco, era ancora tutto da farsi. Di lui, un ex dirigente della Fiat, dirà un giorno: «Era un uomo acuto perché consapevole della sua strutturale inadeguatezza come imprenditore leader di un gruppo mondiale. Era però incapace, nel momento della verità, di fare un onesto outing su se stesso».

Secondo Valerio Castronovo: «Non ha senso guardare la vita di Gianni Agnelli solo da un punto di vista della Fiat. Più che un capo azienda fu un uomo di relazioni internazionali. Fu un uomo del dopoguerra, il portatore di una visione di rapporti tra Europa e America». Sembra che l’Avvocato non fosse troppo interessato ai processi finanziari e industriali e che si annoiasse apertamente e mortalmente durante i consigli di amministrazione. Di fatto, la sua carriera è sempre stata aureolata dal fascino personale.

Aveva scelto quella strada, e la storia, alla fine, non gli ha dato torto: il privato è politico. La collezione di opere d’arte, di barche, di auto, di persone… Persone, sì. Pare che l’Avvocato cercasse amici che avevano sempre la stessa caratteristica. E cioè quella di fargli respirare un certo glamour. Forse "amicizie", nel suo caso, era una parola un po’ scentrata, in effetti. Naturalmente anche nei rapporti con il suo prossimo l’Avvocato era l’Avvocato. Una volta, a un conoscente che gli chiedeva chi fosse il suo amico che se n’era appena andato, lui rispose: «Non è un amico, è una cattiva abitudine». Diciamo che frequentava gli altri per avere l’esatto rimando di se stesso. Somerset, Meyer, Rockefeller, Kissinger, Kennedy, Lanza di Trabia… Nomi così.

Però forse, alla fine, la sua estraneità a tutto il resto, specie ciò che del resto riguardava l’azienda, lo metteva un po’ a disagio. Dava sempre l’impressione di arrivare a cose fatte. Per questo, probabilmente, ebbe un rapporto così conflittuale con Cesare Romiti, ad esempio. Qualcuno sostiene che, pur essendo abituato a trattare con i grandi della terra, nei confronti del suo amministratore, Agnelli non seppe mai tenere una posizione definitiva. Nel 1976, quando le fabbriche sono prese d’assalto dalla contestazione, dalla lotta armata e dal terrorismo, i libici entrano nel capitale della Fiat. È il momento di Cesare Romiti che arriva al Lingotto su segnalazione del numero uno di Mediobanca, Enrico Cuccia ed è a lui, si dice, che Romiti rimase sempre fedele.

Molto più che agli stessi Agnelli. Romiti e Cuccia sono decisivi nel mettere sull’avviso Gianni Agnelli, ai tempi dei "cento giorni" di Carlo De Benedetti amministratore delegato in Fiat due anni prima, sulla scalata che l’Ingegnere avrebbe potuto tentare contro l’Avvocato. Da quel momento, Romiti è sul ponte di comando. Storicamente, il suo nome resterà legato al pugno di ferro dell’azienda finalmente mostrato contro violenti e teppisti che hanno preso la mano al sindacato in fabbrica. Il licenziamento dei famosi "61" avviene con i segretari confederali della Triplice che riservatamente pregano Romiti di andare avanti, perché loro hanno perso il controllo.

Ma in fabbrica è un braccio di ferro di cui nessuno sa prevedere l’esito, dopo anni di pistole fumanti dei terroristi che a Torino hanno steso al suolo personaggi del calibro di Carlo Casalegno, il vicedirettore della "Stampa", il presidente dell’ordine degli avvocati, Fulvio Croce, guardie penitenziarie e poliziotti, consiglieri comunali e dirigenti della Dc. Avviene a quel punto la svolta che nessuno sembrava prevedere, la marcia dei quarantamila, guidata dal baffuto Luigi Arisio, un quadro Fiat che nella ripresa della legalità e dell’ordine in azienda, ferreamente volute da Romiti, avrà più o meno la stessa importanza di Lech Walesa e della sua Solidarnosc contro il partito comunista e il suo regime in Polonia.

I "quadri" aziendali scendono in piazza per manifestare a favore del licenziamento dei 61 dipendenti che, secondo l’azienda, fiancheggiavano il terrorismo. Romiti comprende che quella dei quadri è la parte da sostenere. E inizia "la svolta". Torino intera è in piazza, quel giorno. E Romiti riconsegna agli Agnelli fabbriche in cui si lavora e non si spara. Negli anni Ottanta, l’azienda immette sul mercato alcuni modelli di auto di Vittorio Ghidella, che passeranno alla storia come alcune tra le scelte più azzeccate della casa automobilistica: la "Uno", la "Y10", la "Thema", la "Croma" e la "164".

Oltre a questo, Romiti negli anni Novanta, più precisamente alla fine degli anni Ottanta, ottiene dallo Stato, per la Fiat, 10mila miliardi di lire sotto forma di aiuti, sfruttando le agevolazioni messe a disposizione dall’economia mista. È l’inizio della lunga serie di cosiddette "rottamazioni", gli incentivi pubblici che continuano ancor oggi, disposti con leggi finanziarie dalla politica e volte ad agevolare il rinnovo delle automobili circolanti. Poi arrivarono le guerre di Romiti contro Ghidella e contro Umberto (li sconfisse entrambi e li costrinse a lasciare).

Ma arrivò anche Tangentopoli e Romiti, con il suo coinvolgimento nell’inchiesta, fu costretto a ridurre la sua presenza in Fiat. Fu esattamente con Tangentopoli che i rapporti tra Cesare e Gianni si incrinarono. Nel momento in cui la magistratura indaga sui vertici Fiat per alcune questioni legate all’assegnazione di appalti pubblici, Romiti, naturalmente, viene sentito. E come si difende Romiti? Spiegando che se lui fosse stato al corrente di tutte le operazioni delle società, di sicuro «anche Umberto e Gianni Agnelli avrebbero saputo».

Secondo Marco Travaglio, Paolo Griseri e Massimo Novelli, Romiti, ai pm torinesi dichiara: «Interrogate l’Avvocato Agnelli, che c’era prima di me, interrogate Umberto Agnelli e chiedetegli se sapevano». Questi sarebbero, sostanzialmente, gli argomenti chiave di un interrogatorio del 15 giugno 1995. Fu in quell’occasione, e con quella posizione tenuta da Romiti di fronte ai magistrati, che i rapporti tra lui e l’Avvocato si sfilacciarono definitivamente. E con l’Avvocato che, secondo l’amministratore, non lo difese a dovere. Nel 1999, un Romiti già uscito dalla Fiat sancì la fine del suo rapporto con la "real casa" appoggiando in Confindustria Antonio D’Amato invece che "il candidato di Torino", Carlo Callieri. Ma psicologicamente, tra Romiti e l’Avvocato, fu tutta un’altra battaglia.

Secondo Giorgio Garuzzo, tra i due fu un lungo, continuo inseguimento. Romiti cercava di accrescere sempre di più la sua immagine per conquistare l’Avvocato, l’altro si prendeva gioco del suo stile e dei suoi abiti marchiati di un certo "caracenismo di riporto". Ferrante racconta poi di Romiti il giorno del funerale di Gianni Agnelli. «Una volta arrivato in chiesa resta in piedi, per tutta la durata della celebrazione, con una mano sul petto.

C’è qualcuno alle sue spalle che gli chiede di sedersi, viene mandato al diavolo. Ottenne di catturare l’attenzione perché la gente si chiese come mai Romiti fosse rimasto in piedi. Un paio di anni dopo rivelò che quel giorno gli era venuto in mente di una volta, anni prima, quando aveva partecipato con Agnelli a una messa a Villar Perosa e lui, Agnelli, era rimasto in piedi. "Mi sembra che stare in piedi tutta la messa sia un modo per dimostrare rispetto alla religione e a me stesso" gli aveva detto».

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Quando Carlo De Benedetti era massone

Venerdì, 30 Novembre 2007

Ricostruire il lungo e complesso «filo rosso» della finanza massonica significa occuparsi anche della figura dell’ingegner Carlo De Benedetti. Una figura la cui storia imprenditoriale è intrecciata con quella di altri uomini della finanza ritenuti vicini alla finanza «laica» e alla massoneria: Roberto Calvi in primis, Enrico Cuccia e soprattutto Silvio Berlusconi, un massone «dormiente» con il quale De Benedetti si è più volte incontrato e scontrato.

De Benedetti risulta essere entrato nella massoneria a Torino, nella loggia Cavour del Grande Oriente d’Italia, «regolarizzato nel grado di Maestro il 18 marzo 1975 con brevetto n. 21272» (Ansa, 5 novembre 1993). L’informazione è accertata, in quanto proviene direttamente dal Gran Maestro del Goi Gustavo Raffi, che lo ha dichiarato pubblicamente nel novembre 1993. La documentazione relativa è stata poi pubblicata sui giornali senza ricevere smentite dall’interessato.

Ma già riguardo all’ingresso dell’industriale nella loggia Cavour esiste un piccolo «giallo»: il Gran Maestro Raffi ha affermato che De Benedetti era «proveniente dalla massoneria di piazza del Gesù». Quindi la sua affiliazione dovrebbe essere anteriore: a quale anno risale? Ancor più interessante sarebbe capire a quale loggia di piazza del Gesù appartenesse l’imprenditore. E noto infatti che la massoneria di piazza del Gesù – molto forte in Piemonte – aveva al pari del Goi delle logge coperte, la più celebre delle quali è stata la Giustizia e libertà, cui sarebbero appartenuti Cuccia, Merzagora, Carli e altre figure della finanza laica.

Sembra inoltre che la Giustizia e libertà sia confluita nel Grande Oriente nel 1973. Ma De Benedetti non è entrato nel Goi col grado di Apprendista: era già maestro all’interno di una non meglio precisata loggia di piazza del Gesù. Quale? Impossibile stabilirlo, certo è curioso che molti anni dopo De Benedetti lanci una iniziativa politica chiamata Libertà e Giustizia: sicuramente un riferimento ai valori dell’azionismo cari a De Benedetti, ma anche un curioso anagramma del nome della loggia coperta.

All’epoca in cui De Benedetti viene «regolarizzato» come maestro alla loggia Cavour, l’imprenditore è alla guida della Gilardini, una società quotata in Borsa che fino ad allora si era occupata di affari immobiliari e che i due fratelli Carlo e Franco De Benedetti trasformeranno in una holding di successo, impegnata soprattutto nell’industria metalmeccanica. Nel 1974 era stato nominato presidente dell’Unione Industriali di Torino, una realtà che ha sempre vantato una forte presenza massonica, a partire dallo storico «fratello» Gino Olivetti, una dei massoni più rappresentativi del mondo economico torinese negli anni Venti.

«Quando divenni presidente degli industriali di Torino, fui invitato ad iscrivermi alla massoneria perché era una tradizione. Partecipai per due volte a delle riunioni, ma in seguito non ci andai più», ha raccontato De Benedetti, quando nel novembre 1993 ha avuto una polemica a mezzo stampa con Gustavo Raffi, che dichiarava che l’ingegnere «si è scatenato contro le logge che a suo dire lo perseguitano. Viste le vicende che lo travagliano, il Goi-Palazzo Giustiniani non può che rallegrarsi di tale accanimento. Può così evitare interessate generalizzazioni che lo possono accomunare alle azioni dell’Ingegnere». Carlo De Benedetti rispose tramite il portavoce dell’Olivetti: «Sempre e solo nel 1975 l’Ingegnere partecipò a due riunioni e poi a nessun’altra non avendo riscontrato motivazioni tali da giustificare un ulteriore impegno di tempo» (Ansa, 5 novembre 1993).

Sta di fatto che, secondo Raffi, De Benedetti resta nel Grande Oriente, come maestro, dal marzo 1975 al dicembre1982. Un periodo estremamente significativo, in cui accadono molti eventi forti legati alla massoneria.

Un anno dopo l’ammissione al Grande Oriente, nel 1976, a De Benedetti viene affidata la carica di amministratore delegato della Fiat. Come «dote» porta con sé il 60 per cento del capitale della Gilardini, che cedette alla società degli Agnelli, in cambio di una quota azionaria della stessa Fiat (il 5 per cento). De Benedetti cercò di rinnovare la dirigenza della società torinese, nominando manager a lui fedeli (a cominciare dal fratello Franco) alla guida di importanti unità operative del Gruppo. Ma dopo un breve periodo, quattro mesi – a causa, si disse, di «divergenze strategiche» – abbandonò la carica in Fiat. Per alcuni, ma il condizionale è più che d’obbligo, i due fratelli avrebbero trovato un ostacolo insormontabile nella parte di dirigenza Fiat più legata alla famiglia Agnelli, che avrebbe scoperto un loro tentativo di scalata della società, appoggiata da gruppi finanziari elvetici.

Con il denaro ottenuto dalla cessione delle sue azioni Fiat, De Benedetti rilevò le Compagnie industriali riunite (Cir), a cui in seguito garantirà il controllo azionario del quotidiano «la Repubblica» e del settimanale «L’espresso». Successivamente vedrà la luce anche Sogefi, operante sulla scena mondiale nei componenti autoveicolistici di cui De Benedetti è stato presidente per venticinque anni consecutivi, prima di cedere il posto al figlio Rodolfo, conservando però la carica di presidente onorario. Nel 1978 entrò in Olivetti, di cui divenne presidente. In questa azienda, dal nome glorioso, ma molto indebitata e dal futuro incerto, porrà le basi per un nuovo periodo di sviluppo, basato sulla produzione di personal computer e sull’ampliamento ulteriore dei prodotti, che vide aggiungersi stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa.

Nel 1981 il primo incontro-scontro con un potente «fratello»: Roberto Calvi, membro della P2 e della massoneria d’oltralpe, ma anche uomo di riferimento della finanza vaticana. Il 19 novembre 1981, dopo una serie di contatti avviati in ottobre, Carlo De Benedetti acquista il 2 per cento delle azioni del Banco (tramite due società, Cir e Finco). L’imprenditore entra nel consiglio di amministrazione dell’Ambrosiano e viene nominato vicepresidente. Vi rimarrà per sessantacinque giorni, sino al 25 gennaio 1982 quando, a seguito di contrasti sulla gestione e sulla reale situazione finanziaria dell’istituto, rassegna le dimissioni e viene liquidato con oltre 80 miliardi di lire.

Cos’era successo in quel lasso di tempo? Le interpretazioni si dividono. Uno scontro tra De Benedetti e Calvi sui conti reali del Banco Ambrosiano e sulle gestione della rete estera è fuor di dubbio. Ma c’è un versante che è stato meno analizzato. Dal luglio del 1981 Calvi aveva iniziato un processo di rottura con gli ambienti della P2 e durante la detenzione a Lodi aveva manifestato la disponibilità a collaborare con i giudici, parlando dei rapporti tra la P2 e la politica (in particolare con i socialisti). Far entrare nel capitale dell’Ambrosiano un imprenditore che godeva di un’ottima immagine (De Benedetti era stato nominato da poco «imprenditore dell’anno» e controllava «la Repubblica» e «L’espresso») poteva essere un’opzione vincente. Qualcuno, però – forse la componente piduista della massoneria – gli aveva detto che avrebbe dovuto ripensare a quella scelta.

Già durante un incontro del 21 novembre 1981 (due giorni dopo l’accordo) nella villa di Calvi, a Drezzo, il banchiere inizia a lanciare messaggi ambigui all’ingegnere.
«Sembrava un animale impaurito che cercasse di sfuggire alla luce. Ovviamente qualcuno o qualcosa gli aveva suggerito di abbandonare l’associazione con De Benedetti», osserva un fine analista, Rupert Cornwell. Così, dopo l’incontro del 21 novembre, la situazione tra Calvi e De Benedetti si deteriora rapidamente.

«Poco prima della riunione del consiglio di amministrazione [del Banco, Nda] del 6 dicembre 1981 Calvi aveva preso da parte De Benedetti in un corridoio: "Stia attento, la P2 sta raccogliendo informazioni su di lei. Le consiglio di fare attenzione, perché io so"», racconta Cornwell. Era una minaccia o una disperata richiesta di aiuto?

Emilio Pellicani, 82 nel suo memoriale, rivela un dettaglio interessante: «L’onorevole Armando Corona [che sarebbe diventato Gran Maestro del Goi pochi mesi dopo i fatti di cui si narra, nel marzo 1982, Nda] doveva intervenire con il vicepresidente del Banco, De Benedetti, il quale stava procurando qualche fastidio a Calvi. A tale proposito Carboni mi riferì che lo stesso Corona effettuò un viaggio in Israele, affinché fosse richiamato il De Benedetti dai fratelli massonici; tale richiamo sfociò, sempre a detta del Carboni, nell’uscita del De Benedetti, clamorosa, dal Consiglio del Banco Ambrosiano».
Pellicani aggiunge un altro dettaglio rivelatore: «Mazzotta [Maurizio Mazzotta, l'assistente di Francesco Pazienza, Nda] disse al Carboni che doveva preoccuparsi anche del fatto che non accadesse nulla al De Benedetti».

Questo aspetto delle possibili «minacce» a De Benedetti è stato spesso letto come un «avviso» da parte di Calvi. C’è un passo della requisitoria del processo Calvi in cui figura una deposizione di Francesco Pazienza: «Francesco Pazienza ha dichiarato che i rapporti tra Calvi e Rosone erano di odio/amore. Quando Calvi era stato arrestato per la violazione della legge valutaria Rosone aveva tentato "un colpo di mano" alleandosi con Carlo De Benedetti. Dopodiché i rapporti erano diventati piuttosto tesi e Calvi non si fidava più di Rosone. Rosone osteggiava tutto quello che faceva Roberto Calvi».
Ma esiste un’altra chiave di lettura, secondo la quale gli ambienti della mafia e del riciclaggio – che si erano già avvicinati al Banco Ambrosiano e a Roberto Calvi, costringendolo a «collaborare» – non gradissero una «presenza estranea» come quella di De Benedetti.

Calvi avrebbe corteggiato il finanziere proprio per sottrarsi a quell’«abbraccio mortale» con forze contigue alla mafia, ben documentato dalla requisitoria del pm Tescaroli. Diversamente, non si comprende perché Calvi avrebbe dovuto cedere la vicepresidenza del Banco Ambrosiano per un modesto 2 per cento del capitale. Il banchiere, in realtà, già nel 1981 temeva per la propria vita. Non a caso già nell’autunno di quell’anno, quando la sua presidenza non era ancora in discussione, aveva elaborato un piano di fuga in caso di emergenza. Segno che Calvi temeva, più che di perdere la sua leadership, di perdere la vita. E che già nel 1981 il presidente dell’Ambrosiano era al corrente dell’esistenza di un piano per eliminarlo, qualora avesse rivelato il coinvolgimento in attività di riciclaggio (i pm parlano dei proventi di ben tre sequestri) e di investimento per conto della mafia e di imprenditori a essa vicini. Ma c’era anche un’opposizione politica all’acc

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Così il microcredito sbarca in Italia

Sabato, 24 Novembre 2007

La nostra sfida è quella di non dimenticare l’aspetto sociale ma farlo diventare una realtà commerciale». Andrea Limone, 29 anni, è l’amministratore delegato di Permicro. La sfida della quale parla non è semplice. La neonata società che guida si occupa infatti di microcredito, un modello di successo negli angoli più arretrati della terra ma difficile importazione nel centro di una città occidentale – in questo caso Torino – dove Permicro ha sede in attesa di aprire in altre città italiane. La ricetta è tutto sommato semplice: microprestiti rimborsabili in microrate per promuovere microprogetti imprenditoriali.

Considerato che il suo inventore, Muhammed Yunus, ha vinto il Nobel per la pace ed è stato incoronato da Business Week come uno dei più grandi imprenditori della storia accanto a gente come Henry Ford, Bill Gates e John D. Rockfeller, il modello evidentemente funziona. Almeno, funziona (e bene) nei villaggi del Bangladesh o nelle comunità rurali dell’America Latina. Funzionerà anche in Italia? «Noi crediamo di sì. La nostra idea è di occupare uno spazio di mercato che adesso è libero», spiega Limone. «Chi sceglie di rivolgersi a noi lo fa perché non trova credito in banca e ha come unica alternativa gli strozzini». Solo che nel modello di Yunus il prestito viene fatto ad un gruppo di persone, dove ognuno diventa garante dell’altro e tutti insieme garantiscono che il prestito verrà ripagato. La versione torinese si basa invece sul concetto di «rete». Chi vuole un prestito da Permicro, deve farsi garantire da una rete di interessi che non rischia il proprio patrimonio ma la propria credibilità: parrocchie, organismi religiosi o associativi, comunità nazionali di cittadini extracomunitari. Lo schema è semplice, il cliente ideale non ha garanzie reali da presentare e ha fretta di ottenere i soldi.

Permicro garantisce infatti la rapidità dell’erogazione, attraverso una serie di accordi con intermediari finanziari che hanno strutturato dei prodotti appositamente per loro. «Garantiamo una erogazione in 48 ore. Al cliente chiediamo una idea d’impresa, una serie di referenze personali e una rete di interessi che garantisca per lui». Ovviamente, si fanno prestiti «micro». «Da 2000 a 15 mila euro, rimborsabili in rate che possono variare diciamo da 50 a 300 euro e un interesse di circa il 12%». Però certo, con 2000 euro fai molto poco. Anche con 15 mila, a dire il vero. Almeno a Torino, Milano o Roma. «Noi non ci rivolgiamo certo a chi ha bisogno di 100 mila euro per aprire un ristorante. Per tornare al nostro cliente ideale, con quella somma può finanziare una piccola attività commerciale ambulante, l’acquisto di due computer nuovi per un centro di telefonia e internet, un furgone per mettere su un servizio di consegne, ma anche piccole attività artigianali».

Accanto a Limone e al gruppo di ragazzi (tutti con meno di 35 anni), come presidente c’è un signore con qualche anno in più e una lunga esperienza di banche e finanza, Corrado Ferretti. Dietro di loro, azionisti di peso come il fondo Oltre Venture, dedicato ad iniziative sociali, promosso e guidato da un nome ben noto nella finanzia milanese come Luciano Balbo. In attesa di vedere se il modello funziona, il business principale di Permicro sono però i prestiti personali rivolti agli operatori del terzo settore, dai soci di cooperativi sociali ai dipendenti di organizzazioni non governative.

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